Giovanni Accardo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giovanni-accardo/ un blog di approfondimento culturale Mon, 25 May 2015 15:47:07 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giovanni Accardo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giovanni-accardo/ 32 32 Valerio Magrelli: dal silenzio del poeta al sangue amaro https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/valerio-magrelli/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/valerio-magrelli/#comments Mon, 25 May 2015 16:30:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24762 Dopo qualche anno di pausa la rivista Il Cristallo, fondata in origine nel 1958 da un gruppo di intellettuali bolzanini, riparte con una nuova redazione e una nuova veste grafica: pubblichiamo un profilo di Valerio Magrelli scritto da Giovanni Accardo. Per il momento la rivista è solo cartacea. (Fonte immagine)

di Giovanni Accardo 

L’incontro con Valerio Magrelli alla Biblioteca Civica di Bolzano (mercoledì 11 giugno) è stata l’occasione per ripercorrere la storia di uno dei più significativi e originali poeti contemporanei. Il suo esordio data al 1980, con Ora serrata retinae (Feltrinelli), titolo che sembra l’emistichio di un verso di Virgilio, mentre è il margine frastagliato della retina, cioè la linea oltre la quale l’occhio risulta percettivo. L’attenzione del poeta, infatti, è rivolta a sottolineare il rapporto ambiguo, spesso misterioso, che c’è tra lo sguardo e gli oggetti. Attraverso l’uso costante di un lessico preciso, che tenta di penetrare dentro gli oggetti, un lessico spesso scientifico e una sintassi cristallina, il poeta compie una sorta di investigazione razionale di ciò che lo sguardo vede. Il tentativo è quello di tradurre in scrittura la percezione visiva di un mondo assolutamente materiale, privo di qualunque slancio metafisico; è come se gli oggetti possedessero un’identità e una storia propria, cui noi possiamo solo tentare di avvicinarci.

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Dopo qualche anno di pausa la rivista Il Cristallo, fondata in origine nel 1958 da un gruppo di intellettuali bolzanini, riparte con una nuova redazione e una nuova veste grafica: pubblichiamo un profilo di Valerio Magrelli scritto da Giovanni Accardo. Per il momento la rivista è solo cartacea. (Fonte immagine)

di Giovanni Accardo 

L’incontro con Valerio Magrelli alla Biblioteca Civica di Bolzano (mercoledì 11 giugno) è stata l’occasione per ripercorrere la storia di uno dei più significativi e originali poeti contemporanei. Il suo esordio data al 1980, con Ora serrata retinae (Feltrinelli), titolo che sembra l’emistichio di un verso di Virgilio, mentre è il margine frastagliato della retina, cioè la linea oltre la quale l’occhio risulta percettivo. L’attenzione del poeta, infatti, è rivolta a sottolineare il rapporto ambiguo, spesso misterioso, che c’è tra lo sguardo e gli oggetti. Attraverso l’uso costante di un lessico preciso, che tenta di penetrare dentro gli oggetti, un lessico spesso scientifico e una sintassi cristallina, il poeta compie una sorta di investigazione razionale di ciò che lo sguardo vede. Il tentativo è quello di tradurre in scrittura la percezione visiva di un mondo assolutamente materiale, privo di qualunque slancio metafisico; è come se gli oggetti possedessero un’identità e una storia propria, cui noi possiamo solo tentare di avvicinarci.

“Ammirevole è la vita delle cose”, recita un verso; gli oggetti, però, si nascondono, sembrano parlare per enigmi. Siamo in presenza di una poesia che attinge alla filosofia e alla scienza. Alla base ci sono gli studi di Berkeley (filosofo empirista del ‘700), c’è la sua teoria della visione, ma c’è anche la poesia francese, la lezione di Valery e la poetica degli oggetti di Ponge. Gran parte delle poesie nascono alla metà degli anni ’70, anni drammaticamente rumorosi, segnati da manifestazioni e scontri di piazza. Il poeta, tuttavia, si chiude al mondo, preferisce il silenzio e la scrittura, in una sorta di estraneità nei confronti del presente, quasi a voler prendere le distanze dalla sua generazione, come indica chiaramente la poesia che recita: “Preferisco venire dal silenzio/per parlare. Preparare la parola/con cura, perché arrivi alla sua sponda/scivolando sommessa come una barca.”

Il secondo volume, Nature e venature (Mondadori, 1986, premio Viareggio), è sicuramente quello che consacra Magrelli e che segna, a mio parere, il punto più alto della sua poetica. Ancora una volta il titolo è all’insegna dell’ambiguità e del gioco di parole, perché dentro il termine venature è racchiuso anche il primo, nature. Come spiega l’autore stesso: “Volevo che il vocabolo venatura (di solito associato a un universo decorativo, grazioso, composto) rivelasse al suo interno una parola come natura, che per me ha sempre avuto un senso oscuro e geologico. Come dentro a venatura si cela una parola inquietante e traumatica, così questi testi, dietro a un’apparente compostezza, avrebbero dovuto far intravedere la presenza del disordine sottostante.” E infatti, la realtà appare corrosa, scalfita, abrasa, rigata, screziata, logorata, scheggiata; domina una poetica degli oggetti che è figlia della poesia di Eliot e di Montale.

Spesso essi sono immersi in uno spazio in cui le presenze umane mancano, dove prevale, piuttosto, lo spazio della casa abitato dagli oggetti domestici, oppure lo spazio condominiale, come in una delle poesie della sezione In giro: “Non sono di nessuno/le terrazze condominiali./Vi si lasciano i panni/ad asciugare,/i panni del deserto./Sono altopiani vasti,/vasti e disabitati,/abbandonati ad un’infanzia aerea.” Qui l’inappartenenza e l’anonimato sono suggeriti dall’impiego del costrutto negativo (non sono di nessuno), dal si impersonale, dal prefisso privativo (disabitati), dai lessemi: lasciano, deserto, abbandonati. Sempre di più gli oggetti assumono vita propria, tuttavia senza sfociare nell’onirico, ma sempre osservati e descritti da uno sguardo vigile e razionale. Siamo nell’orbita di quella sliricizzazione che caratterizza la prima raccolta e che ora si fa più evidente, con poesie che sembrano ricordano le nature morte di Morandi o le piazze metafisiche di De Chirico.

Esercizi di tiptologia (Mondadori, 1992, premio Montale) segna una svolta nella sua poesia, sia per la presenza di poesie in prosa o vere e proprie prose, come Terra nera oppure Moore bianco, testo dedicato alle sculture di Henry Moore, sia per la comparsa dell’elemento comico, che sarà molto più marcato nella raccolta successiva; inoltre, accanto alle prose compaiono pagine diaristiche. Il senso dominante non è più la vista, o non solo essa, ma l’udito, il ronzio del mondo; d’altronde il termine “tiptologia” si riferisce sia ai colpi alle pareti che i carcerati si scambiano per comunicare tra di loro, sia al battere sul tavolo durante una seduta spiritica per richiamare le anime dell’aldilà.

Le poesie non indicano certezze, piuttosto sollevano dubbi, ribaltano la tranquilla abitudine percettiva delle cose, fanno intuire l’esistenza di un mondo inatteso. Il poeta non si sottrae alla sfida con la contemporaneità, senza tuttavia cedere il passo al non senso, ma procede con decisione dialettica, toccando con punte d’ironia e sarcasmo anche una prosa saggistica che si accende e si illumina sotto spinte filosofiche e civili, come per attrito tra generi più o meno tradizionali.

Didascalie per la lettura di un giornale (Einaudi, 1999) conferma la svolta rappresentata dalla precedente raccolta e si presenta come un poemetto eroicomico che racconta l’antimateria poetica dei giornali, percorso da una forte tensione etica, definita da qualcuno pariniana. Vi si può scorgere il rapporto di amore-odio che lega il letterato ai mezzi di comunicazione, con poesie che hanno la forma dell’aforisma o dell’epigramma, come ad esempio: La legge morale dentro di me/l’antenna parabolica sopra di me. Il cielo stellato è stato sostituito dal piccolo schermo, come recita il titolo della poesia, il piccolo schermo s’intromette tra noi e la natura, tra noi e la nostra percezione del mondo. Ecco che il giornale diventa il luogo attraverso il quale raccontare le trasformazioni che l’uomo subisce oggi; il giornale, però, con la sua pretesa di raccontare oggettivamente il mondo, richiede delle postille, delle didascalie, appunto.

