Giovanni Comisso Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giovanni-comisso/ un blog di approfondimento culturale Wed, 03 Apr 2019 13:40:46 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giovanni Comisso Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giovanni-comisso/ 32 32 Comisso e Parise tra Bacco e Venere https://minimaetmoralia.it/letteratura/comisso-parise-bacco-venere/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/comisso-parise-bacco-venere/#comments Wed, 03 Apr 2019 13:39:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39895 di Dario Borso

È noto che, alle nozze svoltesi il 29 agosto 1957 tra Parise e la bella Mariola, Comisso fece da compare allo sposo, donandogli per l’occasione un anello costituito da: giada acquistata in Cina raffigurante un libro + montatura d’oro ottenuta per fusione dei pennini delle stilografiche con cui aveva scritto i suoi libri. Meno si è meditato invece sul senso del dono, peraltro lampante: l’ultrasessantenne Comisso passa le consegne tecniche al suo giovane pupillo, cui indica pure l’Oriente come meta. Questo bisogno di figliare (così classicamente pederastico) fu una costante del trevisano, che già nel 1946 aveva battezzato in casa Giuseppe Berto, pubblicandogli l’opera prima Il cielo è rosso.

Certo che quello con Parise fu un gran colpo di fulmine, se giusto chiuso Il prete bello, Comisso si precipitò a Vicenza per incontrare l’autore, ahimè assente. L’incontro era solo rimandato di poco: a metà luglio 1954 infatti  Comisso presentò Parise a S. Pellegrino, in un convegno dove, tra altre coppie, Ungaretti presentò Zanzotto.

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di Dario Borso

È noto che, alle nozze svoltesi il 29 agosto 1957 tra Parise e la bella Mariola, Comisso fece da compare allo sposo, donandogli per l’occasione un anello costituito da: giada acquistata in Cina raffigurante un libro + montatura d’oro ottenuta per fusione dei pennini delle stilografiche con cui aveva scritto i suoi libri. Meno si è meditato invece sul senso del dono, peraltro lampante: l’ultrasessantenne Comisso passa le consegne tecniche al suo giovane pupillo, cui indica pure l’Oriente come meta. Questo bisogno di figliare (così classicamente pederastico) fu una costante del trevisano, che già nel 1946 aveva battezzato in casa Giuseppe Berto, pubblicandogli l’opera prima Il cielo è rosso.

Certo che quello con Parise fu un gran colpo di fulmine, se giusto chiuso Il prete bello, Comisso si precipitò a Vicenza per incontrare l’autore, ahimè assente. L’incontro era solo rimandato di poco: a metà luglio 1954 infatti  Comisso presentò Parise a S. Pellegrino, in un convegno dove, tra altre coppie, Ungaretti presentò Zanzotto. Nella sua relazione, con pochi tocchi sbarazzini il grande vecchio (il migliore in assoluto dei narratori veneti, secondo una definizione data da Rigoni Stern poco prima di morire) esaltava il proseguirsi di una linea veneta che, iniziatasi dalle relazioni degli ambasciatori della Serenissima, per Nievo giungeva fino a… Goffredo, appunto.

Da quanto s’è detto, si capisce che il Parise amato da Comisso fu quello del Prete bello, mentre manco è sicuro che abbia letto i due romanzi precedenti, Il ragazzo morto e le comete (1951) e La grande vacanza (1953). Si può ora aggiungere che anche in seguito sarà così, nel senso che tanto Il fidanzamento (1956) quanto Atti impuri (1959) nulla aggiungeranno al giudizio, mentre Il padrone (1965), ultimo romanzo di Parise d’ambientazione milanese (unico dunque non-vicentino) e d’impostazione moraviana, toglierà assai, e non solo al giudizio ma ancor più all’amicizia.

Non che fossero mancati screzi anche prima, e uno piuttosto grave tra il 1959 e il 1960, quando Comisso tentò di imporre al presidente delle Longanesi Mario Monti Il soldato nudo, opera prima di Giampiero Bona che Parise, all’epoca braccio destro di Monti, reputò “non eccezionale”, attirandosi le ire del mentore. Ma fino al 1964 appunto l’amicizia tiene, nutrendosi per varie vie dell’humus veneto; e a dimostrarlo è questo breve scambio epistolare.

Lettere di Comisso a Parise non ce n’era, finché Manuela Brunetta del Centro Parise di Ponte di Piave ne ha scovata una entro un libro gaddiano appartenente alla biblioteca di Parise.

Di lettere di Parise a Comisso ne risultavano 34, di cui 32 pubblicate da Piero Urettini e 2 da Ilaria Crotti.  Ora, ispezionando il medesimo Archivio Comisso della Biblioteca Comunale di Treviso  ma attingendo da un altro fascicolo, ne ho scovata una trentacinquesima, che è la risposta all’altra.

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                                                                              22.XII.6,  S. M. del Rovere Treviso

Mio caro Edo, se vuoi il Tocai del Conte Attimis[1] di Buttrio che è il migliore, costa £. 320 alla bottiglia e puoi averne subito un assaggio di 12 bottiglie che ti faccio spedire dal Sig. Rossi di Treviso, che ne à il deposito, contro assegno. Dammi il via e il vino parte. Sono stato a Vicenza con Alfredo[2] e il Conte Perusini[3], il quale deve fare pubblicare un libro di ricette della cucina friulana compilate da sua madre, presso Neri[4]. Neri mi à fatto vedere tutti i libri stampati da lui: una meraviglia. È straordinario.

Poi tutti assieme li ò portati in Corso Padova 18 dalla mia vecchia amica Guerrina De Vettori. Prima cosa la casa (la stamberga) dentro al cortile di un vecchio palazzo (che lo stesso Scapin[5] non conosceva) fece a tutti gridare, io in testa: questa è la Vicenza di Edo. Tu avessi visto, ossia tu l’ài già visto. Cumuli di biciclette vecchie, ballatoi, gente povera di famiglie che si odiano tra loro, brave massaie, mistiche e puttane, saffiche diventate idoli delle giovanette, lei poi, la Guerrina, che non si sapeva se era uscita da un manicomio, da un carcere o da una emigrazione in Svizzera. Di una memoria limpidissima ricordava tutte le lunghe estati calde passate con lei a Vicenza negli anni della guerra. Tutte le sue amiche che concedeva a noi, ora sono oneste donne con 7 o 8 figli. Pensa in questa sua grande stanza a piano terra: una poltrona settecentesca che offriva a tutti, un albereto di natale, tre letti disfatti, un tavolo con bicchieri sporchi bottiglie e fiaschi vuoti, un’aringa salata. Su una sedia un catino con acqua sporca. E fuori sulla portiera in gingillo natalizio una lampadina con grandissimo paraluce di cartone pendeva dal soffitto. Diceva che ora va a messa tutte le mattine. Una donna che tu devi vedere. Legge romanzi gialli. Un grande volto tra capelli bianchi tagliati corti, grandi occhi chiari, mammelle sode e spaziose, corpo immenso. E parlò sempre lei senza una inflessione dialettale, volubile, spigliata, affettuosa, considerava Virgilio un ragazzino. Vieni su per vederla e contemplarla. Tutti erano istupiditi.

