Giovanni Falcone Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giovanni-falcone/ un blog di approfondimento culturale Tue, 12 Aug 2025 14:34:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giovanni Falcone Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giovanni-falcone/ 32 32 La notte della civetta. In memoria di Piero Melati https://minimaetmoralia.it/societa/la-notte-della-civetta-intervista-piero-melati/ https://minimaetmoralia.it/societa/la-notte-della-civetta-intervista-piero-melati/#comments Mon, 11 Aug 2025 09:40:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43380 Mi faceva sorridere vedere Batman affacciarsi sulla libreria essenziale di Piero Melati. Mi faceva sorridere vederlo sfoderare la tovaglietta di Superman per apparecchiare la tavola. In qualche modo proviamo a definire la misura e le contromisure al male, ma ci sorprende e rende sempre attoniti, come è accaduto la mattina di lunedì 4 agosto alla […]

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Mi faceva sorridere vedere Batman affacciarsi sulla libreria essenziale di Piero Melati. Mi faceva sorridere vederlo sfoderare la tovaglietta di Superman per apparecchiare la tavola. In qualche modo proviamo a definire la misura e le contromisure al male, ma ci sorprende e rende sempre attoniti, come è accaduto la mattina di lunedì 4 agosto alla terribile notizia della sua morte.

Abbiamo perso un grande giornalista, un grande scrittore. Ricordiamo in particolare l’ultimo libro geniale “Lola&Vlad” (Polidoro, 2024), il fondamentale breviario “Giorni di mafia” (Laterza, 2017) e “Paolo Borsellino. Per amore della verità” (Sperling&Kupfer, 2022) che ha evitato qualsiasi scorciatoia nel raccontare la vita del giudice e della sua famiglia dopo la strage di via D’Amelio.

Piero era uomo intelligente, giusto, dalla dirittura unica. La memoria del suo talento, del suo garbo e della capacità di vedute ampie è viva in tutte le redazioni che hanno avuto la fortuna di viverlo. Questa perdita è incommensurabile come i doni che ci ha affidato. Nel mio percorso professionale l’ho conosciuto da viceredattore capo del “Venerdì di Repubblica”, dove si occupava di attualità e delle pagine culturali. Con “Repubblica” ha aperto le redazioni locali di Napoli e Palermo ed è stato viceredattore capo della cronaca di Roma.

Nel settembre del 2015 l’ho incontrato per la prima volta grazie a questa rivista. Piero, che aveva vissuto il giornalismo del quotidiano “L’Ora” di Palermo, restituendo tra molte cose in modo nitido la storia del pool antimafia e del Maxiprocesso, era animato da una curiosità e umiltà tali da soffermarsi a leggere l’articolo sul rapporto tra Giovanni Falcone e gli Stati Uniti di un giovane che non conosceva. Prese anche l’iniziativa generosa di scrivermi un riscontro, che ha cambiato il mio percorso personale e professionale, ma soprattutto negli anni ha creato l’amicizia più pura e sincera.

Piero ha scritto e mi ha ripetuto spesso una cosa bellissima sugli eroi. Non devono diventare una categoria, una ragione per tenerci a distanza dalla nostra responsabilità, da ciò che possiamo fare. Non possono essere ridotti a un esercizio retorico.

Lui ha vissuto e ha raccontato senza mai andarsene realmente da Palermo. Non ha mai ricercato medaglie da appuntare sul petto. In questo suo libro straordinario, La notte della civetta (Zolfo editore, 2020), da leggere e rileggere, ha restituito a persone  dalla intelligenza e dirittura unica come Rocco Chinnici, Ninni Cassarà, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino il valore preciso della storia che hanno sognato e costruito. Ha indicato il suo canone che non va dimenticato e custodito. Piero ci ha indicato la possibilità di guardare diversamente dentro a una storia collettiva decisiva.

Nel nostro penultimo scambio da Palermo c’era Chinnici. Ora penso sia giusto almeno che vi rivediate.

Il pensiero più dolce e l’abbraccio più forte sono rivolti alla moglie Claudia e alla figlia Flavia.

Questa nostra intervista nasce da un lungo pomeriggio, trascorso nella sua casa, pieno della sua vita, delle sue idee e dei legami che non si perdono nel tempo.

«Oggi, dopo mille stragi, dopo Falcone e Borsellino, ogni spazio parrebbe chiudersi, non dico all’idillio, ma alla fiducia più esangue. E tuttavia…finché in una biblioteca mani febbrili sfoglieranno un libro per impararvi a credere in una Sicilia, in un’Italia, in un mondo più umani, varrà la pena di combattere ancora, di sperare ancora. Rinunziando una volta per tutte a issare sul punto più alto della barricata uno straccio di bandiera bianca», scrisse Gesualdo Bufalino nella nota Poscritto 1992 contenuta nell’antologia Cento Sicilie.

Alla vigilia degli anniversari dei due eventi, la strage di Capaci e quella di via D’Amelio, che hanno segnato la contemporaneità della storia repubblicana, il giornalista e scrittore palermitano Piero Melati pone con il libro La notte della civetta (Zolfo editore, 288 pagine, 18 euro) domande taciute, che ci fanno evadere dalla riserva indiana nella quale è costretto un pezzo gigante della biografia nazionale. La storia della Sicilia è quella d’Italia. Melati ci libera dalla retorica degli eroi, per leggere le pagine chiare e tentare di decifrare quelle ancora oscure.

Non si tratta delle memorie di un reduce che, da giornalista de L’Ora e poi a La Repubblica, ha vissuto in prima linea lo stravolgimento democratico del terrorismo di stampo politico mafioso a Palermo. Melati prende atto delle contraddizioni e delle divisioni, come quelle che hanno separato Sciascia e Falcone dallo stesso fronte, per scavare nelle memorie rimosse. La notte della civetta, al fine di non issare la bandiera bianca di Bufalino, è la promessa di non rinunciare alla complessità della storia.

Ricordando la vita di Rita Atria, evochi una domanda attualissima: cos’è questa “cosa” chiamata mafia che riesce a essere più forte del rapporto di una madre con la figlia?

«È difficile rispondere. Dopo l’assassinio del padre e del fratello, immersi nella realtà mafiosa di Partanna, Rita scelse di testimoniare e raccontare ciò che sapeva. Paolo Borsellino accolse le sue dichiarazioni preziose, la protesse e costruirono un legame molto forte, mentre la madre la ripudiò. Seppellita nel cimitero di Partanna, la madre andò parecchi mesi dopo a trovarla con un martello, per spaccare la sua foto sulla lapide. Il testamento di una ragazzina, suicidatasi dopo la morte del giudice, apre ancora scenari nuovi, e non certo per una volta esclusivamente giudiziari, a cui non siamo più abituati».

Quali scenari?

«Ormai guardiamo il fenomeno mafioso solo dal punto di vista investigativo. Si è perso lo sguardo trasversale e d’insieme, che si posa e torna alla radice delle esistenze».

Lei che cosa era riuscita a vedere e capire?

«Rita teneva un diario. L’ultima notazione è questa: “Roma, dopo il 19 luglio 1992, strage di via D’Amelio. Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura, ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà, e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi. Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici. La mafia siamo noi, è il nostro modo sbagliato di comportarci”. La mafia non è un fenomeno naturale siciliano, ma attecchisce per ragioni precise. Quello chi manca ancora è affrontare il contesto e il condizionamento mafioso in ogni vita».

Falcone, Borsellino, Cassarà, Montana, Chinnici e cento altri sono stati uccisi poiché erano insostituibili?

«Lo spiega anche Joseph Roth in un suo romanzo (La marcia di Radetzky) che parlava dell’Impero Asburgico. Qualsiasi istituzione può impiegare anni a sostituire un ottimo funzionario. Hanno assassinato Ninni Cassarà, intelligenza e anima della Squadra mobile di Palermo, e non è stato trovato nessun altro di quello spessore. Ucciderli equivaleva a incrinare la macchina dello Stato, a ritardare le indagini per anni».

Qual era l’eccezione di Cassarà?

«Apparteneva a un’antimafia utopistica, che è durata poco e ha portato risultati concreti come le condanne del Maxiprocesso. Riteneva che la sconfitta, o almeno il ridimensionamento, di Cosa nostra tramite la cattura dei latitanti avrebbe potuto cambiare in meglio la società siciliana. Si trattava di sconfiggere il cancro che lacerava la società dal suo interno. La rivoluzione o palingenesi si è fermata sulla soglia delle loro idee. L’esito positivo del Maxiprocesso non si è tradotto nel cambiamento radicale immaginato. Dopo il 1992 le mafie, sempre più finanziarie, sono tornate nella fase di immersione e si fatica a riconoscerle. Non abbiamo guardato in profondità a che cosa ci è successo in quegli anni».

Il corpo di Palermo come ha sopportato tali emorragie?

«Quale impasto sociale e umano ha potuto tollerare che tre Kalashnikov sparassero a Cassarà sulle scale di casa, mentre la moglie con la bambina piccola urlava, bussava alle porte per salvarsi e nessuno le aprì. Quella dell’autobomba di Chinnici che città è? Leggevamo nei giornali “Palermo come Beirut” sul terrazzino della casa di famiglia, mangiando il gelo di mellone. Poi ti abitui a tutto, le dittature sono così. La fine è solo l’annientamento, perché arriviamo a tollerare tutto. Vedo una relazione con la parola totalitarismo e persino con il regime concentrazionario».

Il terrorismo di stampo politico-mafioso di Cosa nostra ha cambiato il senso della morte?

«I siciliani hanno per una serie di ragioni una relazione più diretta e sanno guardare la morte. Cosa nostra è riuscita a distorcere questa natura. Distribuendola dappertutto, ha reso la morte il suo volto pubblico. Doveva ostentare il potere di mostrare il morto. Dopo la scomparsa di De Mauro, dal 1979 in poi gli omicidi eccellenti hanno lasciato una traccia in ogni strada. A cominciare da quello di Mario Francese che doveva essere un segnale per tutti i giornalisti. Era il rito per mostrare la potenza. Si sono impossessati della morte e della possibilità di darla».

Per anni Falcone parlò pochissimo, poi l’accusarono di protagonismo. Iniziò a morire, quando lo fece?

«Dai magistrati del pool antimafia non avevamo mai notizie. Un costume che si è perso negli anni successivi. Nella prima parte della carriera Falcone aveva un rapporto difficile con i giornalisti, perché lo irritava l’approssimazione con cui venivano affrontate certe vicende. Dal 1979 almeno fino al 1983 parlò davvero poco. Poi si rese conto che aveva bisogno di una buona comunicazione, affinché il suo lavoro e del pool antimafia venisse raccontato nelle giuste dimensioni. Iniziò a rilasciare interviste con una selezione accurata degli interlocutori e mantenendo la giusta distanza. La necessità emerse, quando capì che la battaglia giudiziaria stava raggiungendo l’apice. Tentò di scuotere l’albero e di piantare semi fecondi. È il periodo in cui venne fischiato persino dai suoi colleghi come nel tribunale di Milano, che oggi espone la foto di Falcone e Borsellino».

Che cosa abbinava Falcone alla capacità di seguire i percorsi e le relazioni dei soldi?

«Carla Del Ponte rimase sorpresa che Falcone, il quale in passato aveva fatto anche il bancario, fosse l’unico a saper leggere i documenti delle banche svizzere. La sua grande intuizione fu di seguire le tracce dei soldi. Sapeva che la pista era quella e l’ha contestualizzata non in astratto ma nella società siciliana, dentro l’organizzazione criminale. Lui, nato alla Kalsa, qualcosa di loro la capiva. Ha associato alla capacità di tracciare i soldi quella di conoscere la natura degli uomini. Era istintivo con un’incredibile metodicità nel lavoro».

Qual è l’aspetto più interessante del rapporto con Buscetta?

«Riuscirono a capirsi. Quest’ultimo pose dei limiti e Falcone li accettò. Il collaboratore di giustizia intendeva vendicarsi dello sterminio dei propri famigliari e nel raccontare era disposto a spingersi fino a un certo punto. In cambio Buscetta garantì una lettura dall’interno del fenomeno mafioso, ma non è stato il primo».

Più dei secoli di carcere inflitti all’ala militare di Cosa nostra, lo scacco matto del Maxiprocesso fu il riconoscimento con almeno trent’anni di ritardo dell’esistenza di questa organizzazione mafiosa.