Tuttavia Magrelli non ha mai uno sguardo da moralista, perché, come scrive Alfonso Berardinelli, il suo è uno sguardo antropologico, uno sguardo allo specchio che include il poeta stesso, dove egli è il primo ad essere parte in causa. Il critico Franco Nasi ha definito questa raccolta un epicedio, cioè un componimento in morte di qualcosa. A morire è forse il giornale come fonte di cultura e di informazione. Se nelle precedenti raccolte era evidente l’isolamento dell’io poetico, la sua estraneità nei confronti della storia, con questa raccolta, come Magrelli stesso ha dichiarato, si passa da Eliot e dai poeti metafisici a Brecht, alla poesia civile, sia pure innervata di ironia. Un’ironia che è figlia del dadaismo, cui Magrelli si sente molto legato, avendovi dedicato un libro (Profilo del Dada, Laterza, 2006), e dal quale probabilmente discende il riuso delle parole vuote della quotidianità e del giornale per risemantizzarle, caricandole di significati nuovi.

L’ironia sfocia nel grottesco nella poesia Ecce Video, contenuta nella sezione Altre poesie nel volume che raccoglie la produzione poetica di Magrelli fino al 1992 (Poesie 1980-1992 e altre poesie, Einaudi, 1996). Ecce Video si compone di due parti, due sonetti di endecasillabi in rima, uno dei quali composto da monosillabi della lingua inglese (“goal, quiz, clip, news, spot, film, blob, flash, scoop, E.T.”), a sottolineare la fagocitazione dell’italiano da parte della lingua anglosassone, tema che ritornerà in una poesia della raccolta successiva, significativamente intitolata La lingua antropofaga. I due sonetti affrontano il rapporto fra vita reale e vita virtuale trasmessa attraverso il televisore, definito sfera di cristallo del presente. Fondamentale per capire il testo è la citazione in esergo, dove le iniziali dell’uomo trovato morto davanti al televisore acceso, dopo nove mesi dal decesso, E. H, richiamano nella mente del poeta l’Ecce Homo di cui narra Giovanni nel suo Vangelo. Magrelli, però, si domanda se il morto sia l’uomo o il televisore, in una sorta di scambio tra soggetto e oggetto, e difatti, nella terza strofa, la “carogna divorata dagli insetti” non è l’uomo ma il televisore che “frinisce e brilla breve/senza più palinsesti e albaparietti.”

Interrogarsi sui mezzi di comunicazione, giornali e televisione, significa interrogarsi sul rapporto che abbiamo con la realtà, ma soprattutto interrogarsi sulla lingua usata da tali media, una lingua sempre più corrosa dall’uso automatico che se ne fa e in cui le parole sono svuotate del loro significato; ne deriva una lingua sempre più afasica e sempre meno condivisa. Se è la lingua a creare una comunità, a mettere in comunicazione con gli altri, ora l’invasione di “creature biforcate e logo-immuni, invulnerabili alla verità”, strappa il poeta al suo sogno più caro: quello di “una lingua condivisa”, proprio perché comunicare significa “comunicarsi nella comunione di una parola comune.” Cito dalla poesia Addio alla lingua che chiude la penultima raccolta, Disturbi del sistema binario (Einaudi, 2006), tutta costruita sulla contrapposizione di coppie concettuali dialettiche: pubblico e privato, bene e male, guerra e pace, vita e morte. Con questo volume Magrelli indaga i disturbi che si insinuano in tali meccanismi binari fino al punto di incepparli. Da una parte abbiamo lo spazio pubblico che espone il soggetto al contatto coi suoi simili e lo coinvolge nelle dinamiche collettive, dall’altra lo spazio privato della casa, della memoria, dell’io.

La poesia che apre il volume s’intitola La guace, neologismo che nasce dalla mescolanza di guerra e pace, dove alla porta di Giano che restava aperta durante le guerre, in attesa del ritorno dei combattenti, si è sostituita la porta di Duchamp, cioè un gesto dada che non significa nulla, una porta che non apre e non chiude, oppure resta sempre chiusa e sempre aperta; come per dire che lo stato di guerra è permanente. La contemporaneità è dominata dalla macchina che fa largo uso del sistema binario: il computer; macchina con la quale il poeta si confronta volentieri, come nella poesia Si riparano personal (computer), attraverso gli strumenti poetici della grande tradizione letteraria, in questo caso una sestina di settenari, componimento dalla struttura molto complessa, inventato dal provenzale Arnaut Daniel e introdotto in Italia da Dante: ogni strofa è formata da sei parole-rima che si ripetono sempre uguali e ogni strofa inizia con l’ultima parola della strofa precedente (secondo un ordine chiamato di retrogradazione a croce).

Nel raccontare la contemporaneità, Magrelli non dimentica le tragedie del presente, ed ecco che nella poesia Su un’aria del turco in Italia compaiono i clandestini annegati; mentre in un’altra poesia ci sono “colonne di profughi che avanzano ciechi, perduti nella notte della loro identità.” Il male, tuttavia, non è solo all’esterno, nel mondo, esso può insinuarsi anche nelle sfere più protette e familiari dell’esistenza umana: che accidenti è successo, ci si domanda nella poesia Famiglia del poeta, se perfino dentro casa, nel reame della volontà buona, il nostro stesso volerci bene certe volte scotta?

Il confronto e direi il conflitto con la contemporaneità è centrale nell’ultima raccolta, Il sangue amaro (Einaudi, 2014) già a partire dalla sezione conclusiva che dà il titolo al libro intero. Come ha scritto Gabriele Pedullà, l’ispirazione poetica nasce sempre più spesso dall’inspirazione di un’aria avvelenata, l’aria del nostro tempo. Il sangue amaro è un volume piuttosto articolato, diviso in 12 sezioni, comprendente tre poemetti e poesie occasionali, poesie civili, dediche ad amici, artisti, poeti, come nella sezione di apertura, Coppie di nomi propri, dove compare un omaggio a un grande poeta, Edoardo Sanguineti, morto nel 2010 e per il quale non ci sono stati funerali di Stato.

I versi della poesia, però, formano un acrostico: Mike Bongiorno, definito pastore della merce, per il quale, invece, nel Tele-Stato, ci sono stati funerali di Stato. Il rapporto conflittuale col presente investe anche la sfera religiosa, accade nella sezione intitolata Otto volte Natale, otto poesie sul tema del Natale e della nascita; la festività cristiana, però, non viene celebrata semmai stigmatizzata. Qui compare un tema lucreziano/leopardiano: il dolore del vivere che comincia proprio con la nascita, fino al punto di scrivere che il vero sacrificio di Cristo non si consuma sul Golgota ma nella mangiatoia, cioè non è la crocefissione ma la nascita.

Il tema del male di vivere prosegue nella sezione successiva, dal titolo kirkegaardiano di Timore e tremore; qui Magrelli giunge a dire che mettere al mondo dei figli significa trasmettere un’infezione, come si legge nella poesia Il traditore: “Ho infettato i miei figli trasmettendogli vita./Per tollerarla l’ho disseminata/alimentando ciò da cui fuggivo.” E tuttavia, dare vita, costruire una rete di legami affettivi – ancora una volta in chiave leopardiana – è l’unico modo per evitare il suicidio, perché morendo si perderebbero proprio gli affetti, come il poeta dichiara in un’altra poesia, Cerbero.

Se al suo esordio il giovane Magrelli preferiva il silenzio della parola poetica alle manifestazioni politiche e agli scontri di piazza, ora è un altro rumore a dominare il presente, a impedire un rapporto pacifico col mondo: la volgarità, la petulante invadenza dei vicini, la musica ad alto volume nei negozi e nei locali pubblici, le risse in televisione; persino dall’asciugacapelli giungono voci, i suoni indistinti di una folla che fugge e che poi diventano urla, minacce, spari: alimentando il sangue amaro. Il poeta prova ad invocare: Rumore, fa’ silenzio, come avviene nella poesia omonima, ma la realtà schiaccia il soggetto, alimenta l’odio, la rabbia, la frustrazione che si trasformano in sangue amaro. Allora non resta che tentare la via del raccoglimento, fare i conti con la propria debolezza, compagna inseparabile della vita, motore e insieme orrore dell’esistenza, corpo e anima, entrambi feriti e frantumati. E proprio Raccoglimento è il titolo di un sonetto di Baudelaire al quale Magrelli ha dedicato un saggio (Nero sonetto solubile, Laterza, 2010), uno dei frutti più originali del suo lavoro di studioso e critico letterario.

