Giorgio Montefoschi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giorgio-montefoschi/ un blog di approfondimento culturale Thu, 25 Feb 2016 00:24:07 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giorgio Montefoschi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giorgio-montefoschi/ 32 32 Lawrence Durrell e il Quartetto di Alessandria https://minimaetmoralia.it/letteratura/lawrence-durrell-e-il-quartetto-di-alessandria/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/lawrence-durrell-e-il-quartetto-di-alessandria/#comments Thu, 25 Feb 2016 06:30:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30095 Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

All’inizio, Alessandria lo deluse. Era abituato a ben altro, Lawrence Durrell. Era abituato alle isole, al Mediterraneo luminoso, alla Grecia delle taverne dove il tempo non passa mai. Qui, invece, la frenesia dei commercianti, la sporcizia delle strade, la cupezza di un mare improvvisamente diverso lo gettarono al limite della depressione.

Forse, a tratti, pensò che lentamente le cose sarebbero cambiate. Ma di sicuro non poté immaginare, almeno nell’autunno del 42, che la città di Alessandro, Apollonio Rodio, Plotino e Kavafis, sarebbe diventata la vera protagonista del suo capolavoro: quattro libri nell’insieme noti come Quartetto di Alessandria, uno dei picchi della letteratura novecentesca.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

All’inizio, Alessandria lo deluse. Era abituato a ben altro, Lawrence Durrell. Era abituato alle isole, al Mediterraneo luminoso, alla Grecia delle taverne dove il tempo non passa mai. Qui, invece, la frenesia dei commercianti, la sporcizia delle strade, la cupezza di un mare improvvisamente diverso lo gettarono al limite della depressione.

Forse, a tratti, pensò che lentamente le cose sarebbero cambiate. Ma di sicuro non poté immaginare, almeno nell’autunno del 42, che la città di Alessandro, Apollonio Rodio, Plotino e Kavafis, sarebbe diventata la vera protagonista del suo capolavoro: quattro libri nell’insieme noti come Quartetto di Alessandria, uno dei picchi della letteratura novecentesca.

Del resto, in quell’ottobre del 42, quando l’Ambasciata inglese per cui lavorava lo spostò dal Cairo a Alessandria, era ossessionato dall’idea della fine. Sua moglie Nancy se n’era andata a Gerusalemme con la figlia Penelope. Il matrimonio era già in crisi dopo appena sette anni. Stava finendo un’epoca. Forse stava finendo quella specie di tarda giovinezza che si era conquistato faticosamente. Era nato nel 1912 a Jalandhar, in India, ma già a undici anni i genitori lo avevano spedito a studiare in quella che mai sentì come patria. L’Inghilterra per lui era inferno e pudding e quando il padre morì e i tre fratelli tornarono assieme a una madre facile a essere persuasa, Lawrence spinse tutti a fare i bagagli alla volta di Corfù.

Era il 1935. Fino allo scoppio della guerra furono anni di beatitudine. L’amicizia di Henry Miller, le discussioni sull’arte e l’idea che arte e vita debbano dissolversi l’una dentro l’altra. Ossia quel che sarebbe accaduto proprio a Alessandria. Dopo qualche mese, infatti, ormai nel 43, Durrell incontrò una donna dai modi decisi, indecifrabile come la città di cui era la più esemplare cittadina. Attorno a quella donna, avrebbe disegnato il carattere di una delle protagoniste principali del Quartetto.

Si chiamava Yvette Cohen e lo stregò. Era “una tormentata ebrea-greca che aveva la fragranza di Cleopatra, il sedere di un’algerina, i piedi di una smirnina, gli occhi di un’ateniese, la bocca capace di civetterie e grida come le ammalianti donne di Homs e Samarcanda” – così scrive Giorgio Montefoschi, nell’introduzione a Justine, primo volume del Quartetto ripubblicato quattro anni fa. Finalmente Einaudi porta in libreria anche il secondo (Balthazar, introduzione di G. Sertoli che ha anche rivisto la classica traduzione di Liana Johnson, pp. 265, euro 20) con la promessa  che anche gli altri due volumi verranno ripubblicati a breve.

È una storia strana, infatti, quella che caratterizza la vita editoriale di questi libri, tanto ambiti quanto assenti dalle librerie, al punto da essere diventati irreperibili, nelle loro edizioni precedenti, anche al mercato dell’usato. Eppure quando uscirono resero subito celebre l’autore. Erano gli anni Sessanta. Durrell e Yvette avevano lasciato Alessandria nel 45, si erano sposati nel 47 e avevano cominciato a perdersi nel 52 dopo ripetuti crolli psichici di Yvette. Durrell allora si rifugiò a Cipro con la figlia Sappho Jane e fu lì che cominciò a svolgere le fila della memoria, a dissolvere la vita nell’arte, perdendosi nei labirinti della città che infine aveva amato più di ogni altra. Fra il 57 e il 61 uscirono le quattro parti di un gioco letterario e metaletterario apparentemente complicato.

