giornalismo culturale Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giornalismo-culturale/ un blog di approfondimento culturale Sun, 24 Nov 2013 09:00:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg giornalismo culturale Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giornalismo-culturale/ 32 32 I blog letterari e i soldi, un post piuttosto autoreferenziale https://minimaetmoralia.it/interventi/i-blog-letterari-e-i-soldi-un-post-piuttosto-autoreferenziale/ https://minimaetmoralia.it/interventi/i-blog-letterari-e-i-soldi-un-post-piuttosto-autoreferenziale/#comments Sat, 23 Nov 2013 20:11:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16582 di Christian Raimo Oggi sono andato a Milano a parlare di quello che state leggendo, ossia di minimaetmoralia. Ero stato invitato in un panel che comprendeva eFFe, autore di un libro molto efficace sui bookblog, Marco Liberatore di Doppiozero, Stefano Salis del Sole 24ore e Alessandro De Felice di Rivista Studio. Tutte persone – e […]

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di Christian Raimo

Oggi sono andato a Milano a parlare di quello che state leggendo, ossia di minimaetmoralia. Ero stato invitato in un panel che comprendeva eFFe, autore di un libro molto efficace sui bookblog, Marco Liberatore di Doppiozero, Stefano Salis del Sole 24ore e Alessandro De Felice di Rivista Studio. Tutte persone – e progetti – che stimo molto.

Ho preso questi appunti disordinati:

1) Dopo una breve introduzione di eFFe, si è andati a parare abbastanza subito sulla questione sostenibilità, ossia si è parlato di soldi.

2) La sensazione che avevo è che i blog letterari e i blog in generale hanno oggi raggiunto un peso nel dibattito culturale per cui parlare di soldi è sempre più pertinente. Questa sensazione mi si è palesata in maniera palmare quando ho visto la pubblicità che ho messo come immagine di apertuna a questo post.

3) La questione dei soldi si può declinare in tanti modi, per esempio si può parlare di valore, ossia di reputazione, fiducia e sostenibilità. Esempi: se metto della pubblicità su un sito come minimaetmoralia, ho la stessa autorevolezza? Se metto delle pubblicità di minimum fax? Se metto le pubblicità di altre case editrici? Se metto la pubblicità di una pizzeria? Se metto la pubblicità della Nike?
Comprereste un libro con della pubblicità in copertina o dentro?

4) Alessandro De Felice, publisher di Rivista Studio sosteneva che il problema del rapporto tra media culturali e pubblicità/aziende è una questione datata, superata. I media culturali, diceva, che parlano di letteratura o fanno critica culturale in Italia sono arretrati; accadrà, dovrebbe accadere, diceva, quello che accade virtuosamente per esempio nel mondo della moda, o quello che accade tra Prada e il mondo dell’arte.

5) Io sostenevo invece che la questione del rapporto tra critica culturale e aziende, tra media culturali e pubblicità, non è per niente datata. E poi sostenevo bene o male la seguente tesi: che i blog letterari hanno avuto e hanno una funzione di supplenza rispetto al vuoto di trasmissione del sapere che si è creato in Italia con la crisi delle università e della ricerca in generale. Su questo si era abbastanza d’accordo. Ma io sostenevo che, se siamo abbastanza d’accordo, bisognerebbe impegnarsi in delle battaglie politiche per finanziare meglio e con soldi pubblici le università. Che questa dovrebbe essere una priorità per chi fa del lavoro culturale. Che in questo modo troveremmo lettori, fruitori, il pubblico che potrebbe nel lungo periodo sostenere riviste, editoria e quant’altro.

6) Io sostenevo anche che c’è una parte del lavoro culturale che facciamo che è gratuito perché è militanza, ed è per me fondamentale. Che questa parte del nostro tempo che, da intellettuali, spendiamo per formarci, formare, confrontarci, discutere, lottare, è di fatto lavoro, ma è di fatto anche militanza, ed è il modo in cui fa politica un intellettuale in genere.

7) Sostenevo anche, citando Sergio Bologna, che la gente lavora per 3 euro a pezzo e magari fa il cameriere per campare, perché ci tiene a qualcosa di più prezioso del denaro, ossia lo status. In una società priva di riconoscimenti, con una coscienza di classe sfarinata, essere qualcosa – un autore, un critico, uno scrittore, un intellettuale… – ci fa sentire meglio.

8) Stefano Salis sosteneva che il lavoro va sempre pagato e che bisogna rivendicare il diritto a farsi pagare i pezzi. Io ero molto d’accordo, ma con due importanti precisazioni.

9) La prima precisazione è che non posso far finta che non esista una zona grigia di dibattito informale, volontariato, informazione politica, fandom, autopromozione… per cui è un po’ difficile distinguere nettamente tra quello che è lavoro e quello che non lo è.