«Non c’è dubbio. Questo è stato il passaggio cruciale, che ha portato allo stesso Maxiprocesso: lo stabilire che Cosa nostra esisteva e non era una semplice associazione a delinquere. Dopo tanti caduti che avevano tentato di scollinare questa altura si arrivò in vetta. Un passaggio delicato e così fondamentale che i successivi sono apparsi sempre in tono minore, se non confusi, come il concorso esterno in associazione mafiosa con letture difformi da parte della Cassazione».

Senza ricostruire la linea continua da Terranova a Chinnici non si può comprendere questa svolta. Che cosa rappresentò Rocco Chinnici per Palermo?

«Falcone guardava la mafia verso l’alto: le banche svizzere, i riciclaggi, gli equilibri interni alle “famiglie”, i legami tra boss e grande potere. Seguiva gli assegni. Chinnici era ossessionato dalla strada. Non gli sfuggiva mai il collegamento tra quei livelli più sofisticati studiati da Falcone e quel che si consumava nel giardino di casa della città. Ma proprio per questo a colpirlo non era tanto l’albero avvelenato, ma i suoi frutti mortali: le fontanelle, le siringhe, i ragazzi che si bucavano».

Chinnici comprese pienamente la portata del capovolgimento sociale della narcoeconomia.

«Aveva chiara la misura dell’aumento geometrico di quella peste. Lo ascoltavano con insofferenza, lo accusavano quasi di non parlare d’altro. È stato l’unico a dire con coraggio che le vittime di overdose erano vittime di mafia. Ha assistito e reagito al massacro di una generazione, quella delle occupazioni universitarie del ’77. Questo dolore riguarda tutti ma non lo codifichiamo in nessun libro di storia. È stato un effetto del trasferimento dei laboratori di Marsiglia, che furono nulla rispetto alle raffinerie di droga in Sicilia».

Qual è stato il riflesso delle raffinerie e dei soldi del traffico di droga sull’urbanistica palermitana?

«Come in America tramite l’economia diffusa dello spaccio si distruggeva l’equilibrio sociale di un quartiere per la costruzione di nuovi e lo spostamento delle persone. Nacquero quartieri finti. I soldi della droga fecero costruire i palazzi e lo sapevano tutti. Palermo è diventata essa stessa una città finta e del tutto sradicata».

Che cosa ricordi del nove maggio 1978?

«Quando Sciascia parlava di incidenze e coincidenze aggiungeva: “Alcune volte mi sembrano le uniche che possono spiegare i fatti”. Certamente quella giornata è stata un cambiamento epocale. Al vertice della piramide morì Aldo Moro e con lui crolla il ponte che collegava l’anima cattolica e quella comunista del Paese. Alla base, a Cinisi, assassinarono l’unico ragazzo della sua generazione che in dieci anni, dal 1967 al 1977, non aveva dimenticato la questione mafiosa. Dopo l’omicidio Scaglione e la scomparsa di De Mauro, il movimento studentesco siciliano ignorava quasi l’esistenza della mafia. Non volava una mosca».

Impastato, un mafioso, il padre, lo aveva in casa.

«Sì e un altro di caratura mondiale, Tano Badalamenti, a cento passi della propria abitazione. Peppino aveva assistito alla costruzione di un aeroporto in uno dei luoghi considerati più pericolosi dai piloti. Badalamenti era il proprietario dei terreni, mentre Liggio, considerato ancora il boss emergente, si poteva limitare ai lavori di sbancamento della terra. Impastato sapeva benissimo chi comandava. Mentre la sua generazione, che provava la sensazione interiore della fine del mondo, soggiaceva alla merce venduta dal prototipo moderno dei narcos, lui dalla radio indicava e percorreva la strada opposta all’invasione dell’eroina».

Qual è leredità di Impastato a dispetto dei santini?

«La beatificazione è una maledizione, perché rende queste figure estranee a noi. Bisogna pensare al ragazzo normale che in quegli anni aveva in mano una radio libera per dire ciò che non leggevamo nei giornali e che le persone temevano di pronunciare anche nel chiuso delle case. Lo considero in relazione alla radio. Esisteva la necessità di parlare un altro linguaggio. Lui con ironia e coraggio ne costruì uno. E in Sicilia la costruzione di una lingua nuova doveva passare dal rendere pubblica la lotta alla mafia».

In che modo dialogano i libri di Sciascia Il giorno della civetta e L’affaire Moro?

«Il giorno della civetta scoperchiò per la prima volta tutto. Lo scrittore, che aveva già dato contro la mafia, sfidò l’Italia intera e il patto di unità nazionale contro il terrorismo scrivendo L’affaire Moro, e che riceve e parla con i suoi concittadini con altrettanto disincantato distacco e senza obbligo all’empatia, alla maniera dell’amato Stendhal, con la freddezza di un entomologo».

L’unica monografia sul giudice Cesare Terranova vide il contributo decisivo di Leonardo Sciascia. Era vicino a Chinnici. Come si può spiegare la distanza con Falcone?

«Tutti noi siciliani viviamo all’ombra di questo comune, inconciliabile magistero, quello del giudice sacrificatosi nella lotta contro la mafia, e quello dello scrittore che – tra gli altri suoi alti meriti – per primo la denunciò, parlandone al mondo. Sciascia non giustificava la geometrica e razionale freddezza di Falcone, che nasceva dal fuoco che uccise Terranova e Chinnici. Sciascia non capì che i giudici stessero cambiando attraverso quel fuoco e la prossimità sempre più schiacciante di Cosa nostra. Non esisteva più la possibilità di guardarla con il distacco con il quale aveva potuto scrivere Il giorno della civetta. L’unico romanzo sulla materia che resta efficace».

È ancora difficile riconoscere la reciproca inconciliabilità?

«Dovremmo ammettere l’esistenza di un paradosso che assomiglia a una ferita aperta: la differenza tra lo Sciascia che scrive Il giorno della civetta e quello dell’articolo I professionisti dell’antimafia. È la stessa persona, ma offre due visioni diverse rispetto all’amicizia con Terranova. Dobbiamo accettare la sua piena insondabilità. L’articolo era profetico in alcuni sensi, ma come ricordò Borsellino quel giorno Falcone iniziò a morire. Dopo il caso Tortora, Sciascia diffidava dei Maxiprocessi e delle procure dopo il suicidio del segretario regionale della Dc Nicoletti».

Bufalino colse lo sgomento di questa freddezza?

«Sì, e stando più a distanza dalla materia rispetto a Sciascia, vide la linea di continuità da Terranova a Falcone. La storia mancata tra Falcone e Sciascia è un frutto di Sicilia: una terra che fa i suoi figli migliori e poi li mette contro».

Paolo Borsellino raccolse anche questo frutto amaro. In che cosa consisteva la sua umanità?

«Disse il consigliere Antonino Caponnetto: “Non ho mai conosciuto un uomo più umano e giusto di Paolo e non lo conoscerò sicuramente mai”. Paolo invece sussurrava: “Sarò sempre il secondo di Giovanni”. Dal punto di vista dell’umanità e del coraggio, Borsellino giganteggia. Non so quali altri esempi si possano trovare. Una persona che va lucidamente alla morte per oltre cinquanta giorni. Visse la fine con profondo tormento e cupezza, ma insieme ad atti pubblici decisivi continuò a dare messaggi di amore ai figli, alle persone. Come disse il filosofo siciliano Gorgia da Lentini, a proposito degli eroi della guerra del Peloponneso del suo tempo, erano uomini concreti che hanno accettato la situazione in cui si trovarono e seppero agire come le circostanze richiedevano. Per questo non ne deve essere perduta la memoria. Riesco ad associare questa esperienza che pone interrogativi etici, morali, umani a quella dei campi di concentramento».

Che effetto ti fa la dicitura “Borsellino quater”?

«Per pigrizia guardiamo le due stragi nello stesso modo, poiché ravvicinate nel tempo. In realtà quella di Capaci è stata compiuta per la stabilizzare la situazione con l’elezione del Presidente della Repubblica. La strage di via D’Amelio al contrario per destabilizzare. Dunque questa seconda risulta a livello processuale ancora più ingarbugliata con depistaggi ormai acclarati per non far emergere ciò che è stato».

Qual era il tuo patto con il capo del pool Antonino Caponnetto?

«Gli promisi di non disturbarlo mai, perché era spesso assalito da grupponi di inviati con domande talvolta improbabili. Però gli dissi: se le busso, la prego, mi risponda, perché si tratterà di un’emergenza. Al Palazzo di giustizia di Palermo, dove andavo quotidianamente, mi ricevette per confermare la voce dell’arresto di Michele Greco, il “papa” della mafia, il capo della Commissione: “Giovanni è andato in caserma per il riconoscimento”. Caponnetto era ieratico, gentile. Negli anni del Pool ha fatto da chioccia e parafulmine. Aveva sentito la “corda pazza”, per usare l’espressione di Sciascia. Era siciliano ed ebbe il richiamo della terra madre».

Nel 1987 dopo la conclusione del Maxiprocesso hai lasciato Palermo. Quanto ha pesato il bagaglio di quella guerra?

«Nei primi anni vissuti lontano dalla Sicilia mi ha continuato a inseguire, poi me ne sono liberato per infine tornare ad aprirlo con più distacco. In gran parte è un nodo che non si risolverà mai. Più in generale il modo errato di fare memoria lascia incagliate le questioni storiche».

Qual è il tuo ricordo del giornale L’Ora?

«Gianni Lo Monaco, il vecchio cronista di giudiziaria, che arrivava il pomeriggio con il cane e ci raccontava le storie, inquadrava i fatti e il loro contesto storico. Ti dava sempre una pista da seguire. Ci spiegava come non diventare dei passacarte. Eravamo poveri, sporchi, ma il giornale mi ha dato tutto».

Alla vigilia dell’anniversario della strage di Capaci, arriva dalla Sicilia la notizia dell’arresto del Commissario Covid Antonio Candela. Che cosa indica?

«C’è una questione urgente e attuale. Il “capo condominio” della sanità siciliana, accusato per tangenti con il suo sodale agrigentino, peraltro membro della commissione siciliana antimafia, era sotto scorta, come tanti prima di lui, per minacce dovute al suo presunto impegno in favore della legalità. C’è un marcio evidente e ricorrente, annidato dentro l’apparato retorico ufficiale inaugurato nel dopo stragi del ‘92, che viene da tempo utilizzato non solo come scorciatoia per carriere da abili professionisti, ma anche come nuovo sistema di potere e copertura della novella corruzione. Sanità ma anche discariche, scioglimento sospetto di consigli comunali ma anche gestione dei beni sequestrati alla mafia, e avanti così».

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Mafia e memoria. Ritorno a Palermo https://minimaetmoralia.it/reportage/mafia-e-memoria-ritorno-a-palermo/ https://minimaetmoralia.it/reportage/mafia-e-memoria-ritorno-a-palermo/#respond Wed, 19 Oct 2022 07:41:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51397 (fonte immagine). «Alla notizia della strage scappai in Questura. La sera del 23 maggio 1992, tornando a casa, trovai una fila di persone davanti al portone che mi sorprese. I palermitani si erano assuefatti alla violenza mafiosa. Quel giorno s’indignarono e qualcosa iniziò a cambiare. I funerali di mio marito, Antonio Montinaro, Giovanni Falcone, Francesca […]

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(fonte immagine).

«Alla notizia della strage scappai in Questura. La sera del 23 maggio 1992, tornando a casa, trovai una fila di persone davanti al portone che mi sorprese. I palermitani si erano assuefatti alla violenza mafiosa. Quel giorno s’indignarono e qualcosa iniziò a cambiare. I funerali di mio marito, Antonio Montinaro, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Dicillo e Vito Schifani scossero la coscienza della città, della Sicilia e dell’Italia, segnando una reazione civile».

Tina Montinaro, la moglie del caposcorta del giudice Falcone, parla nella sua abitazione a Palermo, mentre versa il caffè. Ha trascorso gli ultimi trent’anni a lenire il dolore, danzando sul confine che delimita la memoria personale, quella pubblica e la Storia.

«Nel 1992 Antonio aveva trent’anni e non era un eroe – dice –. Proveniva dalla Questura di Bergamo e chiese l’aggregazione per il Maxiprocesso a Cosa nostra. Ammirava Falcone e aveva giurato alla Repubblica italiana. Scelse consapevolmente l’impegno della protezione del magistrato più esposto nella lotta alla mafia e lo mantenne dopo il preavviso di morte del fallito attentato all’Addaura. Non cambiò idea neanche quando lo Stato tolse l’indennità di rischio».

