Giovanna Marini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giovanna-marini/ un blog di approfondimento culturale Wed, 02 Nov 2016 09:41:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giovanna Marini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giovanna-marini/ 32 32 Sono Pasolini. Intervista a Giovanna Marini https://minimaetmoralia.it/teatro/pasolini-intervista-giovanna-marini/ https://minimaetmoralia.it/teatro/pasolini-intervista-giovanna-marini/#comments Wed, 02 Nov 2016 06:30:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32658 (fonte immagine)

Tra i numerosi omaggi che il Teatro di Roma, sotto la direzione di Antonio Calbi, ha offerto alla memoria di Pier Paolo Pasolini, lo spettacolo di Giovanna Marini Sono Pasolini, in scena al Teatro India fino al 30 Ottobre scorso, è stato senz'altro tra i migliori.

Lo spettacolo esplora la zona meno conosciuta della vita dell'autore, la gioventù friulana, ed ha il merito di spazzare via i luoghi comuni infamanti che ne hanno macchiato per decenni la reputazione.

Giovanna Marini, infatti, fa chiarezza sulle accuse di corruzione di minori che portarono Pasolini a lasciare il suo amato Friuli, dove era un insegnante adorato da studenti e genitori.

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Tra i numerosi omaggi che il Teatro di Roma, sotto la direzione di Antonio Calbi, ha offerto alla memoria di Pier Paolo Pasolini, lo spettacolo di Giovanna Marini Sono Pasolini, in scena al Teatro India fino al 30 Ottobre scorso, è stato senz’altro tra i migliori.

Lo spettacolo esplora la zona meno conosciuta della vita dell’autore, la gioventù friulana, ed ha il merito di spazzare via i luoghi comuni infamanti che ne hanno macchiato per decenni la reputazione.

Giovanna Marini, infatti, fa chiarezza sulle accuse di corruzione di minori che portarono Pasolini a lasciare il suo amato Friuli, dove era un insegnante adorato da studenti e genitori. Accuse che furono presto rivelate false, portando i genitori a chiedere a gran voce il reintegro dell’insegnante nel suo ruolo. Pasolini, però, profondamente ferito, era già fuggito con la madre a Roma.

Lo spettacolo porta in scena i versi sognanti, d’amore e d’utopia, del giovane maestro comunista, mostrando un volto inedito, seppellito ormai nella memoria collettiva dalle funeste profezie, purtroppo avverate, sull’omologazione culturale e il genocidio culturale che hanno dominato l’ultima produzione dell’autore.

Molto interessante, infatti, nella costruzione dello spettacolo, è il contrasto tra l’innocenza allegra delle poesie giovanili, intonate dal coro, traboccanti speranza e stupore, con la lettura dell’introduzione all’Orestea di Eschilo, nel Gennaio ’75, in cui si trova forse il Pasolini più amaro, apocalittico, privo di speranze nelle nuove generazioni.

Parole scolpite nella pietra, una condanna spietata delle nuove generazioni, lette con cupa intensità dal regista dello spettacolo, Enrico Frattaroli.

I canti e le letture sono scandite dal racconto degli anni giovanili che Giovanna Marini espone con precisione filologica ma senza pedanteria, anzi animata da un grande coinvolgimento emotivo.

Uno spettacolo che nasce da un omaggio sincero, messo in scena con impegno e passione, a tratti molto toccante.

Molti sono gli aspetti imprevedibili che emergono nella narrazione, impreziosita da testimonianze raccolte in Friuli da antichi amici e parenti del poeta.