Come mai questo sonetto gode di una tale vitalità e ritorna, sotto forma ci citazione intertestuale o di riscrittura, in dieci autori della letteratura francese, da Valéry a Michaux, da Cèline a Prévost, da Colette a Nabokov, da Beckett a Queneau, da Perec a Houellebecq? Perché, prima di essere uccisa dal compagno (il cantante del gruppo rock Noir Désir), l’attrice Marie Trintignant invia alla madre un sms con l’inizio di questo sonetto? Dopo tanto interrogarsi, dopo tanto ricercare tra le parole degli altri – scrittori, poeti, critici letterari – ci dà la sua personale versione di Raccoglimento.

Magrelli è al contempo poeta e studioso, traduttore e critico letterario, e la sua poesia si alimenta di tutte queste attività, in uno scambio continuo e fecondo; perciò essere poeta non significa soltanto comporre versi, ma interrogarsi sui segreti e sulle dinamiche di tale attività, condurre il lettore dentro il proprio laboratorio, mentre l’autore costruisce il testo, sceglie le parole, riflette sul suo ruolo. “O forse sono cavie, queste poesie che scrivo,/per qualche esperimento concepite,/che tuttavia non so”, recita, infatti, un altro testo de Il sangue amaro. Insomma, nel fare poesia, Magrelli fa anche metapoesia, e oltre che con le contraddizioni e le ferite della quotidianità, fa i conti col mestiere del poeta.

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Signori, ecco un insegnante! https://minimaetmoralia.it/interventi/un-altra-scuola-giovanni-accardo/ https://minimaetmoralia.it/interventi/un-altra-scuola-giovanni-accardo/#respond Thu, 07 May 2015 13:50:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26630 Oggi esce per Ediesse Un'altra scuola. Diario verosimile di un anno scolastico di Giovanni Accardo, nella collana Carta Bianca diretta da Angelo Ferracuti. A seguire la prefazione di Eraldo Affinati.

di Eraldo Affinati

Conosco Giovanni Accardo da tanti anni. Mi ha sempre colpito la sua profonda dimensione etica che in questo diario scolastico assomiglia a un diamante prezioso. Lo scenario rappresenta una cellula di vibrante passione partecipativa: un liceo di Bolzano. Un luogo dove si consegna il testimone della tradizione, si formano le coscienze dei futuri cittadini e, se possibile, si impara a diventare adulti.

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È in libreria per Ediesse Un’altra scuola. Diario verosimile di un anno scolastico di Giovanni Accardo, nella collana Carta Bianca diretta da Angelo Ferracuti. A seguire la prefazione di Eraldo Affinati.

di Eraldo Affinati

Conosco Giovanni Accardo da tanti anni. Mi ha sempre colpito la sua profonda dimensione etica che in questo diario scolastico assomiglia a un diamante prezioso. Lo scenario rappresenta una cellula di vibrante passione partecipativa: un liceo di Bolzano. Un luogo dove si consegna il testimone della tradizione, si formano le coscienze dei futuri cittadini e, se possibile, si impara a diventare adulti.

Leggendo queste pagine avrei voluto esclamare: signori, ecco un insegnante! Lasciate stare i ritratti agrodolci che troppo spesso se ne fanno sulle gazzette e sugli schermi, grandi e piccoli, compreso il film di cui si narra nel testo. Dimenticate le visioni precostituite. Stiamo parlando di un uomo che non si accontenta di osservare la partita restando seduto in tribuna a prendere appunti, scattare fotografie o fare battute. Vuole che gli ingranaggi funzionino. Cerca di riparare quelli rotti. Non tiene le mani in tasca. Entra in azione, notte e giorno, ora per ora. Coinvolge persone e istituzioni. Intreccia rapporti. Crea una vegetazione culturale. E voi pensate che sia incoraggiato? Che venga premiato? Che rappresenti un modello virtuoso di sperimentazione didattica? Il testo da lui scritto purtroppo dimostra il contrario.

Il professore si impegna allo spasimo con il risultato di farsi male. Ruba il tempo alla famiglia. Non riesce a dormire. Insomma lascia sul campo qualcosa di se stesso. Però alla fine scopre, dentro di sé, una segreta letizia, assai difficile da comunicare, non distante da quella, dico io, che il muratore di Primo Levi provava persino all’interno del lager nei confronti del lavoro ben svolto.

“Cosa posso fare per gli studenti che non hanno voglia di studiare? Per gli studenti che vengono a scuola completamente disinteressati? Non è troppo facile limitarsi a dirgli di cambiare scuola? Possiamo limitarci a riempirli di insufficienze e poi bocciarli?”

Tutto parte da qui: da queste domande inevase, dall’ansia che le determina, dall’insoddisfazione di chi se le pone. Nel 1938, non proprio ieri, John Dewey, forse il più grande filosofo dell’educazione del Novecento, aveva dato le risposte giuste: bisogna innanzitutto motivare i ragazzi, cioè renderli protagonisti dell’azione didattica, al punto tale che il docente, senza mettersi in posizione dominante, come colui che dispensa l’erudizione, diventa “il direttore di attività associate”. Invece di incarnare la figura del distributore di traffico concettuale,  realizza “un’impresa cooperativa” favorendo la partecipazione degli studenti a un processo di cui loro stessi sono elemento imprescindibile.

Sembra il ritratto del protagonista di questo libro, un racconto sulla scuola com’è, con tutte le sue storture, e, allo stesso tempo, per implicito contrappunto, come dovrebbe essere. L’alter ego del narratore non si limita certo a fare l’appello, spiegare il programma e mettere i voti. Il suo obiettivo è molto più alto: nella consapevolezza anche etimologica della professione che ha scelto, vuole lasciare il segno in chi lo segue. Invita scrittori, divide il tempo con gli scolari, li guida nelle gite, sfida la sorte consigliando capolavori, prende sempre posizione, soprattutto quando scopre la fragilità dei più deboli. Alcuni scorci del libro, un’autobiografia stilizzata, sono impietosi: la ragazza che cerca di scappare di casa e non sa con chi confidarsi; quella che viene dileggiata in Rete; i ricatti fra i giovani scoperti per caso; le assenze degli studenti che rivelano lo sfacelo dei mondi sociali nei quali essi crescono.

Il professore raccoglie i cocci delle famiglie smembrate, litiga coi colleghi, organizza eventi conoscitivi. Tutto ciò senza fare l’eccentrico, restando ben dentro il solco tracciato dalle norme e dai precetti che troppo spesso mortificano le sue iniziative, al punto che perfino uno come lui, un’eccellenza secondo la più recente terminologia ministeriale, non può evitare che il presidente di commissione agli Esami di Stato definisca “non sempre adeguata” la preparazione dei candidati nell’analisi dei testi di letteratura.

Molte parti di Un’altra scuola dovrebbero essere lette da chi voglia davvero comprendere cosa accade ogni giorno all’interno di un’aula: quelle sui famigerati test Invalsi, ad esempio, concepite come una lettera aperta a coloro che li hanno escogitati, sono decisive perché, nel timbro provocatorio, scoprono lo scarto lancinante fra chi ha in mente solo il risultato e chi conosce il modo in cui questo si ottiene:

“La vostra idea di scuola non prevede gli originali, quelli che guardano lontano, i visionari, i sognatori, ma nemmeno i lenti, quelli che hanno bisogno di più tempo. Voi amate il conformismo, le regole grammaticali, l’obbedienza, forse credete nei vaccini e nella prevenzione, vi piacciono gli studenti noiosi e perciò fate di tutto per annoiarli.”

