giovani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giovani/ un blog di approfondimento culturale Sat, 31 Aug 2019 15:02:07 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg giovani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giovani/ 32 32 La giovane pensionata (Un racconto di Chiara Pazzaglia) https://minimaetmoralia.it/altro/la-giovane-pensionata/ https://minimaetmoralia.it/altro/la-giovane-pensionata/#comments Sat, 31 Aug 2019 09:05:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40956 di Chiara Pazzaglia Mi sono laureata, ho offerto un brindisi a qualche amico dopo la discussione e poi ho ripreso la mia routine. Seguendo la mia coinquilina già da qualche mese lavoro part time in un call center. Ogni giorno mi danno un questionario e una lista di numeri da chiamare, siamo in venti in […]

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di Chiara Pazzaglia

Mi sono laureata, ho offerto un brindisi a qualche amico dopo la discussione e poi ho ripreso la mia routine. Seguendo la mia coinquilina già da qualche mese lavoro part time in un call center. Ogni giorno mi danno un questionario e una lista di numeri da chiamare, siamo in venti in una stanza, ognuno ha la propria postazione con il computer e le cuffie. La mattina lavoro, il pomeriggio mi occupo di Silvio. Ha dodici anni e va alla scuola media francese, passo a prenderlo all’uscita. Devo stare attenta all’ultimo tratto fino a casa sua dietro alla stazione, non ci sono marciapiedi, a volte girano brutti ceffi. La strada puzza. Litighiamo al momento di spegnere la playstation, poi ci mettiamo al tavolino a declinare verbi, présent, passé composé, futur anterieur. La sera torno nel mio appartamento un po’ fatiscente che condivido con due compagne dell’università. Una volta scalati i quattro piani infilo la chiave nella toppa, mi sento così stanca e ho come l’impressione di aver dimenticato qualcosa. Una sera, mettendo via un po’ di carte ammucchiate sul tavolo, trovo una lettera delle Poste ancora sigillata. La apro, le Poste Italiane mi informano di aver attivato un nuovo servizio. Scacciapensieri: può ritirare la sua pensione presso tutti i nostri uffici. Per i clienti come lei, nati prima del 1938, l’attivazione è gratuita. Rileggo la manciata di righe sulla carta riciclata. Controllo il nome e l’indirizzo sulla busta, sono proprio io.
L’indomani vado a chiedere spiegazioni. M’incammino lungo le mura aureliane contando una a una le piante di capperi che puntellano le pietre antiche. È Ottobre, a Roma il sole splende. Mi metto a fare il passo saltellato come quando ero piccola. All’entrata dell’ufficio postale incrocio una vecchina che trascina il carrello della spesa, indossa delle pantofole blu, lo stesso colore delle mie scarpe. Quando esco dalle Poste mi ritrovo in mano un assegno di mille euro.
Fisso l’incrocio con le auto che passano, il semaforo e all’angolo opposto l’edicola. Un’unica nuvola attraversa il cielo azzurro, un cirro. L’impiegata delle poste ha preso la lettera, la mia carta d’identità e poi ha domandato: ”Vuole ritirare?”. Mi rigiro l’assegno fra le mani e non so che fare. Poi lo infilo nella tasca della giacca e scendo le scale. Se non mi sbrigo farò tardi al lavoro.
Qualche mattina dopo sono al computer a compilare un’indagine di marketing. All’altro capo del telefono c’è un uomo, Maschio, Imprenditore, tra i trentacinque e i quarantacinque anni, che ripete che no, non aprirebbe un conto corrente neanche se con la carta di credito avesse sconti su viaggi e pelletteria. Sabina, la caposala, si ferma dietro di me, avverto la sua presenza dopo un attimo, insieme all’odore del profumo. Sabina è una ex ballerina della Rai, è alta e ha i capelli biondi e dritti come spaghetti. Porta i suoi quarant’anni con una buona dose di trucco e i tacchi altissimi rigorosamente a spillo. “C’è una sorpresa per te”, sussurra chinandosi e appoggiandomi la testa sulla spalla. Durante la pausa, davanti alla macchinetta del caffè, mi ritrovo circondata da Sabina e da tutti i colleghi. Li guardo con aria interrogativa, conosco bene le regola, non ci si può allontanare dalla postazione più di due alla volta e per al massimo cinque minuti. Sorridendo Sabina mi porge un biglietto con una coccarda rossa. Scoppia un coro di auguri. “È una crociera per due in Egitto, sei contenta?” Sara punta gli occhioni scuri su di me. Ha quasi cinquant’anni e nonostante la differenza d’età siamo molto amiche. Ogni giorno l’accompagno al lavoro. Deve sfuggire a un ex geloso e violento che la pedina – io non l’ho mai visto – così indossa sempre occhialoni da sole e foulard e cammina rasente i muri. Nell’intervallo tra un palazzo e l’altro mi offro io come nascondiglio. Un altro collega mi dà una pacca sulla spalla: “Aoh, ma come hai fatto a pigliare la pensione? Diccelo pure a noi!”. Poi con aria ammiccante aggiunge: “Ci vuole la raccomandazione, vero?”. Antonella mi fissa con gli occhi arrossati dal sonno. Sono anni che non riesce a finire la tesi perché dopo un incidente è diventata veggente, ha le allucinazioni di continuo e non riesce più a dormire. “Certo se dopo la laurea ti danno la pensione, va a finire che mi laureo anch’io”, dice scoppiando a ridere.
Al telefono delle Poste parte il fischio del fax, mentre il telefono dell’Ufficio per le Relazioni con il Pubblico del Comune suona a vuoto. Mi guardo intorno sconsolata. Il tavolo, le mensole e gli utensili della cucina non hanno risposte per me. Allora chiamo mia madre. Le spiego tutto quel che so con un filo di voce, temo lo scatenarsi delle ire con conseguente elenco dei “casini che combini tu” dall’età di tre anni fino a oggi. Mia madre però rimane impassibile, poi decreta: “Tutto sommato mi pare una buona cosa”. Il giorno dopo piomba a Roma di prima mattina. “Devi preparare la valigia”, dice entrando in casa. Mi spiega che “tutto sommato la pensione è anche meglio del contratto a tempo indeterminato” e che anzi, con la crisi economica e i miei studi in lettere, posso ritenermi una persona fortunata. È soddisfatta, dice, perché così potrò contribuire anch’io all’economia della famiglia una volta che Luca lavorerà nel suo studio di ingegnere. Le mie resistenze vengono sbriciolate a suon di ragionamenti logici. In meno di un giorno, di fronte all’evidenza lampante delle dimostrazioni di mia madre e alla valigia già aperta sul letto, getto la spugna. La smetto di fare telefonate al comune, alle poste e all’obitorio e mi abbandono al corso degli eventi.
Una settimana dopo, in seguito alla telefonata dell’agente immobiliare, mia madre e io ci ritroviamo sedute su due sedie basse, da nani, di fronte alla grande scrivania del direttore della banca. ”Mi dia del tu, mi chiami Giorgio per favore” mi dice il direttore della banca mentre si siede dietro la grande scrivania. Il Direttore Giorgio Per Favore inizia a parlare di calcetto e di tornei di beneficenza in Africa, per poi raccontare, con la stessa nonchalance, come vanno gli affari in banca. Mia madre sta scoprendo come scrivere sull’iphone il nome del profumo che piace tanto a Tina, l’agente immobiliare che ci ha accompagnato all’appuntamento. Quindi il Direttore Giorgio Per Favore sfoglia il fascicolo del mutuo per l’acquisto della mia prima casa, quarantacinque metri quadri, al numero 16 di Via E. a San Giovanni, Roma. Illustra le condizioni del mutuo una per una, poi parla dello ‘stato di pensionamento’, si congratula con me e dice che a questo punto rimane solo la mia firma, ”una piccola formalità” dice. Riunendo tutte le forze, esclamo: ”Ma guardi Direttore Giorgio che io non ho fatto niente!”. Per un attimo nella saletta cala un silenzio carico d’imbarazzo. Mia madre, nel vestito buono del matrimonio di mio cugino, mette su una faccia contrariata e sbuffa. ”Ma che splendida figlia che ha, Signora, e com’è ben educata!” esclama il Direttore Giorgio porgendomi la penna.
Con mia madre piantata a casa, Luca che va al lavoro e io che devo scegliere il parquet e andare a vedere la cucina nuova, mi sento stranamente come da un’altra parte. Le giornate scorrono in una sorta di grigiume nebbioso, in cui mi aggiro stanca, senza vedere bene. Sfoglio i cataloghi di arredamento che si ammucchiano sul tavolo della cucina, esprimendo ogni tanto qualche parere disinteressato. Mia madre allora mi risponde a numeri, che corrispondono o alle misure della casa nuova o a quanta parte di soldi del mutuo possiamo spendere in mobili. Mi annoio. Gli amici hanno tutti i loro impegni, i loro ritmi, non vedo più nessuno. Finisco per rispondere sgarbatamente a mia madre che mi assilla col legno di frassino per la cucina, le dico che non me ne frega nulla. “Un giorno capirai”, risponde lei offesa. Si ritira lungo il corridoio e so che non mi chiederà mai più un parere per arredare la mia nuova casa.
Inizio così a gironzolare per Roma, a vagare senza meta. Prima solo per qualche ora, poi uscendo la mattina e rientrando la sera. Scopro che come pensionata ho diritto allo sconto per andare al cinema e nei musei, e ho anche lo sconto per il treno regionale e per l’abbonamento ai mezzi di trasporto. Così un giorno salgo su un autobus a caso per vedere dove mi porta. In poco tempo invento quello che tra me e me chiamo ‘il gioco delle derive’. La mattina salgo su un autobus a caso dalla stazione dei bus vicino a casa, quando mi stufo o una strada o qualcosa mi incuriosisce scendo dall’autobus. E poi seguendo l’umore della giornata ne prendo un altro e un altro ancora: i numeri dei bus si susseguono mentre comincio a tracciare una mappa di Roma che non conoscevo, inoltrandomi fino alle periferie, in mezzo a quella che poco prima era aperta campagna e dove si scorgono di lontano i palazzoni appena costruiti nuovi di zecca. Non hanno fatto ancora le strade per arrivarci e quindi non sono abitati. Però un giorno curiosando tra i campanelli scopro un enorme studio dentistico che ha appena aperto. Tutto è bianco e nuovo, ci sono orchidee a ogni angolo, una segretaria e dei video sugli schermi della sala d’aspetto mostrano dentisti al lavoro. La sala d’aspetto però è vuota. Sono l’unica ma proprio l’unica a camminare sul ciglio della strada laggiù, mi sento una pioniera. Al pomeriggio comincio a tornare, a riprendere la strada verso casa, a volte con lo stesso autobus, il più delle volte no perché non mi piace ripercorrere la stessa strada dell’andata. Gli autisti sono gentili e cordiali, quando chiedo mi danno indicazioni e a volte mi dicono: ”Salta su ti porto io”, quasi mi stessero dando un passaggio. Mi piace stare in piedi accanto all’autista. Guardo il paesaggio dal finestrino davanti, il più grande, e mi prendo tutti i sobbalzi della strada, come fossi su una tavola da surf e cavalcassi le onde.
In uno di questi giri ho conosciuto Luisa. Una mattina a Santa Maria Maggiore l’autobus si blocca nel traffico, così scendo e mi allontano a piedi. C’è molto rumore ma nella confusione percepisco dei suoni non conformi, urla o forse gabbiani. Poi la vedo. È piantata sul marciapiede, tutta grigia, con un cappotto lungo che lascia scoperte solo le caviglie e i piedi, come un fagotto troppo grande. Accanto a lei un carrello della spesa pieno zeppo di vestiti. I pochi capelli grigi e unti le arrivano alle guance e coprono il volto. Il braccio è sollevato con rabbia verso la piazza e in cima spunta la mano come un pugno di rametti rinsecchiti e storti. E’ uno spaventapasseri, però da città. Inveisce contro i passanti, contro le auto. Quando le passo accanto devo distogliere lo sguardo, ha gli occhi larghi, da pazza. Però mentre la supero afferro qualche parola nel tumulto fonetico del suo discorso, qualcosa come: “Maledetta sia la gente che passa, va di corsa e non guarda dove va. Maledetta sia la gente che non sa quello che fa.” Con tono serio e gentile rispondo: “Mi trova pienamente d’accordo, Signora”. Tutt’a un tratto si ferma, smette di urlare. Il volto paonazzo che mi trovo davanti e che mi scruta con le labbra serrate è quello di una donna di ottant’anni ma forse sono settanta o meno, solo con le rughe scavate di chi vive per strada. Gli occhi chiari sono larghi e mi mettono ancora paura, però le pupille si rimpiccioliscono e, almeno così mi sembra, gli occhi riprendono contatto con la realtà. “Posso offrirle un tè?”, mi chiede con gentilezza. Così ci siamo conosciute, Luisa e io, e abbiamo cominciato a vederci tutti i giorni. Facciamo cruciverba e rebus in mezzo all’incrocio di Santa Maria Maggiore sorseggiando il tè su due sedioline da campeggio. Scopro che Luisa una volta era sposata e che ha vissuto quasi tutta la vita in manicomio. Me lo dice come una cosa normale, come qualcuno può dirmi ‘lavoro in biblioteca da trent’anni’. Guardo Luisa mentre rimette a posto il pentolino e il fornelletto, ora mi sembra la persona più docile del mondo. “E poi cosa hai fatto?” chiedo. Riprende a parlare con dolcezza. Era tornata a casa, dove abitava insieme al marito. ”Inadatta alla vita domestica” aveva fatto scrivere il marito quando l’aveva lasciata al manicomio. L’accompagno a lavare le tazze alla fontanella. Si era fermata davanti al suo palazzo e aveva intravisto il marito attraverso la finestra del salotto. Era invecchiato. “Per la prima volta in tanti anni ho pensato a quanto anche io ero invecchiata”, mi dice e arrossisce. Poi una donna e un ragazzo erano entrati nel portone. “Il ragazzo avrà avuto la tua età”, aggiunge Luisa. Una volta in casa la donna aveva baciato il marito sulla bocca, piano, in modo affettuoso. Si era fatto buio, avevano acceso la luce nel salone e si erano seduti a tavola. Luisa si blocca, fissa un punto nel vuoto. “E poi?” chiedo. Era rimasta sotto alla finestra fino a quando tutte le luci si erano spente. “Sei più tornata?”,”No”.
La prima sera a cena Luca e io facciamo conoscenza con i compagni di viaggio. L’età media si aggira intorno ai settant’anni. Mi trovo subito a mio agio. Faccio ridere tutti dicendo che sono pensionata e mi commuovo quando alzano i calici per un brindisi alla mia salute. Molti sono amici da tempo e hanno deciso di fare il viaggio in crociera insieme. Alla fine della serata le signore mi invitano l’indomani mattina al club dell’acqua gym. Quelle signore che vedevo come vecchiette rigide, un po’ acidule, sempre a giudicarmi per come sono vestita o a rimproverare la mia sfacciata giovinezza, si rivelano all’improvviso delle splendide creature. Nell’acqua si muovono con la stessa leggiadria dei cigni. Nuotano eseguendo i movimenti dell’istruttrice, in sincrono. La musica esalta il loro ballo, i movimenti agili delle braccia e delle gambe che ritmicamente escono e entrano nell’acqua, tutte insieme. Sono talmente incantata che lascio perdere la lezione e mi fermo sul bordo della piscina a osservarle. E poi ridiamo, scherziamo, sono molto più libere di tante persone che conosco. Così mi ritrovo ad andare tutte le mattine nella pancia della nave a fare l’acqua gym. La sala è alta e grande, a forma di ovale, e la musica si diffonde in tutto l’ambiente. Ai bordi della piscina ci sono i tavoli e le sdraio, in un angolo c’è il bar dove facciamo colazione sotto una palma finta. Anche Luca si diverte molto, a lui piace il piano bar la sera e i cocktail, la mattina preferisce dormire. A quanto pare c’è un sacco di gente importante sulla nave, Luca dice che potrebbe fare dei buoni contatti per la sua carriera. Scherziamo che Luca è il mio mantenuto, o il mio gigolò, come preferisce lui.
L’ultimo giorno sulla nave Concordia è speciale, si fa una grande festa. Esco a comprare un abito nuovo per Luca, in una delle tante boutique sottocoperta. Alla fine scelgo un abito vistoso, il tessuto è un po’ lucido e sembra quasi da gangster, manca solo la pistola. Nel salone la sera si suona il liscio e io, grazie a un paio di lezioni delle mie nuove amiche, mi so muovere bene. Volteggio felice da un vecchietto all’altro e le mie compagne fanno altrettanto. Beviamo champagne, ridiamo. Quando arriva Luca mi avvicino e con occhi seducenti lo invito a ballare, l’orchestra sta suonando un tango. Lui mi fa un casquè divertito. Poi prendiamo un cocktail e andiamo a passeggiare sul ponte, a guardare il mare. Il cielo è limpido e puntellato di stelle. ”Ora me lo puoi dire” dice Luca cingendomi la vita e stringendomi a sé. ”Dirti cosa?”, rispondo. Rido, perdo l’equilibrio e lo abbraccio. Poi mi srotolo dall’abbraccio e in uno slancio mi avvicino alla prua. Lui, sempre tenendomi la mano, inciampa avanzando dietro di me. Da fuori deve sembrare una specie di ballo un po’ sbilenco. “È tutto così difficile…”, dice Luca. A me viene da ridere, sono ubriaca. “Il lavoro…” dice, sorrido pensando all’assegno da pensionata che arriva ogni mese. “La casa…” continua e io scoppio a ridere. La casa è finita e mia madre ha annunciato che si dedicherà ai preparativi per il matrimonio. “Però davvero Chiara ora me lo puoi dire”, insiste Luca e non sembra nemmeno ubriaco. “Dirti cosa?”, mi lascio cadere su una sedia a sdraio. Luca si appoggia alla ringhiera davanti a me, sembra proprio un gangster degli anni cinquanta. Mi guarda dritto negli occhi: «Chi ti sei scopata?».
Nel salottino della nuova casa le due sedioline da campeggio di Luisa stanno benissimo. Prendiamo sempre il tè sedute lì. Un giorno l’ho invitata per un tè e a fare i cruciverba. E poi l’ho invitata a stare da me, dividiamo la casa e l’assegno di pensione. La settimana prossima verranno anche tutti gli amici della crociera a cena e non vedo l’ora di fare le presentazioni. A volte con Luisa ridiamo. Immaginiamo gli scenari più strani pensando al giorno in cui ci scopriranno e dovremo ridare indietro i soldi e la casa. Forse ci ritroveremo insieme in mezzo a una strada, forse addirittura in prigione! Però ora con Luisa che usa l’assegno per andare a fare la spesa e per il parrucchiere, mi sento meno in colpa quando lo ritiro. Ogni volta spiego da capo tutta la storia all’impiegata o all’impiegato dell’ufficio postale, ce ne sono tanti a Roma e ogni mese vado in uno diverso. Ascoltano tutto fino alla fine e sono gentili. Così pure gli impiegati degli altri uffici a cui mi sono rivolta. Discutiamo un po’, c’è sempre qualcosa di poco chiaro. Alcuni studiano le carte e si mettono a cercare qualche modulo che faccia al caso mio, oppure telefonano al responsabile. Alla fine però aggiungono che loro non possono farci nulla, che è così.