Fino al 1997 Tina ha coltivato in forma strettamente privata la rielaborazione di una ferita intima e tuttora aperta della storia repubblicana. Quando ricorda il marito, non dimentica mai chi condivise la stessa sorte, come fosse un’orazione collettiva. I magistrati e gli agenti caduti erano uomini concreti e fallibili. La beatificazione è una maledizione, perché rende queste figure estranee a noi. Sapevano commisurare la paura con il coraggio. Presero atto della situazione in cui si trovavano fino all’ultimo e seppero agire come le circostanze richiedevano. Per questo non ne deve essere perduta la memoria.

«Trentenne con due figli piccoli mi sono ritrovata dentro a una vicenda molto più grande di me – riflette Tina –. Sono cresciuta in fretta. A trent’anni di distanza dalla stagione del terrore stragista manca ancora una piena verità. Ti rendi conto che esistono dinamiche difficili anche solo da immaginare. Dopo gli anni del silenzio, ho dovuto mettermi in gioco in prima persona, perché lo Stato non ha saputo coniugare la giustizia con la memoria».

Dove sono finiti i resti della macchina divelta nell’attentato? Il viaggio in Italia di Tina Montinaro è cominciato, ponendo questa domanda che l’ha spinta fino all’autoparco della Polizia di Stato a Messina: «Nelle lamiere della vettura, la Quarto Savona 15, sono rimaste tre vite, tre passioni e tre famiglie. Non mi hanno potuto mostrare il poco che restava del corpo di Antonio. Guardando l’auto, nessuno può essere indifferente».

Senza questa iniziativa personale e la successiva collaborazione dei vertici della Polizia, un simbolo fondamentale per comprendere la portata e il significato della strage di Capaci verserebbe in stato di abbandono. Solo cinque anni fa la teca con il groviglio di rottami della Quarto Savona 15 ha trovato una collocazione a Palermo. Non scordiamo che la prima statua in memoria di Falcone è stata eretta in America a Quantico nell’accademia dell’Fbi, nel 1994. In Italia per avere una lapide commemorativa al Ministero di giustizia si è aspettato fino al 2002.

«Oggi, dopo mille stragi, dopo Falcone e Borsellino, ogni spazio parrebbe chiudersi, non dico all’idillio, ma alla fiducia più esangue. E tuttavia…finché in una biblioteca mani febbrili sfoglieranno un libro per impararvi a credere in una Sicilia, in un’Italia, in un mondo più umani, varrà la pena di combattere ancora, di sperare ancora. Rinunziando una volta per tutte a issare sul punto più alto della barricata uno straccio di bandiera bianca», scrisse Gesualdo Bufalino nella nota Poscritto 1992 contenuta nell’antologia Cento Sicilie. Scavando nelle storie e memorie dei sopravvissuti alla Tombstone italiana, che spesso hanno pianto in solitudine i “propri” morti per la nazione, si trovano le tracce della resistenza descritta da Bufalino. Una resistenza fondata sulla ricerca e conoscenza dei fatti.

Cosa nostra, distribuendola dappertutto, ha reso la morte il suo volto pubblico. Doveva ostentare il potere di mostrarla. Dopo la scomparsa di De Mauro, dal 1979 in poi gli omicidi eccellenti (Cesare Terranova, Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Carlo Alberto dalla Chiesa e quanti altri) hanno lasciato una traccia in ogni strada. Cosa nostra si era impossessata della morte e della possibilità di darla.

«Quale impasto sociale e umano ha potuto tollerare che tre Kalashnikov sparassero a Cassarà sulle scale di casa, mentre la moglie con la bambina piccola urlava, bussava alle porte per salvarsi e nessuno le aprì – osserva l’ex giornalista de L’Ora e scrittore Piero Melati –. Quella dell’autobomba di Chinnici che città è? Leggevamo nei giornali “Palermo come Beirut” sul terrazzino della casa di famiglia, mangiando il gelo di mellone. Poi ti abitui a tutto, le dittature sono così. La fine è solo l’annientamento, perché arriviamo a tollerare tutto. Vedo una relazione con la parola totalitarismo e persino con il regime concentrazionario».

Prima dell’attentato più eclatante su una curva dell’autostrada che dall’aeroporto di Punta Raisi corre verso Palermo, con la potentissima deflagrazione di oltre cinquecento chili di tritolo che creò un cratere, l’omicidio (29 luglio 1991) di Libero Grassi, imprenditore che si era rifiutato di pagare il pizzo e aveva denunciato pubblicamente, animò una rivolta. Apparvero i lenzuoli bianchi sui balconi e scritte contro i boss. La città cominciò a ribellarsi, ad aprire una strada per il futuro, e l’Italia a percepire quanto la questione fosse parte della biografia nazionale, non una storia solamente siciliana.

Il 30 gennaio 1992 alla conclusione del Maxiprocesso, istruito dai giudici del Pool antimafia di Palermo, con la condanna all’ergastolo in Cassazione della cupola di Cosa nostra, fu confermata l’esistenza di un’organizzazione criminosa caratterizzata da una struttura verticistica e dall’aggregazione di diversi nuclei operativi uniti dalla ricerca di profitti illeciti con metodi di sopraffazione e intimidazione.

Questo è stato uno spartiacque decisivo sul fronte dell’opinione pubblica, giudiziario e in parte di quello politico. Non si poteva più negare la sua esistenza ed erano state gettate le fondamenta del movimento che possiamo chiamare antimafia, affermatosi nella prima metà degli anni Novanta. Nacquero e si svilupparono realtà come Libera. La questione mafie entrò finalmente nell’agenda nazionale.

All’inizio del decennio degli anni Ottanta ancora si metteva in discussione l’esistenza stessa della mafia, spesso definita come una semplice associazione per delinquere, quando Chinnici oltre ad aver definito l’essenza del potere di Cosa nostra, ne aveva delineato l’unitarietà e l’interdipendenza fra le famiglie mafiose. Il fenomeno necessitava di una lettura non più frammentaria.

Scrisse Falcone un anno prima della sentenza definitiva della Cassazione: «È risultato di grande rilievo che sia stata autorevolmente confermata dai giudici di secondo grado, l’esistenza e l’unicità di un’organizzazione criminale che, per numero dei suoi membri e per pericolosità, non ha uguali nel mondo occidentale. La precisazione è d’obbligo: finalmente si è giunti a una incontestabile identificazione della natura e delle dimensioni del “nemico” da combattere».

Dopo l’addio del consigliere istruttore Antonino Caponnetto, tornato in Sicilia per proseguire il lavoro intrapreso da Rocco Chinnici, a Palermo il decennio di lotte che aveva prodotto il Maxiprocesso entrò in una fase di reflusso o “normalizzazione.” Il 19 gennaio 1988 il Consiglio Superiore della Magistratura per la carica di guida dell’Ufficio Istruzione, al posto di Caponnetto, indicò per questione d’anzianità Antonino Meli, scartando la candidatura autorevole di Falcone non raramente accusato di protagonismo giudiziario.

L’apice della stagione dei veleni fu l’attentato mancato all’Addaura: 58 candelotti di esplosivo rinvenuti il 21 giugno 1989 nel tratto di scogliera tra la casa, presa in affitto da Falcone, e il mare. Il giudice, che aveva come ospite la collega Carla Del Ponte, qualificò come raffinatissime le menti che lo avevano progettato e fu l’anticipazione della strage di Capaci.

Dopo la conferma in sede giudiziaria della validità dell’impianto accusatorio del Maxiprocesso con il progressivo smantellamento del pool, l’azione repressiva del fenomeno mafioso perse di slancio e d’efficacia. Alla sentenza del Maxiprocesso del 16 dicembre 1987, che inflisse 2665 anni di carcere ai mafiosi, Falcone segnalava invece la necessità di un ulteriore salto di qualità nella strutturazione del lavoro antimafia. Un’urgenza che lo portò da Palermo a Roma, dove ricoprì la carica di Direttore generale degli affari penali del Ministero di giustizia, subendo violente accuse dalla stessa magistratura come se avesse ceduto alle lusinghe della politica.

«Molti lo ricordano ancora oggi per il rigore delle sue indagini. Riconoscendogli, anche a livello internazionale, la grande professionalità e il merito di avere scoperto cosa significasse Cosa nostra. Pochi ricordano i momenti più tragici della sua vita e gli attacchi subiti anche da chi riteneva amico e il grande isolamento in cui fu costretto, rendendo ancora più pericolosa la sua vita», ha sottolineato la sorella Maria, che attraverso la Fondazione Falcone ha realizzato numerose iniziative, innanzitutto con i giovani, per trasmettere il senso di questo sacrificio.

A Palermo è nato un luogo prezioso per ricostruire la memoria di queste esistenze con i documenti e gli atti che determinarono quella stagione. Varcando le soglie del Palazzo di giustizia, si scopre la cura con la quale Giovanni Paparcuri, l’autista sopravvissuto all’attentato del 29 luglio 1983 per uccidere Chinnici e successivamente collaboratore tecnico informatico del pool antimafia, tutela il Museo Falcone – Borsellino.

Durante la visita si entra nelle stanze del bunker dei giudici arredate con le carte delle indagini, processi e loro oggetti personali. I luoghi sono fatti anche della materia di chi li animati, delle cose che sono accadute e la loro presenza si avverte forte. Come Tina Montinaro, Paparcuri evoca la fatica del fare memoria pubblica: «Questi uffici erano diventati una discarica di carte, nonostante si conoscesse il loro valore storico. Nel dicembre del 2015, l’allora presidente della Corte di appello e il presidente della giunta distrettuale della ANM mi proposero di far rinascere questo spazio con la documentazione conservata nel periodo di lavoro condiviso con i giudici».

Nel racconto Paparcuri si sofferma giustamente sulla figura di Francesca Morvillo, che non era soltanto la moglie di Falcone, ma una magistrata di grande preparazione, capacità e straordinaria umanità. Colpisce un suo biglietto: «Giovanni, amore mio, sei la cosa più bella della mia vita. Sarai sempre dentro di me, così come io spero di rimanere viva nel tuo cuore».

Nella stanza di Falcone è appesa una lettera dolorosa, nella quale il giudice spiegava così le ragioni della rinuncia a un impegno di carattere accademico (anno 1988/’89) e formazione per gli studenti: «(…) L’enfatizzazione fin da adesso di questa iniziativa, però, rischia di snaturare gli scopi di questo corso che dovrebbe costituire, non già passerella per chicchessia, ma mezzo di approfondimento serio di una materia la cui importanza è superfluo sottolineare. E già dai primi articoli di stampa riaffiora, anche stavolta in maniera distorta e strumentale, la solita polemica sui professionisti dell’antimafia e sui riconoscimenti di cui costoro godrebbero».

Falcone concluse il messaggio, asserendo che sarebbe stato meglio mettersi da parte, con la speranza che servisse a qualcosa, per non distogliere l’attenzione dai problemi reali con le solite polemiche su mafia e antimafia. Questo era il clima che lo accompagnò verso la fine della strage di Capaci. L’articolo che Leonardo Sciascia scrisse sui professionisti dell’antimafia era profetico in alcuni sensi, ma come ricordò Borsellino quel giorno Falcone iniziò a morire.

«Quello dell’antimafia è uno scenario affollato – afferma lo storico Salvatore Lupo –, che potrebbe giustificare qualche contro-polemica “alla Sciascia”, nel complesso, penso che l’antimafia rappresenti una grande risorsa civile e istituzionale del paese, il lascito positivo di un drammatico passato».

La fine dello stragismo non equivale alla fine della mafia, bensì l’ha ricondotta a una dimensione carsica simile alla sua lunga storia che pone sfide nuove anche all’antimafia. Che cosa è diventato e quali sono le prospettive del movimento sociale e culturale nato dalla reazione al terrorismo di stampo mafioso?

«Questa domanda mi suscita un senso di disorientamento – testimonia Tina Montinaro – seppure dopo le stragi sia stato realizzato un cambiamento reale. Il vestito della legalità, indossato da molte figure che sono state erroneamente elette a simboli antimafia, ha aperto le porte anche ai disonesti e ha fatto perdere lungo la strada la partecipazione di molte persone che avevano interessi sinceri. L’antimafia deve recuperare credibilità ed energia, perché quando la mafia non spara sembra che non esista, mentre permea sempre a maggiori profondità i gangli vitali della società».