Il Quartetto infatti si apre su un’isola greca senza nome in cui Darley (ossia Durrell) si è rifugiato per cercare di dare finalmente un volto alla città in cui ha vissuto anni misteriosi e magici. “Lontano dalla polvere calcarea” e dai cieli di canapa gonfi “come una ferita”, lontano dall’ “odore di marciapiedi caldi”, egli ha l’impressione di poter finalmente sbrogliare l’enigma del “più grande torchio dell’amore” in cui sia dato vivere: Alessandria.

Solo di un’impressione si tratta, però. Perché il ciclopico sforzo che è rappresentato dal primo tassello dell’opera, Justine, è votato al fallimento. Nel volume in libreria in questi giorni, il lettore potrà immediatamente cogliere uno dei principali motivi dell’impossibilità cui sono condannati gli esseri umani in cerca di se stessi, dell’amore e della felicità. Ancora sulla stessa isola greca si trova Darley, anche all’inizio di Balthazar. Ma dal postale di Smirne sbarca un uomo sbucato dal passato per restituire a Darley il manoscritto che aveva da lui ricevuto, ossia il primo volume della quadrilogia, Justine, trasformato in un groviglio di segni e note che costituiscono un vero e proprio Commentario in cui il senso del primo libro viene ribaltato. Non esistono fatti ma solo punti di vista. È la prima certezza che sgretola ogni possibile ricerca di verità. Eppure essa non basta a spiegare la sconfitta a cui siamo tutti condannati quando tentiamo come Darley di dar senso alla nostra storia.

Forse si deve cominciare da una delle mille frasi celebri che questi quattro libri ci regalano, fra descrizioni di lascivia impagabile, dominate dall’odore del gelsomino appassito e la polvere del deserto che s’infila ovunque, comparendo per magia tra vestiti da sempre chiusi negli armadi, dentro i libri, sotto le unghie. “Una città diventa un mondo quando si ama uno dei suoi abitanti” scrive Darley, quando la seduzione di Justine si è compiuta. Ma chi è questa “figlia della città che stabilisce che le sue donne desiderino non la voluttà del piacere ma del dolore”? Dal momento in cui, sposata a un ricco finanziere copto, Justine si china su Darley e gli si offre attraverso baci che sono “pugnalate dolci”, noi scopriamo che tutta la selva di personaggi dei quali siamo destinati a innamorarci gira attorno a questo essere incomprensibile e al mistero che cela in sé.

Nel primo libro, Darley resta intrappolato in una sensualità che porta il segno della contraddizione: una donna che dice di “godere tragicamente” forse per via di una violenza subita in passato di cui ogni volta cerca di rievocare il dolore. In Balthazar tuttavia la prospettiva si ribalta. Fin dall’inizio, veniamo informati che l’amore di Justine per Darley non era che finzione, uno schermo dietro cui si nascondeva un altro amante ancora, tal Pursewarden, sarcastico inglese, anch’egli scrittore legato all’Intelligence britannica. Ma è davvero un’altra questa Justine innamorata di leggerezza?

Alessandria “più la odiamo e più le apparteniamo” e più questo accade e più la città scivola nelle nebbie della memoria. Dovremo aspettare il terzo volume, Mountolive, dal nome di un diplomatico inglese, in cui un ulteriore spostamento del punto di vista ci spingerà a fare i conti con la pretesa di obiettività di certa letteratura. Durrell (o forse Darley?) compone un romanzo naturalistico, in terza persona, in cui lo scrittore onnisciente sembra offrirci finalmente una risposta. Ci troveremo di fronte a trame spionistiche e a una nuova sorpresa circa l’identità di Justine. Ma sarà l’ultimo volume, Clea, dal nome della pittrice che amò Justine e amerà Darley, a obbligarci verso una risposta tanto definitiva quanto evanescente. Una risposta che si annida non nel cambio del punto di vista ma nel salto temporale a cui saremo costretti. Darley lascerà l’isola greca, infatti. Tornerà nella sua città, nell’amata Alessandria, per scoprire che quella città è ormai scomparsa.

Fu quel che capitò a Durrell stesso, evidentemente. La sua vita proseguì soprattutto in Francia, ma la parentesi alessandrina rimase inarrivabile e irreplicabile.  Molte altre sono le opere lasciate da questo sublime scrittore che morì settantottenne dopo la perdita della terza moglie, un quarto matrimonio finito in fretta e il suicidio della figlia Sappho. I suoi lettori appassionati possiedono tutto, dalla poesia alla prosa di viaggio. Ma non smettono di tornare a Alessandria, dove nessuno ama chi crede di amare, fra personaggi da cui è impossibile separarsi definitivamente, fra pederasti, bambine prostitute, sessualità ingorda, famiglie distruttrici, mostruosità mai accettate, follia, tradimento, e mai tranquillità, mai requie, mai pace. I nuovi cultori dovranno pregare perché il terzo e quarto volume escano al più presto. O si lasceranno portare alla ricerca disperante di libri consunti, pagine strappate e ingiallite, zeppe di una polvere sbucata chissà da dove. Pur di non perdere il filo nel labirinto del Quartetto, l’eterno diabolico inganno della memoria e della letteratura.