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Chiara Pazzaglia ha studiato legge e si è diplomata in recitazione al Centro Sperimentale di Cinematografia. Vive a Berlino dove lavora come attrice e traduttrice letteraria, collabora tra altri con la rivista ‘Internazionale’ e cura il blog ‘Bimbi Curiosi’ su medium.com/@ch.pazzaglia. La giovane pensionata fa parte di una raccolta inedita di dieci racconti dal titolo Pari e dispari. (ch.pazzaglia@gmail.com)

L`illustrazione de La giovane pensionata è di Nina Kaun

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L’ultima generazione a permetterselo https://minimaetmoralia.it/cultura/lultima-generazione-a-permetterselo/ https://minimaetmoralia.it/cultura/lultima-generazione-a-permetterselo/#comments Sun, 20 Apr 2014 20:48:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20124 Come forse sapete, l'edizione italiana di Rolling Stone ha sospeso le pubblicazioni, per riprenderle pare a settembre dopo un cambio di editore. Qui c'è il comunicato sindacale della redazione. Christian Raimo e Marco Mancassola scrivono da tre anni circa una rubrica intitolata Italia, amore. Questo qui sotto è quella del numero di aprile, ora in edicola. A tutta la redazione e a tutti i collaboratori, massima solidarietà e in bocca al lupo.

di Christian Raimo e Marco Mancassola

CR. Siete dei privilegiati. Sì, voi. Voi che leggete quest'articolo, che avete letto o sfogliato questo numero di Rolling Stone. Come me del resto, fate parte di un'élite, di una strana casta, non saprei dirlo meglio. In un libro recentissimo uscito per Laterza, Senza sapere di Giovanni Solimine, si riportano i risultati di una ricerca condotta da Save the Children: più di 300.000 ragazzi di età inferiore ai 18 anni, residenti nelle regioni meridionali, non hanno mai fatto sport, non sono mai andati al cinema, non hanno mai aperto un libro o acceso un computer.

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Come forse sapete, l’edizione italiana di Rolling Stone ha sospeso le pubblicazioni, per riprenderle pare a settembre dopo un cambio di editore. Qui c’è il comunicato sindacale della redazione. Christian Raimo e Marco Mancassola scrivono da tre anni circa una rubrica intitolata Italia, amore. Questo qui sotto è quella del numero di aprile, ora in edicola. A tutta la redazione e a tutti i collaboratori, massima solidarietà e in bocca al lupo.

di Christian Raimo e Marco Mancassola

CR. Siete dei privilegiati. Sì, voi. Voi che leggete quest’articolo, che avete letto o sfogliato questo numero di Rolling Stone. Come me del resto, fate parte di un’élite, di una strana casta, non saprei dirlo meglio. In un libro recentissimo uscito per Laterza, Senza sapere di Giovanni Solimine, si riportano i risultati di una ricerca condotta da Save the Children: più di 300.000 ragazzi di età inferiore ai 18 anni, residenti nelle regioni meridionali, non hanno mai fatto sport, non sono mai andati al cinema, non hanno mai aperto un libro o acceso un computer.

Capite cosa intendo? Non è un dato incredibile? Ecco, ogni volta che penso cosa si può fare per questo Paese in cui viviamo (e votiamo), mi ritornano in mente questi numeri.

Perché i governi nascono e muoiono, i leader fanno infiammare e raggelare nel giorno di pochi giorni; i ragazzi si disaffezionano alla politica, e un sentimento ostile – contro coloro che occupano posizione di potere senza avere una visione – accomuna non solo chi fa il contestatore di mestiere: nel cuore di chi ha 16, 20, 25 anni spesso dimora un’insofferenza quasi feroce per chi campa di rendite di posizione, nel partito, nel lavoro, nelle proprietà. E dunque la politica in questi ultimi anni è stato essenzialmente questo: indignazione – spesso molto legittima – contro i privilegiati, siano vecchi tartufi da rottamare o Casta da mandare in galera.

Per questo mi piacerebbe che – indipendentemente da come andranno le cose sulle prime pagine dei giornali, nelle discussioni parlamentari o magari alle prossime elezioni – io e voi facessimo un piccolo esercizio di consapevolezza, riconoscendo che c’è un’emergenza molto grave qui in Italia, e se si vuole fare politica bisognerebbe dedicarsi anima e corpo a una sorta di New Deal culturale: un progetto di alfabetizzazione culturale su larga scala.

Scuole di strada, recupero dell’abbandono scolastico, volontariato, banche del tempo, militanza intellettuale… Invece di fuggire, a Berlino! a Londra! a Toronto!, invece di lasciare questo Paese infame in cui scuola e università sono state disintegrate, in cui la cultura del lavoro è vaporizzata, in cui c’è il più alto tasso di dipendenza dalla televisione d’Europa (89%, dati Censis), assumiamoci un compito, sì, io e voi. Non abbiamo un dovere in quanto privilegiati? Siamo persone che – nonostante la crisi – possono comprare libri, fumetti, dischi, discutere se ci piace più l’ultimo album dei National o quello dei Wild Beasts (a me il secondo), viaggiare ogni tanto e guardarsi in streaming l’ultima serie tv appena sottotitolata: non sembra un granché, il nostro ruolo è forse ridotto a quello di consumatori culturali di basso livello; ma, anche se non ci credete, è tantissimo per la maggior parte dei ragazzi nati in Italia.

Non facciamo battaglie soltanto per i nostri diritti (per giusti compensi sul lavoro, per poter accendere un mutuo senza dover avere la malleva della pensione dei genitori…), ma combattiamo anche – non è scontato, certo – per i nostri doveri. Potremmo essere l’ultima generazione a permetterselo.

MM. Il lunedì mattina, in una famosa pizzeria del mercato coperto di Brixton, li vedo prendere lezioni di gruppo su come usare una macchina del caffè. Hanno trenta, venticinque, venti anni. A volte vorrei chiedere loro: cosa fate qui? Cosa credete di trovare? Non ci tengo ad apparire come il tipico immigrato dell’ondata precedente che guarda con sufficienza gli immigrati più recenti. Eppure so che questa città divorerà molti di loro. Strapperà loro il cuore e lo servirà con patatine in un baracchino di Camden.

L’immigrazione italiana a Londra è una faccenda antica, ha avuto ondate successive e ravvicinate fin dagli anni Cinquanta – quando italiani erano i parrucchieri, sarti, ristoratori, gangster dandy di Soho – e anche da molto prima. Oggi gli italiani trasferiti a Londra fanno mille lavori, spesso di primo piano. Magari tirano su bambini – mai sentiti tanti bambini parlare italiano a Londra come adesso. Cosa c’è di nuovo allora?

Di nuovo ci sono i numeri dell’ultimissima ondata migratoria, quella dell’ultimo paio d’anni. L’immigrazione italiana, soprattutto giovanile, nel Regno Unito ha avuto un’impennata ufficiale del 50% dal 2012 a oggi. E cosa finisce a fare questa nuova ondata di manodopera? Spesso compete con l’ondata spagnola per fare i lavori che fino a un anno fa facevano gli immigrati dell’Est Europa: Starbucks, Pret A Manger, le casse delle grandi catene di negozi. Quelli fortunati, i cassieri da Whole Foods. Vengono a nutrire una città famelica il cui appetito principale è proprio quello per lavoratori a basso costo. Poco più di sei sterline all’ora la paga sindacale. Sognando di fare gli hipster a Dalston, riuscendo al massimo a pagare una stanza a Stratford.

Alcuni appaiono così irrimediabilmente fuori posto che è facile prevederne il futuro: qualche mese a servire caffè da Starbucks, il costo della vita sempre più insostenibile, infine tornare alla provincia italiana da cui sono venuti. Altri appaiono più determinati e consapevoli di dove sono: in una delle metropoli più affascinanti, certo, e più crudeli del pianeta. Come canta Jamie Woon: “Anything can happen in the city but you can’t sit down”.

Di fatto, luoghi come Londra o Berlino, approdi di massa dei giovani immigrati italiani, rappresentano una possibile soluzione pratica, e insieme una valvola di sfogo dell’immaginario. Sapere che esistono, che sono disponibili, anche se le possibilità che offrono sono sempre più limitate, aiuta a calmare la claustrofobia della gioventù italiana: sia per quella che parte, sia per quella che rimane a casa. Almeno fino a quando quegli approdi saranno effettivamente disponibili. Il governo britannico ringhia sempre più forte contro l’immigrazione interna europea: presto, chissà, trasferirsi liberamente nel Regno Unito potrebbe diventare difficile per i giovani europei.

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Il voto dei giovani https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-voto-dei-giovani/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-voto-dei-giovani/#respond Wed, 07 Sep 2011 10:01:24 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5111 Questo articolo è uscito nel numero di agosto dello Straniero.

di Giorgio Fontana

Numeri che parlano
Il tema del voto giovanile ai referendum del 12 e 13 giugno scorsi è piuttosto caldo, ed è stato affrontato con maggiore o minore precisione da diverse testate. Più che la domanda diretta attorno al merito dei risultati (la vittoria è arrivata grazie ai giovani italiani?)

