Ginevra Lamberti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ginevra-lamberti/ un blog di approfondimento culturale Wed, 10 Apr 2024 09:55:15 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Ginevra Lamberti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ginevra-lamberti/ 32 32 Cronache da Nordest #5. “Il pozzo vale più del tempo” di Ginevra Lamberti https://minimaetmoralia.it/libri/cronache-da-nordest-5-il-pozzo-vale-piu-del-tempo-di-ginevra-lamberti/ https://minimaetmoralia.it/libri/cronache-da-nordest-5-il-pozzo-vale-piu-del-tempo-di-ginevra-lamberti/#respond Wed, 10 Apr 2024 09:55:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53621 Cigola la carrucola del pozzo, l’acqua sale alla luce e vi si fonde. Eugenio Montale, Cigola la carrucola del pozzo Là où ça parle, ça jouit, et ça sait rien[1]. Jacques Lacan Dalia è in cura con altri due bambini in un precario ambulatorio, seguiti dalle infermiere Elena ed Erica, che usano medicinali scaduti e […]

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Cigola la carrucola del pozzo,
l’acqua sale alla luce e vi si fonde.
Eugenio Montale, Cigola la carrucola del pozzo

Là où ça parle, ça jouit, et ça sait rien[1].
Jacques Lacan

Dalia è in cura con altri due bambini in un precario ambulatorio, seguiti dalle infermiere Elena ed Erica, che usano medicinali scaduti e strumenti scarsi e in cattive condizioni. È ciò che resta dell’assistenza sanitaria in un Veneto dilaniato e offeso, spopolato, vittima dell’innalzamento delle temperature, e in cui i ricchi si sono rifugiato nella città del Santo, entro spesse mura e invalicabili.

Dalia ha poi diciotto anni e decide di abbandonare la Valle Scura, attraversare la Foresta come le ha insegnato la ex maestra Fioranna, e cercare il Villaggio dei pozzi, dove verrà accolta da un gruppo di persone che forma una comunità dal sapore antico.

Nel villaggio, tra il macellaio e cavadenti Biagio, la solitaria abitatrice dell’albergo di nome Orsola, una cartomante che predice il presente, e altri personaggi di varia umanità, Dalia troverà, in una catabasi tanto immaginata quanto reale, le parole per farsi racconto.

Premessa

Nel 1919 Freud abbandona temporaneamente la stesura dell’opera nella quale completa e supera le precedenti posizioni sulla pulsione, Al di là del principio di piacere che vedrà la luce nella seconda metà del1920, per dedicarsi a un progetto che era rimasto a lungo nel cassetto: Das Unheimlich, Il perturbante.

Il saggio, abbastanza breve, è diviso in tre parti. Nella prima si concentra l’analisi più propriamente linguistica, che funge poi da stimolo e guida per quanto leggiamo dopo, in ottica sia estetica sia psicoanalitica. Il saggio percorre, come dice l’autore, la strada inversa a quanto accaduto nell’indagine, che prima aveva individuato alcuni casi di perturbante e poi aveva trovato conferma dal punto di vista linguistico.

Dalla prima parte apprendiamo che non esiste in italiano, come in molte altre lingue, una traduzione fedele del termine unheimlich (di volta in volta: inquietante, pauroso, sinistro, ecc.), e che nella lingua tedesca il termine è evidentemente costruito come negazione (grazie al prefisso un-) di heimlich che vale a indicare sia ciò che ci è familiare, domestico, intimo; sia ciò che viene tenuto nascosto allo sguardo, alla vista. Freud osserva che unhemilich, nell’uso corrente, vale come contrario soltanto della prima accezione, ma avverte, sulla scorta di un frammento di Schelling, che l’indagine mostrerà che il termine heimlich

sviluppa il suo significato in senso ambivalente, fino a coincidere in conclusione col suo contrario: unheimlich. Unheimlich è in certo modo una variante di heimlich[2].

Potremmo dire allora che se c’è un luogo che aiuta a tenere insieme i due significati del termine heimlich, questo luogo è la casa, dove ciascuno, in forme differenti, si costruisce la sensazione di domesticità e familiarità e dove altresì impara a nascondere alcune cose allo sguardo altrui.

Così, potremmo ancora dire, ciò che ci è familiare e teniamo nascosto diventa ipso facto unheimlich per quanti ne sono esclusi, per chi guarda casa nostra da fuori, o ci entra da estraneo.

La conclusione di Freud è che è perturbante quello che, dovendo rimanere nascosto, è invece tornato alla luce cioè, in termini psicoanalitici, ciò che riemerge dalla rimozione. Questa caratteristica è quanto accomuna il perturbante nella vita reale, per ciascuno, a quello nella finzione estetica, la quale può permettersi di abbracciare nella creazione fantastica un ambito molto più ampio rispetto a quanto succeda nella realtà.

Il pozzo

Detto questo, premessa lunga certo, abbiamo una prima chiave per leggere il nuovo romanzo di Ginevra Lamberti, Il pozzo vale più del tempo, uscito per Marsilio e segnalato al Premio Strega 2024; un romanzo che segna il distacco dell’autrice dal genere dell’autofiction sotto il quale possiamo sussumere i primi tre libri, e che salta a piè pari nella pura invenzione fantastica; i legami, che pure esistono, con le ambientazioni familiari – la valle, la laguna, a titolo di esempio – il sono lasciati coscientemente vaghi: vi si allude come a luoghi leggendari.

Il perturbante domina questa storia fin dalle prime battute, sia per l’immaginario che Lamberti escogita, sia per la processione sintattica e architettonica del testo, che pare procedere con un movimento a spirale: avanti e indietro, e a fondo delle cose, come fosse, il romanzo, chiamato a scavare nella storia qualcosa di simile al pozzo che fa da soglia iniziale e invita il lettore a curiosare dentro la stanza dei bambini.

Prima di stabilire di chi sia stata la colpa, bisogna considerare che la malinconia è nata nella stanza dei bambini. Strisciata fuori dalla porta, si è fatta strada fino a nascondersi nel pozzo.
Nella stanza ci sono tre letti. Sono occupati da due bambine di otto anni e un bambino di tre.