La famiglia Durrell

“Quello che ci vuole per noi è il sole” disse Larry “Stamattina mi è arrivata una lettera. Pare che Corfù sia magnifica”. Gerald Durrell aveva quasi dieci anni quando nel 1934 suo fratello Lawrence, detto Larry, convinse la madre vedova a lasciare la “tetraggine dell’estate inglese” e migrare “come uno stormo di rondini” alla volta di Corfù.

Ne avrebbe scritto vent’anni dopo, in un libro fortunatissimo: La mia famiglia e altri animali (Adelphi, pp. 353, euro 10). Le cinque stagioni che la famiglia Durrell passò a Corfù raccontate attraverso gli occhi del bambino curioso, irrefrenabile, appassionato di natura, che sarebbe diventato uno dei più amati zoologi, sono esilaranti.

L’India dove i quattro Durrell erano nati era lontana. Per Lawrence l’Inghilterra era l’inferno. I due fratelli Leslie e Margot spalleggiarono il futuro scrittore, ma dal libro chi sembra averne approfittato di più fu proprio Gerald. I suoi resoconti naturalistici sono straordinari. Eppure, fra tartarughe, ragni, gazze e altre miriadi di animali che il bambino porta a popolare le tre case in cui i Durrell vissero a Corfù, spiccano le geniali prese in giro di Larry.

“Accompagnato da due bauli di libri e da una ventiquattrore con i suoi vestiti” il fratello maggiore ha già deciso di immolare la sua vita all’arte, fin da quando si decide di partire. E Gerald non smetterà di osservarlo con il disincanto del primo giorno: “Larry passava le giornate là dentro con la sua macchina da scrivere e ne usciva con aria sognante solo all’ora dei pasti. La seconda mattina, aveva un diavolo per capello perché un contadino aveva legato il suo asino accanto alla siepe. A intervalli regolari, la bestia alzava il muso e gettava un lugubre raglio. “Ma ditemi voi!” proruppe Larry “Non è da ridere che le future generazioni debbano essere private della mia opera solo perché un ilota cretino ha legato quella puzzolente bestia da soma vicino alla mia finestra?”

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Uomini tori e minotauri nell’età della crisi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/uomini-tori-e-minotauri/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/uomini-tori-e-minotauri/#comments Sun, 29 Jun 2014 05:00:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21835 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Siviglia. Poiché da queste parti la “corrida a piedi” nacque a inizio Settecento, si sente dire spesso che in nessuna città come a Siviglia sia possibile testare la salute della corrida. Quest’anno, durante la Feria de Abril, la cattiva gestione della celebre Maestranza ha mostrato terribili crepe che hanno fatto parlare di inesorabile decadenza. “Nulla è per sempre, bisogna ricordarselo” ripetevano i vecchi appassionati, inviperiti contro gli impresari dell’arena, colpevoli di meschinità che hanno tenuto fuori dal cartellone i migliori toreri e i migliori tori. Eppure la Maestranza di Siviglia non è la Scala della corrida. La Scala è Las Ventas, a Madrid. E lì, in quella che Hemingway ribattezzò la “capitale del mondo”, pochi giorni fa si è chiusa la feria di San Isidro, un mese di corride quotidiane, la feria torera più lunga del mondo, salutata dal re dimissionario Juan Carlos e da migliaia e migliaia di aficionados, come sono detti qui gli appassionati di tori.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Nella foto: José Tomas. Fonte)

Siviglia. Poiché da queste parti la “corrida a piedi” nacque a inizio Settecento, si sente dire spesso che in nessuna città come a Siviglia sia possibile testare la salute della corrida. Quest’anno, durante la Feria de Abril, la cattiva gestione della celebre Maestranza ha mostrato terribili crepe che hanno fatto parlare di inesorabile decadenza. “Nulla è per sempre, bisogna ricordarselo” ripetevano i vecchi appassionati, inviperiti contro gli impresari dell’arena, colpevoli di meschinità che hanno tenuto fuori dal cartellone i migliori toreri e i migliori tori. Eppure la Maestranza di Siviglia non è la Scala della corrida. La Scala è Las Ventas, a Madrid. E lì, in quella che Hemingway ribattezzò la “capitale del mondo”, pochi giorni fa si è chiusa la feria di San Isidro, un mese di corride quotidiane, la feria torera più lunga del mondo, salutata dal re dimissionario Juan Carlos e da migliaia e migliaia di aficionados, come sono detti qui gli appassionati di tori.

Tornando nell’Andalusia profonda, il 19 giugno scorso José Tomas, il più grande dei matadores viventi, è tornato a sfidare tori a Granada dopo quasi due anni di assenza, riempiendo la città all’inverosimile. Messicani, francesi, italiani, inglesi, oltre a spagnoli di ogni dove. Abbonamenti alla feria cittadina cresciuti del 400 per cento. Hotel e ristoranti pieni. Un indotto di cui ancora non si rivela la magica cifra, mentre gli addetti al turismo si leccano i baffi, benedicendo il santo di Galapagar, paese in provincia di Madrid dove JT nacque 39 anni fa, per crescere con i tori e una sola squadra nel cuore: ovviamente, l’Atletico.