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Questo articolo è uscito nel numero di agosto dello Straniero.

di Giorgio Fontana

Numeri che parlano
Il tema del voto giovanile ai referendum del 12 e 13 giugno scorsi è piuttosto caldo, ed è stato affrontato con maggiore o minore precisione da diverse testate. Più che la domanda diretta attorno al merito dei risultati (la vittoria è arrivata grazie ai giovani italiani?), mi sembra interessante decodificare la retorica che si è creata attorno a questo argomento, e porre una questione più profonda: in quale ideale si riconosce un votante giovane e meno smaliziato (o disilluso)?

In ogni caso, è sempre bene partire dalle cifre. I dati forniti da Termometropolitico.it (basati su statistiche di instant poll Emg) testimoniano uno straordinario 64% di affluenza per i giovani sotto i 25 anni, mentre il resto degli elettori under 65 si attesta attorno al 60% circa (con un 62% per le persone fra i 45 e 54 anni). Riportati così, tuttavia, i numeri non parlano ancora una lingua chiara. Occorre metterli a confronto: ad esempio con quelli delle elezioni politiche del 2008 (sempre grazie a Termometropolitico.it, con lo studio sociodemografico Itanes). Tre anni fa, la fascia 18-24 anni rispose con un’affluenza ridicola: 8,47%.
D’accordo, si trattava di un’adunanza pubblica di carattere diverso: ma questo non basta a spiegare una sproporzione del genere. Ecco dunque la vera domanda preliminare: perché questo totale mutamento di tendenza?

Il web, ma non solo il web
Una risposta spicciola è: nel 2008 i social network – almeno in Italia – non erano ancora diffusi come nel 2011. Certo. Ma questo sembra sottintendere l’equazione giovani = social network = il referendum è stato deciso dal “popolo della rete” (espressione di una superficialità immane).
Il blogger ed esperto di comunicazione Enrico Sola ha fatto qualche conto per riportare il tema sulla terra: ricordando ad esempio che gli utenti italiani di Twitter sono circa 350 mila – tutt’altro che grandi numeri, specie se paragonati a quelli mastodontici della televisione.
Eppure l’hype è stato così folle che anche un intellettuale di primo livello come Marco Belpoliti ha potuto iniziare un articolo così: “Twitter, il Davide informatico, ha sconfitto il Golia dei network televisivi? Sembrerebbe proprio di sì. La vittoria nei referendum è stata segnata dal passaparola dei 140 caratteri che hanno scandito il passaparola virale.” (“La Stampa”, 14 giugno 2011).
Se sgombriamo un attimo il campo dalle esagerazioni – il cibo preferito dalle testate nostrane – vediamo come sì, la rete ha senz’altro influito positivamente, ma non è certo sulle sue spalle che si regge per intero questo successo. Eppure, come nota anche Sola, c’è una sensazione. C’è la sensazione chiara che il web abbia veicolato qualcosa e giocato un suo ruolo. E questo è probabilmente vero: così come è vero che qualcosa è cambiato a strati geologici assai più profondi della sociologia facile da social network. Si sono usati tutti i mezzi possibili, dal digitale all’analogico, dalle foto su Facebook al passaparola di strada, per raggiungere il risultato.
Una risposta più meditata alla domanda sulla mobilitazione giovanile, allora, sembra essere questa: perché, rispetto a solo poco tempo fa, la prospettiva puramente individualista del berlusconismo ha cominciato a sgretolarsi. Complice una serie di fattori – la presenza di reti sociali, la stanchezza verso una certa retorica, e forse anche l’esempio delle rivoluzioni arabe – la visione privatista della cosa pubblica non è stata sufficiente ad arginare l’entusiasmo.

Uno sguardo più a fondo
Bene, premesse chiarite, risultati messi in chiaro, champagne stappato e bevuto per il gran ritorno dei giovani alla vita politica. Ora però credo sia necessario affondare ulteriormente lo sguardo. Perché dietro questo successo innegabile e straordinario si agitano ancora molte ombre, e una su tutte: la questione dell’ingiustizia narrativa.
Mi spiego. Il problema del voto consegnato da un giovane italiano non sta tanto nel gesto (la rinnovata coscienza civica è evidente): sta nel destino del voto stesso. Io scelgo, ma perché dovrei poi sentirmi raccontare come parte di un “popolo della rete” o di una “generazione precaria”, o ammannito da un discorso veltroniano-dalemiano che puzza di polvere lontano un miglio? Io voto, ma non so quale classe dirigente saprà raccogliere e valorizzare la mia fiducia.
Senz’altro, la caratteristica chiave del referendum stava proprio nel portare la democrazia diretta in campo: nessuno doveva farsi carico di nulla, la decisione spettava alla maggioranza. Ma oltre a ciò, l’enorme afflusso alle urne ha testimoniato anche il bisogno indispensabile di una democrazia indiretta in grado di dare voce reale a quelle persone, al di là dell’evento. Una democrazia rappresentativa di qualità, insomma. Credo sia infatti superficiale ridurre questo straordinario risveglio ai temi, pure molto urgenti, di acqua, nucleare e legittimo impedimento: il grande evento è stato il quorum, non la vittoria dei no (su cui bene o male si era tutti convinti). In altri termini: soprattutto per tutta la fetta generazionale più giovane, il referendum non è stato solo una chiamata alle urne, ma lo specchio di un più complesso momento di ritorno al civismo. Un “no” convincente alle sirene del berlusconismo.
Resta da capire se questa primavera italiana sia in grado di diventare estate: svecchiando una volta per tutte la percezione stessa della politica italiana. Resta da capire se qualcuno, in alto, se ne farà carico e sappia intendere quale meravigliosa possibilità si trova davanti.

Il pericolo della discesa semantica
Torniamo insomma sempre lì, alla questione delle élites, ma con una sfumatura ulteriore: e cioè il fatto che, voto o non voto, risultato o non risultato, la generazione precedente alla mia detiene comunque il potere ufficiale della narrazione. La versione della storia è nelle sue mani: e chi racconta oggi decide non solo del presente (questo è scontato) ma anche dell’idea del futuro.
Una nota: so che il concetto di “narrazione”, specie con la curvatura à la Vendola che ha preso negli ultimi periodi, può suonare irrimediabilmente vago. Ma tutto quello che intendo per padronanza della narrazione è quello di avere in mano l’agenda setting e mantenere a senso unico il dialogo o il conflitto. Nel concreto, il dominio degli organi informativi e di influenza sull’opinione pubblica, la sovranità sulla dirigenza politica ed economica, e la possibilità di ignorare o (peggio ancora) svilire, un qualsiasi racconto di tenore diverso.
Questo significa che difficilmente i giovani riescono a proporre la propria storia in modi realistici e critici. Possono accedere alle forme derivate e locali di narrazione: qualche inchiesta, qualche testimonianza, un blog. Ma la gestione del racconto è in mano ai “padri”, e generalmente i padri hanno una visione:
a. conservatrice (il vizio del mancato ricambio e la mancanza di comprensione);
b. sottilmente ipocrita (perché di fondo temono le nuove leve: quindi va bene denunciare la situazione dei giovani, ma le strategie in grado di cambiarla sono proibite);
c. comunque paternalistica (per forza: sono padri).
Questa combinazione crea una storia banale in cui, come dicevo sopra, i problemi scompaiono in un mare di indeterminatezza e termini-slogan.
Il discrimine dei padri è di trovare le parole giuste per descrivere una situazione statica che non riescono a penetrare emotivamente. Così elaborano manifesti, scrivono libri, moltiplicano gli editoriali sui quotidiani.
Ma questo non fa che nascondere ulteriormente il problema. Lo porta indietro, in un processo di discesa semantica continua e sempre più violenta – parlare del parlare del parlare, commentare sul commentare sul commentare – finché i fatti, la realtà nuda e cruda, la violenza sociale, l’amarezza, il dolore, non scompaiono dall’orizzonte delle cose.
Persino il racconto della mia situazione è inefficiente – penso alle inchieste che proprio in questi giorni affollano le pagine dei quotidiani (siamo tornati al precariato come unica categoria epistemica), non porta a nulla: la macchina narrativa si ingolfa ancora prima di partire. Ed è questo che ora, ora in particolar modo, ora che c’è questo fermento, bisogna evitare.

I tempi stanno cambiando
Arriviamo così all’ultima torsione. L’ingiustizia narrativa diventa un problema per la democrazia stessa: se il racconto viene piegato alle esigenze della classe dirigente, allora l’idea stessa di una società che si muove insieme – che lavora per definire una qualche idea di bene comune – è messa in discussione. Come si diceva sopra: Io voto, ma poi? Io faccio il mio dovere, ma chi custodirà i custodi, che non sembrano in grado di recepire questo verbo elettrico, in continua mutazione, questa situazione tanto più simile a una fiamma che non a una pietra – qualcosa da lasciare ardere e non da scolpire?
La generazione che ha votato in massa alle urne è la stessa che viene quotidianamente narrata in una maniera obliqua e inefficace, al massimo compassionevole: mentre nulla, nei fatti, cambia. Di fronte a questo, sembra ovvio aspettarsi un desiderio di rivolta violenta. Ma l’Italia non è un paese che sa convogliare queste energie in un autentico moto rivoluzionario: non ha una tradizione di questo tipo né il suo presente sembra assecondarlo. Altrove, inoltre, cercavo di sostenere che c’è una buona matrice etica di fondo che impedisce il ricorso alla violenza.
Il desiderio di rivolta si traduce allora in un disagio sotterraneo, in una “introiezione del conflitto” (come la chiama Christian Raimo): dai concetti della politica si deve passare a quelli della psicanalisi – e questo, per quanto possa suonare affascinante, è un grave problema per lo stato di salute di un popolo. Di fronte a questo rischio di avvilimento collettivo – tutti risentiti, tutti depressi, tutti incapaci di trasformare la rabbia in futuro – il risultato referendario è stata una boccata d’aria fresca. Anzi, direi che è stata ancora più importante la gioia profonda con cui nelle strade, nelle piazze e sul web questa vittoria è stata salutata: l’idea stessa che si possa essere contenti in quanto collettività. Una forma di entusiasmo che rompa gli argini del proprio, minuscolo giardino. Non ricordo niente di simile negli ultimi anni.
Certo il berlusconismo non è un mostro che si uccide così, con un singolo colpo d’ascia, una sola dimostrazione pubblica di unità. Occorre molto altro per smaltirne le tossine – presenti in eguale misura a destra e a sinistra. Ma se si doveva iniziare da qualche punto, questo è un ottimo punto. E allora: nell’attesa che qualcuno si decida a raccogliere queste energie rinnovate, questo slancio che nel momento peggiore ha dato prova di esistere, questa lucidità, questa bellezza – nell’attesa di un mea culpa generale da parte della sinistra italiana, che fare?
Ho una modestissima proposta. La rivoluzione che per motivi storici, o morali, o tecnici, non sembra possibile per le strade, andrebbe coltivata in ogni gesto, da chi si è mosso in prima persona, senza aspettare altri esempi dall’alto né limitarsi all’azione politica.
Nell’attesa di qualcuno che meriti tutta la nostra fiducia, non rimane che essere ancora più diritti noi stessi: ancora più parresiastici, ancora più raccolti e coraggiosi. Di fronte all’etica della menzogna, inseguire soltanto la verità. Di fronte allo schiaffo, non porgere alcuna guancia. Di fronte alla mielosa retorica del volemose bene e all’ipocrisia di chi sa essere forte unicamente con i deboli, reagire con l’onestà e l’intransigenza (la sana intransigenza di chi non cede ai ricatti e alle compravendite – l’intransigenza di Gobetti).
La frase “i tempi stanno cambiando” è confortante, ma da sola rischia di appiattirsi a uno slogan, come se il mero corso degli anni bastasse a recare una trasformazione.Ci sono molte colpe di cui può macchiarsi una società, ma una delle più tristi è quella di tradire la fiducia di chi verrà dopo. Lasciare che il voto di un ventenne di oggi si disperda nel vuoto, che questa bellezza passi invano, è la riedizione contemporanea di tale colpa. Dovremo evitarla, ora, con qualsiasi mezzo.

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Matite copiative https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/matite-copiative/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/matite-copiative/#comments Mon, 25 Jul 2011 09:29:23 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4821 Pubblichiamo di seguito un intervento di Stefano Laffi, autore e ricercatore sociale, uscito sull’ultimo numero della rivista Gli Asini (quest’anno insignita del premio Lo Straniero nella sezione riviste). Laffi fa una riflessione sul ruolo che hanno avuto i giovani nella vita politica e sociale degli ultimi mesi, sulle azioni, di cui si sono effettivamente resi protagonisti, nel tentativo di cambiare una realtà e una democrazia che non garantisce loro alcuna prospettiva e alcun futuro.