Si parla spesso del dono “profetico” di Pasolini. Un dono che emerge ancora più inquietante nello spettacolo, non solo perché Giovanna Marini sottolinea come già nel 1949 egli parlasse (con l’Italia nella miseria più nera) del pericolo del consumismo, ma anche per la tragedia, poco conosciuta, in friulano I Turcs tal Friûl, in cui si parla di  due fratelli che di fronte all’invasione turca reagiscono in maniera opposta: uno, contemplativo, si rifugia a pregare in chiesa (palese proiezione dell’autore), l’altro, combattivo, muore sulle barricate. Pochi mesi dopo, l’amato fratello Guido sarebbe morto, da partigiano “verde”, ucciso dai partigiani “rossi”, in un tragico regolamento di conti fra fazioni della Resistenza.

In un’altra poesia giovanile parla, con inquietante precisione, del giorno della sua morte, in cui si ritrae morto nella polvere con una camicia chiara.

Abbiamo avuto il piacere di conversare con Giovanna Marini, che a quasi 80 anni conserva una combattività e una lucidità nettamente superiore a tanti intellettuali quarantenni contemporanei.

Come è nata la composizione dei brani?

Ci è voluto molto tempo. Ho iniziato a musicare questi versi su indicazione di Laura Betti, la storica amica e collaboratrice di Pier Paolo. Parliamo del 1983. Ho messo in musica alcune di quelle poesie, che non conoscevo e che mi aveva fatto scoprire proprio Laura, bellissime poesie in friulano. Sono poesie splendide, dalla musicalità profonda, spontanea, hanno un quid misterioso

Insospettabilmente, Carmelo Bene diceva che in quelle poesie c’era il Pasolini migliore…

E aveva ragione.

Ho cominciato a musicarne alcune. All’epoca ero più giovane, la mia testa, per così dire, era piena di musica, per cui ho privilegiato la ricchezza degli arrangiamenti rispetto all’innata musicalità dei versi che Pasolini desiderava emergesse spontaneamente. Composi per cinque voci e cinque strumenti, ma in seguito me ne sono pentita: troppe percussioni, troppo “rumore”. Portai lo spettacolo ad un festival in Francia, incisi un disco, ma in seguito compresi che il materiale andava rivisto. Avevo a quel punto messo in musica dodici poesie tratta da La meglio gioventù e La nuova gioventù. All’inizio degli anni ’90 mi rigettai nella composizione, cambiandone alcune completamente. Realizzati versioni per sole voci, curando maggiormente il suono dei versi. Ma, comunque, non ero ancora soddisfatta di tutte le composizioni. Ora, ho ripreso in mano tutto per realizzare un omaggio a Pasolini.

Si è ispirata a melodie popolari già esistenti?

Le composizioni sono tutte composte ex novo, anche se seguendo i suoi versi effettivamente si crea effetto simile a quello delle canzoni popolari. Ho poi inserito lo “spettacolut”, uno spettacolo giocoso che Pasolini portava in scena in Friuli con i suoi amici, in quel caso sia i testi che la musica sono quelli originali.

Come ha raccolto le testimonianze inedite che compongono il cuore del racconto in scena?

Per diversi motivi, mi sono trovata a frequentare molto il Friuli, dunque ho potuto visitare le zone di Pasolini. Lentamente, parlando con le persone che le conoscevano, ho scoperto la vita privata di quest’uomo nella sua gioventù, aspetti assolutamente rimossi dalle biografie ufficiali.

Ad esempio il rapporto con il padre, che definì in un’intervista “il più drammatico che abbia mai avuto”.

Esatto, la madre Susanna Colussi appare la figura dominante della letteratura pasoliniana, il padre quasi non viene menzionato.

Forte di queste testimonianze dal vero, ho deciso di mettere in piedi un nuovo spettacolo.

A quel punto ho cominciato di nuovo a riscrivere tutto. Ho seguito alla lettera le indicazioni di Pasolini, che invitava ad ascoltare la “liquidità” del suono friulano, ed è venuta fuori una musica completamente diversa, più dolce e consolante. Vi ho aggiunto anche degli stornelli che lui aveva inserito nel Canzoniere Italiano del 1957. Insomma, lo spettacolo emerge molto più ricco di sfumature.