Valle Scura è un luogo ormai scarsamente abitato e chi ci vive è arrivato da poco, muovendo dallo spopolamento di pianura e laguna e occupando le case lasciate libere dai vecchi abitanti, scomparsi, chissà dove, chissà come. Ovunque terra incolta, case abbandonate, capannoni fatiscenti e fabbriche mute preda di erbe infestanti. La ricchezza è l’acqua, in un tempo in cui le temperature si sono alzate e continuano ad aumentare, e in cui si alternano mesi secchi ad altri in cui il cielo si copre, il buio domina, l’acqua diluvia e distrugge. La vita, di giorno in giorno e di stagione in stagione, passa nel romanzo scandita dalla differenza di temperatura, come a mostrare un nuovo calendario per ingabbiare questa cosa così umana che è il tempo.

Il racconto popolare

Il pozzo vale più del tempo ha i tratti di un racconto popolare nero e contemporaneo, che mescola il realismo della favola alla struttura di fondo della fiaba, la dinamica del mito a certe atmosfere del romanzo gotico. C’è l’aiutante saggia, quasi maga, Fioranna, che insegna a Dalia cose importanti come leggere, scrivere e raccontare e che dà il via alla missione. C’è il bosco, che adesso è foresta e che Dalia è chiamata ad attraversare, anche se non è indeterminato e lontano; è un luogo preciso, materiale, fatto di alberi che si possono nominare:

C’è ancora qualcuno che si ricorda di quando la foresta si chiamava bosco. Era una distesa di abeti, con il pino mugo grondante di neve. Le palme, allora, non erano una novità assoluta. […] I cipressi si erano lasciati andare così come gli abeti, ma resisteva qualche roverella, qualche noce, qualche appezzamento di castagni più anziani e più forti. Anche acacie, carpini, faggi e frassini non volevano saperne di scomparire. Resistevano e ormai da tempo ave­vano fatto conoscenza con i cespugli di capperi aggrappati alle rocce e il blu profondo dei convolvoli.

C’è il viaggio e l’incontro con gente diversa, perché come dice il rabdomante Vittorio “ci si definisce quando s’incontra l’altro”; non ci sono animali parlanti, né oggetti magici, ma esiste un castello con la sua principessa, Orsola, a cui Dalia farà da dama di compagnia; ed esiste un orco, Biagio, che fa il macellaio e il cavadenti, per il bene della comunità, ma che inquieta a dir poco per tutto quello che tiene nascosto; a lui, Dalia, farà fin da subito l’assistente: imparerà a scuoiare, sfilettare, preparare. Altri ancora saranno i legami, che la ragazza magra e grigia come un topo saprà instaurare, con personaggi esemplari ed eccentrici: Olmo, l’Orbo, Pasquale e il Professore, che insieme formano il gruppo degli Anabattisti.

Il male esiste e accade, ovunque e in ogni tempo. Ama ripetersi, travestirsi, ma ama anche seminare falsi indizi, mostrare vivo ciò che è morto e viceversa. Il male ama nascondersi. Quando agisce alla luce del sole, quanto erompe e dilania, chiunque è preso dal terrore, e decide se fuggire o se reagire. Ci sono però zone di mezzo, umbratili, boschive, in cui i contorni si fanno meno netti ed è difficile darne ragione. Sono luoghi e tempi in cui dai pozzi – vicino ai quali i bambini hanno assoluto divieto di giocare – pare uscire, insieme all’acqua, anche qualcosa che appartiene al passato, che sa di leggenda nera, di donne bruciate nel rogo e di uomini che mangiavano davvero i bambini. Racconti buoni solo a spaventare, forse; o esempi del perpetuo farsi del male, lunga biografia che ora potrebbe avere voglia di un nuovo capitolo? Cosa c’è davvero in mezzo a tutte quelle cianfrusaglie, in mezzo ai coltelli lordi, agli avanzi di cibo, cosa tra la sozzura rivoltante, e cos’è quella cosa che assomiglia a un dito?

Ma soprattutto, dove vanno a finire i bambini?

Il gioco delle storie

Fin da subito, dalla sua forzata permanenza nell’ambulatorio perché è andata contro un trattore e si è rotta il naso, mentre divide la sua stanza con una bambina muta perché ha la faccia ingabbiata da una maschera di ferro, e un bambino muto perché soporoso, Dalia scopre grazie il potere delle storie. Che racconta e che le vengono raccontate. Il pozzo vale più del tempo è anche una lunga formazione narrativa, che passa per Fioranna, per gli Anabattisti, per lettere che arrivano all’albergo, per i racconti di Orsola, e che fornisce alla bambina e alla ragazza gli strumenti per decifrare il mondo.

Là dentro la bambina aveva scoperto che i libri erano oggetti parlanti. […] Nei giorni in cui Fioranna le insegnava prima le lettere e poi come metter­le insieme, Dalia non si era neanche accorta che ascoltan­do imparava a raccontare. Raccontare era come un giocat­tolo che nessuno ti poteva portare via.

Il villaggio aveva così appreso di avere una chiesa in più, e nell’apprenderlo gioiva. Ma di tutto questo, i nuovi abitanti non sapevano nulla, e se qualcuno sapeva non raccontava, e non raccontando era come se non sapesse.

«La vedo molto provata, Dalia cara, molto provata. Forse dovrebbe parlare con Clara e aumentare la dose dei calmanti. Lasci stare gli smalti, venga qua, le racconto una storia. Le piacciono ancora le storie della laguna?»

«Mi piacciono molto, sembrano non finire mai.»

«In un certo senso è proprio così.

Attraverso Dalia, Lamberti ricorda a ciascuno di noi lettori che il libro non è solo un oggetto, ma è un luogo vivo dove, nella dinamica nascosto/emerso, possiamo far accadere, per poi appropriarcene, la magia del raccontare, che è, come abbiamo visto, un altro modo di dire sapere. Soprattutto cosa fare quando un futuro che nessuno aveva predetto o previsto, accade, si fa presente e feroce è il presentimento che davvero, quando qualcosa risale dai pozzi profondi che non hanno tempo, si fa evidente l’illusione di essere padroni a casa nostra.

Intervista a Ginevra Lamberti

Questo è il tuo quarto romanzo e apre a una nuova direzione, o nuove domande; nelle tre opere precedenti hai raccontato qualcosa che sta, per tempi e spazi, vicino a te, e per genere, in quella che si va chiamando autofiction. Ora invece spingi lo sguardo autoriale verso il futuro e verso una forma più pura di invenzione narrativa. Era un passaggio inevitabile?