 

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Il silenzio. Intervista a Giovanni Tizian https://minimaetmoralia.it/interviste/il-silenzio-intervista-a-giovanni-tizian/ https://minimaetmoralia.it/interviste/il-silenzio-intervista-a-giovanni-tizian/#respond Tue, 19 Jul 2022 12:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50840 di Federica Delogu “Quel 1992 che doveva cambiare l’Italia e ha lasciato ogni cosa immutata”. Sono passati trent’anni dalle stragi di mafia che hanno ucciso i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e hanno sconvolto l’Italia. Giovanni Tizian, cronista d’inchiesta ed esperto di mafie, ripercorre nel libro Il Silenzio. Italia 1992-2022, edito da Laterza, questi […]

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di Federica Delogu

Quel 1992 che doveva cambiare l’Italia e ha lasciato ogni cosa immutata”.

Sono passati trent’anni dalle stragi di mafia che hanno ucciso i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e hanno sconvolto l’Italia. Giovanni Tizian, cronista d’inchiesta ed esperto di mafie, ripercorre nel libro Il Silenzio. Italia 1992-2022, edito da Laterza, questi trent’anni di storia italiana. Lo fa attraverso gli occhi della sua famiglia, che guarda la Sicilia del maxi processo dalla tv di un piccolo paese calabrese e la guarda con speranza, perché là si intravede quel cambiamento che la Calabria vedeva per sé allora lontanissimo.

Poi su quella stessa tv arrivano le immagini della bomba del 23 maggio 1992, “l’inizio della fine” scrive Tizian, perché “capimmo che se neanche il celebre pool antimafia di Palermo poteva niente contro la mafia, come avremmo potuto noi soli e abbandonati dalle istituzioni, in una Calabria ridotta in schiavitù, combattere contro le feroci cosche della ’ndrangheta che avevano ucciso mio padre e incendiato il mobilificio di famiglia?”

Cinquecento chili di tritolo sulla strada che dall’aeroporto di Punta Raisi va verso Palermo uccidono il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie la giudice Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

Giovanni Tizian quel giorno aveva dieci anni e quando vede le immagini della strage in televisione grida alla nonna Amelia che hanno ucciso un giudice ed è iniziata la guerra. Poi, 57 giorni dopo, la scena si ripete. Il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina vengono uccisi in via D’Amelio a Palermo.

Pochi anni prima, il 23 ottobre del 1989, il padre di Giovanni, Giuseppe Tizian, era stato ucciso mentre tornava a casa in macchina da Locri, dove lavorava in banca. Un omicidio rimasto sempre senza colpevoli, archiviato negli anni per due volte, che ha lasciato la sua famiglia a fare i conti con un dolore senza giustizia.

Mentre la guerra di mafia entrava nelle case con le immagini dei telegiornali, Giovanni, la nonna Amelia, il nonno e la madre avevano conosciuto la guerra di ‘ndrangheta, l’esercito per le strade, l’ingiustizia. Pochi mesi prima dell’assassinio di Giuseppe Tizian il mobilificio di famiglia era stato completamente distrutto da un incendio, anche questo rimasto senza responsabili.

Io appartengo a una generazione che ha vissuto sulla propria pelle la violenza mafiosa – spiega Tizian -. Quello che successe in Sicilia noi in Calabria lo abbiamo vissuto come una sconfitta, perché negli anni del maxiprocesso guardavamo alla Sicilia come un esempio, speravamo che quella storia ci trascinasse fuori dall’incubo. Invece poi sono arrivate le stragi”.

In quegli anni la sua famiglia decide di lasciare la Calabria per trasferirsi a Modena, lontano dalla violenza e in una città in cui nessuno conosceva la loro storia.

Quella di Modena era una dimensione ovattata, scrive Tizian, ma poi anche là nella sua vita entra di nuovo la violenza della mafia. Nel 2006 aveva iniziato a lavorare per la Gazzetta di Modena. Scriveva delle mafie del nord, quelle che in tanti chiamavano e continuano a chiamare corruzione, e vent’anni dopo l’omicidio di suo padre Peppe, a Giovanni Tizian viene assegnata una scorta per le minacce ricevute da un colletto bianco in carcere per mafia che dirà che a quel giornalista bisognava “sparargli in bocca”.

Doveva cambiare tutto e non è cambiato niente”, dice la nonna Amelia quando viene a sapere della scorta. “Avevo 28 anni e vivere sotto scorta mi ha sconvolto – racconta Tizian – Mi occupavo da tempo di mafie al nord ma per quanto si possa essere consapevoli dei rischi alla fine non ci si pensa mai davvero. È stato un cambio di vita radicale, un periodo cupo, di sofferenza, e anche di paura, per me e per le persone che mi erano vicine. Ho sempre diffidato di chi dice che non bisogna aver paura. La considero invece un aiuto e un allarme che mi permette di stare attento. In quegli anni non potevo fare molte cose e i miei spostamenti erano limitati, che per un cronista equivale a rinunciare alla sua arma più importante, toccare le situazioni con mano. Quando mi hanno detto che mi avrebbero ridotto la scorta, nonostante la paura, l’ho vissuto come una sorta di liberazione”.

Con Il Silenzio Tizian ripercorre con durezza tutti questi anni, la mafia che sparisce dal discorso pubblico, identificata ormai solo con le sue manifestazioni più violente, mentre nel frattempo sono pubblicamente taciute le commistioni politiche, quelle interne ai partiti, alle istituzioni, agli affari sui grandi appalti. Una responsabilità che Tizian attribuisce a chi “pratica l’antimafia due volte l’anno, il 23 maggio e il 19 luglio”.

Nel discorso pubblico si tende a identificare la mafia con Totò Riina e il periodo stragista, – spiega ancora – ma quella era una mafia anomala. La mafia non è antistato, è dentro lo Stato e dialoga con le istituzioni. In trent’anni in questo paese abbiamo avuto la possibilità di cambiare tutto e invece non siamo stati in grado di cambiare niente. Non si è voluto mai davvero modificare l’atteggiamento mafioso, che è un atteggiamento di arroganza, prepotenza, scorciatoie. Nella quotidianità chi rispetta le regole ha uno svantaggio competitivo. E poi la mafia è diventata un discorso da passerella politica, evocata nelle commemorazioni per essere dimenticata il giorno dopo. Per chi come me e la mia famiglia ne ha subìto la violenza assistere a tutto questo è una grande sofferenza”.

Il linguaggio di Tizian è asciutto e doloroso, non eccede in descrizioni, racconta i fatti in maniera precisa ma non nasconde il dolore dell’ingiustizia, di un’occasione di cambiamento mancata e di parole svuotate che si ripetono ormai uguali di anno in anno e di commemorazione in commemorazione. L’immutabilità, quella che sua nonna citava per descrivere quegli anni, torna sempre nel suo racconto.

C’è stato prima di tutto un fallimento della giustizia – prosegue – che ha perso di vista il suo ruolo di istituzione vicina ai cittadini, anche quelli che non contano niente. La giustizia che si è dimenticata dei suoi cittadini e li ha suddivisi in categorie ha prodotto una sfiducia verso la totalità delle istituzioni. Per anni abbiamo ascoltato il racconto sull’omertà dei cittadini, ma non possiamo non considerare che il rapporto di fiducia si era rotto. Mentre decine di omicidi di persone per bene venivano archiviati in Calabria lo Stato investiva risorse solo per i sequestri di persona che coinvolgevano gli imprenditori del Nord, trattando con i boss”.

Ma nonostante la rabbia, il dolore, la frustrazione per ciò che non è mai cambiato Giovanni Tizian sottolinea che l’approccio unicamente repressivo del carcere duro è inutile. Lo considera solo un altro feticcio: “misure estreme in violazione dei diritti civili per risultati meno che mediocri e complicità diffuse che neppure il carcere duro può arginare”.

E allora che fare?” si chiede Tizian. E trova la risposta al di là della retorica politica e delle sentenze dei processi, nel mettere in discussione la cultura mafiosa diffusa e pervasiva, scardinare l’idea della mafia come un mero insieme di bande criminali, vederne e raccontarne gli appoggi e i legami, smantellare la presenza nell’atteggiamento quotidiano, parlare di mafie nelle scuole, confrontandosi con ragazzi e ragazze, fare del giornalismo uno strumento di contrasto.

I giornalisti – prosegue – hanno il compito di offrire gli strumenti per leggere la realtà. Siamo noi che decidiamo a quali aspetti di questo fenomeno dare priorità. La mafia ha tante facce e noi possiamo scegliere cosa e come raccontarla”.

Lui ne Il Silenzio sceglie di farlo attraverso la sua storia, come, ricorda, faceva sua nonna Amelia quando raccontava a tutti di lui bambino che vedeva in televisione le immagini delle stragi.

Lo raccontava – scrive Tizian – per connettere la nostra storia a quella nazionale rappresentata dagli attentati a Falcone e Borsellino. Perché la verità e la giustizia non sono un fatto privato, non sono dovute solo a una famiglia ma a tutta la nazione. Ogni qual volta un cittadino resta orfano di giustizia è una ferita per tutto l’organismo democratico”.

 

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Storia di Nino e Ida, vittime della mafia https://minimaetmoralia.it/reportage/storia-di-nino-e-ida-vittime-della-mafia/ https://minimaetmoralia.it/reportage/storia-di-nino-e-ida-vittime-della-mafia/#comments Wed, 23 Aug 2017 08:00:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31510 Lunedi è morto Giovanni Aiello, anche noto come «Faccia da mostro», indagato e prosciolto dalle procure di Palermo, Catania e Caltanissetta, per il reato di strage. Il nome di Aiello è stato più volte associato dai pentiti alle stragi di via D'Amelio e di Capaci, ma anche agli omicidi del vicequestore Ninni Cassarà e del poliziotto Nino Agostino. A questo proposito, riproponiamo un pezzo scritto da Gabriele Santoro.

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agostino

 

Lunedi è morto Giovanni Aiello, anche noto come «Faccia da mostro», indagato e prosciolto dalle procure di Palermo, Catania e Caltanissetta, per il reato di strage. Il nome di Aiello è stato più volte associato dai pentiti alle stragi di via D’Amelio e di Capaci, ma anche agli omicidi del vicequestore Ninni Cassarà e del poliziotto Nino Agostino. A questo proposito, riproponiamo un pezzo scritto da Gabriele Santoro.

La storia di Augusta Schiera e Vincenzo Agostino è iniziata a bordo di un autobus, il numero tre. Palermo stava affacciata alla finestra del boom economico italiano. Lei giovane sarta, lui muratore, è stata una questione di sguardi lungo il comune tragitto quotidiano. Correva l’anno 1956, entrambi orfani di padre, un giorno hanno fatto finta di perdere quell’autobus, il tempo piccolo di una passeggiata e quello lungo di un amore che continua a sfidare uno degli inestricabili misteri italiani.

Vincenzo racconta come i suoi occhi azzurri lucidi, mentre nella stanza attigua della casa palermitana il quindicenne Nino gioca. Augusta sostiene che le coincidenze abbiano un’anima. Il nipote sarebbe dovuto nascere nel settembre del 2001. È venuto al mondo il 5 agosto, a dodici anni esatti dall’assassinio del figlio, il poliziotto Antonino Agostino, assegnato al Commissariato San Lorenzo, e della nuora Giovanna Ida Castelluccio. Nino, nato prematuro di un mese e mezzo, è un ragazzino vivace, che vive nel nome dello zio ucciso. Ida, un’altra nipote, ai nonni dice: «Non siate tristi perché sarò, saremo i vostri testimoni».

A ventisette anni di distanza dal duplice delitto, per Antonino e Ida non c’è ancora una verità processuale, che ricostruisca gli eventi. Non c’è pace per una famiglia, che attende di sapere quale intreccio di interessi abbia prodotto un crimine così efferato. Per riannodare i fili contorti di questa vicenda si può cominciare da una dichiarazione rilasciata da Mimmo La Monica, collega di Agostino fino all’ultimo turno di pattuglia svolto insieme, dopo poche ore dalle esecuzioni attentamente pianificate: «Non si capisce più che sta succedendo in città. Siamo bersagli mobili e non sappiamo chi ci ammazza». Sullo stesso tono il magistrato Giusto Sciacchitano, che da subito coordinò l’inchiesta, in un virgolettato riportato da La Stampa: «A Palermo viviamo male come giudici e come cittadini, mi auguro che questo delitto così grave raffreddi l’atmosfera e ci faccia ritrovare serenità per ottenere di nuovo buoni risultati».

