Giovanni Arpino Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giovanni-arpino/ un blog di approfondimento culturale Mon, 01 Jul 2024 07:03:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giovanni Arpino Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giovanni-arpino/ 32 32 “Azzurro tenebra” di Giovanni Arpino: un estratto https://minimaetmoralia.it/letteratura/azzurro-tenebra-di-giovanni-arpino-un-estratto/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/azzurro-tenebra-di-giovanni-arpino-un-estratto/#respond Mon, 01 Jul 2024 07:03:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53896 Pubblichiamo, ringraziando l'editore minimum fax, un estratto dal romanzo del 1977 di Giovanni Arpino Azzurro tenebra, uno dei pochi romanzi italiani dedicati al calcio. I protagonisti di questo brano sono Arp, l'alterego di Giovanni Arpino, e il Vecio, Enzo Bearzot, all’epoca viceallenatore della Nazionale

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Pubblichiamo, ringraziando l’editore minimum fax, un estratto dal romanzo del 1977 di Giovanni Arpino Azzurro tenebra, uno dei pochi romanzi italiani dedicati al calcio che declina il tema della delusione in chiave sportiva, raccontando la sconfitta della nazionale italiana ai mondiali del 1974 in Germania Ovest e la progressiva trasformazione del calcio in un’industria economica. I protagonisti di questo brano sono Arp, l’alterego di Giovanni Arpino, e il Vecio è invece Enzo Bearzot, all’epoca viceallenatore della Nazionale

*

C’era una luce viperina nelle chiome degli alberi ritagliati contro il tramonto. E Arp pensava: crepaste tutti, avessi la forza d’accopparvi, pietoso anche ma convinto, potessi cancellarvi dal primo all’ultimo, uomini donne neonati, infame marmaglia che impesti il Pianeta.

«Buono, Arp. Non fare l’energumeno. Non farti tornare la mania omicida», sogghignò il Vecio. Perché il Vecio possedeva la bizzarra qualità d’indovinare gli umori storti altrui.

«Zitto tu. Non sono un tuo centravanti», brontolò Arp.

Il Vecio scosse la mutria, rassegnato. Sembrava triste, ma se appena scopriva i denti in un sorriso, ecco che poteva incutere paura. In quell’attimo il volto, pur buono, avrebbe allontanato qualsiasi bullo da caffè: un calcio, durante lontane risse in area di rigore, aveva schiacciato il setto nasale del Vecio, che ora ostentava la maschera sorniona d’un pugile in guardia perenne. Sedevano su una panchina al limite del parco, lui e Arp. Ombre ambigue calavano tra querce e abeti. L’erba di smeraldo andava facendosi nera, scomparsi i cigni dal laghetto. Fiati di nebbia rotolavano nel prato e laggiù la sagoma in tuta seguitava a trottare, ogni tanto variando il disegno del suo balletto con rallentati calci nel vuoto, la gamba sinistra e poi la destra sparate come falci, e lunghi tremolii soddisfatti che salivano dalle caviglie ai muscoli dorsali, alla nuca.

«Undici come lui e non avremmo problemi», l’additò il Vecio.

Arp annuì, stringendo le spalle per il freddo. Anche il Vecio rabbrividì. Sotto il tessuto turchino della sua tuta ginocchia e tibie si profilavano come lame. Tra gli incisivi fece dondolare la sigaretta.

«Alla tua età, che è poi la mia, dovresti metterti una coperta sul groppone», derise Arp.

Lui seguitò a controllare il cronometro e l’esercizio dell’uomo al fondo del prato.

«Peccato che anche tu sia italiano», riprese Arp. «A quest’ora, con quel grugno, figureresti in qualche antologia dei cattivi di Hollywood. Con James Cagney: colletto duro e parabellum. Che ci fai qui? Non sei neanche il nemico pubblico numero due. Go home, Vecio. Saresti stato così bene alla guida d’un camion di whisky negli anni del proibizionismo».

«Ma lo sai che sono analcolico», rise l’altro.

«O santo Alfonso Maria de’ Liquori, protettore del doppio kümmel», sospirò Arp. «Non mi raccapezzolo più». «

Tu quoque?», trionfò il Vecio. «Anch’io mi sento sull’orlo del precipuzio».

Era un loro antico gioco quello di storpiare le parole, esasperando le bestialità sfuggite di bocca, durante le interviste, a tanti personaggi del mondo sportivo, presidenti e manager, allenatori e giocatori. La risata del Vecio si spense lentamente.

«Divertiti», continuò Arp. «E intanto io v’ammazzerei tutti. Dico sul serio. Uno sterminio con calibro 9, frecce avvelenate, bazooka, kriss malesi, tratti di corda, plutonio. O almeno buttandovi sotto il tram. Umanità, devi crepare in un diluvio di sterco».

«Non fare il malinconico. Arp, stai sognando i vecchi mattoni del paese in Italia. Un’antica piazza, un muro rosicchiato dove volano rondini. Siamo solo dei bambinacci», sussurrò il Vecio.