Emergono aspetti assolutamente imprevedibili nel suo racconto del giovane Pasolini…

Vi ho inserito tutto ciò che mi hanno raccontato in Friuli: Pasolini da giovane era un ardente indipendentista, passionale, allegro, travolgente… addirittura era un ballerino provetto che vinse il titolo di miglior danzatore di samba della regione! Anche negli anni successivi al trasferimento a Roma mantenne un forte legame col Friuli. Fu quasi costretto ad abbandonare la sua patria d’origine, in seguito alle false accuse di immoralità dalle quali fu assolto in seguito ma che gli valsero l’espulsione dal P.C.I e la perdita del posto di insegnante. Pasolini era già un personaggio scomodo, un insegnante adorato dai suoi concittadini per l’enorme impegno che profondeva nel suo lavoro. Addirittura, un giorno portò i suoi allievi in una chiesa, che appariva completamente bianca all’interno.

Pasolini considerò sospetta l’assenza di affreschi in una chiesetta di quel periodo, invitò tutti i bambini a prendere delle cipolle, le tagliò e usando la metà umida all’interno mise i bambini a grattare la calce dai muri , facendo così affiorare degli antichi affreschi, tra la meraviglia dei suoi concittadini. Purtroppo, un insegnante comunista adorato dal popolo era scomodo in quello che già era divenuto un feudo democristiano. Il resto, si sa. Pasolini, comunque, chiamava spesso la zia, negli anni successivi, annunciandole le sue prossime visite, chiedendole però di non dirlo a nessuno. Ovviamente, la zia lo annunciava subito alla finestra! Puntualmente, al suo arrivo si ritrovava l’intero paesino di Casarsa che lo accoglieva festante attorno alla sua splendida Pallas.

Com’è nata la collaborazione con Enrico Frattaroli?

Enrico Frattaroli è un mito! Lo conosco da oltre 50 anni. L’ho conosciuto fin da quando era ragazzo, un giovane attore di Terni, che ha sfornato menti brillanti, pensiamo allo studioso Sandro Portelli. Mi colpì il suo rigore nel fare teatro. L’anno scorso cercavamo un regista, proposi il suo nome ad Antonio Calbi, che fu entusiasta, poiché aveva apprezzato il suo spettacolo tratto da Sade.

Come regista è sempre pieno di idee, spunti, riflessioni.  Continuamente, anche mentre lo spettacolo è in scena, suggerisce nuove soluzioni registiche.

Devo dire che è stato molto coraggioso a portare in scena venti persone che non avevano mai calcato un palcoscenico in quel modo, intendo dire i miei allievi del gruppo corale “favorito” della Scuola Popolare di  Musica di Testaccio.

Qual è il suo ricordo personale di Pasolini?

A Roma non era così trascinante e gioioso come lo descrivono i suoi concittadini. Era riservato e molto serio. Aveva, però, un umorismo tagliente. Me ne accorsi durante la contestazione al Festival di Venezia del ’68. Come al solito, era in contraddizione: aveva Teroema in concorso, ma invitava a non vederlo perché contestava il festival! Prendemmo una barca insieme, c’era anche Zavattini. Non lo conoscevo ancora, ma in quel periodo del ’68 tutti si davano del “tu” senza conoscersi. Pasolini era allegro quel giorno, si era divertito molto, fu spiritosissimo.

Io lo ammiravo da molto tempo, ma non ci avevo mai scambiato parola.

A un certo punto, intervenne nel dibattito, dalla parte dei dissidenti, pur partecipando al concorso, e disse: “Si, si, avete ragione. Sono in contraddizione. Ma io ci sto benissimo, è il mio luogo preferito!”.

