Giordano Bruno Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giordano-bruno/ un blog di approfondimento culturale Wed, 10 Jun 2020 08:41:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giordano Bruno Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giordano-bruno/ 32 32 “Il sapiente furore”: il Giordano Bruno di Michele Ciliberto https://minimaetmoralia.it/letteratura/sapiente-furore-giordano-bruno-michele-ciliberto/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/sapiente-furore-giordano-bruno-michele-ciliberto/#comments Thu, 11 Jun 2020 05:30:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43517 Per avere una minima misura dell'incidenza della vita e delle opere di Giordano Bruno, certo in maniera forse semplicistica ma non per questo meno indicativa, basta considerare la storia del monumento che oggi campeggia a Roma, in Campo de' Fiori, nello stesso luogo in cui avvenne il rogo del filosofo il 17 febbraio del 1600, inaugurato nel 1889. Le vicende di questa statua che rappresenta il Nolano in atteggiamento grave e pensieroso, sono state ricostruite con dovizia di particolari e assoluta precisione storica da Massimo Bucciantini nel suo libro Campo dei fiori. Storia di un monumento maledetto (Einaudi, 2015): nelle complesse vicende legate alla statua si assiste, documenti alla mano, a una vera e propria battaglia tra detrattori e sostenitori non solo delle idee del frate, ma anche di una visione del mondo più libera e senza compromessi con il potere, una lotta che a Bruno costò la perdita della vita.

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Per avere una minima misura dell’incidenza della vita e delle opere di Giordano Bruno, certo in maniera forse semplicistica ma non per questo meno indicativa, basta considerare la storia del monumento che oggi campeggia a Roma, in Campo de’ Fiori, nello stesso luogo in cui avvenne il rogo del filosofo il 17 febbraio del 1600, inaugurato nel 1889. Le vicende di questa statua che rappresenta il Nolano in atteggiamento grave e pensieroso, sono state ricostruite con dovizia di particolari e assoluta precisione storica da Massimo Bucciantini nel suo libro Campo dei fiori. Storia di un monumento maledetto (Einaudi, 2015): nelle complesse vicende legate alla statua si assiste, documenti alla mano, a una vera e propria battaglia tra detrattori e sostenitori non solo delle idee del frate, ma anche di una visione del mondo più libera e senza compromessi con il potere, una lotta che a Bruno costò la perdita della vita.

Da questo singolo episodio si intuisce come l’eredità di Giordano Bruno, seppur con caratteri ogni volta diversi, abbia attraversato con continuità i secoli che ci separano dalla sua morte, non mancando mai di stimolare importanti studiosi (per esempio, sul versante magico, lo storico delle religioni Ioan Peter Culianu, autore del fondamentale Eros e magia nel Rinascimento).

Tra gli studiosi contemporanei più importanti e autorevoli dell’opera di Giordano Bruno c’è sicuramente Michele Ciliberto, autore di molti testi dedicati al filosofo di Nola, dal profilo per Laterza alla monografia per Mondadori Giordano Bruno. Il teatro della vita, fino ai due importanti volumi pubblicati da Storia e Letteratura Pensare per contrari. Disincanto e utopia nel Rinascimento e L’occhio di Atteone. Nuovi studi su Giordano Bruno. Arriva adesso un nuovo libro dello storico dedicato al Nolano, Il sapiente furore. Vita di Giordano Bruno (pubblicato da Adelphi), che prende le mosse dal profilo pubblicato per Mondadori quasi quindici anni fa, per costituirsi però come un libro nuovo. Il sapiente furore, come suggerisce il sottotitolo, si basa su un’interpretazione in chiave biografica della filosofia di Giordano Bruno: «è necessario studiare la vita di Bruno non per un’opzione di carattere letterario o estetico, ma perché questa è la via maestra per poter penetrare in esperienze per le quali la dimensione biografica è la sorgente originaria di intuizioni, visioni, depositatesi poi in testi che oggi si presentano a noi come classici “disincarnati”, “assoluti”».

Questo itinerario di lettura, che Ciliberto nella sua introduzione ricorda essere stata anche la chiave per il suo libro su Machiavelli dello scorso anno, si presta a una lettura differenziata, ma in ogni caso sempre completa e articolata, del libro, che funziona sia come introduzione ai mondi spalancati dall’opera di Bruno, sia come sostanzioso supporto per studiosi che già frequentano sia l’opera del filosofo che quella di Ciliberto. Sembra non essere neanche secondaria la scelta dell’editore Adelphi, nel cui catalogo figurano anche le opere latine di Bruno, di pubblicare il volume direttamente nella collana economica, un invito in più ad addentrarsi in una delle storie più incredibili ed esemplari del Rinascimento, quella di una vittima eccellente dello spirito repressivo che attraversò l’età della Controriforma.

In questo libro, poderoso per mole e contenuti, si segue la vita di Giordano Bruno, la nascita a Nola in una famiglia di origini modeste, la scelta di farsi frate «per poter avere un ruolo nel mondo», la persecuzione dalle chiese di tutta Europa e l’importante considerazione che ebbe la sua opera tra i contemporanei: «quel piccolo uomo ebbe un grande destino, nel bene e nel male, nella gloria e nella disfatta» scrive Ciliberto nella sua introduzione, aggiungendo che «come questo sia stato possibile, resta per vari aspetti ancora da capire». Il carattere ineffabile di Giordano Bruno e la molteplicità dei suoi interessi e dei suoi lavori (filosofici, magici, mnemotecnici, matematici), costringono chi si avvicina alla sua opera con attenzione, estrema competenza e acume, come Ciliberto, a considerare questo lavoro sul filosofo come un continuo work in progress: la folta bibliografia che si ritrova in queste pagine, la molteplicità di punti di vista con cui possono essere lette le opere e la vita sono un esempio dell’essenza inafferrabile di Bruno. Eppure leggendo il libro di Ciliberto, e perdendosi beatamente nei continui riferimenti e nelle numerose ipotesi degli studiosi, al lettore sembrerà pian piano che i contorni di quest’uomo si organizzino davanti ai suoi occhi e parrà, ma solo per un momento e anche grazie all’abilità descrittiva di Ciliberto, di poter toccare con mano i movimenti del suo pensiero e le sue evoluzioni teoriche.

Tra le pagine più trascinanti di questo libro, caratterizzate da un andamento quasi narrativo che si nutre di testimonianze e di ciò che rimane del processo, ci sono quelle che raccontano il capitolo finale della vita di Bruno, dalla prigionia fino alla condanna, momento anche questo segnato da una serie di dubbi, come quello che riguarda le motivazioni che spinsero Bruno a tornare in Italia nonostante i rischi legati alle persecuzioni dell’Inquisizione («evidentemente quando il Nolano tornò in Italia, gli astri erano in una congiunzione nettamente sfavorevole» annota Ciliberto). Il capitolo, che ha il titolo suggestivo Processo, morte (e trasfigurazione), parte dal 1591, dalla situazione eccezionale di Bruno in quel periodo («da una parte, Bruno era convinto di avere nelle mani carte straordinarie e di doversi perciò affrettare a pubblicare tutto quello che aveva già pronto, a cominciare dalle opere magiche […]; dall’altra, viveva in uno stato di solitudine, anzi di vero e proprio isolamento») per poi analizzare le tre denunce del maggio 1592 e il processo che si sarebbe concluso otto anni dopo con il rogo e con le celebri e minacciose parole agli Inquisitori: «Certamente voi proferite questa sentenza contro di me con più timore di quello che io provo nell’accoglierla».

Come sottolinea Ciliberto, nel momento della condanna Bruno cominciò a trasformare la sua sentenza in una grande rappresentazione e a «prendere direttamente in mano la sua morte». Trasferito nel carcere, per otto giorni non diede alcun segno di pentimento e stette «senpre nella sua maledetta ostinatione», anche quando salì sul rogo e morente voltò il viso all’immagine di Cristo crocifisso. Il dimenticato filosofo Giuseppe Rensi ha scritto in La morale come pazzia che il lavoro di Bruno opera per la felicità altrui, ma «quanto più egli è sincero e coraggioso, tanto più largamente vede crescere intorno a sé le inimicizie e gli odii», arrivando a chiedersi, in poche e icastiche parole, la motivazione della sua scelta di morte: «Perché Giordano Bruno ha salito il rogo»? Perché, aggiungiamo, non ha mai preso in considerazione un’abiura come farà una trentina di anni dopo Galilei? Anche questa domanda non può che inserirsi nell’alveo delle ricostruzioni e delle supposizioni («era stata per il Nolano, un decisione difficile, presa sulla base di una valutazione lucidissima dei rapporti forza e di quelli che sarebbero stati gli esiti del processo e la sua vita futura»), ma le parole di Ciliberto che chiudono il volume sono nello stesso tempo il segno dell’amore scientifico e appassionato per il proprio oggetto di studi e il commiato perfetto per una storia eccezionale che è dovere di ognuno conoscere: «mentre le fiamme lo avvolgevano, rifiutando il crocifisso, il Nolano volle mostrare che si può morire in modo diverso da come aveva fatto il figlio di Dio, lamentandosi si essere stato abbandonato dal Padre, e chiedendo che da lui fosse allontanato quel “calice”. Ergendosi al centro della scena, Bruno bevve il “calice” fino in fondo, dimostrando con la sua vita, e anche con la sua morte, di essere, lungo la vicissitudine universale delle sorti e dei destini, il vero Mercurio, il messaggero inviato dagli dèi».

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Uomini e cinghiali: una conversazione tra Goffredo Fofi e Giordano Meacci https://minimaetmoralia.it/interviste/una-conversazione-tra-goffredo-fofi-e-giordano-meacci/ https://minimaetmoralia.it/interviste/una-conversazione-tra-goffredo-fofi-e-giordano-meacci/#comments Fri, 03 Jun 2016 07:28:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31159 Pubblichiamo una conversazione tra Goffredo Fofi e Giordano Meacci apparsa sul numero di maggio della rivista Lo Straniero. Oggi, venerdì 3 giugno, Giordano Meacci, candidato al Premio Strega con Il Cinghiale che uccise Liberty Valance, è ospite della Repubblica delle Idee in una conversazione con Nicola Lagioia sul tema L'amore in cinghialese. L'incontro è alle 23 allo Spazio D del museo Maxxi di Roma: ingresso libero fino a esaurimento posti. Si può prenotare un posto online qui.

di Goffredo Fofi

Il romanzo di Giordano Meacci Il Cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax) è, insieme a quello di Simona Vinci di cui si dice in altra parte della rivista, uno dei rari italiani belli e profondi di questa stagione. Sempre per minimum Meacci ha pubblicato da poco una raccolta di scritti “pedagogici” che parte da Pasolini professore, mentre uno dei bei film recenti, Non essere cattivo, porta il suo nome tra i principali collaboratori del compianto Claudio Caligari. Ma è il romanzo, credo, la sua opera più personale e più pensata, più ambiziosa.

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Pubblichiamo una conversazione tra Goffredo Fofi e Giordano Meacci apparsa sul numero di maggio della rivista Lo Straniero. Oggi, venerdì 3 giugno, Giordano Meacci, candidato al Premio Strega con Il Cinghiale che uccise Liberty Valance, è ospite della Repubblica delle Idee in una conversazione con Nicola Lagioia sul tema L’amore in cinghialese. L’incontro è alle 23 allo Spazio D del museo Maxxi di Roma: ingresso libero fino a esaurimento posti. Si può prenotare un posto online qui. (Fonte immagine)

di Goffredo Fofi

Il romanzo di Giordano Meacci Il Cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax) è, insieme a quello di Simona Vinci di cui si dice in altra parte della rivista, uno dei rari italiani belli e profondi di questa stagione. Sempre per minimum Meacci ha pubblicato da poco una raccolta di scritti “pedagogici” che parte da Pasolini professore, mentre uno dei bei film recenti, Non essere cattivo, porta il suo nome tra i principali collaboratori del compianto Claudio Caligari. Ma è il romanzo, credo, la sua opera più personale e più pensata, più ambiziosa. Un romanzo strano, che racconta un piccolo paese, Corsignano, a cavallo tra Umbria e Toscana, dalle parti del Trasimeno, uno “strapaese” di cui racconta gli abitanti e le loro personali follie, l’incontro e scontro tra i loro caratteri e i loro desideri, in questi anni, alcuni più bizzarri di altri ma tutti molto credibili, ma mettendoli a confronto con un branco di cinghiali braccati dai cacciatori, uno dei quali riesce a capire la lingua degli umani, e li compatisce nel mentre cerca di difendere, da eroe pellerossa di western alla Kociss, da ultimo apache, la sua tribù dal massacro perpetrato dagli umani…

È il mondo di un Cassola riletto da un Faulkner, mi sono detto. Ma partiamo da Corsignano, l’italico micrcosmo in cui ambienti la tua invenzione…

Corsignano è la mia vera ossessione. Tutto nasce nel 2000, quando ho cominciato a immaginare una storia in questo che è la summa dei paesi della mia infanzia. Io sono nato a Roma, a Monteverde Nuovo, ma mio padre viene da Valiano di Montepulciano, Toscana, e mia madre da Piegaro, Umbria. Mio padre è approdato a Roma negli anni cinquanta ma ha continuato ad avere degli amici nel Senese. Io sono nato nel 1971; e per i primi sei anni della mia vita ho passato metà dell’anno tra i luoghi che poi sono diventati Corsignano e la Roma di cui, tuttora, non posso fare a meno. Diviso in due. Corsignano, tra l’altro, è il nome antico di Pienza; e mi piaceva che in questo universo diffratto (non il nostro: un universo parallelo leggermente discosto da qui), potesse esistere un paese – anche se poi ho spostato lo stesso confine tra Toscana e Umbria – che aveva un nome perduto e non un nome inventato.

Hai bisogno di un territorio, di radicare le tue storie in un ambiente preciso, lo stesso bisogno che avevano gli scrittori di una volta, che hanno inventato luoghi diventati poi mitici, come meriterebbe di diventare anche Corsignano… La cosa curiosa è l’aspetto iper-italiano di questa provincia, un paese dell’umile Italia, l’Italia centrale dei contadini, degli artigiani, e dei principi e del rinascimento, una super Italia. Per questo mi è venuto di pensare a Cassola, a Bassani… anche se poi la tua scrittura è totalmente diversa… C’è insomma un bisogno di radici, anche se dopo uno vola, delira, va dove vuole ma poi sente il bisogno di tornare al borgo, alle radici…

Dopo aver vissuto le mille città di Roma mi interessava quel tipo di borgo. Il fatto di ambientare la mia storia tra il 1999 e il 2000 ha un significato, anche se all’inizio anche a me sembrava casuale, legato più ad altri esperimenti letterari privati… Però: interrogandomi, mi sono accorto che è accaduto per la scelta della data quello che è successo per il luogo… Quel tipo di luogo non ci sarà mai più se non nelle reinvenzioni che mi posso regalare; così com’è stata spazzata via l’idea che possa esserci un futuro che è un èsito lineare di quel passato trascorso… Quel tipo di mondo si portava con sé una serie di personaggi che per me bambino erano assai più intriganti dell’interesse che nutrivo, e continuo a nutrire, per il soprannaturale, per i fantasmi… Quei personaggi avevano ognuno una storia e una caratura che mi piaceva sondare e raccontare…

La mia ossessione per i corsivi e per il cambio di suono del dialogato è perché parto dal presupposto che nessuno di noi ha un tono solo, neanche nel corso di una stessa giornata. Rendere questi suoni sulla carta era una sfida; senza fare nessuno sperimentalismo, dovevo tenere a bada il dèmone della pagina nera, non quello della pagina bianca… L’universo circoscritto di Corsignano serviva perché mi dava un lìmite; e perché, come ti ho detto, non fa esattamente parte di questo nostro mondo intorno. Però. Considera che sono “entrato” a Corsignano nell’estate del 2000 e fino al Cinghiale non ne sono uscito mai, pure se ho prodotto un migliaio di pagine…

Sai come nasce il Cinghiale? Nasce perché Giorgio Vasta mi chiese di scrivere per :duepunti un racconto su un animale; ho cominciato a scrivere e a un certo punto il Cinghiale è entrato a Corsignano; e mi sono detto… non finirà mai, non uscirò mai da Corsignano… E ho continuato a scrivere questo racconto anche dopo che la collana di Giorgio non c’era più… Un giorno mi ha chiamato Nicola Lagioia per chiedermi cosa stessi facendo, e io: “Sto finendo il racconto per Giorgio Vasta”. E lui “Ma quale racconto? La collana è finita! Quante pagine hai scritto?” “185 delle mie” (che, per manie private sono di solito il doppio delle cartelle normali). E lì ho capito che era stato un trucco dell’inconscio: perché io avevo portato Corsignano nel racconto credendo di scrivere un racconto; e invece il Cinghiale s’è portato Corsignano con sé…

Il borgo di Faulkner e l’orso di Faulkner, i due poli della sua letteratura, la comunità come un insieme di persone ognuna con le sue caratteristiche e la natura intorno, ancora minacciosa…

La forza centrifuga è servita a progettare Corsignano; la forza centripeta serve a tenere a bada i personaggi per non farli precipitare in una voragine… In realtà c’è anche molto Amarcord di Fellini in questo romanzo, ma il paradosso è che è l’amarcord di un bambino che racconta il presente che vede. Quando mi sono messo a scrivere il cinghialese è venuto da sé; era all’inizio un gioco vero: ma anche un puntello esterno che mi faceva capire gl’impacci di chi non ha abbastanza materiale linguistico per spiegare le cose che capisce ai suoi fratelli. Il problema del Cinghiale è quello di dover spiegare il linguaggio umano a chi non ha strumenti per capire… Cerca di insegnare una forma di guerriglia solo per preparare al meglio la vita della comunità. Ha una consapevolezza totalmente animale, quasi inconscia: il paradosso, davvero, di una consapevolezza preterintenzionale. La fatica è trovare le parole per raccontare tutto questo a sé stesso… Che poi… Per la prima volta, dopo tanti anni di racconti (a cui tengo, per vari motivi) mi sono trovato per la prima volta a voler bene a un personaggio in modo fisico, ho un trasporto affettivo per un personaggio, lo considero una parte di me. È una forma di narcisismo? In realtà spero di no, perché io lo vedo come fosse esterno.

