Giorgio Colli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giorgio-colli/ un blog di approfondimento culturale Wed, 17 Mar 2021 17:47:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giorgio Colli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giorgio-colli/ 32 32 Gerusalemme è Ovunque. Una conversazione sull’invisibile https://minimaetmoralia.it/libri/gerusalemme-e-ovunque-una-conversazione-sullinvisibile/ https://minimaetmoralia.it/libri/gerusalemme-e-ovunque-una-conversazione-sullinvisibile/#respond Wed, 17 Mar 2021 13:36:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48146 Photo by David Clode on Unsplash di Andrea Cafarella Quando abbiamo cominciato a scrivere questa conversazione era da qualche mese in circolazione un’ottima traduzione del libro di culto Il cibo degli Déi (Piano B, 2019) di uno dei più importanti divulgatori della psichedelia, Terence McKenna. Un testo essenziale quando parliamo di sostanze in grado di […]

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di Andrea Cafarella

Quando abbiamo cominciato a scrivere questa conversazione era da qualche mese in circolazione un’ottima traduzione del libro di culto Il cibo degli Déi (Piano B, 2019) di uno dei più importanti divulgatori della psichedelia, Terence McKenna. Un testo essenziale quando parliamo di sostanze in grado di alterare la nostra percezione del mondo, quindi, inevitabilmente, un documento molto utile all’interno del più grande discorso relativo agli altri stati di coscienza, e agli altri mondi. Ovverosia al viaggio che è possibile compiere verso questi altrove ancora sconosciuti.

«Il mondo che percepiamo è una piccola frazione del mondo che possiamo percepire, che è una piccola frazione del mondo percepibile» questa è una delle frasi topiche di McKenna, segnalata già nell’introduzione, per intenderci.

È sfogliando le prime pagine di questo libro che mi sono imbattuto per la prima volta nel nome di Federico di Vita – che ne ha curato proprio l’introduzione. Mi ha subito affascinato l’indomabile lucidità e la chiarezza di sguardo che di Vita ha saputo mantenere nel descrivere un personaggio a dir poco controverso, le cui storie suscitano una meraviglia ambigua, poiché sembrano assurde. Eppure, niente hanno a che vedere con la finzione narrativa.

Scopro poi che Federico di Vita stava curando un volume (La scommessa psichedelica, Quodlibet, 2020) scritto a più mani, che si sarebbe occupato del Rinascimento psichedelico. Inizio quindi a mandargli una serie di domande, chiedendogli esplicitamente di prendersi del tempo – il giusto tempo – per rispondere a ognuna di esse. Il risultato è una conversazione durata mesi, nata senza uno scopo preciso, costruita nel tempo, con lentezza, mentre il nostro rapporto andava consolidandosi. Nel frattempo: il libro che stava curando è stato pubblicato, è nato un podcast chiamato Illuminismo psichedelico e moltissime altre cose sono successe.

Noi abbiamo continuato questo vero e proprio botta e risposta, nel quale tentiamo di ragionare sul significato di certi concetti inesplicabili, rievocando gli accadimenti di questi mesi e i testi che ci hanno accompagnato, indagando le esperienze di vita e forse anche – speriamo – perdendoci nei pensieri, fino a non sapere più dove eravamo diretti né dove siamo adesso.

Desidero iniziare andando subito al punto della questione: cosa è l’invisibile? Per poi risalire il crinale alla ricerca delle radici che ti hanno portato alla definizione che darai di questo concetto-luogo ontologicamente indefinibile.

 Parafrasando Calasso potrei rispondere «una vasta parte dell’essenziale», e seguendo la suggestione di McKenna che citi anche tu aggiungerei gran parte dell’esperibile. È così da sempre, pensa all’importanza che è stata riconosciuta all’interpretazione dei sogni sin dall’antichità. I sogni sono parte di un mondo altro, sommerso, per definizione non visibile con gli occhi ma direttamente calato nella nostra mente, eppure tra le visioni il sogno – anche il sogno lucido (mi capita da sempre di fare sogni lucidi, quelli cioè in cui riesci a piegare la trama del sogno stesso, imponendogli percorsi secondo le tue preferenze o paure – una skill che è considerata preziosa da chi non la possiede ma che a me, sarà che lo faccio sin da bambino, sembra normale, quasi superflua) – occupa per me il gradino più basso. Il sogno è prigioniero dei suoi schemi, procede a strappi che il cervello ricuce a velocità vertiginosa imbastendo una narrazione per legare insieme scene e ambientazioni palesemente incoerenti, spesso è sfuocato, ha quell’atmosfera, appunto, “da sogno”, affascinante come una bruma ma chi ha esperito l’incanto di un’epifania(che, in condizioni ideali di comunione con se stessi e il luogo in cui ci si trova, può avvenire ovunque), o quello di una Sindrome di Stendhal (evento raro che qualche volta nella vita, lontano dal proprio paese, può capitare di provare), sa che la grana della visione può distillare grazia in modo molto più sublime. Tu mi chiedevi dell’invisibile e io ti sto parlando di visioni, che sono per definizione visibili, eppure sono per la maggior parte del tempo inaccessibili, celate, in eterna attesa di una dischiusione che non arriva quasi mai (e quindi in gran parte tecnicamente “invisibili”, no?).