Non ò visto Mariola perché la giornata fuggì via rapida. Il giorno 8 gennaio vado a Milano per regolare tante cose con Monti[6]. Non pare sia completamente stordito dal nuovo amore che segue come un cagnolino da per tutto. Ti abbraccio

                                                         tuo Giovanni

 I tuoi ànno trovato casa[7], ma un appartamento al 4° piano senza ascensore e senza riscaldamento centrale. Ve n’erano di migliori ma tua madre à voluto così.

 * * *

                                                                          Roma, 2 dicembre

Carissimo Giovanni,

ricevo solo ora la tua del 22 e ti ringrazio delle rapide, tizianesche pennellate, fosche, cupe a tratti ma come fumiganti di incenso o fumo di vecchio focolare incrinato e cadente sotto la volta ancora più oscura e befanesca della cappa, da dove scendono i folletti nani, gobbi bitorzoluti e col cazzo enorme che rendono folli le menti delle vicentine. Conosco quella casa e quella stanza, e conosco Guerrina, e il negozio di erbivendola, sorta di teatrino, di sipario multicolore che come una scena nasconde dietro di sé quel sogno dell’interno, quel cupo allegro incubo di cui è fatto il nostro mondo veneto. Lo conosco e ora, dopo la resurrezione fatta da te e i fumi miei personali che annebbiano ricordi e precisione di particolari, mi pare sorgere dal ricordo come un antro gonfio di vecchie e ferruginose latrine, di gatti vestiti da ballerini professionisti di tango e fox trot, o da telepati e maghi di stazione termale, di seleghe[8]  dall’occhio grande bistrato, seleghe avide, querule e nascoste sotto croste di anni, di cieli e di spirali natalizie appena più giù dei tetti, e immagino la grancassa panza di Virgilio inoltrarsi in quella oscurità giallo scuro, illuminata visceralmente dalle lampadine di poche candele di prima della guerra, la panzona virgiliana coperta di gualdrappe scientillanti [sic], berretto a corno, e Giovanni poeta con tricorno e polpe, e occhio lucente, di barone di Munchausen [sic] e il topone Neri, re dei topi del Bacchiglione che gli mantengono la sua casa editrice col rodimento ai culi delle banche che affondano nel fiumaccio lordo di preservativi, di testamenti fatti e rifatti di malattie e di feti, e il tondo Alfredo con viola d’amore, o mandolino, roseo e liscio dal labbro avido e ricevente, e la matta Guerrina troneggiante, oramai pingue sibilla del settedento [sic] veneto e lanotte [sic] … la notte stellata e fredda distesa su tutto ciò, bleù [sic] di Prussia, bleu zaffiro, tagliente, e vagamente rumorosa, con sottili strisci come di diamante sul vetro.

Fammi mandare pure le bottiglie e ti ringrazio, caro il mio Giovanni. Finita la pagina, finita l’ispirazione, tale è la mia pigrizia e tale la mia attuale prigionia coniugale. Meglio non parlare.

Mia mamma è molto contenta per la casa, dice che le altre costavano molto di più. Ma non ti spaventare per gli scalini. Siediti sul vento della tua arte e… pfffffff ffff, entra in casa dalle finestre dell’ultimo piano, beninteso con una mano sul tricorno, perché non se ne voli.

Ti abbraccio, tuo

                             Goffredo

_____________________

[1] Conte Gianfranco d’Attimis Maniago.

[2] Alfredo Beltrame (1924-1984), fondatore della catena dei ristoranti “El Toulà”, aveva aperto il primo a Treviso nel 1962.  La sua prima esperienza come “gourmet” risale al dopoguerra, quando prestò servizio in un ristorante ad Alessandria d’ Egitto. All’epoca gestiva l’hotel Brennero di Bassano del Grappa.

[3] Gaetano Perusini, collezionista etnologo, morto il 4 giugno 1977 assassinato da ignoti, in un gioco sessuale omoerotico.

[4] Giuseppina Perusini Antonimi, Mangiar friulano, con una prefazione di Giovanni Comisso, Venezia : N. Pozza, (gennaio) 1963.

[5] Virgilio Scapin (1932-2006), lanciato sul “Mondo” alla fine degli anni 50 come Pozza.

[6] Mario Monti (1925-1999), presidente della Longanesi, presso cui lavorava Parise.

[7] La madre Wanda Bertoli e il padre adottivo Osvaldo Parise si trasferirono all’inizio del 1962 a Treviso.

[8] Sélega (dial. veneto), s. f.: Passero.

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Tutti al mare, a sognare la montagna. Uno sguardo geografico sull’attualità letteraria https://minimaetmoralia.it/letteratura/tutti-al-mare-sognare-la-montagna-uno-sguardo-geografico-sullattualita-letteraria/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/tutti-al-mare-sognare-la-montagna-uno-sguardo-geografico-sullattualita-letteraria/#respond Tue, 20 Feb 2018 06:00:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36269 L’ultima estate italiana, afosa e da record per quanto riguarda gli incassi delle strutture balneari e degli esercizi commerciali delle località marittime, è sembrata dilatarsi oltre ogni limite e proseguire oltre i propri confini naturali, ma che cosa ne resta, nel bel mezzo di quest’inverno? Ricordi sfocati, nell’attesa della bella stagione che il 2018 vorrà offrirci, e la certezza che la preferenza degli italiani per il mare sia definitivamente consolidata: non che fosse necessaria un’ulteriore conferma, poiché le immagini e le canzoni della nostra mitologia vacanziera, sin dagli anni del boom economico, hanno in larghissima parte come sfondo le spiagge della nostra penisola e delle nostre isole. La lunghissima estate del 2017, però, coi suoi sconfinamenti, coi fine settimana al mare da tutto esaurito anche ad autunno inoltrato – almeno finché le temperature sono state clementi –, ha significato l’accentuazione di una tendenza: nel turismo costiero sembra ormai radunarsi ogni possibilità di distrazione, tanto che l’assalto ai lidi è stato messo in atto non appena gli obblighi della città lo abbiano permesso, e non è stata d’ostacolo l’alzataccia causa partenza (e coda autostradale) del sabato mattina, per i più sfortunati che non siano riusciti ad anticipare alla sera prima e per chi non sia stato abbastanza spudorato da darsi alla fuga addirittura attorno all’ora di pranzo del venerdì, riuscendo a farsi sostituire sul posto di lavoro, insistendo un po’.