L’animale rappresenta anche una minaccia, pensa a Gli uccelli di Hitchcock…

Sì, una minaccia. Ma anche una qualche speranza… Una speranza interrogativa… Nella guerriglia tentata da Apperbohr c’è forse anche un’assonanza metaforica sottotraccia con quello che sta succedendo all’umanità… il paradossale rapporto per cui l’1% della popolazione detiene maggior ricchezza del restante 99%… Com’è possibile che miliardi di persone non si mettano d’accordo e dicano che questa forbice è (a dir poco) esageratamente allargata? E poi mi viene anche in mente una considerazione di Vonnegut sugli esseri umani: “solo perché alcuni di noi sanno leggere e scrivere e far di conto, questo non vuol dire che meritiamo di conquistare l’Universo”.

L’ambiente di Corsignano rimanda anche a una tradizione di racconti boccacceschi, e da commedia all’italiana…

Il problema è che la percezione che un paese ha di certi fatti viene ammortizzata, finisce nel dimenticatoio. Penso per esempio alla morte per impiccagione di Davide… mentre altre cose vengono ingigantite, come una qualche storiella d’amore che si perderebbe nei rivoli della città e che diventa invece in un paese materiale narrativo deformato per un secolo…

Succede nel tuo romanzo come nella letteratura di fantascienza americana, quando nella piccola comunità arrivano gli alieni.

Un riferimento assoluto per me è Stephen King, che si è inventato il Maine raccontando gli archetipi del fantastico, dèmoni e presenze oscure: ma collocandoli all’interno di piccole comunità strutturate. Il quotidiano impazzisce per qualcosa che in realtà è sempre stato là, nascosto e presente. Il mio tentativo era mettere storie grottesche e anche “monicelliane”, se vuoi, nel quotidiano. Anche questo è l’eterno, le strutture economiche che ti inchiodano in un ambiente… E allora resta solo il mito, le crociate, i grandi viaggi mai fatti…

La frattura è avvenuta, credo, con la mia generazione (per quello che vuol dire un termine così perentorio). Perché negli anni settanta è avvenuto il passaggio da un mondo analogico a un mondo che non ha ancora capito il digitale… I luoghi dell’infanzia in cui mi rifugiavo rispetto alla Roma dell’infanzia di piombo erano in ritardo… quando si sono uniti si sono frantumati in una cosa che non esisteva, diluendosi nella parvenza di qualcosa d’altro di cui non riusciamo a dare una corretta definizione. Per questo il Cinghiale io lo vivevo come un totem che mi avrebbe protetto, mentre non sono stato in grado di proteggerlo io e lui è diventato ancora più perturbante.

Nella lingua che usi hai il dialetto cioè le radici, la televisione e l’italiano di Scalfari e hai l’animale e la sua alterità.

Vivendo io le cose per grammatiche pensavo che scrivere una nuova grammatica fosse una speranza di contatto tra i due universi; ma alla fine il cinghialese è solo una delle tante parti del romanzo. Il fatto è che il mio Cinghiale non sopravvive a sé stesso. Il paradosso è che non muore mai, per la struttura del romanzo, proprio morendo in quanto cinghiale già dall’inizio…

Delle molte forme in cui si esprime oggi la cultura di massa, mi è piaciuto che non ci fosse il calcio che ormai finisce dappertutto, e che siano invece i tarocchi, il cinema, le canzonette…

Anche se io sono un grande tifoso! Il calcio in realtà compare nel derby strapaesano… in parte ricondotto anche al gioco della palla; a un gioco di piazza… Secondo me tutto dipende da come lo racconti. Libri in cui il calcio diventa un pretesto letterario ce ne sono. Per esempio il libro di Francesca Serafini è un bellissimo romanzo di formazione. Le canzonette… le canzonette sono una memoria collettiva che va dalla semplicità alla poesia per musica, argomenti che mi piacciono molto. Quanto ai tarocchi… l’idea di un linguaggio dei segni mi ha sempre affascinato. Io che non sono credente mi diverto molto con le combinazioni dei tarocchi anche nelle forme della cabala un po’ cialtronesca di Giordano Bruno. Un autore che ho sempre amato per quel suo tentativo di inarcare la frase fino allo sfinimento.

Questa cosa dei tarocchi c’è perché mi è sempre piaciuta l’idea che attraverso le figure si possano raccontare storie; storie che cambiano a partire da uno schema fisso. Io mescolo i tarocchi con le nuove icone che vengono dal cinema. Molto spesso ragiono cinematograficamente, è un’altra ossessione. Da bambino per addormentarmi – meglio: per combattere la paura del buio – mi ripetevo a memoria le battute dei film che amavo; e quei film mi proteggevano, come se le battute inventate in altri universi mi servissero nella vita reale, una forma di sciamanesimo…

Una cosa che mi ha incuriosito è, pensando a Levi, la compresenza dei tempi che secondo lui caratterizzava l’Italia, e quella dei morti e dei viventi secondo Capitini…

Quando ho letto Cent’anni di solitudine, per me non era strana la compresenza dei morti e dei vivi. Dalle mie parti c’è sempre stata l’idea che i morti sono eternamente presenti: e i sogni in cui i morti sono protagonisti sono alla stessa stregua dei fatti narrati. Dire che ho visto mio nonno l’altro ieri perché l’ho sognato è come dire che “il nonno quand’ero bambino mi ha accompagnato a vedere il ghiaccio”. Questa compresenza di morti e vivi fa parte di me da sempre… C’è un momento in cui il cinghiale vuole raccontare la musica ai suoi antenati; non sa come fare eppure ci prova. Volevo che il capitolo deviasse dalla musica verso il fatto che si rende conto che ci sono stati miliardi di cinghiali prima di lui che non avevano consapevolezza del tempo. Parlare con i morti è una cosa che accade continuamente, in letteratura…

Il tuo cinghiale diventa una specie di profeta contadino…

Il mio modo per arrivarci è stato quello di raccontare una finta tragedia greca; cercando di scandirla con i ritmi dell’epica, per far capire quanto fosse grottesca la situazione ma anche quanto solo Apperbohr se ne rendesse conto.

La tragedia del cinghiale come profeta, è quella di essere troppo umano per gli animali, e troppo animale per gli umani, una cerniera che finisce come capro espiatorio degli uni e degli altri…

Lui capisce gli umani ma non può parlarci… dall’inizio mi sono detto “se Apperbohr parla non può mettersi sulla scia di Au hasard Balthazar, si ritrova in quella di Francis il mulo parlante. Il fatto che lui potesse capire ma non potesse comunicare – perché qualsiasi essere umano sente solo dei grugniti – è stata la chiave per cui alla fine penso a Apperbohr come a un impresentabile: un disadattato in entrambi gli ambienti. E la condanna è che se non avesse avuto l’illuminazione probabilmente sarebbe stato meno consapevole ma più felice; benché poi senza la cognizione di cosa è “felicità” e cosa “infelicità”.

Non so spiegarti perché vedendo proprio L’uomo che uccise Liberty Valance capisca delle cose… Posso ripeterti un racconto fatto varie volte parlando del romanzo. Io ho capito che esisteva qualcosa che ancora non chiamavo così ma che poi ho capito essere l’arte-per-me quando, bambino, grazie a Lunedì-Film su Raiuno, vidi un film con Katharine Hepburn, Improvvisamente l’estate scorsa. Forse nel romanzo è finito proprio quel turbamento lì.

Io non amo il corsivo, di cui tu fai invece un grande uso, e però ha un senso, vuol dire accanirsi su una parola…

Ho tentato di differenziare le parole e dare tre o quattro valori diversi al corsivo, insieme a quello normale. Io amo molto Hemingway, ma quando mi metto a scrivere mi sembra sempre che il modo migliore per raccontare sia un altro. Volevo mettere la lingua al servizio della storia perché era l’unico modo per ritrovare la polifonia che avevo in testa; le arcate sintattiche si trovano anche nei vicoli ciechi… i progetti linguistici volevo rimanessero compatti anche se si spezzavano; e quindi dovevo creare discorsi indiretti liberi capaci di filtrare nel parlato spezzettandosi. Nel massimo di presenza ingombrante di Corsignano che parla vedevo il massimo di fuga da me. è come se la lingua fosse le mura di Corsignano. Avevo paura di epigonizzarmi da me; e volevo inventare una lingua che mi desse serenità. Il lettore sa che c’è questa lingua da sùbito, ma io volevo che questa lingua fosse accogliente.

Un’ultima domanda, le date: 1999 e 2000, un continuo avanti e indietro. In un film questo altalenare è comprensibile perché vedibile, nel romanzo è spesso faticoso.

A me serviva per rendere la storia di Apperbohr non lineare. Al lettore volevo dare una serie di informazioni narrative però diffratte, appunto; mi serviva che il tempo che vive Apperbohr fosse scomposto e fatto a pezzi, quasi fosse la metafora esatta di quello che gli capiterà. E per non fare una narrazione lineare dovevo per forza andare avanti e indietro in questo modo qui.

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Critica come fraternità: Marta Roberti https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/critica-come-fraternita-marta-roberti/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/critica-come-fraternita-marta-roberti/#respond Tue, 20 Oct 2015 12:30:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28794 Marta Roberti sembra uscita da un fumetto. Di ritorno da un anno e mezzo a Taiwan: era andata lì per una residenza, pure breve, e poi ci è rimasta.

Nel caldo atroce di inizio agosto, compare in fondo a via Re David con un cappellone nero a falde larghissime che sembra uscito dritto dritto da Coven, la terza stagione di American Horror Story, un grande zaino e un comodo vestito, neri pure quelli. Tutto nella sua figura, così come nelle sue opere, sembra richiamare e condensare - consapevolmente o no - l’immaginario biopunk degli ultimi vent’anni, caratteristico di autori come Paul Di Filippo, Paolo Bacigalupi, Octavia E. Butler.

Il suo lavoro ruota ossessivamente attorno al concetto di natura naturans: qualcosa che proviene in egual misura dalla fantascienza (e pochi luoghi al mondo come Taipei,che sembra partorita integralmente dalla mente di William Gibson, intrattengono con questo genere una relazione strettissima…) e dal pensiero rinascimentale e prescientifico.

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Nell’immagine: Marta Roberti, Yonghe District, New Taipei Morning Market by Night, 2015

Questo pezzo, il primo di un ciclo sulla “Critica come fraternità”, è uscito su Artribune.

L’opera d’arte è una liberazione, ma perché è una
lacerazione di tessuti propri ed alieni.
Strappandosi, non sale in cielo, resta nel mondo.
Tutto perciò si può cercare in essa, purché sia l’opera
ad avvertirci che bisogna ancora trovarlo, perché
ancora qualcosa manca al suo pieno intendimento.

Roberto Longhi, Proposte per una critica d’arte (1950)

Critica come fraternità: non semplice complicità tra critico e artista, orientata unicamente a interessi pratici o a un sostegno reciproco che non oltrepassi gli obiettivi vicini; ma “fraternità”, la Fraternité del motto francese, intesa come “Non fate agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi” (Dichiarazione dei diritti e doveri del cittadino, Costituzione dell’anno III, 1795). Una nuda comunanza di intenti e di ricerca: scegli i tuoi fratelli, coloro che stanno convergendo oscuramente verso il medesimo punto, e loro scelgono te. Percorrete insieme una strada.

Una comunità umana: fatta di propositi, opere, telefonate, idee, rabbie, scambi di mail e di intuizioni. Il senso di questa nuova serie consiste perciò nel rintracciare questa possibile “lacerazione di tessuti propri e alieni” che è l’opera – e il percorso di ricerca personale e collettiva per arrivare ad essa.

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Marta Roberti sembra uscita da un fumetto. Di ritorno da un anno e mezzo a Taiwan: era andata lì per una residenza, pure breve, e poi ci è rimasta.

Nel caldo atroce di inizio agosto, compare in fondo a via Re David con un cappellone nero a falde larghissime che sembra uscito dritto dritto da Coven, la terza stagione di American Horror Story, un grande zaino e un comodo vestito, neri pure quelli. Tutto nella sua figura, così come nelle sue opere, sembra richiamare e condensare – consapevolmente o no – l’immaginario biopunk degli ultimi vent’anni, caratteristico di autori come Paul Di Filippo, Paolo Bacigalupi, Octavia E. Butler.

Il suo lavoro ruota ossessivamente attorno al concetto di natura naturans: qualcosa che proviene in egual misura dalla fantascienza (e pochi luoghi al mondo come Taipei,che sembra partorita integralmente dalla mente di William Gibson, intrattengono con questo genere una relazione strettissima…) e dal pensiero rinascimentale e prescientifico.

Nella sua ricerca, solitaria difficile e entusiasmante, Marta sta cercando ostinatamente di dar forma e corpo a una sorta di “supernatura” (Super_Natural si intitola infatti uno dei suoi ultimi progetti): una natura resa talmente artificiale e artistica da costituire un intero paesaggio culturale, umano, in cui immergersi. Questo aspetto immersivo è centrale, dal momento che le opere e gli allestimenti sfidano e stressano continuamente i confini tra pittura, installazione, video.

Il fantasma vivo, sano, concreto e critico di Giordano Bruno aleggia ovunque, nei suoi disegni e nelle sue riflessioni, sempre intento a scovare le connessioni segrete tra gli elementi del mondo: l’unità, il fondamento, l’unica sostanza di cui sono fatte le cose, l’intelletto universale che “da dentro il stipe caccia i rami; da dentro i rami le formate brance; da dentro queste ispiega le gemme; da dentro forma, figura, intesse, come di nervi, le fronde, gli fiori, i frutti…” (De la Causa, in Dialoghi italiani, Firenze 1958, p. 233); che “da l’intrinseco della seminal materia risalda l’ossa, stende le cartilagini, incava le arterie, inspira i pori, intesse le fibre, ramifica gli nervi, e con sì mirabile magistero dispone il tutto” (ivi, p. 234).