Decidemmo, con Zavattini che era il presidente di quell’assemblea, di aspettare seduti a braccia conserte l’arrivo dei carabinieri, in una protesta “all’americana”, facendoci portare via di peso. Eravamo tutti d’accordo. Tutti immobili, sembrava un museo delle cere. A un certo punto, Pasolini si alza, prende la parola, mentre tutti gli dicevamo di stare zitto, lui insiste e dice: “Io vi devo dire che ora mi alzo e me ne vado via sulle mie gambe, perché a farmi prelevare in braccio dai carabinieri mi vergogno!”. Una bordata di fischi e di reazioni polemiche lo accompagnò mentre usciva. Confesso che mi accodai a lui, perché mi vergognavo pure io!

“Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere/ con te e contro te; con te nel cuore,/ in luce, contro te nelle buie viscere” i celebri versi de Le ceneri di Gramsci con cui apre lo spettacolo.

Certamente. Quella confessione pubblica della propria contraddizione, divertentissima, è il ricordo più bello che conservo di Pasolini.

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Bernardo Bertolucci racconta il fratello Giuseppe https://minimaetmoralia.it/cinema/giuseppe-bertolucci-festival/ https://minimaetmoralia.it/cinema/giuseppe-bertolucci-festival/#respond Tue, 12 May 2015 13:47:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26792 Dal 18 al 24 maggio si terrà a Roma la prima edizione del festival "Giuseppe Bertolucci - il suo cinema, il suo teatro, la sua televisione". Questa intervista a Bernardo Bertolucci sul fratello Giuseppe è stata pubblicata dal Venerdì di Repubblica.

"Gadda venne due o tre giorni a Baccanelli, dove abbiamo passato l'infanzia, io fino agli undici anni, Giuseppe fino ai sei. Molto sussiegoso com'era lui, Gadda parlava con Giuseppe e avvicinandoci abbiamo scoperto che dava del lei a Giuseppe di sei anni. E la cosa naturalmente ci esilarò tutti. Nessuno, o forse solo mia mamma, gli disse di passare al tu. Era troppo divertente sentirlo trattare Giuseppe così, come un adulto, e lo lasciavano fare". Per ricordare il fratello Giuseppe a sei anni, Bernardo Bertolucci non avrebbe potuto trovare episodio più bello, rievocando con grazia e spontanea allegria l'atmosfera che si respirava crescendo con il padre poeta, Attilio Bertolucci.

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Dal 18 al 24 maggio si terrà a Roma la prima edizione del festival “Giuseppe Bertolucci – il suo cinema, il suo teatro, la sua televisione”. Questa intervista a Bernardo Bertolucci sul fratello Giuseppe è stata pubblicata dal Venerdì di Repubblica.

“Gadda venne due o tre giorni a Baccanelli, dove abbiamo passato l’infanzia, io fino agli undici anni, Giuseppe fino ai sei. Molto sussiegoso com’era lui, Gadda parlava con Giuseppe e avvicinandoci abbiamo scoperto che dava del lei a Giuseppe di sei anni. E la cosa naturalmente ci esilarò tutti. Nessuno, o forse solo mia mamma, gli disse di passare al tu. Era troppo divertente sentirlo trattare Giuseppe così, come un adulto, e lo lasciavano fare”. Per ricordare il fratello Giuseppe a sei anni, Bernardo Bertolucci non avrebbe potuto trovare episodio più bello, rievocando con grazia e spontanea allegria l’atmosfera che si respirava crescendo con il padre poeta, Attilio Bertolucci.