Si dà il caso che per dischiudere il mondo della visione esistano delle tecniche infallibili, messe a punto da diverse civiltà in tempi remoti: la sfera della visione può essere raggiunta grazie all’uso di piante sacre, dagli effetti psichedelici. Una piena esperienza psichedelica è tecnicamente indicibile, il salto di paradigma oltre una certa soglia è solo esperibile, non raccontabile. Una volta qualcuno mi ha detto che provare la sostanziale irriferibilità del trascendente rende la metafisica un’assurdità. Se lo sai, non ne dibatti, se ne dibatti, non lo sai. Credo di essere d’accordo, e poi – e qui siamo davvero nel cuore delle qualità dell’invisibile – gli psichedelici sono le uniche sostanze a permettere a chiunque di accedere a un rapporto diretto e senza mediazioni con la sfera del sacro. Sono l’ostia che funziona davvero, non un mero simulacro di un gesto perduto nei millenni. Una volta che sei lì poi sta a te scegliere cosa farne di questo profondissimo senso di trascendenza, una ricetta che vale per tutti io non la conosco.

Quando abbiamo un’esperienza paragonabile a quella che possiamo avere assumendo sostanze psicoattive, praticando digiuno prolungato, meditazione o semplicemente danzando senza sosta, cosa può accadere?

L’unica esperienza paragonabile a quella che si vive assumendo psichedelici che ho provato personalmente è stata proprio la Sindrome di Stendhal, nella sua caratteristica declinazione che si può provare a Gerusalemme (non a caso chiamata Sindrome di Gerusalemme). Mi è capitato sotto il Muro del Pianto, ho cominciato ad avere vertigini e un forte giramento di testa, ero profondamente scosso dal fatto di essere lì eppure pensai a un colpo di sole – certo il sole c’era ma era aprile, e per arrivare lì si passa sotto una serie di cunicoli. Così un’ora dopo essere uscito dalla Spianata delle moschee ho deciso di tornare sotto il Muro per vedere se l’effetto si sarebbe ripetuto: se non fosse successo avrei attribuito l’evento a un colpo di calore. Il mio pregiudizio era insomma negativo, eppure la seconda volta che fui lì caddi preda esattamente della stessa sensazione di rapimento estatico, era anche destabilizzante. La cosa stupefacente (be’, è il caso di dirlo) delle sostanze psichedeliche è che sensazioni di questo genere te le possono far venire in qualunque luogo, in qualunque momento, per ore e ore di seguito.

Credi che durante quei momenti di «rapimento estatico» ci rechiamo in un luogo altro, dove dimorano animali divini, spettri e voci misteriose, oppure ridiscendiamo nei sogni e nel nostro più oscuro inconscio inviolato?

Premesso che dipende in parte dalla complessione individuale, i percorsi cambiano anche a seconda della sostanza, come testimonia quel vero e proprio genere letterario sommerso che va sotto il nome di trip report. La visione scaturita dall’assunzione di ayahuasca o più in generale da quella del più importante dei suoi principi attivi, la DMT, sono caratterizzate dalla presenza di entità (non per niente il decotto amazzonico è noto come “liana dei morti”, perché la tradizione d’origine interpreta così le figure che si parano innanzi allo psiconauta – e dato che la suggestione nel caso delle sostanze psichedeliche è molto forte è facile leggere in quel modo gli esseri che compaiono assumendo ayahuasca), sta poi alla coscienza del singolo interpretarle come crede, e l’interpretazione è immediata, le entità vengono subito riconosciute come spettri, antenati, divinità, animali guida e via dicendo – io una volta ci ho visto perfino un croupier. Quindi per rispondere alla tua domanda credo che siano presenti entrambi gli elementi ma non sono necessariamente presenti e possono essere destati più facilmente seguendo alcuni percorsi, piuttosto che altri.

Cos’è, per te – prescindendo dalle definizioni scientifiche o pseudo-tali– il mondo dell’altrove?

È il giardino della lingua italiana, un villaggio del delirio, le onde del mare che come un vecchio amico ti mostrano la loro eterna, ricorsiva e commovente finezza geometrica, un angolo di un parcheggio polveroso che si rivela in paradiso, il luogo dove muore l’ego tra petali di origano e ascoltamagie in tramontovisione.

Con quali parole potresti definire il luogo in cui è possibile parlare con i Funghi, avere l’illuminazione sulla forma del DNA e forse addirittura vedere Dio?

Ovunque: può avvenire ovunque. L’importante è tenere presenti le indicazioni su set e setting, perfettamente illustrate da Timothy Leary nel suo The Psychedelic Experience: A Manual Based on the Tibetan Book of the Dead:“Il set indica la preparazione dell’individuo, inclusa la struttura della sua personalità e il suo umore in quel momento. Il setting è il contesto – il tempo meteorologico, l’atmosfera nella stanza; sociale – i reciproci sentimenti delle persone presenti; e culturale– le opinioni prevalenti su ciò che è reale”.