Era un passaggio cercato e desiderato. Fare riferimento all’inevitabilità mi sembrerebbe una forma di deresponsabilizzazione e forse mi metterebbe anche un po’ di angoscia. L’inevitabile è qualcosa che cade dall’alto e ci vede inermi. Costruire una storia, invece, che contenga elementi autobiografici o che si spinga nel territorio della più selvaggia finzione, è una pratica che – seppure spinta da un’urgenza, o se vogliamo da un istinto – risponde a una volontà progettuale.

Nel romanzo la scansione degli eventi è, certo, data da alcune indicazioni temporali che accomodano il lettore lungo l’asse cronologico di Dalia, la vera protagonista della narrazione. Ma oltre, lo scorrere del tempo come ore e come giornate è scandito dalle variazioni della temperatura esterna. Si può dire che in questo romanzo hai voluto pensare a un modo dell’esistenza per l’essere umano in cui tornerà in primo piano un rapporto fisico e di dipendenza con l’ambiente, inteso come elemento fisico ostacolante, inteso come clima, inteso come ciclo stagionale ecc.? Un rapporto meno mediato, più naturale, se questo ha ancora un senso come aggettivo?

Il pozzo vale più del tempo ha a che fare, più che con un futuro ipotetico, con il presente che non vogliamo vedere. A meno di non considerare la – comunque nutrita – fascia di popolazione che vive in uno stato di povertà assoluta, nel cosiddetto occidente economico è ancora possibile fingere che il sistema non stia collassando. Ma la realtà della migrazione climatica di milioni di persone è già presente. Le vaste aree private di un sistema infrastrutturale, di sanità e di istruzione a causa di guerre e conflitti è già presente. L’assenza prolungata di piogge alternata a bombe d’acqua e l’innalzarsi delle temperature, sono già presenti.

Nel romanzo si allude a un’idea di comunità che rimanda a una visione che ci ha contraddistinti dalle origini, ma che poi è andata svilendosi, soprattutto nell’ipercontemporaneità. Mi riferisco a un’idea di gruppo ristretto, in cui ciascuno si sente chiamato ad assumere un ruolo e a fare certe cose innanzitutto per il bene del gruppo stesso. Divisione dei compiti e finalità collettiva. Penso ad esempio al macellaio che è anche cavadenti, perché nessun altro lo fa. È uno scenario questo che immagini come risultante dell’attuale stato di solitudine, di iperconnessione lontana da ogni reale comunicazione ed empatia?

È uno scenario che immagino come frutto di uno stato di necessità. Non volevo restituire un quadro apologetico della comunità chiusa che ritrova il senso delle cose attraverso il recupero di antichi valori. Perché, come Margaret Atwood ha eloquentemente narrato ne Il racconto dell’ancella, il concetto di antichi valori è stato ed è tuttora troppo spesso strumentalizzato da ideologie conservatrici e reazionarie. Ho immaginato il muoversi, aggregarsi e autodeterminarsi di persone non legate da vincoli biologici che provano a ricreare un tessuto sociale regolato da norme condivise, ma non chiuso e non strettamente gerarchizzato.

Il romanzo ha una sorta di rumore di fondo che dapprincipio è poco più di un’eco, una allusione, e che mano a mano cresce e si fa fragore. Lo definirei come l’accadere del perturbante, che si propaga progressivamente nella comunità che è andata formandosi e nella quale Dalia entra non da ospite ma da vera artefice. Quale tipo di male hai voluto far emergere dall’intreccio degli eventi?

Dicevamo un attimo fa che il tessuto sociale in cui Dalia inizia a muoversi e a crescere è caratterizzato dalla ricerca della “non chiusura” e del superamento delle gerarchie intese come esercizio di potere. Ecco, credo che nello svolgersi delle vicende di Dalia e di tutti i personaggi che la circondano, aiutano o assediano, le ombre e le oscurità si manifestino di pari passo con la chiusura e con l’avidità post-capitalista di chi desidera solo mangiare. Perché mangiare è consumare e il consumo di risorse e persone non è la risposta a un bisogno, è l’affermazione di una forma di superiorità padronale.

Il romanzo è anche una lunga considerazione, in termini narrativo, del valore e del ruolo del raccontare storie, cioè nell’intromissione della finzione nella realtà, cioè ancora negli effetti di realtà che le finzioni generano. Lo vediamo in Dalia, ma anche in Orsola, ma anche in Manuel ecc. Possiamo pensare al racconto come a una delle attività umane che salvano, da sempre, per sempre?

Se consideriamo che il racconto non è solo trasmissione di memoria ma è anche trasmissione di conoscenza e dunque corrisponde alla primissima forma di istruzione, dove istruzione – se fosse per tutti, sempre, ovunque – è (sarebbe) distribuzione equa di opportunità e competenze, allora sì. Il racconto è una possibilità di salvezza. Non sono sicura che la stiamo cogliendo.

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[1] lì dove qualcosa parla, qualcosa gode, e non sa nulla di ciò.

[2] Sigmund Freud, Il perturbante, Trad. di Silvano Daniele, in Id., Opere. 9. L’Io e l’Es e altri scritti, 1917-1923, a cura di Cesare Musatti, Bollati Boringhieri, Torino, 1990, p. 87,

 

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Manifesto https://minimaetmoralia.it/letteratura/manifesto/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/manifesto/#respond Tue, 04 May 2021 07:00:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48555 Da pochi giorni è uscito, per Fandango Libri, Manifesto, una raccolta curata da Iacopo Barison e che raccoglie dieci contributi di autori differenti, Iacopo Barison, Jonathan Bazzi, Eleonora C. Caruso, Alessio Forgione, Ilaria Gaspari, Michela Giraud, Ginevra Lamberti, Giacomo Mazzariol, Tutti Fenomeni, ZUZU. Pubblichiamo, ringraziando l’editore e gli autori, l’introduzione di Iacopo Barisonie e uno […]

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Da pochi giorni è uscito, per Fandango Libri, Manifesto, una raccolta curata da Iacopo Barison e che raccoglie dieci contributi di autori differenti, Iacopo Barison, Jonathan Bazzi, Eleonora C. Caruso, Alessio Forgione, Ilaria Gaspari, Michela Giraud, Ginevra Lamberti, Giacomo Mazzariol, Tutti Fenomeni, ZUZU. Pubblichiamo, ringraziando l’editore e gli autori, l’introduzione di Iacopo Barisonie e uno stralcio del racconto di Ginevra Lamberti.

