Gilda Policastro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gilda-policastro/ un blog di approfondimento culturale Tue, 15 Jun 2021 08:04:30 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Gilda Policastro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gilda-policastro/ 32 32 I libri belli da leggere oggi? Pasticciano prosa e poesia, e tradiscono i generi letterari https://minimaetmoralia.it/altro/i-libri-belli-da-leggere-oggi-pasticciano-prosa-e-poesia-e-tradiscono-i-generi-letterari/ https://minimaetmoralia.it/altro/i-libri-belli-da-leggere-oggi-pasticciano-prosa-e-poesia-e-tradiscono-i-generi-letterari/#comments Tue, 15 Jun 2021 08:04:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48904 Photo by Tom Hermans on Unsplash di Andrea Donaera Nonostante le mai sopite trenodie attorno a una presunta “morte del romanzo”, la percezione – dal punto di vista di chi, semplicemente, legge libri, senza la bava alla bocca di chi guarda i primi posti nelle classifiche di vendita – è che in questo momento, in […]

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Photo by Tom Hermans on Unsplash

di Andrea Donaera

Nonostante le mai sopite trenodie attorno a una presunta “morte del romanzo”, la percezione – dal punto di vista di chi, semplicemente, legge libri, senza la bava alla bocca di chi guarda i primi posti nelle classifiche di vendita – è che in questo momento, in Italia, si stia verificando un virtuoso rimaneggiamento di alcuni paradigmi letterari che fino a pochi anni fa sembravano inossidabili. In particolare è la questione dei generi a essere sottoposta, pare, a un ridimensionamento che in alcuni casi suscita uno stimolo a succose riflessioni. Per farla semplice, in qualche modo viviamo un periodo in cui sempre più spesso viene da chiedersi: ma ’sti generi letterari esistono ancora – per come li abbiamo finora conosciuti?

Esempi piuttosto eclatanti in tal senso possono essere rintracciati in alcune pubblicazioni operate da grandi editori negli ultimi mesi. Su tutte l’eccellente romanzo di Gilda Policastro La parte di Malvasia (La Nave di Teseo, 2021): un’operazione letteraria che gioca sulla configurazione esteriore per irretire (positivamente) il lettore. Nel paratesto, il libro appare come un noir, con tanto di fascetta a firma di Maurizio De Giovanni e sintesi della trama dove tutto sembra ruotare attorno a un’indagine e un omicidio. Certo, è facile percepire (anche solo leggendo la nota biografica dell’autrice, dove esperienze di critica letteraria si incrociano con pubblicazioni di poesia) che non si tratterà di un giallo da spiaggia, ma di un lavoro connotato da una robusta postura letteraria: quello che non è facile percepire, fino a quando non si comincia a leggere effettivamente l’opera, è il tranello che Policastro tende a chi entrerà nel testo.

La parte di Malvasia è un romanzo fondato su un’esperienza linguistica peculiare, dove il ritmo della narrazione è soggiogato all’accumulo di immagini, parole, percorsi psichici, accadimenti, tutto tenuto insieme dal filo (al contempo labile e granitico) dell’indagine poliziesca e dalla fantasmatica figura della vittima. Insomma: è come se si fossero incrociate le intenzioni letterarie teorizzate da Edoardo Sanguineti o Amelia Rosselli, ficcandosi in modo parodico in un contesto alieno, cioè quello della letteratura di genere – addirittura il genere più amato in Italia, seguendo una genealogia che ha toccato il suo apice alcuni anni fa con Valerio Magrelli.

Il risultato è un vortice letterario straniante ma avvolgente, dove chi legge si trova costretto a proseguire, spinto dalla posa ipnotica di ogni pagina, ma anche, contemporaneamente, dal desiderio di capire dove effettivamente andrà a parare questo giallo-non-giallo. L’autrice, sui social, ha dichiarato in modo velatamente scherzoso di non apprezzare la scelta dei librai di collocare il suo libro negli scaffali dedicati a noir, gialli, thriller. E invece è proprio tutta qui la potenza dell’operazione editoriale dietro a quest’opera: un romanzo fuori da ogni genere, dotato di una temperatura letteraria altissima come poche altre negli ultimi tempi, ma che al contempo riesce a esistere nelle librerie in modo vistoso, senza essere relegato nei comparti ‘per lettori forti’ (espressione orrida), ma posizionato in bella mostra insieme a bestseller e ad altri lavori di enorme successo commerciale.

È in questo gustosissimo tranello che si configura il ribaltamento dei generi cui si faceva cenno sopra: richiamare lettrici e lettori verso qualcosa di famigliare, per poi avvolgerlə in qualcosa di inaspettato – rendendo, così, il genere letterario soltanto un espediente, un canto di sirena, e non più un contesto di scrittura stringente.

L’esperienza di Policastro sembra essere possibile specialmente grazie all’appartenenza dell’autrice al campo della poesia. I suoi importanti studi sulle scritture in versi del secondo Novecento e le sue pubblicazioni come poetessa confermano che esiste in alcuni casi una sorta di arché letterario, un dispositivo in grado di generare delle scritture ulteriori: proprio grazie alla frequentazione della letteratura ulteriore per eccellenza, cioè la poesia. Non è forse un caso se, in tempi recenti, opere narrative di grandissimo spessore siano, in modi più o meno espliciti, adiacenti quantomeno al concetto di ‘poesia’.

Si pensi ad alcune raccolte di prose, presenti in libreria nella sezione narrativa, ma frutto di processi letterari connessi più che altro alle possibilità offerte in dote dalla poesia: il libro molto amato dal pubblico Con passi giapponesi di Patrizia Cavalli (Einaudi, 2019; nella cinquina del Premio Campiello 2020) o il contenitore di capolavori minimi Geografie di Antonella Anedda (Garzanti, 2021). Opere a firma di due tra le più importanti poetesse italiane contemporanee, che non sono romanzi, che non sono racconti, che non sono poesie: ma che entrano, con marchio major, negli scaffali di ogni libreria accanto alle letterature più midcult e mainstream.

Inoltre, ormai nota ai più, l’esperienza di un’apprezzatissima poetessa, Maria Grazia Calandrone, che con il suo Splendi come vita (Ponte alle Grazie, 2021) è candidata allo Strega, avendo realizzato una vera e propria opera poetica che, quasi miracolosamente, assume allo stesso tempo anche la forma del romanzo.