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Pubblichiamo di seguito un intervento di Stefano Laffi, autore e ricercatore sociale presso l’Agenzia Codici di Milano, uscito sull’ultimo numero della rivista Gli Asini (quest’anno insignita del premio Lo Straniero nella sezione riviste). Laffi fa una riflessione sul ruolo che hanno avuto i giovani nella vita politica e sociale degli ultimi mesi, sulle azioni, di cui si sono effettivamente resi protagonisti, nel tentativo di cambiare una realtà e una democrazia che non garantisce loro alcuna prospettiva e alcun futuro.

di Stefano Laffi

Dall’altra sponda del Mediterraneo sono scesi in piazza e hanno sovvertito regimi, con una rapidità e un’assenza di violenza mai immaginata e prevista dai nostri osservatori adulti ed esperti, da chi guardava quei paesi con la supponenza di vivere in democrazia, quindi in teoria più libero e più rappresentato da chi lo governa. In Spagna hanno invaso le strade per gridare lo scandalo di aver vent’anni e nulla in mano e nessuna prospettiva dopo, per nulla rappresentati dalla propria democrazia, occupata da una classe politica indifferente alle loro sorti. Da noi non va meglio, Gli asini è una rivista nata anche per questo, rendere giustizia nella riflessione e nella proposta di cambiamento di una realtà che non dà ai giovani le opportunità che meritano. Non va meglio perché il regime di esclusione, repressione e manipolazione della voce dei giovani è più pesante di quanto non si creda. Chiamati in causa solo per la retorica politica della fuga dei cervelli o per quella commerciale dei talent show, sono invece inascoltati o pesantemente zittiti quando chiedono semplicemente una scuola e un’università non depauperate, una cultura libera, un mondo del lavoro che si accorga che qualcuno deve ancora entrarci.
Sono fin troppo bravi i ragazzi. Di botte ne avevano già prese a dicembre, quando avevano provato – inventandosi modi nuovi e non violenti di manifestare – a dire la propria opinione sulla riforma Gelmini in via di approvazione. Ma come può essere che l’università fa i questionari di gradimento agli studenti di ogni singolo corso per misurarne la soddisfazione, mentre la loro voce di dissenso è ignorata quando il ministro cambia tutta l’università? Non ci si sente presi in giro?
Ma questo è un paese dove se per strada a vent’anni dici con tono di voce normale “fai ridere” a un candidato politico ti avvicinano due poliziotti in borghese per identificarti come fossi un criminale (a Milano, youtube per vedere). Così è capitato che alle due ultime “customer satisfaction” della nostra democrazia rappresentativa – le elezioni amministrative e i referendum – i giovani (che vengono interpellati solo per rispondere a questionari) si siano fatti di nuovo sentire. Perché il loro voto è stato determinante a cambiare le cose, laddove sono cambiate, perché loro come e più di chi appartiene ad altre fasce di età hanno voluto che le città avessero nuovi sindaci, l’acqua fosse un bene pubblico e il nucleare non fosse l’ennesimo nuova ombra sul loro futuro. Mentre nel mondo tutto diventa colore, digitale e touch screen e i giovani crescono in questa nuova cultura materiale, la nostra stanca democrazia ha messo in scena il rito del voto, con fogli giganteschi di pessima carta e matite copiative, ormai anche quelle made in china. E i giovani ci sono stati, hanno messo da parte per un attimo i loro display, le loro tastiere, i loro spray, i loro microfoni, i loro cursori sui mixer perché hanno capito che a questo giro servivano le nostre matite copiative, per dire basta. Ma prima di venire ai seggi e ossequiare il voto – nessuno come un ventenne è tanto serio, scrupoloso, preciso con le schede e le urne, parola di presidente di seggio – le tastiere e i microfoni li hanno usati abbondantemente: mai come in queste elezioni la loro musica è stata così schierata, così capace di parlare, di regalare il piacere di cambiare, e mai come in queste elezioni le tecnologie hanno mostrato il loro volto migliore, far da passaparola per organizzare mobilitazioni, per irridere la tribuna politica quando questa si faceva ridicola e per strada non potevi parlare, per dare accesso ai contenuti politici laddove la vecchia televisione si censurava da sola. Le tecnologie di oggi, che la destra proprio non ha capito, sono amate dai ragazzi perché sono l’unico luogo in cui la storia è sceneggiata da loro, è commentata o trasformata dalle loro parole e dalle loro immagini, quasi una vendetta contro la realtà delle istituzioni e della vita pubblica, in ostaggio degli adulti, dei vecchi, dei potenti.
Quella realtà, quelle istituzioni e quella vita pubblica sono state negli ultimi anni davvero misere, patetiche, umilianti. Se scorressimo in rapida successione le prime pagine dei giornali di questi anni ci renderemmo conto di quello che a dosi giornaliere omeopatiche forse si sente di meno, la pena di doversi specchiare in un paese governato per interessi personali, da persone senza dignità. Quando in questi anni la politica ha provato a coinvolgere i giovani nel massimo slancio di generosità ha parlato di partecipazione, ha creato i consigli comunali dei ragazzi, i forum giovanili, le quote under 30 o 40 di alcune posizioni. La sensazione è che poco sia cambiato, che non basti e che alcuni di quegli inviti a partecipare fossero cooptazioni, modi per inibire la formazione di dissenso. Oggi abbiamo capito che i giovani non vogliono partecipare di più, vogliono proprio cambiare. E che noi abbiamo bisogno di loro come non mai, se questo paese non ci piace.

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Hip Hop Rock against NOIA! https://minimaetmoralia.it/musica/hip-hop-rock-against-noia/ https://minimaetmoralia.it/musica/hip-hop-rock-against-noia/#comments Wed, 09 Feb 2011 08:46:48 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3757 di Simone Caputo

“Buona parte del punk-rock è costituita dal Grande Ritornello Americano (o Inglese, a dir la verità) della Sublimazione Adolescenziale. Tutti quelli che hanno tra i dodici e i vent’anni vogliono fare sesso, anzi, non pensano ad altro tutto il giorno, ma la maggior parte delle loro riflessioni sono robaccia nevrotica che prosciuga le energie, col risultato cha abbiamo Due Principali Scuole di Punk Rock. Una compensa per eccesso la nevrosi adolescenziale con un’esibizione esagerata di arroganza da macho sottolineata da giri di basso vendicativi come un cazzo in tiro

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di Simone Caputo

“Buona parte del punk-rock è costituita dal Grande Ritornello Americano (o Inglese, a dir la verità) della Sublimazione Adolescenziale. Tutti quelli che hanno tra i dodici e i vent’anni vogliono fare sesso, anzi, non pensano ad altro tutto il giorno, ma la maggior parte delle loro riflessioni sono robaccia nevrotica che prosciuga le energie, col risultato cha abbiamo Due Principali Scuole di Punk Rock. Una compensa per eccesso la nevrosi adolescenziale con un’esibizione esagerata di arroganza da macho sottolineata da giri di basso vendicativi come un cazzo in tiro, mentre l’altra si limita a scalare, sommergendo tutto quanto di doppi sensi contortissimi e ambigui sulla droga. […] Fino a poco tempo fa, almeno. Quelle erano seghe lisergiche da sballatoni di acidi tipiche della metà anni Settanta, ora i tempi sono cambiati e alle droghe nessuno ci fa quasi più caso; ci deve essere qualcos’altro che eviti a quei poveri verginelli di dover cantare di scopate e rovinare tutto rivelando la loro completa inesperienza. Non possiamo liquidarli, perché sono un buon 40 per cento del rock. Solo uno su ventimila ha il genio sfacciato di un Iggy o di Jonathan dei Modern Lovers ed è disposto a cantare dei suoi complessi adolescenziali in modo talmente onesto che ti fa male, imbarazzando da morire metà del suo pubblico”.
Così scriveva Lester Bangs, negli anni Settanta, come al solito fuori dagli schemi e illuminante, capace di raccontare adolescenti e musica come quasi nessuno oggi osa fare o vuol fare, quasi che interrogarsi sulla musica e sui dischi che escono abbia senso, mentre chiedersi qualcosa su quegli adolescenti e quei giovani che la musica la fanno e la ascoltano nei garage e nelle camerette non ne abbia. Bangs va ovviamente tradotto: perché il rock non è più il solo genere di riferimento, affiancato com’è da hip-pop, electro, sonorità indie e dark; perché le trasformazioni tecnologiche, la rete e la “mutazione” culturale investono il presente; perché quei tempi sono finiti con le morti in piscina, su una roulotte, in una vasca da bagno, nel bagno di un aereo privato. È finito un certo rock, e con esso un’epoca di sogni e di speranze. Eppure le parole di Bangs continuano sferzanti a dirci su adolescenti e giovani, ora che i maledetti, le ubriacone, i poeti e i demoni sono spariti, quello che ancor di più oggi non si dovrebbe assolutamente fare: “Non possiamo liquidarli, perché sono un buon 40 per cento del rock”.
Eppure, di fatto, liquidati lo sono. E non solo da gran parte della critica musicale: a farle compagnia ci sono l’università e quanti si occupano di discipline sociologiche, e gli stessi educatori e operatori che pur si preoccupano di condizione giovanile. Se si usa come solo criterio di valutazione quello relativo alle pubblicazioni accademiche sull’argomento il dato che emerge è avvilente: nell’ambito delle discipline sociologiche la discussione sulle comunicazioni di massa è prolifica, ma i problemi della musica (in generale, non solo quelli relativi alla musica e gli adolescenti) non vi godono di una particolare considerazione. Del lavoro di ricerca che la sociologia della musica ha portato aventi nel corso di un ventennio, almeno negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, ma anche in Francia o in Svezia, se ne è a malapena avvertita l’eco in Italia (come sottolinea La musica e gli adolescenti, interessante testo pubblicato dal Dipartimento di Musicologia dell’Università di Bologna nel 2004, tra i pochi esempi italiani di studio attento del fenomeno). In Italia si discute di tempo libero, di politiche culturali, pressoché sempre e genericamente in maniera fastidiosa di “condizione giovanile”. La sociologia dell’educazione e della politica sì, quella della musica no.
Un paese di accademici, educatori e critici spesso ciechi, dunque. Nessuno mette in discussione le dimensioni quantitative della presenza della musica nella vita dei giovani o degli adolescenti; assai meno solida o meglio del tutto inesistente è la conoscenza delle sue ragioni e delle sue conseguenze nel qui e oggi, nonché dei significati che gli stessi soggetti attribuiscono all’ascoltare, consumare, fare musica. Continuano, e a torto, a interessare le culture giovanili solo quando esse sono sub-culture definite sulla base di uno stile di vita estetico, normalmente caratterizzato anche in termini musicali, e si continua a sostenere che le scelte musicali sono parte integrante di reazioni collettive ai problemi che quei giovani vivono per il fatto di occupare posizioni sociali subordinate. Lo si faceva coi mods, i rockers, gli skinhead, i punk, lo si fa oggi con gli emo, gli indie, le crew dell’hip-hop. Un modello d’approccio sbagliato per diversi motivi: perché maschilista, perché non riconosce nelle “camerette” e nei piccoli luoghi strategie in alcuni casi alternative di resistenza simbolica, perché distingue le sottoculture giovanili soprattutto attraverso la musica, ma poi della musica non se ne frega neanche un po’. Un modello incapace di riconoscere il potere degli stessi media e della società dei consumi nel forgiare le rappresentazioni delle sottoculture e le loro pretese di autenticità: il potere tende a renderle “capitale culturale” e a eliminare completamente ogni elemento di disturbo o di resistenza. Un modello completamente inadatto all’epoca della rete, in cui sovraesposizione, super-abbondanza e tutto-immediatamente-disponibile, rendono assai difficile poter parlare di sottoculture. Un modello che si dimentica di tutti quegli altri ragazzi e ragazze che rendono il fare musica un fenomeno sociale di massa e un aspetto cruciale della loro vita, come della vita degli altri. Sempre Bangs in un’intervista del 1980:

“A essere sinceri sono tanto alienato e schifato da chiedermi se davvero voglio fare qualcosa nei prossimi anni. Vedi, la questione è: sta diventando tutto come la rivista People. Tutta la radio, tutta la stampa, tutto quanto sta diventando così, anche l’industria editoriale. Ieri parlavo col mio agente e gli ho chiesto: ‘Pensi che di questo passo l’unica cosa vendibile sarà la biografia-marchetta di una celebrità?’, e lui ha risposto: ‘Non lo so’. […] Allo stesso tempo tutti quelli che conosco sono completamente alienati, scoglionati, nauseati da tutto, e so che gran parte di quelli che lavorano nei media e ci propinano questa roba sono alienati come lo è il pubblico. Il pubblico compra solo perché non gli viene offerto qualcos’altro. E, personalmente, mi chiedo quand’è che la gente comincerà a dire: no, mi rifiuto, non ne voglio più!”.