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L’ultima estate italiana, afosa e da record per quanto riguarda gli incassi delle strutture balneari e degli esercizi commerciali delle località marittime, è sembrata dilatarsi oltre ogni limite e proseguire oltre i propri confini naturali, ma che cosa ne resta, nel bel mezzo di quest’inverno? Ricordi sfocati, nell’attesa della bella stagione che il 2018 vorrà offrirci, e la certezza che la preferenza degli italiani per il mare sia definitivamente consolidata: non che fosse necessaria un’ulteriore conferma, poiché le immagini e le canzoni della nostra mitologia vacanziera, sin dagli anni del boom economico, hanno in larghissima parte come sfondo le spiagge della nostra penisola e delle nostre isole. La lunghissima estate del 2017, però, coi suoi sconfinamenti, coi fine settimana al mare da tutto esaurito anche ad autunno inoltrato – almeno finché le temperature sono state clementi –, ha significato l’accentuazione di una tendenza: nel turismo costiero sembra ormai radunarsi ogni possibilità di distrazione, tanto che l’assalto ai lidi è stato messo in atto non appena gli obblighi della città lo abbiano permesso, e non è stata d’ostacolo l’alzataccia causa partenza (e coda autostradale) del sabato mattina, per i più sfortunati che non siano riusciti ad anticipare alla sera prima e per chi non sia stato abbastanza spudorato da darsi alla fuga addirittura attorno all’ora di pranzo del venerdì, riuscendo a farsi sostituire sul posto di lavoro, insistendo un po’.

Nonostante questa manìa marina, però, o come sua diretta e logica conseguenza, è la montagna, oggi, a conservare un alone mitico,è la vacanza in altitudine a denotare l’originalità di chi la scelga: le vette, innevate o verdi a seconda della stagione e della quota, sono la destinazione alternativa per i più coraggiosi, per coloro che osino disdegnare la rilassante monotonia delle giornate in spiaggia e continuino ad aspirare, segretamente o meno, a stili di vita meno massificati, a gusti più elitari, alle emozioni estreme di cui, a volte, abbiamo bisogno per mettere alla prova la nostra individualità.

Continuiamo a incolonnarci verso le coste, verso l’ombrellone tanto atteso: ci sdraiamo, ci dedichiamo allo smanettamento compulsivo che ci è richiesto dalle varie incombenze social, e càpita di pensare all’altrove, càpita di immaginarsi da tutt’altra parte, di desiderare anche soltanto a un livello non del tutto cosciente una meta più esotica e più rischiosa.

E l’altrove, incontrovertibilmente, è la montagna: la spiaggia è domestica, facilmente raggiungibile (traffico permettendo), familiare, ed era inevitabile che perdesse sempre più e del tutto il proprio mistero, quello che aveva potuto conservare fino agli esordi del turismo di massa, anche in ragione del fatto che il pubblico degli spiaggianti, negli ultimi decenni, si è allargato a dismisura, con l’afflusso di consistenti fette della popolazione mondiale che, fino a poco tempo fa, erano economicamente escluse dalle possibilità vacanziere.

Stare al mare, leggendo di montagna: già, la letteratura può essere un buon punto d’osservazione su ciò che sta succedendo, in relazione all’immaginario italiano. Infatti, nell’anno dei numeri da primato del mare, abbiamo assistito a un serie senza precedenti di successi letterari delle storie d’alta quota: a partire da Einaudi, dal Premio Strega a Le otto montagne di Paolo Cognetti e dai thriller che si muovono tra i masi sudtirolesi (o altoatesini) del bolzanino Luca D’Andrea, di nuovo in libreria con Lissy dopo l’affermazione internazionale del suo La sostanza del male, passando per il caso del piccolo editore romano Exòrma, che è riuscito a proiettare nella top ten dei più venduti il romanzo Neve, cane, piede, vero e proprio long seller pubblicato nel 2015 e ambientato in quella Valle d’Aosta dove è stato esiliato anche il vicequestore Rocco Schiavone dei polizieschi di Antonio Manzini, trasportati sullo schermo con esiti felici nella passata stagione televisiva, arriviamo alla Val di Susa del recentissimo La manutenzione dei sensi di Franco Faggiani, pubblicato da Fazi. Scendendo di latitudine e fermandoci su rilievi montuosi meno impegnativi, sono stati Sandro Campani e Matteo Caccia, rispettivamente con Il giro del miele e Il silenzio coprì le sue tracce, affiancati dall’ennesimo romanzo degli affidabili Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli, a mettersi nella nobile scia appenninica di Silvio D’Arzo e Raffaele Crovi, a tentare di rinverdire una tradizione artistica e narrativa che, nel suo côté mistico, conta anche le litanie, i canti e le opere equestri di Giovanni Lindo Ferretti: siamo dalle parti dell’Appennino ligure, nel caso di Caccia, e di quello tosco-emiliano, per Campani, territori esclusi dai grandi giri (cosiddetti) e dal racconto contemporaneo del nostro Paese, anche in virtù dell’oggettivo (e preoccupante) spopolamento che quei territori stanno subendo. Una condizione, questa, che contribuisce però a renderli più affascinanti e più appetibili, anche se forse non realmente appetiti: l’Appennino sembra una dorsale dimenticata, nient’altro che un impedimento alla modernità presente e ventura, un tunnel percorso da un treno ad alta velocità, il campo dello smartphone che va e viene, qualche minuto di buio.