«Dobbiamo inventarci gli strumenti per parlare di questi problemi in modo artisticamente variato, che li renda accessibili al pubblico. Idealmente, per esempio, dovremmo essere in grado di parlare di un’esperienza mistica simultaneamente in termini di teologia, psicologia e biochimica. È un obiettivo ambizioso, ma se non riusciremo a fare qualcosa di simile, continuerà a essere molto difficile pensare alla ininterrotta ragnatela della vita come a un continuum, e non nei termini del vecchio dualismo platonico o cartesiano, che falsifica profondamente la nostra immagine del mondo».

Queste sono le parole con le quali Aldous Huxley proponeva la sua visione rispetto al compito di chi potrebbe raccontare il mondo includendo la profondità illuminante dell’esperienza mistica. Lui che è stato al centro della scrittura di The Psychedelic Experience. A Manual Based on the Tibetan Book of the Dead e del movimento psichedelico di quegli anni. In particolare, credeva nella funzione essenziale dello scrittore, dell’autore di letteratura. Scriveva che «Il letterato non è in grado di dare un contributo che abbia un reale interesse scientifico, ma può intervenire per offrire il suo apporto nell’esplorazione di zone dell’universo fantastico della mente umana, in cui gli accademici, più prudenti, sono restii a mettere piede».

Vedo che in questi giorni hai intervistato con passione Carlo Rovelli, in occasione della pubblicazione del suo Helgoland. Mi sembra un autore con un’idea della letteratura molto in linea con quanto proponeva Huxley: la funzione di chi scrive può supportare – creativamente – il lavoro scientifico. Io credo che in fondo sia sempre stato così ed è quindi importante mantenere questo carattere pionieristico e a volte addirittura divinatorio della letteratura.

Cosa comporta nella tua esperienza dover trovare nuovi strumenti del linguaggio per raccontare ciò di cui parla – e che raccontò con fervore per tutta la vita –Aldous Huxley?

Il ruolo della letteratura e più in generale della sfera umanistica nel racconto dell’esperienza psichedelica è fondamentale. Non per caso tu citi Aldous Huxley, un romanziere di successo che grazie soprattutto a ciò che ha scritto in un saggio, mi riferisco a Le porte della percezione, si ritiene aver condizionato tutte le esperienze a base di LSD provate da chiunque da quel giorno in avanti. È molto forte il portato della suggestione nell’esperienza psichedelica e c’è quindi ragione di ritenere che le nuance orientali suggerite da Huxley abbiano finito per condizionare in modo indelebile i viaggi di milioni di psiconauti a partire dagli anni Sessanta.

Nei libri di Carlo Rovelli ci sono qua e là delle metafore tratte da esperienze psichedeliche, sono brevi frasi messe lì per chiarire a livello allegorico la grana di una certa esperienza. Se ci pensi però negli stessi libri spesso per illustrare alcune caratteristiche della fisica quantistica Rovelli fa ricorso a suggestioni tratte dalle antiche filosofie orientali, forse anche questo non è un caso – seppur in modo diverso sembra in qualche misura battere dei percorsi attraversati da Huxley. Per quanto mi riguarda di recente ho curato un libro che è uscito per Quodlibet, La scommessa psichedelica, e non è un caso se tra i tanti intellettuali che ho coinvolto per mostrare come la psichedelia influenzi a fondo il mondo in cui viviamo ho chiamato a esprimersi diversi scrittori: Peppe Fiore, Francesca Matteoni, Vanni Santoni, Edoardo Camurri, Ilaria Giannini, Gregorio Magini e il critico letterario Carlo Mazza Galanti. In modi diversi loro hanno mostrato anche in quel libro cosa può succedere nell’incontro tra psichedelia e letteratura, l’intervento di Magini in particolare mi pare andare nella direzione di cui mi chiedi, lui interroga alcuni lemmi simbolo del Rinascimento psichedelico per decostruirne i significati, tentando di capire che insidie e automatismi nascondano, ma insieme provando a tracciare nuove strade interpretative. Credo che la letteratura ­– e l’arte in generale – possa fare molto in questo senso, soprattutto in un paese come l’Italia dove la ricerca scientifica in questo ambito è ancora in forte ritardo.

Ho letto un testo che hai scritto a commento del XXV canto dell’Inferno dantesco (pubblicato su L’indiscreto all’interno del progetto CCC – Commento Collettivo alla Commedia dantesca). Mi sembra un bellissimo esempio di quanto dicevamo poco sopra. Quali sono le esperienze di picco che hanno segnato il tuo approccio alla scrittura e ancor di più all’analisi del mondo che ti circonda e del tuo quotidiano?