Introduzione

Questa raccolta antologica riunisce sotto lo stesso tetto dieci esseri umani nati fra il 1985 e il 1999. Il libro prevede un mix di contributi dalle diverse forme (narrativa classica, racconto in versi, racconto illustrato e personal essay) con lo scopo di coinvolgere i nomi più interessanti di una generazione che le griglie dei sociologi definiscono “millennial”. Nomi che attraverso la loro poetica hanno saputo raccontarla.

Ci siamo chiesti: di chi si parlerà tantissimo fra qualche anno? E così abbiamo proposto questo progetto ad autori e autrici che avessero un futuro davanti, il presente intorno e un passato dietro le spalle.

(Si tratta pur sempre di una selezione, e come tutte le selezioni non può che essere parziale.)

Quindi?

Un manifesto implica per forza una rottura – o almeno una presa di distanze – nei confronti di quanto c’è stato prima. Che non significa non rispettarlo. Non esserci cresciuto insieme. Non doverlo ringraziare per ciò che ha significato.

Grazie di tutto, a tutti.

Eppure…

Il problema che impedisce agli autori italiani di narrare il nostro tempo è che nessuno si impegna a narrare il nostro tempo. O almeno questo era vero prima che alcuni intrepidi ci provassero. Un gruppo di poeti e navigatori – non certo di santi – che al di là dei meriti letterari ha tentato di raccontare, semplicemente, quello che lo circondava.

Scoprire una terra nuova significava, anche e soprattutto, esplorare quella vecchia.

Eravamo dentro gli anni 2000 da un pezzo, ma l’Italia era ancora rimasta al secolo precedente. Questo è stato il vero millennium bug: non riuscire a togliersi di dosso il fardello del ’900. Molta letteratura italiana è ancora novecentesca adesso, nel 2021.

Da qui l’idea del Manifesto.

Abbiamo radunato autori e autrici che condividessero questa visione. Persone in grado di inventare qualcosa di nuovo (anche in altri settori, come la musica, i fumetti e la stand-up comedy) oppure che hanno reinventato qualcosa di conosciuto.

Le parole d’ordine? Io, qui, adesso.

Descrivere ciò che abbiamo vicino come se fosse un’isola da scoprire.

Un panorama inedito che si ingrandisce dietro il cannocchiale.

Una sorpresa che pensavamo già di conoscere.

Per orientarsi c’è Google Maps con le mie recensioni. C’è un bar in cui ci porta Jonathan Bazzi, nella zona di Porta Venezia a Milano, dove con 12 euro, a volte 16, puoi sgusciare via da te stessa. Ma c’è anche l’app che dovrebbe favorire le buone abitudini di Eleonora C. Caruso, l’incontro fra due ragazzi nato più dalla noia che dal fascino che ci racconta Alessio Forgione, la sfida forse persa in partenza di coltivare pomodori a Parigi lanciata da Ilaria Gaspari. C’è il monologo di Michela Giraud che spiega come stia vivendo un periodo difficile dal 1987, un muro gonfio e scuro nella camera da letto di un Airbnb gestito da Ginevra Lamberti e un sogno pazzesco in cui si addentra Giacomo Mazzariol. C’è una filastrocca che parla di Roma, Gerusalemme e Alessandria cantata da Tutti Fenomeni. E infine c’è una bambina disegnata da ZUZU che beve acqua e zucchero, mentre per la prima volta chiama le paturnie, appunto, con questo nome.

Iacopo Barison

Ginevra Lamberti

Il segreto del mio successo

Loro

Vi capita mai di stare fermi in un punto mentre tutti si muovono e voler gridare battendo i pugni su una superficie solida finché non rimane solo il silenzio? A me sì, spesso.

Dicono che sia caratteriale. Un’altra cosa che dicono è che si tratti di un problema di malfunzionamento del cervello. Questa è un’argomentazione di quelli che non sanno stare da soli per giustificare il fatto che non sanno stare da soli. Il problema è che, a un certo punto della storia dell’umanità – non saprei bene quale perché non sono un’esperta di storia dell’umanità –, quelli che non sanno stare da soli hanno preso le redini del comando e adesso vogliono che stiamo sempre tutti in compagnia. La cosa ha raggiunto un livello così strutturato che è in pratica ufficiale che se stai bene da solo è perché ti malfunziona il cervello. Io però non sono ancora proprio del tutto scema e, con quella che potremmo definire arte certosina, fin dalla prima infanzia ho elaborato delle tecniche per fare finta. Posso assicurare che funziona. Ti scoprono solo i più svegli, ma i più svegli in genere hanno altro da fare che dar fastidio a te.

Il lavoro #1

Stare da sola però non è una cosa che ho voglia di fare proprio sempre al cento per cento. Il fatto è che non so più distinguere i momenti in cui vorrei stare da sola da quelli che no perché non riesco a starci mai, da anni, forse da sempre. La chiamano densità di popolazione negli agglomerati urbani, e poi crisi degli alloggi, e anche crisi economica. La chiamano in molti modi diversi per dare una spiegazione tecnica a quello che succede nella vita di chi non può permettersi di vivere senza nessuno tra i piedi. Da quattordici anni vivo in case sovraffollate situate in città sovraffollate e faccio lavori sovraffollati. Ci sono molti modi anche per definire i diversi tipi di lavoro a disposizione nella società, che può essere a tempo determinato o indeterminato, a chiamata, a collaborazione occasionale, a progetto, part time (verticale oppure orizzontale), full time, impiegatizio, operaio, dinamico, a contatto col pubblico, manageriale, dirigenziale, sanitario, di coordinamento, di accudimento, educativo, precario, sicuro, sicuro per finta, tutto quello che volete, possiamo parlarne per l’eternità, ma io del lavoro so che sono vere solo due cose. La prima è che il lavoro è tutto a contatto col pubblico, quindi è tutto sovraffollato. Che siano cento clienti che pestano i piedi per entrare in un locale di grido, dodici anziani che strillano perché la demenza gli ha mangiato metà cervello, ventotto bambini con alle spalle cinquantasei genitori e dio solo sa quanti nonni, gente a capo di uffici, reparti, studi e redazioni, colleghe e colleghi. C’è in giro tanta di quella gente che l’idea di fare un lavoro in beata solitudine non è – fidatevi – contemplabile. Ma la cosa più importante e risolutiva che so del lavoro è anche quella di cui è molto importante non parlare in giro, ossia che il lavoro non esiste più da un pezzo.