Opere che osano ancora di più, verso questa direzione, si rintracciano nell’editoria indipendente – che sembra sempre più lontana dal rincorrere i gusti stereotipati del grande pubblico, favorendo la costituzione di un immaginario editoriale proprio, con la speranza di creare nuovi gusti, senza assecondare quelli già codificati. È il caso dello stranissimo esordio Io e Bafometto di Gregorio H. Meier (Wojtek, 2021), dove racconti, poesie, filastrocche, incantesimi e prose vanno a comporre un’opera letteraria che rifiuta ogni senso, per esplodere però di significato come poche altre volte nei libri italiani recenti. Ed è impossibile non notare il caso (corroborato anche da un certo successo commerciale) di Urla sempre, primavera, di Michele Vaccari (NNE, 2021): un libro-mondo dove accade di tutto sia nella trama che nella forma, definito giustamente da Vanni Santoni «l’unico esempio italiano di slipstream», cioè un’opera che sfonda ogni genere letterario, arrivando a contenerli tutti – dalla fantascienza alla poesia, dal romanzo d’avventura al reportage storico-narrativo.

Infine sono necessariamente da segnalare alcune eclatanti incursioni da parte di importanti poeti nelle scritture narrative brevi più canoniche, cioè i racconti: Le stelle vicine di Massimo Gezzi (Bollati Boringhieri, 2021) è un libro straordinario (non a caso a un passo dalla cinquina dell’ultimo Campiello), in cui lo sguardo del poeta esonda nella prosa allestendo un mondo di accadimenti minimi che deflagrano in una dimensione emotiva capace di creare un coinvolgimento trascinante fino ai bordi della commozione; la stessa capacità specifica dell’occhio poetico si incontra nell’abbacinante Sonno giapponese (Italic Pequod, 2018) di Gabriele Galloni, dove la narrazione viene affidata a una metaforica e non esplicitata videocamera a circuito chiuso, sbirciando nell’orrore di vite comuni che, nel backstage delle loro esistenze, assumono connotati orrorifici e disturbanti.

Verrebbe da pensare, dunque, che le persone che si immettono nella scrittura narrativa provenendo da un apprendistato fatto di studio della poesia (ed esercizio attorno a essa) siano attualmente quelle maggiormente in grado di intervenire all’interno di un campo culturale che sembra fermo da troppi anni: la settorializzazione dei generi letterari, inquadrata in campi tematici e schemi stilistici, sembra essere sotto assedio, arrivando in modo roboante in libreria, invadendo ambiti, sporcando e pasticciando la nitidezza rassicurante del giallo, dell’horror, della sci-fi o addirittura del cosiddetto ‘romanzo tradizionale’.

Questo processo è uno dei tanti che danno la sensazione di vivere in tempi sul serio interessanti – checché ne dicano figure nostalgiche del Novecento o personalità critiche con poca voglia di analizzare la letteratura circostante (in Italia, nella critica letteraria degli ultimi anni, vale sempre di più la regola secondo la quale quando non si sa di cosa parlare meglio ripiegare verso un qualsiasi borbottio lamentoso privo di argomentazioni). Tempi interessanti perché qualcosa sta accadendo, in un ambito frastagliato ma spesso percepito come pachidermico (lento, grigio) come quello dell’editoria. E tali piccole mutazioni sembrano poter provenire, prevalentemente, da chi si immerge del tutto nella grande forma liquida della letteratura, dove poesia, prosa, generi e non-generi coesistono, con il fine ultimo di creare – banalmente, ma faticosamente – libri belli da leggere.

 

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Sull’editoria di poesia contemporanea – #4: Franco Buffoni https://minimaetmoralia.it/interviste/sulleditoria-poesia-contemporanea-4-franco-buffoni/ https://minimaetmoralia.it/interviste/sulleditoria-poesia-contemporanea-4-franco-buffoni/#comments Thu, 28 Mar 2019 07:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39865 Ed ecco la quarta puntata dell’inchiesta sulla poesia contemporanea in Italia curata da Francesca Sante. Le interviste precedenti sono qui: la prima, la seconda, la terza.

Franco Buffoni è qui interpellato non come poeta, né come traduttore, né in qualità di critico, ma in un’ulteriore sfaccettatura della sua figura intellettuale, quella forse meno approfondita al momento, per quanto da sempre presente: ovvero nel suo ruolo di editor di collane di poesia e dunque di operatore culturale della poesia. Una qualità che deriva probabilmente dal suo essere mediatore culturale tra le lingue, dunque traduttore. Esemplare da questo punto di vista è l’antologia da lei curata, Italian Contemporary Poets, che lei ha voluto e curato in inglese, e che è un tipo di testo diretto e pensato più che per il pubblico di lettori di poesia per l’ambiente dell’ambasciata, dell’Istituto Italiano di Cultura e della fiera del libro, con la quale si vogliono far conoscere le varie voci italiane a un possibile mercato estero. Lei ha anche curato antologie di poeti italiani tradotte in russo, cinese, spagnolo, arabo, ebraico,per volontà del Ministero dei Beni Culturali in accordo con il Ministero degli Esteri. Qual è il senso del suo impegno come operatore culturale all’interno del mercato della poesia? Cosa ha fatto sì che intraprendesse questo ruolo?

Questo tipo di ruolo è venuto da sé, in seguito a mosse precedenti. Quindi il fatto di essere poeta, un accademico, il fatto di avere sempre frequentato come donatore di idee la piccola, la media, la grande editoria, questo ha fatto sì che in età abbastanza giovane io abbia cominciato con l’esperienza dei Quaderni di Poesia Italiana Contemporanea che risalgono ormai ai primi anni ’90 e poi appunto alla curatela di antologie sempre mirate a un target specifico; lei ha ricordato quelle appunto in portoghese, cinese.

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Ed ecco la quarta puntata dell’inchiesta sulla poesia contemporanea in Italia curata da Francesca Sante. Le interviste precedenti sono qui: la prima, la seconda, la terza.

Franco Buffoni è qui interpellato non come poeta, né come traduttore, né in qualità di critico, ma in un’ulteriore sfaccettatura della sua figura intellettuale, quella forse meno approfondita al momento, per quanto da sempre presente: ovvero nel suo ruolo di editor di collane di poesia e dunque di operatore culturale della poesia. Una qualità che deriva probabilmente dal suo essere mediatore culturale tra le lingue, dunque traduttore. Esemplare da questo punto di vista è l’antologia da lei curata, Italian Contemporary Poets, che lei ha voluto e curato in inglese, e che è un tipo di testo diretto e pensato più che per il pubblico di lettori di poesia per l’ambiente dell’ambasciata, dell’Istituto Italiano di Cultura e della fiera del libro, con la quale si vogliono far conoscere le varie voci italiane a un possibile mercato estero. Lei ha anche curato antologie di poeti italiani tradotte in russo, cinese, spagnolo, arabo, ebraico,per volontà del Ministero dei Beni Culturali in accordo con il Ministero degli Esteri. Qual è il senso del suo impegno come operatore culturale all’interno del mercato della poesia? Cosa ha fatto sì che intraprendesse questo ruolo?