Si parla tanto di “qualità scolastica”. Provate a definirla voi, tenendo presente, prima dei traguardi finali, le posizioni di partenza, sia di chi siede sui banchi sia di chi sta in cattedra. Vi renderete conto di quanto sia arduo identificarla. Come sia sbagliato isolare la scuola dal mondo, giudicandola dall’esterno. I brani che riportano i colloqui fra professori e genitori nelle “udienze”, così vengono chiamati in Alto Adige i ricevimenti per famiglie, ci fanno toccare con mano la crisi morale del nostro Paese. I momenti di sconforto del protagonista, teso a mettere in campo tutta la sua energia pur di contrastare la protervia, l’abulia e l’indifferenza di numerosi adulti coi quali si trova a contatto, fuori e dentro le pareti dell’aula, dovrebbero indurre a riflettere quanti credono che fare il professore sia un mestiere semplice.

Giovanni Accardo, siciliano della provincia di Agrigento, ha scritto un libro politico, come si diceva una volta, nel senso più nobile del termine. E tuttavia nella spinta emotiva da cui ricava alimento il ritmo della narrazione, filtra l’inquietudine esistenziale di chi non riesce ad accettare a cuor leggero gli inevitabili compromessi del patto sociale. Forse per questo nel suo diario, dove la cronaca del calendario scolastico punteggia e sostiene l’interrogazione interiore, prima ancora del piglio civile di Leonardo Sciascia, a me piace sentire il paradosso drammatico di Luigi Pirandello.

 

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Gli inesauribili aspetti gallinacei dell’animo umano secondo Malerba https://minimaetmoralia.it/libri/accardo-malerba-galline-pensierose/ https://minimaetmoralia.it/libri/accardo-malerba-galline-pensierose/#comments Sun, 30 Nov 2014 11:00:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24238 “Sto scrivendo delle storiette di pollaio, con galline protagoniste. A Orvieto, durante l’ultimo week-end. Ne ho scritte una ventina di getto. In città è più difficile scrivere favole: comunque le galline sono molto trascurate e ho deciso di riabilitarle.”[1]

I libri per bambini e per ragazzi, pubblicati in apposite collane editoriale, hanno accompagnato, intervallandola, l’intera produzione narrativa di Luigi Malerba. Rovesciando la prospettiva pascoliana, potremmo dire che essi si rivolgono all’adulto che c’è in ogni bambino, stimolandolo a riflettere, a maturare una capacità critica autonoma e a diffidare dalle facili certezze.

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LUIGI BONARDI IN LETTERATURA LUIGI MALERBA

Questo articolo è apparso sulla rivista Fillide.

di Giovanni Accardo

“Sto scrivendo delle storiette di pollaio, con galline protagoniste. A Orvieto, durante l’ultimo week-end. Ne ho scritte una ventina di getto. In città è più difficile scrivere favole: comunque le galline sono molto trascurate e ho deciso di riabilitarle.”[1]

I libri per bambini e per ragazzi, pubblicati in apposite collane editoriale, hanno accompagnato, intervallandola, l’intera produzione narrativa di Luigi Malerba. Rovesciando la prospettiva pascoliana, potremmo dire che essi si rivolgono all’adulto che c’è in ogni bambino, stimolandolo a riflettere, a maturare una capacità critica autonoma e a diffidare dalle facili certezze. Come sostiene lo stesso Malerba:

“Quel che funziona sempre, con i ragaz­zi, è metterli in difficoltà, in imba­razzo. Con vari sistemi, per esempio con il paradosso; io dicevo loro: se una macchina con quattro ruote va a cento chilometri all’ora, con otto andrà a 200. Allora i ragazzi comin­ciano a confondersi, a pensare, a irri­tarsi, anche, e ciò li obbliga ad avere delle reazioni, a non accettare queste proposizioni, questi paralogismi cie­camente, ma a discuterli.”[2]

Sono testi che conservano talune delle caratteristi­che proprie delle altre opere malerbiane e muovono dal romanzo sperimen­tale e dai dibattiti del Gruppo 63: la metanarrazione, il punto di vista straniante, l’abbassamento linguistico. Essi, dunque, confermano la peculiarità della narrativa di Malerba nell’ambito del romanzo sperimentale, ovvero come la ricerca di nuove forme espressive non vada mai a scapito della comunicabilità, pur conservando intatta la vis demistificatoria nei confronti della tradizione letteraria e dissacratoria verso il potere e l’autorità costituita. Facendo ampio ricorso all’assurdo, con i personaggi che agiscono attraverso ragionamenti paradossali e fitti di non-sense, nei libri per ragazzi i giochi linguistici trovano nella favola lo spazio espressivo ideale.

“Io credo che il paradosso e il paralogismo (…) possono abituare i ragazzi a diffidare dalla logica corrente della TV, della famiglia, della scuola, che spesso propone menzogne che si presentano con l’apparenza della verità. È una vaccinazione sicuramente salutare che a lungo andare darà i suoi frutti. (…) non è dunque un gioco astratto ma un avvicinamento al disordine fondamentale delle cose che ipocritamente si cerca di esorcizzare con il ‘pensare corto’ della quotidianità.”[3]

La scelta dell’animale come unico protagonista è, ovviamente, riconducibile alla tradizione della favola, da Esopo a Fedro, sino a La Fontaine, e, tra gli scrittori italiani, a Gianni Rodari. Però, mentre nelle favole di quest’ultimo, spesso c’è un invito, o almeno la speranza, a costruire una società più giusta, e non a caso alcune di esse si concludono con una morale[4], in Malerba “…l’indignazione non diventa mai predi­ca ma è il propellente che fa partire il razzo del pensie­ro…”[5], da cui scaturiscono le immaginazioni più parados­sali e illogiche, vero e proprio trionfo della libertà della fantasia. Del resto, come scrive Walter Benjamin: “Quando inventano storie, i bambini sono registi che non si lasciano tarpare le ali dal ‘senso’.”[6]

Come spesso accade nelle opere di Malerba, la realtà viene ironicamente aggredita nei suoi significati precostituiti nel tentativo di estrarne di nuovi, magari provando a dare dignità di pensatori ad animali proverbialmente stupidi, come le galline.

“Le galline non pensano,” disse Zerbino annoiato.

“E chi ti dice che non pensano? Ci sei mai entra­to nella testa di una gallina? Non si può sapere.”[7]

Questo dialogo si legge in uno dei racconti della Scoperta dell’alfabeto, libro d’esordio di Malerba. A di­stanza di anni, facendo propria la perplessità dell’interlocutore di Zerbino, prova ad entrarci lo scrittore nella testa delle galline e a registrarne i pensieri: il risulta­to è quel vero e proprio manualetto di paralogica che è Le galline pensierose, raccolta di brevissime favolette, quasi aforismi, che costituisce il culmine dell’abbassamento non solo del linguaggio, ma anche del punto di vista.

Pubblicato la prima volta nel 1980 da Einaudi, con le illustrazioni di Adriano Zannino, ripubblicato e arricchito di altre storie nel 1980 da Mondadori, con l’ultima edizione, pubblicata lo scorso aprile da Quodlibet, nella collana Compagnia Extra diretta da Jean Talon e Ermanno Cavazzoni, dalle 131 storielle iniziali si arriva a 155, con l’aggiunta di nove inediti scritti da Malerba nel febbraio 2008, dunque pochi mesi prima di morire.

Le storielle di cui si compone il volume sono strutturate in un’unica azione che si svolge nello spazio limitato del pollaio. Non troviamo mai neppure la traccia di una presenza umana; uniche protagoniste, infatti, sono le galline che, come scrisse Italo Calvino nel risvolto di copertina della prima edizione, “…si librano tra lo humour sospeso nel vuoto del nonsense e la vertigine metafisica degli apologhi zen.”[8]

Forse non a caso Malerba aveva indirizzato questo libro al pubblico infantile, la cui immaginazione ancora non è limitata dalle convenzioni e dai luoghi comuni. La scelta della gallina come protagonista è un modo per smascherare, attraverso lo humour, l’insensatezza della vita quotidiana, per denun­ciare un mondo, quello umano, dominato dal ridicolo:

“Per diventare filosofa”, diceva una vecchia gallina che credeva di essere molto saggia, “non importa pensare a qualcosa, basta pensare anche a niente”. Lei si metteva in un angolo del pollaio e pensava a niente. Così, e non in altri modi, dice­va di essere diventata una gallina filosofa.[9]

In questo caso l’effetto paradossale nasce dall’uso polisemico del termine ‘niente’, giacché esso può coincidere con il nulla delle filosofie orientali, oppure, preso alla lettera, diventa una modalità derisoria nei confronti di coloro che non pensano a nulla e si atteggiano a filosofi.