«Appunto. E non parlarmi in endecasillabi, capito?», minacciò Arp. «Vorrei che piovesse un diluvio cosmico, che precipitassero centauri ippogrifi orchesse basilischi minotauri sirene draghi. Che rioccupassero il mondo a furia di zanne. Vuoi capirla, Vecio? Tra un minuto i miei anni saranno cinquanta, nessuna gallina canta, e da qualche parte la Vecchia Strega con la falce s’è pur mossa per incontrarci. Tu ed io ignoriamo l’angolo dell’appuntamento, ma lei no, lei galoppa».

«Zitto, Arp. Speriamo di fermarla in tackle», digrignò il Vecio.

«Tu non starmi a sentire. Ma per troppo tempo ho creduto di poter mettere una ciliegina sulla torta del vivere. Ero nato per questo. Per regalare gioia. E invece? Vita assassina, e bisogna anche ridere, fare i forti. Abbiamo il collo sul ceppo e cantiamo. Che truffa, è stata. Che trappola. Non vorresti essere lo stregone di qualche tribù nella giungla? Io sì. Almeno crederei alle stelle. E invece devo essere qui, a Ludwigsburg, a sedici o diciotto chilometri da quella Stoccarda che fu patria al giovane Hegel. Sai cos’è successo ieri, a proposito di questo Hegel?»

«Dimmi tutto, Arp. Poi ti affibbio tre Ave Maria», masticò il Vecio.

«Eravamo a tavola, mangiavamo pane sospetto, nero, e un salame che gridava vendetta, sai come sono questi salami teutonici», si accalorò Arp. «Dico incautamente: Hegel di Stoccarda, e subito un imberbe collega scribacchino, una jena sempre a caccia di notizie scandalistiche per il suo giornalucolo farfuglia: Sarà mica un’ala destra del Bayern Monaco o del Borussia Moenchengladbach? Gli ho dovuto rispondere: Ma va’ sereno e impudico, fratello, era soltanto il capitano del defunto Philosophical and Balòn Club s.p.a., famoso per i tanti derby finiti tutti zero a zero con la Marx & Engels Society s.r.l.».

«Chissà se Platone avrebbe segnato su rigore contro Epicuro», sghignazzò il Vecio.

«Bello aver fatto il liceo. Dovrebbero darci una mutua privilegiata», riprese Arp.

Un improvviso silenzio li separò. L’uomo in tuta al fondo del prato si staccava da terra arcuandosi in volo come per colpire con la fronte un invisibile pallone. L’acqua del laghetto si era fatta liscia, bronzea, le lingue biforcute del tramonto tingevano in altri viola. Era giugno, due giorni prima Arp s’era dovuto comperare in un grande magazzino – additando, mostrando i denti in sorrisi ebeti a un donnone tedesco che aveva appena posato l’elmetto e si fingeva commessa – una berretta di lana da sciatore per ripararsi dal freddo. Arancione, roba da Saint-Moritz. Può servire anche quando il freddo si muta in caldo appiccicoso e regala reumi che stroncherebbero un rinoceronte. Cuffia di lana a metà giugno: per uno che se è in Italia si sente nordico, e che in certe lande deutsch si riscopre tanghero marino senza orrore di se stesso. «Ringrazia il cielo, Arp. Col tuo mestiere, o qui tra noi pellegrini del pallone o in qualche Vietnam. O qui a parlar football o a Roma a intervistare ministri dalla faccia d’olio di semi», sillabò il Vecio.

Lo so, lo so, andava accettando Arp. Ma avrebbe almeno voluto vincere l’accidia maligna che gli aggravava lo stomaco: una pietra lunare. Anche se grazie a quella pietra capiva i leoni, i bufali, stroncati su un fianco nel sonno da calura e che non muovono neppur coda e orecchi per scacciar le mosche. Si offrono alla morte pomeridiana, sognano di diventare scheletri.

«Capisci, Vecio? Annuso disfatta disastro défaite derrata. Il termine unno non lo conosco, gli Unni non avevano scrittura, beati loro. E poi questa Ludwigsburg copiata nostalgicamente da Versailles farebbe piangere il conte Dracula. Non senti odore di disfatta, Vecio? È unico al mondo, sa di letame liquido versato sulla carie d’un molare. Credimi».

«Madonna, madonna, centurie di madonne», alzò le braccia il Vecio. «Mi vuoi spaccare il cuore».

Batté l’unghia sul cronometro, si sporse in avanti per studiare la sagoma in tuta che ora ruotava su se stessa facendo perno su questa e poi quella caviglia.

 

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Le lettere scontrose di Giovanni Arpino https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/le-lettere-scontrose-giovanni-arpino/ https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/le-lettere-scontrose-giovanni-arpino/#comments Tue, 30 Jun 2020 12:00:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43644 “La vita o è stile o è errore”, si legge in Passo d’addio (Einaudi) di Giovanni Arpino, un bellissimo romanzo del 1986 che tratta il tema dell’eutanasia. Un libro, come spesso è accaduto con quelli scritti da Arpino, che ha anticipato i tempi. Questa frase mi è tornata in mente intanto che leggevo Lettere scontrose (minimum fax, 2020), raccolta della rubrica che l’autore tenne per Il Tempo, settimanalmente, tra l’ottobre del 1964 e il novembre del 1965. Nel caso di Arpino, la vita e la scrittura molto hanno avuto a che fare con lo stile, non conosco l’aspetto che riguarda (o che possa riguardare) l’errore, ma qui questo aspetto non ci interessa.