***

Da mesi ripenso a un’opera, Yonghe District, New Taipei Morning Market by Night (2015), esposta presso la Meme Art Space Hong Kong Foundation di Taipei. Il punto di partenza sono le fotografie di un mercato cittadino scattate durante la notte; l’operazione successiva, il complesso trasferimento su carta e i colori retroproiettati, restituisce l’atmosfera di sospensione spettrale e metafisica di un luogo che si sgancia da ogni punto di riferimento. Il disegno modulare, appeso nel vuoto, si articola così come un complesso sistema organico, un’accumulazione vivida:“Centinaia di buste di plastica rosa pressate in blocchi compatti sono sospese nel vuoto vicine a lampadine spente, neon lunghi e tubolari agganciati a ragnatele di fili elettrici attorcigliati a vecchi ventilatori rotanti immobili, che guardano rotoli di plastica galleggianti nell’aria sopra a tavole metalliche vuote e alle cassette per la verdura impilate. C’è un equilibrio immobile ma densamente vivo in questo assemblaggio improbabile di elementi che formano quadri astratti di forme”, come afferma l’artista stessa.

Forse, l’idea che più ci avvicina al suo universo creativo e formale è quella di POST-HUMUS, il titolo di uno dei suoi nuovi progetti: questo neologismo gioca sapientemente sull’ambivalenza tra un humus naturale come radice di umanità, unito a un nuovo modo (post) di concepire e praticare questa relazione fondamentale, e una condizione definitivamente, serenamente “postuma” che ci permette di considerare il rapporto tra noi stessi e la realtà che ci circonda in modi sensibilmente diversi da quelli novecenteschi. Una condizione fantasmatica che costruisce uno “stato d’animo”, una disposizione.

Marta mi sembra perciò una delle incarnazioni del futuro prossimo italiano – di questo XXI secolo la cui forma comincia a modellarsi.

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Verso Plutone: Giordano Meacci racconta Clyde Tombaugh https://minimaetmoralia.it/estratti/verso-plutone-giordano-meacci-racconta-clyde-tombaugh/ https://minimaetmoralia.it/estratti/verso-plutone-giordano-meacci-racconta-clyde-tombaugh/#comments Tue, 14 Jul 2015 05:59:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27797 Oggi, 14 luglio 2015, la sonda New Horizons, lanciata nel 2006, raggiungerà il punto più vicino a Plutone e lo sorvolerà per catturarne le immagini insieme a quelle del suo satellite Caronte. Pubblichiamo Tredici improbabili ipotesi di fine, appena prima dell’epilogo, il racconto di Giordano Meacci dedicato alla vita di Clyde Tombaugh, l’astronomo che scoprì Plutone e che ora sta viaggiando (in forma di ceneri) sulla sonda contenuto in ESC. Quando tutto finisce, antologia a cura di Mauro Maraschi e Rossano Astremo (Hacca edizioni) e pubblicato a puntate sul blog di Port Review.

Sarà per questo cielo così basso che s’è attaccato al confine biondoverde dell’orizzonte, saranno i brontolii schioccanti del vento sulle foglie di mais, o la puzza di concime che avvolge i campi intorno Streator come un sudario di carta sporca. Si guarda le mani, e le unghie. L’unica differenza che riesce a cogliere tra le sue dita e quelle di suo padre è nella forma delle lunette appena sopra la pelle rugosa delle distali: gli spicchi enormi di suo padre, nebbiosi e spuntati come albe d’avena appena sopra il lago; e poi le sue, ridicole, solo un accenno slavato: mezzelune ripassate di bianco ai bordi come le sottolineature marginali di un pittore dilettante. Nessuna alba di luna, si dice. E senzaluna non si è contadini. E allora sarà questo puzzo che viene dai silos, o la frustata del cielo che resta avvinghiata al soffitto della galassia quasi ne rimanesse il livido chiaro e spellato sulla guancia di Dio.

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Oggi, 14 luglio 2015, la sonda New Horizons, lanciata nel 2006, raggiungerà il punto più vicino a Plutone e lo sorvolerà per catturarne le immagini insieme a quelle del suo satellite Caronte.

Pubblichiamo Tredici improbabili ipotesi di fine, appena prima dell’epilogo, il racconto di Giordano Meacci dedicato alla vita di Clyde Tombaugh, l’astronomo che scoprì Plutone e che ora sta viaggiando (in forma di ceneri) sulla sonda contenuto in ESC. Quando tutto finisce, antologia a cura di Mauro Maraschi e Rossano Astremo (Hacca edizioni) e pubblicato a puntate sul blog di Port Review.

«[…] E fu proprio fidandosi delle intuizioni di Lowell che Clyde Tombaugh
scoprì il pianeta che avrebbe poi battezzato Plutone. Il 18 febbraio del 1930.
A soli ventiquattro anni; e a sei mesi dal suo arrivo all’Osservatorio di Flagstaff […]
J.A. O’Keats, Pluto, The Mythe, Boston NMD Press, 2010
(tr. it. T. Boni, Nel mito di Plutone, Siena, Cto ed., 2012 )

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997),  fascicolo #I.1.

Sarà per questo cielo così basso che s’è attaccato al confine biondoverde dell’orizzonte, saranno i brontolii schioccanti del vento sulle foglie di mais, o la puzza di concime che avvolge i campi intorno Streator come un sudario di carta sporca. Si guarda le mani, e le unghie. L’unica differenza che riesce a cogliere tra le sue dita e quelle di suo padre è nella forma delle lunette appena sopra la pelle rugosa delle distali: gli spicchi enormi di suo padre, nebbiosi e spuntati come albe d’avena appena sopra il lago; e poi le sue, ridicole, solo un accenno slavato: mezzelune ripassate di bianco ai bordi come le sottolineature marginali di un pittore dilettante. Nessuna alba di luna, si dice. E senzaluna non si è contadini. E allora sarà questo puzzo che viene dai silos, o la frustata del cielo che resta avvinghiata al soffitto della galassia quasi ne rimanesse il livido chiaro e spellato sulla guancia di Dio. O i bioccoli lanosi, che si staccano dalle barbe di filo dei cartocci: tutta questa pianura che gli si appiattisce lungo la camicia, segue la piega dei calzoni e gli sbandiera la stoffa fischiando attraverso il tessuto, sembra la voce in falsetto di una qualche terrapiatta lontanissima. Un contadino controcielo: è così che si pensa, mentre guarda. E intanto resta in attesa, l’indaco che s’aggruma assecondando lo sventolìo delle nuvole: e in tutto questo il vento, che insiste, e insiste. Un pensiero fisso che ora gl’impedisce di guardare, svirgola di elettricità i capelli tagliati a spazzola e rassomiglia la sua testa all’ordine angolare dei campi. Si struscia l’unghia del pollice destro sulla guancia, muove gli scarponi sciabattando sulle zolle scoperte. Gli occhi tornano fissi sull’erpice, come fossero mesmerizzati da una forza aristotelica e rugginosa abbarbicata alle lame.

1/13.

All’improvviso, con la coda dell’occhio – sta’ attento, sta’ attento alla signora, la signora grassa che non ti faceva passare, prima, in metropolitana – con la coda dell’occhio (un rettile, un serpente che sbuca all’improvviso da una cesta, un canestro nella testa, una testa di vìmini, la coda nell’occhio, il veleno ― o cosa? Se solo riuscisse a capirlo mentre accade, quello che accade), con la coda dell’occhio avverte la folla – non è una folla: più (ora guarda) una decina di persone. Dieci – le conta: sette poi la signora grassa, che ora cerca di attraversare il cerchio – è un cerchio, decisamente, sei sette persone più quell’altro, si avvicina sulla sinistra – è in ritardo più di quanto pensasse, la signora grassa strattona il bassotto a pelo lungo che la precede ― poi la segue, s’intreccia alle gambe, da sotto il ginocchio le due gambe spuntano dalla gonna marrone (sono rifiniture, si chiede, dorate? Sono piccoli ghirigori dorati quelli che accompagnano l’orlo della gonna ― ora che arrivano altre persone, accanto al cerchio, si chiede: sono dorati?). «L’abbiamo trovato già qui, così», dice la vigilessa, il cappellino d’ordinanza come la vecchia bustina di suo zio quando tornava dal militare, si diceva dal militare, allora, però più larga, sicuramente, di qualche misura più grande, lui adesso è lì, con la ventiquattr’ore di pelle morbida, la cintura che gli scava la spalla costringendo il trapezio a un formicolìo sospetto e rosso, gli sembra di indovinare il colore del formicolìo, rosso, e la cravatta jacquard che suda con lui, sotto il mento, ora che s’è fermato del tutto e fissa lo sciame, una pozzanghera orocupo che si slarga bisbigliando sul lastricato della piazza.

La massa brulicante delle api si muove sulle zampe girando in tondo, una danza minuscola che s’avvòltola su sé stessa e intanto vòrtica minuscoli, innumerevoli otto a forma di ape, una massa circolare che sembra pulsare ai bordi, altre api che stazionano in volo a pochi centimetri da terra, tutte ammassate e fluttuanti quasi fossero un unico corpo fatto di centinaia di cellule senzienti. Se morissero le api, si ricorda, se morissero le api, l’umanità avrebbe solo quattro anni.

I vigili allargano il nugolo di curiosi verso l’esterno: anche lui; e la donna grassa e il suo bassotto, che ora lo guarda negli occhi e gli sorride, deve avere qualcosa che non va ai capelli, ora che li nota sotto la veletta, sparsi appena più in basso delle tempie in ciocche grigionere ancora più sfoltite dal sudore. Com’era la domanda che gli toglieva il sonno, da bambino, quanti minuti – le api che delimitano il cerchio, ronzando, sembrano aeroplani millesimali alle prese con impossibilità infinite di atterraggio, sembrano tutte presidiare il fantasma inguardabile della loro regina morta – quanti minuti ci restano se si spegne il Sole? L’aveva letto, c’era stato un tempo – prima di questo ritardo inverosimile, prima di questa stazione senzasenso davanti a una pozzanghera di api in piazza di Spagna, c’era stato un tempo in cui sapeva, in via del tutto ipotetica, s’intende (lo studio della natura si avvale del fiato grosso e corto delle approssimazioni), per quanti minuti non ci saremmo accorti della fine del Sole, sapeva il tempo esatto in cui viaggia la luce dal Sole fino a terra. Fino al centro pigro delle api.

Sente lo snap inconfondibile della cintura che si sgancia strappandosi dall’anello di ferro, la ventiquattr’ore che cade a terra, la cintura che svirgola verso l’alto trasformandosi nell’asso di spade delle napoletane.

Vede l’anello rimbalzare a terra e ne sente il suono lucido rincorrere un qualche spazio inerziale mai conosciuto, fino a spegnersi, ellittico e ossessivo, a pochi centimetri dal cerchio. Non riesce a gettare via l’impressione di assedio che gli rimanda indietro la pozzanghera di api, ora che la fissa senza risolversi di recuperare l’anello.

2/13.

Resta così, padre Castelli, gli occhi irrisolti tra la pagina e il cielo sopra il lago. Le onde sbalzate delle colline, la finestra aperta e il balcone, a strapiombo sull’ovale d’acqua nera che scintilla. Se ne rende conto per un momento, un balenìo indistinto che illumina parti del cervello forse mai irrorate da anni, una cantina buia in cui sono nascoste le bottiglie di vino pregiate dell’immaginazione: la polvere a rinfrancarne i colli come perline di stelle lasciate fuoriluce per eoni di eternità invecchiate.

Appoggia la penna accanto al foglio e pensa davvero – eccolo il foro nell’orizzonte scuro e terso del buio, oltre le costole dei digradi vulcanici del lago, di là dai suoi cenni di memoria sfocata – riesce a pensare davvero che la natura umani partecipi semplicemente, della luce, ma è solo un attimo di blaterìo cosmico, una rivelazione persa ai punti che sùbito si sfilaccia e torna su, lontanissima. A nascondersi tra le pieghe orizzontali delle notti infinite delle ultime galassie. Si alza dalla scrivania, sgranchendo con piccoli ticchettii le sue ossa di quasi settantenne; sposta la sedia via da sé, s’affaccia sulla soglia della portafinestra avvolto per un attimo dai mantelli di stoffa delle tende, leggere e ineludibili come il vestito d’estate di un qualsiasi spiritosanto in agguato.

Un tempo riconoscevo Cassiopea. E Orione. Si dice. E si parla di quando era ancora in grado di leggere i punti nel cielo come tracce inequivoche. Di quando era bambino, e la notte arrivava con il sonno solo alla fine di una lunga veglia fumosa fatta di tempo e di condanne, l’idea inaccettabile dell’eternità e del tormento fuse insieme in un’agonia inesausta. E insopportabile.

Ma questo prima. Si dice. Prima del villaggio di Asham-phin e del Bambino. Prima della Tanzania e dell’isola di Mafia. Prima del suo incontro con tutte le forme di lontananza in grado di sradicarlo per sempre da qui e dal lago. Si accorge, padre Castelli, di quanto tempo è passato da quando le pagine sulla scrivania gli raccontavano davvero della notte sul lago: proprio ora, davanti a questa notte appesa sulle colline, e sull’Osservatorio, come fosse la carta stagnola arricciata di un presepe d’agosto.

Mi volgo con questo mio canto a trarre dall’universo le arti
arcane, le stelle conscie del destino che variano
i differenti casi degli uomini, attivo effetto della ragione
celeste, e a sollecitare per primo con parola inaudita
l’Elicona e le sue selve, trepide nelle verdi cime,
peregrine offerte non evocate innanzi da alcuno.
Manilio, Astronomica, I.1-6
(Manilio, Il poema degli Astri (Astronomica),
a cura di S. Feraboli, E. Flores e R. Scarcia,
Mondadori-Lorenzo Valla, vol. I – Libri I-II, 1996;
vol. II – Libri III-IV, 2001)

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997), fascicolo #I.4.

Ancora non lo sa, ma la lettera è arrivata. Si lascia annegare di sole, sdraiato e a occhi chiusi nello spiazzo terroso dei McGill, a cinquanta metri dal finestrone sbarrato del silos. Gli piace sentire la vampata lucida del sole di agosto sulle guance, e sul collo, mentre il grammofono dei McGill lancia nell’aria secca del pomeriggio Keep the sunny side of Life. Gli strimpellìi a tempo arrotondano The Carter Family tutt’intorno, un doppio fuoco ellittico che gli si avvolge addosso come una stringa di chitarra, There’s a dark and a troubled side of life… There’s a bright and a sunny side, too… Though we meet with the darkness and strife… The sunny side we also may view… Canticchia mugugnando insieme con l’ekophon dei McGill, mentre suo padre e sua madre, a casa, aprono insieme la lettera che hanno tenuto nascosta per tutta la mattina. Viene dall’Arizona, dall’Osservatorio Lowell di Flagstaff. Mentre leggono, quasi la telepatia tra i Tombaugh si concentri sull’argento ottagonale della tromba, il loro unico figlio sta pensando proprio agli schizzi che ha spedito al dottor Vesto Melvin Slipher: precisamente la firma che il signore e la signora Tombaugh stanno compitando, lettera su lettera, nella cucina di casa, il cane addormentato sul patio come nei migliori incubi di Norman Rockwell, la firma che segue la lettera entusiasta in cui il dottor Slipher di Flagstaff, Arizona, ha molto apprezzato gli schizzi astronomici di loro figlio Clyde, e intanto Clyde sta annuendo, annuendo alla famiglia Carter che rimarca keep on the sunny side, always on the sunny side, mentre nella lettera il dottor Slipher lo invita a Flagstaff, a continuare i suoi lavori in Arizona, all’Osservatorio, il posto più vicino al cielo in tutti gli Stati Uniti, si dice Clyde.

Ci ha messo tre anni, tre anni prima, per perfezionare il telescopio: e ogni notte è come levitare nel buio, si dice, come se si lasciasse tutti i soli alle spalle per calcolarne la corsa segreta mentre non li guarda. Per un momento s’impossessa di lui il terrore che il dottor Slipher non lo prenda neanche in considerazione, mai: mai in questa vita, mentre sua madre ripiega la lettera da Flagstaff e guarda il signor Tombaugh con una paura mista a orgoglio di cui non saprebbe trovare una giustificazione conosciuta. Mentre Henry McGill rimette il disco per l’ennesima volta, dentro casa, Clyde ha il giusto tempo per rendersi conto che il mondo è bellissimo e luminoso, e che il futuro gli si prepara davanti lucente e fatato come i mattoni gialli nella Terra di Oz. E non solo a lui, è questo che lo allaga di sole, non solo a lui, a tutti, in quest’estate lunghissima e calda del 1929. C’è solo lui e il cielo del pomeriggio, a testimoniarne l’infinita bellezza: e potrebbe già bastare così.