È davvero in crisi, allora, la corrida, come sembrano sostenere inchieste, indagini e un senso comune che, sullo slancio dell’abolizione catalana e dell’estremismo animalista dilagante, ha spinto a credere che di corride non se ne faranno più e che, se nel frattempo sopravvivono, nei paesi in cui sopravvivono, chi partecipa si deve almeno vergognare? I numeri raccontano una storia molto più complicata. Il calo di spettacoli taurini in Spagna, a cui fanno riferimento gli abolizionisti (meno 41 per cento fra 2007 e 2012), è reale. Ma non tiene conto dell’enorme e spropositata crescita del numero di corride che si era registrata a partire dalla metà degli anni Novanta. Siamo dunque tornati a valori di normalità che peraltro per i veri esperti convengono alla buona salute dell’arte tauromachica (651 corride – e si intendono corride vere e proprie – contro le 630 del 1993). Quanto all’interesse che secondo gli abolizionisti è in continuo calo, nel 2012 le corride spagnole hanno venduto 5.496.452 biglietti generando un introito di oltre 177 milioni di euro. Tra gli spettacoli culturali (la corrida è cultura non sport) soltanto il cinema straniero ha fatto meglio in Spagna (quasi 450 milioni).

I dati peraltro non includono tutti quegli spettacoli taurini che vanno sotto la denominazione di “feste popolari” con cui la dimensione dell’introito cresce fin quasi a raddoppiare (altri 126 milioni di euro per un totale di 303.070.567 euro). L’impatto economico indiretto, come nel caso di JT l’altro ieri, è però quel che davvero conta. Aldilà dei biglietti strappati, secondo gli studi, si devono aggiungere almeno altri 150 milioni di euro, solo calcolando il movimento degli spettatori. Quanto ai cosiddetti effetti indotti diretti e indiretti (in sostanza, il movimento economico generale, inclusi i trasporti) l’impatto economico mosso dal carrozzone taurino sfiorava i 600 milioni di euro nell’anno più caldo della crisi, il 2012. Mica poco.

I numeri però non possono raccontare tutta la storia. Servono, agli osservatori, per contestare l’idea che l’interesse nei confronti dei tori sia scarso e antieconomico e che la sopravvivenza di un mondo tanto arcaico sia dovuta alle sovvenzioni statali (è semmai il contrario: l’esempio dell’Extremadura detta legge. Qui un festival di teatro lungo due mesi ha ricevuto 1.400.000 euro in sovvenzioni per 68.000 spettatori e 1.200.000 euro di entrate, mentre le quindici corride non sovvenzionate hanno strappato oltre 80.000 biglietti per tre milioni di euro di entrate). In quanto tali, i numeri tuttavia non possono arrivare al nocciolo della questione. Il punto è un altro. La sfida dell’uomo al toro ha ancora senso in una dimensione globale così profondamente cambiata rispetto al primo Novecento?

Basta uno sguardo alla graphic novel appena uscita in libreria, la prima graphic novel torera. Matador (di M. López Poy e M. Fernández, Diábolo Edizioni, pp. 81, euro 14,95) ci spinge a entrare in un mondo ormai perduto. La storia di Lorenzo Pascual García, soprannome torero Belmonteño, torero cui sfuggì il vero successo, comincia quando in Spagna sta per dilagare la guerra civile portandosi appresso anni di estrema povertà. Il libro, in capitoli ogni volta introdotti da un breve riassunto della storia politica e culturale del Paese, ci ricorda che quanto è capitato nel “secolo breve” è ormai alle nostre spalle per sempre. Il mondo della tauromachia sembra perdersi nel passato.

Del resto, la cosiddetta epoca d’oro del toreo, quando si scontrarono i due più grandi matadores della nostra storia, Joselito e Belmonte, era già chiusa nel momento in cui Ernest Hemingway cominciava a calcare le arene di Spagna nel 1923 (Joselito morì nell’arena il 16 maggio 1920). E se la necessità di fuggire l’indigenza e il tentativo di riscatto continuarono a passare attraverso quella che qui è ancora chiamata “festa nazionale” il motivo fu tutto nelle condizioni in cui versava la Spagna. Più tardi vennero film e un’epica di moda. Ma anche i favolosi anni 60, l’epoca in cui attori e attrici affollavano gli spalti per cercare un flash, è ormai scomparsa. E allora qual è il senso oggi della sfida dell’uomo all’animale? Hanno ragione gli esponenti di Podemos, la lista politica che ha sorpreso tutti alle ultime europee spagnole, a chiedere la definitiva abolizione della corrida?

Studi antropologici e sociali possono offrire interpretazioni e mostrare una via, ma la vera e propria risposta arriva soltanto sul campo. E il campo qui ha due facce convergenti. Toro e uomo. Da una parte gli allevamenti, dunque, dall’altra il nostro mondo e la punta del triangolo dove uomo e toro s’incontrano: la plaza de toros. Quanto agli animali, basterebbe una visita a uno dei numerosi eden in cui si allevano tori da combattimento. Parlo di luoghi paradisiaci perché nessuno, che si tratti di taurini o antitaurini, semplici amanti della natura o animalisti sfrenati, potrebbe mai resistere alla bellezza di queste riserve naturali a cielo aperto dove si salva dall’estinzione la razza antichissima del toro da corrida. Diceva Hemingway, usando un paragone perfetto, “il toro da combattimento sta al toro domestico come il lupo sta al cane”. È necessario infatti ricordarsi che stiamo parlando di una razza a se stante che per vivere ha bisogno di spazi immensi (ogni toro deve avere a disposizione almeno due ettari di terreno libero), spazi la cui natura è incontaminata perché nessuno si sognerebbe mai di scavalcare recinzioni su cui è scritto “Pericolo. Tori selvaggi”.