Credo che anche quello scritto sia un esempio di quanto dicevamo sopra, ti ringrazio di averlo ricordato. In quel caso provo a mostrare uno dei più significativi effetti clinici studiati proprio in questi anni: alcune sostanze psichedeliche sono considerate eccezionali strumenti per la cura della depressione e di alcune patologie affini, come la paura della morte nei malati terminali ma anche come la sindrome da stress post-traumatico. In quello scritto mostro l’elaborazione del lutto per la morte di mia sorella, che in quel caso avviene con uno strappo tipico da esperienza psichedelica, mostrandosi in un grumo di immagini che fino a quel giorno la mia memoria mi aveva negato. Non so se ci sono altri esempi letterari in cui viene raccontata l’elaborazione del lutto attraverso l’uso di sostanze psichedeliche, mi pare però una delle cose che la letteratura può fare. Di esperienze di picco ne ho avute diverse, un’altra è descritta nel saggio La sindrome di Stendhal nell’era della sua riproducibilità tecnica, a sua volta compreso in La scommessa psichedelica. In quel caso l’esperienza visionaria è quella che si può provare a un festival di musica elettronica – a un rave – di notte, sotto l’effetto dell’LSD. Avevo in mente una festa precisa, anche se poi ho usato elementi e visioni tratti anche da altre serate di quel tipo.

Giorgio Colli scrive, prendendo in prestito un’idea nietzschiana, che «i Greci davano un grande valore alla pazzia in quanto questa era qualcosa di involontario e di terrificante, dietro al quale si poteva credere più facilmente alla rivelazione divina. Per questo si diffusero le idee più ardite: i grandi uomini, quando non erano veramente pazzi, fingevano di esserlo». Ho sempre pensato che la figura di Nietzsche fosse rivelatoria rispetto alle questioni che stiamo discorrendo, poiché per me lo è stata grandemente, come per Colli e molti altri.

Tuttavia, non è sempre così per tutti i suoi lettori. Ci sono autori che segnano il nostro percorso di vita come veri e propri maestri e formano quell’arcinota scala dalla quale è possibile il salto. Possiamo provare a comporre una mappa – un abbozzo, quantomeno – di quei pensatori, artisti, personaggi storici che hanno simboleggiato per te quell’esperienza illuminante in grado di cambiare totalmente il tuo approccio alla vita?

Ti faccio tre nomi: Dante, Melville e Bob Dylan. Non hanno molto in comune tranne forse la possibilità di attingere a un mondo molto vasto, profondo e oscuro, che riescono a far brillare anche grazie a spunti mistici.

Un’ultimissima domanda.

Abbiamo parlato del rapporto tra la letteratura e i luoghi che possono essere evocati durante l’esperienza di picco. Una relazione di mutua creazione nella quale la letteratura si nutre dell’esperienza e allo stesso tempo può influenzare le esperienze successive, come nel caso di Aldous Huxley. Un po’ come se la letteratura, e più in generale le arti siano strettamente legate al misterioso mondo raggiungibile tramite l’estasi mistico-psichedelica.

Molti pensatori hanno lamentato il fatto che la nostra società sta allontanandosi sempre più da questo spazio sacro nel quale è possibile entrare in contatto con il mondo dei sogni, il regno degli spiriti, con la dimensione del mito.

Cristina Campo diceva che la nostra «non è più una civiltà» ma credeva nel «lavoro su di Sé», individuale, del singolo.
Tu hai curato un libro dedicato all’influenza che gli psichedelici hanno avuto sulla nostra società e su alcuni dei differenti campi nei quali hanno
interferito pesantemente.

Pensi che questi strumenti potentissimi possano essere la chiave di volta per un riavvicinamento al sacro e per un’attenzione nuova e diversa al lavoro che ognuno di noi può fare su sé stesso, e così cambiare collettivamente nel tentativo di ritornare a essere una civiltà; oppure sono “solo” uno degli strumenti a nostra disposizione, nel tentativo di spostare l’asse del futuro che creiamo nel nostro ancora invisibile mondo immaginale?

Comincio dalla fine. Sto leggendo Quando abbiamo smesso di capire il mondo di Benjamín Labatut, sembra quasi che lo stiano leggendo tutti in questo momento a dire il vero. In ogni modo, in uno degli essay del volume si racconta una storia che è insieme quasi incredibile e illuminante. Parla di due matematici, il primo – Alexander Grothendieck – è stato tra i più importanti del Novecento, e al centro della sua ricerca c’era l’intenzione di definire il concetto di “motivo”, ossia il fascio di luce in grado di illuminare tutte le incarnazioni e le implicazioni possibili di ogni oggetto matematico. Grothendieck chiamava questa entità iperurania “il cuore del cuore”: di cui a noi non arrivano che riflessi lontani. L’altro matematico della storia si chiama Shinichi Mochizuki, ed è presentato come il risolutore di un enigma misteriosissimo, che per altro aveva più di qualcosa a che fare con le imponenti rivelazioni di Grothendieck.

Il problema della soluzione di Mochizuki alla congettura a + b = c (questo il nome del misterioso dilemma) è che la sua spiegazione è così complessa da non essere stata ancora interpretata da alcuno, per cui non sappiamo se sia effettivamente valida o meno. In più Mochizuki si rifiuta da quando l’ha pubblicata sul suo blog di fornire ulteriori spiegazioni. Come Grothendieck, che giunto a un certo punto del suo percorso di ricerca si è semplicemente dato alla macchia, finendo per diventare un vagabondo in un minuscolo paese sui Pirenei, Mochizuki ritiene che sia in fondo meglio non chiarire certe questioni, i due sembrano insomma d’accordo su un punto: l’umanità potrebbe usare male alcune scoperte, come è successo con la fissione dell’atomo. I due hanno dunque intravisto davvero “il cuore del cuore” della matematica pura? Nessuno lo sa, quello che però mi sento di dire – ed è il motivo per cui ho raccontato qui questa storia – è che la psichedelia, e in particolare l’LSD, può portarci vicino al nostro di cuore del cuore, che però è diverso per ciascuno di noi.