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“La vita o è stile o è errore”, si legge in Passo d’addio (Einaudi) di Giovanni Arpino, un bellissimo romanzo del 1986 che tratta il tema dell’eutanasia. Un libro, come spesso è accaduto con quelli scritti da Arpino, che ha anticipato i tempi. Questa frase mi è tornata in mente intanto che leggevo Lettere scontrose (minimum fax, 2020), raccolta della rubrica che l’autore tenne per Il Tempo, settimanalmente, tra l’ottobre del 1964 e il novembre del 1965. Nel caso di Arpino, la vita e la scrittura molto hanno avuto a che fare con lo stile, non conosco l’aspetto che riguarda (o che possa riguardare) l’errore, ma qui questo aspetto non ci interessa.

«Non cominci a leggere Dostoevskij se veramente non ne ha voglia. Non giudichi male le belle ragazze che le sbocceranno sotto il naso nelle prossime, inevitabili primavere». A Brigitte Bardot.

Giovanni Arpino è stato (è) un maestro di stile, non c’è un suo romanzo, racconto, articolo giornalistico che non sia stato scritto in maniera ineccepibile. La mano gentile ma ferma, la voce unica, le atmosfere, le descrizioni così efficaci. Lo sguardo. L’abilità nel tenere insieme i fili e i punti di vista dei personaggi. L’ironia e l’efficacia con cui si è occupato della narrazione sportiva. La capacità irrinunciabile di documentarsi, di conoscere bene ogni dettaglio, ogni storia, che fosse da reinventare per la narrativa o che servisse, come in queste lettere, come movente per scrivere a personaggi noti: attrici, attori, politici, calciatori, scrittori, registi e così via. E queste lettere sono scritte con uno stile meraviglioso che consente la cattiveria senza rinunciare al garbo, l’acume affonda mai per superbia, ma per chiarezza. La parola è sempre quella giusta, la rubrica di Arpino qui raccolta è letteratura allo stato puro.

La casa editrice minimum fax ha cominciato a ripubblicare da qualche tempo le opere di Arpino, che a troppi è ancora sconosciuto. Stiamo parlando uno dei più bravi scrittori italiani. Gente come lui, come Oreste Del Buono, capaci di scrivere bene, di scrivere di tutto. Arpino si metteva le mani in tasca e ti tirava fuori pagine indimenticabili.

«Cito i classici: Pelé: “Non penso mai a quello che farò una volta in possesso della palla. Gioco d’istinto, quasi ubbidendo a una voce interiore che muove i miei piedi nel verso giusto». A Pascutti.

Arpino pungola, rimprovera, consiglia, descrive personaggi notissimi in poche battute. Mette in luce un pregio, una carenza, dimostra come tutto sia in bilico. Le cose sono già evidenti, allora perché non raccontare a una o all’altra dove sta l’inciampo, il pericolo della caduta, la trappola dell’egoismo, l’eccesso di vanità. Spiega quando qualcuno è andato oltre, quando una dovrebbe andarci, dice a lei la misura, all’altro suggerisce decisione. A chi dimostra la troppa onestà, a chi il contrario. Conclude sempre con frasi come “Creda all’augurio di Giovanni Arpino” o “Accolga l’augurio di” o ancora “Creda tuttavia al saluto di”

Tra quelli trattati “peggio” c’è Vittorio Gassman, che non è Sordi da un lato e non è Tognazzi dall’altro «Lei pilucca le briciole d’un piatto stanco, a cui assai di rado ha portato qualcosa si personale». Gassman non la prese benissimo. Una delle più belle è la lettera ad Aldo Moro paragonato a Trofimovič, un personaggio de I Demoni. Un Moro che non fa perché incapace di sporcarsi, premier fantasma, lo appella. Più avanti la lettera a Charlie Chaplin, dove a un certo punto si legge:

All’amore che noi le portiamo da anni, signor Chaplin, questo libro non aggiunge nulla, semmai, per qualche verso, scalfisce, riduce l’impeto, l’ingenuità. A lettura finita, una persona di cuore candido ha i diritto di domandarsi: ma perché l’ha scritta?

Arpino rimprovera Chaplin per la sua biografia, senza difetti, senza nulla che sia andato storto, senza anima. Stupendo il parallelo tra Bardot e Loren in due diverse lettere. Arpino preferisce la prima, tuttavia non discute la bravura dell’altra. Bardot cui consiglia di non perdersi di restare colei che non se ne cura. Loren cui consiglia di dichiarare nelle tasse qualcosa che si avvicini di più ai reali guadagni. Meravigliose le lettere a Tommaso Landolfi, Maria Callas e a Totò. Di quest’ultima lettera, nel libro, troviamo anche la bellissima risposta dell’attore napoletano.

Un uomo solo al Quirinale, qui un’altra bella lettera  Saragat. Carezze, punzecchiature e qualche schiaffo, ma a Landolfi, Arpino, manda un abbraccio. In quella lettera ci sono Gadda e Cassola, Pratolini, Platone, De Sanctis, Lucáks, Ungaretti, Gogol e Musil. Un piccolo gioiello di scrittura inviato a chi, Arpino, considera il più grande.