Andate in un allevamento di tori, che vi interessi o meno la corrida, se avete a cuore l’ecosistema e la sua difesa – sia dalle mire degli immobiliaristi che da quelle di allevatori intensivi. Se non ne avete voglia, ma vi trovate in Spagna, prendete almeno un’automobile e viaggiate lungo la cosiddetta “ruta de toros” tra Jerez de la Frontera e Medina Sidonia. È un’esperienza che non si può raccontare e che è sufficiente a decretare la vitalità di un mondo dato troppe volte per finito. Mentre guidate tra campi immensi punteggiati da figure che incarnano forza, coraggio e fierezza, non lasciatevi prendere dall’idea che dovranno morire. Tutti gli animali allevati per produrre carne muoiono per mano dell’uomo. Senonaltro quelli destinati a finire nell’arena avranno vissuto almeno quattro anni (il toro da corrida non può essere combattuto prima) e la loro carne finirà sul banco del macellaio accanto a quella del vitello che ha vissuto in pochi metri quadrati i suoi sei mesi di vita. Non pensate alla morte, per ora. Per quella ci sarà tempo nella plaza de toros. Qui, nell’immensità dei pascoli, ricordatevi solo che l’unica conseguenza immediata della fine delle corride sarebbe l’estinzione della razza e la chiusura del tipo di allevamento più sano che il nostro Occidente abbia mai considerato.

Ma veniamo all’uomo e al suo mondo. Nel secondo decennio del nuovo millennio sono ormai dimenticati i ragazzini che percorrevano le strade di Spagna in cerca di un sogno (i maletillas detti così per il fagottino di tela in cui chiudevano le quattro cose di cui erano in possesso lanciandosi alla ventura) e nessuno penserebbe mai di sfuggire alla povertà facendosi torero. Eppure le scuole taurine sono piene e toreri continuano a nascerne. Com’è possibile? Al di là delle interpretazioni – innumerevoli – una cosa è certa: il confronto con la morte non ha tempo. Comunque stiano le cose, si continua a morire. Anche in un’epoca in cui si idolatra l’eterna giovinezza. Benché sia rimossa, la fine resta inesorabile: lontani da casa, dagli sguardi indiscreti, chiusi in asettiche cliniche, si continua a morire. Nonostante le chirurgie estetiche, le creme contro l’invecchiamento, i magici elisir, si continua a invecchiare e morire. E la questione della fine – assolutamente metastorica, del tutto al di là dei tempi in cui viene posta – continua a richiedere una riflessione. Il confronto con la morte resta un passaggio obbligato. Ecco la sfida tauromachica allora. Da millenni il luogo dell’incontro fra l’uomo e la sua parte più oscura, il suo toro, la sua paura più profonda, la fine.

Nella plaza de toros assistiamo a tutto questo. Viviamo in prima persona e fuori dai simbolismi la sfida alla morte. Celebriamo, nell’ultimo rito laico, il confronto dell’uomo con se stesso e con la sua paura più grande: il suo toro da conquistare, dominare e semmai innalzare in un’altra dimensione. Tanto che chi, infine, avrà il coraggio e il desiderio di partecipare all’incontro fra uomo e animale, potrà sperare di assistere all’evento più unico e sognante che la tauromachia moderna ci conceda: l’indulto. La conclusione più straordinaria e folle della sfida alla morte. Quando torero e toro si uniscono in una danza perfetta. Quando la carica rettilinea dell’animale è diventata definitivamente curvilinea tracciando cerchi di arte sull’arena. E quando dunque uomo e animale cominciano a scambiarsi i ruoli. L’animale assumendo un’umanità impossibile. L’uomo assumendo la sua stessa animalità. Il momento del minotauro, l’unione perfetta e innaturale che spinge il pubblico, in estasi, a chiedere la salvezza del toro. L’indulto catartico. L’animale che viene salvato per tornare negli allevamenti e farsi padre di tori altrettanto forti e coraggiosi come si è dimostrato lui. Mentre l’uomo ha la sensazione immensa, folle, ebbra, di aver trasfigurato, almeno per un istante che sembra eterno, la propria mortalità.

Solo il mundillo taurino spaventa gli aficionados

Il vero pericolo per la sopravvivenza della corrida, secondo gli esperti, non viene dall’esterno. L’abolizione catalana è stata vissuta con rabbia ma senza eccessive preoccupazioni. È noto a tutti infatti che la spinta abolizionista era legata strettamente a motivi politici, allo storico indipendentismo catalano, alla “festa nazionale” vissuta come simbolo di un’appartenenza ispanica da conquistatori. Tuttavia, ciò che è seguito a quella legge, che fosse più o meno lontano da questioni profonde relative alla corrida, ha senza dubbio reso improvvisamente fragili le certezze di chi difende la cultura tauromachica. E proprio tra i maggiori difensori è salito il grido d’accusa.