Io – come dicevo – è fin dalla più tenera età che mi adopero per passare inosservata e quindi, anche sul fronte del lavoro, ho sempre fatto quello che andava fatto, fingendo con esemplare convinzione di credere che il tutto fosse reale, o anche solo verosimile.

Il lavoro #2

Tutte le cose sacrosante di cui sto parlando hanno avuto un’ulteriore validazione pochi giorni fa, in uno di quei giorni in cui ho telefonato al segreto del mio successo affinché venisse a salvarmi il culo. Il segreto del mio successo è l’idraulico. Questo perché io faccio la casa-sitter e fare la casa-sitter prevede due possibili formule. La prima è badare alle case della gente ricca quando è via e vuole assicurarsi che la posta non si accumuli, le piante non muoiano, le stanze prendano un po’ d’aria e non si verifichino furti con scasso. Questa prima formula è la mia preferita poiché permette di sostare sui divani altrui, con gli acari come unica compagnia. Inoltre, nelle case dei ricchi di questa città c’è quasi sempre un giardino, e nel giardino quasi sempre ci sono delle tartarughe con cui intrattenersi porgendogli foglie di lattuga croccante. Mi riferiscono che in molti coglierebbero una simile occasione per indire cene galanti e serate con amici, ma io – come si sarà forse capito – non ne ho la minima intenzione e onde non esser tacciata di asocialità affermo che le tartarughe si stressano e se si stressano muoiono e se muoiono perdo il lavoro. Il rischio della perdita del lavoro è l’unico argomento valido per evitare le situazioni conviviali. La scusa vale sia in effettiva presenza di tartarughe che no.

La seconda formula prevede la gestione dell’affitto turistico degli immobili in assenza di proprietari, che è più remunerativa ma anche più seccante. Dal momento che aumentano le persone coinvolte nell’equazione, aumentano, invariabilmente, anche i problemi. In genere non si tratta di niente di più di qualcuno che rompe qualcosa o che non riesce ad accendere qualcos’altro.

L’altro giorno – per dire – stavo aspettando questa coppia di giovani appena atterrati dagli Stati Uniti. Molto graziosi, bionda lei biondo lui, capelli lunghi lei capelli corti lui, sportivi ma curati, affaticati ma eleganti e tutto quell’insieme di attitudini un po’ marchio Giochi Preziosi che ricorda l’avvento delle plastiche nei consumi di massa. Ascoltano le spiegazioni, domandano, appuntano, prendono le chiavi e ringraziano. Io pure ringrazio, saluto e mi allontano con grandi falcate verso il resto della giornata, che prevede essenzialmente un aperitivo con una collega scrittrice di passaggio in città. Questo perché l’altro mio lavoro è scrivere, ma non posso considerarlo un lavoro neanche nei periodi dell’anno in cui i due mestieri sovrapposti constano di dodici-quattordici ore di operatività al giorno. Ciò accade per più di un motivo. Il primo è che non so se è possibile chiamare lavoro niente che non mi possa permettere di pagare affitto, bollette, spesa al discount e ticket sanitari per i protocolli di prevenzione medica. Il secondo è che – come già detto – il lavoro in realtà non esiste più da un pezzo neanche nei settori della concretezza, figurarsi in quelli della produzione dei beni immateriali. L’ultimo motivo è che ho troppe poche cose da dire e il fatto stesso di immaginare un insieme di molte cose da dire per molti giorni consecutivi, magari settimane, mesi e anni, mi fa venire il terrore da sovraffollamento di cui sopra. Forse niente è più sovraffollato della testa quando ci si infilano tante parole, specie se vengono infilate là dentro a calci per pagare una bolletta in più, o un pacco di pasta da abbinare a una confezione di pesto Eccellenza, marchio di punta del discount.

A ogni modo ero atterrita all’idea che gli amici plastici fermassero la mia corsa di animale sociale lanciato a bomba verso un prosecco, ma non è accaduto. Questa mia collega di passaggio era la prima volta che la vedevo fuori dal computer, e mi pare che ci siamo trovate bene, forse perché portiamo entrambe la frangia, non saprei. So invece che, proprio nell’istante in cui mi approcciavo al secondo bicchiere di bianco frizzantino, gli amici plastici mi hanno scritto chiedendomi “ma secondo te, è normale che dal muro della camera escano fiotti d’acqua?”.

No, non è normale

Come forse non è normale che io non senta una spinta non dico forte, ma almeno percepibile, verso la costruzione di una carriera e/o di una famiglia intesa non solo come unione tra due individui, ma anche come unione tra due individui che decidono di crearne dal niente un terzo e poi magari un quarto. Forse non è normale che io non mi senta parte di qualcosa di più grande, abbracciata da un orgoglio di classe (ma quale classe?) o di categoria (ma quale categoria?) o almeno generazionale (ma cosa vorrà poi dire, generazione?). Ho scoperto di recente che forse questo malessere deriva dalla mancanza di soft skills. L’ho letto da qualche parte e non ho davvero capito a cosa ci si riferisse, ma dopo aver ragionato bene ho concluso che la soft skill per eccellenza dev’essere la convinzione, e che magari faccio ancora in tempo a recuperarla con qualche corso dell’Unione europea. Era un po’ tutto questo ciò che avrei voluto illustrare ai miei nuovi amici statunitensi, dopo averli raggiunti di corsa, mentre insieme osservavamo i rivoli che scendevano copiosi da un muro già gonfio e scuro. Invece ho detto loro: vado un attimo a fare una telefonata. E sono uscita a chiamare l’idraulico.