E ancora Liz Taylor, Sinatra, Omar Sivori, quello vecchio, quello del Napoli, meno fuoriclasse, più determinato e migliore, per Arpino, i Beatles e Sartre, Jeanne Moreau. Federico Fellini e Claudia Cardinale, Dario Fo, Virna Lisi, De Gaulle e l’immenso Guido Piovene.

Arpino scrive lettere ma racconta il paese e mostra il suo modo di lavorare, scrupoloso e attento. Fa una cosa che oggi sarebbe impossibile, ci sarebbero sommosse, cori degli offesi e chissà quale altra insopportabile banalià. Usa la perizia di chi non può fare a meno di documentarsi e solo a quel punto sceglie di non ricorrere a ciò che sa, come il poeta che non può ignorare la metrica ma può (conoscendola) scegliere di non usarla.

«C’è più grazia nel suo viso talvolta massacrato, nei suoi capelli senza un colore preciso che in tante levigate statue senza volto, capaci solo di svanire al primo alito». Scrive nella lettera a Jeanne Moreau, sono passati sessant’anni e siamo d’accordo con lui, oggi più che mai. La lettera a Maria Bellonci sul Premio Strega potrebbe essere scritta oggi, ci eviterebbe di annoiarci sui giornali che parlano dei meccanismi del premio. E soprattutto vi si legge una perla sulla morte del romanzo, già negli anni sessanta. Viene da ridere, Arpiino sapeva trovare il lato comico delle cose, importante quanto l’aspetto drammatico.

Lettere scontrose è un libro stupendo di uno scrittore di cui vale la pena leggere tutto ciò che si può. Chi non l’avesse mai fatto può cominciare da qua.

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L’inquieta felicità di Giovanni https://minimaetmoralia.it/letteratura/linquieta-felicita-giovanni/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/linquieta-felicita-giovanni/#comments Tue, 31 Jul 2018 11:24:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37871 di Stefano Felici

Non avrebbe dovuto picchiare a sangue, davanti a tutti, nel locale, quel tale di nome Luigi; ma il tipo aveva offeso un po’ troppo alla leggera la sua amica Giovanna, una prostituta che qualche giorno prima gli aveva fatto la cortesia di rammendargli una camicia. Spavaldo e istintivo com’è, non gli è riuscito di starsene fermo e buono.

Ora Giovanni è rintanato nella minuscola stanza della pensione in cui alloggia da qualche settimana. Ha paura che Luigi, e con lui i suoi sgherri, lo possano braccare appena messo il naso fuori dalla porta, addirittura per ammazzarlo a coltellate.

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di Stefano Felici

Non avrebbe dovuto picchiare a sangue, davanti a tutti, nel locale, quel tale di nome Luigi; ma il tipo aveva offeso un po’ troppo alla leggera la sua amica Giovanna, una prostituta che qualche giorno prima gli aveva fatto la cortesia di rammendargli una camicia. Spavaldo e istintivo com’è, non gli è riuscito di starsene fermo e buono.

Ora Giovanni è rintanato nella minuscola stanza della pensione in cui alloggia da qualche settimana. Ha paura che Luigi, e con lui i suoi sgherri, lo possano braccare appena messo il naso fuori dalla porta, addirittura per ammazzarlo a coltellate.

Dovevo prenderle. E tutto per una birra che Luigi il catanese aveva offerto e poi rifiutato di pagare. E aveva offeso Giovanna, l’aveva riempita di parolacce che a Giovanna non avrebbero fatto fatto né caldo né freddo, ma non lì, davanti a tutti, nel caffè, con gli uomini ai tavoli che ridevano, persino Aldo il barista rideva, finché Giovanna innaffiò il catanese con la bottiglia del seltz.

È questo il presupposto iniziale, comico, amaro e teso, del libro d’esordio di Giovanni Arpino, “Sei stato felice, Giovanni”, pubblicato da Einaudi nella collana dei Gettoni nel 1952, e  – giustamente – ripescato quest’anno da minimum fax per un’altra importante collana – quella dei minimum classics.

Elio Vittorini – nel ‘52 a capo dei Gettoni – se ne innamora in maniera incondizionata e decide di pubblicarlo. La storia raccontata non è particolarmente originale (tanto è intrisa di letture e riferimenti ai vari Hemingway, Faulkner e il Fante di Chiedi alla polvere, quest’ultimo tradotto in italiano proprio da Vittorini nel ‘41), né prevede intrecci clamorosi o inaspettati: è soltanto il resoconto di un giovane vagabondo che si arrabatta come può durante il magro periodo del secondo dopo-guerra.

Un romanzo neorealista, dunque verosimile e colmo di povertà, sporcizia, e vicoli umidi, piazze assolate e polverose, vecchi a dormire sulle panchine coi giornali in testa; quelli di una Genova che fa da sfondo ma, molto spesso, penetra nelle ossa dello stesso Giovanni, che non può che percorrerla da una parte all’altra: una volta alla ricerca di un lavoretto, un’altra per trovare posto a scrocco in trattoria, oppure per incontrarsi coi suoi compagni, sodali di sventure, fame nera e pance vuote. Lui, Giovanni, è “il Bello” (soprannome che gli viene dato senza particolari meriti: forse solo perché giovane): poi ci sono Mario, il vecchio, e “Mangiabuchi”, così chiamato per via del suo lavoro da saltimbanco – in uno dei suoi numeri, oltre a ingoiare rane vive per poi ricacciarle, sempre vive, fuori dall’esofago, manda giù un’intera catena. Grosso e burbero, dal cuore tenero, ricorda persino, a tratti, e anche per via del “bianco e nero” del romanzo, lo Zampanò de La strada di Fellini.