Difficile, però, immaginare un eremita appenninico, perfino della razza di eremiti da talk show cui appartiene Mauro Corona, attentissimo a mostrarsi fuori-dal-mondo-ma-non-troppo, a posizionare sullo scaffale in favore di camera l’ultimo caso editoriale della settimana, durante il quotidiano collegamento all’arena televisiva più chiacchierona e più chiacchierata; altrettanto difficile immaginare un eremita di mare, a meno che non si tratti di un milionario per il quale non costituisca un problema il costo per altri proibitivo di un atollo, e sembra tramontata per sempre l’età d’oro delle imprese eccezionali, quella della generazione eroica di marinai e scrittori nati a cavallo di due secoli e di due Paesi, il Regno Unito e la Francia. Dei transalpini è doveroso nominare il velista, pilota d’aerei da caccia e campione di tennis Alain Gerbault, colui che compì nel 1923 la prima traversata dell’Atlantico in solitario da Est a Ovest, da Cannes a New York, oltre che la prima grande navigatrice della storia, Virginie Hériot, olimpionica e regatante: morti entrambi in giovane età, prima del secondo conflitto mondiale, i loro giornali di bordo sono reperibili in Italia per i tipi all’editore vicentino Mare Verticale.

I nomi dei britannici passati alla storia, invece, sono quelli di Peter Pye, Eric Hiscock, Francis Chichester, viaggiatore d’aria e d’acqua, e quello del leggendario H. W. “Bill” Tilman, uomo tanto di mare quanto di montagna: assieme almeno allo statunitense Carleton Mitchell, vanno a comporre il pantheon degli appassionati di vela e sono tutti nati sul finire dell’Ottocento e nel primo decennio del secolo successivo, mentre i rappresentanti più illustri delle generazioni più giovani sono di nuovo francesi, come nel caso di Bernard Moitessier ed Eric Tabarly, e britannici, ma per loro sarà sufficiente citare Sir William Robert Patrick “Robin” Knox-Johnston, il primo a compiere nel 1969 la circumnavigazione del globo in solitario non-stop, e tuttora vivente. Basta evadere dal perimetro esigente della vela, però, per incontrare altri nomi che hanno reso la Francia, se non la dominatrice moderna dei mari, quantomeno la patria delle figure che più hanno contato, per la conoscenza delle superfici acquee, così come dei fondali oceanici: le spedizioni del medico Jean-Baptiste Charcot rappresentarono qualcosa di simile alle molteplici attività che, nella seconda metà del Novecento, avrebbero ingigantito la fama di Jacques-Yves Cousteau, esploratore sottomarino, fotografo, oceanografo, militare e documentarista, ma non dobbiamo dimenticare altri nomi illustri, quelli dello svizzero Auguste Piccard, del californiano Don Walsh e, nel campo della divulgazione scientifica, del ferrarese Folco Quilici. A proposito di profondità, infine, un duello epico è stato quello che ha contrapposto il nostro Enzo Maiorca a Jacques Mayol, l’apneista francese che s’innamorò dell’Arcipelago Toscano tanto da trasferirvisi e da poter essere ritenuto un elbano acquisito.

Ecco, Maiorca: uno dei rari italiani che incontriamo, anche se storicamente non stiamo messi affatto male,almeno per quanto riguarda le immersioni. Prima del campione siracusano, infatti, fu Raimondo Bucher, ungherese soltanto di nascita, a primeggiare nella caccia subacquea e nella discesa a corpo libero e saranno, poi, il varesino Umberto Pelizzari, assieme al conterraneo Gianluca Genoni e alla riminese Angela Bandini, a raccogliere l’eredità di Maiorca, quella di una disciplina che, oggi, sembra in mano al viennese Herbert Nitsch, ma nella quale spicca anche la giovane romana Alessia Zecchini. Quanto ai nostri navigatori, il più noto è certamente il cinquantenne Giovanni Soldini, ma ben ottantacinque sono gli anni di Alex Carozzo, genovese di nascita e veneziano d’adozione, scrittore, traduttore e primo nostro connazionale ad attraversare in solitaria il Pacifico; resta memorabile, poi, in anni più recenti, ciò che è accaduto alla velista ligure Susanne Beyer durante una Mini Transat: costretta a timonare manualmente dopo la rottura dell’autopilota nel corso della traversata atlantica, ha raccontato la propria disavventura in un diario pubblicato dall’editore romano Nutrimenti. Quindi, se non è del tutto vero che la navigazione non sappia più offrire sfide ulteriori e sensazioni forti, è accertato che la letteratura di mare, almeno quella nostrana, stia languendo, e che si sia ben lontani dall’essere riusciti a trovare il Björn Larsson italiano, ovvero una figura paragonabile a quello dello scrittore svedese che è riuscito a conquistare, nel nostro come in altri Paesi, un ottimo seguito di pubblico.

A chi pensare? Al solo Fabio Genovesi, di nuovo nelle librerie con Il mare dove non si tocca? A Lorenza Pieri, il cui romanzo d’esordio Isole minori non smette di collezionare consensi e traduzioni, europee e non? Di certo, non ai pur leggibili resoconti pubblicati, per esempio, dall’editore nautico veronese il Frangente, ultimi quelli di Omero Moretti (Il mestiere del mare) e Fabio Mucchi (Amandla. La vita, la quasi morte e i miracoli del Capitano). Eppure, grazie a questo e agli editori già citati, così come a Mursia, De Ferrari, Edizioni Cinque Terre, Carocci e Tarka, prosperano le collane e le manifestazioni dedicate, delle quali sono da citare “Lerici legge il mare”, nata nel 2009 e che si svolge nel mese di settembre, ola più giovane “Carloforte racconta il mare”, in ottobre.

In realtà, non è detto che coloro che ambientano le proprie storie in località costiere debbano essere classificati sic et simpliciter come scrittori di mare: sarebbe più corretto, perciò, che molti di loro venissero definiti “scrittori di mare da terra”, dalla terraferma, a partire dal più eminente, il novantacinquenne Raffaele La Capria, il cui Ferito a morte lampeggia nella costellazione ancora in via di definizione dei migliori romanzi del secondo Novecento, e non soltanto di quello italiano. Se si vanno a cercare gli scrittori di mare veri e propri, gli scrittori “sul” mare perché “in” mare, gli estensori di oggetti narrativi che somiglino ai giornali di bordo, si scopre che anche il secolo passato non ne ha offerti molti, almeno per quanto riguarda la nostra letteratura: possiamo considerare tale il primo Giovanni Comisso, quello de Il porto dell’amore e di Gente di mare? Purissimi nomi marinari di cui si sono perdute le tracce, nelle nostre mappature novecentesche, sono quelli di Vittorio G. Rossi e Raffaello Brignetti, i libri dei quali aspettano di essere scovati e misericordiosamente prelevati dalle bancarelle dell’usato.