La corrida, soprattutto in Spagna, è messa in pericolo dalla miopia e dall’incapacità dei principali uomini di potere del carrozzone taurino. La decadenza dell’arte risiederebbe soprattutto in una ferita faticosamente rimarginabile. Da anni, vengono infatti privilegiati allevamenti di tori cosiddetti commerciali, che crescono animali di sangue blando (la casta dei famosi Domecq) poco forti e selvaggi pur di favorire e rendere più semplice il successo dei toreri star. Il risultato di questo sforzo accomodante è nefasto: tori deboli, toreri sempre più “volgari” (l’aggettivo che nell’argot taurino contraddistingue chi va in cerca di successi senza meritarli, senza vera arte), corride noiose. Rompere il meccanismo però appare quanto mai complesso. Tra i principali attori nell’organizzazione di un evento taurino domina infatti il più nefasto conflitto d’interesse.

Tre infatti sono le figure dominanti nella contrattazione di uno spettacolo: l’impresario che gestisce la plaza e che paga toreri e allevatori; l’apoderado, ossia il procuratore del torero; il ganadero, ossia l’allevatore. Se questi ruoli non vengono tenuti rigorosamente distinti (e nessuna legge lo impone) è evidente che un impresario che è anche procuratore e allevatore finirà per privilegiare i suoi tori e i suoi toreri e con quelli altrui scambierà favori. Il mondo taurino in questa maniera si chiude nel cosiddetto “mundillo”, un circolo ristretto e chiuso, quantomai criticato, fatto di conoscenze, piaceri, ripicche, vendette, mafie. Un club di potenti che impedisce l’accesso a figure, culture, apporti estranei a quegli interessi privati, dissimulati sotto il marchio di una presunta tradizione. Il risultato è l’incapacità di rinnovarsi e soprattutto la noia, quella terribile noia, l’aburrimiento che per gli spagnoli è peggio della morte.

Visioni e letture 

La declinazione spagnola della sfida al toro non è antichissima, come si sarebbe portati a pensare. Se la tauromachia in senso ampio è attestata in Grecia già a Creta, la corrida a piedi si sviluppò dalla corrida a cavallo a inizio Settecento. Prima erano solo i nobili che potevano permettersi il cavallo per sfidare tori. A piedi invece l’arte diventa popolare. Le corride si cominciano a organizzare nelle piazze centrali delle città (Plaza Mayor a Madrid, per esempio) e a metà Settecento si costruisce la prima arena non a caso chiamata “plaza de toros”. Il rito è sostanzialmente identico da oltre due secoli. Dopo Francisco Romero, nato a Ronda nel 1695 e considerato primo torero a piedi, si sono succedute figure straordinarie e epiche che hanno ispirato innumerevoli forme di arte. Goya e Picasso sono i nomi più ricorrenti per l’arte figurativa. Ma una lista adeguata prenderebbe molte pagine.

Per chi voglia informarsi, le enciclopedie sono soltanto in lingua: in spagnolo il celebre Cossío, ribattezzato “la Bibbia dei tori”. In francese, a cura di R. Bérard, La Tauromachie. Histoire et Dictionnaire (Laffont, 2003). Film, documentari e libri si reduplicano ogni anno. In lingua italiana però le opzioni si restringono notevolmente. Un magnifico film è arrivato sui nostri schermi un anno fa: Blancanieves di Pablo Berger, muto in bianco e nero. Di un italiano invece, Francesco Rosi, Il momento della verità (1965) che ben racconta il mondo della corrida a metà Novecento. Un documentario andato in onda sulla Rai è Il pensiero e l’emozione (1987) di Gianni Barcelloni e Giorgio Montefoschi, immersione in tori e flamenco. In libreria, invece, tradotte in italiano, sono poche le opere reperibili. Svetta Hemingway con Morte nel pomeriggio, ribattezzato il Moby Dick della corrida e Un’estate pericolosa sulla sfida fra Dominguin e Ordoñez.

Tra le rarità, il prezioso libriccino di un poeta spagnolo (José Bergamín, L’arte del toreare e la sua musica silenziosa, ed. SE, 1992) e l’inchiesta romanzata sulla vita del mitico Cordobés (D. Lapierre e L. Collins, Alle cinque della sera, Mondadori, 1983). Solo in biblioteca invece Max David, Volapié. La Spagna torera dal Cid al Cordobés, Bietti 1969). Usciti recentemente, il mio romanzo-saggio, Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie, 2011) e il saggio antropologico di Matteo Meschiari, Uccidere spazi. Microanalisi della corrida (Quodlibet, 2013).