La storia, pur essendo ben calibrata nei tempi d’azione e in quelli morti, non presenta invenzioni o colpi di scena imprevedibili; è la scrittura, la voce a fare di questo libro un classico irrinunciabile nel canone dei romanzi di formazione italiani. Lo spunto per la narrazione viene da alcune letture dei pesi massimi della letteratura nord americana, e anche lo stile sembra subire la stessa sorte; ma la lingua, essendo meno universale del linguaggio narrativo in sé, porta a degli esiti sensibilmente diversi, in cui Arpino riesce a dare il giro giusto alle sue frasi, ai suoi periodi, ai capitoli, alcuni brevissimi, altri molto lunghi, e così via, fino a un intero racconto che sotto questo aspetto è sì originale, convincente e di un fascino tutt’oggi indiscutibile.

La scrittura è giovane (Arpino scrisse questo libro a ventitré anni, e non aveva nessuna intenzione di fingersi più grande di quel che era), fresca, e tende a rompere gli schemi d’eleganza letteraria della più classica prosa ormai considerata stantia; in questo, somiglia molto al Giovane Holden di Salinger, che in america esce un anno prima, e che dei giovani irriverenti iconoclasti in letteratura diverrà – suo malgrado – proprio la principale icona.

Le parole usate sono semplici: spesso si registra una forte mimesi col parlato, fallace in quanto a grammatica – sia nei discorsi diretti che nel racconto in prima persona di Giovanni. L’azione è incalzante quando bisogna, e il ritmo è ben dosato tra periodi brevi, a volte secchissimi, e lunghi periodi intricati, a flusso di coscienza, o forse, meglio, a ruota libera – dacché Giovanni non entra mai fin troppo a fondo nei suoi pensieri: vuol giocare a esser superficiale, e molte volte lascia parlare il vino al posto suo: «Ciao Giovanna che non porti il rossetto, che raccogli marinai, che non hai voluto salire fino a questo letto, che scrivi biglietti postali celesti alla sorella di Sassari, che mi hai rammendato la camicia, che mi sei debitrice di duecento lire, che mi hai regalato due, no, tre “nazionali”, ciao, cara amore va’ all’inferno puttana prima che mi innamori.»

Per più della metà del romanzo, Giovanni e il suo raccontare a volte sincopato e minimale, altre rilassato e un po’ brillo, portano a zonzo il lettore per Genova: una città portuale dai mille odori e dai colori grigio-bluastri, certi giorni in discesa ma la maggior parte in salita, città cangiante, che cambia però in base alle fortune e allo stato d’animo di Giovanni: i due soggetti non sono mai uguali a sé stessi a ogni nuovo capitolo.

Tra una piccola avventura finita male e un pasto a base di rane e gatti da far venire il voltastomaco, Giovanni, costantemente stordito dal vino, riesce sempre a trovare un’eco di felicità lontana, ed è questa la sua fortuna: pur vivendo nell’indigenza più nera, pieno di debiti e costretto a dormire di nascosto in un magazzino interrato, sentirsi vivo è ciò che più conta; sentirsi vivo e costantemente alla ricerca di un domani migliore – lo slancio verso felicità è ciò che lo rende allegro e riconoscente verso il mondo. È per questo motivo, per questo inaffosabile aspetto del suo carattere, che una rischiosa missione per mare insieme a una piccola banda di contrabbandieri diventa per lui un’esperienza da cui trarre pagine bellissime – farne un’estetica; una felicità.

Camminammo a lungo finché le case si fecero rade sulla collina, le luci del porto laggiù dietro le nostre spalle erano piccole e numerose, camminammo finché il rumore della città fu solo più un ronzio, poi silenzio nella sera rotto dal vento sul mare e negli alberi lontani nel buio. […] La barca era umida e aveva il buon odore delle cose che conoscono il mare da sempre. L’altra barca ci veniva dietro a pochi metri, macchia nera a dondolo sull’acqua di luna.

Dopo aver racimolato un bel gruzzolo in seguito al colpo messo a segno, Giovanni e la sua voce, poco a poco, cambiano intonazione – cambia persino il punto di vista su sé stesso, quindi sulla città. I rapporti con le donne, fino a quel momento marginali, diventano il centro di tutto: Giovanni conosce Maria, una donna più grande di lui che immediatamente diventa la sua amante. Ora Giovanni ha soldi, amore, stabilità emotiva; ma qualcosa è cambiato. Forse è tutto troppo inaspettato, perfetto; e dentro gli rimane un vuoto, una paura: «Paura di tutte le cose e di e di me. Avevo coraggio prima che non avevo niente. Avevo solo coraggio ed ero povero in tutto. Adesso ho te e qualche soldo e niente più coraggio.» La felicità di cui poteva esser certo persino mentre affondava i denti in una coscia di gatto è andata via. Perduta.