3/13.

Senza per questo costringersi a confessarlo, Gaetano sa per certo che quello che sta facendo non è bene. Con tutta la gradazione di grigi che s’attorcigliano intorno ai concetti fumosi di bene e di male, naturalmente. Se solo fosse capace di formulare esattamente il pensiero, lo farebbe. Ma questo vorrebbe dire chiedere troppo ai suoi non-ancora sette anni. Di là dalle sue pretese di genialità furente, Gaetano Torrisi ha sei anni, otto mesi e un giorno. E solo di due giorni più vecchio è Stefano, davanti a lui.

Sul cornicione. Gaetano mette i piedi in fila indiana, tallone su punta e poi ancora tallone e punta e tallone, piano, costringendo l’arco dei malleoli a una curvatura stretta che gli tenga il corpo protetto dal bordo del cornicione. Stefano ogni tanto si volta per ridergli addosso: gli occhi gli s’incoronano di un brillòre scuro che sembra sudato, da quanto è intenso. Sudato, si dice Gaetano le poche volte che riesce a vincere il suo terrore per le vertigini e a seguire i sorrisi dell’amico. Sullo spigolo assoluto del palazzo – così Stefano gliel’ha indicato, da basso, quando gli ha proposto di rubare le chiavi del terrazzo, arrampicarsi sulla scaletta esterna arrugginita e percorrere il cornicione fino all’ultimo tratto possibile, fino allo spigolo assoluto del palazzo – Stefano si appoggia al muro scorticato del rinforzo. Si volta, aspetta gli ultimi cinque passi di Gaetano. Gaetano respira forte imponendosi di non guardare alla sua sinistra. Dopo l’ultimo schiaffo di gomma del tallone, Stefano lo ferma tenendolo per la maglietta. Con infinita cautela Gaetano gli si fa addosso: sempre tenuto e rincuorato dalla stretta del compagno sulla mezzamanica di cotone. A pochi centimetri dal suo naso, Stefano ride la sua vittoria momentanea e struggente, il fiato che gli sa di caramello e fragola, le mandibole che masticano a vuoto tutta la sorpresa indimenticabile dell’abisso. Gaetano prova a sbirciare oltre l’iperbole collo-spalla di Stefano, pensa a Stefano dal basso, l’indice puntato sullo spigolo assoluto.

«Perché?» gli ha chiesto Gaetano, mentre seguiva il tracciato del cornicione da un punto all’altro. «Per guardare giù».

4/13.

Anche perché quando lui le ha domandato, serio, «Allora… Che ne pensi dell’Ecclesiaste?» e lei ha allargato un po’ le narici, preparandosi, e… in qualche modo ha serrato le guance con una smorfia trattenuta ― sai come fa sempre, no?… e – lei gli ha risposto «Be’, nulla di nuovo sotto il Sole…», e lui l’ha guardata, sempre molto serio, come chi si aspetti una spiegazione, no?… quantomeno, che ne so, la prosecuzione di un qualche discorso articolato… è stato allora che lei ha capito.

Tu Ocio inerte, disutile e pernicioso, non aspettar che della tua stanza si dispona in cielo e per gli
celesti dèi: ma nell’inferno per gli ministri del rigoroso et implacabile Plutone.
Giordano Bruno, Spaccio de la Bestia trionfante, III.1
(da Giordano Bruno, Opere italiane2, testi critici di G.Aquilecchia,
coordinamento generale di N. Ordine, Torino, Utet, 2002, p. 334)

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997), fascicolo #I.7.

Riesce a immaginarselo per un po’, ma non ci crede: e allora tutte le immagini sfumano, perdono senso come se si rifiutassero di essere guardate. Lui si accorge di capire davvero, per la prima volta, il racconto del pastore Johnson su san Tommaso, il gesto di un braccio che si avvicina e che gli ha tolto il sonno per mesi, da ragazzo, la necessità curiosa e instancabilmente umana di infilare il dito nel taglio sul palmo, e sul polso. È quello che fa da venti minuti, rischiando stimmate di acido tra l’indice e il medio della mano destra: continua a strusciare e a sottolineare d’aria le quattro figure in sequenza, incapace di rovinare le lastre appena sviluppate.

Non ci crede. È la quarta volta che confronta le due immagini, immobile per quel che può, le piante dei piedi infisse nel pavimento di marmo: non vuole lasciarsi suggestionare, l’ha già visto succedere anche troppe volte: si trova quello che non c’è per l’eccessivo desiderio di vedersi esauditi. Il fantasma che strizza gli occhi di fumo da dietro la tenda, il barbaglio di luce che ci regala una sagoma inesistente sulla parete, il rossore sotto l’ascella che s’è affievolito in rosa e sbiadisce il pericolo, il foro piccolissimo del proiettile prima di rovesciare il ferito sulla schiena: si recita un rosario di scenari possibili senza neppure nominarli: sono frammenti di libro, ricordi sgranati, tutte storie passate di altri che gli tagliano la testa in due e gliela riempiono di attesa. Qui no, qui sì. Qui non c’era. Adesso c’è. Esattamente dove Lowell pensava che fosse.

Fa il conto del tempo che è ospite dell’Osservatorio, e del dottor Slipher. Pensa che la sua nuova casa ha lo stesso nome dello spettro che gli ha preparato i compiti e gli ha suggerito la soluzione. Ma pensa anche che la soluzione era davanti e ci sono voluti i suoi, di occhi; e gli occhiali a forma di macchina che s’è inventato per fotografarla, la soluzione. Queste mani da contadino, si dice – e vede suo padre – che hanno forgiato e montato lente su lente per catturarla, la soluzione. Si sente come un ragazzino delle medie che si è appena accorto di aver trovato un errore sulla lavagna, proprio alla fine del gessetto del professore. E non ci crede. Ha paura di aver visto troppo presto l’inizio di quando dovrà cominciare a cavarsela da sé, davanti a tutti i rettangoli bui di tutte le lavagne del mondo.

5/13.

A una a una, le avrebbe uccise tutte. Per ora si limitava a riempire la vaschetta dell’acqua, lasciandole lamentarsi per la fame e il recinto asfittico del carcere. Anche se, probabilmente, nella loro percezione fame e carcere erano un’unica fine del mondo come lo conoscevano trasformata in dolore. Più di tutto lo affascinava il senso di presente assoluto con cui travestivano la sofferenza, l’incapacità animalesca di rendersi conto della durata del tempo che gli avrebbe portato via. Quello, e il profitto della caccia. La perizia con cui aveva disseminato le tagliole nei boschi appena sotto le colline di Piancaldo. Ognuna con una sua storia ferrosa e i racconti degl’incroci tra gli stradelli che gli aveva segnato suo padre, prima di morire in Russia. Sei tagliole preparate, cinque volpi. Una sola trovata morta dissanguata: ma questo per colpa della Lina che l’aveva costretto a stare a casa, la notte di martedì; e che anche per questo l’avrebbe pagata, a tempo débito: per non essersi tenuta un marito e per avergli fatto morire una delle volpi, la tagliola a incastrargli carne e sangue fino sotto il collo, uno dei cani dei Marenti che forse, se l’era solo immaginato ma non poteva chiederlo: non poteva andare dai Marenti a chiedergli: per questo pensava forse, uno dei cani dei Marenti ne aveva approfittato, per come l’aveva trovata, dietro al querceto di Villavecchia, appena sotto la fattoria di Antonio Marenti, il figlio del prete. E ora erano quattro, le volpi da guernàre. Quattro. Le avrebbe uccise tutte, una dopo l’altra, appena finita la raccolta, completate tutte le tagliole. Ora bastava tenerle affamate e non far parlare la Lina. Se lo dice e intanto si accorge del lucchetto, sul portoncino di grata, qualcuno deve aver smosso il lucchetto, si accorge.

6/13.

 Sto precipitando, no: non è proprio precipitare. Sono inghiottito dalla forza di gravità sempre più in fretta. Nemmeno. Cancella. Poi riscrive. Sento di avere bisogno di precipitare. L’accelerazione gravitazionale, quant’era? No. Di più.

Il cursore indietreggia lampeggiando portandosi via tutte le frasi fino a Sento. È da lì che riparte. Sento – corsivo – che sto per chiudermi in un cono d’ombra a precipizio. Com’era la questione del digradare verso il basso? Digradare e digredire (per quello che significa). Digradare e cadere. La caduta di Lucifero. Lucifero che cade e la terra indietreggia davanti a lui, un abisso nemmeno Lucifero fosse il cursore a ritroso del pianeta, un crollo verticale: altro che la Stella del Mattino – che detta così ormai sembra un biscotto, o una merendina. Lucifero apparirebbe magari brutale, e troppo violenta l’identificazione tra la colazione e il diavolo; e invece ‘stella del mattino’ dà l’idea di un’alba candita, di una qualche perfezione dolciastra e augurale. Cancella di nuovo fino a sento portandosi via il bàratro e il demonio. Poi gli s’impianta nella rètina di dentro un’immagine antica, inverosimilmente seppiata, di suo padre alla stazione, i vent’anni che non gli ha mai conosciuto. Una valigia rattoppata che sembra esplodere ai fianchi come una donna rancorosa nei film di Chaplin. È suo padre alla stazione Termini in un viaggio di parecchi anni prima che nascesse, quando i capelli di suo padre erano ancora neri, ed elettrici di futuro; quando ancora non c’erano baffi brizzolati, e una stempiatura evidente, e tutti i ricordi del ritorno. È suo padre prima che lo conoscesse, prima che conoscesse il mondo, suo padre che punta alle Alpi come a una scogliera del tempo, in un mattino che non l’ha mai previsto, un’alba antica che può solo immaginare, il cursore che lampeggia poggiato sullo schermo appena dopo sento. È indeciso se cancellare e ricominciare o se continuare dalla pausa dopo la –o.

Come la voce di chi parla viene meno e svanisce, quando si interrompe, così, se il Padre celeste si arrestasse nel proferire il suo Verbo, l’effetto del Verbo, cioè l’universo creato, non sussisterebbe. La fondazione e la conservazione dell’essere nell’universo creato è, dunque, la parola del Dio Padre, cioè l’eterna e immutabile generazione del Verbo.
Omelia super Prologum Iohannis [Om. Iohannis Scoti Translatoris Ierarchiae Dionisii]
(da Giovanni Scoto, Omelia sul Prologo di Giovanni,
a cura di Marta Cristiani, Milano, Mondadori-Valla, 1987, p. 53)

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997), fascicolo #I.10.

Anche perché, se si metteva a pensare con il rigore che il ricordo e l’impaccio pretendevano, quelli erano i momenti in cui si rendeva conto di non essere mai davvero andato via da Streator. Sulla “Collina di Marte”, davanti alla tomba di Percival Lowell, la notte trapezoidale dell’Arizona a scavargli di buio le spalle e la schiena.

Signor Lowell l’abbiamo trovato, gli dice. Era proprio dove diceva lei, tra le grandinate di Nettuno: e sorride. Pensa a cosa potrebbe rispondergli, il dottor Lowell, dalla noia quieta e abissale della terra dei morti; e per sottrarsi al sorriso continua a parlargli. Il dottor Slipher sembrava quasi seccato, la sesta volta che abbiamo ricontrollato le lastre. Finché non ne è stato convinto del tutto, continuava a chiamarla per nome e a dire quanto sarebbe stato contento, dottor Lowell, di essere qui.

Struscia con la scarpa sulla terra pastosa intorno al marmo della lapide, è un colloquio timido e di sbieco, quello che sta venendo fuori. Il suo pianeta, dottor Lowell. Alla fine glielo dice. Io l’ho visto. Alla fine del sistema solare, dottor Lowell. È minuscolo. E bellissimo, mi pare. Si corregge, sentendosi stupido, e totalmente inadeguato – come quando ha scambiato un pennacchio di fumo dalla famiglia dei Richards in un cenno di uragano. C’era davvero, volevo dirglielo. L’ho visto.

Si accorge di tenere il cappello tra le mani come se fosse davvero a un funerale; o a una qualche veglia funebre in ritardo di anni, lui fermo sulla porta mentre i famigliari, dentro, invecchiati, gli spiegano sorpresi che no, il dottor Lowell non è più con noi, da – Da quando, Terry? Saranno quattordici anni, ormai. Volevo dirglielo di persona. Le luci dell’Osservatorio, più in basso, sfrigolano a intermittenza in una sorta di cifrario morse dislessico. Non dice al dottor Lowell che hanno pensato di chiamarlo Plutone, il pianeta minuscolo e bellissimo che ha visto. Che ci hanno pensato, lui e il dottor Slipher, attingendo al pozzo consonantico delle sue iniziali. Sarebbe indelicato, per lui che ormai ci vive, nella terra dei morti, spiegargli che hanno pensato alla fine del sistema solare, battezzandolo, a quel laggiù dove c’è l’inferno diffuso e ghiacciato del silenzio; dove la voce bianca di Dio fatica ad arrivare.

7/13.

«Rivoluzionarie non sono le parole, è il gesto». Così dirà, ne è sicuro.

La folla intorno rumoreggia come durante una partita di baseball, o di calcio. Curioso come non riesca a dare un’immagine certa al paragone che si cerca intorno. O non sarà meglio il contrario? Alza un braccio lasciando intravedere il cinturino di cuoio dell’orologio d’oro, le dita della mano si aprono e si chiudono in un segno balbettante che però amplifica, e diffonde, le grida irrefrenate delle migliaia di persone che infestano la piazza. Infestare è una parola che gli è venuta su direttamente dallo stomaco; e l’ha schizzato di succhi gastrici e fango proprio mentre cercava di ricacciarla indietro. Infestare riguarda i dèmoni alle prese con gli uomini, le case maledette nei racconti gotici dell’Ottocento: e invece questo è il suo popolo acclamante; e il suo mondo. Non sarà meglio il contrario? Gli sìbila ancora tra la nuca e l’orecchio un qualche fiato povero del cervello, un resto di dubbio che gli s’è aggrappato tra la gola e i denti, mentre sale le scale del palco, tutto un intero popolo – che è poi il suo e il suo stesso mondo – che scandisce il suo nome: e lo fa così tante volte da fargli perdere qualsiasi significato, non c’è più lui dietro quei suoni, e allora non sarà vero il contrario, «rivoluzionario non è il gesto, sono le parole», sorride dal palco e ancora non sa, neppure lui, cosa sentiranno le orecchie del suo popolo, cosa si sentirà dire. Forse è di questo che muoiono gli uomini; pensa alle ultime parole del suo nemico migliore, quando si è lasciato affondare sul cuscino, tra i lumi gialli delle flebo e il riverbero delle luci lampeggianti sui vetri affumicati, dietro le stecche rumorose delle veneziane.

Che se questo avvistamento non s’afferra con esattezza di calcolo,
crollano i capisaldi della scienza e non s’armonizza l’assieme;
erronei infatti i cardini, da cui ogni cosa dipende,
falsa il cielo la sua fisionomia né si delimita l’attimo natale
e variano le stelle, deviate dallo svariare della casa.
Manilio, Astronomica, III.206-10
(Manilio, Il poema degli Astri (Astronomica), cit.)

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997), fascicolo #II.2

Adesso questo ruolo dell’uomo dei razzi proprio non mi riesce di… No, davvero. Forse sono gli anni, ma il comportamento di Slipher non… No, lasciami finire. Non è stato corretto, proprio no.

I fondi. Ti pare che al Lowell manchino i fondi?… … Di’ piuttosto che non mi vuole più là. Solo che ― Approfittare della guerra, dico. Della guerra… Per cacciarmi dal Lowell, dopo tutti questi anni. E ora… E lo so, non ridere… Lo so. Ora qui, a sparare razzi… A costruire archi e volte nell’aria per… Non me lo ricordare, ti prego. Proprio no.