Questo tipo di ruolo è venuto da sé, in seguito a mosse precedenti. Quindi il fatto di essere poeta, un accademico, il fatto di avere sempre frequentato come donatore di idee la piccola, la media, la grande editoria, questo ha fatto sì che in età abbastanza giovane io abbia cominciato con l’esperienza dei Quaderni di Poesia Italiana Contemporanea che risalgono ormai ai primi anni ’90 e poi appunto alla curatela di antologie sempre mirate a un target specifico; lei ha ricordato quelle appunto in portoghese, cinese.

Che rapporto c’è tra i quaderni e la collana che lei cura per Interlinea?

Si tratta di due iniziative che hanno radici molto diverse. I Quaderni nascono da una costola della rivista Testo a Fronte, che tuttora è esistente. La rivista Testo a Fronte aveva due collane: i Saggi di Testo a Fronte e i Testi di Testo a Fronte (una collana creativa e una collana saggistica). Nella collana creativa, poiché la rivista andò in attivo – che sembra di parlare di fantascienza oggi, ma agli inizi degli anni ’90 succedeva, perché Umberto Eco ci fece una bustina di minerva sull’Espresso – avevamo 400 abbonamenti, pensai “cosa devo fare per farla andare in passivo e farla stare nella tradizione?” – “La collana di poesia”.Mi sembrava l’ideale. Invece anche la collana di poesia è andata bene, tant’è vero che dopo quasi trent’anni siamo qui ancora. È andata bene perché è venuta fuori questa formula delle sette sillogi di sette autori giovani, in un volume unico.Fanno sinergia: nel senso che il segreto dei Quaderni è che tu hai ogni autore che lavora anche per gli altri sei, perché ogni autore promuove il libro perché c’è dentro la sua raccolta, però promuove le sei raccolte degli altri autori. E quindi questa capacità di diffusione non l’avresti mai col volumetto singolo. A marzo uscirà il quattordicesimo Quaderno, significa 28 anni di vita, significa: moltiplica 14 per 7 e viene fuori tutto quell’elenco di cento autori che abbiamo pubblicato in questi anni. I giovani di trent’anni fa adesso hanno 55 anni insomma. È passata dai Quaderni tutta la poesia italiana degli ultimi trent’anni. Però la tua domanda verteva sulla differenza con l’altra iniziativa, che è un’iniziativa di natura completamente diversa. Nel senso che i Quaderni hanno avuto una struttura collettiva sin dall’inizio, collaborativa, con un comitato.

Negli ultimi 5 anni è entrato Massimo Gezzi, che essendo più giovane finisce col subire l’urto di maggior affluenza dei dattiloscritti, tutto per via telematica, ovviamente, e poi cominciamo a diventare operativi noi del comitato storico, con i miei due colleghi Umberto Fiori e Fabio Pusterla e con i due editori Marco Zapparoli e Claudia Tarolo, che è il direttore editoriale di Marcos y Marcos. Io faccio da coordinatore e fondatore e mi prendo tutte le responsabilità degli errori; le cose belle le condivido. C’è un comitato e quindi ciascuno dà un giudizio di lettura, si devono mediare varie spinte, varie idee, varie condizioni nella situazione editoriale del momento. Una situazione collettiva è come un partito politico. Chi fa il coordinatore, come nel mio caso, deve mediare, mediare, mediare.

E questo lo faccio da trent’anni. Mentre invece la collana Lyra Giovani è una cosa molto più leggera, è una cosa nata con un altro editore, che come Marcos y Marcos era un piccolo editore, ma dopo trent’anni è diventato un editore medio, cioè Interlinea, col quale io collaboro già da molti anni. Poi parlando con il direttore editoriale, che è Roberto Cicala, ho detto: “beh una collana Lyra Giovani si potrebbe fare”, puntata proprio ai giovani, alla coniugazione tra innovazione e tradizione, e il direttore editoriale, anche patron della casa editrice, ha accolto l’idea e quindi diciamo che questa operazione ha un segno e una natura completamente diversa rispetto ai Quaderni. Qui sono io da solo a decidere. La sigla penso che sia proprio quella coniugazione tra tradizione e innovazione. Questa coniugazione tra tradizione e innovazione può essere grossomodo di due tipi: una coniugazione di tipo stilistico-formale (l’esempio di Zhara che dal punto di vista metrico è un caso praticamente unico nel panorama italiano, perché è diventato forse il più interessante autore per quanto riguarda la ricerca metrica e non è di madre lingua italiana). Ma sono un po’ i miei casi: io seguo molto anche per esempio la Jhumpa Lahiri nella Guanda e poi sempre nella Guanda Helena Janeczek. E gli esiti sono interessanti. E ripeto, quindi: un’innovazione di tipo stilistico e una di tipo contenutistico.L’altra possibilità di innovazione che ho individuato è nel libro di Giovanna Cristina Vivinetto, che ha fatto un vero e proprio exploit sul piano dell’interesse critico e dell’interesse mediatico. Giovanna ha una scrittura molto sulla linea della tradizione italiana: Giovanna a me ha ricordato molto la scrittura anni ’60 di Dacia Maraini, con Rivendicazione Femminista, oppure la scrittura poetica di Primo Levi (lui aveva alle spalle addirittura la rivendicazione della persecuzione ebraica). È il primo poeta trans italiano, non c’è niente da fare, e anche nell’Europa occidentale non è che ci siano molti altri esempi di poeti trans a questo livello. Quindi certamente un’innovazione di tipo contenutistico: ti racconto una storia che nessun altro ha raccontato prima in poesia. Quindi prendendomi tutte le responsabilità, perché poi quando le cose vanno bene e il libro ha successo è bello, fa piacere, ma quando tu lo porti a un editore e dici: “voglio pubblicare questo libro”, in quel momento tu ti assumi una responsabilità enorme. Anche perché queste cose si fanno per puro spirito di servizio. Non è che io ricevo uno stipendio; io lo faccio perché credo nella diffusione della buona poesia, nella diffusione dell’arte in genere. Tutta la vita mi consumo in questa direzione. Quindi la collana Lyra Giovani si aggiunge ai Quaderni. Abbiamo iniziato con Marco Corsi e Maddalena Bergamin, poi Zhara e Vininetto, Borio e Jacopo Raimonda, altri due giovani poeti molto interessanti: Jacopo Raimonda e Maria Borio, che ha costruito un paradigma quasi filosofico, puro, trasparente che sarebbe tesi, antitesie sintesi sostanzialmente, un libro che mi ha appassionato fin da subito […], al di là del fatto che Maria Borio è una notevolissima testa critica, ma questo mi è successo anche per la Claudia Crocco che ho messo nel penultimo Quaderno.