Giovanni, votato all’inquietudine, che nel suo mondo combacia perfettamente con la felicità, si sente come un fantasma, separato da sé stesso, ed è così che procede anche nell’ultima parte del racconto, indugiando spesso su lunghe descrizioni di paesaggi, della sua amata, della casa in cui si è stabilito, dei posti che vede sfuggirgli di lato seduto in carrozza. Forse Giovanni non è più felice. Lo è stato, di sicuro. Ma bisognerà rimediare: non si cambia mica così facilmente il carattere – neanche a vent’anni. Giovanni, l’archetipo del guitto vagabondo, ci pensa un po’ – giusto il tempo di ritrovare la sua voce. E decide che è tempo di andarsene, per ritrovare la sua felicità inquieta.

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Letteratura e calcio https://minimaetmoralia.it/libri/letteratura-e-calcio/ https://minimaetmoralia.it/libri/letteratura-e-calcio/#comments Wed, 18 Jun 2014 09:20:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21590 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

di Francesca Serafini

“Raccogliere scritti sul calcio è un po’ come raccogliere conchiglie in riva al mare: ne trovi sempre, ogni mareggiata ne porta di nuove, e ciascuno se ne può sbalordire come fosse la prima volta”. Esordiva così Sandro Veronesi nella sua Prefazione a “Panta Calcio” (Bompiani, da qui in poi PaC), uscito alla vigilia dei Mondiali di Francia del 1998. A distanza di sedici anni, proprio quando ci prepariamo a barattare ore di sonno con le emozioni di un altro campionato a molti fusi orari da qui, la similitudine è tanto più valida perché ad arricchire il panorama di scritti calcistici di vario tipo che continuano a essere pubblicati su quotidiani, riviste o libri, ora ne circolano molti altri anche in rete, nei siti (come www.ultimouomo.com) o nei blog (come www.lacrimediborghetti.com) che sono sorti nel frattempo.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Immagine: Slinkachu. Fonte)

di Francesca Serafini

“Raccogliere scritti sul calcio è un po’ come raccogliere conchiglie in riva al mare: ne trovi sempre, ogni mareggiata ne porta di nuove, e ciascuno se ne può sbalordire come fosse la prima volta”. Esordiva così Sandro Veronesi nella sua Prefazione a “Panta Calcio” (Bompiani, da qui in poi PaC), uscito alla vigilia dei Mondiali di Francia del 1998. A distanza di sedici anni, proprio quando ci prepariamo a barattare ore di sonno con le emozioni di un altro campionato a molti fusi orari da qui, la similitudine è tanto più valida perché ad arricchire il panorama di scritti calcistici di vario tipo che continuano a essere pubblicati su quotidiani, riviste o libri, ora ne circolano molti altri anche in rete, nei siti (come www.ultimouomo.com) o nei blog (come www.lacrimediborghetti.com) che sono sorti nel frattempo.

Orientarsi non è semplice: soprattutto se si è in cerca di bellezza; dal momento che la suggestione del tema non basta in sé a rendere questo tipo di letteratura – usando il termine come si fa nel diritto o nella medicina, per esempio, per intendere l’insieme degli scritti di una data disciplina su un certo argomento – letteratura tout court. Tra molti dei testi sul calcio in circolazione e la Letteratura sul calcio, infatti, c’è un po’ la stessa differenza esistente tra la cronaca – per quanto dolorosa e coinvolgente nel ricordo della barbarie – del rapimento di Dori Ghezzi e di Fabrizio De André e ciò in cui l’ha trasformata il cantautore genovese nell’album a tutti noto come Indiano (1981). E quella differenza è l’arte, sempre affidata, proprio come in una partita di calcio, al gesto e all’intuizione dei fuoriclasse: alla loro formidabile tecnica (e da questo punto di vista, se pensiamo al lavoro di Gianni Brera sulla lingua, si capisce che il campione, quando c’è, è in grado di smarcarsi da ogni smania tassonomica: Brera è uno scrittore o un giornalista? De André, il cantautore che si diceva o un poeta?).

A leggere le pagine sul calcio di Soriano, di Bolaño, di Marías, di Peace o – per guardare anche in casa nostra – di Pasolini (quello che una volta aveva assegnato ai suoi studenti il tema “Ringraziamento a Umberto Saba per le sue poesie sul calcio”), non c’è il rischio di incorrere in delusioni, sebbene scrivere di calcio sia difficile, come sottolineano due scrittori molto distanti tra loro. Da un lato Giovanni Arpino che, in una lettera indirizzata a Soriano (allora poco più che esordiente), durante la gestazione del romanzo Azzurro tenebra (Einaudi, 1977) – la storia tribolata dell’Italia ai Mondiali di Germania del 1974 – scrive: “È ambientato nel mondo del calcio, che in Italia (non solo in Italia, però) è molto complesso, acqua che scappa dalle mani”. E dall’altro lato, Enrique Vila-Matas, secondo cui – come ricorda Massimo Raffaeli nella raccolta mirabile La poetica del catenaccio (Italic, 2013) – “il calcio è una realtà autocentrata, un fenomeno auto-evidente”, e allora “raccontarlo non è più possibile”.