10) Anche a me ovviamente piacerebbe moltissimo che il lavoro fosse sempre pagato e in modo equo, ma spesso, molto spesso non è così e per ottenere questo occorrerebbe una maggiore sindacalizzazione dei giornalisti culturali. In Italia esiste un ordine dei giornalisti che protegge sostanzialmente i giornalisti già tutelati, e una Federazione nazionale della stampa che si occupa quasi soltanto di questioni deontologiche e non lavoristiche.

11) La seconda precisazione è che la rete mette al lavoro qualunque cosa. Per cui, per fare l’esempio più semplice, anche i commenti che sono in fondo ai post di minimaetmoralia creano valore. La qualità del dibattito di questo sito è data anche da chi lo alimenta non solo nei post. Se per caso un mecenate decidesse di investire 100.000 euro in minimaetmoralia dovrei redistribuire parte di questi soldi anche ai commentatori? Non è una domanda retorica.

12) Quando spiego il marxismo a scuola, faccio sempre il solito esempio: Facebook vale in borsa – mettiamo – 50 miliardi di dollari, Facebook ha – mettiamo – 500 milioni di utenti; allora vuol dire, ragazzi, che ognuno di voi vale 100 dollari. Le vostre chiacchiere, le vostre foto, le vostre emozioni, vengono messe al lavoro, e costituiscono il plusvalore che fa volare Facebook in borsa.

13) La rete sfuma le differenza tra autore e fruitore. Gli utenti di anobii, di ibs, di Amazon, di Goodreads, che fanno le recensioni sono un enorme valore aggiunto. Non a caso Amazon si è comprato Goodreads.

14) La rete sfuma la differenza tra contenuto libero e contenuto pubblicitario. Oggi in rete in Italia si parla molto di native advertising, può essere un modello di sostenibilità che mantiene inalterata l’autorevolezza? Luca Sofri ne parlava in modo scettico qualche giorno fa. Io sono ancora più scettico.

15) Quando su minimaetmoralia mettiamo un incipit del “Commesso” di Malamud è pubblicità o è un contenuto autoriale, tra l’altro straordinario, offerto gratuitamente? Quando su minimaetmoralia, chessò, recensisco in modo molto severo il libro di Julian Barnes Il senso della fine è pubblicità contro Einaudi o pubblicità pro Einaudi? Minimaetmoralia si è conquistata una reputazione sufficiente perché un dibattito acceso come sul libro di Julian Barnes non sia intaccato minimamente dalla iattura di questo genere di perplessità?

16) Qualche anno fa, una decina direi, ero agli esordi sulle pagine musicali del Manifesto. Non ne sapevo un granché di musica, lo posso ammettere oggi, ma per compensare in dieci giorni lavorai tantissimo e scrissi un articolo-fiume sullo stato dell’arte della critica musicale, da Lester Bangs a Mojo fino alla rete. Citavo decine di riviste, recensivo antologie con il meglio della critica musicale, riportavo i dibattiti che esistevano tra i critici. La questione dirimente per molti era: come essere liberi quando sempre più spesso sono le case discografiche che oltre a mandarti decine di dischi, ti ospitano e ti pagano l’albergo se devi fare un’intervista al cantante X o al gruppo Y? Il direttore di Ultrasuoni di allora mi fece i complimenti per il pezzo. E come premio la settimana dopo mi disse se volevo andare a intervistare gli Air a Parigi: completamente spesato dalla Virgin.

17) Alla fine della discussione Alessandro De Felice mi ha regalato una copia di Rivista Studio. Ero contento. È una rivista che mi leggo quasi tutta, e questo numero è pieno di cose interessanti, una critica dal vivo a Sacro Gra, un reportage dal New York Time Magazine, i videogame con i mafiosi, etc… C’è anche un servizio dedicato a una giovanissima e bellissima artista che lavora a stretto contatto con la moda; Flaminia Veronesi, classe 1986. Mentre lo sfogliavo non capivo se si trattasse di un servizio promozionale o meno. C’è scritto come al solito nei servizi di moda: abito Valentino, chemisier Cristaseya. In una foto di questo servizio poi Flaminia Veronesi è accasciata sul letto e ci dà le spalle, ma stringe tra le mani una copia dei Diari di Virginia Woolf. L’edizione è quella dei Classics di minimum fax. Mi potrei chiedere: ci sta facendo pubblicità gratuita? Oppure: dovrebbe esserci scritto a lato Libro minimum fax? Oppure: è un product placement?

18) Tutti quanti stamattina concordavamo che in questa selva di contraddizioni, un valore imprescindibile è quello della trasparenza, trasparenza delle scelte, trasparenza nel codice etico, trasparenza con il lettore. È questo e soltanto questo che crea un rapporto di fiducia.
Io? In questo post un po’ scombinato sono stato abbastanza trasparente?