Tra pochi giorni e a quasi tre anni dalla sua scomparsa, Giuseppe Bertolucci verrà ricordato a Roma con un festival a suo nome ideato e realizzato dall’Assessorato alla Cultura e alle Politiche Giovanili della Regione Lazio insieme all’ATCL – Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio, in collaborazione con Teatro di Roma e Casa del Cinema. Sette giorni di spettacoli teatrali e proiezioni a cui parteciperanno i suoi amici più cari e collaboratori nel teatro, nel cinema, nella televisione. “Sono molto contento che attorno alla figura di Giuseppe sia siano riuniti insieme l’Assessorato alla Cultura della Regione Lazio e i Teatri di Roma, l’India e l’Argentina”, dice ancora il fratello Bernardo. “E sono contento che ci sia Giovanna Marini, molto amica di Giuseppe, che ha scritto un Te Deum per lui che finalmente avremo occasione di sentire. E ci sarà naturalmente Roberto Benigni che racconterà come ha incontrato Giuseppe, come dalla loro collaborazione sia nato il Cioni Mario e come poi abbiano lavorato di nuovo insieme per Berlinguer ti voglio bene che era il primo lungo di Giuseppe e anche di Roberto”.

Sono a casa di Bernardo, un martedì tarda mattina. In borsa ho Cosedadire, il libro pubblicato da Bompiani nel 2011 che raccoglie gli scritti di Giuseppe. “Lo sto rileggendo”, dico a Bernardo. E lui, “Hai visto come scrive bene?” “Sì”, dico. E poi: “A un certo punto, parlando di vostro padre Attilio e delle poesie che quando eravate bambini scriveva su di voi, Giuseppe dice questa cosa bellissima: Io credo che sia io che mio fratello, se ci siamo messi prima a scrivere poesie e poi a fare del cinema e del teatro, è stato per ritrovare una soggettività, una prima persona“. Attilio Bertolucci scrisse poesie sui due figli fino ai loro diciott’anni, poi li lasciò liberi a modo suo, come un poeta. “Anche se Giuseppe poi lo ha ripreso nella Camera da letto“, precisa Bernardo, “dove c’è tutta una sequenza sul taglio dei riccioli di Giuseppe, che sarà avvenuto intorno ai suoi quattro o cinque anni. In sé era un piccolo evento, famoso tra di noi in casa come lo sono sempre certi episodi di famiglia, e che mio padre nel suo romanzo in versi è riuscito a renderlo qualcosa di epico. Con il taglio dei riccioli in qualche modo Attilio si riappropria di Giuseppe e lo fa ad anni di distanza dalle prime poesie in cui scriveva di noi, in tempi in cui forse Giuseppe non si aspettava più. Chi lo sa. Forse rispedendolo come in una capsula di un film di fantascienza. A me fa venire in mente la Giovanna d’Arco di Bresson. Giuseppe bambino come la Giovanna d’Arco di Bresson che si lascia tagliare i capelli”.

Poi Bernardo mi dice quanto abbia amato i film del fratello, e del teatro due monologhi in particolare: Cioni Mario con Roberto Benigni e Raccioneperccui con Marina Confalone. “Mi ricordo che vedere per la prima volta Raccioneperccui fu un’emozione straordinaria”, dice il regista. “Era al Politecnico, un teatrino molto piccolo, non una cantina, ma comunque un piccolo teatro. La cosa essenziale, il cuore del monologo, come in Cioni Mario, era il lessico. Per Cioni era il toscano contadino, di Vergaio, il paese dove era nato Benigni, e adesso per Raccioneperccui era una dialetto meridionale inventato da lui e credo anche con la partecipazione di Marina Confalone. Con Roberto e Marina, Giuseppe ha lavorato molto intimamente. Era il suo modo di fare, di lavorare a teatro. E ha lavorato intimamente anche con Fabrizio Gifuni. E con Sonia Bergamasco. Gifuni e Giuseppe proprio si fondevano. E si divertivano molto. Sono sicuro che Giuseppe ha raccontato a Gifuni di Gadda, di quando bambino, a sei anni, un giorno si sentì dare del lei…”

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Vinicio Capossela: “La mia musica di treni e contadini” https://minimaetmoralia.it/interviste/vinicio-capossela-calitri-sponz-fest/ https://minimaetmoralia.it/interviste/vinicio-capossela-calitri-sponz-fest/#comments Wed, 20 Aug 2014 05:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22902 Pubblichiamo un'intervista di Gianni Mura a Vinicio Capossela apparsa su la Repubblica ringraziando l'autore e la testata.
Danno buca Los Lobos per la sera d'apertura? Niente tex-mex e niente paura, apriranno i fiati zingari della Fanfara Ciocarlia che arrivano dall'est della Romania, quasi Moldova. Da più lontano arriva Dan Fante per parlare di suo padre John, uno degli amori letterari di Vinicio Capossela, che in questi giorni mi appare sempre più un colmatore di vuoti.