Eppure – si diceva – nonostante questa dichiarata difficoltà (o magari invece proprio in virtù della sfida che comporta), di calcio si continua a scrivere molto e in tanti modi diversi. C’è chi lo racconta in una dimensione privata, famigliare, che poi è il contesto in cui nella maggior parte dei casi si sviluppa questa passione: come Fernando Acitelli nelle poesie struggenti dedicate al padre in Epilogo in cielo (PaC). E c’è chi, come Carlo D’Amicis, offre due diverse declinazioni di questo tema. Da un lato un racconto di finzione in cui il calcio fa da sfondo a una storia più ampia, come fissazione del suo protagonista, nel Ferroviere e il golden gol (Transeuropa, 1998); e dall’altro lato il racconto di un eroe – come sempre vengono vissuti dai tifosi i loro campioni – in Ho visto un Re. Luciano Re Cecconi, l’eroe biancoazzurro che giocava alla morte ed è morto per gioco (Limina, 1999). Che poi è anche la variante più diffusa tra gli scritti di calcio, anche perché, come ci ha spiegato Eduardo Galeano in Gli abitati (in PaC, trad. E. Pintor): “Dentro alcuni atleti, abita una folla, una moltitudine di gente. E quando i discriminati, i disprezzati, i condannati al fallimento eterno si riconoscono nel successo di un eroe solitario, in questo trionfo pulsa, in qualche modo, la speranza collettiva”.

È questo il caso di uno degli eroi più fascinosi – il filosofo, il medico, la bandiera del Corinthians – a cui è dedicato il libro di Lorenzo Iervolino Un giorno triste così felice. Sócrates, viaggio nella vita di un rivoluzionario (66th and 2nd, 2014); e tanti altri sono i protagonisti di questa straordinaria epopea nell’ultimo libro di Giancarlo Liviano D’Arcangelo Gloria agli eroi del mondo di sogno. Il gioco del calcio. Racconto fantastico di un universo mitico (Il Saggiatore, 2014), che insieme mostrano la validità dell’idea di Vila-Matas del calcio come racconto in sé, forma di narrazione (e dunque – non bisogna avere paura a dirlo – di arte, quando i suoi interpreti sono quei campioni lì). Motivo per cui ogni tentativo di raccontarlo diventa immediatamente mise en abyme, operazione metanarrativa, che moltiplica a sua volta le possibilità di rimandi e di intermittenze.

Un gioco di specchi che, quando riesce, può determinare nel lettore-tifoso – in ogni appassionato di calcio e di letteratura insieme – lo stesso sconvolgente rimescolamento che determinano per esempio le pagine di Noa Noa (Passigli, 2000, trad. M. C. Marinelli) di Paul Gauguin, a leggerle sdraiati in riva al mare (lo stesso che porta le conchiglie di cui parlava Veronesi), quando si arriva al punto in cui – nella descrizione di Tahiti che si sporge sull’orizzonte da Morea – uno, avendo la fortuna di trovarsi proprio lì, alza gli occhi e la riconosce. Legge Tahiti e intanto la vede. Qualcosa di simile a quell’emozione, insomma, ma accessibile a tutti, perché a un costo infinitamente più contenuto rispetto a un viaggio in Polinesia, come quello di uno dei libri che hanno raccolto la sfida di Vila-Matias e sono riusciti a vincerla.

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La razza operaia e la Lega https://minimaetmoralia.it/libri/la-razza-operaia-e-la-lega/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-razza-operaia-e-la-lega/#comments Thu, 09 Jul 2009 08:20:51 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=230 Questo articolo è stato pubblicato dal Riformista il 10 giungo 2009. Gli operai votano a destra, gli operai sono di destra. Al di sotto dell’ottundimento collettivo prodotto dal caso-Noemi, questa sembra essere la sola, unica verità “sociologica” di questi tempi, tanto da spingere persino Liberazione a non riconoscerli più, a darli per persi, a decretare con sgomento […]

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Questo articolo è stato pubblicato dal Riformista il 10 giungo 2009.

Gli operai votano a destra, gli operai sono di destra. Al di sotto dell’ottundimento collettivo prodotto dal caso-Noemi, questa sembra essere la sola, unica verità “sociologica” di questi tempi, tanto da spingere persino Liberazione a non riconoscerli più, a darli per persi, a decretare con sgomento il loro amore con “gli imprenditori che li licenziano e li mandano a morire sul posto di lavoro.”

Per chi si colloca sul filone del post-operaismo, è dura dover riconoscere che gli operai di oggi non sono neanche lontani parenti degli Operai di cui parlano i propri testi di riferimento, della “rude razza pagana” esaltata da Tronti. Ancor più duro – forse – è digerire il fatto che quell’astratta rude razza non è mai esistita in natura. La “cultura proletaria” e “la “coscienza operaia” non esistono, se non in rarissimi momenti. E, quando ci sono, sono il risultato di un lungo lavoro politico e culturale più che di un forte sussulto sociale. I sussulti radicalizzano le posizioni, in un senso come nell’altro; la creazione di una coscienza è frutto di un processo più complesso, e spesso sotterraneo.