Chi arriva alla scrittura con un approccio critico e con un percorso ragionato così composto e forte, non ha un che di anacronistico rispetto al dilettantismo dilagante?

Perché dice anacronistico? Beh, potremmo aggiungere anche Gilda Policastro, ho pubblicato anche lei. Ne abbiamo già dette tre e mi sembrano tre pezzi da novanta. Io mi sento rassicurato dal punto di vista della critica con loro, con caratteristiche tutte diverse peraltro. E questo mi permette di darti una notizia in anteprima, una chicca. Chiudo con la programmazione dei libri di poesia prima. Allora, con Milano Bookcity facciamo i due nuovi libri: Jacopo Raimonda che è un giovane che scrive poesia in prosa, sulla linea di prosa in prosa del gruppo gammm, che adesso si è sciolto (ormai tutti quelli del gruppo gammm sono cinquantenni, da Zaffarano, Bortolotti, Andrea Inglese, Andrea Raos, Marco Giovenale); questo ha trent’anni e forse è quello che si ricollega di più a Giampiero Neri, che ha novant’anni e che ha fatto di prosa in prosa in Italia il genere. Neri è tuttora operativo ed è uscito da Garzanti con il libro precedente al mio,siamo compagni di collana. Poi è sempre bene non pubblicarsi nelle proprie collane, è sempre bene che ci siano altri che ti pubblicano.

Alcuni la ritengono un’azione importante di critica culturale che l’autore fa nei confronti di un contesto che non ha interesse a offrire una collocazione a un certo tipo di proposte. E chiaramente non stiamo parlando dell’ennesimo romanzo che poi trova sfogo nella piattaforma di self publishing

Guarda, io da questo punto di vista ho sempre avuto un atteggiamento molto… Io amo molto la piccola editoria (questo si capisce dalle scelte che ho fatto), però sono anche convinto che per potersi affermare e potersi far leggere in modo ampio occorra ogni tanto uscire con la grande editoria. Per cui ho sempre giocato su due tavoli, perché ho pubblicato tre raccolte da Guanda, due da Donzelli, due da Interlinea ma allo stesso tempo il grosso della mia produzione, i libri più importanti, sono usciti da Mondadori, ne Lo Specchio, negli ultimi 25 anni. E riuscire a scrivere dopo aver pubblicato L’Oscar riassuntivo non è stato facile. Per me la piccola editoria e la grande editoria si tengono nel senso che svolgono ruoli diversi. A me piace molto l’editoria di ricerca e inevitabilmente non può essere altro che piccola editoria. Ora il prossimo progetto che mi hai fatto venire in mente tu quando hai sottolineato delle scrittrici poetesse, con forte coté critico (e abbiamo citato la Policastro, la Crocco…), è di fare una collana di saggistica volta anche a questi autori giovani che sono anche dei critici. Attualmente l’editore, Interlinea, vorrebbe mettere delle solide basi e chiedeva a me se avevo un libro nuovo di saggistica io per inaugurare la collana. E io ce l’ho nel senso che non ho mai fatto un mio libro con i miei scritti di poetica e ce ne sono parecchi. Adesso stiamo studiandola, la collana, ma se il progetto va in porto dovrebbe aprirsi con questo Scritti di poetica e più un titolo che ancora non ho ma che verrà. Da qui vorrei pubblicare il libro della Policastro. Poi ci sono altre idee: c’è una cosa molto variegata di Gianluca D’Andrea, mai entrato nei quaderni che hanno la deadline della data di nascita, inevitabilmente. E l’editore, ha i diritti degli scritti critici di un autore come Sebastiano Vassalli in catalogo, mai pubblicati. Dunque, potremmo inaugurare la collana così e poi a seguire mettere questi autori giovani. Questo non l’ho mai detto a nessuno perché la stiamo ancora studiando. Ma non so se l’editore lo vorrà fare.

Che poetiche si possono rintracciare al momento nel panorama contemporaneo?

Nel Novecento, la definizione più chiara l’ha data Luciano Anceschi: “La riflessione che gli artisti e i poeti compiono sul proprio fare, indicandone i sistemi tecnici e le norme operative, le moralità e gli ideali”. Io sono un anceschiano convinto. Non è una domandina semplice. Direi che ancora viva, visto che tu stai parlando con me, e io ho fatto una nota finale dentro La linea del cielo, entro cui io mostro come le mie radici poetiche siano anzitutto saldamente legate ai miei maestri lombardi (Sereni, Erba…) e poi come la mia Linea Lombarda si intersechi con una cosiddetta Linea Appenninica. “I sistemi tecnici e norme operative” per me rimangono legate all’officina di poetica di Linea Lombarda, però “moralità e ideali” trovano maggiore consonanza con una “Linea Appenninica” che se vogliamo parte addirittura dalla Trieste di Saba, giunge alla Bologna di Pasolini e poi attraverso la Perugia di Penna arriva alla Roma di Bertolucci e Bellezza. E questa per me è la base, poi ho costruito altro. Per me la poetica è qualcosa che deve essere lì perché fa parte del tuo background più intimo, oltre che l’aspetto tecnico che per un poeta è fondamentale. Ci tengo molto a questo punto. Esiste proprio una consistenza morale nelle cose e la consistenza morale, l’etica, è qualcosa che viene dall’interno e si consustanzia poi alle parole, visto che siamo scrittori, ma che deve essere sentita sennò suona falsa.

Quindi senz’altro questa poetica in autori più giovani la riconosco. Poi esiste una poetica neo-orfica che ha continuato, se vogliamo rimanere agli autori miei coetanei, quello che ha rimesso in moto il neo-orfismo in Italia è stato Milo De Angelis, poi ce ne sono altri. C’è stato un coté mito-modernista con Giuseppe Conte. Questi sono già tre esempi di poetica, perché De Angelis ha fatto scuola. E poi questo mito-modernismo contiano, che in qualche modo secondo me si è esaurito subito e non è una linea di poetica che personalmente prediligo o approvo, però ne constato l’esistenza. Poi tutto quello che riguarda l’aspetto neoavanguardia. Non si può negare che sia esistita una poetica neoavanguardista con Sanguineti e Balestrini. Sto parlando a grandi linee. Tutto questo ha prodotto degli epigoni: Gabriele Frasca viene da quel crogiuolo e anche tanti più giovani, come quelli di prosa in prosa, di cui ti ho fatto i nomi prima, fondamentalmente si rifanno a questa poetica, poi ciascuno… perché poi vedi la poetica è come un gioco di scatole cinesi.