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Curare la vita scrivendo della fine https://minimaetmoralia.it/libri/curare-la-vita-scrivendo-della-fine/ https://minimaetmoralia.it/libri/curare-la-vita-scrivendo-della-fine/#respond Wed, 05 Feb 2020 07:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42303 di Anna Toscano

Si può cominciare dalla fine, che è un poco come finire dall’inizio, quando tra l’inizio e la fine la storia che viene narrata è una storia senza tempo, che cambia sempre ma non smette mai. È quella storia che porta tutti prima o poi a porci delle domande, evitando accuratamente di darci delle risposte e, col passare del tempo a dimenticarci la questione, ad arginarla, congelarla, a volte di soprassalto la questione ci sveglia ma la scacciamo subito.

Alcuni scrittori, quella storia, talvolta la mettono in mezzo, girandoci in tondo, guardandola da lontano, facendola sgusciare tra le righe, alcuni la mettono su un tavolo della cucina, in una camera ammobiliata, in una macchina schiantata addosso a un albero, altri, invece, come fa Ginevra Lamberti, quella storia la guardano in faccia, le parlano, interloquiscono.

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1fine

di Anna Toscano

Si può cominciare dalla fine, che è un poco come finire dall’inizio, quando tra l’inizio e la fine la storia che viene narrata è una storia senza tempo, che cambia sempre ma non smette mai. È quella storia che porta tutti prima o poi a porci delle domande, evitando accuratamente di darci delle risposte e, col passare del tempo a dimenticarci la questione, ad arginarla, congelarla, a volte di soprassalto la questione ci sveglia ma la scacciamo subito.

Alcuni scrittori, quella storia, talvolta la mettono in mezzo, girandoci in tondo, guardandola da lontano, facendola sgusciare tra le righe, alcuni la mettono su un tavolo della cucina, in una camera ammobiliata, in una macchina schiantata addosso a un albero, altri, invece, come fa Ginevra Lamberti, quella storia la guardano in faccia, le parlano, interloquiscono.

“Perché comincio dalla fine”, l’ultimo libro di Lamberti (in libreria per Marsilio), è un romanzo dalle numerose voci: è la voce di “Io, Ginevra” e quella di molte trovate per caso o cercate con ostinazione. Le voci divengono personaggi, molti incontri, molti dialoghi, di quelli a due seduti a parlare di qualcosa che accomuna. È un romanzo anche di numerosi luoghi: case, principalmente la casa di Lamberti con il suo passare di “pellegrini globali”, uffici, palestra, locali, sullo sfondo spesso Venezia. I tempi, i tempi sono il presente e dei viaggi rapidi andata e ritorno nel passato.

Voci, personaggi, luoghi e tempi sono amalgamati e legati dalla vicenda che viene narrata, dall’argomento, che è la fine: dove stare dopo. La morte, il trapasso, l’andare, senza tornare, l’aldilà, di ciò si occupano tutte le persone che “Io, Ginevra,” incontra o va a scovare appositamente. Appaiono, tra gli altri, in ordine sparso, una tanatoesteta, architetti del settore, scrittori, filosofi, professionisti del settore funerario.

Con la morte c’è la vita, e parlare tanto della morte in questo romanzo è come darle una giusta posizione, non nasconderla sempre sotto il tappeto, non voltare la faccia dall’altra parte, ma parlarne assicura di sapere dove sia e come sia, anche come potrebbe essere volendolo. La domanda di tutti non è come e dove vorrò essere quando non avrò più vita, ma chi e come si occuperà di tutto ciò dato che non lo farò io di persona.

È un libro che parla di presenza e di assenza, di come bloccare l’istante, il vivo istante, per perdurarlo e sconfiggere l’assenza in una continuo essere qualcosa, come confessa Simona Pedicini raccontando la sua tanatoprassi: “Si tratta dell’assurda presunzione di bloccare l’istante, di sottratte al trascorrere del tempo chi comunque per me ancora è, anche se diversamente da come siamo noi, e poi lasciarlo andare, perché è giusto che ognuno segua la propria strada”.

È un libro sul disagio dei trentenni oggi, che a suon di camere in affitto condivise, sgabuzzini presentati come castelli, garage senza riscaldamento e lavatrici avveniristiche si domandano se almeno un loculo, alla fine, lo avranno, ma nel frattempo cercano di interagire con il presente dei loculi per vivi e dei loculi per non più vivi, sbarcando, come si suol dire, il lunario con le affittanze: “ Prima di procedere col punto principale del paragrafo, ovvero un quadro, ovvero il quadro, volevo dire che questa potrebbe essere interpretata come la narrazione di una situazione frustrante che fotografa alla perfezione il disagio dei trentenni oggi, ma il fatto è che a me fare le pulizie tutto sommato piace. Nello specifico mi piace avere a che fare con gli oggetti inanimati rispetto ai quali posso considerare di avere responsabilità limitate. A volte mi piace andare a prendere la gente, che è una cosa in contraddizione con la predilezione per gli oggetti inanimati, ma tutto sommato un’altra cosa che mi piace fare è variare”.

Ginevra Lamberti parte dalla morte per tornare alla vita, perché ricordarsi della morte, collocarla in un luogo fisico o ovunque, darle corpo o cenere o trasformarla in diamante, è parlare dell’esistenza, prendersi cura della vita, di ciò che è vivo. E lo fa con schiettezza e molto ironia in questo libro, a volte è caustica altre quasi tenera, accarezza la morte e talvolta la spolvera, come si farebbe con una urna. Lo fa con la scrittura, che è il suo strumento creativo, accarezza e schiaffeggia con le parole e con la sintassi, lo fa per amore della fine e per il desiderio di guardare avanti, al dopo: “Ho però un sistema di blocco collegato alla paura che la scrittura, così come qualsiasi altra forma di espressione creativa, abbia un potenziale proiettivo privo di utilità pratica. Ovvero la scrittura al pari di qualsiasi altra forma di espressione creativa, mettendo insieme logica e astrazione, può aiutarci a vedere cosa succederà un passo avanti sulla linea temporale così come noi la percepiamo, ma non può aiutarci a cambiare l’inevitabile. Questo mi deprime, e scoraggia, ma è comunque molto meglio di quando avevo paura che fosse la scrittura in sé a far succedere le cose, perlopiù tremende”.