Rossi, nato nel 1898 a Santa Margherita Ligure, sconta un’adesione più di facciata che sostanziale al fascismo ed è stato giornalista, realizzatore di servizi per “Epoca”, corrispondente di guerra e scrittore intimamente hemingwayano di reportage per il “Corriere della Sera”, oltre che della migliore narrativa marinara del nostro Novecento, inviato speciale, anzi “autore specialissimo”, secondo il collega Dino Buzzati, che ne scrisse come di “uno straordinario artista naïf nel senso più onesto della parola, pur essendo un uomo nutrito di cultura”: il suo primo successo fu quello di Tropici, ribadito e ampliato da Oceano, che ricevette molte traduzioni, fu insignito del Premio Viareggio nel 1938 e ripubblicato per l’ultima volta, però, nella rara e sfortunata collana “I piccoli delfini” di Bompiani nel 1973.

Quella di Brignetti, più vicina a noi, è una storia rimossa, soprattutto in ragione di uno sperimentalismo espressivo che rendeva oltremodo ardua la lettura delle sue pagine: nato all’isola del Giglio da un padre guardiano di fari, ma vissuto all’Elba, narratore pervicacemente anti-realista e simbolista, collaboratore del “Corriere della Sera”, de “La Fiera Letteraria” e de “Il Popolo”, corrispondente per “Il Giornale d’Italia”, vero e proprio mistico del mare, egli collezionò tuttavia nel corso della carriera una serie di riconoscimenti di una certa entità, fino allo Strega 1971, ottenuto con largo distacco sul Cassola di Paura e tristezza, dopo essersi lasciato sfuggire il medesimo premio quattro anni prima, quando Il gabbiano azzurro fu scavalcato per un solo voto da Poveri e semplici di Anna Maria Ortese. Brignetti “non è uno scrittore immediato, cordiale, semplice”, secondo il critico Geno Pampaloni, perché nella sua prosa convivono “lo stupore di un lirico, la pazienza di un cronista, l’indugio di uno scrittore sentenzioso e in più il delirio ossessivo e inesorabile dello scrittore di avventura”.

Recentemente, è stato Raul Mordenti, nel capitolo “La letteratura senza mare (e senza lavoro)” de I sensi del testo. Saggi di critica della letteratura, pubblicato dall’editore romano Bordeaux, a scandagliare la nostra tradizione letteraria attraverso l’oblò delle scritture di mare e a decretarne una relativa insufficienza, tanto più singolare per un Paese che consiste in una sola, lunga e frastagliata costa: lo studioso approfondisce quella che è una manifesta “debolezza” degli scrittori italiani, “se non si vuol dire una loro assenza”,una loro lontananza dal tema marino che è connaturata all’intero sviluppo della nostra penisola e non limitata all’ultimo secolo. Il quadro che ne risulta fa emergere un’antropologia, più che una storia: “il nostro popolo volta le spalle al mare”, quasi impaurito da una sterminatezza che è difficile da dominare e dalla quale sono provenute, da sempre, “invasioni e scorrerie”, molto più che fortune e ricchezze.“Così l’assenza del mare è, al tempo stesso, segno e metafora di chiusura, di isolamento, di mancanza di libertà e insomma di italiana miseria”: entra in crisi, a questo punto, un’immagine che sembrava consolidata e che è servita a tanta retorica nazionale, quella del popolo di navigatori e giramondo, che resta valida soltanto fino a un certo punto, vale a dire rispetto a un certo tipo di navigatori, quelli ritratti dallo stesso Brignetti, nel corso di un’intervista uscita su “Il Mondo” nel luglio del 1971 e concessa a Manlio Cancogni: “Anche in questo secolo l’Italia ha avuto centinaia di migliaia di naviganti; ma il navigante italiano è un animale ben diverso dai suoi colleghi inglesi, americani, norvegesi. È un animale domestico. Il mare che eccita la fantasia di uno scrittore è avventura, è mistero; richiede uomini avventurosi che si abbandonano ad esso totalmente. Il marinaio italiano è un brav’uomo, un casalingo. Naviga, ma sempre col pensiero a casa, con la lacrima in pelle”.

In definitiva, a partire dalla prima uscita in mare, “il marinaio italiano già pensa a quando si ritirerà e passerà il suo tempo andando a pescare con la lenza in vista della casa e della moglie che stende la biancheria” e, se proprio dobbiamo individuare una popolazione italica che sia meno pantofolaia e più disposta ad affrontare i rischi e le incognite delle lunghe navigazioni, tale è quella dei liguri, e non le altre tirreniche dei napoletani, dei sardi e dei siciliani: non sarà un caso, allora, non soltanto l’origine di Vittorio G. Rossi, ma anche quella degli avi di Brignetti, che risultano di Camogli.

Così, se è vero che le profondità oceaniche, allo stato attuale delle tecnologie per la navigazione in immersione, restano le uniche zone largamente inesplorate del pianeta, è altrettanto vero, però, che è la montagna a rappresentare l’alternativa della vita mirabile e solitaria, in compagnia di sé stessi, dell’esistenza esemplare, e la letteratura segue, contribuendo a rafforzare una mitografia ormai copiosa, costantemente alimentata dalle imprese di alpinisti, esploratori e scrittori che, in Italia, non sono mai mancati: procedendo di generazione in generazione, il bergamasco Walter Bonatti, il sudtirolese (o altoatesino) Reinhold Messner e, ultimi, l’aostano Hervé Barmasse e Simone Moro, anch’egli bergamasco, offrono un eccezionale ideale di imprese e sport pericolosi che, al momento, non hanno un corrispettivo marino che possa realizzare l’unico antidoto alla noia dei nostri giorni, cioè che metta in contatto con la possibilità della morte. O, forse, tutta la differenza che sembra separare i successi della letteratura d’alta quota dallo scarso appeal di quella marinara sta nel fatto che, in montagna, si cammina e si scalano vette e che i montanari, a sera, davanti al caminetto, crollano esausti e non riescono nemmeno a sfogliare le prime pagine dei tanti romanzi italiani di mare che giacciono nell’anonimato, in attesa di essere scoperti.

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Parise ritorna a casa https://minimaetmoralia.it/letteratura/parise-ritorna-a-casa/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/parise-ritorna-a-casa/#respond Sun, 17 Jul 2016 05:30:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31592 Questo pezzo è uscito in forma leggermente diversa su Succede Oggi.