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Intervista a Giorgio Montefoschi https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-giorgio-montefoschi/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-giorgio-montefoschi/#comments Thu, 20 Feb 2014 15:30:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18644 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Da oltre quarant'anni, Giorgio Montefoschi organizza le sue giornate con disciplina ferrea, "impiegatizia" dice lui. Si alza prestissimo, legge i giornali, si siede al tavolo di una grande stanza, spalle a una montagna di classici di letteratura greca e latina, impugna la stilografica e soffre di fronte alla pagina bianca. Dopo tre ore, se ha riempito quindici o sedici righe, ossia mezza cartella dattiloscritta, è felice. La felicità e la soddisfazione in un lavoro del genere sono necessariamente brevi. Il pomeriggio, Montefoschi torna nella stanza e legge, lavora ai libri che recensisce e accende il computer che i quotidiani gli hanno imposto di usare. In questa maniera, oltre a innumerevoli articoli, contributi critici e reportage, Montefoschi ha scritto sedici romanzi, uno dei quali - La casa del padre - esattamente vent'anni fa vinse il Premio Strega. L'ultimo esce oggi, s'intitola La fragile bellezza del giorno (Bompiani, pp. 223, euro 17) e per lui conta forse più di tutti i quindici precedenti.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Da oltre quarant’anni, Giorgio Montefoschi organizza le sue giornate con disciplina ferrea, “impiegatizia” dice lui. Si alza prestissimo, legge i giornali, si siede al tavolo di una grande stanza, spalle a una montagna di classici di letteratura greca e latina, impugna la stilografica e soffre di fronte alla pagina bianca. Dopo tre ore, se ha riempito quindici o sedici righe, ossia mezza cartella dattiloscritta, è felice. La felicità e la soddisfazione in un lavoro del genere sono necessariamente brevi. Il pomeriggio, Montefoschi torna nella stanza e legge, lavora ai libri che recensisce e accende il computer che i quotidiani gli hanno imposto di usare. In questa maniera, oltre a innumerevoli articoli, contributi critici e reportage, Montefoschi ha scritto sedici romanzi, uno dei quali – La casa del padre – esattamente vent’anni fa vinse il Premio Strega. L’ultimo esce oggi, s’intitola La fragile bellezza del giorno (Bompiani, pp. 223, euro 17) e per lui conta forse più di tutti i quindici precedenti.

Dice che è il suo libro più autobiografico e che gli è costato troppo e ora la mattina non può rimettersi a scrivere e soffre il vuoto e la vita monacale a cui si è costretto senza sceglierla. Forse allora partirà. Forse per l’India, il paese che ama di più. O dovunque possa trovare un po’ di pace. Perché lui non ne ha affatto. Del resto non è come lo descrivono – ripete – solo perché legge ogni giorno la Bibbia e s’interroga costantemente sulla fede che non riesce a trovare. È inquieto, aspetta il giudizio dei lettori con l’ansia con cui vive il tempo, la stessa ansia dei suoi personaggi e in particolare di Ernesto Chiarini, protagonista di questo libro “trasgressivo, perché oggi una storia di amore lunga una vita intera è una storia trasgressiva”. Ma l’amore che Ernesto ha conosciuto, rincorso e custodito con gelosia, in realtà è eterno, dura più della vita stessa, era iniziato prima e continuerà dopo, è l’amore più grande che si possa immaginare, e apre le porte al mistero con cui Montefoschi tenta di fare i conti da sempre, sempre fallendo – dice lui – “perché il mistero è destinato a rimanere tale”.

È per questo che i suoi personaggi sembrano sempre sporgersi su qualcosa che non possono afferrare?

Proprio così. Si sporgono. Io metto uomini apparentemente irrilevanti di fronte al mistero e cerco ogni volta di accompagnarli ma poi c’è solo il vuoto. Io, del resto, quando scrivo, se posso non dico. In questo libro il momento più importante arriva con una carezza che il protagonista dà a suo nipote. In quella carezza sta il mio modo di intendere la letteratura.

Si tratta di un libro esplicitamente pieno di letteratura. Ernesto è uno scrittore e scopriamo che i libri che ha scritto sono gli stessi di Montefoschi. Nella lotta contro il suo dolore inizia a scrivere un romanzo che costituisce un libro dentro il libro. Eppoi sono costantemente citate opere di grandi scrittori. Innanzitutto Gita al faro.

Un romanzo sublime. La fragile bellezza del giorno comincia da lì, dal secondo capitolo di Gita al faro, quando la Signora Ramsey che è Tutto con la T maiuscola non c’è più. Cosa succede quando Tutto è assente?

Risponde un altro libro: L’airone di Bassani.

Bassani è un gigante della nostra letteratura. Nell’Airone c’è l’uomo disperato, senza dio, che avanza nel buio. Come il mio protagonista.

Ma Ernesto non perde completamente la speranza. E lì appare Cime tempestose.

Emily Brontë ha scritto il romanzo perfetto sull’amore assoluto. Quando Heathcliff si getta sulla tomba di Catherine e cerca di scavare e di raggiungere l’amata. Ha presente di cosa parlo? Mai io ho letto un romanzo capace di raccontare un amore così travolgente.

Come sempre, tutto accade a Roma. Ma questa città che lei descrive minuziosamente sembra diventato un non-luogo.

Quando mi domandano “ancora Roma?” divento pazzo. Queste strade, sempre le stesse, i palazzi della Roma borghese, io li uso per mostrare altro, ossia il contrasto fra l’ambiente chiuso e ciò che l’ambiente non può contenere.

Lo scorrere del tempo, innanzitutto?