Al Palazzo di giustizia era la stagione del discredito delle istituzioni, dell’indebolimento del pool antimafia, delle guerre intestine fra magistrati. Era l’estate del fallito attentato all’Addaura, che avrebbe dovuto anticipare la strage di Capaci, e quella caldissima della delegittimazione delle lettere del Corvo che allarmò anche gli americani, così attenti e interessati al lavoro di Giovanni Falcone. È significativo che tra la documentazione declassificata dal Dipartimento di Stato statunitense non compaia la specifica informativa sull’attentato dell’Addaura. Quei 58 candelotti di esplosivo rinvenuti il 21 giugno 1989 nel tratto di scogliera tra la casa presa in affitto da Falcone e il mare. Quel giorno all’Addaura c’era anche il magistrato svizzero Carla Del Ponte, che stava indagando sul riciclaggio di denaro sporco.

I diplomatici statunitensi non si capacitavano di come il sistema Italia ostacolasse, denigrasse all’apice della lotta la sua migliore risorsa contro la piaga del crimine organizzato. «I giudici antimafia hanno speso più tempo attardandosi nel combattere fra loro che nel contrastare la mafia. Accuse senza fine e controaccuse hanno così intorbidito le acque che ogni significativa misura contro sospettati di mafia ha dovuto essere pretermessa», recita il cablo E65 – Confidential del 13 ottobre 1989. Il cablogramma E54 – Confidential, intercorso tra l’Ambasciata statunitense e il Dipartimento di Stato, cita anche l’oscuro duplice omicidio commesso a Villagrazia di Carini.

In quelle settimane il ministro dell’Interno Gava ammette che la mafia finanzia il debito pubblico italiano, che aveva già esondato gli argini in una crescita incontrollata, mentre il ministro del Lavoro Donat Cattin esterna che il problema del contrasto alla mafia dipende dall’anagrafe: servono magistrati non siciliani. Sette mesi dopo l’insediamento di Meli, nel ruolo ricoperto da Antonino Caponnetto al vertice del pool, Paolo Borsellino tuonò con due interviste: in buona sostanza «dalle uccisioni di Cassarà e Montana non esisteva una sola struttura di polizia in grado di consegnare ai giudici un rapporto sulla mafia degno di questo nome».

Nel cuore dell’agosto 1989 i principali quotidiani nazionali associarono per giorni i veleni a quelle due morti apparentemente prive di movente. Il clima è riassumibile nel titolo: «Palermo litiga, la mafia uccide». Ma che cos’è la mafia? Dopo il funerale, celebrato nella Chiesa di Sant’Eugenio, Vincenzo Agostino affidò le proprie sensazioni lucide al Corriere della sera. Parole che oggi leggiamo nell’analisi (Storia dell’Italia mafiosa/2015) di Isaia Sales: «Una criminalità di tipo mafioso è tale se coloro che sono preposti alla repressione e al governo della cosa pubblica sono con essa in rapporti. Un mafioso è, dunque, tale se intreccia relazioni di ogni tipo con parte di coloro che dovrebbero reprimerlo, allontanarlo, giudicarlo».

Vincenzo ripete l’espressione “mele marce”, che avrebbero ostacolato la ricerca della verità fin dalla  notte fra il 5 e il 6 agosto 1989. La definisce una storia di depistaggi, di documenti mancanti, sottratti come in molti misteri collegati alla mafia. «Ho paura che la cronaca, la gente, lo Stato inghiotta anche questi due cadaveri innocenti senza che cambi nulla», disse al Corriere della sera.

Attualmente a Palermo, dopo il respingimento della precedente richiesta di archiviazione da parte dei pm, il Gip Maria Pino ha accolto la richiesta della Procura di Palermo di prorogare le indagini sul caso per sei mesi. Si sono tenuti importanti incidenti probatori come l’esame dei pentiti Vito Lo Forte e Vito Galatolo, e il confronto all’americana tra Agostino e l’ex poliziotto Giovanni Aiello riconosciuto, che nella ricostruzione qualche giorno prima dell’omicidio sarebbe andato a cercare Nino a casa, trovando Vincenzo. Quest’ultimo colloca l’incontro nel luglio 1989, circa venti giorni dopo i fatti dell’Addaura e ricorda:

«Stavo facendo qualche riparazione nella casetta al mare, vicino a Punta Raisi, quando si introdusse senza bussare un maleducato. Mi guardò e domandò: “C’è suo figlio, il poliziotto?”. Risposi di no e se ne andò senza salutare. Era Nino Madonia. Lo rincorsi chiedendo chi fosse: “Digli che siamo colleghi”. C’era un altro personaggio biondastro, bassino, con il volto deformato come se avesse il vaiolo, ad aspettarlo sulla moto. Questa scena e le parole mi restarono impresse. Mi preoccupai molto, ma a Nino non raccontai l’episodio. Successivamente l’ho fatto con i magistrati».

Aiello è fra gli indagati con i boss Nino Madonia e Gaetano Scotto. Secondo la versione di Lo Forte i tre avrebbero preso parte all’omicidio e le ragioni andrebbero cercate fuori da Cosa nostra e dentro alle forze di polizia.

La voce di Vincenzo si incrina ancora, quando sussurra con rabbia e dolore di essere l’unico padre vivente ad avere visto cadere il figlio sotto i colpi dei killer. Antonino amava il mare. Augusta lo ripete, come se fosse un’emozione particolare: «Lui trascorreva al mare tutti i suoi momenti liberi. Rappresentava un elemento indispensabile alla sua vita. Era la sua passione. Pescava ed era un sub esperto».

La sera del 4 agosto 1989 Agostino, già sposato con Ida, prese la barca e la rete con un altro giovane amico e il padre, con i quali era solito andare a pescare in mare aperto. Alle due di notte, rientrato nella casa in affitto sul litorale a Villagrazia di Carini, comunicò a Vincenzo il cambio di turno al commissariato. Flora, la sorella minore, la sera del 5 avrebbe voluto iniziare a festeggiare in discoteca il proprio diciottesimo compleanno, che ricorre il 6. «Lo svegliai la mattina presto. Facemmo colazione guardando il mare. Poi Antonino mi mise una mano sulla spalla, aggiungendo: “Si chiamerà come te, Vicè”. E se ne andò a lavoro con un sorriso». Ida aveva appena saputo di essere all’inizio della gravidanza. Augusta lo chiama un semino piantato, al quale non è stato concesso di crescere.

Alle 14 del 5 agosto Nino concluse il turno di servizio con una gioia. Con Ida dovevano recarsi dal fotografo a ritirare l’album del matrimonio e avrebbero dato la buona notizia della dolce attesa a tutti i familiari. Da Altofonte, dove gli sposi vivevano in affitto, raggiunsero la casa al mare degli Agostino a Villagrazia di Carini. Vincenzo ha nel cuore il silenzio assordante, la calma relativa prima della guerra: «Nino era uscito per mostrare alla vicina di casa le fotografie. Ero davanti al televisore e ricordo il silenzio assoluto della strada. Quella sera non c’era traffico. All’improvviso sento un botto, pensavo si trattasse di un petardo, poi un altro e un altro ancora». Una voce non smette di rimbombargli nella testa. È quella di Ida che emise un urlo buio, straziante: «Stanno ammazzando mio marito».

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Vincenzo scattò dalla poltrona per raggiungere l’uscio di casa. Nino cercava di schivare i colpi, entrando nel cancello: «Riuscì a spalancarlo. Veniva verso di me. Ho visto come lo penetravano quei proiettili, che mi fischiavano nelle orecchie». Nino buttò a terra Ida nel tentativo estremo di salvarla. Nella dinamica impressa nella memoria di Vincenzo, lei si rialzò gridando: «Io so chi siete». Poi le hanno sparato un colpo al cuore: «Avevo adagiato Nino, mentre lei cercava di raggiungerlo a carponi».

Ida, appena ventenne, occhi azzurri e capelli neri, aveva da poco ottenuto la maturità classica. Si sarebbe voluta iscrivere all’università e diventare un’insegnante. Era un’amica di Flora. Aveva conosciuto Nino nel 1986 in occasione del quindicesimo compleanno di Flora. Il loro matrimonio è durato un mese e quattro giorni. Al civico 699 di via Cristoforo Colombo è finito tutto.

Per Ida ci fu una corsa disperata in ospedale. Augusta e un vicino la caricarono in macchina, illudendosi che ci fosse una qualche speranza di sopravvivenza. Le immagini televisive di archivio dell’epoca mostrano il cancello azzurro con tre segni di gessetto a rilevare i fori dei proiettili e si scorge una coperta appena varcato l’ingresso. Augusta di ritorno dall’ospedale, calatasi fra le gambe di poliziotti e carabinieri, alla vista del corpo inanimato senza uno straccio addosso, entrò in casa a prendere quella coperta. Sul posto giunse anche Paolo Borsellino, che era in villeggiatura a poca distanza.

A caldo il fratello maggiore di Nino lo girò sottosopra per cercare la pistola di ordinanza. Era disarmato. I due killer scapparono a bordo di una motocicletta, una Honda di grossa cilindrata, poi ritrovata bruciata, che risultò essere stata rubata due mesi prima a un pregiudicato. «In quegli anni, in quel punto non era mai, mai, passata una macchina della polizia. Pochi istanti dopo l’esecuzione vidi arrivare in senso di marcia inverso una volante. Stranamente c’era un solo uomo. Voleva sapere che cosa fosse successo. Mi pose domande strane, stupide. Mi arrabbiai e presi il baracchino per le comunicazioni all’interno dell’auto. Quest’ultima si allontanò e in breve tempo dalla centrale molte volanti raggiunsero via Cristoforo Colombo 699». Il primo lancio dell’Ansa, che diede la notizia, è delle 20.26.

In quella notte di tempesta Vincenzo fissa un punto che ritiene decisivo. Dalla scena del delitto, dal portafogli di Nino caddero vari biglietti. In uno dei quali ci sarebbe stato scritto: «Qualora mi succedesse qualcosa andate a guardare nel mio armadio». La stessa notte Flora venne portata a casa del fratello, che fu perquisita. «Le mele marce non hanno avuto nessun rispetto, neanche per mia figlia», dice Vincenzo. Anche Flora sognava di entrare in Polizia. A settembre sarebbe partita per il concorso. Era spesso al Commissariato San Lorenzo, era curiosa, incalzava il fratello: «Lui però non raccontava nulla. Quella sera i colleghi mi hanno portata a casa sua. Essendo molto legata a Nino avrei dovuto sapere qualcosa. Mi interrogarono per molte ore. Mio padre venne a riprendermi tra le tre e le quattro. Completarono la perquisizione dicendo: “Abbiamo trovato, possiamo andarcene”».

Gli appunti di Nino sono spariti. Del suo memoriale sono rimaste poche tracce scritte, ora di pubblico dominio, in una delle quali leggiamo:

«La mafia è un fenomeno in evoluzione. Da rozzo venditore il mafioso manda adesso i figli a scuola. Si istruiscono a spese di questo Stato in cui loro stessi sono parassiti. La mafia è come un cancro inestricabile che sta lentamente infettando la società. Adesso capisco il disprezzo dei settentrionali verso i meridionali. Provo disprezzo contro quella parte di siciliani, di cui purtroppo ero parte anch’io, che si estranea da questa realtà come se a loro non interessasse niente. Un giorno la mafia arriverà ad avere un peso maggiore nella politica».

La famiglia Agostino ha sempre creduto e ripete che in quelle pagine sottratte potrebbero esserci le risposte, gli atti mancanti.

Anche Vincenzo fu interrogato dall’allora Capo della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera. Uno scambio acceso: «Voleva sapere quello che sapevo. Ripeto, siccome mio figlio a proposito del lavoro era riservatissimo, non avevamo alcuna informazione. La Barbera ha insistito con arroganza, minacciando l’arresto. A questa parola me ne sono andato via. Dovevo vegliare la salma di mio figlio. Sono corso al cimitero di Carini, dove avevano portato i due cadaveri. Quella notte ci siamo sentiti soli, abbandonati dallo Stato». Alle prime luci dell’alba la famiglia Agostino venne raggiunta dal Capo della Polizia di Stato Vincenzo Parisi e dal ministro dell’Interno Gava. Vincenzo accenna alle pacche sulle spalle, ma ha sempre la stessa domanda: «Che cosa c’era scritto dentro agli appunti, ritrovati a casa, che lasciò mio figlio?»