Aldilà dell’evidente validità delle affermazioni anche per i nostri Anni Zero, quel che è più interessante delle parole di Bangs è nel provare a metterle in relazione con alcune riflessioni sui ragazzi e le ragazze che oggi la musica la fanno (tralasciando il complesso discorso su ascolto, individualità e solitudine legati a esso, società liquida e tutto quello che ne consegue). Perché è proprio negli adolescenti che la musica la fanno suonando e mixando che sembra possibile intravedere soggetti completamente diversi da quelli descritti da Bangs, alienati e scoglionati. Dire che la musica suonata, soprattutto in gruppo, dai più giovani sia una possibilità di libertà, una via anarchica, rispetto alle maglie strette di una società che tende a incanalare, può sembrare un’ovvietà, o ancor più una banalità se si pensa che in fondo è sempre stato così da quando la musica popular ha preso il sopravvento su quella classica.
Eppure banalità forse non è se si pensa che oggi più che mai i mass-media offrono un modello unificante e tremendamente stupido del fare musica, incentrandovi addirittura una gran parte del palinsesto televisivo pubblico e privato: Amici di Maria de Filippi, o X-Factor, i due nomi che subito rendono chiaro il quadro della situazione. Tutrice del talento giovanile italico, Maria de Filippi e i suoi, nel giro di un decennio hanno modificato e alterato nelle teste di molti grandi e piccoli il più basilare dei concetti che chi si avvicina all’arte della danza, o della recitazione, o del canto deve sapere: il talento, che sia dato dal corpo o da una personalità geniale, o lo si ha o non lo si ha; non può essere sostituito da altro. Pur di confezionare galline dalle uova d’ora, utili per una sola stagione e poi da buttar via, la fabbrica De Filippi ha sospinto un modo di pensare per cui è giusto che l’allievo prenda il sopravvento sul maestro, la faccia tosta sul rispetto, la bugia sul vero, il costruirsi un personaggio sull’avere talento. Un salto nel buio che oramai non fanno più solo quanti si presentano dinanzi alle telecamere di Amici, ma i più, fino ai frequentatori di piccoli laboratori teatrali o di concorsi canori. Un salto avallato anche da chi preoccupato dal dare giudizi sulle qualità dei partecipanti alla trasmissione, o sulle beghe generate dalla stessa, non si è accorto che intanto i ragazzi e le ragazze, accaniti teledipendenti, prendono per buono e seguono il modello Amici – del resto a lungo l’unico modello televisivo disponibile. Un’idea avallata da discografici senza scrupoli e ancor più colpevolmente da critici musicali che avrebbero dovuto interrogarsi seriamente su una trasmissione come Amici, e che al contrario, oggi, partecipano alla stessa. Come può scrivere seriamente, sulla stampa nazionale, di musica e televisione, chi è al contempo stipendiato dal programma che dovrebbe descrivere o analizzare?
Il tentativo di costruire personaggi a tavolino in modo da creare un mercato o da accontentarne uno già esistente, non è certo una novità. La presenza però di una vecchia discografica come Mara Maionchi, nel programma X-Factor, talent show Rai, antagonista di Amici di Maria De Filippi, aiuta a comprendere i salti compiuti da un sistema impazzito, facendo di lei un esempio di quanto avviene tanto in Rai quanto a Mediaset. Per decenni la Maionchi ha lavorato per consolidare e guidare progetti talentuosi o almeno validi verso un successo ampio e duraturo: Mogol-Battisti, PFM, Tozzi, Vanoni, De Crescenzo, Mia Martini, De Andrè, Arbore, Tiziano Ferro. Con la scomparsa delle grandi etichette e la frammentazione del mercato dovuta all’esplosione del download on-line, la Maionchi (esempio che vale per i più) ha pensato bene di occupare un posto fisso in tv, per orientare il gusto del pubblico e meglio lanciare i giovani della sua etichetta: in anni in cui i ragazzi vengono gettati sul mercato e bruciati col la stessa velocità, meglio essere sempre di fronte alle telecamere per dire agli italiani chi davvero ha l’X-Factor e chi devono scegliere come star del momento. Azioni efficaci, se si pensa alla forza a senso unico di questo martellamento, capace di spingere più di 90.000 adolescenti a televotare negli ultimi cinquanta minuti di diretta del Festival della Canzone Italiana del 2010 l’insignificante Per tutte le volte che… di Valerio Scanu, e a decidere così l’esito dell’ultimo Sanremo. Con un’ulteriore considerazione su tutte: nulla sono le majors della musica se si guarda ai nomi che oggi le hanno soppiantate nell’indirizzare i gusti musicali soprattutto di adolescenti e giovani. Zeng, Acotel, Tjnet, Buongiorno, Dada, tutti i gestori di telefonia fissa e mobile, e tanti altri ancora.
In un quadro del genere non può che assumere una nuova luce tutto quel mondo fatto di ragazzi e ragazze che suonano, che scrivono canzoni, che si stordiscono nei garage, che remixano qualsiasi tipo di musica, che continuano a picchiare su chitarre e batterie, che descrivono melodie beatlesiane, che si lanciano in rap strampalati, che hanno una memoria musicale da far invidia e cosa non da poco in un’epoca in cui la storia sembra non interessare più a nessuno. Non un’affermazione romantica o una stupida illusione: piuttosto una costatazione, che nella sua semplicità ha però un valore importante. Perché, senza voler dare una sublimazione o un tono alto a un mondo che è assolutamente coi piedi per terra e che disegna nitidamente i confini del presente, esiste una geografia italiana che passa per le grandi città e le provincie marginali, che innesca una catena d’intensità che si propaga da paese a paese, con la velocità e l’ineluttabilità di un grido, con un’utopia fatta di demenzialità, atteggiamenti non classificabili, spinte non previste: un catalogo fantascientifico di band, ragazzini, adolescenti, giovani che suonano e schiattano.
Non aveva certo torto Lester Bangs a dire che “tutti quelli che hanno tra i dodici e i vent’anni vogliono fare sesso, anzi, non pensano ad altro tutto il giorno, ma la maggior parte delle loro riflessioni sono robaccia nevrotica che prosciuga le energie”: basta sentirli suonare e cantare per dargli spesso ragione. Ma forse il dato relativo alla qualità non è quello oggi più importante; in fondo pochissimi diventeranno i nuovi Rosolina Mar, Zen Circus, Jealousy Party, Bugo, Maisie, Bachi da Pietra, Mariposa, senza scomodare Dalla, Battisti, Area, CCCP, Diaframma, Afterhours. Eppure capitare in un piccolo centro sociale, ad esempio, e ascoltare questi ragazzetti che urlano e si sbattono, che si cimentano con i tipi di musica più diversi tra loro, che interagiscono e si ascoltano, è un’esperienza strana: si resta sospesi tra il giudizio molte volte negativo sulla musica e la sorpresa tutta positiva nel vederli e sentirli sinceri e anarchici come sempre meno capita in altri momenti della vita o con altre espressioni artistiche d’oggi. C’è un fregarsene del successo, del giudizio, dell’accordo, del suonino, che fa sorridere. C’è dello sporco che sembra quasi bello. Il coraggio di costruire un sound, forse strampalato, ma almeno autentico pur quando copia qualcuno. Dalla loro la voglia di mettersi in gioco e in relazione, e di portare in giro la propria musica, con un senso dell’apertura che giovani appassionati di cinema e teatro dovrebbero invidiare. Hip-pop-rock against NOIA!
In un momento in cui anti-umano e anti-emotivo la fanno da padrone, ricordare che tanti adolescenti, in barba ai modelli dominanti, fanno rock e hip-hop, suonano senza voler comparire in alcuno studio televisivo, semplicemente comprando una chitarra o usando il computer, non è un fatto banale. La musica come bisogno di avventura, ricerca di un’identità, reazione alle bordate insopportabili delle mode che diventano, infallibilmente, fenomeni di massa, ma anche come bisogno di sicurezze, di sentirsi meno soli. Bisogno di poesia, di mandare a memoria parole e strofe, di avere un qualcuno con cui sbattere la testa o almeno provarci.
E che fa che ascoltando la maggior parte di loro verrebbe da dire: “questa schifezza la saprei fare meglio io”. Anzi è proprio questo uno dei motivi per cui ci piacciono ancor di più.

Mi ha detto Dani che si può cambiare rimbocchiamoci le maniche/scongeliamo i pesci spezziamo i pani baci bene baciamano alle anziane maddalene/ ripaghiamo ridiamo la pensione anche alle puttane e per questo vi porto una voce senza/volto significa non fatemi foto datemi ascolto il cliché del rap del rock con le armi come/Totò le mokò ma io so che si può fare obiezione di coscienza per quelli come me/odio le armi e vi regalo la diligenza/tenetevi le miss le miss in baule l’ importante è che mi lasciate i miei pupi i miei muli/assieme valichiamo confini scoscesi alfabetizziamo paesi con le gesta dei primi francesi/tieniti le capitali dammi gli animali e paesi e l’amore di catanesi more come cinesi/lasciami a piedi nel tacco dello stivale spacchi naturali è vertigine/tieniti stivale tacco spacco vertiginoso e vita infinita sono un poeta la mia morte sarà l’ origine.
«Anche se dite no» – Dargen D’Amico

Questo articolo è contenuto nel numero di Dicembre/Gennaio della rivista Gli Asini, che dedica una lunga e approfondita sezione al rapporto dei giovani con la musica, strumento di formazione e di relazione.

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La versione di Barnaby https://minimaetmoralia.it/societa/la-versione-di-barnaby/ https://minimaetmoralia.it/societa/la-versione-di-barnaby/#comments Tue, 14 Dec 2010 09:51:13 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3465 In questi giorni di manifestazioni di piazza sta venendo fuori una generazioni di ragazzi molto più consapevoli di quella che le nostre classi dirigenti si immaginano. Mentre il capo del governo li invita a studiare e mentre la letteratura diventa sempre di più una materia opzionale i ragazzi italiani adottano una nuova forma di protesta che vede proprio nella letteratura un loro riferimento centrale (i book block).

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In questi giorni di manifestazioni di piazza sta venendo fuori una generazioni di ragazzi molto più consapevoli di quella che le nostre classi dirigenti si immaginano. Mentre il capo del governo li invita a studiare e mentre la letteratura diventa sempre di più una materia opzionale i ragazzi italiani adottano una nuova forma di protesta che vede proprio nella letteratura un loro riferimento centrale (i book block). E quelli inglesi riescono a portare un piazza una generazione ancora più arrabbiata, incendiaria, ma soprattutto, come si vede nel video qui sotto, straordinariamente consapevole di essere tutt’altro che post-ideologica.

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Introiezione del conflitto https://minimaetmoralia.it/societa/introiezione-del-conflitto/ https://minimaetmoralia.it/societa/introiezione-del-conflitto/#comments Wed, 27 Oct 2010 08:31:38 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3118 di Christian Raimo

Vi racconto una storia. Qualche anno fa stavo facendo un’inchiesta sul precariato cognitivo: intervistavo ragazzi tra i venticinque e i trentacinque anni, laureati, iperformati, ipercompetenti, che vivacchiavano tra assegni di ricerca volatili, elemosine dei genitori, e nebulose promesse di contratti – quel paesaggio tristanzuolo che conosciamo.

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Vi racconto una storia. Qualche anno fa stavo facendo un’inchiesta sul precariato cognitivo: intervistavo ragazzi tra i venticinque e i trentacinque anni, laureati, iperformati, ipercompetenti, che vivacchiavano tra assegni di ricerca volatili, elemosine dei genitori, e nebulose promesse di contratti – quel paesaggio tristanzuolo che conosciamo. Mi capitò una ragazza, dottorata in antropologia, che era riuscita a strappare una collaborazione part-time in una fondazione che le garantiva 650 euro al mese; il resto del tempo lo impiegava tenendo in vece della sua vecchia pigra professoressa un paio di corsi, esami e altro pseudo-volontariato universitario – retribuito poco più di un rimborso spese (un altro migliaio di euro all’anno). Tra gli intervistati, non era una di quelli messi peggio. Era una tipa in gamba, determinata, fiera della propria indipendenza (non voleva chiedere soldi ai suoi), e soprattutto iperconsapevole delle condizioni di sfruttamento, delle dinamiche baronali dell’accademia etc… Viveva insieme a altre quattro tizie in un appartamento a Tor Pignattara. Condivideva una stanza doppia, per cui pagava 200 euro al mese, un prezzo buonissimo. Più o meno a conti fatti le restavano cinquecento euro, che potevano un po’ aumentare con qualche introito delle ripetizioni (terzo lavoro, dunque). Di questi soldi ne spendeva circa 300 al mese, mi disse, per fare analisi. Ne aveva un assoluto bisogno perché si sentiva piuttosto depressa: a trenta e passa anni dormiva in un posto letto col materasso smollato come una matricola fuorisede appena approdata a Roma, non immaginava nessuno sbocco lavorativo concreto a lungo termine, si sentiva una fallita nei confronti dei suoi, non riusciva a prendere sul serio nessuna relazione sentimentale, aveva un desiderio di un figlio che le pareva pura incoscienza, era sempre stanca (la fondazione dove lavorava aveva la sede dall’altra parte della città rispetto a casa e all’università).