Il tempo è il protagonista assoluto della letteratura. Domina sulla nostra quotidianità e non possiamo e non vogliamo sottrarci. Io vivo il tempo in maniera ossessiva e non pacificata. Leggevo Schopenhauer, aspettandola, eccolo qui, dice di liberarsi dell’apparenza e del tempo. Ma come? Noi amiamo il tempo. Sappiamo che finisce eppure non possiamo immaginare nessun dopo se non attraverso i parametri del tempo.

È per questo che ciò che scrive sembra dominato dall’idea del ritorno?

Se andrò in India, ora, andrò per tornare. Rivedere posti che conosco e amo mi dà una rassicurazione che sfiora l’immortalità.

Lei è cresciuto tra i grandi scrittori del Novecento italiano. Su tutti Elsa Morante.

Una scrittrice eccezionale. Pessimo carattere: perfida, bizzosa, intransigente e violenta. Chiusa su se stessa. In anni e anni non mi ha mai fatto una domanda sulla mia vita, mia moglie, i miei figli, nulla. La migliore scrittrice del Novecento.

E Moravia?

Intelligentissimo. Però i suoi libri mi piacciono fino alla Noia esclusa. Lui, diversamente dalla Morante, era di una curiosità infinita. La prima volta che c’incontrammo mi fece un’interrogatorio che sembrava di essere in questura.

Accanto alla Morante allora chi mette?

Gadda e Bassani. Poi vengono Cassola, Parise e Volponi.

Bassani e Cassola. Come ha vissuto le celebrazioni del cinquantennale del Gruppo 63?

Parliamo dell’entità culturale che si è più autocelebrata nella storia della letteratura, eppure non ha lasciato un’opera da ricordare. Svillaneggiavano Bassani e Cassola cui non erano neppure degni di allacciare le scarpe.

E degli scrittori di oggi che pensa?

Domina le classifiche ciò che non è letteratura, come Volo e Mazzantini, ma almeno il primo non pretende di essere riconosciuto in quanto scrittore. Una volta c’era la protezione del PCI, oggi c’è solo la tv. L’egemonia statunitense potrebbe dare buoni frutti. Io però ammiro scrittori come Bellow, Malamud, Updike. Non mi si dica che Franzen può essere messo sul loro stesso piano.

Lei non è stato protetto dal PCI ma fu socialista.

Io sono sempre stato un antifascista non comunista, liberale, cristiano ma non cattolico. Mi hanno messo il marchio di socialista perché facevo Mixer, una trasmissione con cui abbiamo prodotto cose di grande pregio. Poi, certo, andavo a cena con Martelli, ossia il miglior ministro di Giustizia che abbia avuto il nostro Paese. Mi divertivo anche, ma verso l’una i politici andavano al sodo e cominciavano a parlare di potere, allora mi alzavo e salutavo.

Cristiano ma non cattolico. Mi dica di più.

Che vuole che le dica. Io non sono credente, però non posso accettare che tutto finisca qui. Cerco disperatamente un senso. Voglio ritrovare tutti i miei cari, quando sarà finita. Ma voglio ritrovare loro. Non tre miliardi di cinesi.

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Il meglio di Pagina3: settimana dal 10 al 14 dicembre https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-10-14-dicembre/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-10-14-dicembre/#comments Fri, 14 Dec 2012 16:19:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12035 Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di dicembre è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di dicembre è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

Lunedì 10 dicembre:

 Incontro con Salvatore Settis. Contro l’attacco al bene comune. Articolo di Simona Maggiorelli, Left-Avvenimenti n. 49.

 Un ricordo di Elsa Morante. Articolo di Sandra Petrignani uscito il 7 luglio 2012 su Il Foglio, ora ripubblicato su sandrapetrignani.it

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Prado del Lars Danielsson Trio

 

Martedì 11 dicembre:

 Sulle tracce di Iréne Némirovsky. La Parigi dei figli del ghetto. Articolo di Massimiliano Chiavarone, Corriere della Sera, p. 47.

 Ascesa e declino della scrivania. Articolo di Claudio Franzoni su doppiozero.com

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Fugato del Modern Jazz Quartet

 

Mercoledì 12 dicembre:

 Saul Bellow. La vittima illustre dei benpensanti. Articolo di Alessandro Piperno, IL mensile del Sole 24 Ore, pp. 9-12.

 I libri dell’anno 2012 secondo rivistastudio.com

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Collard Greens and Black Eyed Peas di Bud Powell.

 

Giovedì 13 dicembre:

 I tranelli della Società Autostradale. Gli autonauti della cosmostrada di Julio Cortazár. Recensione di Luca Bianco, L’Indice dei libri n. 12, p. 21.

Una poesia tutta per loro. Articolo di Nadia Fusini, la Repubblica, pp.48-49

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Out of this World di Phineas Newborn Junior

 

Venerdì 14 dicembre:

 Un’Italia senza. Il j’accuse di Riccardo Muti. Intervista di Federico Rampini, la Repubblica, p.50

 Eckart, un mistico nel vuoto di Dio. Articolo di Giorgio Montefoschi, Corriere della Sera, p.51

Ascolta il podcast dell’intera puntata

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