8/13.

Sa quello che fa, sta spazzando le foglie secche accumulandole contro il marciapiede. Sa, quello che fa: e sa che adesso arriveranno Enrico e Maurizio con il furgoncino, lo aiuteranno a rimestare le foglie in un unico macero per poi raccoglierlo, brinoso e marcito com’è, in grandi sacchi neri da trasporto. Sa quello che fa, quando stamattina Letizia gli ha detto io davvero non lo so, gli ha detto, non sono sicura, gli ha detto, lui le ha sorriso prendendo tempo e intanto è esplosa una parte di lui che non è ancora riuscito a recuperare, avverte solo pezzi di sé che gli si sfaldano ancora addosso e che lui deve solo proteggere, deve solo prendere tempo e portarli con sé quel tanto che basta per riattaccarseli addosso, lui lo sa, come fossero un dito o una mano da tenere nel ghiaccio finché non si arriva all’ospedale. Lui sa quello che fa, gli ha detto, adesso si sta premurando di pressare le foglie, mentre le accatasta con il grosso rastrello a rebbi larghi, se è tuo, fa cenno a Enrico, mentre parcheggia il furgoncino sull’altro lato di via Sermonti. Sa quello che fa, anche stamattina quando lei gli ha detto, davvero non lo so, non sono sicura, lui adesso pressa le foglie lasciando che l’aria s’impregni di un odore rappreso che è lo stesso di un lontanissimo ottobre di tanti anni prima, lo stesso di tutti gli autunni, solo alle volte cambiato di segno, a seconda di come s’affaccino al tempo i cali di luce e le promesse di futuro. Lui sa quello che fa, anche ora, anche stamattina quando Letizia gli ha detto io davvero non lo so, io non sono sicura, lui fa un cenno a Maurizio, che gli tiene aperto il sacco, e lui sa come raccogliere il mucchio di foglie e rovesciarlo a strappi nel sacco, non sono sicura, gli ha detto Letizia.

9/13.

All’inizio è solo un ronzìo di vespa che assorda: come se un qualche dio delle colonne sonore centuplicasse a colpi di martello l’amplificatore del cielo, e l’aria intorno si riempisse di schiocchi sul cellophane a bolle fatto contemporaneamente da centinaia – ma che dico centinaia? – migliaia di bambine e di bambini… Poi è come trovarsi a pochi centimetri da un botto di capodanno, un petardo, un trìcchetràcche, come li chiamate? una castagnola, o più come lo scoppio del sacchetto dei cornetti quando si era alle elementari. Avete presente? Quando il bambino ancora con lo zucchero a velo del cornetto sulle labbra – e sulle guance: e sul grembiule, quando ancora c’era il grembiule e chi lo portava, sempre: alcuni bambini infilandoselo nei pantaloni per somigliare a Lone Ranger, o a John Wayne in Un dollaro d’onore, quando c’erano ancora Lone Ranger e John Wayne – e il bambino soffiava nel sacchetto senza che questo gesto venisse scambiato per un accenno di iperventilazione, ancora il referente cinematografico americano non era così specializzato e adulto, c’erano solo poliziotti e cowboy e le loro controparti affascinanti e impresentabili, e il bambino soffiava nel sacchetto e poi lo faceva esplodere a schiaffo all’orecchio della bambina davanti, e spesso quella bambina ero io… Ecco: è come sentire proprio quel tipo di scoppio e poi lasciarsi galleggiare per un tempo indefinito, con i timpani che lanciano un grido di dolore a forma di fischio e di silenzio: ma senza ordine, fischio e silenzio insieme… Poi non capisci perché sembra finirti il fiato, e le parole, e le persone intorno ti guardano diventando improvvisamente bianche come cenci: sì… come se la luce gli si atrofizzasse addosso, ecco, poi al petto senti un bruciore, ma lontano, abbassi gli occhi e in quel silenzio che continua a fischiare vedi il rosso che si slarga sulla camicia, un centro più scuro e un alone che si allarga e si intride di rosso… come se… si potessero guardare fissi tutti i soli di ogni giorno della nostra vita, per dire, e… si raggrumassero… i raggi si raggrumassero intorno al rosso… come se i raggi lasciassero tracce visibili, giorno dopo giorno, un dipinto che si continua, e alla fine puoi contare le mani di vernice rossa di cui sono fatti i raggi. Più o meno così.

L’intelletto di queste parole secondo l’ordine della natura è invece il seguente. Anche se non avesse peccato, la natura umana non avrebbe potuto risplendere con le sue proprie forze, poiché non è essa stessa luce per natura, ma per partecipazione alla luce.
Omelia super Prologum Iohannis [Om. Iohannis Scoti Translatoris Ierarchiae Dionisii]
(da Giovanni Scoto, Omelia sul Prologo di Giovanni cit., p. 39)

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997), fascicolo #II.5.

Resta sempre l’impressione, addosso, dell’ultima frase… In tutti i discorsi come questi, dico… Solo che… l’ha detto, proprio, con quel sorriso da seminarista che si ritrova, anche ora che è invecchiato… siamo invecchiati, vìa, tutt’e due, in questi ultimi anni… Certo che me ne dimenticherò, dottor Slipher, ha detto… Io … Così, ha detto… Quando davvero io non so più come far durare il Lowell… Io , ha detto… Ma io non mi devo mica giustificare con lui, dopotutto… Appoggia il bastone con forza e fa perno sulla gamba buona, drizza verso la spiaggia, dopotutto, mmpf, rideva con uno sbuffo trattenuto ogni volta che ci pensava, ho arrossato io, le galassie… Dopotutto… Si distrae davanti a un bambino che raccoglie a palettate l’acqua del lago e la versa in un secchiello. Vesto Melvin Slipher vede che l’acqua straripa dal bordo del secchiello; e però il bambino continua a versarne dell’altra, in badilate sguazzanti e inutili. Dopotutto, pensa, incuriosito dalla concentrazione del bambino. Che si gira, senza smettere di versare l’acqua nell’acqua, lo vede. Per un istante di cirri in movimento alti sulla sua testa, al dottor Slipher sembra di dover rispondere a una domanda. Ma non ne è del tutto sicuro.

10/13.

“Ancora continui, con questa storia?”
“… … Ma non lo capisci che è l’unico modo? …”
“… … Sei serio?”
“…”
“… …”
“Mai stato così serio in vita mia.”
“… … Sai che questo… questo ― comporta tutta… tutta… Sai che mi costringi, eh? Questo lo capisci?”
“Quello che non capisco è perché tu ce l’abbia così tanto con il mio lavoro…”
“… … Non capisco se sei serio…”
“… Lo stesso lavoro… Di mio nonno. E di mio padre, prima di me…”
“Ma che razza di lavoro sarebbe, eh?”
“… Il Messia. Qualcuno lo deve pur fare. O preferiresti vedermi alla guida di uno Stato europeo?”
“…”
“…”
“Ma vuoi ragionare? … … E poi da quando in qua quello del Messia è un lavoro? Un lavoro pagato, intendo… …?”
“…”
“…”
“… Cos’altro potrei fare?… … Lo so anch’io… È che sono sulle spese…”

11/13.

“Si potrebbe trattare”, gli ha spiegato. “L’importante è che tu metta una firma qui…”. Ed è lì che si accorge della fine di tutto e si lascia andare, trent’anni di vita per un’eternità di fuoco, va bene: se è questo lo scambio, lo accetta, e firma. Ed è figlio dei suoi tempi, erede solare del mondo che ha trovato, trent’anni dopo, il diavolo che gli scuote sotto il mento un contratto arrotolato e lui lo contesta, e s’indigna, quando indica al diavolo la sua ignoranza del tutto, la sua incapacità di comprendere, quando fa notare che il sangue sotto il contratto è solo una croce qualsiasi. “Potrebbe averla tracciata chiunque”. E il sangue, il sangue! Grida Beelzebuth pieno di livore. “Di carne e di sangue son piene le messi del diavolo”, gli dice. E Beelzebuth resta incantato per un momento, e non sa che dire: appena prima di ricordarsi cosa fare.

Lungo la vita di Clyde Tombaugh (1906-1997), fascicolo #II.8.

Adesso dovrei alzarmi dal letto e andare in bagno ma mi sembra tutto così… com’era quella parola? Quando mi chiesero alle elementari la parola che avrei voluto portare con me nella terra dei senzasuono… Le storie della maestra Johnson… La parola nella terra dei senzasuoni… Qual era? Remoto, mi pare. Mi sembra di aver detto remoto… E che non sapevo cosa voleva dire… Ecco… Curioso come le parole che impari, alla fine, ti tornino utili sempre, per lontano che vai… Sì… Dovrei alzarmi, trovare una qualche chiusa per la notte in arrivo, no? Non sono poi così rincretinito dagli anni per non rendermi conto di quello che sta succedendo… Solo, mi viene da ridere, ancora, come sempre, a pensare di non avere più tempo. Neppure per andare in bagno, mi sa. Forse qualcuno dovrebbe avere il buongusto di deciderle con parecchio anticipo, le ultime parole… Abbiamo avuto una vita per pensarci, alla fine…

«PRAGA. Plutone retrocede, diventa “pianeta nano” e va nella stessa categoria di Cerere, Caronte e 2003 UB313 (Xena): grandi asteroidi “promossi” nei giorni scorsi. Il sistema solare secondo gli astronomi della Iau (Unione astronomica internazionale) riuniti in questi giorni a Praga è ora formato da otto pianeti “classici”: Mercurio, Venere, Terra, Marte, Giove, Saturno, Urano e Nettuno in ordine di distanza dal Sole. Poi ci sono i 4 “nani”. […] Il declassamento di Plutone è stato dettato dalle sue dimensioni troppo piccole (il suo diametro medio è di circa 2306 chilometri). I miglioramenti nelle osservazioni spaziali stanno permettendo infatti agli scienziati di scoprire l’esistenza di molti altri corpi celesti della grandezza simile a quella dell’ex pianeta e da qui l’esigenza di introdurre la categoria dei
“pianeti nani”. […]»
(da Gli astronomi declassano Plutone – Solo otto i pianeti del Sistema Solare,
«La Repubblica», 24 agosto 2006)

 

12/13.

Ricorda che il Sancho Panza che s’era immaginato, quando aveva finito di leggere, era un eroe da fumetto successivo alla storia di Cervantes. Lo aveva pensato vecchio, e stanco, lontano dalla moglie e dai figli, l’ultimo rantolo di Don Chisciotte lasciato ai biografi, e lui ancora più grasso e sfatto di come chiunque se l’è reinventato negli ultimi secoli. Sancho Panza dietro a un cespuglio, alle prese con le crepe delle viscere, mentre sfila a piedi, sul sentiero di là dai rovi, la sua privatissima Dulcinea, la donna che ha sempre amato senza mai riconoscerla, i capelli neri come la notte dei suoi anni a venire, gli occhi scintillanti nel sole di mezzogiorno, e lui lì, fermato dalla biologia come un animale qualsiasi, preso in pieno dall’amore quand’era più indifeso, e inguardabile, alle prese con le proprie viscere in agonia, senza canzoni d’amore o fughe repentine a inseguirla, lui così vecchio e grasso e innamorato proprio mentre si nascondeva alla vista del mondo, inconsapevole come chi non s’aspetti più nessuno stupore, dal mondo che arriva – se lo rimprovera, lui che tanto ha visto anche senza capire – e per questo si mèrita, se lo mèrita proprio di essere ignorato, dallo stupore che arriva finalmente. Se l’è immaginato così, affannato e grottesco, asfissiato dalla vita e dalle troppe letture, senza neppure il segno di una canzone d’amore da lamentarsi addosso. “Che poi, chi le avrà inventate?” lascia dire ancora e ancora al Sancho Panza che s’è creato per sé, lui seduto in poltrona, l’abat-jour lasciata fissa e attenta come un qualche centurione dell’inconscio a presidiare una tanica di luce, “Chi sarà stato, il primo a inventarle, le canzoni d’amore?”, un Sancho Panza irrimediabilmente ferito, il carico grave dei suoi anni, l’amore che sfila, neppure un brutto verso d’amore da canticchiare per darsi forza. Si ricorda di esserselo immaginato esattamente così, per quel che vale un singolo ricordo.

13/13.

“Aria non ce n’è”, canticchia, “e neppure fuoco…”. Grida dalla finestra che l’umanità se lo meriterebbe, di precipitare tra le fiamme, se lo meriterebbe eccome. E che non è colpa sua, grida, se il pianeta è destinato a chiudersi nel suo stesso ghiaccio e finire come se non fosse mai esistito. È questo che grida, e vorrebbe spaventare tutti, ma nessuno ascolta il vecchio che grida e canta dalla finestra, nessuno lo capisce perché grida in italiano, e a Boston l’italiano non è certo la prima lingua.

“Mancano miliardi di anni, o milioni, ma non conta, anche fosse un secolo mi supererebbe, capite? La fine mi supererebbe…” Il vecchio grida e il proprietario dell’autosalone si affaccia sulla soglia per vedere da dove arrivano le urla che sente, in quell’improbabile ritmo che gli ricorda tanto la Little Italy della sua infanzia, ma di cui non saprebbe, anche volendo, ricostruire il senso. “Che sia tra dieci anni o cento che importanza ha?” grida il vecchio, passando dall’una all’altra delle finestre che danno su Beacon Street. “Non ha nessuna importanza!”

Un ragazzino sullo skate si ferma appena sotto il davanzale e lascia schioccare una gomma sulla lingua, poi gonfia un palloncino rosa e trasparente, una pellicola di gomma che sembrerebbe esplodergli in faccia da un momento all’altro, un appiccicaticcio rosa che faticherebbe non più di due secondi a togliersi dal mento, e dalle guance. Ma il palloncino semplicemente si sfiata e si rannicchia svuotato lungo il mento, una mongolfiera in scala all’ultimo atterraggio.

“Non ha nessuna importanza!”, grida il vecchio. Ancora indeciso se crederci o no.

«[…] E così, quando la sonda New Horizons― che … per così dire porta con sé un’urna con una parte delle ceneri di Clyde Tombaugh… Dopo la sua missione plutoniana del 2015, più o meno
Quando uscirà dal Sistema Solare nello spazio profondo… Be’…
Clyde Tombaugh sarà il primo uomo a uscire dal Sistema, no?… […]»
(Da un’intervista televisiva a J. A. O’Keats, Chn 7, 13 ottobre 2012 – tr. di T. Boni)

Epilogo del Dopofine

Sarà che il nome Horizon presuppone una qualche distanza immaginaria, e il superamento di un confine che è poi il confine stesso ― Ma è proprio l’orizzonte che la sonda si sta lasciando alle spalle, è tutto quello che sta abbandonando a sé stesso in un fulgore incongruo di retta abbozzata. È una linea che esplode in un infinito orizzontale, in quest’istante di bagliori e di lance di luce che s’intuiscono soltanto: solo una luminescenza di ritorno che s’introna tra i rami d’iperbole dello scafo, ora che orizzontale e verticale decadono del loro valore di aggettivi come estremi miraggi di ultravioletti morenti ― mentre tutto intorno alla sonda piovigginano fate morgane di elettroni in fuga, ecco un sussulto senzasuono del piccolo canestro di alluminio – un rumore vuoto e abbacinante; antico, nella sua mancanza di musica: l’ultima sfera disarmonica e posticcia che scricchiola e stona dai confini del sistema solare. È quel movimento senza risposta – gli occhi pietrosi dei pianeti kuiperiani come una scorta ammutolita di fantasmi, schierati e attenti all’entrata di un qualche purgatorio minerale – È quel movimento senzarisposta il passaggio disincarnato delle ceneri di Clyde Tombaugh da una fine a un confine nuovo, buio e larghissimo come le paure curiose di quando si è bambini. Come il cielo stellato sopra Streator; prima che se ne colgano i limiti che poi rivedremo nei sogni tutta la vita. I nuovi orizzonti da rimodellare che i resti di Clyde Tombaugh si portano dietro, un’amnesia organica di quello che si è stati, la prima morte di uomo a scavalcare davvero i recinti imposti del sistema solare. La materia che, per una manciata di anni, uno spigolo di tempo infinitesimale – per quelli che segnano il tempo – è stata vita; e che adesso arriva dilà: un fruscìo senzasuono, una manciata di tempo e di ceneri che supera i cancelli del cielo lasciandone traccia e memoria davanti a sé.