Alla fine di quella lunghissima intervista che si era tramutata in un botta e risposta sulle condizioni materiali e morali di vita negli anni zero italiani, me andai a casa triste. Dovevo ammettere che la mia situazione non era troppo differente da quella sua; eppure, oltre questa sorta di empatia e di rispecchiamento, non era scattato nessun senso di identità condivisa, nessun grumo di coscienza di classe, come si potrebbe dire.
Il punto è che lei per provare a stare meglio andava a fare terapia, e con l’aiuto di questo analista cercava di migliorare il rapporto con i suoi, desiderava riuscire a considerare legittimo il desiderio di poter innamorarsi di un uomo, di mettere su famiglia, la sua capacità di credere al futuro, e voleva sentirsi meno in colpa se non arrivava a fare per benino tutto quello che le veniva richiesto tra università e lavoro. Il malessere sociale che l’aveva contagiata, lei se l’era preso in carico proprio tutto tutto. La formazione di una coscienza di classe era stata sostituita da un percorso individuale di ricerca di sintonizzazione psicologica, per cui spendeva quasi la metà dei suoi soldi mensili. Mi sembrò un simbolo perfetto di quello che stava accadendo in giro alle generazioni di quest’età post-comunitaria. Invece di esternare il malessere, provando a generare conflitto sociale o quantomeno affratellamento, il disagio veniva tutto introiettato e si tentava di risolverlo a proprie spese – letteralmente. Del resto questa ragazza non cercava neanche più questo conflitto, cercava serenità.
Vi racconto anche un’altra storia, più breve. C’è un racconto di Nicola Lagioia del 2007 che ha come protagonista una ragazza di nome Sara che lavora all’organizzazione di eventi. All’inizio la troviamo nel pieno di una supergiornata di lavoro mentre, sottopagata, briga perché sono appena arrivati dei finanziamenti per quello che si vorrebbe un grande festival di teatro, letteratura, arte… La sua vita sembra una malinconica routine da animale da stagismo, se non fosse che incontra e si infatua di un tizio che si chiama Mario, e nella scena clou riesce a farsi invitare a cena da lui. Ma mentre le cose paiono andare nel verso previsto, qualcosa comincia a cortocircuitare tra i suoi pensieri: “Volevo tenere la conversazione a un livello decente, ma mentre provavo a concentrarmi sulle sue parole non ho potuto fare a meno di pensare digli degli inviti, digli degli inviti…, così ho cercato di pensare ad altro, volevo godermi la cena ma la vocina di tanto in tanto faceva capolino tra i discorsi, e mi ha seguito nel salotto, dove abbiamo preso un whisky, e mi ha seguito in camera da letto, dove a un certo punto, non so come, stavamo già facendo l’amore, ci sono stati inizialmente questi movimenti goffi, poi lui mi è entrato dentro, e mentre gli dicevo: “Mario…” in una parte della testa continuava a risuonarmi come da un pozzo senza fondo digli degli inviti, digli degli inviti”.
Vi sembra paradossale? Eppure, se ci pensiamo un secondo, questa schizofrenia non è soltanto un sintomo di una versione estrema del capitalismo del terziario avanzato. La schizofrenia è esattamente, precisamente, il modello dei rapporti di lavoro che ci interessano. La schizofrenia è il sostituto psicotico del conflitto di classe. Lavoratori dipendenti e autonomi, partite iva e contratti atipici, dottorandi e docenti precari, trentenni depressi e sessantenni che continuano a finanziare la vita dei figli sperando che un giorno questi li ricompenseranno. La distanza tra chi sfrutta e chi è sfruttato passa tutta per un conflitto interiore. E a lungo andare questa scissione – che non diventa mai dialettica – crea una sorta di abituazione, una cronicizzazione del disagio. Ossia: un dispositivo clinico per cui veramente penso possibile, normale, permanere in una situazione paradossale come quella di un quarantenne che vive da adolescente, o come quella di una ragazza che non capisce se l’innamoramento che sta cominciando a provare gli potrà tornare utile per il suo lavoro di ufficio stampa. Un malessere sociale a cui, invece di riconoscerlo come coscienza di classe narcotizzata, diamo alle volte il nome di bipolarismo; in una specie di medicalizzazione della tensione politica.
(Del resto, senza rendercene conto, le patologie della psiche contemporanea sono diventate utili in termini lavorativi. Quanto, per dire, è più efficiente un’ossessivo-compulsiva come organizzatrice di eventi, che telefona per confermare dieci volte che tutte le persone invitate abbiano risposto, che le stanze degli alberghi siano prenotate, che i treni non abbiano ritardi, etc…? Quanto un narcisista all’ultimo stadio può costituire un valore aggiunto come top-manager rispetto a una persona con capacità autocritiche? Quanto una persona in preda ad ansie da prestazione sarà cento volte più disponibile per degli straordinari non pagati? Sarebbe non troppo surreale se un giorno sul curriculum cominciasse a esserci una voce Patologie a sostituire quella Caratteristiche personali o Competenze).
Ma tornando a noi, ci si può domandare perché questo disagio interiore non diventa coscienza di classe, perché questo basso di recriminazione ha raramente un acuto di rabbia, e figuriamoci se si manifesta come ribellione. Una risposta parziale la possiamo ricavare da un’altra piccola storia. Un po’ di tempo fa mi è capitato di vedere una puntata di Ballarò dedicata al lavoro. C’era un servizio di dieci minuti su un disoccupato, un uomo di mezz’età che aveva appena perso il lavoro. Dalla sua casa in penombra raccontava alla telecamera come la sua vita fosse miserabile, priva di dignità ora che si trovava a spasso: si sentiva un verme perché non poteva pagare nemmeno la scuola di calcio a suo figlio come gli aveva promesso da tempo. Alla fine del servizio, gli imprenditori che stavano in studio, tipo la Todini, avevano colto la palla al balzo e avevano subito dichiarato di fronte al pubblico: lasciateci il numero di questo disoccupato, vedremo subito cosa possiamo fare, uno straccio di lavoro in nome della scuola calcio del figlio glielo troveremo. La domanda che mi era posto non era tanto relativa al fatto di come la spettacolarizzazione annullasse in realtà il valore della denuncia, anzi legittimasse immediatamente le parole della Todini & co. Lo sconcerto che provavo era proprio nella mostruosa introiezione di questo meccanismo di sudditanza: anche il disoccupato – una volta avuta finalmente voce – non aveva nessuna capacità di diventare un soggetto politico, finiva col mostrarsi semplicemente un miserabile, non riusciva a innalzarsi dalla sua condizione di sintomo di un malessere impersonale, e a quel punto forse otteneva un lavoro.
E questo rovesciamento, come dire, negli ultimi anni è stato sdoganato. A tal punto che per esempio l’ultima campagna pubblicitaria della Presidenza della Repubblica sulla sicurezza sul lavoro fa leva proprio su questo. Guardateli i cartelloni. Un quadretto di una famiglia felice, incorniciati in un frame di una polaroid, e un inquietante slogan: Non fare che tutto questo diventi solo un ricordo. Chi si vuole bene pretende la sicurezza sul lavoro. Chi si vuole bene?! Adesso se rimango schiacciato da una pressa mi devo anche sentire in colpa? Non era un mio diritto? Non era una tutela di cui doveva prendersi la responsabilità il mio datore di lavoro? Devo farmi carico anche di questo?
Ora – e qui viene la parte difficile – come collegare questa diffusa anestesia rispetto al risveglio di una coscienza di classe con l’aspetto di volgarizzazione radicale, apparentemente folkloristico della politica italiana: che c’entra Pomigliano con le barzellette condite di bestemmie? e i suicidi dei ricercatori con il dito medio che Bossi tira fuori a ogni pie’ sospinto come un pivello gangsta? Come mettere insieme quella politica e quell’altra politica? Si può azzardare qualche ipotesi di lettura?
In realtà non vi sembra come forse il potere stesso oggi si manifesti proprio utilizzando questo bipolarismo di massa come suo referente? Mi faceva impressione mettere a confronto due filmati sorprendentemente simili. Uno è quello famoso della storiella (che è come Berlusconi definisce le barzellette) su Rosy Bindi raccontata a L’Aquila con bestemmia finale. Un altro lo potete trovare in rete (qui) ed è una scena di Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini: è appena morta una delle ragazze prigioniere delle torture dei vecchi gerarchi quando uno di loro prende la parola e dice: “E così anche le ragazze invece di nove sono otto. E a proposito dell’otto mi viene in mente una storiella (sic). Si tratta di un tale che c’aveva un amico che si chiamava Perotto. Una notte, tornando insieme durante l’oscuramento, i due si sono perduti. Allora il nostro uomo cerca l’amico. E a tentoni cerca cerca cerca, e finalmente gli sembra di vedere qualcosa che si muove nel buio. Tutto contento, pensando di aver trovato l’amico Perotto, grida: ‘Sei Perotto?’, e una voce nel buio risponde: ‘Quarantotto!’”. E giù risate dei torturatori. Inquadrate in controcampo da Pasolini… Come dal cameraman improvvisato col cellulare a L’Aquila… Anche il contesto dà da pensare. Nel Salò di Pasolini c’è un cadavere appena fresco, a l’Aquila ci sono le macerie ancora da sgombrare. Perché Pasolini aveva scelto di mettere in bocca ai gerarchi repubblichini le barzellette? Perché Berlusconi è così pervicace nel raccontare le sue storielle, scorrette, blasfeme, offensive, puerili in qualunque occasione; o credete che smetterà dopo queste ultime così criticate da Chiesa e comunità ebraiche?
Perché Berlusconi, nel panorama mortifero che ha lui stesso creato, ha deciso d’incarnare ancora il principio trasgressivo, carnevalesco, il rovesciamento di quell’ordine che invece lui stesso dovrebbe garantire?
Perché il potere funziona proprio così: come “trasgressione intrinseca”. Slavoj Zizek lo mostra perfettamente in Pervert’s guide to cinema quando analizza un brano di Ivan il terribile di Eisenstein: c’è un gruppo di boiardi che, dopo aver fatto piazza pulita dei nemici dello zar, rimette in scena una specie di musical carnevalesco che rappresenta il massacro, sfotte e brutalizza chi aveva osato ribellarsi e che è stato trucidato nel modo peggiore. Come ci fa notare il filosofo sloveno, la comicità messa in scena dal potere non è un surplus folkloristico (come non sono folklore il dito medio di Bossi e le corna di Berlusconi), ma è l’espressione più piena dell’energia distruttiva del potere, la juissance, il godimento, l’orgasmo. La risata dell’Aquila sostituisce l’eiaculazione di un filmato su youporn, come dire.
Ma questo gli è ormai del tutto consentito perché ha a che fare con una società in preda a questa schizofrenia di massa. Che di fronte alla questione del terremoto vive un’emozionalità scissa. Da una parte l’indignazione ininfluente. Dall’altra un desiderio legittimo di ritornare a vivere, di ridere, di essere spensierata. Ed ecco allora che il Berlusconi bestemmiatore e barzellettiere soddisfa in un sol colpo in maniera pavloviana entrambi i desideri: li esaurisce. Non facendo maturare né l’uno né l’altro, ne liquida le possibilità di crescita, e li spazza via dalla politica.
Cosa succederebbe se noi evitassimo di risolvere la nostra critica nell’indignazione da una parte (a sinistra) e di ridere delle barzellette di Berlusconi (a destra)? Forse che questi impulsi legittimi a innamorarci di un uomo, a mettere su famiglia, a vedere ricostruita la nostra città, non verrebbero finto-appagati nell’immediato, introiettati, medicalizzati, in pratica rimossi; ma forse riuscirebbero a essere potenti, arriverebbero finalmente a creare qualcos’altro.

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Scuole normali per ragazzi normali https://minimaetmoralia.it/societa/scuole-normali-per-ragazzi-normali/ https://minimaetmoralia.it/societa/scuole-normali-per-ragazzi-normali/#comments Mon, 05 Jul 2010 08:44:49 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2633 Questo articolo di Nicola Lagioia è uscito nel primo numero degli Asini (luglio 2010), una rivista bimestrale di approfondimento, inchiesta e ricerca pedagogica e sociale. Da qualche anno mi capita di ricevere inviti nei licei per presentare i miei libri, o per discutere di problemi più o meno collegati all’educazione civica quali l’Unità d’Italia, la […]

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Questo articolo di Nicola Lagioia è uscito nel primo numero degli Asini (luglio 2010), una rivista bimestrale di approfondimento, inchiesta e ricerca pedagogica e sociale.

Da qualche anno mi capita di ricevere inviti nei licei per presentare i miei libri, o per discutere di problemi più o meno collegati all’educazione civica quali l’Unità d’Italia, la perenne messa a fuoco della nostra identità nazionale e così via.

Non essendo più un teen-ager da quasi vent’anni, rispondo sempre sì a queste chiamate, ritenendole degli ottimi pretesti per entrare in contatto con le nuove generazioni. Non ho la pretesa che l’ufficialità degli incontri nelle scuole mi spalanchi chissà quali porte sui segreti dei ragazzi di oggi (cosa sognano, di cosa hanno paura, come sentono il loro tempo, come si fanno risucchiare dal conformismo o come al contrario cercano di costruirsi un’identità, come infine si preparano più o meno consapevolmente a oltrepassare la linea d’ombra che li separa dall’età adulta). E tuttavia, seppure per via induttiva, qualche idea sul loro conto me la sto facendo. Questi incontri sono infatti per gli studenti un piccolo e spesso solo apparentemente indolore banco di prova, dal momento che li costringono a un duplice confronto con ciò che ancora associano al concetto di autorità: l’autorità per così dire interna incarnata dai loro professori, e quella proveniente dal mondo esterno, cioè per l’occasione il sottoscritto – e si sa, non solo per gli adulti, il modo con cui si reagisce al confronto con l’autorità rivela sempre qualcosa di importante negli esseri umani.
Le considerazioni che seguono non hanno la pretesa di completezza né tanto meno di scientificità. Sono più che altro schegge, spunti di riflessione, epifanie, provocazioni guadagnate sul campo delle presentazioni librarie nei licei, piccoli indizi sul funzionamento dei nostri sistemi educativi, e dunque – docenti e studenti – su chi vi è coinvolto.

Falsi pregiudizi

Non credo sia vero, come spesso negli ultimi anni è stato detto (specie dagli stessi docenti a scopo di difesa preventiva) che la scuola al tempo di Facebook e di Maria De Filippi poco sarebbe in grado di fare contro l’appiattimento delle menti dei ragazzi, e ancor di più contro l’imbarbarimento di alcuni loro comportamenti. Secondo questa teoria le fonti di diseducazione sarebbero ormai diventate troppo potenti e pervasive: la televisione innanzitutto, i nuovi media usati in modo dissennato, ma anche gli ambienti sociali degradati e le famiglie – abbienti e non – accomunate dall’analfabetismo di ritorno. A ogni gesto di bullismo esploso sulle cronache dei quotidiani segue puntuale la tirata di presidi e docenti: “cosa possiamo farci, se l’educazione che ricevono in casa loro è quella che è?” E se lo scandalo esplode perché in classe iniziano a girare jpeg soft- o addirittura hard-core di qualche studentessa la colpa è della tecnologia – la Rete, i social network, i siti porno, i telefonini multiuso – e di come la sua acefala volontà di potenza sarebbe in grado di schiantare qualunque volenterosa barricata di umanesimo.
Non credo che le cose stiano così, e a soccorso della mia opinione accorre molto pragmaticamente ciò che succede, con statistica puntualità, ogni volta che metto piede in un liceo come relatore. Gli incontri si tengono quasi immancabilmente nell’aula magna dei licei, dal momento che vi partecipano diverse classi della stessa scuola, i cui studenti rappresentano di conseguenza un campione piuttosto unitario (ragazzi che vivono nella stessa zona della stessa città, di condizione sociale redisribuita per ogni classe in percentuali di eterogeneità presumibilmente simili). Ebbene, nel corso di ogni incontro è sempre accaduto che da una parte gli atteggiamenti civili degli studenti (attenzione, partecipazione, contestazione appassionata e intelligente di quanto andavo dicendo) e dall’altra le condotte poco civili o scoraggianti per chiunque (totale incapacità di prestare attenzione a ciò che accade oltre il proprio naso, compulsivo utilizzo del telefonino, compulsivo utilizzo di un astuccio con cui percuotere i compagni, stato di assoluta catatonia…) non fossero ugualmente distribuite all’interno di ogni classe. A classi di studenti capaci di dare un senso al loro essere lì se ne contrapponevano altre in cui questo non avveniva. Segno che – a meno che non si voglia sposare già l’ipotesi delle classi-ghetto all’interno di una stessa scuola – l’interazione tra studenti e professori conta eccome, ancora e enormemente, sull’educazione e la condotta dei primi. Dal che se ne deduce che, al di là di ogni disfattismo e piagnisteo, la scuola risulta ancora fondamentale nella formazione delle coscienze.