Dunque per me sbaglia chi ritiene che gli psichedelici abbiano un intrinseco portato progressista, che possano indicarci un qualche cammino comune a livello di società, non penso facciano niente di tutto ciò. Mentre di sicuro possono fare moltissimo a livello personale e in questo senso certamente sono in grado di spalancare al centro della nostra testa percorsi spirituali, che poi ognuno di noi deciderà in che chiave interpretare e soprattutto se intraprenderli.

 

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Giorgio Colli, Nietzsche e la nascita della filosofia https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/giorgio-colli-nietzsche-e-la-nascita-della-filosofia/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/giorgio-colli-nietzsche-e-la-nascita-della-filosofia/#comments Thu, 24 Dec 2015 11:36:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29505 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo.

Ci sono libri che finiscono per identificarsi nella loro copertina con tale potenza che sembra impossibile pensarli in un’altra veste. Sono casi rarissimi. I motivi restano spesso insondabili. Generalmente è l’assenza di immagini e un colore dominante: qualcosa che si fonde con il contenuto del libro, il suo valore, la capacità di restare. Perché è il tempo a dettare legge. E difficilmente all’inizio si potrebbero far previsioni. Esattamente quarant’anni fa, per esempio, nessuno avrebbe immaginato che La nascita della filosofia, il piccolo volumetto Adelphi, giallo, percorso da righe nere, il nome del suo autore in corsivo, fosse destinato a diventare da sé, fisicamente, una specie di talismano. Non poteva sperarlo nemmeno Giorgio Colli, che pure, mentre si rigirava il libro in mano, non dissimulò  l’orgoglio nel constatare la riuscita somiglianza con quell’altro volumetto della Piccola Biblioteca Adelphi, anch’esso giallo, il nome dell’autore in corsivo: Friedrich Nietzsche, e il titolo su due righe: La nascita della tragedia.

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freddnitz

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo.

Ci sono libri che finiscono per identificarsi nella loro copertina con tale potenza che sembra impossibile pensarli in un’altra veste. Sono casi rarissimi. I motivi restano spesso insondabili. Generalmente è l’assenza di immagini e un colore dominante: qualcosa che si fonde con il contenuto del libro, il suo valore, la capacità di restare. Perché è il tempo a dettare legge. E difficilmente all’inizio si potrebbero far previsioni. Esattamente quarant’anni fa, per esempio, nessuno avrebbe immaginato che La nascita della filosofia, il piccolo volumetto Adelphi, giallo, percorso da righe nere, il nome del suo autore in corsivo, fosse destinato a diventare da sé, fisicamente, una specie di talismano. Non poteva sperarlo nemmeno Giorgio Colli, che pure, mentre si rigirava il libro in mano, non dissimulò  l’orgoglio nel constatare la riuscita somiglianza con quell’altro volumetto della Piccola Biblioteca Adelphi, anch’esso giallo, il nome dell’autore in corsivo: Friedrich Nietzsche, e il titolo su due righe: La nascita della tragedia.

Dell’opera di Nietzsche del resto era lui stesso a curare la completa revisione assieme a Mazzino Montinari – lavoro che avrebbe rappresentato una pietra miliare per tutti gli studiosi del filosofo tedesco. Il mondo di Colli, tuttavia, affondava le sue radici in territori assai più lontani. Gli stessi che Nietzsche aveva coltivato nella sua giovinezza, sviluppando una formazione filologica e una conoscenza dei testi greci antichi e soprattutto arcaici. Così proprio in quei territori, ora, Colli si ritrovava accanto al maestro: due edizioni dai titoli simili e dalla veste identica, due visioni del mondo che s’intrecciavano e dialogavano, uno sforzo titanico destinato a fare epoca.

“La follia è la matrice della sapienza”. Così si chiude il primo capitolo de La nascita della filosofia. Secondo Colli, infatti, non a Talete si deve guardare per risalire alle origini, come ha sempre ribadito la tradizione a partire da Aristotele, ma molto prima. Si deve scendere nelle profondità sacre dell’arcaismo e guardare con occhi nuovi a quelle divinità che Nietzsche prese come paradigmi per spiegare l’origine della tragedia: Apollo e Dioniso. Solo che per Colli, diversamente dal maestro, Apollo non è chiarezza, ragione, plasticità nella sua contrapposizione a Dioniso che è oscurità, ebbrezza, irrazionale. Le due divinità non sono contrapposte.