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Quando il cinema racconta il Sud https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quando-il-cinema-racconta-il-sud/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quando-il-cinema-racconta-il-sud/#comments Wed, 09 Jul 2014 13:41:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21986 Questo articolo è apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno.

Fanno testo i Rolling Stones, non proprio gli ultimi arrivati. La domanda è: che cosa costituisce o promuove l’identità italiana oltre i confini? Il cinema vi gioca un ruolo importante, come conferma il recente premio Oscar al «felliniano» La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Al film ora si ispira il video di Mick Jagger & Co caricato su You Tube dopo il concerto romano del 22 giugno al Circo Massimo, già cliccato a iosa nel sito www.rollingstones.com. Sulle note della struggente Streets of Love e nelle soffuse luci «a cavallo» dell’alba o del crepuscolo, scorrono le immagini dei vecchietti rock (bellissimi, oltretutto, oggi più che mai), alternate con i volti di giovani nel pubblico e con scorci capitolini dal vago sapore retrò (nostalgia canaglia). A un tratto, nel video, sventola un tricolore, sebbene l’accattivante profezia di Jagger sia stata smentita: «L’Italia vincerà il Mondiale», aveva detto prima della partita contro l’Uruguay.

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Il-Postino

Questo articolo è apparso sulla Gazzetta del Mezzogiorno. (Immagine: una scena del film Il postino)

Fanno testo i Rolling Stones, non proprio gli ultimi arrivati. La domanda è: che cosa costituisce o promuove l’identità italiana oltre i confini? Il cinema vi gioca un ruolo importante, come conferma il recente premio Oscar al «felliniano» La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Al film ora si ispira il video di Mick Jagger & Co caricato su You Tube dopo il concerto romano del 22 giugno al Circo Massimo, già cliccato a iosa nel sito www.rollingstones.com. Sulle note della struggente Streets of Love e nelle soffuse luci «a cavallo» dell’alba o del crepuscolo, scorrono le immagini dei vecchietti rock (bellissimi, oltretutto, oggi più che mai), alternate con i volti di giovani nel pubblico e con scorci capitolini dal vago sapore retrò (nostalgia canaglia). A un tratto, nel video, sventola un tricolore, sebbene l’accattivante profezia di Jagger sia stata smentita: «L’Italia vincerà il Mondiale», aveva detto prima della partita contro l’Uruguay.

D’altro canto, Ernesto Galli della Loggia scrive che, nel disastro culturale italiano, il cinema, «escluso qualche raro bagliore, è sempre più una commediaccia senz’anima che non sa raccontare il Paese profondo» («Corriere della Sera», 29 giugno). Pessimista o realista? Certo continuiamo a vivere di rendita. Dappertutto a molti sarà capitato di sentirsi definire italiani – o di definirli – con poche, icastiche parole, che non di rado sono cinematografiche. Italia? «Dolce vita, Fellini». Italia? «Neorealismo». Italia? «Sophia Loren». Sono icone che vanno ben oltre lo schermo, definendo un paese nel segno della fantasia e della vitalità, o del riscatto da stagioni avverse (la Loren «ciociara»).

Il cinema, la moda, il cibo, e da sempre l’opera, agiscono con efficacia ben di là dal consumo del singolo prodotto, fino a delineare un «sogno italiano» impastato di arcaismi e futuro. È una dimensione collegata alla (presunta) piacevolezza del vivere, alla sapienza artigianale, a un orizzonte poetico, a una melodia dell’esistenza, a una contemplazione estetica ed estatica del mondo. Ripensiamo al successo internazionale di Il postino, film del/dei Sud, ovvero film del cileno Pablo Neruda e del suo esegeta e connazionale Antonio Skàrmeta. Ma soprattutto film del napoletano Massimo Troisi scomparso vent’anni fa, più che dello stesso regista scozzese Michael Radford, il quale lo diresse nel 1994 (premio Oscar nel ’96 per le musiche di Luis Bacalov). Girato tra Procida e Salina che l’altro giorno ha intitolato una via a Troisi, Il postino, rovescia la nozione insulare nel suo contrario. Un’isola del Sud consente ai personaggi – un celebre scrittore e un portalettere – nonché agli spettatori, di non essere soli o isolati, quindi di stringere legami di affetto e di amicizia impensabili altrove.

Il sogno italiano della «dolce vita», per uno dei ricorrenti paradossi della storia, ha assunto contorni evidenti in una temperie segnata dal dolore e dalla speranza di affrancarsene. È storia sia del dopoguerra sia degli ultimi lustri quando il Sud dell’Italia diventa chimerico nello sguardo dell’Altro, che per il filosofo Emmanuel Lévinas è l’unico passaporto sempre valido. Centinaia di migliaia di migranti asiatici e africani hanno «eletto» le spiagge siciliane o pugliesi ad approdo occidentale, a novella terra promessa, a frontiera decisiva. Dalla caduta del Muro di Berlino (1989) in poi, l’esodo è passato dal Mezzogiorno d’Italia. E l’esodo è tout court la storia del XX secolo, ricordava la scrittrice americana Susan Sontag negli ultimi anni «di casa» a Bari. Il flusso continua ancora in queste settimane e ogni illusione di «governarlo» per legge è inevitabilmente naufragata.

L’Italia e in particolare il Mezzogiorno sono agli antipodi di chi vagheggia uno «schermo buio» globale; ne costituiscono un possibile antidoto. Il Sud è visionario, è luce ma conosce la saggezza dell’ombra, della pausa, della preghiera da Tommaso d’Aquino a Giordano Bruno, fino a Giambattista Vico e Benedetto Croce. Il Sud è alieno dal teorema del «dimostrare», cui preferisce di gran lunga il «mostrare». Perciò sugli schermi lontani l’Italia è il Sud, ovvero spesso coincide con le sue visioni luminose, ardenti, incantate, ma anche dure, laconiche, dignitosamente povere. «Mischia di luce e lutto», per dirla con lo scrittore Gesualdo Bufalino.

Tale percezione dell’immaginario collettivo è confermata, appunto, da non pochi fra i premi Oscar andati ai film italiani prima di La grande bellezza, che pure riserva il suo segreto primo e ultimo nell’isola dove il protagonista Toni Servillo, adolescente, scoprì l’amore. Se si esclude lo straordinario corpus artistico di Federico Fellini (cinque statuette a film scanditi dalle marcette delle bande del Sud amate da Nino Rota, per vent’anni al Conservatorio di Bari), nel corso del tempo molti dei vincitori italiani degli Academy Awards riservano una pregnanza meridionale o proiettata verso un Sud più largo dei suoi confini.

Citiamo Sciuscià (Oscar nel 1947) e Ladri di biciclette (1949) di Vittorio De Sica, Anna Magnani (1955), Divorzio all’italiana di Pietro Germi (1961), Sophia Loren (1961), Ieri, oggi e domani (1964) ancora di De Sica, Nuovo cinema Paradiso (1989) di Giuseppe Tornatore, Mediterraneo (1991) di Gabriele Salvatores. Sono titoli e nomi che danno ragione, nel più ampio contesto meridionale, a un’intuizione di Leonardo Sciascia sui temi siciliani ricorrenti al cinema: «Il mondo offeso; il teatro della commedia erotica; il luogo della bellezza e della verità» (La corda pazza, 1963).

Non valgono soltanto gli Oscar, ovviamente. Così fu in L’oro di Napoli con i suoi ingegni di pizzaiole e pazzarielli scandagliati da Giuseppe Marotta e portati sullo schermo da De Sica nel 1954. Così, nella Sicilia dei documentari anni Cinquanta di Vittorio De Seta. Così, per la sobrietà/sacertà del pasoliniano Vangelo secondo Matteo (1964) che giusto cinquant’anni fa iscrisse la Passione di Cristo nei Sassi di Matera (il film ottenne comunque tre nomination nel 1967 per scenografia, costumi e colonna sonora).Un passato da tradurre nel futuro è anche il Salento di Edoardo Winspeare, da Pizzicata (1996) a Sangue vivo (2000), da Il miracolo (2003) all’essenziale e prezioso In grazia di Dio (2014). Da ultimo, il regista che «balla coi ragni» ha testimoniato la fine dell’energia espansiva della pizzica o taranta, incanalata in un fenomeno pop e in una «narrazione» politica per edulcorare i conflitti dello stesso Sud da cui sgorgò (in primis il dramma dell’Ilva di Taranto).

Segnate da una forte impronta morale sono le regie del foggiano Michele Placido, in questi giorni impegnato a Bisceglie sul set di La scelta da Pirandello. Placido esplora le zone d’ombra della realtà in film come Pummarò (1990) sull’Italia dei migranti clandestini o Del perduto amore (1998) nei «suoi» paesini del Subappenino. Sono i borghi dove L’amore ritorna, per dirla con Sergio Rubini (2004), anche grazie a una buona dose di anima e di prodigio. È il Sud della «permanenza del tempo» che Carlo Levi, in una pagina di Un volto che ci somiglia, attribuiva all’Italia contadina, alla familiarità con l’arcaico e all’«uso non interrotto delle generazioni». E nel Sud «magico» di Castel del Monte sta girando Matteo Garrone, il quale si misura con le fiabe secentesche di Lo Cunto de li Cunti, capolavoro postumo di Giambattista Basile.

Fedele alla memoria ma con lo sguardo al domani… Magari Il Sud è niente (Fabio Mollo, 2013), eppure può ben essere salvifico. Purché non si adagi nei luoghi comuni. Ricordate Ricomincio da tre? Il film è del 1981 e dopo i successi teatrali e televisivi della «Smorfia», segnò l’esordio da regista di Massimo Troisi, giovane protagonista in viaggio da Napoli a Firenze. Il simpatico automobilista depresso Michele Mirabella e altri gli chiedono se sia un emigrante e lui risponde: «Perché, u’ napoletano nun pò viaggià, pò sulamente emigra’?». Ironia amara da non dimenticare, tanto più alla luce di una disoccupazione dei giovani meridionali che oggi è al 61 per cento.

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Mi sono innamorato di una fuorisede https://minimaetmoralia.it/estratti/mi-sono-innamorato-di-una-fuorisede/ https://minimaetmoralia.it/estratti/mi-sono-innamorato-di-una-fuorisede/#comments Fri, 17 Jan 2014 15:44:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17615 Pubblichiamo un estratto da Best off. Il meglio delle riviste letterarie italiane edizione 2005.

di Francesco Mandica

È guardando la pila di stoviglie nel lavello, mentre il Nelsen piatti cola dentro al sugo, che capisco. Mi sono innamorato di una fuorisede. La pila dei piatti accatastata ora mi sembra anche la metafora del nostro amore. Io agisco con efficacia, come il detersivo, lei ha un cuore come il sugo, la crosta, l’unto difficile da intaccare. Persino con la paglietta del mio savoir faire. Mentre canticchio “i piatti-ti i piatti ti con Nelsen piatti li può lavare lui!” lei lava i piatti, è distante, non capisce, parla da sola, con il naso in mezzo al gomito si alza la manica e contemporaneamente con i denti, mordicchiando l’estremità del guanto giallo, fa aderire il lattice fin su su all’avambraccio. Bello teso.

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Pubblichiamo un estratto da Best off. Il meglio delle riviste letterarie italiane edizione 2005. (Fonte immagine)

di Francesco Mandica

È guardando la pila di stoviglie nel lavello, mentre il Nelsen piatti cola dentro al sugo, che capisco. Mi sono innamorato di una fuorisede. La pila dei piatti accatastata ora mi sembra anche la metafora del nostro amore. Io agisco con efficacia, come il detersivo, lei ha un cuore come il sugo, la crosta, l’unto difficile da intaccare. Persino con la paglietta del mio savoir faire. Mentre canticchio “i piatti-ti i piatti ti con Nelsen piatti li può lavare lui!” lei lava i piatti, è distante, non capisce, parla da sola, con il naso in mezzo al gomito si alza la manica e contemporaneamente con i denti, mordicchiando l’estremità del guanto giallo, fa aderire il lattice fin su su all’avambraccio. Bello teso.

Ha dieci anni meno di me, è di Canosa, si chiama Simona e quando c’era il Carosello Simona gocciolava nel preservativo o si scontrava con la spirale. Simona non ha ricordo alcuno del Carosello. Nei primi anni ottanta era solo uno spermatozoo. Io già passavo da mamma a papà e da papà a mamma e da nonna a zia. Così tutta l’estate. Mi ricordo l’esotismo dei nomi spagnoli in televisione, durante i mondiali di calcio. Bilbao, Malaga, Vigo, sembravano luoghi lontanissimi, che riverberavano mistero tremolando dal televisore nel giardino della casa di Sperlonga. Ma del calcio già all’epoca non me ne fregava niente. Ora invece mi tocca conoscere almeno una qualche geografia distante, una qualche costellazione di nomi calcistici che come dice lei “ho imparato con la schizzechea”, sarebbe a dire un po’ a cazzo, affermazione che mi ricorda quei tipi strani che a scuola imparavano le poesie tentando di adottare sistemi mnemotecnici raffinati, degni di Giordano Bruno. Alle medie c’era quello che la imparava leggendola dieci volte e scomponendone le strofe, quell’altro che associava ad ogni endecasillabo una serie di sequenze numeriche che tentava di ricordare con complicati schemi su un quadernone a quadretti con sopra Snoopy che fa il surf. Ma il più invidiato della scuola media statale Terenzio Afro (che solo anni dopo scoprii essere il commediografo latino e non un bersagliere o un garibaldino) era quello che sosteneva bastasse leggere una sola benedetta volta la poesia in questione che fosse Il rospo di Hugo o La spigolatrice di Sapri. Bisognava farlo a voce alta e come ultima cosa prima di andare a dormire. C’ho provato fino all’ultimo anno d’università. Niente.

Ora invece sono qua, stravaccato sul divano letto in una cucina/soggiorno/tinello/alcova di una decina di metri quadri sulla Circonvallazione Casilina, lungo la ferrovia. Sto tentando in questo momento di dibattere sulla storia del calcio scommesse, su Galliani e Matarrese e Pescante e Carraro, insomma sul caro vecchio P.s.i. Una noia mortale, lo faccio solo per Simona. Lei pensa sia assolutamente normale che io sia qua, nella sua cazzo di catapecchia, che abbia già fatto amicizia con i suoi coinquilini Chicco e Mimmo, che abbia imparato a distinguere la n’duja dalla burrata, che abbia anche offerto una canna di fumo. Direttamente dalla mia già magra scorta personale. Senza girarla la canna, perché mi tremano le mani e le canne non ho mai potuto girarle. E tieni la cartina! Falla a bandiera! Ora rolla! Fai un filtro! Non così! Devi girare! È strano quanto abbiano del militare certi ordini imposti dalla voglia di drogarsi.

Un giorno io e Simona faremo l’amore e sono certo che lo faremo su questo divano letto, con questo telo vichy tutto zozzo, su cui più di un essere umano deve aver serenamente scoreggiato. Ma come ci sono arrivato qua? Se mi vedesse mia madre. Tutto immerso in questo colesterolo dei meridionali.

Come ho fatto poi quella sera di sei mesi fa al Branca a convincere una studentessa di scienze della comunicazione ventenne, con la testa rasata e le caviglie grosse a darmi il suo numero di cellulare? L’ho sfinita di messaggi al cellulare, con questi ultimi ho tentato di creare un codice comune ed identificativo della nostra vicinanza. Per lei ho messo la suoneria del nuovo singolo di Biagio Antonacci. “Non ci facciamo compagnia”. Per lei ho attivato lo You and me e l’abilitazione delle chiamate a carico. Perché non mi piace che mi faccia soltanto gli squilli quando non ha soldi per la ricarica. Mi piace che mi possa chiamare quando vuole. Anche nel cuore della notte, quando dorme dal suo ragazzo. Giù, all’Acqua bulicante.