Due libri usciti quasi in contemporanea permettono di vedere la questione da un punto di vista particolare. Stranamente, ripubblicati negli stessi giorni, i due libri furono anche scritti nello stesso periodo (prima metà degli anni sessanta) e nella stessa città (la Torino industriale nel pieno del boom). Sono un romanzo di Giovanni Arpino, Una nuvola d’ira (edito ora da Bur, ma uscito per la prima volta nel ’62) e un’inchiesta di Goffredo Fofi, L’immigrazione meridionale a Torino (presentato ora in nuova edizione da Aragno). Entrambi i volumi, allora, furono osteggiati dalla sinistra ufficiale. Quello di Arpino per motivi che ricorda lo stesso autore: “Gli strateghi di un sinistrese appena nato mi bollarono di provincialismo operaio, di surrealismo periferico, di mistificazione dei grandi sentimenti di classe.” Quello di Fofi perché “oltre che parlar male della Fiat, osava parlar male anche del Pci, che niente faceva per gli immigrati”. Il libro uscì per la Feltrinelli sono nel 1964, dopo che – creando all’epoca un caso editoriale – l’Einaudi, che pure lo aveva commissionato, aveva rifiutato di stamparlo. All’interno del cenacolo einaudiano, erano favorevoli alla sua pubblicazione Fortini, Cases, Mila, e soprattutto Panzieri e Solmi. Contrari, e alla fine ebbero la meglio, Bobbio, Venturi, Calvino, Bollati, Cantimori.

Perché questi libri, pur molto diversi tra loro, erano così fuori dal coro? Perché ritraevano degli operai in carne e ossa, con la “o” minuscola, senza esaltazioni ideologiche né moralismi, avendo ben presente, come scrive Massimo Raffaeli nella prefazione alla nuova edizione di Una nuvola d’ira, che la coscienza di classe non è “un dato acquisito una volta per sempre ma, semmai, il risultato di una dolorosa metabolizzazione”.

Arpino ritrae un triangolo amoroso tra una giovane operaia (Sperata) e due proletari di diversa età: Matteo (un ex-partigiano delle Langhe, taciturno e disincantato, suo marito) e Angelo (un venticinquenne settario e logorroico, il suo amante). Alla fine Matteo muore tragicamente in un incidente in moto, dopo essere scappato dall’ospedale dove era ricoverato, e Angelo e Sperata si ritroveranno soli, in qualche modo complici e causa, con il loro tradimento, di quella morte-sucidio. Il fulcro del romanzo è tutto nella nevrosi di Angelo e Sperata: due giovani operai che pretendono di essere diversi, e lo pensano ideologicamente, ma sono irresistibilmente attratti da tutto ciò che abbia a che fare con la società dei consumi (soprattutto Angelo: è stato spedito in un reparto-confino, ma è ossessionato dai motori). Due alienati, spesso insopportabili, eppure profondamente umani, tanto quanto il terzo protagonista, il “fossile” partigiano.
L’inchiesta di Fofi parla invece dei meridionali a Torino, e di una città che in soli dieci anni ha visto cambiare radicalmente il proprio volto, vedendo cambiare radicalmente la propria classe operaia. I nuovi operai sono quasi sempre ex-braccianti che vengono dall’Appennino meridionale o dai grandi borghi agricoli (soprattutto pugliesi) che non riescono ad assorbire la propria forza lavoro. L’abbandono del paese, di un Sud per certi versi ancora arcaico, e l’ingresso in fabbrica, sancisce l’accesso alla società italiana, segna i primi contatti con il sindacato e con la politica in un contesto urbano e industriale, non più rurale e bracciantile. Eppure – come Fofi illustrava in oltre trecento pagine di inchiesta – tutto questo non voleva dire assolutamente creazione automatica di una coscienza politica, né tanto meno di una incondizionata adesione ai partiti di sinistra. La Torino dei primi anni sessanta è la Torino degli incidenti di Piazza Statuto, un moto di ribellione cui parteciparono in prima fili molti operai meridionali. Furono accusati di teppismo e, a sinistra, di essere addirittura manovrati dai “padroni”. Ma questa era una spiegazione semplicistica. Come scrive Fofi, c’era un carico di insoddisfazione, frustrazione, isolamento che non aveva trovato sfogo, o casa, nelle organizzazioni esistenti e che verso la fine degli anni sessanta – straripando – avrebbe imboccato altre strade: “Questi giovani furono, a Torino e altrove, al centro dell’autunno caldo, che sembrò a tutti un momento trionfale per la storia del nostro movimento operaio e fu invece il principio della sua crisi, trasformazione e fine, in un mondo in cui la fabbrica avrebbe contato sempre meno.”

Il romanzo di Arpino e l’inchiesta di Fofi nascono in una società in piena crescita e rimescolamento, in una città in cui la domanda di lavoro superava costantemente l’offerta. Ora siamo in una situazione diametralmente opposta, eppure entrambi i libri ci dicono qualcosa sugli operai, e sul rapporto tra operai e sinistra. Allora chiedevano principalmente un lavoro e una casa, oggi declinano l’idea di sicurezza in altri modi che non paiono più di sinistra, anche perché ci sono altri immigrati a occupare l’ultimo anello della catena, anche nelle fabbriche. Eppure, più che di articoli frettolosi, per capire cosa pensano, cosa vogliono, dove vanno gli operai ci vorrebbero inchieste corpose e dettagliate come quelle di Fofi. O romanzi che non dicano le solite cose sul precariato, ma che provino a scavare un po’ più a fondo, nella testa delle donne e degli uomini.

 

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