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La questione più che altro https://minimaetmoralia.it/estratti/la-questione-piu-che-altro-ginevra-lamberti/ https://minimaetmoralia.it/estratti/la-questione-piu-che-altro-ginevra-lamberti/#comments Tue, 27 Oct 2015 07:33:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28852 Pubblichiamo un estratto da La questione più che altro, romanzo d’esordio di Ginevra Lamberti in libreria per nottetempo. Ringraziamo l’autrice e l’editore. (Immagine: Senza titolo di Margherita Morgantin) di Ginevra Lamberti La valle Oggi mi sono alzata dal letto, ho aperto la porta di casa, sono uscita di casa, fuori di casa c’era la valle […]

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Pubblichiamo un estratto da La questione più che altro, romanzo d’esordio di Ginevra Lamberti in libreria per nottetempo. Ringraziamo l’autrice e l’editore. (Immagine: Senza titolo di Margherita Morgantin)

di Ginevra Lamberti

La valle

Oggi mi sono alzata dal letto, ho aperto la porta di casa, sono uscita di casa, fuori di casa c’era la valle dove vivo. La valle dove vivo ha dei difetti oggettivi, tipo quello di essere permeata dalla morte civile, ma a parte questo è un posto esteticamente pregevole. Allora ho dato un bello sguardo panoramico, e pensato che ho bisogno di recuperare concentrazione, di studiare, di rivalutare piani e priorità e in ultima analisi di mettere il broncio arbitrario al mondo, confidando che il mondo accorrerà a comperarmi delle caramelle. Allo stato attuale delle cose, mancano diciannove giorni a Natale, venticinque a Capodanno, qualcosa di piú e di ancora imprecisato all’ultimo esame, quello che sta lí e mi guarda da due comodi anni e mezzo fuori corso. La questione che mi mette in difficoltà è piú che altro che stare parcheggiata nella valle dove vivo alla lunga annoia di noia mortale.

Il lavoro

#1

Oggi mi sono alzata dal letto, ho aperto la porta di camera mia, fuori dalla camera c’erano foto di donne nude e una vasta raccolta in cd della Musica di Dio. Ho aperto la finestra del terrazzo e inspirato tutta la salsa di soia che il take away thailandese sotto casa aveva da offrire. Intorno al terrazzo c’era Venezia Mestre, che forse sarebbe piú appropriato chiamare Mestre e basta. Oggi mi sono alzata dal letto e fuori dal letto c’era il mio primo giorno di lavoro.

Il lavoro al call center ti fa sentire un giovane del tuo tempo. Qualche anno fa ha avuto un momento di breve ma intensa esposizione mediatica, attorno gli si è creata un’aura da Vietnam tale per cui, se ci lavoravi, eri un guerriero. Il lavoro al call center in quanto argomento di conversazione è caduto in disuso, ma in quanto lavoro-lavoro esiste ancora, cosí tu puoi andarci in santa pace e alle stesse condizioni di prima, senza che nessuno faccia dell’opinionismo sulle cose private dei co.co.pro.

Il mio è a suo modo un posto accogliente. Si trova in una zona industriale a quaranta minuti di autobus da Mestre e basta. Una volta giunti alla fermata, la via piú rapida per arrivarci è attraversare la pancia di un centro commerciale, fermarsi a prendere il caffè da una signora che sta nell’esatto mezzo della pancia, attraversare il parcheggio fuoristante e suonare il campanello tre volte, cosí sanno che sei della famiglia e ti aprono. Il parcheggio fuoristante il centro commerciale ha la caratteristica di esalare in modo perenne vapori di catrame versato da operai a petto nudo.

Per accedere al lavoro di call center bisogna partecipare a una formazione non retribuita. I miei superiori prossimi venturi sono Team Leader Uno, Team Leader Due, Team Leader Tre e la Psicologa.

Team Leader Uno è il poliziotto cattivo. Segnata da un’adolescenza fatta di emarginazione e angherie subite, dopo aver aspettato per anni il momento migliore per avere il suo riscatto, ha intuito che quel momento era la crisi. Team Leader Due è il poliziotto buono e, in un’altra era geologica, da grande voleva fare l’alternativa. Team Leader Tre è il ragazzo con la camicia pulita e i capelli in ordine che le mamme vorrebbero per genero. Come spesso accade in questi casi, sotto alla camicia pulita nasconde praterie di tatuaggi e nel passato una giovinezza da metallaro. La Psicologa è la persona che si occupa delle risorse umane nella loro fase d’ingresso.

Oggi è stata una giornata interessante. Ci siamo seduti intorno a un tavolo e la Psicologa ci ha raccontato delle parabole. La prima era la parabola della Ragazza con gli scrupoli. La Ragazza con gli scrupoli era una brava operatrice outbound (per amor di chiarezza si precisa che gli operatori outbound sono coloro che si occupano delle chiamate in uscita). La Ragazza con gli scrupoli che era una brava operatrice outbound, ogniqualvolta cercava di fare un contratto a un anziano, nel momento in cui dal codice fiscale ne capiva la data di nascita, veniva presa da visioni di suo nonno che la guardava contrito e scuoteva il capo. A quel punto provava a distogliere l’attenzione dal volto che aveva accompagnato la sua infanzia, ma quello continuava con lo scuotimento e ripeteva come una litania tremante ricordati che potrei essere io. In seguito a questo vorticare di idee complesse che in realtà nella sua testa si svolgeva in pochi secondi, la Ragazza con gli scrupoli veniva colta dal panico e chiudeva la chiamata. Grazie all’intervento dei suoi superiori, la Ragazza con gli scrupoli è riuscita a superare il blocco con degli incontri motivazionali. Pare infatti che i dirigenti dell’azienda siano coach esperti di un insieme di tecniche, le quali sono raccolte anche in vari manuali, utili a spiegare come dentro di te ci sia la forza per convincere i tuoi interlocutori del fatto che ciò che dici è la sacrosanta verità.

Mentre ci racconta le parabole, la Psicologa è graziosa e curata in tutti i modi del fare e del parlare, ma a volte si distrae e la faccia le si trasfigura in qualcosa che sono abbastanza sicura di aver visto in una puntata di X-Files. In questa puntata di X-Files c’era un mostro che sembrava umano e invece sotto la pelle finta aveva una natura di alieno bianco e molliccio. Amava mangiare i cervelli delle persone e per frenarsi andava agli incontri degli alcolisti anonimi.

Una volta all’anno, i collaboratori a progetto del call center sono invitati ad assistere ai seminari motivazionali tenuti dai dirigenti. La Psicologa dice che sono bellissimi.