Il ragazzo di Simona si chiama Morgan, ha la madre inglese. Morgan studia pure lui, credo antropologia culturale, alla Terza. Ora che ci penso io sono l’unico del giro di Simona che lavora, per modo di dire. Ha i capelli rasta questo Morgan, però sotto questi capelli rasta si nasconde il sosia di Carlo Lucarelli. Provate l’inverso, immaginate Lucarelli con un parruccone di ricci nella luce fioca dello studio televisivo che vi fissa raccontandovi il più efferato dei delitti di un Pacciani qualunque. Non ho mai visto la schiena di nessuno dei due ma sospetto abbiano in comune anche una folta peluria al livello scapolare. L’ho conosciuto la scorsa settimana Morgan, quando ho suonato al campanello di Simona e all’improvviso è comparso lui. Ai piedi indossava le ciabatte di Simona, quelle con un peperoncino di pezza circondato da una scritta trapuntata che dice “vero peperoncino di Salerno, ‘o Viagr’ naturale!”. Cazzo, ho capito subito che sarebbe stata più dura del previsto, ho deciso che virando il timone con coraggio avrei dovuto cambiare strategia, strambando veloce e sicuro.

I fuorisede vivono in un tempo diverso dal nostro, non solo fuori-sede. Sono fuori-tempo. Regolano la loro vita secondo schemi matriarcali, vanno a fare la spesa la mattina come i vecchi, quelli col cappotto ad agosto. Si ricordano compleanni, scadenze di bolli, patroni, santi e festività varie. Devono sempre andare alla posta. Guardano se fuori nuvola per andare a stendere nel terrazzo condominiale. Ogni mattina si chiedono, come faceva mia nonna, cosa faranno a pranzo, con gli occhi sospiranti al frigo. Fumano alla finestra mentre stringono fra le mani il cellulare, come un rosario. Nelle case dei fuorisede ci deve essere un problema di elettrosmog: fateci caso, il cellulare non prende mai nelle case dei fuorisede. Ci deve essere l’F.B.I. di mezzo. Sono molto religiosi, amano due pittori in particolare, anzi due soli quadri: i cherubini di Raffaello Sanzio, e il bacio di Klimt, quello che Luciana, un’amica di Simona, chiama l’abbracc’. Nella casa di Simona non c’è il bidè. Se dovessimo fare l’amore qui, come probabile, è meglio che mi porti delle salviette umidificate o qualcosa del genere. Non si sa mai.

Ma ritorno alla scorsa settimana: ho visto Morgan/Lucarelli che come Mosè al cospetto di Dio nel roveto ardente si è tolto le scarpe, ha messo le ciabatte di Simona, insomma ha trovato la terra promessa. E io, ebreo converso e miscredente dell’ultima ora, sono andato là a confutare tutto questo, a mettermi in mezzo, con la mia aria antipatica da sociologo dei fuorisede. Se non puoi farteli nemici, ho pensato. Così, fissando le ciabatte, tentando di non guardargli i capelli rasta ho iniziato a blandirlo Morgan, tentando di richiamare alla mia memoria possibili squarci di complicità. Fra me e uno con la barba fino agli zigomi, nera come i baffi di zorro, che cazzo ci poteva essere in comune? La musica? Lui ascolta gli Outkast, io Charles Aznavour. In questo momento, scrivo appoggiato alla doccia del bagno di Simona, spingendo il quaderno contro il miscelatore, con le scarpe sul tappetino di plastica, con il rubinetto del lavandino aperto, per ostentare zelo igienico. Oggi è il 14 maggio 2004. Oggi Charles Aznavour viene insignito dal presidente Jacques Chirac – quel signore distinto, con la fede scintillante tra le dita sciupate e affusolate, con la brillantina Linetti e il naso importante che invecchiando somiglia sempre più a un maggiordomo – della legione d’onore, il bottone rosso per le sue vette artistiche, liriche, umanitarie. Per la sua aria fanè, da bulldog caucasico bastonato.

Ascoltando Aznavour ho fatto il mio primo e spero ultimo incidente stradale. Che imbecille, avevo persino il basco in testa. Me l’hanno poi tolto a forza di sberle quattro della Garbatella pippati come salame da sugo con cui mi sono scontrato. Colpa mia. Aznavour è un poeta della sfiga, apre il suo vaso di Pandora fatto di moralismi, maschilismi, affettazione. Squaderna la mia immaginazione su un mondo fatto di nostalgici clichès , di trench e reggicalze, mascara e Bloody Mary. Proprio come i fuorisede “Azna” fa parte di una dimensione teatrale che appartiene alla commedia umana. Alla vita nor-ma-le. Aznavour ha la barba ispida e ho anche pensato che gli ruberò un piccolo trucco per conquistare Simona. Che mi lascino in pace questi emigranti della vita, questi fuorisede, che mi lascino il campo almeno una serata. Metterò sullo stereo impolverato Quel che non si fa più, versione italiana de Les plaisirs dèmodès, anno di grazia 1972, che si è apprezzato addirittura al dodicesimo posto della hit parade, in tempi in cui al primo posto troneggiava il Lennon buonista di Imagine. Quel che non si fa più viene cantata da Aznavour in un italiano da ispettore della Sûretè. Non con il patetismo di Come è triste Venezia, ma con una specie di ironico, disincantato distacco, prossimo al sarcasmo. Nel bridge, esattamente a 1 e 42 secondi primi, la canzone diventa un recitativo, cito letteralmente:

Su, vieni più vicino,
lasciati andare,
è bello stare guancia a guancia, no?
Pensare che ballare così
mi sembrava una cosa da vecchi.
Ti dirò, forse non avevano mica torto,
Le mode cambiano, l’amore no.

Reciterò il bridge in playback, tentando se possibile anche una mimica facciale credibile ma spiritosa, mi sforzerò di ricordare tutte le parole, proprio come facevo con le poesie alle medie e con i quadri di Paul Bril all’università. Tutti uguali. Tanto vale tentare. Se mi riuscisse sarebbe fatta: nonostante sia basso potrei anche sovrastarla durante un lento, sfiorandole con le costole la coppa del reggiseno, quello dalla generosa imbottitura. Ventre largo e tette piccole, per le fuorisede vige ancora la legge dell’Equatore. Quanto c’hai ragione Charles: le mode cambiano, l’amore no. Sarò io a spuntarla proprio con i tuoi suggerimenti, la tua ironia.

Insomma la scorsa settimana alla fine ho blandito Morgan con un panegirico della Tammurriata e intanto ho colpito al cuore Simona con inaudita, morbida diplomazia. Mandandole un messaggio mentre conversavo con lui, proprio mentre mi stava accanto, questo cazzo di metallaro in pantofole. Per non farmi vedere da lui e dagli astanti il messaggio l’ho digitato da dentro la tasca del soprabito, che ho poggiato un po’ goffamente sulle gambe, come un prete sedutosi per il caffè dopo la benedizione pasquale. C’ha messo un po’ ad arrivarle perché come ho detto non è facile la ricezione in questi bassi del Pigneto. La suoneria ha trillato trionfalmente dopo ben otto minuti, Simona è avvampata, è rimasta molto colpita e, temendo reazioni da parte di Morgan del tipo: “Chi è, Simo?” ad alta voce, su due piedi, ha detto:
– Devo richiamare quell gran troione di Margaret sennò alla revisione come cazzo faccio, quella c’ha tutti gli appunti.

Sul messaggio avevo semplicemente dichiarato: ti voglio così tanto che le conseguenze ormai non importano più.

Ora, uscito dal bagno e sedutomi al mio posto di amante ruffiano, ricomincio a parlare con Chicco e Mimmo di quanto costerà di più il fumo se approveranno la legge Fini, altro stringente tema di attualità. Il mercato della droga è esattamente come quello del pesce o della frutta. Simona per l’imbarazzo che la mia presenza ormai le provoca, sembra più veloce nel suo affaccendarsi al lavello. Nell’asciugare, constatare la pulizia di un bicchiere della Nutella – altro totem fuorisede – ha gesti e tecnica impeccabile, guanto ancora tirato, acqua ancora calda. Devo liberarmi di queste due succursali dell’aspromonte che mi parlano in stereo dai due lati del divano, devo liberarmi di Lucarelli che mi fissa fuori e dentro la televisione, costantemente impresso nell’inconscio, con o senza parrucca rasta.

Prendermi una pausa. Potrei fare una delle mie sparate, regalarle un weekend a Istanbul, purché non mi dica guardando il Bosforo che è uguale Taranto. Potrei portarla in crociera, potrei vederla così ammicare da dietro un ombrellino da cocktail di carta, mentre il suo vestito color pesca dardeggia al tramonto, con le sue grosse caviglie olivastre scoperte. Potrei anche darmi una calmata visto che sono le otto meno dieci e mia moglie sta per tornare a casa. E non ho cucinato niente. Per fortuna la bambina è da mia madre a Sperlonga. Devo ricordarmi almeno di comprare gli asciugoni Regina. Sennò chi la sente quella.

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Via della Conciliazione https://minimaetmoralia.it/religione/papa-francesco/ https://minimaetmoralia.it/religione/papa-francesco/#comments Mon, 25 Mar 2013 15:59:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13736 Lo dico subito: sono anticlericale e continuerò ad esserlo, come molti italiani di mezza età costretti a subìre sin dall’infanzia scolastica le angherie della madre superiora, che per punizione ti costringeva ogni mattina a far recitare la preghiera al resto della classe perché già allora al Cristo di Zeffirelli preferivi quello di Jesus Christ Superstar, e lo scrivevi nei temi, divenendo per la maestra la prova provata di come il maligno si insinui nei giovani cuori indifesi. Poi leggi la storia e il diciannovesimo canto dell’Inferno dantesco; leggi di Giordano Bruno, di Galileo, e delle persecuzioni contro gli eretici. Infine tanta Dc, la banda Marcinkus e vari preti pedofili hanno completato il cerchio.

Immaginate quindi quale sorpresa nel ritrovarmi martedì mattina, appena tornato da un viaggio in Africa, a far suonare la sveglia di buon'ora per vestirmi e uscire in fretta verso via della Conciliazione. Camminavo e pensavo se fossi diventato matto, se si trattasse di una crisi di coscienza, se la vecchiaia avanzasse implacabile, e la paura della morte cominciasse minacciosa a bussare alla porta; se anche il mio destino fosse quello di nascere incendiario e morire pompiere. Poi sono arrivato a destinazione, e ho capito che non era niente di tutto questo.

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Lo dico subito: sono anticlericale e continuerò ad esserlo, come molti italiani di mezza età costretti a subìre sin dall’infanzia scolastica le angherie della madre superiora, che per punizione ti costringeva ogni mattina a far recitare la preghiera al resto della classe perché già allora al Cristo di Zeffirelli preferivi quello di Jesus Christ Superstar, e lo scrivevi nei temi, divenendo per la maestra la prova provata di come il maligno si insinui nei giovani cuori indifesi. Poi leggi la storia e il diciannovesimo canto dell’Inferno dantesco; leggi di Giordano Bruno, di Galileo, e delle persecuzioni contro gli eretici. Infine tanta Dc, la banda Marcinkus e vari preti pedofili hanno completato il cerchio.

Immaginate quindi quale sorpresa nel ritrovarmi martedì mattina, appena tornato da un viaggio in Africa, a far suonare la sveglia di buon’ora per vestirmi e uscire in fretta verso via della Conciliazione. Camminavo e pensavo se fossi diventato matto, se si trattasse di una crisi di coscienza, se la vecchiaia avanzasse implacabile, e la paura della morte cominciasse minacciosa a bussare alla porta; se anche il mio destino fosse quello di nascere incendiario e morire pompiere. Poi sono arrivato a destinazione, e ho capito che non era niente di tutto questo.

A portarmi davanti la basilica di San Pietro era stata una insostenibile curiosità bi-direzionale: vedere chi c’era, e vedere il nuovo Papa da vicino. Mi sono così ritrovato insieme a centinaia di migliaia di persone con le quali sino a poco tempo fa pensavo non avrei mai avuto niente da condividere, e che invece ora sentivo prossime, quasi complici, senza più provare quell’imbarazzo che mi aveva accompagnato sin lì. Guadagnate poco a poco le transenne, il mio stato d’animo si faceva sempre più chiaro, ed era uno stato d’animo sereno, pacato, pacifico.

Erano state le prime parole e i primi gesti di papa Francesco, nei giorni precedenti la grande kermesse dell’intronizzazione, ad aver fatto scattare in me la scintilla, quella curiosità attiva per certi versi simile al credo di Tommaso, il santo che voleva toccare con mano. Ecco, la chiave di volta era stata questa: voler rendermi conto di persona se quel papa fosse veramente ciò che lasciava intendere: un papa diverso, un papa vero. Un papa normale.

Non sono rimasto deluso. Non tanto e non solo perché il Pontefice fermava la sua macchina senza vetri a ogni metro, distribuendo carezze e sorrisi a tutti; ma soprattutto perché i volti e gli occhi dei fedeli sembravano avere una luce nuova e antica allo stesso tempo, la luce della speranza e del desiderio di ritrovare un punto di riferimento, una guida spirituale. Un uomo di cui potersi fidare.

Quanto poco è bastato a questo papa per conquistare tutti. Pochi gesti che richiamano i valori fondamentali della Chiesa cattolica, e poche parole per ricordare, ad esempio, che il guardare al nostro prossimo come a un fratello e il rivolgersi verso l’altro con cortesia e rispetto sono azioni che dovrebbero rientrare nella banale quotidianità di ciascuna esistenza.

Sia chiaro che siamo agli inizi, e molto cammino c’è fare. Lo aspettiamo al varco dei diritti civili, delle unioni civili, o della insoluta quaestio sul testamento biologico. Su questi temi noi rimaniamo l’Italia, Stato laico, loro lo Stato Vaticano: niente ingerenze, please. A ciascuno il suo.

Però intanto qualcosa si muove e non era così scontato, neanche dopo la clamorosa rinuncia di Ratzinger, manifestazione esplicita di tutto il marcio che vegeta dentro le mura vaticane: la sostituzione del presidente dello Ior appena ventiquattr’ore dopo le sue dimissioni, sta lì a dimostrare inequivocabilmente l’essenza del peggior secolarismo accumulato nel tempo dalla curia di Roma.

E adesso? Adesso aspettiamo. Aspettiamo decisioni ben più importanti del rifiutare la scorta, le scarpette rosse o un anello d’oro. Ma la strada, finalmente, torna ad essere quella della retta via. Il primo servitore di Cristo deve dare l’esempio, e gli altri, a partire da quel clero indegno, colpevole di intrighi, ricatti e giochi di potere, si devono adeguare.

Papa Francesco, proveniente dal Sud del mondo, e che di quel Sud sembra aver ereditato e conservato semplicità e umiltà, è apparso all’improvviso come l’uomo giusto al posto giusto, arrivato giusto in tempo per tornare a infondere energie vitali a chi le aveva perdute.

Speriamo non ci deluda.

Speriamo non gli facciano fare la fine di Papa Luciani.

Amen.             

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Made in Europe https://minimaetmoralia.it/letteratura/made-in-europe/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/made-in-europe/#comments Wed, 06 Feb 2013 10:08:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12894 Questo pezzo completa il discorso di un mio analogo uscito qualche giorno fa su Repubblica. Inizia allo stesso modo, ma poi approfondisce altri aspetti che per questioni di spazio non entravano nello spazio del quotidiano. (Immagine: Jasper Johns.)

A quale idea di cultura ci aspettiamo che l'Europa si aggrappi nella stagione in cui le sue fondamenta economiche (nonché l'idea stessa di una casa comune) sono scosse come mai era successo dal dopoguerra? Ed è lecito attendere segnali interrogando quel veritiero specchio deformante che è ancora la letteratura d'invenzione?