La polisemia diventa occasione per giocare col significato delle parole, ad esempio con la parola tasso, come aveva fatto qualche anno prima Achille Campanile[10], uno scrittore che ha diversi tratti in comune con la comicità di Malerba, infatti anche in Campanile l’effetto ironico spesso è ottenuto sfruttando “…la molteplicità di significati che assume un’espressione, cioè sulle varie possibilità di impiego offer­te dal campo semantico di una parola”.[11]

Una gallina disse che il tasso era una bestia, un’altra gallina disse che il tasso era una pianta e un’altra ancora disse che il tasso era un poeta. Bisognava aver paura del tasso? Tutte insieme decisero che era meglio non fidarsi del tasso.[12]

D’altronde, per ritornare alle teorie del Gruppo 63 e alla Neoavanguardia, la realtà è soprattutto un universo linguistico, dove gli oggetti esistono perché vengono nominati, e la letteratura è “…un modo di agire nel linguaggio, ma anche (…) un modo di agire con il linguaggio.”[13] Ed ecco la gallina enciclopedica annunciare alle compagne che il mondo è fatto di parole:

Una gallina enciclopedica aveva imparato a memoria più di mille parole. A questo punto credeva di essere diventata sapiente e quando stava con le compagne ogni tanto diceva ‘rombo’ oppure ‘cratere’ oppure ‘ortica’. A chi le domandava che cosa significassero quelle parole lei rispondeva che il mondo è fatto di parole e che se non ci fossero le parole non ci sarebbe nemmeno il mondo, comprese le galline.

La gallina come protagonista di storielle dissacranti nei confronti di talune forme di narcisismo intellettualistico, magari a sfondo esistenziale, compare anche nelle Favole minime di Rodari, raccolta di testi brevissimi con i quali l’autore, come scrive Carmine De Luca, “…va a colpire gli errori e le distorsioni di una falsa razionalità (…) i ragionamenti solo apparentemente logici.”[14]

Una gallina, guardandosi allo specchio, si chiede­va: “Chi sono io? Per essere un leone mi mancano due zampe, per essere una volpe mi manca quel cer­to sorriso, per essere una pantera nera sono trop­po colorita. Chi sono, chi sarò dunque mai? Dove andremo a finire?”[15]

Le galline di Malerba, però, trovano sempre una risposta, magari aspra, che pone fine al loro vaneggiare.

Una gallina un po’ incerta andava in giro per l’aia brontolando: “Chi sono io? Chi sono io?” Le compagne si preoccuparono perché pensavano che fosse diventata matta, finché un giorno una le ri­spose: “Una cogliona”. La gallina un po’ incerta da quel giorno smise di vaneggiare.[16]

L’originalità di Malerba, inoltre, consiste nel ricorrere all’e­spediente del meta-racconto, cioè alla favola dentro la fa­vola, mettendo in luce il modo di procedere del racconto stesso ed evidenziandone la letterarietà:

Una gallina vanitosa incontrò un rospo nell’orto. Il rospo incominciò a gonfiarsi, a gon­fiarsi per diventare grande come una gallina. “Stai attento”, disse questa, “che non ti succe­da come alla rana che voleva diventare grande co­me il bue”. “ Ho capito”, disse il rospo, “ma qui non si tratta di una rana e di un bue, ma di un rospo e di una gallina”.[17]

Oppure nel riscrivere, dal punto di vista gallinaceo, i classici della tradizione letteraria, con evidente effetto comico, una comicità che facilmente sconfina nel grottesco:

Una gallina irrequieta aveva visto Madame Bovary in televisione e si sentiva molto infelice di vivere in un piccolo pollaio di provincia. Sognava di andare nella capitale e di camminare avanti e indietro sui marciapiedi delle strade affollate sotto gli occhi di tutti. Voleva essere ammirata, sognava il lusso e le luci dei grandi negozi. Un giorno la caricarono insieme con altre galline su un camioncino. Le altre erano disperate, ma lei era felice perché aveva visto che il camioncino aveva la targa della capitale. Il giorno dopo venne esposta, spennata e con la testa all’ingiù, in un grande negozio del centro.[18]

Le galline sono pensierose, dunque, non solo perché hanno il pensiero, cosa naturalmente strana, ma perché si preoccupano quando si confrontano con la realtà umana e la trovano inquietante o incomprensibile. L’animale proverbialmente stupido ci costringe a domandarci se ad essere stupido, o almeno insensato, non sia piuttosto l’universo umano, specie quando annega nelle tautologie o nell’autoreferenzialità:

Una gallina pensierosa si metteva in un angolo del pollaio e si grattava la testa con la zampa. A forza di grattarsi diventò calva. Un giorno una compagna le si avvicinò e le domandò che cosa la preoccupasse. “La calvizie”, rispose la gallina pensierosa.[19]

Una gallina gallinologa dopo avere studiato molto il problema disse che le galline non erano animali e non erano nemmeno uccelli. “E allora che cosa sono?” domandarono le compagne. “Le galline sono galline”, disse la gallina gallinologa e se ne andò via impettita.[20]


[1] I buchi neri della fantasia, intervista di P. Mauri, “La Repubblica”, 31-12-1978; ora in L. Malerba, Parole al vento, a cura di G. Bonardi, Lecce, Manni, 2008, pp. 129-130.

[2] A. Barberis, Non si può fare gli scrittori 24 ore su 24, in “Millelibri”, gennaio 1991, n. 38, p. 60.

[3] La velocità del buio, intervista di F. Sanseverino, “C’era due volte”, n. 4, 1996; ora in L. Malerba, Parole al vento, op. cit., p. 134.

[4] Ad esempio nella favola La strada che non andava in nessun posto, il protagoni­sta, dopo essersi incamminato per una strada che tutti dicevano che non portava in alcun posto, arriva presso un ca­stello pieno di tesori di ogni genere; quando  ritorna in paese anche gli altri si avviano per lo stesso sentiero, al­la ricerca del castello, ma non arrivano in alcun posto perché: “(…) la strada, per loro, finiva in mezzo al bosco. la strada, per loro, finiva in mezzo al bosco (…). Non c’era più né cancello, né castello, né bella signora. Perché certi tesori esistono sol­tanto per chi batte per primo una strada nuova (…)”

G. Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962, 1983, pp. 55-57.

[5] A. Guglielmi, Gare di bellezza per scorpioni, in “Corriere della Sera”, 24 aprile 1977; (ora in Carta stampata, Roma, Cooperativa Scrittori, 1978, pp. 113-115).

[6] Prosegue Benjamin: “È assai facile farne la prova. Basta scegliere quattro o cinque parole ben precise facendole poi com­binare in una breve frase, e se ne vedrà scaturire la prosa più i­naspettata: non una sbirciatina, ma un ingresso in piena regola nel libro per bambini. (…) È in questo modo che i bambini scri­vono i loro testi; ma è anche così che li leggono.”

Cfr. W. Benjamin, Orbis Pictus. Scritti sulla letteratura infantile, a cura di G. Schiavoni, Milano, Emme Edizioni, 1981, p. 52. 

[7] L. Malerba, Storia della morìa, in La scoperta dell’alfabeto, Milano, Mondadori, 1990, p. 68. La prima edizione è uscita per Bompiani nel 1963.

[8] I. Calvino, nota sulla quarta di copertina de Le galline pen­sierose, illustrazioni di A. Zannino, Torino, Einaudi, 1980.

[9] L. Malerba, Le galline pensierose, Macerata, Quodlibet, 2014, p. 22.

[10] A. Campanile, La quercia del Tasso, in Manuale di conversazione, Milano, BUR, 1999, pp. 105-107.

[11] G. Calendoli, Achille Campanile, in AA. VV., Letteratura i­taliana. 900, vol. V, Milano, Marzorati, 1979, p. 4432.

[12]  L. Malerba, Le galline pensierose, op. cit., p. 51.

[13] L. Vetri, Letteratura e caos. Poetiche della “neo-avanguardia” italiana degli anni Sessanta, Milano, Mursia, 1992, p. 85.