Dal 20 al 31 agosto Sponz Fest, musiche (gratis) e letture (idem) sotto il titolo "Mi sono sognato il treno", frase che in quella parte d'Irpinia vale come «ho sognato una cosa irrealizzabile». Sponz, come in molte cose di Vinicio, è un gioco serio. Contiene sponsale, «che dura un giorno, mai confondere col matrimonio che può durare una vita» ma anche spugnarsi, imbeversi, come fa il baccalà in ammollo prima d'essere cucinato. Sul fronte nuziale, film in piazza. «Una volta a Calitri c'erano tre cinema, adesso nessuno. Metteremo lo schermo in piazza e ognuno si porterà le sedie da casa, come una volta». Ma anche (dal 28 al 30) proiezione di cortometraggi in tema. «Ci siamo mossi tardi, a maggio, ma in tre mesi ne sono arrivati 140, da 30 Paesi».

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Pubblichiamo un’intervista di Gianni Mura a Vinicio Capossela apparsa su la Repubblica ringraziando l’autore e la testata. (La foto è di Simone Cecchetti. Fonte)

Danno buca Los Lobos per la sera d’apertura? Niente tex-mex e niente paura, apriranno i fiati zingari della Fanfara Ciocarlia che arrivano dall’est della Romania, quasi Moldova. Da più lontano arriva Dan Fante per parlare di suo padre John, uno degli amori letterari di Vinicio Capossela, che in questi giorni mi appare sempre più un colmatore di vuoti.

Dal 20 al 31 agosto Sponz Fest, musiche (gratis) e letture (idem) sotto il titolo “Mi sono sognato il treno”, frase che in quella parte d’Irpinia vale come «ho sognato una cosa irrealizzabile». Sponz, come in molte cose di Vinicio, è un gioco serio. Contiene sponsale, «che dura un giorno, mai confondere col matrimonio che può durare una vita» ma anche spugnarsi, imbeversi, come fa il baccalà in ammollo prima d’essere cucinato. Sul fronte nuziale, film in piazza. «Una volta a Calitri c’erano tre cinema, adesso nessuno. Metteremo lo schermo in piazza e ognuno si porterà le sedie da casa, come una volta». Ma anche (dal 28 al 30) proiezione di cortometraggi in tema. «Ci siamo mossi tardi, a maggio, ma in tre mesi ne sono arrivati 140, da 30 Paesi».

Il frontespugna include il sogno del treno, e fin qui niente di strano. Vinicio è il più portato al nomadismo, tra i nostri cosiddetti cantautori, on the road, on the rail e anche con la sola fantasia. Insegue morna e rebetiko, parcheggia su London e Céline, riposa su Gardel o Artaud. Dalle sue finestre si vede la Stazione Centrale di Milano, «gigantesco monumento agli addii», lì canta sotto Natale per i senzatetto, lì ha fatto un concertino sottozero al binario 21, quando gli ultimi ferrovieri dei treni di notte (soppressi) resistevano in cima a una gru. «Per me i treni fanno parte del bene comune, come l’acqua. Non si può ragionare solo in termini economici. Il treno, in Irpinia, è separazione dalla terra, dagli affetti, è destino, è emigrazione, è speranza, è anche ritorno, è vedere cosa rimane e cosa s’è perso».

Mi pare molto poetica, se posso permettermi l’aggettivo, l’idea di ambientare alcuni spettacoli nelle stazioni abbandonate della linea Avellino-Rocchetta.