Lo stesso Apollo ha in sé un elemento di “terribilità e di ferocia” e le parole con cui manifesta la conoscenza all’uomo (soprattutto a Delfi, dove ha sede l’oracolo di Apollo capace di mostrare agli uomini una via per giungere alla verità) sono ambigue, oscure, allusive. Il labirinto è la forma in cui il logos si mostra nella sua enigmaticità, forma apollinea al servizio di Dioniso (l’animale-dio chiuso nel labirinto di Cnosso). Apollo e Dioniso s’intrecciano, si sovrappongono. L’uomo deve scendere nel labirinto della propria animalità, deve usare il filo del logos per non perdersi, benché quello stesso filo si aggrovigli nell’enigma. L’enigma è la sfida del dio all’uomo. Una sfida per la sapienza: “un pericolo mortale da cui possono salvarsi, ma senza tracotanza, soltanto il sapiente e l’eroe”.

“Colli dionisificò Apollo e apollineò Dioniso. Fu questa la principale rivoluzione de La nascita della filosofia proprio rispetto a La nascita della tragedia. Sulla correlazione fra i due libri non c’è da dubitare”. Angelo Tonelli, discepolo di Colli, studioso del  mondo antico, spiega ogni cosa. Ha appena dato alle stampe un libro importante (Eleusis e Orfismo, Feltrinelli, pp. 639, euro 14), raccolta e interpretazione di tutto ciò che resta sulle arcaiche sorgenti greche della sapienza. Il segno che su di lui ha lasciato Colli è evidente. “Seguii le sue lezioni universitarie più divulgative, proprio negli anni in cui pubblicò questo libriccino rivoluzionario. Lottava contro la storia della filosofia pur di immergersi invece in un corpo a corpo esistenziale con i testi antichi. Era la sfida che Edipo accettava e vinceva con la Sfinge e il suo enigma. Un momento in cui ci si gioca la vita perché l’enigma è l’enigma della vita. Il suo modo di studiare e insegnare la sapienza arcaica lo lasciò isolato tra gli studiosi di allora. Prevalevano due scuole, l’ermeneutica marxista e quella strutturalista. Colli per loro era il diavolo. Lui se ne fregava. Snobbato, snobbava. Era caratterizzato da un elemento aristocratico che lo allontanava da tutto. Del resto lui deteneva invece un potere editoriale. Aveva tradotto Platone, Aristotele, Kant, curava l’edizione di Nietzsche. Dell’accademia rifiutava le regole e credeva piuttosto nel rapporto con gli studenti, e soprattutto nello scambio di conoscenza puramente orale con alcuni eletti. Con loro, dopo la lezione, se ne andava al treno e lì offriva da bere. Champagne”.

L’oralità ne La nascita della filosofia segna il discrimine oltre il quale si passa dall’epoca dei sapienti a quella dei filosofi. Sapiente è chi è in contatto con la verità. Filosofo chi cerca la sapienza, così come racconta la stessa etimologia del termine (philein amare, desiderare; sophia sapienza). Dalla sfida dell’enigma dominata dal dio (l’oracolo e chi interpreta l’oracolo; la Sfinge e l’uomo che deve sciogliere l’enigma pena la morte), si passa a uomini che combattono per la sapienza, un agone da cui il dio è assente ma in cui permane lo sfondo religioso perché il prezzo resta la vita. Infine l’agonismo diventa semplicemente umano: due individui che lottano per conquistare il titolo di sapiente. Ma questa lotta che s’incarna nella sfida dialettica mantiene un’aura sapienziale solo finché perdura la sua dimensione orale. Quando Platone la mette per iscritto essa diventa un pallido surrogato, mancante di immediatezza e vitalità. Niente più “esaltazione misterica che la ragione tenta di esprimere in qualche modo attraverso la mediazione dell’enigma”, ma raffinatezza letteraria, logica, retorica, filosofia. La morte definitiva dell’epoca sapienziale però arriva per mano di Aristotele. “L’emozionalità, a un tempo dialettica e retorica, che ancora vibra in Platone, è destinata a disseccarsi in un breve volgere di tempo, a sedimentarsi e cristallizzarsi nello spirito sistematico”.

Finita l’epoca dei sapienti, quella dei filosofi dura fino ai nostri tempi. “Corrompendosi definitivamente nella storia della filosofia” dice Tonelli, ritornando sulla dimensione che Colli tentò di privilegiare fino alla sua morte “Una morte da sapiente. Un ictus fulminante all’ora del tè, mentre lavorava su Eraclito, quel terzo volume de La sapienza greca che sarebbe uscito postumo. Io dovevo laurearmi con lui. Ho cercato di non dimenticare la via. Nei miei lavori ho accentuato l’aspetto esperienziale della sapienza greca. Di Empedocle vedo più il meditante orientale che il sapiente. Nello stato di coscienza che in Eraclito è rappresentato dall’unità degli opposti vedo qualcosa che troviamo nel taoismo. Insomma ho messo più in evidenza i contatti con le tradizioni orientali”. Difficile dire cosa ne penserebbe Colli. Una cosa è certa. Al di là di ciò che si raggiunge, quel che importa è scavare nel passato con tutta la nostra anima, mettendo in gioco tutte le nostre potenzialità. “Memoria, vita, dio sono la conquista misterica contro l’oblio e la morte”. Memoria, ossia Mnemosyne. In una celebre laminetta orfica che Colli amava si dice così dell’iniziato che brama l’estasi misterica: “Sono riarso di sete e muoio: ma datemi, presto, la fredda acqua che sgorga dalla palude di Mnemosyne”.