Parisi, visibilmente scosso, si concesse ai microfoni Rai: «La mafia vuole fermare lo Stato. Colpisce con la sua mano vile affinché lo Stato si fermi». Il primo elemento dirimente della vicenda è che nessuno dentro alla Polizia fa luce su quale fosse il ruolo dell’agente Antonino Agostino. Sulla stampa filtrano ipotesi del tutto discordanti. Nei primi due giorni successivi al delitto il cognome diventa Agostini ed è rappresentato come un agente senza alcun incarico di rilievo, mai occupatosi di indagini di mafia. Nelle parole dell’allora questore Fernando Masone: «Non è possibile dare un giudizio, perché non mi risulta che la vittima avesse partecipato a indagini su attività mafiose».

Per il vice questore Saverio Montalbano, dirigente del Commissariato San Lorenzo, Agostino «era un ragazzo serio che svolgeva il suo lavoro con molta professionalità. Non aveva mai dato alcun problema ed era impegnato in servizi di pattugliamento nella zona di mia competenza». Montalbano è il funzionario che per anni aveva diretto la sezione investigativa della Squadra Mobile. Aveva seguito le più importanti e delicate inchieste sui misteri di Palermo, sui delitti La Torre e Mattarella, e dunque sul terrorismo politico mafioso. Da pochi mesi era alla guida del Commissariato San Lorenzo, dopo la bufera che aveva decapitato i vertici della Squadra Mobile palermitana.

Montavano le accuse di depistaggi a Bruno Contrada. La stampa qualificò come mesta la cerimonia nell’anniversario della morte di Ninni Cassarà e Antiochia: «La Palermo che ricorda i suoi morti non riesce neanche più a stupirsi». Il bunker del Palazzo di giustizia è “il paradiso delle spie”, mentre il sindaco Leoluca Orlando chiede la verità sui grandi delitti politici. Il Presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, annuncia: «Batteremo la mafia con gli 007».

A distanza di un paio di giorni, il 9 agosto, lo stesso Masone dichiarò: «Un delitto preventivo deciso quando ai boss è apparso chiaro che Agostino poteva costituire un pericolo. Privilegiamo la tesi del delitto di grossa mafia. Si indaga su qualcosa che esula dal Commissariato San Lorenzo». I giornali di conseguenza titolarono: «Ucciso perché sapeva troppo». Quell’agente normale sarebbe stato sulle tracce dei mafiosi latitanti, niente meno che Riina e Provenzano. E avrebbe confidato a un collega, il ventiseienne Mimmo La Monica, di essere su qualcosa di importante. Una confidenza che non appare in nessuna relazione di servizio. Si ipotizzò “una piccola indagine personale”; “entrato in contatto con una realtà mafiosa di grosso spessore indipendente da ragioni di servizio”; “forse aveva visto qualcosa che non doveva vedere”. Alcuni media riportarono anche la sensazione degli inquirenti di essere vicini a una svolta per la soluzione del giallo: «Tre giorni dopo il massacro gli investigatori sembrano aver trovato un filo che può condurli al killer e forse ai mandanti».

Arnaldo La Barbera dopo i funerali delle due vittime, celebrati il 10 agosto, affermò: «Non c’è dubbio che si tratti di un agguato di stampo mafioso. Agostino deve aver toccato qualcosa che non doveva. In ogni caso l’agente non aveva avuto incarichi delicati». Dal giorno di Ferragosto calò il velo sulla vicenda. Il Corriere della sera dedicò un box con foto. Il titolo non è un virgolettato: «Lo hanno ucciso solo perché portava una divisa». Nel primo rapporto consegnato al magistrato dal Capo della Mobile La Barbera non c’era una pista precisa. Nell’articolo si legge: «Agostino non era sulle tracce di un pericoloso boss, non aveva scoperto nulla di clamoroso, o di importante. È morto perché indossava una divisa, perché la mafia avrebbe deciso così».

Castelli di ipotesi via, via smontate. Il fatto sarebbe stato legato all’attività di Agostino nei quartieri ad alta densità mafiosa San Lorenzo e lo Zen. Poi, fuori dal servizio, avrebbe commesso un passo falso pedinando su incarico di Montalbano la moglie del boss latitante dell’Arenella Gaetano Fidanzati, per risalire a quest’ultimo. Il 9 agosto i giornali diedero la notizia di una presunta rivendicazione all’Ansa con ulteriori minacce: «Dopo Mondo e Agostino tocca a Montalbano». Poi ne arrivò un’altra altrettanto poco credibile ai Carabinieri.

Masone smentì che il poliziotto, essendo un esperto subacqueo, abbia lavorato davanti alla Villa dell’Addaura per proteggere Falcone. I telegiornali e la stampa avevano menzionato un collegamento tra i due eventi: «Agostino, sportivo e ottimo subacqueo, ma pure perito elettrotecnico può aver saputo qualcosa e sospettato di qualcuno per il fallito attentato, il 20 giugno, a Giovanni Falcone?», scrisse La Stampa.

Appena dopo i funerali Vincenzo Agostino, preoccupato dall’impossibilità di leggere le carte lasciate dal figlio, apparve già sfiduciato pubblicamente: «È meglio che lavorino per trovare gli assassini anche se ho poca fiducia, anzi quasi niente. Temo che con la mafia non succeda quella che è stata la reazione contro il terrorismo. Se i mafiosi non fossero appoggiati dai politici la mafia non esisterebbe», disse al Corriere della sera. A dieci giorni dal delitto si parlò di pallottola nel mucchio senza movente. Una morte decisa per innalzare la tensione e il disorientamento nelle forze, che lottano contro la mafia nel pieno delle polemiche sul Corvo al Palazzo di giustizia.

La pista inconsistente, che sopravvisse, fu un presunto delitto d’onore, un movente passionale. A Vincenzo e Flora, appena consumato il delitto, chiesero notizie su una precedente relazione sentimentale di Nino con una ragazza, la cui famiglia sarebbe stata in odore di mafia.

Nessuno ha risposto alla domanda originale e fondamentale: quale ruolo ricopriva, di che cosa si occupava l’agente Agostino? «Vorrei che la sua chiave entrasse nella mia serratura. Nino, quando rientrava, mi cercava in tutta la casa: “Mamma dove sei e mi abbracciava”. Questo mi manca da ventisette anni», dice Augusta.

I genitori di Nino non hanno avuto l’opportunità di una formazione scolastica. Questa è stata la loro priorità, quando hanno scelto di costruire una famiglia: tutti i figli avrebbero dovuto frequentare la scuola. Antonino, classe 1961, si diplomò e poi partì per il servizio militare. Le rispettive famiglie dei genitori non avevano alcun precedente penale e dunque poté accedere nel 1983 in Polizia. Una scelta, che mise in apprensione i familiari, inizialmente dettata dalla necessità economica di un’entrata fissa. L’impegno di Nino si fece sempre più maturo e responsabile. Il lavoro non cambiò il suo carattere cordiale, lo descrivono come una persona sorridente.

«Mio figlio era generoso nel suo lavoro – spiega Augusta –. Dopo la morte sapemmo quanto si sia dedicato ai poveri, ai tossici che delinquevano allo Zen. In particolare ci commosse la morte per overdose di un giovane, che Nino aveva cercato e in qualche modo era riuscito a salvare in precedenza. Non si comportava da sbirro con i più deboli. Molti ragazzi dello Zen, dopo l’omicidio sono venuti a incontrarci: “Suo figlio ha lasciato un segno in questa zona. Non è mai stato altezzoso”. Utilizzava spesso il suo straordinario, 150mila lire al mese, per sostenere gli orfani di Villa Nave. Questo impegno lo univa alla fidanzata Ida. Mio figlio era un uomo onesto, che amava la vita. E purtroppo è diventato eroe suo malgrado. Voleva essere semplicemente un padre e un marito felice, ma non gliel’hanno permesso».

Il sopracitato agente La Monica partecipò al matrimonio del collega Agostino. Lo stesso è fra i primi intervistati dalla televisione pubblica, alla quale confidò solamente la serenità di Nino. Si erano salutati dopo la fine del turno di giornata, il 5 agosto: «Sorrideva, era contento. Si era sposato da pochissimo ed era andato in Grecia». Addirittura dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio La Monica, secondo quanto testimoniato da Saverio Montalbano, rivelò al dirigente una confidenza: Agostino gli avrebbe detto che in qualche modo intratteneva rapporti con i servizi segreti.

Ipotesi che Vincenzo smentisce con energia: «So benissimo che mio figlio prendeva soltanto uno stipendio. Sfido chiunque, in qualunque struttura, a dimostrare che Nino era pagato da altre strutture. Conosco tutti i suoi conti. Per sposarsi aveva contratto un prestito di dieci milioni di lire, che trattenevano tanto al mese sulla busta paga ed è stato estinto con la liquidazione. Non so da dove La Monica abbia tratto questo».

Lo Stato deve accettare di guardare dentro sé stesso innanzitutto per assicurarsi di voler voltare la pagina di quei veleni, di quegli scenari da guerra civile nella quale, si sa, talvolta le parti in causa sono  oblique. Questa è la certezza che ha maturato Vincenzo Agostino, un padre senza giustizia e verità. Una tesi che deriva dalle troppe incertezze, dai silenzi e depistaggi che hanno avvolto in una coltre di nebbia un’efferata sentenza di morte. Per dirla con le parole del magistrato Nino Di Matteo: «Particolarità è l’assoluta carenza di circolazione di notizie all’interno di Cosa nostra. La frammentarietà delle notizie tipica dei delitti che l’organizzazione commette su richiesta altrui».

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C’è una bella fotografia che ritrae Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, seduti vicini nella chiesa di Sant’Eugenio per le esequie di Nino e Ida. Vincenzo rievoca la presenza di Falcone alla camera ardente e brevi parole, tutte da interpretare e vagliare: «Devo la vita a loro due». Parole in qualche modo ribadite da Saverio Montalbano al processo Capaci bis, dove ha menzionato un colloquio con il magistrato: «Questo è un omicidio contro me e te».

 

Si ripiomba dunque nell’altro mistero, l’Addaura: «Si scontrava chi voleva tirare fuori la verità sul fallito attentato all’Addaura e chi no. Dagli anni Settanta in poi a Palermo c’era chi aveva giurato fedeltà allo Stato e non si è voluto fare corrompere da nessuno, trattare con nessuno. Questi hanno pagato tutti con la vita. Ho sempre detto che il primo magistrato coraggioso senza scorta, senza auto blindata, si chiamava Pietro Scaglione. Gli uomini che in quegli anni, dopo il boom edilizio di Palermo, volevano pulire la città sono caduti sotto i colpi dei sicari, anche perché dentro al Palazzo di Giustizia c’erano tanti veleni». Agostino formula questa ipotesi: «Mio figlio è stato ucciso, perché si è trovato al posto sbagliato nel momento sbagliato con molta probabilità all’Addaura come sommozzatore per evitare che i candelotti di dinamite esplodessero. Ha visto chi c’era lì in quel luogo, chi erano le mele marce e chi non lo erano. Ecco perché Falcone è venuto a casa».

Dai funerali Agostino non ha più incontrato Falcone, a differenza di Borsellino che vide a più riprese nei quaranta giorni successivi al delitto: «Quando mi vedeva mi salutava affettuosamente. C’è stato un rapporto diverso. Durante l’ultimo discorso di Paolo alla biblioteca comunale di Palermo ero in piedi per il nervosismo, dietro di lui».

Agostino resta prudente sulle versioni dei fatti proposte dai pentiti. Non sta a lui accertarne la veridicità, ma ha qualche domanda sul loro utilizzo e non utilizzo. Cita il pentito Oreste Pagano, secondo il quale poliziotti della Questura di Palermo avrebbero avuto rapporti con il mafioso Gaetano Scotto per uccidere Agostino, il quale avrebbe potuto rivelare i legami della mafia con alcuni componenti della questura. Pagano, camorrista di rango, era in rapporti per il traffico di droga con Vito Rizzuto, il capo della mafia canadese legato a quella siciliana, presentatogli nel 1993 a Montreal da Alfonso Caruana. Entrambi presenti al matrimonio del figlio di Rizzuto, Nicolò Junior, Pagano notò un uomo che gli sembrava di conoscere. Era Scotto, che rappresentava la mafia siciliana per rendere omaggio all’evento. «Caruana mi riferì, altresì, che lo stesso Scotto era latitante in quanto ricercato per l’omicidio di un poliziotto e della moglie in stato di gravidanza», si legge in un verbale con le dichiarazioni di Pagano.