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Verso un codice deontologico minimo del giornalismo culturale italiano https://minimaetmoralia.it/interventi/verso-un-codice-deontologico-minimo-del-giornalismo-culturale-italiano/ https://minimaetmoralia.it/interventi/verso-un-codice-deontologico-minimo-del-giornalismo-culturale-italiano/#comments Fri, 31 Aug 2012 17:54:24 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9298 Ecco una questione semplice che sembra complicata ma non lo è.
Capita che da qualche giorno mi è stato dato l'incarico di coordinare un piccolo inserto culturale di un giornale che sta per nascere. L'inserto si chiama Orwell, il giornale Pubblico, ma non è di questo che voglio parlare.
È che pensando a come fare questo inserto, mi sono venute in mente una specie di regole minime che vorrei veder applicate nel giornalismo culturale; così le ho scritte, in una sorta di decalogo.

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Ecco una questione semplice che sembra complicata ma non lo è.
Capita che da qualche giorno mi è stato dato l’incarico di coordinare un piccolo inserto culturale di un giornale che sta per nascere. L’inserto si chiama Orwell, il giornale Pubblico, ma non è di questo che voglio parlare.
È che pensando a come fare questo inserto, mi sono venute in mente una specie di regole minime che vorrei veder applicate nel giornalismo culturale; così le ho scritte, in una sorta di decalogo.
Questo:

1. No alle marchette, di nessun tipo, mai, senza eccezioni.
2. No al linguaggio pubblicitario, “segnalazioni”, sudditanza nei confronti degli uffici stampa.
3. Gli articoli vanno scritti per i lettori non per ammiccare a qualche altro giornalista culturale con cui abbiamo un conto in sospeso.
4. Le fonti vanno citate e controllate: non siamo Giampaolo Visetti.
5. Il budget del giornale è trasparente e si gestisce in modo equo tra tutti i collaboratori.
6. Non esistono tematiche femminili, ma prospettive di genere.
7. Si attaccano anche violentemente le idee, le retoriche, le azioni, non le persone.
8. Le immagini non sono mai ornamentali.
9. Non occorre per forza sembrare originali e intelligenti, soprattutto se non lo si è.
10. Non esistono esclusive e veti incrociati per i collaboratori, a meno che non ci sia un contratto.

Sono tutte regole a cui tengo, la maggior parte talmente condivisibile da risultare lapalissiana, e – in questo senso – non sarebbero nemmeno difficili da rispettare, né arduo sanzionarne la trasgressione – con un po’ di discredito, eh. Ma ce n’è una a cui tengo di più ed è la decima. Rispettare la quale porterebbe a cambiare molto, e in meglio, lo stato dei rapporti tra le testate e i collaboratori.
Il meraviglioso mondo dei collaboratori occasionali è spesso simile a un purgatorio senza gironi. Una quantità sesquipedale di persone iperformate, iperdisponibili, mediamente molto intelligenti, immerse nel tempo plastico di un precariato post-universitario che può durare comodamente decenni porta avanti da anni le pagine culturali dei giornali italiani. In forma di collaborazione, saltuaria, spesso molto saltuaria, spesso sporadica, spesso un hapax. I compensi per le pagine dei quotidiani, dei settimanali, dei mensili sono dei più vari. Variano ovviamente da zero (in fondo collaborare a un giornali può spesso una forma di militanza: io per esempio l’ho fatto e lo continuerei a fare per il Manifesto) a varie centinaia di euro. All’interno di questo spettro però vanno comprese anche cifre come 8, 13, 18, 22… euro che sono i compensi di testate a diffusione nazionale. Il prezzo di una pizza e un bicchiere di vino, o di un kebab e una Peroni. Il pagamento in genere avviene a 2 mesi, 3 mesi, spesso 6 mesi, alle volte otto mesi, alle volte quando il giornale chiude e arrivano i liquidatori, alle volte mai.
Ora questa situazione è deprimente, ma come dire, è risaputa. Il libero mercato dello sfruttamento.
Però, proprio perché la prassi è questa, mi sembra molto molto scorretta e anche antiliberale un’altra microprassi. Ossia la norma non-scritta per cui io – collaboratore saltuario, a vario titolo sfruttato, che non ho magari mai visto in faccia il redattore delle pagine culturali né ho mai messo piede nella redazione del giornale – vengo costretto a scegliere se collaborare al giornale X o a quello Y. Se collaboro a X, poi a Y si arrabbiano e non mi chiamano più. E allora, uno si chiede, fatemi un contratto, no? La mia penna vi piace? I miei articoli sono ben scritti e quantomeno utili per dare alle pagine quella linea che a voi redattori serve? E allora compratevi in qualche modo l’esclusiva! Garantitemi una continuità di qualche tipo, non semel in anno! Consentitemi di sentirmi parte del giornale! Fatemi contare su un fisso mensile! No?
Non vi pare un piccolo ricatto? Non vi sembra però appunto abbastanza semplice sottrarvisi e – soprattutto – smettere di attuarlo?

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