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Piccioni e misticismo. Due poesie rare di Roberto Amato https://minimaetmoralia.it/poesia/roberto-amato-poesie/ https://minimaetmoralia.it/poesia/roberto-amato-poesie/#comments Fri, 03 May 2013 15:08:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14200 Questo pezzo è uscito su GenerAzione. (Immagine: Jackson Pollock.)

Nel 2003, a cinquant’anni suonati, Roberto Amato vinse il premio Viareggio-Répaci per la poesia. Fu con Le cucine celesti, edito da Diabasis di Reggio Emilia, per cui uscì tre anni dopo anche L’agenzia di viaggi, finalista al premio Baghetta con Patrizia Cavalli e Valentino Ronchi (vincitore del premio: un rifornimento di pane per un anno. Quando si dice che la poesia non dà il pane…). L’agenzia di viaggi fu un altro libro memorabile, mozzafiato, forse il più immediato tra i cinque fin qui pubblicati (sei, se si conta anche Gli sposi, del 2005, una strenna natalizia uscita sempre per Diabasis, tanto raro quanto mirabile – per capire il gioco di rapporti fate un tentativo di ricerca…). La qualità non è mai venuta meno, lungo il percorso bibliografico del poeta, eppure le luci su di lui si sono pian piano abbassate, si è parlato sempre meno di questo autore così lontano dai suoi “simili”, così eccentrico pur nella sua linearità, così poco letto nonostante la sua lingua tanto piana e chiara.

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Questo pezzo è uscito su GenerAzione. (Immagine: Jackson Pollock.)

Nel 2003, a cinquant’anni suonati, Roberto Amato vinse il premio Viareggio-Répaci per la poesia. Fu con Le cucine celesti, edito da Diabasis di Reggio Emilia, per cui uscì tre anni dopo anche L’agenzia di viaggi, finalista al premio Baghetta con Patrizia Cavalli e Valentino Ronchi (vincitore del premio: un rifornimento di pane per un anno. Quando si dice che la poesia non dà il pane…). L’agenzia di viaggi fu un altro libro memorabile, mozzafiato, forse il più immediato tra i cinque fin qui pubblicati (sei, se si conta anche Gli sposi, del 2005, una strenna natalizia uscita sempre per Diabasis, tanto raro quanto mirabile – per capire il gioco di rapporti fate un tentativo di ricerca…). La qualità non è mai venuta meno, lungo il percorso bibliografico del poeta, eppure le luci su di lui si sono pian piano abbassate, si è parlato sempre meno di questo autore così lontano dai suoi “simili”, così eccentrico pur nella sua linearità, così poco letto nonostante la sua lingua tanto piana e chiara.

All’inizio di quest’anno appena iniziato, grazie alla gentilezza e la disponibilità dello splendido pittore surrealista, dal sapore magrittiano, Carlo Trevisan, ho scoperto delle poesie di Amato non inedite, ma decisamente rare. Risalgono agli anni di «Sinopia», rivista versiliese di arte e cultura creata nel 1990 da Serafino Beconi, artista originario di Torre del Lago Puccini, che chiamò proprio Trevisan alla sua redazione.

Queste poesie, tra le prime mai pubblicate, presentano già alcuni dei temi e dei “personaggi” più ricorrenti nell’opera amatiana. Prendo un tema e un personaggio: la religiosità, anzi il misticismo; e il piccione. Farà ridere leggerli presentati in questo modo, eppure non v’è nulla di più tragico, lo si capirà scendendo solo di qualche riga. Di piccioni, viaggiatori e messaggeri, tornerà a scrivere ne Il disegnatore di alberi (Elliot, Roma 2009). Quanto al discorso religioso, che sembrerebbe legato strettamente al cristianesimo, mi pare in realtà legato a quello solo occasionalmente. Nell’ultimo Lo scrittore di saggi (Elliot, Roma 2012), con le epistole ai carmelitani scalzi santa Teresa d’Ávila e san Giovanni della Croce, è chiaro come l’interesse di Amato sia più per il misticismo (la stessa cosa accade per una poetessa vicina ad Amato, Silvia Morotti), nel senso così inteso: «Oggi, come ieri, la parola “mistico” ha un brutto suono: si arrossisce o ci si adombra nel ricevere questa designazione. La buona società […] non ammette tra i suoi membri chi porta tale nome, per una ragione di etichetta, lo proscrive. […] Eppure “mistico” significa soltanto “iniziato”, colui che è stato introdotto da altri o da se stesso in un’esperienza, in una conoscenza che non è quella quotidiana, non è alla portata di tutti. È pacifico che non tutti possono essere artisti, non si trova nulla di strano in questo. […] La stessa comunicabilità universale, come carattere della ragione, è un pregiudizio, un’illusione. I meandri più sottili, tortuosi e penetranti della ragione, in Aristotele, non sono ancora stati esplorati, afferrati dopo ventiquattro secoli. Anche il razionalismo è mistico. E in genere “mistico” va rivendicato come epiteto onorifico» (Giorgio Colli, Dopo Nietzsche, Adelphi, Milano 1974).