Agostino accenna anche alla morte di Luigi Ilardo, un informatore dei carabinieri che parlò della presenza a Villagrazia di Carini di “Faccia da mostro”, Giovanni Aiello, presunto agente di collegamento tra famiglie mafiose e servizi segreti. Ilardo, cugino del boss Giuseppe Madonia, fece anch’egli riferimento al coinvolgimento di Scotto. È stato assassinato la sera del 10 maggio 1996 a Catania, qualche giorno prima di mettere a verbale le sue confessioni.

Giovanni Aiello, ormai settantenne, rinominato con l’appellativo Faccia da mostro a causa del volto sfregiato da una fucilata, è considerato figura chiave in questa vicenda. Il pentito Lo Forte lo coinvolge con un ruolo di assistenza a Scotto e Madonia nel duplice omicidio. Il 26 febbraio nell’aula bunker dell’Ucciardone per l’incidente probatorio Vincenzo Agostino ha riconosciuto in Aiello l’uomo che cercò il figlio a casa fra l’8 e il 10 luglio 1989. Prima d’imbarcarsi destinazione Grecia per il viaggio di nozze, nei ricordi dei familiari, Nino aveva la percezione di essere seguito. La vigilia della partenza dall’aeroporto di Catania fu tesa.

«Da 27 anni attendevo, pregavo di confrontarmi con quella faccia – dice Agostino –. L’hanno truccato, trasformato, ma non è valso a nulla: il suo volto non se n’è mai andato dalla mia mente, dai miei occhi. Già nel 2011 mi avevano chiamato a Roma, a spese mie, alla Dia per un riconoscimento fotografico, mentre chiedevo di incontrarlo personalmente. Non è stata soltanto la mafia. Questa convinzione angosciosa è nata nei cinque giorni durante i quali abbiamo vegliato mio figlio e mia nuora. In tutta quella confusione c’era qualcosa che non andava. Chi doveva spiegarci, mostrava di avere il carbone bagnato, come si dice a Palermo».

Chi è Aiello, poliziotto fino al 1971, che a Palermo nessuno diceva di conoscere? È lui il killer di Stato, l’agente di collegamento fra mafiosi e servizi segreti?

Manfredi Borsellino ha chiesto a Vincenzo di tagliare la barba, che dal 4 agosto 1989 adorna il suo viso come una promessa mancata di giustizia: «È una protesta, un giuramento che ho fatto principalmente a mio figlio, a mia nuora e all’essere che portava in grembo. Pensavano la smettessi dopo qualche tempo. Non l’ho fatto». Da febbraio il comitato provinciale per l’ordine pubblico e la sicurezza gli ha assegnato una scorta composta da due agenti di polizia con auto blindata. La barba bianca di Vincenzo raffigura l’esigenza di risposte, che attendono centinaia di familiari di vittime innocenti delle mafie. E più in generale la necessità del Paese di fare i conti con una storia criminale plurisecolare, che ha un punto di svolta, affonda le radici anche nell’Unità d’Italia.

Augusta e Vincenzo individuano un momento chiave, che ha indicato loro la strada d’impegno da percorrere. I giornali sottolinearono le parole incisive dell’omelia del gesuita Pintacuda, che celebrò i funerali: «Qui siamo in guerra ma Palermo non è più Sagunto. C’erano segnali in questa città di una nuova estate di massacri. Questo è uno scontro. Palermo è un caso nazionale per la democrazia di tutto il Paese». Flora stringeva forte un pelouche regalatole dal fratello, ripetendo ossessivamente: «E così è finita la nostra festa». Il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga mandò una corona di fiori e i Corazzieri. C’erano i vertici della Polizia di Stato, ministri della Repubblica. I familiari ricordano le lacrime e la vicinanza della fotografa Letizia Battaglia; il sostegno del sindaco Leoluca Orlando e quello dell’attuale Presidente Sergio Mattarella.

«Durante il funerale, un piccolo prete dall’altare si mise a gridare giustizia e verità per Nino e Ida. Lo guardai e ascoltai con attenzione. In quel minuto, spinta dalla voce di Pintacuda, ho avvertito come una scossa. Ho pensato che non avrei dovuto vegetare, bensì vivere, chiedere e domandare a Dio e a tutto il mondo. Non ci ha fatto sentire di essere rimasti soli», dice Augusta.

Se le porte della Questura e del Palazzo di giustizia erano spesso girevoli, in Chiesa raccontano di aver sempre trovato l’ingresso spalancato. C’è una lettera che li lega a Don Pino Puglisi. Lo conobbero due mesi prima della sua morte violenta: «Ci invitò in chiesa. Il suo sorriso in mezzo ai bambini di strada è indimenticabile. Ripose la lettera nel suo breviario di preghiera. L’abbiamo ritrovata pubblicata nel libro Il miracolo di Don Pino Puglisi». Negli anni più recenti è forte il legame con Luigi Ciotti e Libera. I coniugi Agostino girano l’Italia, soprattutto le scuole, per rafforzare la memoria, di giorno in giorno più viva. E la testimonianza è diventata conforto.

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«Voi perdonate?». I coniugi Agostino si sentono rivolgere spesso questa domanda: «Non possiamo permetterci neanche questo. Ancora non sappiamo chi dover perdonare. Qualora morissi senza una verità, ho chiesto ai miei figli di scrivere sulla lapide: “Qui giace Schiera Augusta, madre dell’agente Antonino Agostino, una mamma in attesa di giustizia anche oltre la morte”».

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Ribaltare i luoghi comuni. I “saggi sparsi” di Leonardo Sciascia https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ribaltare-i-luoghi-comuni-i-saggi-sparsi-di-leonardo-sciascia/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ribaltare-i-luoghi-comuni-i-saggi-sparsi-di-leonardo-sciascia/#comments Thu, 18 Feb 2016 06:00:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29993 Questo pezzo è uscito sul Venerdì: ringraziamo l'autore e la testata (fonte immagine).

Zolfo. Piombo. Inchiostro. Di queste tre elementi è fatta l’immaginaria città di Regalpetra. Del primo elemento, scrive Leonardo Sciascia nel 1975, a proposito della sua nativa Racalmuto: «Tutto ne era circonfuso, imbevuto, segnato». L’aria, l’acqua, le strade: «Scricchiolava vetrino sotto i piedi». Ci si friggeva anche il pesce, nello zolfo. Per circa due secoli la Sicilia ne ebbe il monopolio. Era il petrolio dell’epoca. Nel 1834 l’isola contava 196 miniere. Per oltre un secolo, ci morivano i carusi. A salvarli, più che la legge, fu l’avvento dell’energia elettrica.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì: ringraziamo l’autore e la testata (fonte immagine).

Zolfo. Piombo. Inchiostro. Di queste tre elementi è fatta l’immaginaria città di Regalpetra. Del primo elemento, scrive Leonardo Sciascia nel 1975, a proposito della sua nativa Racalmuto: «Tutto ne era circonfuso, imbevuto, segnato». L’aria, l’acqua, le strade: «Scricchiolava vetrino sotto i piedi». Ci si friggeva anche il pesce, nello zolfo. Per circa due secoli la Sicilia ne ebbe il monopolio. Era il petrolio dell’epoca. Nel 1834 l’isola contava 196 miniere. Per oltre un secolo, ci morivano i carusi. A salvarli, più che la legge, fu l’avvento dell’energia elettrica.

Il secondo elemento di cui è fatta Regalpetra è il piombo. Quando Sciascia nacque (1921) Racalmuto era il Far West: «Una lite per confini o trazzere fa presto a passare dal perito catastale a quello balistico». Poi c’era la mafia. E infine, ricorda il biografo di Sciascia, Matteo Collura, «le campagne erano un brulicare di doppiette», per via della caccia. Lo stesso Sciascia era stato uno sniper: «Con un fuciletto ad aria compressa, a dieci metri, colpivo la capocchia di uno spillo». L’inchiostro, infine. «Ne ricordo anche il sapore. Forse qualche volta l’ho bevuto». Ed è l’inchiostro della scrittura ad aver trasformato la Racalmuto reale in Regalpetra la fantastica, ad aver trasmutato il piombo in zolfo, e poi lo zolfo in oro.

Le Parrocchie di Regalpetra, l’esordio che nel 1956 trasformò un comune insegnante in Sciascia, compie sessant’anni. A undici dalla pubblicazione spiegò: «È stato detto che nelle Parrocchie sono contenuti tutti i temi che ho poi, in altri libri, variamente svolto. E l’ho detto anch’io. Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno».

Sciascia, dunque, ha scritto un solo libro, sempre dedicato a quel «gomitolo di vicoli» che dista 16 miglia dal mar africano e 68 da Palermo, che ricapitola tutto l’universo. Lo scrittore, nel ‘79, aggiungerà: «La Sicilia offre la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani, ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo».

Un anno prima Sciascia aveva ultimato un saggio. Lo aveva titolato Fine del carabiniere a cavallo. Il saggio apre il volume di scritti sparsi che Adelphi (con questo stesso titolo) va a pubblicare. Il curatore dell’opera, Paolo Squillacioti, avverte: «Raccogliere tutto Sciascia è molto difficile. Sono infatti quasi 1400 gli scritti dispersi». Eppure serviranno tutti, per conoscere quell’unica storia che Sciascia per tutta la vita scrisse ed ampliò. In un illuminante ritratto di Alberto Savinio, contenuto in questa raccolta, lo scrittore sottolinea: «Sono riuscito a mettere insieme tutti i suoi libri. Ma tutti i suoi libri non fanno “tutto Savinio”: bisognerà raccogliere tutti i saggi, gli articoli e rendersi conto che si tratta, dopo Pirandello, del più grande scrittore italiano di questo secolo».

Ribaltare luoghi comuni, spazzare via pregiudizi: questo, per lo scrittore siciliano, significa pubblicare l’opera omnia di un «irregolare». Per credere, sfogliate questo ultimo Sciascia adelphiano. In apparenza parla di letteratura, in realtà riscrive la storia. La prima immagine (i carabinieri a cavallo che caricano le folle) è per lui la metafora dell’italianissimo «richiamo all’ordine». Verrà poi Vittorini e il suo Conversazioni in Sicilia a spazzare via quel simbolo e riavvicinare le nostre lettere alla realtà.

Nel saggio La sesta giornata fotografa le radici dell’eterno fascismo italiano. La guerra civile in Spagna, dice, ci dette una sveglia. Garcia Lorca ci ricordò la nostra smemoratezza: cosa furono per noi Dante, Alfieri, Foscolo, Carducci. E non fu per caso neppure la fucilazione del poeta spagnolo: «Ogni forma di fascismo si realizza attraverso la collera degli imbecilli». Ma, nonostante le nostre tradizioni letterarie, solo Spagna e Francia avranno «una poetica della Resistenza». L’Italia no. Gli italiani confusero Fascismo e Patria (Croce compreso), scelsero come figura da emulare Don Abbondio e cantarono «la poesia della sesta giornata»: a Milano chiamavano «eroi della sesta giornata» coloro che, passata la tempesta delle Cinque Giornate, solo alla sesta uscirono da casa armati e incoccardati. È il nostro eterno trasformismo.

Infine la provocazione: sono più vicini allo spirito della Resistenza molti giovani dell’esercito di Salò. E ancora, recensendo Marcuse, Sciascia previde che la contestazione in Italia sarebbe finita in anni di piombo. Ancora, vide avanzare a grandi passi l’antipolitica: l’immagine mussoliniana dell’aula «sorda e grigia ha influenzato due generazioni. Anch’io, da deputato, ho provato le stesse sensazioni, osservando una sorda e grigia umanità: di condannati che si considerano eletti».

Incroci maledetti. Quest’anno, al pari del sessantennale di Regalpetra, cade anche il trentennale del Maxiprocesso di Palermo a Cosa Nostra. Ricordiamo tutti le polemiche, mai sopite, che seguirono l’articolo del 10 gennaio dell’87 sui professionisti dell’antimafia. Ma la prima freccia contro i giudici di Palermo, documenta il volume Adelphi, venne scoccata già nell’ottobre del 1986, sull’Espresso. Qui Sciascia cita una poesia di Giuseppe Gioacchino Belli e sostiene che il poeta vide «in allegoria, in metafora, il dissociarsi e il pentirsi oggi di brigatisti, camorristi e mafiosi».