Come non di rado accade, preziosi indizi sono disseminati dove non ci aspetteremmo di trovarli, cioè fuori dal nostro continente. Pensieri selvaggi a Buenos Aires, l'ultimo libro di Alberto Arbasino, è uno scrigno che contiene tra le altre cose un dialogo con Jorge Luis Borges risalente al 1977. Dopo aver ricordato Robert Louis Stevenson, che giunto in California dichiarò "eccomi alla frontiera della cultura occidentale", lo scrittore argentino, incalzato da Arbasino ("Ma lei si aspetta qualcosa dall'Europa?"), spiazza il lettore e forse meno l'interlocutore: "Mi aspetto tutto dall'Europa. Cosa ci si può aspettare dalla periferia? Periferia sono anche America e Russia. Noi facciamo di tutto per aiutarvi. Spero che tutto l'Occidente sia un po' uno specchio eterno dell'Europa. Tocca a voi salvarvi, e salvarci anche".

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Questo pezzo completa il discorso di un mio analogo uscito qualche giorno fa su Repubblica. Inizia allo stesso modo, ma poi approfondisce altri aspetti che per questioni di spazio non entravano nello spazio del quotidiano. 

A quale idea di cultura ci aspettiamo che l’Europa si aggrappi nella stagione in cui le sue fondamenta economiche (nonché l’idea stessa di una casa comune) sono scosse come mai era successo dal dopoguerra? Ed è lecito attendere segnali interrogando quel veritiero specchio deformante che è ancora la letteratura d’invenzione?

Come non di rado accade, preziosi indizi sono disseminati dove non ci aspetteremmo di trovarli, cioè fuori dal nostro continente. Pensieri selvaggi a Buenos Aires, l’ultimo libro di Alberto Arbasino, è uno scrigno che contiene tra le altre cose un dialogo con Jorge Luis Borges risalente al 1977. Dopo aver ricordato Robert Louis Stevenson, che giunto in California dichiarò “eccomi alla frontiera della cultura occidentale”, lo scrittore argentino, incalzato da Arbasino (“Ma lei si aspetta qualcosa dall’Europa?”), spiazza il lettore e forse meno l’interlocutore: “Mi aspetto tutto dall’Europa. Cosa ci si può aspettare dalla periferia? Periferia sono anche America e Russia. Noi facciamo di tutto per aiutarvi. Spero che tutto l’Occidente sia un po’ uno specchio eterno dell’Europa. Tocca a voi salvarvi, e salvarci anche”.

Brandire un conservatore come Borges può sembrare un estremo tentativo di dar lustro al Vecchio Continente quando a scommetterci sono rimasti in pochi. Dirò allora che più di recente Roberto Bolaño – un trotskista che amava Pound – ebbe a scrivere: “l’America Latina è stata il manicomio d’Europa come gli Stati Uniti ne sono stati la fabbrica. La fabbrica ora è in mano ai caposquadra, e i matti evasi dal manicomio sono la mano d’opera”. Oltre a esprimere dolore per i figli perduti del proprio continente, nel linguaggio paradossale di Bolaño c’è la constatazione che le sfide lanciate dall’Europa risultano tutt’altro che risolte, attendono anzi rilanci e aggiustamenti, magari proprio da chi le elaborò per primo. Il che è testimoniato da ciò che sta accadendo alla letteratura dell’altro nostro fondamentale interlocutore: gli Stati Uniti.

Dopo la grande ondata dei Novanta (il decennio che vide la luce di opere come Pastorale americana, Infine Jest, Underworld) qualcosa ha cominciato a rallentare nella narrativa statunitense. Credo dipenda da due fattori. Il primo è proprio l’infiacchimento del dialogo intercontinentale. Finito il periodo degli americani che “venivano a scuola” in Europa (Hemingway e Fitzgerald a Parigi, Faulkner che si accostava all’Ulisse “come un battista analfabeta al Vecchio Testamento”), o che degli orrori del Vecchio continente facevano un’esperienza di vita (Salinger sulle Ardenne e Vonnegut a Dresda), si è anche attenuata l’opposta spinta degli europei arrivati nel Nuovo Continente, come i Nabokov o gli ascendenti dei Bellow e dei Roth. Difficile che i nuovi scrittori americani siano oggi disposti a esplorare altri mondi per motivi più avventurosi di una fellowship.

Il secondo fattore è la crisi del postmoderno. Se opere come Underworld o Infinite Jest sono fondamentali per farci comprendere il funzionamento di un mondo dominato da consumi, mass media e flussi finanziari, il loro limite è stato quello di sviluppare sistemi perfettamente chiusi. Per quanto paradossale, è come se queste opere soffrissero di una strana forma di marxismo privo di escatologia. Esiste solo la struttura. Meglio: esiste solo la matrice di un presente in continuo upgrading. Un’ipertrofia della diagnostica (anche dolente) a cui fa da contraltare la debolezza di una scuola del sospetto che non si limiti a mostrare aspetti inquietanti nel funzionamento della Macchina (questo il postmoderno lo fa benissimo), ma la ben più radicale verità che la Macchina non è tutto ciò che esiste. Non viviamo in una delle epoche che più fatica a immaginare un futuro?

E qui torniamo all’eredità della nostra tradizione. Lo sconvolgente merito del Novecento europeo è consistito nel mostrare quali regni sotterranei sostenessero la piccola punta d’iceberg a cui la debolezza dei sensi si era abituata a dare il nome di realtà. Le parabole di Freud e gli incubi di Kafka, le sottili avventure di Stephen Dedalus e la complessa danza subatomica in cui galleggiano i Guermantes non sono semplici interpretazioni, ma una spallata in grado di aprire la porta verso mondi di cui ignoravamo l’esistenza. L’Europa ha però anche il vizio di trasformare con sconfortante rapidità l’audacia in accademia, motivo per il quale le ossessioni di Alex Portnoy e la bonaria pazzia di Moses Herzog risulteranno sempre più interessanti dell’ennesima imbalsamazione di Molly Bloom spacciata per romanzo d’avanguardia. Impossibile da una parte aggirare la vitalità e l’invidiabile robustezza delle opere con cui, almeno fino a poco tempo fa, i nordamericani hanno fatto scuola. E tuttavia, quando riesce a ribaltare l’odioso scetticismo di maniera nel suo magnifico speculare (ancora una volta il sospetto: quello di Galileo e di Giordano Bruno, di Marx e Einstein), l’Europa è sempre in grado di mostrare un’apertura e una capacità di mettere in discussione l’esistente sconosciute su altre latitudini.

Solo uno scrittore del vecchio continente poteva ad esempio intrattenere con il proprio paese una polemica furibonda quale quella che ha legato fino a poco tempo fa Thomas Bernhard all’Austria. E chi, se non un lusitano allenato a contestare i pilastri del mondo circostante (prendessero il nome di Dio o Capitalismo) avrebbe sviluppato l’immaginazione di Saramago? Paralizzati dalla crisi che scuote le basi del nostro patto continentale – abituata la superficie del nostro immaginario a considerare New York più vicina di Atene o Berlino –, rischiamo di non renderci conto quanto una possibile forza trasformativa qual è quella contenuta nella nostra tradizione sia, proprio in questi anni, al centro di un tentativo di rinnovamento. Basti ancora pensare alla profondità con cui Sebald ha fatto il contropelo alla Storia in Austerlitz. O ad Ágota Kristóf, capace di caricarsi sulle spalle un pezzo di mitteleuropa con quel grande romanzo che è Trilogia della città di K. La Spagna devastata dalla disoccupazione è anche il paese in cui Vila-Matas dialoga a distanza con Unamuno, e Javier Marías innerva le sue storie con quel “pensiero letterario” di matrice proustiana, che – capace com’è di scorrere libero dalla dittatura del plot – corre di tanto in tanto il rischio di inciampare in qualche domanda ultima. L’Italia del ventennio berlusconiano (sempre pronta a fustigarsi per non andare alla guerra) ha del resto prodotto scrittori come Walter Siti.

Così, se nel 1908 l’ebreo austroungarico Henry Roth arrivava in quella New York che avrebbe descritto in modo così toccante in Call It Sleep, a distanza di un secolo la storia si ribalta. Il 2007 è infatti l’anno in cui il newyorkese di origine ebraica Jonathan Littell, dopo aver scritto nella lingua di Flaubert un romanzo ambizioso come Les Bienveillantes, chiede e ottiene la cittadinanza francese per trasferirsi infine a Barcellona.

Potrebbe essere una delle stranezze di cui la storia letteraria abbonda. A me pare piuttosto un segnale interessante perché non privo di un suo contesto di riferimento. Non c’è uscita dalla crisi senza grandi idee a ispirarla, e forse sotto la cenere brucia più di quanto pigrizia e scetticismo vogliano ammettere.

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Aldo Busi: la lingua salvata https://minimaetmoralia.it/letteratura/aldo-busi-la-lingua-salvata/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/aldo-busi-la-lingua-salvata/#comments Tue, 23 Oct 2012 07:00:17 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9893 Pubblichiamo il pezzo su Aldo Busi scritto da Nicola Lagioia per Orwell. Lo facciamo adesso perché domani (come abbiamo appreso leggendo Altriabusi.it) si celebrerà, presso il tribunale di Monza, la seconda udienza del processo in cui Busi dovrà difendersi dall'accusa di aver diffamato Miriam Bartolini, in arte Veronica Lario, ex moglie del capo del governo Silvio Berlusconi.

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Pubblichiamo il pezzo su Aldo Busi scritto da Nicola Lagioia per Orwell. Lo facciamo adesso perché domani (come abbiamo appreso leggendo Altriabusi.it) si celebrerà, presso il tribunale di Monza, la seconda udienza del processo in cui Busi dovrà difendersi dall’accusa di aver diffamato Miriam Bartolini, in arte Veronica Lario, ex moglie del capo del governo Silvio Berlusconi.

Questo il capo d’imputazione contestato a Busi (e pubblicato a suo tempo su altriabusi.it): Nel corso della trasmissione televisiva “8 e mezzo” trasmessa dalla emittente “LA 7”, e perciò comunicando con più persone nel corso di un’intervista, offendeva la reputazione di Miriam Bartolini, coniuge di Sivio Berlusconi, in quanto, in risposta alla domanda “di Veronica Lario, cosa pensa?”, rispondeva: “Non ho mai pensato nulla, soltanto mi sembra molto strano che una signora che ha recitato, che è stata nei teatri, che, insomma, non dico colta, ma comunque con un’istruzione piuttosto vasta, mandi una lettera per una storia di possibili corna o tradimenti o minorenni, ecc., e non abbia mai detto nulla sul fatto che a casa Berlusconi c’era un tale Mangano, lo stalliere pluriomicida e mafioso di vaglia che stava lì e che probabilmente ha preso in braccio i suoi bambini… Allora io mi sarei svegliata, magari venti anni prima”. In merito alla separazione tra la querelante e Berlusconi, aggiungeva “Sì ci sono state cose molto più gravi. Cioè a me non sembra una ragione sufficiente per staccarsi da un uomo… No, perché in fondo a una donna fa piacere avere il marito che ogni tanto va fuori dalle palle, va con qualche altra… se piace alle altre donne vuol dire che ha scelto bene”. (Immagine: Danilo De Marco.)

Ogni volta che il nome di Aldo Busi conquista l’onore delle cronache (ultima: la restituzione di 200mila euro a Giunti a seguito della risoluzione di un contratto chiesta dallo scrittore per “manifesta incompatibilità manageriale e fattuale e promozionale tra le parti”, quindi l’accordo con Dalai) è impossibile non ricalcare un pensiero che sentirebbe il dovere di presidiare motu proprio la coscienza di chi si occupa di libri: l’autore di Seminario sulla gioventù è il grande rimosso della letteratura italiana. Più biasimato al di qua degli schermi televisivi che affrontato sulla pagina, e più detestato sul facile piano delle esternazioni che osservato nello specchio sopra cui uno scrittore si rivela (la sua opera), Busi è la dimostrazione di come la società letteraria abbia da queste parti molto di onorato e poco di autenticamente letterario.

Busi non frequenta, non omaggia, non promuove, non ricambia, non firma appelli, frigge l’aria in tv e non di rado manda affanculo a sproposito. Il che dovrebbe essere irrilevante al cospetto degli almeno cinque grandi libri da lui scritti, e di una ventina di cosiddetti minori in grado di portare qualunque letterato in cerca di accettabili prebende a diventare l’eroe dei propri (discretamente) riveriti. Eppure, ai critici questo basta per non occuparsi di ciò che gli eviterebbe lo smacco di essere ricordati per aver lasciato il compito ai colleghi delle generazioni successive. Ai giornalisti culturali è sufficiente il lato folk (di Oscar Wilde guarderebbero il dito che punta il girasole pur di evitare la luna in Salomè) mentre per gli scrittori con la fissa dell’avanzamento sociale è semplicemente un controsenso addentrarsi in Vita standard di un venditore provvisorio di collant annusando sin dall’ingresso una dura aria di palestra in ogni stanza della quale mancano garanzie e automatismi dello scatto di carriera.

Eppure non si tratta solo di questo. La ferita è originaria. Se fosse il personaggio Busi a travisare lo scrittore nella coscienza altrui, il problema non si sarebbe posto quando il suo nome era ancora sconosciuto. L’esordio sarebbe dovuto essere un trionfo. E invece, se si vanno a leggere le prime anemiche recensioni a quella quadratura del cerchio tra misura, libertà e festa della lingua che è ancora Seminario sulla gioventù, si coglie tutto l’analfabetismo di ritorno che in Italia non di rado aggredisce chi si occupa professionalmente di leggere e riferire. Ma “di ritorno” da che? Dal mancato incontro con una lingua finalmente salvata.

Il più squillante e splendido what if che sorge dalle pagine migliori di Aldo Busi è infatti: cosa sarebbe accaduto alla lingua italiana (cioè a tutti noi) se a un certo punto avesse imboccato la via di Boccaccio anziché quella del Petrarca, se avesse conservato la sua forza materica e la sua viva complessità, libera dalla padronalità curiale, poi leguleia, poi accademica, poi ministeriale, infine televisiva e dunque non più la biografia del popolo che avrebbe potuto essere ma il guaito delle plebi di ogni censo e condominio sociale? Non è un caso che Busi consideri una grande occasione mancata la messa al bando della Bibbia di Diodati nel Seicento. Se Lutero, con la sua traduzione, fondava la lingua tedesca, agli italiani toccherà per molto ancora il latino amministrato dalla Chiesa (la Controriforma senza Riforma), cioè una lingua padrona. L’italiano giungerà irrimediabilmente borbonico o savoiardo, fascista o democristiano, poco gramsciano e molto togliattiano di stanza all’hotel Lux. Sempre servo di qualcuno. Così per Busi liberare la lingua ha significato spillarla dalle profondità carsiche in cui continua a scorrere Boccaccio e San Francesco e Giordano Bruno e Teofilo Folengo per non tacere l’anonimo metaletterario dell’Indovinello veronese che tutti li precede… Per farlo non basta una lingua, ci vuole un pugno di romanzi. Ci vuole un’architettura narrativa e personaggi quali un Barbino, un Angelo Barzanovi e un Celestino Lometto, un’Anastasia e una Teodora, perfino un Aldo Subi. Una Georgina Washington. Busi è riuscito nell’impresa perché ha condotto il corpo a corpo con una lingua d’adozione (“a casa si parlava il bresciano. L’italiano è stata la mia seconda lingua”), portando avanti la propria guerra di liberazione dopo aver stretto un patto con gli Alleati di altre lingue che padroneggia molto bene: il francese di Laclos, l’inglese di Sterne e delle Brontë, l’americano di Melville, il tedesco di Kafka e dei Tre saggi sulla teoria sessuale di Freud.

Questo non vuol dire che Busi centri sempre il colpo. Se lo facesse ingrasserebbe i suoi lettori col balsamo della prigionia. Invece il suo apparato retorico è così mostruosamente messo a punto da renderci liberi (ecco lo scandalo) di seguirne i momenti di trionfo e quelli in cui perde quota o si tradisce, lasciandoci ammirati per come si libera dalle strette di pochezza del paese in cui si muove e subito dopo sospettosi perché che libertà sarebbe quella che mostra il gesto di strapparsi il collare che non le stringe più la gola? Per finire, però, in esclusive oasi di meritata pace (qui perfino liberi di non rivendicare nulla) come la scena in cui Barbino schiaccia zanzare nei cessi pubblici a Parigi.

Troppa grazia per la Terza Repubblica a venire. Troppo libero arbitrio, per l’italiano standard.

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