«La linea è stata dismessa nel 2010. Gli spettacoli interesseranno nove comuni: Calitri, Aquilonia, Andretta, Cairano, Conza della Campania, Lioni, Monteverde, Morra de Sanctis, Teora. Le stazioni sono tutte in basso, a fondovalle. I paesi sono tutti lontani qualche chilometro, su un cocuzzolo. Ecco perché sponz è anche altro: Irpinia Trekking ha studiato itinerari tra i boschi, nei campi, su sentieri e stradine che portano a grotte, a resti archeologici. Qui, se uno passa non vede niente. Se invece si ferma, cammina, mangia le cannazze, balla, suda, qualcosa di questa terra gli entra dentro e qualcosa si porta via. È una terra ribelle, che sembra divertirsi a ribaltare le opere dell’uomo. Anche col terremoto. Calitri è sempre stato un paese di contadini e il paesaggio prende i colori dei campi. Tutto verde in primavera, tutto giallo in estate, e adesso dopo la mietitura e la bruciatura delle stoppie la terra diventerà nerastra, nera, come a lutto. È una terra che non ti trattiene ma non ti lascia, mio padre è partito a 18 anni e non s’è mai sentito a casa come qui. Gran collezionista di fotografie davanti alla macchine altrui, mio padre».

In che senso?

«Col vestito della festa, si piazzava davanti a una macchina nuova fiammante, quasi sempre una Mercedes, e si faceva fotografare. Poi, se uno gli chiedeva “ma è tua?” rispondeva no. Altrimenti stava zitto. Pare che i Capossela, pastai di professione, siano arrivati a Calitri da Caposele, dove nasce il Sele che toglie la sete alla Puglia. Mia madre è di Andretta, un paese più piccolo e arroccato. Senza scomodare Omero e l’Odissea, sono cresciuto tra Hannover e Scandiano ascoltando madri, zie, nonne evocare l’Alta Irpinia, i rituali della civiltà contadina, le canzoni e i soprannnomi, le masciare e i briganti. Lo sapeva che Calitri fu presa dalla banda di Carmine Crocco?».

No, però so cosa sono le cannazze. Pasta secca spezzata a forma grossomodo di candela. Ziti. Se il ragù è ricco, carne di pollo. Kuta Kuta è il modo di richiamare il pollame a Calitri e lei s’è inventato l’appartenenza alla tribù dei Kuta Kuta, quasi imparentati agli Shoshones, trasformando la sua Itaca in un fondale da western.

«Non è un’operazione illegittima. Il padre di Sergio Leone è nato a Torella dei Lombardi. C’è qualcosa di West in queste terre, che ho imparato a conoscere poco a poco. Prima, da ragazzo, era solo il mese d’agosto. A Calitri, targhe di mezza Europa. Era il mese del ritorno a casa».

Ho letto che nel 2010 International Living ha designato Calitri come quinta località nel mondo dove i pensionati vivono meglio. Se si pensa che le prime tre sono in Ecuador, Costa Rica e Thailandia e che al quarto posto c’è Vienna, mica male. Conseguenze?

«Nel centro storico, chiuso al traffico e ancora abbastanza suggestivo, ha comprato casa qualche anziana famiglia di inglesi. Resta comunque una terra spopolata. E più indifesa, proprio perché sono pochi a rimanere. Diffidenti per il passato, e hanno ragione. Ma anche per il futuro. Qui il progresso si presenta con tre facce, tre proposte: centrale eolica, perforazione petrolifera, discarica. Quella del Formicoso per ora è bloccata, giusto perché c’è un comitato molto attivo, non certo perché ho fatto un concerto a sostegno».

Cosa si aspetta da Sponz in blocco?