Eterne costanti

A differenza di ciò che accadeva fino poco più di mezzo secolo fa, le élite culturali hanno ormai la caratteristica della trasversalità. Così come venire da una famiglia a basso reddito e precaria scolarizzazione non è un grave pregiudizio per la crescita intellettuale di chi ci nasce, l’abbienza e la presenza di lauree con lode nel pedigree di un teen-ager non garantisce affatto l’emancipazione culturale di quest’ultimo, anche perché spesso quelle lauree appartengono a genitori che – principi del foro o della compilazione dei 730 o professori di liceo che siano – spesso hanno cessato da decenni di esplorare il mondo posto oltre i confini delle loro specialistiche professioni, che per i professori sono ad esempio le colonne d’Ercole dei programmi ministeriali. Quando ero ragazzo, nella mia classe di 25 elementi soltanto tre avevano l’abitudine di maneggiare libri e dischi, o di staccare per propria scelta biglietti cinematografici e teatrali più di due volte all’anno. Questa esigua percentuale era una sorta di costante impazzita, del tutto indipendente dal background della famiglia di provenienza. Ho parlato di costante impazzita, perché si tratta di una percentuale che – misteriosamente – si rinnova nella stessa esigua ma incrollabile misura di generazione in generazione.
Quando vado a parlare nei licei, per ogni classe, ci sono infatti almeno due o tre o addirittura quattro studenti che sanno già tutto, e con i quali il confronto è praticamente ad armi pari. Questi due o tre leggono i libri e i quotidiani, vanno al cinema e alle mostre, divorano fumetti e scaricano (mai a caso) tonnellate di musica, usano internet in maniera molto mirata per andare a pescare dalla Rete esattamente l’informazione di cui hanno bisogno o per cui provano curiosità. Insomma, parlano e intendono una lingua che è già la lingua delle élite culturali, e si capisce che l’hanno appresa indipendentemente o addirittura molto spesso malgrado i loro genitori e i loro professori, rispetto ai quali rischiano di essere più culturalmente solidi, non ovviamente per numero di nozioni in magazzino ma per capacità di costruirsi una bussola con cui esplorare il proprio tempo.
La buona notizia è che queste piccole percentuali nascono e si rinnovano anche nell’Italia del XXI secolo. L’altra buona notizia è che i due o tre ragazzi su ogni venticinque di cui stiamo parlando sono già salvi: non nel senso che da adulti prenderanno sempre le decisioni giuste, ma perché saranno veramente liberi di naufragare e di fallire: la loro consapevolezza, infatti, possiede in nuce tutto quel di cui c’è bisogno per fare l’opposto con cognizione di causa o, al limite, per sbagliare da professionisti.
La cattiva notizia sono gli altri ragazzi, i cosiddetti “giovani normali”. Cioè di gran lunga la maggioranza, quelli che si stanno preparando a non saper leggere un libro né un quotidiano né addirittura a vedere un telegiornale né a individuare cosa si cela per esempio tra le righe di un discorso elettorale… e dunque – salvo tempestive manovre di salvataggio – a essere completamente schiavi della propria epoca. È su di loro, dunque, che si gioca la partita più importante.

Ridere di dolore

Se c’è un sentimento che i professori sanno trasmettere molto bene agli studenti, e gli studenti accolgono senza purtroppo riuscire a proteggersi adeguatamente, è il proprio ingiustificato complesso di inferiorità rispetto a tutto ciò che esiste oltre i cancelli dell’istituto scolastico in cui lavorano, cioè la convinzione che la scuola non solo sia ma debba essere per forza di cose l’istituzione intellettuale più inutile e arretrata tra tutte quelle operanti nel nostro paese. “Per favore, non facciamoci riconoscere!” Traduco: “per favore, non facciamo la figura di merda a cui siamo naturalmente votati”. È questo l’ammonimento che – fatto cadere dall’altro delle cattedre sugli studenti – serpeggia in aula magna quando vado a parlare di libri nei licei. Il sussurro si fa di solito voce squillante quando, subito dopo, mi si avvicina una professoressa chiedendomi di scusare preventivamente i suoi studenti. Scusarli di cosa? Alla domanda la professoressa reagisce scrollando le spalle, come a dire che sì, in fondo dovrei saperlo anch’io che i suoi studenti sono dei sempliciotti, degli sprovveduti, degli esseri intellettualmente addormentati, e che di conseguenza molto di quello che dirò – di qualunque si tratti – non verrà colto né compreso, e dunque (anche questo, quando non si esplicita, è compreso nella scrollata di spalle) perdonassi per favore anche lei e la scuola italiana tutta per la sua inadeguatezza.
Secondo questo presupposto indimostrato, io, che vengo da fuori, sarei dunque una sorta di cosmopolita coltissimo, preparatissimo, informatissimo su tutto ciò che accade nel mondo mentre loro, chiusi nella prigione arrugginita dell’istruzione secondaria, rientrerebbero a stento nel novero delle creature senzienti. I poveri studenti – stretti tra il mio imbarazzo e le scuse preventive dei docenti – iniziano di solito per reazione a ridacchiare e a fare casino, ed è qui che si spalanca il primo momento veramente angosciante di questi incontri: guardare dei ragazzi costretti a ridere dell’inferiorità che i loro professori gli hanno cucito addosso e che, purtroppo, finisce per rivelarsi la classica profezia che si autoadempie. Fingendo di insubordinarsi, i ragazzi in realtà ridacchiano e fanno casino per essere all’altezza dell’immagine da veri falliti che i professori fanno aderire su di loro. A furia di essere trattati come minus habens, si comportano come tali. Quei sorrisi sono di conseguenza le smorfie di dolore per la violenza appena ricevuta. Interrogarsi sul perché i ragazzi siano disposti a ricevere e fare proprie simili violenze senza quasi mai reagire, significa a mio parere addentrarsi in un luogo oscuro di fondamentale importanza per comprendere cosa significa vivere nel nostro mondo alla loro età.

Sadomaso in aula magna

Una delle scene più difficilmente sostenibili a cui mi trovo ad assistere con regolarità al culmine delle mie sortite nei licei, si svolge durante il cosiddetto momento delle domande. Esaurito il botta e risposta tra me e uno o più docenti sull’oggetto dell’incontro, i professori invitano i ragazzi a soddisfare liberamente la propria curiosità, a chiedermi cioè tutto quello che desiderano. Un paio di domande arrivano a questo punto effettivamente in modo libero, e provengono (non c’è bisogno di dirlo) dalle famose risicatissime élite studentesche di cui sopra. Sono quesiti belli, impegnativi, complicati, oppure liberatoriamente ingenui, in tutto simili a quelli che gli adulti pongono normalmente agli scrittori nel corso delle presentazioni in libreria meglio riuscite, con la differenza che mentre durante le presentazioni in libreria si respira sempre tra il pubblico un pizzico di diffidenza preventiva (lo spettatore adulto messo di fronte a uno scrittore che parla di letteratura si domanda per quale motivo non ci sia lui al posto del conferenziere, e dunque si chiede che titoli e qualità abbia mai questo scrittore per aver meritato prima la pubblicazione e adesso addirittura l’uso del microfono), i ragazzi sono disposti invece ad accordarti un credito preventivo (se sei lì, a parlare dietro una cattedra, un motivo ci sarà, si dicono con lapalissiana saggezza) che poi starà a te sprecare o incrementare a seconda di quello che dirai e di come ti comporterai, il che rende gli incontri con questi happy few spesso più difficili e responsabilizzanti e infine più belli di quelli nelle librerie.
Esaurito però questo tipo di domande (quando ci sono), l’aula magna si riempie di silenzio. È allora che accade. Fulminato/a dallo sguardo autoritario eppure insieme acquoso del docente – acquoso con la coda dell’occhio che punta verso me, autoritario nei riguardi della platea – un ragazzino o una ragazzina si staccano impauriti dal resto dei loro compagni e iniziano a balbettare una domanda. Peggio: recitano a memoria, balbettando, una domanda. Peggio: leggono, balbettando, una domanda scritta sopra un foglio accartocciato. Leggono senza spesso riuscire a – né sforzarsi di – comprendere che cosa stanno dicendo, sono all’oscuro di frasi che pure gli escono di bocca e che evidentemente i docenti hanno compilato in precedenza per loro (di solito anche piuttosto sciattamente), o che loro stessi hanno esteso dietro più o meno precisa dettatura dei docenti. Ovviamente, finita di recitare la domanda, e cioè esaurito il compito loro richiesto dalla scuola, piombano in uno stato catatonico e giustamente non si sforzano nemmeno di apparire interessati alla risposta che io a questo punto sto già formulando facendo finta di niente. Ma sono i lunghi secondi durante i quali la domanda viene letta balbettando sul foglietto accartocciato a essere per me insopportabili. Cosa può spingere dei ragazzi a umiliarsi in questo modo? Perché (continuo a domandarmi) non hanno mai uno scatto d’orgoglio e di vera insubordinazione e, in luogo della domanda in stato di lobotomia frontale, non mandano a cacare i professori che li hanno costretti a quella pantomima? Che tipo di emotività mostrano di coltivare costringendosi a queste forche caudine? È la stessa propensione a farsi umiliare o peggio a strisciare che (in forma totalmente diversa) da adulti mostreranno al cospetto dei loro adulati quanto segretamente disprezzati superiori, o comunque di uomini che, di volta in volta, avranno più potere di loro? Ovviamente inizio a farmi anche domande su di me… Perché non interrompo la tortura? Perché non sono io a insubordinarmi dal ruolo di conferenziere costretto a subire la violenza di una domanda espressa simulando la lobotomia frontale, a propria volta sillabata dal pilota automatico di una giovane mente schiacciata dall’inaudita violenza di un’intera tradizione di professori e professoresse intellettualmente suicidi, i quali, convinti in partenza che la scuola non possa reggere il confronto con qualunque corpo estraneo dotato di intelletto (“mi raccomando ragazzi, non fatemi fare le solite figuracce!”), anziché accettare la sfida di un bel silenzio pacificante caduto in aula magna dopo tante parole proferite, partono in difensiva con questa follia delle domande preconfezionate, con risultati umilianti e violenti senza che ovviamente vergano formalmente percepiti da nessuno come tali…
Quando va bene, riesco a osservare con reale ostilità lo studente che balbetta senza capirle, le domande scritte sul foglietto accartocciato. Trattandolo come avversario anziché come semplice burattino degli eventi, tento di restituire dignità sia a lui che a me stesso. Ma in fin dei conti non lo so, perché non mi insubordino in maniera plateale. Immagino per debolezza e per connivenza ambientale. Immagino perché – senza che la colpa possa essere fatta ricadere sui singoli professori, molti dei quali sono brave o bravissime persone senza per questo ascendere al ruolo di eroi brecthiani – è l’atmosfera culturale della scuola a favorire situazioni di questo tipo, così come le caserme di una volta favorivano e tolleravano gli atti di nonnismo di fronte ai quali diventavano inerti anche gli animi sensibili.
È ovvio che episodi come questo rappresentano solo un esempio, il quale, esteso analogicamente a molte altre situazioni che si consumano quotidianamente negli edifici scolastici, mostra se non addirittura dimostra che c’è qualcosa di radicalmente sbagliato nel modo in cui impostiamo i nostri sistemi educativi.

Se tre indizi…


Se tre indizi sono sufficienti per una condanna morale, la prova dello stato d’alienazione imperante nelle aule scolastiche si manifesta sotto le vesti di una domanda stranamente ricorrente nel corso di questi incontri, e che collocherei a metà strada tra le domande formulate in effettivo stato di libertà mentale e quelle sillabate col pilota automatico.
“Cosa dovremmo fare, secondo lei, per poter essere davvero liberi nella vita?”
Eccola, la domanda è questa, e almeno una volta per ogni incontro nei licei a un certo punto mi viene rivolta. Il problema è che a formularla è di solito uno studente o una studentessa il cui volto e la cui voce e la cui faccia esprimono inequivocabilmente il disinteresse più totale e verso il vero senso dell domanda e verso qualunque possibile risposta, ammesso che una risposta soddisfacente su questo dilemma sia formulabile. D’altra parte, si capisce però anche molto bene come la domanda in questione non rientra tra quelle suggerite dai professori. È una dichiarazione resa, per così dire, in modo spontaneo. E, allo stesso tempo, chi la formula lo fa in uno stato simile al sonnambulismo. Non è più un preciso qualcuno, un singolo professore o una singola professoressa ad avergliela suggerita, ma qualcos’altro. È, insomma, il tipo di domanda che lo studente in questione si aspetta che l’istituzione scolastica debba formulare per il tramite della sua persona. Una domanda e un’ingiunzione a porla che lo studente giudica totalmente svuotati di senso (da qui la sua espressione devitalizzata), il che però non gli impedisce di sentirsi ugualmente costretto a formularla. Ovviamente, la cosa più ironica e agghiacciante al tempo stesso è l’oggetto della domanda: cosa fare per essere davvero liberi in questo mondo.
Non ho dubbi che, fuori dalla scuola – e probabilmente fuori anche dai lacci famigliari – lo studente o la studentessa in questione provino a ricavarsi il proprio spazio di libertà. Lo cercano, e lo trovano, e probabilmente lo difendono fino a quando non sono costretti a cercarsene un altro, ma tutto accade nel privato. Il problema è che però il loro rapporto con uno dei pochi contesti di vita pubblica con cui hanno a che fare si sostanzia nel riconoscere, più o meno consapevolmente, in seno alla scuola: 1) una formale vocazione a renderli liberi e consapevoli, 2) una sostanziale sonora smentita di questa missione, e anzi la sostanziale fioritura di un autoritarismo sotto mentite spoglie (“il sapere rende liberi!”) 3) un non poterci far niente da parte loro, che tuttavia a quell’età sono già disposti a indorarsi la pillola, e dunque a prendere per il culo sia l’interlocutore che se stessi, e a mandar giù: “cosa dovremmo fare, secondo lei, per essere davvero liberi nella vita?” Suono della campanella. Tutti a casa.