[14]  G. Rodari, Il cane di Magonza, a cura di C. De Luca, Roma, Editori Riuniti, 1982, p. 75.

[15] Ivi , p. 82.

[16] L. Malerba, Le galline pensierose, cit., p. 11.

[17] Ivi, p. 13.

[18] Ivi, p. 47.

[19] Ivi, p.7.

[20] Ivi, p. 49.

L'articolo Gli inesauribili aspetti gallinacei dell’animo umano secondo Malerba proviene da Minima et Moralia.

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Insegnare Dante a scuola https://minimaetmoralia.it/interventi/insegnare-dante-a-scuola/ https://minimaetmoralia.it/interventi/insegnare-dante-a-scuola/#respond Fri, 12 Sep 2014 13:00:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23177 Da giovedì 4 settembre è in edicola il nuovo numero di MicroMega, interamente dedicato alla scuola e intitolato “Un'altra scuola è possibile: laica, repubblicana, egualitaria, di eccellenza”. Idea centrale del volume è quella per cui la scuola, pubblica e laica, è ad un tempo fondamento della democrazia e luogo di trasmissione dei saperi e di preparazione alle professionalità. La redazione ha chiesto ad alcuni insegnanti un contributo dedicato all’insegnamento dei classici: Leopardi, Dante (Divina Commedia), Manzoni (I promessi sposi), che però compaiono solo sul sito della rivista.

Pubblichiamo qui di seguito l’articolo di Giovanni Accardo, docente presso il Liceo delle Scienze Umane “Pascoli” di Bolzano.

di Giovanni Accardo

Da alcuni anni la scuola è sotto assedio, minacciata da chi la dovrebbe curare, difendere e governare, ovvero i ministri che si succedono uno dopo e l’altro, e la cui unica preoccupazione sembra quella di tagliare fondi e al contempo, quasi per un paradosso, aumentare il carico di lavoro degli insegnanti e il numero di studenti per classe. La devastante riforma Gelmini, vero e proprio progetto di demolizione della scuola pubblica, è nel pieno della sua attuazione, anche se nessun politico sembra accorgersene. Grazie ad essa, l’insegnamento di italiano è ridotto a quattro ore alla settimana in classi di 30 studenti, e in quattro ore, nel triennio, il docente deve insegnare la letteratura e preparare gli studenti alle diverse tipologie della prova d’esame, due delle quali - il saggio breve e l’articolo di giornale - richiedono numerose fasi di preparazione, per abituare gli alunni alla produzione di testi argomentativi/espositivi con uso di allegati e citazioni. Ovviamente l’insegnante non fa solo lezioni, ma assegna compiti ed esercizi, e interroga. E se vuol fare una buona interrogazione, dando modo agli studenti di localizzare concetti e nuclei tematici, individuare figure retoriche e tecniche narrative, procedure stilistiche e parole chiave, mettere in relazione opere e autori, confrontare diverse interpretazioni critiche; se cioè non vuole ricorrere ai quiz modello televisivo o ai test a risposta multipla, ha bisogno di tempo.

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Da giovedì 4 settembre è in edicola il nuovo numero di MicroMega, interamente dedicato alla scuola e intitolato “Un’altra scuola è possibile: laica, repubblicana, egualitaria, di eccellenza”. Idea centrale del volume è quella per cui la scuola, pubblica e laica, è ad un tempo fondamento della democrazia e luogo di trasmissione dei saperi e di preparazione alle professionalità. La redazione ha chiesto ad alcuni insegnanti un contributo dedicato all’insegnamento dei classici: Leopardi, Dante (Divina Commedia), Manzoni (I promessi sposi), che però compaiono solo sul sito della rivista.

Pubblichiamo qui di seguito l’articolo di Giovanni Accardo, docente presso il Liceo delle Scienze Umane “Pascoli” di Bolzano.

di Giovanni Accardo 

Da alcuni anni la scuola è sotto assedio, minacciata da chi la dovrebbe curare, difendere e governare, ovvero i ministri che si succedono uno dopo e l’altro, e la cui unica preoccupazione sembra quella di tagliare fondi e al contempo, quasi per un paradosso, aumentare il carico di lavoro degli insegnanti e il numero di studenti per classe. La devastante riforma Gelmini, vero e proprio progetto di demolizione della scuola pubblica, è nel pieno della sua attuazione, anche se nessun politico sembra accorgersene. Grazie ad essa, l’insegnamento di italiano è ridotto a quattro ore alla settimana in classi di 30 studenti, e in quattro ore, nel triennio, il docente deve insegnare la letteratura e preparare gli studenti alle diverse tipologie della prova d’esame, due delle quali – il saggio breve e l’articolo di giornale – richiedono numerose fasi di preparazione, per abituare gli alunni alla produzione di testi argomentativi/espositivi con uso di allegati e citazioni. Ovviamente l’insegnante non fa solo lezioni, ma assegna compiti ed esercizi, e interroga. E se vuol fare una buona interrogazione, dando modo agli studenti di localizzare concetti e nuclei tematici, individuare figure retoriche e tecniche narrative, procedure stilistiche e parole chiave, mettere in relazione opere e autori, confrontare diverse interpretazioni critiche; se cioè non vuole ricorrere ai quiz modello televisivo o ai test a risposta multipla, ha bisogno di tempo.

Per quanto mi riguarda, in un’ora riesco ad interrogare tre studenti, dunque in una classe da 30 studenti impiego dieci ore. D’altra parte, quando i ragazzi fanno una verifica scritta e porto in classe le correzioni, mi servono almeno due ore per illustrare gli errori. Il lettore che ne avesse voglia, potrà fare un po’ di conti e vedere quanto tempo ha a disposizione l’insegnante per svolgere decentemente il suo programma, considerando che in un anno si svolgono 6 prove scritte e almeno altrettante orali.

È in questa cornice che s’inserisce l’insegnamento dell’opera fondamentale della letteratura e della lingua italiana, la Divina Commedia di Dante. L’insegnamento, dunque, non potrà che basarsi su una scelta antologica di canti e brani. Fare questo, preoccupandosi di appassionare gli studenti, nella speranza che da soli vorranno leggere quei canti ai quali l’insegnante non ha potuto nemmeno accennare, è una vera e propria sfida. Ma bisogna anche dire, prima di entrare nel merito della didattica e delle scelte metodologiche, prima di raccontare la mia esperienza e fare alcuni esempi, che la Divina Commedia agli studenti solitamente piace, soprattutto piacciono i grandi personaggi, si emozionano per le loro difficili scelte, per gli errori che hanno commesso o i torti che hanno subito in vita, si appassionano alle loro avventure, soffrono per le pene e i tormenti cui sono sottoposti nell’oltretomba, si disgustano per le torture che via via incontrano, si stupiscono per le similitudini e le arditissime metafore, restano a bocca aperta davanti alla fantasia di Dante, entrano davvero nel mondo ultraterreno che l’autore ha immaginato e costruito, ammirano la sua integrità morale e la coerenza politica, condividono le dure critiche alla Chiesa, si riconoscono e riconoscono l’Italia. Dante è colui che sceglie, che prende posizione, che rischia, come deve fare un adulto agli occhi di un adolescente che sta formandosi un’identità e ha bisogno di confini e certezze. Il discorso si fa diverso quando si entra nei cosiddetti canti dottrinali, quando cioè Dante affronta la teologia e la filosofia medievale o introduce le digressioni astronomiche; e tra Inferno e Paradiso, gli studenti preferiscono la concretezza e l’aspro realismo del primo. Ma la fortuna dell’insegnante è quella di partire proprio da qui, e se la semina sarà stata buona, lo sarà anche il raccolto.

Non sono uno specialista di Dante, ma un insegnante di liceo che da anni lo affronta con gli studenti, mettendoci tutto l’impegno e l’entusiasmo possibile, cercando di trasmetterlo anche a loro. Quindi quello che segue è il racconto della mia esperienza e una serie di riflessioni maturate nel corso degli anni in tre diversi licei: Scienze Umane, Economico Sociale, Artistico.