Bisogna resistere alla tentazione di adagiarsi sulla propria memoria e provare a rileggerle, queste tredici voci di ambientazione veneta dei Sillabari di Goffredo Parise, anche se pensiamo di conoscerle bene,affinché si rinnovi quel primo stupore ed emerga l’uso che di queste “poesie in prosa” va fatto: prontuario tascabile, disponibile e lampeggiante via d’uscita ai conformismi ideologici e letterari dei nostri giorni, che sono quelli di sempre, gli stessi del tempo dell’autore. Bisogna, poi, rendere merito a chi ha messo su questa nuova iniziativa editoriale, la vicentina Ronzani Editore, cioè questi bibliofili che hanno voluto verificare la propria passione e cominciare così a pubblicare volumetti di altissima qualità tipografica, senza troppe ansie, lentamente: fondata nel 2015, ha cominciato a stampare da pochi mesi, ha in catalogo due soli titoli, ma altri verranno, a partire da settembre.

Oltre al direttore editoriale, avvocato civilista, altri redattori svolgono quella professione, compreso lo stesso Francesco Maino, autore dell’altro libro in catalogo, nonché direttore della collana in cui escono questi Sillabari veneti di Parise, riservata a scrittori originari della regione o i cui libri siano legati a quel territorio: dopo Parise, sarà la volta di Nico Naldini, per esempio.

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parise

Questo pezzo è uscito in forma leggermente diversa su Succede Oggi.

Bisogna resistere alla tentazione di adagiarsi sulla propria memoria e provare a rileggerle, queste tredici voci di ambientazione veneta dei Sillabari di Goffredo Parise, anche se pensiamo di conoscerle bene,affinché si rinnovi quel primo stupore ed emerga l’uso che di queste “poesie in prosa” va fatto: prontuario tascabile, disponibile e lampeggiante via d’uscita ai conformismi ideologici e letterari dei nostri giorni, che sono quelli di sempre, gli stessi del tempo dell’autore. Bisogna, poi, rendere merito a chi ha messo su questa nuova iniziativa editoriale, la vicentina Ronzani Editore, cioè questi bibliofili che hanno voluto verificare la propria passione e cominciare così a pubblicare volumetti di altissima qualità tipografica, senza troppe ansie, lentamente: fondata nel 2015, ha cominciato a stampare da pochi mesi, ha in catalogo due soli titoli, ma altri verranno, a partire da settembre.

Oltre al direttore editoriale, avvocato civilista, altri redattori svolgono quella professione, compreso lo stesso Francesco Maino, autore dell’altro libro in catalogo, nonché direttore della collana in cui escono questi Sillabari veneti di Parise, riservata a scrittori originari della regione o i cui libri siano legati a quel territorio: dopo Parise, sarà la volta di Nico Naldini, per esempio.

Ma Parise, adesso: in occasione di questa pubblicazione e nell’avvicinarsi del trentennale della morte (agosto 1986), Ronzani Editore ha da poco voluto ricordarlo con la Parisiana, festa che si è svolta proprio presso la casetta che lo scrittore acquistò malmessa e ristrutturò per andare a ritirarsi o ritrarsi, all’inizio del decennio in cui avrebbe composto i Sillabari. La presente antologia, la cui tiratura è limitata a 1000 copie, è corredata dai disegni di Giosetta Fioroni, a lungo compagna di vita dello scrittore, mentre le prime 50 copie, numerate, contengono anche un’altra suite di tre opere dell’artista, riprodotte in calcografia e firmate.

Per introdurre, uno scritto di Francesco Maino, al quale consiglierei meno corsivi e più virgolette, se potessi, perché quella sua scrittura altamente mimetica fa sì che non si possa capire dove cominci Parise e dove finisca Maino: lo so che era questo l’obiettivo dell’autore, ma non so, invece, quanto questa confusione sia corretta, deontologicamente. Io, poi, non ho rinvenuto alcuna traccia per la geolocalizzazione di una di queste voci, “Famiglia”, ma importa poco: forse, quel paesaggio è ancora più riconoscibile, quando non lo si nomina,quando ci si lascia avvolgere dai fumi silenziosi dell’ambiente e si capisce di essere in Veneto.

Secondo Raffaele La Capria, era “la stessa corda pazza” a risuonare in Parise e nel suo amico Comisso, e quella corda era la loro comune “venetità”. “Sono felice come dovessi morire tra poco”, scriveva Parise a “Duddù” La Capria in quelle lettere che sembrano Sillabari miniaturizzati, spedite dalle rive del Piave, dopo il suo ritorno a casa. “Quelli che mi vogliono bene pensino a me come a una persona morta che però è viva e felicissima, tra i giorni che passano come il vento, che ha cambiato vita e non sa né come né perché”: allora, la “venetità” significa anche il paradossale scambio degli estremi, l’unione della massima presenza e della trascurabile quanto auspicabile sparizione per sempre.

Nei Sillabari veneti, più che in quelli di altra ambientazione, mi sembrano portati a coincidenza lo zenit della vita e quello della morte, ed è un attimo non misurabile a distanziare la felicità terrestre dal nulla che arriva e toglie i nomi alle cose. Da Venezia e dal suo Lido allo spazio nero il passo è breve e basta mettere male il piede, o fermarsi a ripensare, come in “Dolcezza”: “Poi accese una sigaretta e anche il fumo gli diede piacere ma subito dopo il grande dispiacere che i suoi polmoni e bronchi ne avrebbero sofferto così tanto che gli anni sarebbero passati molto più in fretta per lui di quanto gli era dovuto (molto o poco): e presto si sarebbe trovato vecchio e malato. “Ma sono passati pochissimi anni da quando ero bambino” pensò con candore”.

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Parise, Poeta https://minimaetmoralia.it/letteratura/parise-poeta/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/parise-poeta/#respond Thu, 07 Apr 2016 12:30:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30473 Questo pezzo è uscito sull'ultimo numero di Sofà. Quadrimestrale dei sensi nell'arte: ringraziamo la testata e l'autore.

GOFFREDO PARISE, POETA. Così, tutto in maiuscolo, come farebbe un writer che volesse ingentilire il caseggiato, come fece Parise, che avvertì rovinarsi, nel giro di quel “decennio di ideologismo verbale incontrollato e permanente” che seguì il Sessantotto, quasi una cultura intera, la nostra, e compose i Sillabari, un libro che si assentò dal proprio tempo e che ebbe accesso alla classicità, a quello status invidiato, fin da subito; tutti in maiuscolo,come andrebbero scritti i titoli delle «poesie in prosa» che stanno a sillabare i sentimenti elementari di cui quel libro è l’itinerario, l’avventura misericordiosa.