In questo nuovo lavoro, quel che andrò a fare è, con l’ausilio di una postazione computer, una cuffia e un auricolare, chiamare esercenti commerciali e/o fornitori di servizi e/o liberi professionisti di vario genere e spiegare loro che abbonarsi al nostro spazio pubblicitario è la cosa migliore che possano fare nella vita. La Psicologa precisa che non saremo mai abbandonati, che la nostra è una formazione continua e che la vendita è emozione. In uno dei momenti in cui non si trasfigura in Alien perché somatizza la tensione in un movimento a scatti del ginocchio destro, dice che non dobbiamo preoccuparci del rendimento in quanto la persona viene valutata a trecentosessanta gradi. Segue la parabola del Ragazzo cui non è bastata la bravura. Il Ragazzo cui non è bastata la bravura chiudeva dieci contratti puliti al giorno, ma (sospiro) aveva un atteggiamento totalmente al di fuori delle logiche aziendali (occhi al cielo). Dunque, è stato accompagnato in un percorso di uscita dall’azienda (punto). Poi ripete che la vendita è emozione, e io penso che dev’essere necessariamente cosí, perché lei comunque è una psicologa e si occupa di zone del cervello.

La seconda parte della formazione consiste nelle prove di ascolto. In questo frangente i novizi si siedono accanto ai veterani in doppia cuffia, e io ho la fortuna di sedere alla destra del Vincente. Il Vincente è uno che fa tanti contratti. Quando chiude il quinto della giornata, Team Leader Uno lo abbraccia, Team Leader Due lo abbraccia, tutti lo abbracciano. Poi telefona a un carpentiere, il carpentiere dapprima si dimostra cortese e interessato a spiegare in cosa consiste il suo lavoro. Quando comprende che stiamo per proporgli un contratto a pagamento, ci comunica con eguale cortesia che a suo modesto avviso siamo la rovina della società. La Psicologa dice che l’unica obiezione cui non sappiamo controbattere è quella su cui siamo d’accordo.

Domani è il mio primo giorno di lavoro attivo.

#2

Oggi ho preso l’autobus, l’autista del turno di mattina è un signore coi baffi e, in quanto tale, si prende delle confidenze. Dopo aver appurato la natura dei miei viaggi e il mio stato civile, ha concluso che non devo scoraggiarmi, perché nella vita c’è sempre la possibilità di trovare un fidanzato ricco. Nei quaranta minuti di tragitto che va da Mestre e basta a questa zona industriale, quello che si vede fuori dal finestrino è perlopiú niente. Questo niente viene a tratti intervallato dall’odio tra il centro urbano di Mestre e basta e il centro urbano di Treviso espresso in forma di scritte sui muri. L’astio reciproco, lungi dal trovare sfogo nella violenza fisica, trova sfogo nel riportare il nome della città avversa accompagnato dal sostantivo aggettivato (o apposizione, non saprei) merda. Dallo studio dei reperti emerge in primo luogo che i giovani writers protagonisti di questa faida si annoiano molto, in secondo luogo che a seguito di numerose notti insonni hanno ritenuto opportuno cambiare per sempre i nomi delle loro città in Mes3 e 3viso.

Scesa dall’autobus, sono passata in mezzo alla pancia del centro commerciale, la signora che vende il caffè sorrideva come sembra faccia sempre, gli operai a petto nudo versavano catrame e tra i vapori sembravano tutti giovani, belli e con gli occhiali da sole. Seduta alla destra del Vincente, ma con cuffia e auricolari miei personali, cerco di carpirne i segreti operativi. Il Vincente ha il pregio dell’insistenza e coi clienti simula interesse emettendo molti AH. Ah, è di Vallescura sull’Arno. Ah, anche la cugina di mia nonna viene da lí. Ah, vende collane, che cosa originale. Ah, le realizza personalizzate, non so come è riuscita ad avere un’idea cosí originale. Ah, pietre dure. Ah, alimentari. Ah, gastronomia. Ah, parcheggio. Ah, giardino. Poi subentra Team Leader Uno che apprezza le metafore esplicative e dice a una signora, signora, cosa vuol dire che per fare il contratto deve chiedere a suo marito? Ma se lei vede un paio di stivali bellissimi in una vetrina, che fa? Li compra o prima ne parla con suo marito? Signora, facciamo una scommessa, lei investe questa cifra irrisoria, poi con il guadagno che le torna ci compra un paio di stivali. Signora, a me dispiace perché ora chiamerò qualcun altro, e i clienti andranno a un suo concorrente. Signora, è questo che pensa di noi? E se è questa la sua idea, se la tenga.

Durante la pausa, che consiste in dieci minuti in cui si gira in senso orario e antiorario la paletta di plastica nel caffè del distributore automatico, la Psicologa ci ha passati in rassegna uno a uno e ci ha comunicato che, essendo la nostra una formazione continua, sabato dalle ore 9:35 alle ore 14:30 circa si sarebbe svolta la Festa Formazione. Trattasi di un momento di formazione ludica che si tiene ogni tre mesi, in questa occasione ci si ritrova tutti assieme e ci si forma ludicamente. La partecipazione è volontaria, non retribuita, caldamente consigliata. Comunque, ha detto la Psicologa, i vostri nominativi li ho già dati. E poi ognuno porta qualcosa da bere o da mangiare. Tu che cosa porti Gaia? Accanto all’elenco dei nomi poggiato sulla scrivania qualcuno ha appuntato che porterà un calzino.

A fine turno ho chiuso un contratto con un lattoniere debole di spirito, quando ho attaccato mi sono trovata un portachiavi promozionale al collo. Team Leader Uno alle mie spalle cantava il jingle del prodotto.

Prenota qui il tuo funerale low cost è il cartello che alla mattina aspetto di vedere per tutto il tragitto in autobus. Alla sera, gli elementi di panorama da guardare fuori dal finestrino riescono a scendere di un gradino sulla scala del niente. L’ampia diffusione di onoranze funebri e gelaterie rende migliori le andate ma, abbassate le saracinesche e ritirati i coni di plastica giganti, fra la casa della vaschetta termica e quella dell’urna cineraria non c’è distinzione. Dall’autobus che attraversa la steppa mestrina si vedono soprattutto vecchie lapidi di cavi Siptel.

 

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