La gran parte degli studenti incontrerà la Commedia soltanto sui banchi di scuola: cosa resterà loro dei luoghi e delle atmosfere, dei personaggi e della loro vita ultraterrena, delle loro colpe e delle condanne? A quanti di loro verrà voglia di riprenderla in mano in futuro, per rileggere i passi che più li hanno emozionati o per colmare il vuoto delle pagine saltate? Non a molti, questo bisogna dirlo senza infingimenti. Ma l’insegnante non può che presentarsi davanti a loro con l’auspicio che Dante lasci un segno nei loro cuori e nelle loro menti, presentandolo come un’esperienza – estetica ed intellettuale – irrinunciabile, almeno per gli studenti che hanno scelto il liceo. Forse sarebbe meglio evitare la scelta antologica e concentrarsi su un’unica cantica da leggere per intero, trasmettendo agli studenti strumenti e curiosità per leggere il resto da soli. Ho sperimentato, infatti, che la fretta cui ci costringono i programmi uccide la poesia, me lo dicono gli studenti stessi, quando interrompo un canto a metà perché è finita l’ora.

Negli ultimi anni capita spesso di chiedere soccorso a Benigni, attore che gli studenti conoscono per essersi emozionati con La vita è bella o per avere riso con le sue strepitose e intelligenti gag comiche. Quindi Benigni non ha bisogno di molto per attirare l’attenzione dei ragazzi, anzi, è talmente forte la sorpresa nel vedere un attore comico di oggi alle prese con un testo così difficile e antico, che basta questo per incuriosirli e incantarli. Ma non possiamo abdicare al nostro ruolo e fare lezione con i dvd di Benigni che legge Dante. L’insegnante, però, ha una sua forza, ha corpo e voce, e vanno entrambi utilizzati, evitando di star seduto dietro la cattedra e piuttosto muovendosi nell’aula, leggendo la Commedia anche col corpo, trasferendo alla classe parole, concetti ed emozioni con tutto se se stesso e con una passione che solo il corpo e la voce possono trasmettere. Ho imparato negli anni che l’insegnante deve essere anche attore, deve modulare la voce e usare tutti i toni possibili, farsi vedere immerso e magari travolto da quello che legge e vuole insegnare. Insomma, l’esperienza mi dice che non è possibile insegnare stando rintanati dietro la cattedra, soprattutto Dante e la poesia, credendo o sperando che l’interesse degli studenti arrivi comunque. No, non è così, l’interesse va suscitato e conquistato.

Il primo ostacolo contro cui lottare sono le note e l’obbligo della parafrasi, che spaventano e annoiano i ragazzi, occultano la poesia. E allora tante volte leggo senza obblighi e prescrizioni, facendo gustare il ritmo e la musica che le terzine dantesche garantiscono anche senza coglierne subito il senso. In quel poema, lo sappiamo, c’è la storia dell’Occidente, non solo dell’Italia: la Bibbia e la mitologia, la letteratura greca e latina, la filosofia, la storia,  la politica, la Chiesa. Ma Dante significa anche il coraggio di rinunciare al latino per il volgare, fondando così la lingua italiana. I ragazzi si stupiscono nello scoprire la quantità di parole, sintagmi e modi di dire di cui gli siamo debitori.

L’effetto placebo: La Divina Commedia è un testo difficile e complesso, inutile nasconderlo, e di fronte alle difficoltà io non minimizzo, soprattutto non uso l’odiosa e usurata contrapposizione io-voi, ricorrendo alla nostalgica rievocazione della scuola dei propri tempi, sorta di Eden perduto, in cui alla severità degli insegnanti si accompagnava la cieca e studiosa obbedienza degli studenti. Questa contrapposizione serve solo ad erigere barriere e alimentare distanze, mentre è agli studenti che abbiamo di fronte che dobbiamo insegnare la Divina Commedia, qui e ora. E allora di fronte alle difficoltà io sprono gli studenti come in una sfida, confidando nelle loro capacità. Faticherete, dico loro, ma sono certo che raggiungerete il risultato. Li sottopongo ad iniezioni di fiducia per potenziare l’autostima, utilizzo quello che in farmacologia si chiama “effetto placebo”. L’aspettativa positiva nei confronti di un farmaco influenza l’atteggiamento che il paziente ha verso la terapia, nel suo cervello, infatti, aumentano i neurotrasmettitori che mediano le sensazioni di piacere e dolore e si riducono quelli coinvolti nell’ansia. Oggi sappiamo che anche gli affetti e le motivazioni personali possono produrre gli stessi risultati. Io lo sperimento tutti i giorni, ovviamente i risultati cambiano in base al clima di classe e sono direttamente proporzionali alla stima e alla fiducia che lo studente ha nei confronti dell’insegnante. Ed ecco perché parto da Virgilio.

Dante e Virgilio: L’insegnante non è Benigni, dicevo, però ha un vantaggio: la relazione coi suoi studenti. La Divina Commedia si comincia in terza, dunque il docente ha avuto due anni di tempo per costruire una relazione coi suoi studenti e guadagnarsi la loro stima e la loro fiducia. E allora, ancor prima di presentare l’argomento e la costruzione, ancor prima di parlare dell’ideologia e dell’ideazione, dell’intreccio, del simbolismo e dell’allegoria, io parto dalla relazione tra Dante e Virgilio, la guida e il maestro. Perché Dante sceglie l’autore dell’Eneide? Perché si affida a lui e si fida delle sue parole? Questo mi offre il pretesto per riflettere sulla relazione studente-insegnante, per ribadire che solo se c’è un rapporto di fiducia l’insegnamento sarà efficace, solo così lo studente si affiderà a lui, ascoltandolo e seguendolo. In questo Dante ha anticipato, col genio che gli è consueto, la relazione psicanalitica, una relazione profondamente asimmetrica (come quella tra docente e studente), dove c’è uno che già conosce la strada, lo psicanalista, e un altro che deve seguirlo nell’inferno del proprio inconscio, il paziente. Dante, spiego agli studenti in una prospettiva laica e antropologica, ci dimostra che per salvarsi bisogna conoscere il male e attraversare il dolore, solo conoscendo i propri peccati, i propri limiti, le proprie colpe, le proprie paure, c’è possibilità di crescere e maturare, di migliorare la propria umanità.

Dante e Ulisse: A differenza dei poemi omerici e più di essi, la Commedia ha una vitalità che si riverbera costantemente sul presente. La concezione medievale – filosofica, teologica, astronomica, geografica – esce costantemente dai suoi limiti cronologici, non solo per illuminare il presente, ma anche per guidarci dentro l’uomo. La vicenda di Ulisse, nel mio insegnamento, arriva per seconda e attraverso Primo Levi. Molti studenti a sedici anni conoscono Se questo è un uomo, ne hanno sentito parlare nella ricorrenza della Giornata della Memoria, forse avranno letto qualche passo in terza media o nel biennio, dunque sanno già di cosa si tratta. Leggo il capitolo intitolato Il canto di Ulisse. Chissà come e perché mi è venuto in mente, si domanda Levi; se Jean è intelligente capirà, scrive poi. Jean è il compagno di prigionia che vuole imparare l’italiano. Leggo tutto il capitolo, la classe di solito ascolta in silenzio, anche perché sa che quando si parla della Shoah pretendo il silenzio. Considerate la vostra semenza:/Fatti non foste a viver come bruti,/Ma per seguir virtute e canoscenza.

La lettura di questa terzina mi emoziona, mi fa tremare la voce e spero che i ragazzi lo avvertano. Finita la lettura parto con le domande. Voglio che siano loro a spiegarmi cosa significa recitare a memoria Dante ad Auschwitz e perché proprio questi versi che parlano di “bruti e canoscenza”. Dopo le prime risposte, quando l’interesse è stato suscitato e la classe aspetta la mia spiegazione, faccio un salto indietro e leggo i primi nove versi del III canto, quelli che si concludono con: “Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate.” Cosa c’era scritto all’ingresso dei campi di sterminio nazisti? Cosa c’era scritto sul cancello che immetteva nell’inferno di Auschwitz? Che speranza avevano i prigionieri vittime della follia nazista? Faccio domande e aspetto risposte; alcune arriveranno anche dopo settimane, non importa, l’importante avere svegliato la coscienza e l’interesse. Quindi passo al canto XXVI dell’Inferno: lettura, parafrasi e commento. Facciamo un confronto tra l’Ulisse di Omero che torna in patria e quello della tradizione medievale, cui si rifà Dante, che, spinto dall’ansia di conoscenza, riparte da Itaca per non fare più ritorno. A questo punto leggo altre due poesie: Ulisse di Saba e Itaca di Kavafis. Sto uscendo dalla Divina Commedia? No, la sto moltiplicando, sto dispiegando davanti agli occhi dei miei studenti tutta la potenza del poema dantesco, capace di generare poesia su poesia e spargerla per i secoli. Accenno poi a Foscolo, a D’Annunzio, a Pascoli e al loro Ulisse, dicendo che ne riparleremo nei prossimi anni, alimentando, spero, altra curiosità.