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero di Sofà. Quadrimestrale dei sensi nell’arte: ringraziamo la testata e l’autore.

GOFFREDO PARISE, POETA. Così, tutto in maiuscolo, come farebbe un writer che volesse ingentilire il caseggiato, come fece Parise, che avvertì rovinarsi, nel giro di quel “decennio di ideologismo verbale incontrollato e permanente” che seguì il Sessantotto, quasi una cultura intera, la nostra, e compose i Sillabari, un libro che si assentò dal proprio tempo e che ebbe accesso alla classicità, a quello status invidiato, fin da subito; tutti in maiuscolo,come andrebbero scritti i titoli delle «poesie in prosa» che stanno a sillabare i sentimenti elementari di cui quel libro è l’itinerario, l’avventura misericordiosa.

Bisognerebbe fare molti passi indietro, ma non so se è il caso, quando il caso è Goffredo Parise, uno che pigliava le questioni dalla punta, proprio quando le questioni erano le vite (e le opere) degli artisti, degli amici: uno specializzato negli addii, nel sancire per mezzo scritto quel «possesso signorile di una realtà che siamo sul punto di lasciare per sempre» che è la ragione segreta dei Sillabari, secondo Cesare Garboli. Li ricordava uno per uno, gli amici, e più volte: dinanzi a tutti, quei cinque membri della last generation italiana – non lost: last –, quelli che, ultimi, ebbero un’esistenza integralmente letteraria: Comisso, l’«amico artista» e pazzo che egli aveva a Treviso, e Gadda, poi, Piovene, Montale e Moravia, che non fece in tempo a salutare.

Della propria generazione, invece, considerava se stesso e Pasolini e Calvino, e li definiva «ibridi», giovani sopravvissuti di un’età passata e vecchi superflui del presente che preferisce il futuro: quando lo scritto perderà la propria supremazia artistica. Postille: la tradizione ammetterà qualche contestazione, se è vero che, nei confronti della diade Pasolini-Calvino, ogni timore o terrore reverenziale era bandito da Parise, e che una terza via sarebbe possibile, forse, che era la sua.

Trent’anni dopo, quel condizionale non riusciamo a deporlo, come non accettiamo l’ingiustizia che «la poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi e non ha discendenti»: non è di tutti, la poesia, non è molto social, non risponde ai richiami, non si fa comandare e mette in imbarazzo chi non ce l’ha, chi non (ce) la fa – la poesia, che è l’interesse di Parise esclusivo e sufficiente, che non è definibile dalle ideologie critiche letterarie, oltrepassa tutti i generi e che sarebbe l’arte stessa, poi, ma che non è lo stile, perché «per fare dello stile si può anche essere insinceri, anzi, si deve essere insinceri, ma non per tentare di fare dell’arte. L’arte è più difficile dello stile».

Di nuovo, «se lo stile ha degli eredi, l’arte è come una farfalla, senza eredi e capricciosa, si posa dove e quando vuole lei»: rimodulare l’urgenza di questa consapevolezza non dà anche sollievo? Disparità e sollievo, durante la rincorsa affannata all’espressione artistica che avrebbe da essere, nella furia del risentimento democratico, alla portata di tutti. Se così fosse, ci toccherebbe dare ragione a chi annunciava l’epoca della riproducibilità tecnica dell’arte – Parise: «(ma ho i miei dubbi)». Ah, ecco, basta non ribadire la svista di Benjamin: riproducibile non è l’arte, ma lo stile – l’arte è salva, difficile e salva.

Il peccato che costava l’espulsione dalla casa disordinata ma solida dei padri-amici di Parise, l’essere replicabili: un’occhiata a Frederic Prokosch condannò altri due scrittori, Somerset Maugham e Truman Capote, perché si veniva a scoprire, così, che essi sono «facilmente imitabili», tanto che il primo riusciva a fare il verso agli altri due e la lettura dei loro libri non sarà più la stessa, allora. Persa quella loro singolarità, perdono fascino, a Parise passa un po’ la voglia di frequentare le loro pagine, il loro trucco è scoperto – era proprio un trucco.

Di chi non si può imitare, invece, si deve essere amici, conviene, anche se Natalia Ginzburg confessava proprio quella tentazione, la volontà del libero sfogo alla capacità germinativa dei Sillabari, che chiamano ai contagi «fecondi e benefici», all’eventualità che«simili fermenti di imitazione» non vengano tenuti a bada e che si dia il via a quella possibile rianimazione poetica della narrativa che, chissà, potrebbe condurre il romanzo fuori dalle secche dell’inutilità in cui si era arenato, già sul finire degli anni cinquanta, secondo Parise.

Dedica poco tempo ai nemici, Parise, di fronte al poco tempo che, da sempre, resta, come se, avendo il becco e sorvolando vasti panorami, fiutasse per acciuffare e rilasciasse ogni preda: Barthes, Borges, Chomsky e Lacan, che «dominano la scena culturale mondiale» – si era nel 1984 –, perché la loro «è una razza di piccoli e grandi fabbricanti di mitologie ingannevoli, un po’ come i tessitori fantasma della favola di Andersen del re nudo».

Non sopportava che, culturalmente, lo prendessero in giro,tanto quanto gli piaceva giocare con gli altri – col presunto serioso Gadda, per esempio –, esserne giocato, e sembrava aver fretta, scrivendo e leggendo, cioè scrivendo delle proprie letture, come se i libri scottassero e bisognasse prenderli e gettarli lontano, scrivendo con gli occhi quasi chiusi, tirando colpi a caso e che vanno tutti a segno, fortunosamente, un po’ come quelli di Comisso, nella cui stesura era Silvio Ramat a rilevare quella «sbadatezza» inedita della prosa che era «quasi il dire di una voce malinconica, nostalgica e svagata», l’espressione di un «disinteresse»che «è solo apparente: il modo di trovare le cose, di dirle, pare noncurante, e non è». Quando si sta attenti, ci si somiglia tutti, ed è nella distrazione dalle paranoie analitiche e stilistiche, diversamente, che avremmo da guadagnare un volto, simpatia, libertà, o poesia, se le va.

La domanda critica legittima di Parise era una sola, e non è quella ufficiale della letteratura feticizzata sulle condizioni stilistiche della pagina: riguarda, invece, le condizioni primarie dell’irruzione della poesia nella vita, che si verificano quando si ritrova se stessi, al netto di ogni ossessione e previsione, «in quel particolare stato d’animo non facile da descrivere che non è necessariamente felice, ma non può e non deve essere assolutamente infelice. Deve essere una specie di limbo, di lieve e soffusa esaltazione, in cui, nel suo complesso ti piace la vita e ne hai al tempo stesso nostalgia». La vita, già, la quale «ha i suoi tempi, la sua lingua, le sue armonie, le sue pause, i suoi punti, e punti e virgola, e a capo».