Si può rintracciare una poetica in ogni tipo di esperienza di scrittura? E che cosa è la banalità in poesia?

La prima domanda, se si può rintracciare ovunque una poetica: sì, solo che in molti casi è rimasticata, è la poetica di qualcun altro. È rimasticata perché non c’è una sufficiente forza personale e quindi tu tra le righe leggi il modello a cui questo si sta ispirando (è lo stesso discorso delle poetiche di gruppo). La banalità è tutto ciò che ci circonda. Tutto è banale quando diventa seriale. E quindi anche la scrittura. In filologia noi parliamo di sostrato. Bisogna stare molto attenti perché la cultura è certo conoscere un paio di lingue classiche, due o tre lingue moderne, meglio se quattro, conoscere le filologie, le etimologie… Tutto questo è importante e necessario per essere uno scrittore e un poeta vero, ma non basta. Nel senso che tutto questo fa “i sistemi tecnici e le norme operative”. “Le moralità e gli ideali” sono un’altra cosa. Le può avere anche il contadino e l’analfabeta che ha un rapporto con il vivere, con l’ideale, con se stesso. Ha un rapporto di costruzione. “Le moralità e gli ideali” dice Anceschi, al plurale, che possono variare molto di persona in persona. Se non ci sono queste cose, nel primo caso, uno che abbia solo sistemi tecnici e norme operative è un versificatore, ma non è un poeta, e ce ne sono tanti, anche bravi, anche molto colti. Invece magari qualcuno è meno colto: Saba però aveva davvero qualcosa da dire ed è riuscito a dirlo.

Che cosa pensa delle forme nuove di poesia, ad esempio la poesia su Instagram, la slam, la poesia in strada; e in che modo queste forme coniugano, a suo parere, la banalità?

Io dico che la banalità c’è sempre stata, è sempre stata in agguato, anche al tempo di Petrarca, al tempo di Leopardi. Sono assolutamente favorevole a tutte le forme di manifestazione artistica che hanno a che fare con le nuove tecnologie, perché le nuove tecnologie mettono a disposizione strumenti che prima non c’erano e quindi è sacrosanto che un giovane si cimenti e magari ottenga dei risultati. Poi alla fine, dal tempo di Saffo a quello di Petrarca, a quello di Leopardi a oggi, ciò che conta sarà il testo, che resta. E su quello ti valuterò. Non io. Ti si valuterà in seguito. Se quel testo resta ha senso o se era un artifizio. C’è sempre stata l’arte sotto forma di artifizio, sotto forma di girandola, cioè un’arte minore, un’arte del momento, un’arte d’intrattenimento, e io non la disprezzo per niente però non è destinata a restare.

Quindi c’è ancora la possibilità di affermare un approccio critico forte? Cioè, che senso ha fare critica adesso?

No, anzi, mai come in questo momento c’è bisogno di fare critica. È chiaro che le nuove tecnologie rappresentano delle sfide enormi, quindi occorre secondo me che la critica affini sempre più le proprie armi, conosca veramente le nuove tecnologie, le frequenti, si sporchi le mani e poi però sappia valutare. Naturalmente non dimenticando mai che la critica è giusto che sia in dialogo con le critiche, con gli autori, perché critica e poeta devono valutarsi costantemente. Poi però c’è qualcun altro che è il filosofo dell’estetica che valuta questo dialogo tra critica e poetica e poi tira le somme. A volte negli ultimi decenni si è svalutato questo rapporto tra critica e poetica con questa necessità che l’estetica poi valuti questo rapporto e ne faccia filosofia e lo trasformi in filosofia. Si è molto svalutato perché lo si è sostituito con una più generica teoria della letteratura, che sembra bonne a tout faire. E questa teoria delle letteratura generica ti fa perdere di vista, soprattutto se sei giovane e se non hai le spalle ben coperte, l’importanza del dialogo costante che ci deve essere tra autore e critico, cioè tra critica e poetica e l’importanza che ci sia la filosofia che legge questo dialogo e lo interpreta filosoficamente.

Quanto è importante che le varie realtà poetiche si parlino tra di loro?

Tantissimo.

Ma non lo fanno.

Tantissimo, ma non lo fanno. Io invece ho sempre operato affinché lo facciano, perché alcuni poeti anziani della mia età e anche più anziani finiscono con l’avere degli accoliti, cioè a dire, sostenere promuovere autori che ti imitano. Io invece ho sempre pubblicato anche autori che sono al contrario di me. Io ho pubblicato anche Giovenale, voglio dire, siamo completamente diversi; ho pubblicato autori, basti veder l’elenco dei Quaderni, appartenenti a modi di pensare diversi dal mio proprio, perché invece il mio atteggiamento è in questo totalmente cattolico, cioè apro all’universo intero. Poi è chiaro che lo dico solo in senso etimologico che sono cattolico.

Secondo te ci troviamo in un periodo favorevole per quello che riguarda il pubblico della poesia?

Credo che il pubblico persegua la facilità. È chiaro che il romanziere alla moda piuttosto che il cantautore abbiano più possibilità di accesso al pubblico, però poi sulle antologie scolastiche, non nell’immediato, dopo 50 anni, restano i poeti. Oggi se tu devi insegnare a un diciassettenne di oggi, per cui il Novecento era come per me l’Ottocento, prendi Il porto sepolto di Ungaretti, 1916, prendi Diario d’Algeria di Sereni, 1947, gli fai leggere questi due libri di poesie: ecco. La poesia vince sempre sul lungo tempo, sul lunghissimo tempo.

Anche a livello commerciale.

Certo. Se uno vuole il successo commerciale immediato deve fare un’altra cosa.

L'articolo Sull’editoria di poesia contemporanea – #4: Franco Buffoni proviene da Minima et Moralia.