Il perfetto opposto dell’autoritarismo è l’autoritarismo

La controprova speculare di questa attitudine è incarnata dai professori di sinistra ancora sintonizzati sui rimpianti del Sessantotto. Nel corso di un incontro in un liceo scientifico, al quale mi sembrava tra l’altro che gli studenti stessero reagendo abbastanza bene, con compostezza e attenzione, a un certo punto la loro professoressa d’italiano, che condivideva con me la cattedra, nel bel mezzo di un discorso sugli eterni mali dell’Italia ha iniziato a criticare i suoi studenti – cioè i ragazzi che ci stavano davanti – accusandoli di una scarsa attitudine a sovvertire lo status quo. Non contenta di questa prima frecciata, la professoressa ha cominciato a provocare gli studenti: “anche adesso, ragazzi…”, ha detto, “io mi domando perché mai all’accusa che vi sto lanciando non reagite. Muovetevi, arrabbiatevi, fate qualcosa! Cioè… so che dovrei essere l’ultima a dirlo… ma insomma… perché non mi contestate?”
Gli studenti hanno continuato a guardarci attoniti, senza proferire una parola, e io ho provato più scandalo che pena per una professoressa che, cercando di parlare a nome (ancora una volta!) della spontaneità e addirittura della contestazione, non si rendeva conto di avere contribuito a creare intorno a sé un morbido, impalpabile, pervasivo clima di autoritarismo. È un autoritarismo relativamente nuovo, che ha molto più a che fare con la morbida totalizzante macchina della pubblicità che non con il vecchio autoritarismo patriarcale ormai quasi del tutto inoffensivo.
Infatti, questi sono gli stessi professori che poi si danno da fare (con grande generosità e spendita di energie, questo almeno gli va riconosciuto) per coinvolgere gli studenti in attività creative, quali per esempio l’ideazione e l’allestimento di una mostra fotografica o di uno spettacolo teatrale, oppure la scrittura e la realizzazione di un cortometraggio. Si tratta di prove creative dall’esito immancabilmente reazionario. Perché è ovvio, da questi esercizi non si pretende che venga fuori un Kubrick o un Ibsen o una Diane Arbus in erba, ma è invece lecito aspettarsi che, per degli studenti, inventarsi un cortometraggio o allestire uno spettacolo teatrale sia almeno un po’ pericoloso e li metta in gioco come ogni attività creativa dovrebbe fare. Dovrebbero usare i mezzi della creatività per parlare cioè una lingua diversa, e antitetica, rispetto a quella del potere. Dunque dovrebbero imparare, attraverso l’attività creativa, a diventare sanamente almeno un poco eretici. E invece – ben ammaestrati in questo dai professori – gli studenti imparano ad allestire una scenografia o a montare un cortometraggio esattamente come potrebbero imparare a scavare una trincea o a montare del filo spinato su una torretta. Solo, lo fanno fischiettando o mettendo in sottofondo (da questo amorevolmente autorizzati dai docenti) la musica dei Nirvana, in un contesto che ormai sarebbe in grado di disarmare e rendere innocuo persino l’heavy metal satanico o la lettura di Rimbaud. Dunque, in fin dei conti, che cosa stanno fanno veramente questi ragazzi con la scusa di Shakespeare o di Diane Arbus? Iniziano ad acquisire una prima spolverata di competenza. Quanto agli esiti linguistici (cioè al vero contenuto) della mostra fotografica o dello spettacolo teatrale o del cortometraggio… be’, alla fine è tutto così reazionario, poco spontaneo, morto, da ricordare alcune trasmissioni televisive per ragazzi del primo pomeriggio.
Ulteriore controprova di quanto vado dicendo, un episodio capitatomi qualche mese fa. Mi chiama l’ufficio stampa della casa editrice per cui ho pubblicato il mio ultimo libro e mi dice che una ventina di licei vorrebbero tendenzialmente invitarmi a parlare di letteratura ai loro studenti. I docenti di queste scuole hanno letto qualche mio libro e qualche mio articolo pubblicato sui quotidiani o sulle riviste, e insomma ritengono che un incontro tra me e i loro studenti possa essere interessante. Sì, d’accordo, ma cosa significa “tendenzialmente”? Significa – dice l’ufficio stampa – che per tre di questi venti licei l’invito è già formalmente valido, mentre per gli altri bisognerà aspettare che si capisca se ci sono i fondi, il che significa i soldi per pagarmi un biglietto ferroviario a/r e una pensione per la notte.
Questo stato di latenza è durato per circa due mesi, fino a quando cioè non sono stato invitato a presentare il mio libro a una trasmissione televisiva abbastanza popolare. A partire dal giorno dopo, non solo i diciassette licei ancora in forse hanno deciso di sciogliere le riserve e utilizzare i propri fondi per invitare me anziché un altro scrittore “non televisionato”, ma professori e presidi di molti altri licei si sono fatti avanti. Ma come? proprio la famigerata televisione generalista? Ecco che il cerchio idealmente aperto con i discorsi precedenti si va a chiudere.

Autobiografia di una nazione

Una cosa veramente illuminante, me l’ha detta un professore di lettere al termine di uno di questi incontri. Un uomo ben piazzato, sulla sessantina, che mi si è avvicinato e poi, con grande gentilezza, ha incenerito qualunque discorso implicito sull’argomento in questo modo: “lo sa fino a quando il nostro sarà un paese intimamente fascista?”
“Fino a quando?”, ho risposto sollevando le sopracciglia.
“Fino a quando sarà in vigore il tema di italiano”.
A questo punto deve aver visto la perplessità gonfiare i lineamenti della mia faccia, così si è affrettato a spiegare: “ma non capisce? Il tema d’italiano è circondato da un’aura di assoluto conformismo. Il foglio a righe ancora intonso dopo la dettatura della traccia già trabocca di aspettative: è esattamente da quel punto che insegniamo ai ragazzi a essere ipocriti, ruffiani, compiacenti, servili… Ci pensi bene, è tutto già lì dentro”.

Infine

Due mesi fa, stavo parlando del mestiere editoriale in un liceo classico. A un certo punto, nel bel mezzo dell’incontro, dal corridoio che portava in aula magna è risalito il grido di una persona adulta, seguito dalle urla dei ragazzi e da un rumore di porte sbattute e sedie scaraventate a terra. A poche classi di distanza, uno studente autistico aveva morso il braccio dell’insegnante di sostegno fino all’osso. Sono state interrotte le lezioni e anche il mio incontro con gli studenti. Dall’aula magna, ci siamo riversati nei corridoi, dove c’era l’insegnante azzannato in lacrime, i suoi studenti in lacrime, il ragazzo autistico visibilmente sconvolto. È arrivata un’ambulanza. Ma nel frattempo un morbido rinfrancante palpabile autentico sentimento di pace si era impadronito di tutti gli studenti. I ragazzi erano come tornati in sé dopo un lungo viaggio attraverso il paese della mistificazione: adesso all’improvviso apparivano seri, rilassati, liberi da un peso, addirittura felici e più belli, in pace con il mondo e con se stessi. La calma, una via d’uscita, finalmente la possibilità di un’isola.
Desiderare segretamente un vero shock che mandi tutto all’aria ma non essere capaci di evocarlo: in questa forbice c’è forse qualcosa di inaudito ma fondamentale per comprendere sensibilità, disagi e frustrazioni dei cosiddetti ragazzi normali.

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I libri da leggere a vent’anni https://minimaetmoralia.it/libri/i-libri-da-leggere-a-vent%e2%80%99anni/ https://minimaetmoralia.it/libri/i-libri-da-leggere-a-vent%e2%80%99anni/#respond Mon, 11 Jan 2010 09:09:55 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1486 Non credo, come ogni tanto qualcuno sostiene, che i libri che hanno più segnato il nostro modo di pensare e di sentire li abbiamo letti prima dei vent’anni. Credo che a vent’anni una persona sia ancora decisamente potenziale, e quindi suscettibile di essere bene o male indirizzata. Ecco perché, nonostante qualche dubbio, il titolo di […]

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Non credo, come ogni tanto qualcuno sostiene, che i libri che hanno più segnato il nostro modo di pensare e di sentire li abbiamo letti prima dei vent’anni. Credo che a vent’anni una persona sia ancora decisamente potenziale, e quindi suscettibile di essere bene o male indirizzata. Ecco perché, nonostante qualche dubbio, il titolo di questa bibliografia selettiva compilata da Nicola Villa e Giulio Vannucci per le Edizioni dell’asino mi sembra tutto sommato giusto.
Qualche dubbio però, perché l’adolescenza nelle società intensamente consumistiche e de-responsabilizzanti come quella in cui viviamo è diventata una stagione interminabile, una dimensione culturale ormai indipendente dalla biologia e dalle tappe che una volta scandivano le diverse fasi della vita. Una debordante, incontenibile ondata di insicurezza e manipolabilità governa l’esistenza di persone sempre più numerose e sempre più avanti negli anni, costrette a mantenersi potenziali (cioè prive di identità) a tempo indeterminato e disponibili a sempre nuove e sempre più effimere esperienze, o meglio pseudo-esperienze.
Se l’invenzione della donna o quella dei figli è stata raccontata e spiegata da storici e studiosi scrupolosi e perspicaci, quella dei giovani è cosa più recente e visibile ma allo stesso tempo più ambigua, controversa e capillare. Credo che bisognerebbe ormai isolare chiaramente il significato della parola giovane da specifiche connotazioni anagrafiche (fenomeno che d’altronde è già in corso nella lingua parlata, dove per distinguere i due concetti spesso si aggiunge ironicamente un seconda “g”) per riferirla ad una dimensione sostanzialmente e generalmente antropologica, qualcosa che forse sfugge persino alle definizione degli istituti di ricerca di mercato e alle griglie dei sondaggisti tanto è diffusa e incontrollata: ggiovane è il concorrente 20enne o 40enne del reality del momento (e tutti quelli di ugualmente varia età che li guardano e che si riconoscono), ggiovane è il mondo televisivo e pubblicitario in generale, ggiovane è chi si iscrive al corso di capoeira e poi a quello di tango e poi a quelli di panificazione, ggiovane è l’ottimismo del premier in bandana, ggiovani sono i gadgets tecnologici che riempiono il presente delle persone, ggiovani sono le alleanze, i legami, gli impegni umani incapaci di serietà e di solidità, e forse ggiovani sono anche i bambini che come gli adulti si muovono mimetizzati nell’anarchia del web, delle nuove tecnologie della comunicazione e del divertimento, precocemente consumatori, esposti e massificati. Tutto insomma tende ad essere oscenamente, incontrollabilmente e sinistramente ggiovane.

Ma giustamente il libro di Villa e Vannucci non si rivolge a questo tipo di gioventù. Anche se la responsabilità della pubblicazione è di due autori ventenni, si tratta di un libro creato in nome di una vocazione seriamente e genuinamente pedagogica, di una vocazione chiaramente adulta. Un vocazione che i due autori hanno in qualche modo preso in delega, e che visto lo stato attuale di diffuso ed egemonico giovanilismo è forse più necessaria di qualsiasi altro intervento di tipo sociale e culturale. Al di là e in conseguenza dell’invasione dei modelli consumistico/giovanilistici, in Italia si è diffuso ormai da tempo uno straordinario peculiare e impenetrabile menefreghismo nei confronti della pedagogia, dell’educazione, della formazione (surrogate dalla formazione permanente, dagli stages e da altri succedanei tecnico-aziendali), insomma del futuro dei giovani (anagrafici). Ugualmente immersa nella montante paccottiglia mediatica e nel bulimico banchetto consumistico come l’Italia, la Francia, dove ho vissuto abbastanza a lungo, mi pare che conservi ancora un residuo di preoccupazione per il destino delle persone più giovani, un principio che da noi è così assente che neanche ci rendiamo conto della sua mancanza, almeno fino a quando non ci spostiamo in un paese più civile. Il fatto banale e indiscutibile che le persone più titolate e potenti abbiano, tra le loro priorità, quella di occuparsi del futuro delle persone che ancora non dispongono degli strumenti necessari ad imporsi e riuscire nel loro campo, è qualcosa che sfugge quasi completamente agli orizzonti professionali ed esistenziali dei nostri universitari, politici, datori di lavoro, ecc. La maturazione, l’apprendistato, la crescita in Italia sono un miracolo artificiale: come la frutta viene gonfiata con il gas nelle stive delle navi, così la gente avanza nella società in maniera viziosa e discontinua, adulando e intrallazzando, o casualmente.
La mancanza di cura nei confronti dei giovani è una malattia endemica almeno quanto (e probabilmente tra le due cose c’è un rapporto ben preciso) la adolescenzializzazione dell’essere umano. Una società che «mira a rimpicciolire gli adulti e a mutarli di nuovo in bambini» (rubo questa frase alla sinossi di Ferdydurke, il capolavoro di Gombrowicz inserito giustamente nella bibliografia del libro dedicata ai testi letterari) logicamente non ha poi nessun interesse a occuparsi della sorte e della crescita dei suoi eterni e compiacenti ragazzi.
Villa e Vannucci sono dei ventenni, e credo che nessun ventenne potrebbe oggi vantare un conoscenza così vasta e comprensiva quale quella suggerita dal libro. Uno dei principi di questo testo, credo, è il seguente: siccome gli adulti non sono più in grado o disposti a occuparsi dei giovani, allora i giovani devono darsi da fare da soli, autogestirsi, trovare da sé gli strumenti necessari. Ma dietro i nomi dei due giovani autori si indovina facilmente il profilo di Goffredo Fofi e della rivista Lo Straniero. Forse questa presenza non è stata abbastanza chiaramente denunciata (la lista conclusiva dei partecipanti mi pare tuttavia eloquente), se Villa e Vannucci sono stati trattati con una certa freddezza a Fahrenheit da Loredana Lipperini, la quale pretendeva da parte loro una maggiore padronanza del materiale trattato nel libro, una maggiore autorialità e assunzione di responsabilità rispetto alla presentazione introduttiva di una «guida alla lettura pensata da giovani per giovani». Insieme ai duetitolari hanno realizzato questo libro numerosi meno-giovani o non-più-giovani, alcuni dei quali, come Alessandro Leogrande e Nicola Lagioia, anche redattori di questo blog.
Una simile dimensione collettiva, lungi dallo sminuire il valore del libro, mi pare al contrario aumentarlo e prolungare il principio dell’autogestione dei giovani in quello, complementare e necessario, della ricerca di un gruppo solido di riferimento, di figure autorevoli e soprattutto di una continuità intergenerazionale non basata sull’omologante comunanza dei consumi ma su un confronto creativo tra diverse stagioni della vita: insomma tutto ciò che manca dolorosamente alla nostra società frammentata, parcellizzata e dissipante.
L’idea e la realizzazione del libro è in questo senso del tutto fofiana e la mappatura dello scibile che questa raccolta di bibliografie propone è ugualmente attribuibile all’influenza del direttore dello Straniero: l’immagine di un sapere umanisticamente enciclopedico e interdisciplinare, attento alle minoranze, ai problemi sociali, a questioni, come dicono gli autori nell’introduzione, «prima ancora etiche e culturali che politiche», tutto questo fa certamente parte di un modo di fare e pensare che Fofi è impegnato a diffondere ormai da qualche decennio attraverso numerose iniziative e con un’attenzione costante rivolta ai giovani e all’attività pedagogica. Indipendentemente dalle singole scelte e dalle numerose inevitabili esclusioni, credo insomma che questo libro, soprattutto la sua impostazione generale e ancor più l’idea che una simile operazione culturale rappresenta, possa tornare utile a tutti: ai giovani, ai non-più-giovani e ai milioni di ggiovani impotenti e smarriti davanti al miscuglio di illusioni a buon mercato e delusioni sostanziali nel quale sono (siamo) costretti a riconoscersi. E magari, nel suo piccolo, a favorire un risveglio pedagogico a livello di coscienza collettiva senza il quale il giovanilismo consumistico e televisivo che abbiamo sotto gli occhi non potrà che peggiorare ulteriormente.

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