«Non lo so, l’anno scorso all’ultimo spettacolo c’erano diecimila persone. A me piace pensare che siano giorni caldi di festa, d’incontro, di conoscenza. Abbiamo Robyn Hitchcock che sui treni ha costruito un intero cd, abbiamo dal Mali i Tinariwen, e dalla Grecia Mistakidis che è un virtuoso del rebetiko, abbiamo naturalmente la Banda della Posta di Calitri, Otello Profazio, Francesca Breschi e Giovanna Marini con I treni per Reggio Calabria , e tanto altro ancora».

Lei canterà Il treno? allo Sponz?

«Forse sì. Ogni volta che la sente mio padre si commuove».

Senza parentele, pure io.

«Essendo materiale commovente, è una canzone da usare con precauzione».

Sono circa sette anni che lei ha pronte le canzoni della Cupa, tutte ispirate all’Alta Irpinia con qualche sconfinamento nel Foggiano (Matteo Salvatore). E alla domanda “quando esce?” risponde sempre “l’anno prossimo”.

«Vero, ma penso a un libro più cd. Il libro l’ho iniziato nel 1996 e devo ancora terminarlo».

E quindi quando potrebbe uscire?

«L’anno prossimo».

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Zappa Day! https://minimaetmoralia.it/musica/zappa-day/ https://minimaetmoralia.it/musica/zappa-day/#comments Wed, 04 Dec 2013 10:31:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16836 Oggi è il ventesimo anniversario della morte di Frank Zappa. Questo è l'inizio della sua autobiografia.

di Frank Zappa

L'esistenza di questo libro è fondata sulla premessa che a qualcuno, da qualche parte, interessi sapere chi sono, come sono diventato così e di che cazzo parlo. Per rispondere alla Domanda Teorica Numero Uno, inizierò a spiegare CHI NON SONO. Ecco dunque un paio di famose Leggende su Frank Zappa...
Siccome su HOT RATS, 1969, registrai una canzone intitolata Son Of Mr.Green Genes (Figlio del signor Geni Verdi), per anni si è creduto che il personaggio della trasmissione televisiva Captain Kangaroo (interpretato da lumpy Brannum) fosse il mio vero padre. Prima risposta: non era lui.

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Oggi è il ventesimo anniversario della morte di Frank Zappa. Questo è l’inizio della sua autobiografia.

di Frank Zappa

L’esistenza di questo libro è fondata sulla premessa che a qualcuno, da qualche parte, interessi sapere chi sono, come sono diventato così e di che cazzo parlo. Per rispondere alla Domanda Teorica Numero Uno, inizierò a spiegare CHI NON SONO. Ecco dunque un paio di famose Leggende su Frank Zappa…
Siccome su HOT RATS, 1969, registrai una canzone intitolata Son Of Mr.Green Genes (Figlio del signor Geni Verdi), per anni si è creduto che il personaggio della trasmissione televisiva Captain Kangaroo (interpretato da lumpy Brannum) fosse il mio vero padre. Prima risposta: non era lui.
L’altra fantasia sul mio conto è che una volta “ho mangiato merda sul palco”. Questa storia è stata proposta in molte forme. Eccone un piccolo campionario (non completo):

1.Io mangiai merda sul palco.

2.Feci una gara con Captain Beefheart, per cui entrambi mangiammo merda sul palco.

3.Feci una gara con Alice Cooper in cui lui calpestò dei pulcini e quindi io mangiai merda sul palco, e via così.

Ero in un locale inglese. lo Speak Easy, sarà stato il ’67 o il ’68, quando un componente dei Flock mi disse: “Sei fantastico; quando mi hanno detto che avevi mangiato della merda sul palco ho pensato: ecco un tipo veramente fuori”. Quando ribattei che non avevo mai mangiato merda sul palco mi sembrò molto depresso, come se gli avessi infranto il cuore.
Comunque, gente, per la cronaca: non ho mai mangiato merda sul palco e il posto dove arrivai più vicino a farlo fu nel 1973, al buffet di un Holyday Inn a Fayetteville, North Carolina.

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