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Contro Berardinelli quando dice che la poesia italiana è morta https://minimaetmoralia.it/poesia/contro-berardinelli-quando-dice-che-la-poesia-italiana-e-morta/ https://minimaetmoralia.it/poesia/contro-berardinelli-quando-dice-che-la-poesia-italiana-e-morta/#comments Thu, 16 Jul 2015 06:37:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27843 Qualche giorno fa sul Foglio Alfonso Berardinelli commentava la chiusura della storica collana di poesia Lo specchio affermando che in Italia c’è una crisi strutturale della poesia. Ospitiamo questo intervento di Gilda Policastro, ringraziando l’autrice. di Gilda Policastro Alfonso Berardinelli ha sempre pensato all’avanguardia come a un partito politico di maggioranza, con la forza di […]

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Qualche giorno fa sul Foglio Alfonso Berardinelli commentava la chiusura della storica collana di poesia Lo specchio affermando che in Italia c’è una crisi strutturale della poesia. Ospitiamo questo intervento di Gilda Policastro, ringraziando l’autrice.

di Gilda Policastro

Alfonso Berardinelli ha sempre pensato all’avanguardia come a un partito politico di maggioranza, con la forza di imporre una sorta di anticanone e il destino di non riuscire a reggere la contraddizione tra la presa di potere e l’ambizione rivoluzionaria: pena la rinuncia a uno dei due, il potere (ossia la diffusione, la circolazione) o la rivoluzione (il rinnovamento, il sabotaggio del noto e del vieto). L’altra cosa che Berardinelli non ha mai compreso è la gratuità dell’operazione neoavanguardista, ma soprattutto dei suoi derivati o postumi, dal Gruppo 93 alle aree di ricerca attuali, anzi, in qualche modo l’autocondanna programmatica alla minoranza. Quella tra leggibilità (l’orientamento verso le masse di lettori) e illeggibilità (la presunta esclusiva attenzione ai pochi iniziati) è una questione che Manganelli si pose già alla fine degli anni Sessanta, quando nell’articolo La letteratura come mafia spiegò come la leggibilità andasse intesa quale «lievemente patologica mancanza di ironia». E, soprattutto, come quella programmatica affidabilità coltivata dagli scrittori tradizionali non fosse altro che rinuncia ad averci nuovi lettori, ma soprattutto a partorire nuove opere: «quei libri faticosi, sbagliati, in cui si nasconde una esperienza intellettuale inedita, il trauma notturno e immedicabile di una nascita». Neoavanguardia, Novissimi: nel nome, già, qualcosa che non c’era, e da allora in poi sì, almeno negli auspici del «racket degli illeggibili», ancora con Manganelli. Sapere bene come scrivere male, ad esempio, col noto paradosso stavolta sanguinetiano. Ma, al contrario, riprendere a scrivere nel deprecato (sempre dal racket, s’intende) poetese, per Alfonso Berardinelli sarebbe ancora utile o possibile o necessario? E lo sa Berardinelli che chi ha venti o trent’anni si forma su Sereni o Caproni non meno che su Pagliarani e Balestrini, finanche nei corsi universitari? Sa che quando pensa all’avanguardia come a un partito politico dell’arte non dice nulla a chi scrive poesia oggi, perché chi scrive poesia oggi (o ne pratica, con assunto ancora una volta sanguinetiano) si forma su tutte le arti, non solo sulla rima cuore-amore? Detto questo, chiuda lo Specchio, sì, e anche la Bianca (pure se non si vede come questo c’azzecchi con le avanguardie, dal momento che non è indubbiamente quella, con qualche vistosa eccezione, la strada per cui sono passate e meno che mai passano oggidì): è proprio guardando alle ultime generazioni e alle nuove scritture che si capisce come per nessuno dei poeti attuali possano più rappresentare un riferimento. Si leggono libri pubblicati da collane fuori mercato o di nicchia, ma, soprattutto, si legge poesia nella rete: è lì che si travalicano gli angusti confini delle letterine nostrane, perché il grande merito dell’avanguardia, mentore Arbasino, è stato quello di aver riaperto le frontiere, obbligando gli scrittori a confrontarsi con quanto succedeva fuori. Fuori d’Italia, e fuori dal recinto protetto dei generi: la miglior collana letteraria dell’ultimo decennio si chiama Fuoriformato, la ospitava Le Lettere (oggi ha traslocato presso L’Orma) e ha pubblicato Vittorio Reta, Patrizia Vicinelli, Gabriele Frasca, Luigi Di Ruscio. Poeti. Prosatori. Autori di testi irregolari, non codificabili secondo i criteri tradizionali (racket di “nuovi” illeggibili?) Ma poi non ha resistito alla mancanza di distribuzione, mentre in libreria continua a sbancare una narrativa di consumo e di genere che non ha alcuna rilevanza letteraria e meno che mai linguistica: «che sia lingua e non penna», commendava il saggio sul Trattamento del materiale verbale nei testi della nuova avanguardia, mentre se apro Maurizio de Giovanni, campione di vendite, trovo il trattamento di materiali del tipo seguente: «Livia sorseggia il caffè, come cercando le parole giuste. Falco assaporò invece il profumo che emanava da lei, un’essenza selvatica e pungente». Questo è sapere male come scrivere bene (sed male) e la poesia, caro Berardinelli, serve, abbiamo detto, esattamente al contrario: forse se i grandi editori, invece di chiudere collane, si accorgessero di questo, passeremmo dagli eterni funerali di ciò che non siamo, ciò che non vogliamo a un revival di nuove, immedicabili nascite.

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Contro il polemismo. Per la critica come mediazione. https://minimaetmoralia.it/editoria/contro-i-polemisti-per-i-mediatori/ https://minimaetmoralia.it/editoria/contro-i-polemisti-per-i-mediatori/#comments Sun, 01 Jun 2014 08:32:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21123 Nelle ultime due settimane si è parlato un bel po' di narrativa italiana, tra di noi dico. C'è stata un'articolata polemica – molti di voi lo sanno – innescata da un articolo di Franco Cordelli: "La palude degli scrittori"; in cui Cordelli prendeva come bersaglio critico la prosa di due autori che hanno un buon riconoscimento critico come Giorgio Vasta e Giorgio Falco, per poi fare una mappatura molto personale della nuova letteratura italiana, che comprendeva 71 nomi divisi per categorie varie, da vitalisti a novisti, passando per moderati e conservatori.

A Cordelli hanno risposto, sul Corriere della Sera, Gilda Policastro, Paolo Sortino, Raffaella Silvestri, Andrea Di Consoli e Gabriele Pedullà (qui l'ultimo intervento e i link agli altri); su altri luoghi (giornali, blog, facebook) da Luigi Mascheroni a Renato Minore a Andrea Cortellessa a Alfonso Berardinelli a decine di altre persone.