Difficile, però, riprendere la parola, dopo un «a capo»come quello di Parise.

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Sillabando Parise https://minimaetmoralia.it/libri/sillabari-goffredo-parise/ https://minimaetmoralia.it/libri/sillabari-goffredo-parise/#comments Thu, 21 Aug 2014 15:00:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22918 Questo pezzo è uscito su Succede oggi.

Nel 1984, il primo si unì al secondo e furono i Sillabari, finalmente: l’opera di Parise accedeva alla discussione critica, perché il suo era un libro vero e proprio, e quelle prose difficilmente etichettabili che era stato possibile apprezzare, sulle pagine del Corriere della Sera, erano letteratura, nonostante la via per raggiungere quell’altitudine, per guadagnarsi quella dignità, fosse stata sghemba. È sul quotidiano milanese, infatti, che erano state pubblicate, lungo tutto il decennio precedente, dal 1971 al 1980. Chi si accorse di ciò che stava succedendo fu Natalia Ginzburg, per esempio. Poi, pochi altri.

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Questo pezzo è uscito su Succede oggi. (Fonte immagine)

Nel 1984, il primo si unì al secondo e furono i Sillabari, finalmente: l’opera di Parise accedeva alla discussione critica, perché il suo era un libro vero e proprio, e quelle prose difficilmente etichettabili che era stato possibile apprezzare, sulle pagine del Corriere della Sera, erano letteratura, nonostante la via per raggiungere quell’altitudine, per guadagnarsi quella dignità, fosse stata sghemba. È sul quotidiano milanese, infatti, che erano state pubblicate, lungo tutto il decennio precedente, dal 1971 al 1980. Chi si accorse di ciò che stava succedendo fu Natalia Ginzburg, per esempio. Poi, pochi altri.

Ma qual era il progetto singolare che Parise aveva in mente e del quale oggi si festeggia il trentennale? Racconti o, meglio, “poesie in prosa”: definizione tentata dallo stesso autore. Un’insopportabile presunzione? E la poesia, ancora: un’ossessione, ovvero l’unico suo interesse residuo. Sembrava che non potesse farne a meno: preoccupato dalla sua scomparsa, nell’Italia cupa e verbosa dei Settanta, prigioniera degli automatismi che la neutralizzano, la poesia, e che rendono ogni parola non più vitale, non più necessaria, compone i Sillabari, controcanto sentimentale al decennio delle ideologie del risentimento. Se la società italiana non aveva più orecchio per la poesia ed era incapace di riconoscerla, ecco la fiera rappresaglia solitaria: Parise scelse di non prestare più attenzione al rumore sociale.

Noto e tramandato l’aneddoto che costituì la scaturigine improvvisa: «L’erba è verde», affermò un bimbo, riempiendo il proprio sillabario, dando forma a una frase incontrovertibile e leale che preclude ogni dialogo e mette a tacere gli smaliziati, così come chi aspira a diventarlo. Non serviva altro: era stata scoperta, così, l’unità minima intatta e disponibile alla meraviglia che, perciò, non si prefigge l’alto compito “culturale” di sconcertare altre vite, non allestisce la messinscena dello “stile” – è vita bastante a se stessa.

Non è stato compiutamente scandagliato, il mistero dei Sillabari, perché non è e non sarà possibile farlo, probabilmente: libri cari a Parise erano quelli inafferrabili che riuscivano a scansare le interpretazioni, proiettando il terrore dell’inadeguatezza sulla critica che provava ad avvicinarli, e che, di nuovo, bastavano a se stessi. Se egli si fosse fermato a prestare ascolto ai teoremi prodotti dai membri di quella classe professionale, inoltre, i Sillabari non avrebbero visto la luce, o da quella non sarebbero stati investiti: dalla luce dei mattini sui quali aprono gli occhi, riammesse alla coscienza quotidiana, quelle istantanee creature umane o, similmente, da quella crepuscolare che permette alla loro vita che si svolge di essere inimitabile e maestosa, nella minuzia delle sue quiete manifestazioni.

Altre erano le battaglie stilistiche che si andavano combattendo, in quegli anni, e di portata più vasta, stando alle dichiarazioni dei loro promotori. Nella stessa leggerezza calviniana, la cui formulazione si situa a ridosso della comparsa dei Sillabari, un di più ideologico di de-realizzazione dell’esistente affiancava la volontà esplicita di una narrabilità sciolta e felice, un di più che sembra svanire, in Parise. A rimpiazzarlo, la celeste irrilevanza dei suoi “versi narrativi”, che mantengono intatte, però, l’umidità e la preferenza terrestre di Giovanni Comisso, suo educatore naturale: versi da recitare spediti, nell’attesa che si assestino, che si depositino, immediatamente antichi, sulla terra antica.

Affrontarli con un respiro preso all’inizio del capoverso e sperando che esso possa reggere, durare fino in fondo, al prossimo spazio, estinguersi allo spalancarsi del bianco, sarebbe bene: atleticamente, un’operazione urgente da compiere come se non ci fosse più il tempo, che sta finendo o, comunque, non conta più, e come se il compositore sapesse, attraverso chissà quale passaparola di eletti, che era lui, innanzitutto, a non poterne più disporre. Morirà prima dei suoi cinquantasette anni, Parise, nell’età di quelli che non sono amici né nemici degli dèi: loro conoscenti.

Sillabando i nomi dei sentimenti umani elementari e sconosciuti, secondo Cesare Garboli, egli fece sì che il suo “stile narrativo” fosse quello del «possesso signorile di una realtà che siamo sul punto di lasciare per sempre». Parise avrebbe trovato da ridire, forse, alle parole del critico, in quanto d’arte, e non di stile, erano le sue mire: perché «per fare dello stile si può anche essere insinceri, anzi si deve essere insinceri, ma non per tentare di fare dell’arte. L’arte è più difficile dello stile». Quale la sincerità massima, allora? Quale il terreno dove darne prova? «L’arte più pura e perfetta che esista sulla terra è quella living, cioè della vita, dell’apparizione fisica in un determinato momento e mai più»: apparsi trent’anni fa, i Sillabari, e scomparsi trent’anni fa, inaugurarono la nostra lenta stagione della nostalgia.

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