Paolo e Francesca: Procedendo per episodi e personaggi esemplari, senza ancora seguire l’ordine cronologico del viaggio dantesco, arriva il momento della tragica vicenda di Paolo e Francesca, canto V dell’Inferno, storia d’amore e perdizione che molti studenti già conoscono, un verso è finito persino in una canzone di Venditti, in un riuso pop. Parto dall’inizio, leggendo la descrizione di Minosse che “punge a guaio e orribilmente ringhia”, e prima ancora di parafrasare e commentare, richiamo l’attenzione sugli effetti sonori del canto. Oltrepassato Minosse, infatti, Dante è colpito e sopraffatto dalle grida dei dannati e dalla bufera infernale. Ma il canto è ricco anche di effetti visivi e notazioni cromatiche, come, ad esempio: “loco d’ogne luce muto”, “l’aere perso”, “tignemmo il mondo di sanguigno”. Dopo un accenno al contenuto – siamo nel girone dei lussuriosi –  arriva il momento di sottolineare gli aspetti formali dell’opera, cioè attraverso quali espedienti retorici Dante rende così efficace il racconto del suo viaggio nell’oltretomba: metafore, similitudini, climax, sinestesie, metonimie, anafore, allitterazioni, onomatopee. Non c’è solo il contenuto, cerco di far capire agli studenti, non ci sono solo i personaggi e gli episodi a dare potenza al testo, ma soprattutto come essi vengono presentati e costruiti. A cominciare dalla bellissima similitudine del verso 82 (“Quali colombe dal disio chiamate…”) che introduce la vicenda dei due amanti infelici raccontata da Francesca. Conosco colleghi che fanno imparare a memoria alcuni di questi versi, in particolare dal 100 (“Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende”) alla conclusione del canto.

Io non l’ho mai fatto, ma mi dicono che gli studenti si emozionano a recitarli a memoria. Sicuramente è un ottimo espediente per far interiorizzare la musicalità e il ritmo di versi la cui densità semantica, lessicale e figurale è davvero massima. Infatti, il modo migliore per far apprezzare un testo letterario è attraverso forme di didattica attiva, facendo entrare gli studenti dentro il testo e il testo dentro di loro. Ad esempio attraverso forme di riscrittura, facendo riscrivere l’episodio di Paolo e Francesca da un altro punto di vista, quello di Paolo, che nel testo non prende mai la parola. Oppure, ancora più difficile ma emotivamente più forte, facendo scrivere la storia d’amore direttamente a loro, fingendosi loro gli amanti. In fondo l’età lo permette, a sedici anni diversi ragazzi hanno già sperimentato la forza dell’amore, la passione che travolge, le delusioni. Ecco, mettere i testi in dialogo con l’esperienza dei ragazzi li rende vivi, ne fa toccare con mano e col cuore la forza espressiva.

Lo Stilnovismo e la donna angelo

L’episodio di Paolo e Francesca è ricco di citazioni intertestuali e riferimenti alla tradizione letteraria della lirica amorosa, ed è l’occasione per un riepilogo: il ciclo bretone, la scuola poetica siciliana, la poesia provenzale, lo stilnovismo. Dal riferimento alla canzone di Guinizzelli, Al cor gentile rempaira sempre amore, che c’è al verso 100 (“Amor, ch’al gentile ratto s’apprende), al trattato De amore di Andrea Cappellano, cui fa evidente riferimento il verso 103 (“Amor, ch’a nullo amato amar perdona”), dalla lirica cortese (ad esempio, Amore e poesia di Bernart de Ventadorn) al patto d’amore stretto da Ginevra e Lancillotto. Quindi la Divina Commedia come un testo che ne contiene altri, che riassume, fondendola, la tradizione precedente, per diventare poi essa stessa il punto di partenza della lingua e della letteratura italiana. A questo punto faccio un balzo in avanti e parlo agli studenti di Montale, leggo Nuove stanze, li porto nella Firenze del 1938, mentre si svolge l’incontro tra Hitler e Mussolini e il poeta chiede aiuto a Clizia, novella donna angelo, la sola a conoscere il senso di ciò che sta accadendo (“una tregenda” la definisce il poeta, cioè un convegno notturno di streghe e demoni) e la sola che può opporre i suoi occhi d’acciaio. Perché ad un passo dallo scoppio della Seconda guerra mondiale e nel pieno della dittatura fascista Montale ritorna a Dante e alla donna angelo?, domando ai miei studenti. Riflettiamo insieme sul compito che Montale assegna alla cultura e alla poesia, ovvero difendere l’uomo dalla disumanizzazione, dalla sua trasformazione in automa (qui mi aiuto con la lettura di uno dei mottetti delle Occasioni, Addii, fischi nel buio…), ma anche quello più alto di difendere un’intera civiltà dalla violenza del fascismo e dall’ignoranza della società di massa. E difendere la cultura significa anche difendere la tradizione letteraria.

La didattica interdisciplinare e le nuove tecnologie: Il canto V si presta benissimo ad una didattica interdisciplinare, coinvolgendo diverse discipline. Minosse ci riporta alla storia greca e alla letteratura latina, visto che compare nel VI libro dell’Eneide. Il “fatale andare” di cui parla Virgilio al v. 22, può stimolare un approfondimento sul passaggio dal concetto di fato a quello di provvidenza con l’avvento del Cristianesimo. E poi ci sono Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille, cioè un intreccio di letteratura, storia e mitologia. Ma è possibile fare anche una ricerca iconografica sulle raffigurazioni della storia di Paolo e Francesca in stampe, miniature e dipinti. L’intero poema si presta ad una lettura interdisciplinare, visto il suo carattere enciclopedico, e si potrebbero elencare altri confronti e approfondimenti: l’iconografia francescana col canto XI del Paradiso; il ritratto del principe Manfredi – canto III del Purgatorio – tra cavaliere ideale (“biondo era bello e di gentile aspetto”) e riferimenti al biblico David. E così via.

La didattica interdisciplinare dà più forza al testo in esame e dimostra, semmai ce ne fosse bisogno, la ricchezza e le potenzialità della letteratura italiana, e del poema di Dante in specie. Ci dice della centralità di questa materia, delle sue ramificazioni, in un momento in cui i ministri tagliano o pensano di ridimensionare le discipline umanistiche: è toccata alla musica e alla storia dell’arte, se ne parla per la filosofia e addirittura per la letteratura italiana. Mentre è evidente che bisogna andare in direzione opposta.

Inoltre, la didattica interdisciplinare, attraverso le nuove tecnologie, consente di far smontare e ricostruire il testo agli alunni: realizzando un powerpoint, un testo multimediale, un video, persino una rivista digitale (esperienza realizzata in una prima di quest’anno ma su un altro tema – il lavoro – coinvolgendo quasi tutte le discipline ). E si somma un altro vantaggio: l’uso di un linguaggio familiare per gli adolescenti. In terza, quest’anno, con diversi colleghi abbiamo utilizzato Facebook, creando una pagina chiusa a cui potevano accedere solo studenti e insegnanti, usandola per caricare lezioni di approfondimento, video, interviste, recensioni, per indicare link, ricevere dagli studenti relazioni e mappe concettuali, condividere informazioni, fare commenti e correzioni collettive, scrivere e riscrivere.

La conclusione non può che essere provvisoria, visto che per un’opera come la Divina Commedia le esperienze e gli esempi di didattica sono innumerevoli; credo, infatti, di averne lasciati fuori molti, ma spero di aver descritto lo spirito con cui tento di farla amare dagli studenti.

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