L'articolo Contro il polemismo. Per la critica come mediazione. proviene da Minima et Moralia.

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Nelle ultime due settimane si è parlato un bel po’ di narrativa italiana, tra di noi dico. C’è stata un’articolata polemica – molti di voi lo sanno – innescata da un articolo di Franco Cordelli: “La palude degli scrittori”; in cui Cordelli prendeva come bersaglio critico la prosa di due autori che hanno un buon riconoscimento critico come Giorgio Vasta e Giorgio Falco, per poi fare una mappatura molto personale della nuova letteratura italiana, che comprendeva 71 nomi divisi per categorie varie, da vitalisti a novisti, passando per moderati e conservatori.

A Cordelli hanno risposto, sul Corriere della Sera, Gilda Policastro, Paolo Sortino, Raffaella Silvestri, Andrea Di Consoli e Gabriele Pedullà (qui l’ultimo intervento e i link agli altri); su altri luoghi (giornali, blog, facebook) da Luigi Mascheroni a Renato Minore a Andrea Cortellessa a Alfonso Berardinelli a decine di altre persone.

In questi stessi giorni è uscita, la cita lo stesso articolo di Cordelli, per L’Orma Editore una voluminosa antologia di scrittori italiani che s’intitola La terra della prosa, è curata da Andrea Cortellessa, comprende brani scelti e schede critiche di 30 autori che hanno esordito dal 1999 in poi, ed è l’aggiornamento/allargamento di un lavoro uscito un paio di anni fa che s’intitolava Scrittori degli anni zero.
Il mio nome è inserito in entrambi i cataloghi – questo lo dico non per vanto ma per chiarire il punto di vista da cui parlo – anche se, in entrambi i casi sono posizionato “un po’ di traverso”. Per Cordelli sono uno dei dissidenti; per Cortellessa sono uno scrittore discontinuo: promettenti i racconti, assai meno convincente il romanzo.

Comunque tutto il dibattito generato da Cordelli, quest’attenzione critica, una persona poco esperta di queste robe, potrebbe pensare, sia una boccata d’aria fresca per l’anossico ambiente della critica: finalmente il giudizio sui libri, gli autori, gli stili non viene lasciato appannaggio delle segnalazioni, dei promotori, delle classifiche… Di questa Terra della prosa chissà quante copie si venderanno!… E invece: una persona poco esperta di queste cose, un lettore volenteroso che però poco sa intercettare le voci più interessanti della narrativa italiana, uno studente ventenne che vuole capire qual è il contesto in cui agiscono gli scrittori migliori in Italia, uno scrittore esordiente che cerca di confrontarsi con qualche genere di influenza, in realtà da questa serie di articoli (ultimo quello che state leggendo, probabilmente: qui il link ouroborico) non troverebbe nessun elemento utile. Anzi, si troverebbe invischiato, suo malgrado, in una delle modalità più ricorrenti e vischiose in cui si discute in Italia di libri tra critici: la polemica.

L’articolo di Cordelli in questo senso ha una colpa originaria: a detta del suo stesso autore, il suo giudizio è ipersoggettivo, “a vanvera”, idiosincratico. Questo modo di fare non è usuale per Cordelli: sono un assiduo lettore dei suoi pezzi sulla narrativa straniera per il Corriere, e sono al contrario spesso costruiti in modo argomentativamente impeccabile. Invece qui Cordelli elegge la sua sensibilità a sismografo e stronca in modo liquidatorio la scrittura di Vasta e quella di Falco. Il pretesto sono tre, quattro citazioni di passi non eccelsi dei due: nel caso di Falco, delle immagini poco felici tratte da La gemella H; nel caso di Vasta, addirittura dei passaggi della recensione che ha scritto del libro dello stesso Falco. Non ci vuole nemmeno un avvocato d’ufficio per capire come questo modo di fare critica è, per lo meno, ingeneroso, se non intellettualmente assai disonesto. I procedimenti induttivi devono portare molte prove a proprio carico, altrimenti il rischio – come in questo caso – è di trovare solo quello che si cerca.

Ho letto tutto quello che hanno pubblicato Vasta e Falco – i libri intendo – e leggo spesso i loro articoli. Li trovo tra i migliori scrittori italiani, e tra gli intellettuali più intelligenti con cui confrontarsi: la qualità di ciò che scrivono è sempre alta, le ambizioni che si pongono sorprendenti, il rigore critico indubbio. Questo non vuol dire che siano privi di difetti. Anche io, dopo aver amato Pausa caffè e L’ubicazione del bene, ho trovato La gemella H un romanzo faticoso – lo stile associativo di Falco, i lunghi periodi ipotattici, le scene costruite per immagini, il discorso indiretto libero usato come una sorta di lingua cerebrale, invece che crearmi un effetto magnetico, mi hanno spesso reso impermeabili le pagine della Gemella H: cercavo una struttura narrativa forte che invece sfuggiva, cercavo di respirare tra un flusso verbale e l’altro, ma venivo di frequente soffocato dalla densità eccessiva, oppressiva di Falco. Ma questo ugualmente non può non farmi concludere che La gemella H sia uno dei libri italiani più significativi degli ultimi anni, sia per l’immaginario che Falco utilizza sia per il controllo che imprime allo stile, sia per la sfida che pone rispetto al racconto della storia. E sarebbe stupido per uno scrittore italiano decidere di non misurarsi con questo romanzo, e sicuramente non smetterò di farlo.

Ora, recensire invece la recensione di Cordelli della recensione di Vasta a Falco può sembrare un’esercizio di falloforia. Ma può essere invece utile proprio perché quella recensione non ha convinto neanche me. Si capisce che La gemella H è piaciuto moltissimo a Giorgio Vasta, e credo che il tentativo di restituire quest’entusiasmo ha finito per ingolfare in una serie di immagini troppo cariche il suo giudizio. Penso anche che sia vero che alle volte, negli articoli di giornale, Vasta usi un tono iperbolico, un’aggettivazione talmente inedita da opacizzare alle volte la comprensione di quello che vuole dire – ma questi sono vezzi, e quale critico/scrittore non ne ha? (Soltanto nel pezzo che state leggendo, potreste fare a gara a trovarne). E dall’altra parte però mi vengono pochissimi nomi che al pari di Giorgio Vasta in questi anni, in Italia, abbiano così profondamente cercato di scomporre i dispositivi linguistici e narrativi della prosa contemporanea, con una rara capacità di dedicarsi alle forme della scrittura, che sia di un esordiente – la recente recensione di Garigliano, per dire – o a un classico – il meraviglioso breve saggio che introduce  Oltre il giardino di Jerzy Koszinski. Al tempo stesso, Il tempo materiale e anche il minore Spaesamento sono due libri, anche qui, inaggirabili per chiunque voglia avere un’idea anche vaga di cosa vuol dire fare letteratura oggi in Italia. Non riconoscerlo, è un errore nemmeno di analisi, ma di percezione.