Due di queste poesie rare furono poi raccolte e commentate da Angelo Gianni e Manrico Testi in Dalla Torre Matilde alle Vette Apuane. Poeti e narratori di Viareggio e della Versilia, Mauro Baroni editore, Viareggio 1996, pp. 536-537. Gianni, che ha curato il capitolo su Amato, fa riferimento al n. 17 di Sinopia del marzo 1995, dove però le due poesie non compaiono. Mi spiega Trevisan che «probabilmente Beconi gli ha passato oltre la Sinopia anche qualche scritto di Amato (Serafino e Gianni erano amici, un paio di volte anch’io sono stato con loro a casa di Gianni). Durante il lavoro dell’antologia e con il passare del tempo sono state scelte delle poesie che poi erroneamente non erano più quelle da noi pubblicate. Quindi è un errore dell’antologia che si riferisce al numero di Sinopia».

Ringrazio ancora Trevisan e ripropongo qui poesie e commento.

***

Roberto Amato (1953)

Dalle liriche pubblicate sulla rivista “Sinopia”

Si può immaginare nulla di più insolito di un commerciante che opera sulla piazza di un mercato cittadino (quello della sua città natale, Viareggio), e si dedica alla poesia, non alla poesia tradizionale ma a quella di intonazione moderna, concettosa, e spesso di una concettosità di ispirazione cristiana? Così è per Amato, il quale prima ha cominciato con la pittura, e poi l’ha abbandonata deluso per la difficoltà di realizzare in essa il suo modo di sentire le cose. È stato allora poeta, e poeta controcorrente, sempre avverso ai luoghi comuni, e ha trovato la rivista “Sinopia” pronta ad accogliere le sue posizioni. Ma è restio a parlarne, insofferente, come se si trattasse non di versi, ma di male azioni.

1. Ho partorito con dolore

Non è una parodia del parto femminile, o della cacciata di Eva dal Paradiso terrestre, ma la controstoria, la controtradizione del “brutto anatroccolo”, troppo perbenista e ottimista, troppo luogo comune per piacere a Roberto. Il brutto anatroccolo di Amato è davvero brutto e tale rimane, e finisce perciò per mangiarsi a morsi le ali. Perciò uno sberleffo per tutti i perbenismi del mondo, concorde in ciò con il carattere introverso dell’autore.

Pubblicata nel n. 17 di “Sinopia”, la rivista diretta da Serafino Beconi (marzo 1995). Versi liberi.

Ho partorito1 con dolore l’anatroccolo grigio come il sasso2

tra cigni bianchi che cantavano tutti

appena videro la luce

e non sapevo cosa fare

non lo so neanche ora3

ma lui si becca si fruga tra le piume del petto

si mangia le ali4

 

 

1 Parla in prima persona l’anatra che ha partorito il brutto anatroccolo, secondo la leggenda divulgata da Andersen.

2 Come il sasso è più repulsivo e spregiativo di “brutto”.

3 Una bruttezza a cui non v’era modo alcuno di trovar rimedio.

4 Sfoga la propria rabbia su se stesso.

 

2. In dieci colpi d’ali

Una lirica di ispirazione religiosa, ma tale che può essere letta anche in chiave totalmente umana (e in questo è una prova del sottinteso religioso che è proprio dell’autore). Con dieci colpi d’ali un piccione che aspira alle grandi altezze dello spirito vola sino alla cima del monte Carmelo. Un monte della Palestina, su cui sorse nell’età delle Crociate un ordine religioso mendicante (l’Ordine Carmelitano), che ha avuto un gran peso nella storia del Cristianesimo. Durante la Rivoluzione francese ben sedici suore carmelitane furono condannate a morte, e la tradizione di quel martirio è ancora assai diffusa in Italia e in Francia. Ma sulla vetta del Carmelo il piccione-poeta trova solo un gran vuoto, un luogo privo di esseri umani, di esseri su cui e per cui operare. La mancanza degli uomini priva di senso l’ascesa del piccione-poeta, il quale sembra a Roberto così triste come non fu altri se non Cristo poco prima di spirare, quando invocò il Padre perché non lo abbandonasse del tutto (Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?, Marco, XV, 34 e segg.). Evidentemente il poeta ha avuto nell’animo il peso della tradizione antica del monte Carmelo, anziché la sua condizione attuale. Perciò il volo, i dieci colpi d’ala si concludono in un’amara solitudine, in una crisi delle sue speranze religiose. Il che ci rende ancora più cari i suoi versi, corrispondano o no a una realtà biografica nella storia di Roberto Amato.

Dal numero di “Sinopia” citato.

 

In dieci colpi d’ala era in cima al Carmelo

ed era bellissimo

– la grazia del piccione che si alza

d’incanto e sale sino al Padre

allo Spirito Santo

Ma lì guardava quello spazio vuoto

senza più senso

quell’onda di colline lontanissime –,

sembrava così triste

così triste

come nessuno ho visto

tranne Cristo1

1 Nelle immagini dedicate alla sua Passione. Qui la poesia di Amato si fa alta, sale fino sulla Croce.

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