Ora, va bene, ma che senso ha questa – anche scomposta, e debole – difesa dei due Giorgi? Vale quella di Pedullà o Policastro per il lavoro di Cortellessa, altro bersaglio polemico di Cordelli? Non sto per caso confermando il sospetto di Cordelli che ci siano delle cordate, delle tribù le chiama, e che io quindi difenda il loro lavoro per questioni di appartenenza? TQ contro maestri? No, e questo è un punto essenziale che vorrei chiarire.

Una delle ambizioni migliori di quell’esperienza complicata che è stata TQ – un’ambizione forse fallita ma tant’è – era di pensare che si potesse creare, anche in modo informale, anche in modo pattivo, una sorta di codice etico per i critici italiani. Di questo codice avrebbero dovuto far parte accorgimenti apparentemente scontati come il rifiuto delle marchette, ma anche una serie di buone pratiche. La questione era semplice: nel contesto dell’editoria che privilegia sempre più l’aspetto pubblicitario, come garantirsi un’autorevolezza? Come essere utili e credibili in quanto intellettuali? Una risposta per me altrettanto semplice stava nel metodo: la critica deve essere innanzitutto chiara.

Mentre intorno a noi abbiamo visto l’università sgretolarsi, l’impegno di chi ha fatto della sua formazione umanistica, della sua capacità d’interpretazione dei testi, la sua ragion d’essere, non può esimersi oggi, nell’Italia degli analfabeti di ritorno, dalla sfida di allargare il pubblico dei riceventi. Per questo un critico è obbligato, secondo me, a citare e in modo articolato ciò che sta recensendo, è obbligato a non essere autoreferenziale, è obbligato a scrivere per un contesto che comprenda il più possibile i riferimenti che sta usando. Quando, per fare un esempio esplicito, Cordelli scrive: “Alla lettura di Falco ero arrivato sull’onda di una stampa a lui molto favorevole, nell’ambito di una circoscrizione che per comodità diremo d’«avanguardia»”, a chi si riferisce? Io, che conosco personalmente Cordelli posso immaginarlo. Ma non sono solo io il destinatario di quest’articolo, e del resto nemmeno io voglio immaginarlo, ma voglio capirlo, voglio vedere se questa categoria, “d’avanguardia” regge, voglio conoscere i testi che avvalorano questo giudizio, voglio bibliografia… Altrimenti, questo è un cattivo servizio al lettore. E sembra semplicemente un messaggio triangolato rivolto a qualche critico, per cui si usa un giornale come pretesto, un dire a nuora perché suocera intenda.

È ovvio che il lettore debba fare la sua parte, ma è altrettanto indispensabile per me che chi scrive sui giornali si renda conto che quel lavoro di mediazione che veniva in genere svolto dall’università oggi è carente. Per questo non sono convinto né dal contenuto né dalla forma della totalità degli articoli usciti in risposta a Cordelli, e questo non per spocchia. Stimo, per citare solo i primi, Gilda Policastro come studiosa, o allo stesso modo penso che Paolo Sortino scriva benissimo, ma: i loro articoli non sono chiari. Come non sono convinto, anche qui stimando gli autori, del pezzo di Renato Minore, né dell’intervista che Prudenzano ha fatto a Cortellessa, né del retroscenismo pure umanissimo di Alfonso Berardinelli, né dell’intervento finalmente politico di Pedullà…

Perché non sono convinto? Perché in tutti questi pezzi, ancora, non si parla di libri, non si discute se quello scrittore è bravo a scrivere le descrizioni e quell’altro i dialoghi, non si impara un nome in più che si possa compulsare la prossima volta in libreria, non si mettono a confronto le diverse influenze che le tradizioni italiane hanno portato nella scena della narrativa italiana, etc… Per me, da scrittore, da critico, o da lettore, questo tipo di critica serve veramente a poco. A schierarsi, forse. Stai con Cordelli o contro Cordelli? Stai con Repubblica, e quindi de facto non puoi rispondere a una polemica innescata dal Corriere, e dall’altra parte devi difendere Vasta & Falco, firme di Repubblica; oppure stai col Corriere, e quindi non puoi esprimere le tue perplessità sull’idea di far intervenire Raffaella Silvestri, seconda classificata di Masterpiece, edita da Bompiani (RCS), nel giro delle repliche a Cordelli?

Del resto mi serve ancora a meno, se non a animare venti minuti di una cena in cui langue la conversazione, il catalogo a 71 fatto da Cordelli: una tassonomia talmente arbitraria da farla assomigliare a quella degli animali che Borges piazza nella sua Enciclopedia cinese o quella con cui Bolaño nei Detective selvaggi esaurisce, per bocca di Ernesto San Epifanio, l’analisi della poesia moderna: finocchioni, finocchie, finocchietti, pazze, busoni, velate, ninfi e fileni…

Invece di questo tipo di articoli, non si potrebbe discutere nel merito dei testi, anche ferocemente? Non si potrebbe confrontare riga per riga il modo in cui viene usata la terza persona da X o da Y? Non si potrebbe analizzare, attraverso dei semplici programmini, la logodiversità di testi contemporanei? Non si potrebbe vedere in che modo per esempio alcune tecniche cosiddette sperimentali vengano utilizzate da Z o da K? Non si potrebbe analizzare in modo puntuale, come ha fatto Francesco Longo per esempio qui, l’enorme lavoro antologico fatto da Cortellessa? Il suo canone anti-narrativo ha senso o pecca di eccessiva parzialità?

In questo modo si riuscirebbe a non esaurire queste polemiche al loro fiammeggiare per qualche giorno e poi spegnersi, ma si avrebbe la possibilità di riscoprire testi bellissimi come quella Democrazia magica di Franco Cordelli, uscito per Einaudi nel 1997 e meritoriamente ripubblicato da Fandango nel 2012, così come i libri di Policastro, Sortino, Pedullà, Berardinelli etc… I lettori penserebbero, e giustamente, che gli scrittori e i critici sono interessati a quel gigantesco specchio deformato del mondo che è la scrittura, e non a trovarsi la lanugine ognuno nell’ombelico dell’altro.

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