Ma c’è di più. L’incomprensione tra Sciascia e il pool antimafia di Palermo, nella persona del giudice Giovanni Falcone, risale già al 1982. Quell’anno lo scrittore venne convocato, di notte e in gran segreto, nel bunker dell’ufficio istruzione di Palermo. Nelle intercettazioni relative all’inchiesta su uno dei grandi misteri d’Italia, il falso rapimento in Sicilia di Michele Sindona del 1979, era saltato fuori il nome dello scrittore. Gli intercettati avanzavano una ipotesi: avvicinare Sciascia per spingerlo a un intervento «garantista» in favore di Sindona. Sciascia, seduto faccia a faccia con Falcone, non nascose la sua indignazione per essere stato convocato, e lo trattò ruvidamente. «Come si può anche solo pensare che io abbia a che fare con tali personaggi?», si indignò. Falcone, a sua volta, uscì dall’incontro molto risentito. E nel ‘92 rievocò quelle circostanze all’inviata del palermitano L’Ora e poi di Panorama Bianca Stancanelli (il 25 febbraio Stancanelli uscirà per Marsilio con una inchiesta sul delitto dell’88 del sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco, un omicidio che proprio Sciascia definì degno del Raccolto rosso di Dashiell Hammett).

Sciascia incrociò spesso i sentieri impervi della storia italiana. Nel 1978 il suo L’affaire Moro per Sellerio fu un best seller. Tuttavia, nell’84, Sciascia firma un contratto con Bompiani. Vi pubblica i due volumi che raccolsero le sue opere principali e, nell’86,  La strega e il capitano, sull’onda del caso Tortora. Ma poi, alla fine di quell’anno, sceglie Adelphi. Perché? Sciascia era un nomade editoriale. Nella sua vita ha pubblicato per Laterza, Einaudi, Sellerio, Bompiani, Adelphi.  E amava collaborare con gli editori. «Provava la felicità di fare libri» spiega Giorgio Pinotti, editor in chief di Adelphi «per lui era un prolungamento della scrittura. Del resto, è quel che per anni ha fatto con Sellerio».

Un rapporto quasi ventennale, quello con l’editrice siciliana fondata nel ‘69 da Enzo ed Elvira, iniziato nel ‘70 (quando Sciascia da Caltanissetta si trasferì a Palermo). Sellerio divenne la sua terza casa, dopo l’appartamento palermitano di Villa Sperlinga e il buen retiro di campagna in contrada Noce. Con Sellerio Sciascia pubblica i suoi scritti, lancia la collana La Memoria e passa i pomeriggi sul divanetto della stanza di Elvira. Negli anni successivi (Sciascia è nel frattempo deputato radicale) il rapporto si dirada. Donna Elvira dichiarerà: «Prima era sempre da noi, poi ha avuto la parentesi politica, la casa editrice nel frattempo aumentava, e si è un po’ allontanato, dice che qui si confonde, troppi telefoni che squillano, troppa gente. Prima eravamo una specie di salotto».

Si parla di «una fuga al nord». Lo scrittore si ritira in campagna. Il cancello della villetta di contrada Noce viene varcato dal «cerchio magico» (i familiari, gli scrittori Bufalino e Consolo, il fotografo Scianna, i professori Nino Buttitta e Natale Tedesco). Riceverà anche Enzo Biagi, offrendogli spaghetti artigianali conditi con pomodori freschi, salsicce, formaggio di capra e fichidindia. Ma prediligerà la solitudine.

Il 12 luglio dell’86 scrive, da Racalmuto, a Roberto Calasso, il patron di Adelphi, inviandogli la sua «piccola divagazione sul 1913». «Veda lei se è il caso di farne un libretto Adelphi». Quattro mesi dopo 1912+1 sarà in libreria. Si tratta del libro che apre la meditazione sulla morte. Seguiranno Il cavaliere e la morte (contrassegnato dall’incisione di Durer, che per lui si opponeva al Trionfo della morte di Palermo), Porte aperte e Una storia semplice. Dentro ci sono gli ingredienti tradizionali: intrighi, traffici d’armi, delitti, potenti corrotti. C’è il giallo secondo Simenon (Sciascia e il padre di Maigret moriranno nello stesso anno): comprensione e non persecuzione, vocabolario da ottocento parole, alla Racine. Ma c’è anche la ricerca di una ars moriendi (come sostiene lo sciasciano Giuseppe Traina). Le riflessioni su delitto e giustizia travalicano i confini dell’impegno civile, la Storia diventa il Tempo, la morte non un destino ma (lo lesse così il filosofo Manlio Sgalambro) un «omicidio del cosmo». L’arco dello scrittore è teso allo spasmo. In brevi frasi fa esplodere lo gnommero gaddiano che ha arrovellato l’uomo dai presocratici in poi. Nel frattempo si occupa anche di liberare i libri precedenti, perché Adelphi possa pubblicare l’intera opera (o l’unico libro che essa è).

Ricorda Giorgio Pinotti: «A partire dal biennio 87-88 comincia a svincolare i suoi libri e chiede, addirittura per volontà testamentaria, che vengano radunati da Adelphi». Sciascia si fonde nel catalogo della casa milanese quando, giunto alla fine del sentiero, deve affrontare la morte non letteraria ma concreta (per mieloma micromolecolare, un tumore al midollo osseo che offenderà anche i reni). Nella tetralogia adelphiana non scantona mai nella conversione religiosa e non sposa la «scienza come religione», secondo l’approccio alla malattia di Susan Sontag. Si interroga, piuttosto, come fece Wilhelm Reich, su cosa possa mai «infettarsi» tra corpo e spirito.

Batte la strada di Borges, quel «teologo ateo» che (nel ritratto contenuto in questo libro) erge a «segno più alto della contraddizione in cui viviamo». Pinotti rievoca: «Ha del miracoloso che Sciascia si rallegrasse dei nostri libri e di Borges, come fosse già nostro autore. In realtà, noi lo pubblicammo nel ‘97. Ma lui lo associava a noi, per ragioni di congenialità. Per lui era un autore adelphiano a tutti gli effetti».

Sciascia, dunque, si premura di «farsi ereditare», a futura memoria, attraverso quel catalogo che ama, legge e condivide. E la sua opera, effettivamente, non resterà dispersa ma (come sta avvenendo) verrà interamente raccolta, così come lui stesso si era preoccupato di fare per Bompiani con gli scritti di Savinio. C’è il male e c’è la speranza della cura. Questo è, per Sciascia, lo stendhaliano Savinio, che auspicò una «civiltà della conversazione», in luogo di quella che ci vede divisi in «parrocchie e parrocchiette» (su cui Sciascia ironizzò nel suo primo Regalpetra). Inoltre, con Adelphi, appaga l’aspirazione a essere non «scrittore siciliano» (critica sempre mossa ai Verga e ai Pirandello) ma scrittore italiano che conosce bene la Sicilia (come metafora) e autore di portata europea.

Infine, l’epitaffio tombale. «Ce ne ricorderemo, di questo pianeta». Un haiku di Villiers de l’Isle-Adam, autore ottocentesco, del quale Sciascia conservava una stampina funeraria acquistata a Parigi. A Isle-Adam Borges aveva dedicato il volume 23 della Biblioteca di Babele, che curava per Franco Maria Ricci. Il libretto era uscito nell’80, l’anno in cui Sciascia e Borges si conobbero a Roma. Isle-Adam, discendente del primo Gran Maestro dei Cavalieri di Malta, amico di Wagner, frequentatore di Enrico V, era un aristocratico quasi indigente. Borges lo considerava uno specialista in «orrori morali». Aveva scritto della pietra filosofale, il sogno sapienziale degli alchimisti. Non si esclude che si fosse trattato di un composto chimico derivante da zolfo, piombo e inchiostro. Gli stessi elementi della leggendaria Regalpetra.

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Un patriota siciliano. Giovanni Falcone visto dagli Stati Uniti https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/un-patriota-siciliano-giovanni-falcone-visto-dagli-stati-uniti/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/un-patriota-siciliano-giovanni-falcone-visto-dagli-stati-uniti/#comments Wed, 16 Sep 2015 05:30:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28327 (fonte immagine)

«(...) L'Ambasciatore ha chiamato il Segretario generale del Presidente Cossiga, Sergio Berlinguer, per manifestargli le proprie preoccupazioni. Berlinguer ha assicurato all'Ambasciatore che la questione sarà chiarita domani e che l'impegno antimafia sarà rafforzato. (…) Gli Stati Uniti hanno un forte interesse a preservare il pool e i magistrati che ne fanno parte. Le nostre agenzie di investigazione hanno una forte e attiva collaborazione con l'Ufficio Istruzione di Palermo.

Questa relazione, sia personale che professionale, è cresciuta negli ultimi otto anni e si è dimostrata indispensabile nel successo di indagini e di procedimenti svolti congiuntamente in Italia e negli Usa in casi di criminalità organizzata e traffico di stupefacenti. Nonostante che l'Ufficio Istruzione di Palermo sia piccolo, si occupa di molte delle più importanti inchieste di comune interesse tra i nostri Paesi. Ogni cambiamento significativo nel personale del pool, e particolarmente la perdita di Giovanni Falcone, danneggerebbe questi procedimenti».

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fotografia © Franco Zecchin

«(…) L’Ambasciatore ha chiamato il Segretario generale del Presidente Cossiga, Sergio Berlinguer, per manifestargli le proprie preoccupazioni. Berlinguer ha assicurato all’Ambasciatore che la questione sarà chiarita domani e che l’impegno antimafia sarà rafforzato. (…) Gli Stati Uniti hanno un forte interesse a preservare il pool e i magistrati che ne fanno parte. Le nostre agenzie di investigazione hanno una forte e attiva collaborazione con l’Ufficio Istruzione di Palermo.

Questa relazione, sia personale che professionale, è cresciuta negli ultimi otto anni e si è dimostrata indispensabile nel successo di indagini e di procedimenti svolti congiuntamente in Italia e negli Usa in casi di criminalità organizzata e traffico di stupefacenti. Nonostante che l’Ufficio Istruzione di Palermo sia piccolo, si occupa di molte delle più importanti inchieste di comune interesse tra i nostri Paesi. Ogni cambiamento significativo nel personale del pool, e particolarmente la perdita di Giovanni Falcone, danneggerebbe questi procedimenti».

Agli americani piaceva quel magistrato palermitano tenace. Lo consideravano insostituibile, alla stregua di un proprio eroe nazionale. Falcone era l’unico che potesse offrire una visione d’insieme, completa, del crimine transnazionale. Aveva fatto comprendere loro la proiezione internazionale del crimine organizzato. Per dirla con le parole di William Sessions, già direttore del Federal Bureau of investigations: «Ci aiutò a prendere consapevolezza del fatto che per sconfiggere le mafie era necessaria una più stretta collaborazione di tutte le agenzie di law enforcement». Ne ammiravano il coraggio, la coerenza dell’impegno, la capacità di soffrire, di sopportare molto più degli altri senza arrendersi mai. Aveva conquistato senza servilismi la fiducia necessaria a soddisfare interessi reciproci. Amavano la sua concretezza e le capacità di analisi. Gli americani non hanno dimenticato Falcone.

Le righe d’apertura rappresentano molto, ma non tutto, di una relazione speciale, che ha fatto esercitare i professionisti dell’italica arte del sospetto. È un estratto del cablogramma confidenziale E14, datato 3 agosto 1988, mittente l’Ambasciata statunitense a Roma, destinatario il Dipartimento di Stato. Lo possiamo leggere grazie al lavoro prezioso di Giannicola Sinisi, all’epoca giovane magistrato pugliese, appena giunto a Roma, che Falcone volle al suo fianco nel lavoro da Direttore degli affari penali del Ministero della Giustizia. Un patriota siciliano, così Rudolph Giuliani soprannominò il Giudice. A sicilian patriot (Cacucci editore, 134 pagine, 10 euro) è il titolo scelto da Sinisi per un contributo davvero originale, seppure parziale per sua stessa ammissione, a una storia ancora da scrivere.

Sinisi, magistrato della Corte di appello di Roma, con un’esperienza parlamentare e da sottosegretario al Ministero dell’Interno, è stato dal 2009 al 2013 consigliere giuridico presso l’Ambasciata italiana a Washington DC. Ha avuto la fortuna di chi sa dove cercare e quella delle coincidenze quando hanno un’anima. Una mail di Daniel Serwer, vice capo missione dell’Ambasciata statunitense a Roma dal 1989 al 1993, gli ha segnalato l’opportunità di chiedere al Dipartimento di Stato i cablogrammi, che a sua memoria contenevano elementi d’interesse, intercorsi tra le due capitali negli ultimi anni di vita di Falcone. Ma il tempo non tradisce ancora ragioni di riservatezza, motivi di classificazione, ostativi alla completa divulgazione. In un primo momento la richiesta di Sinisi, datata 26 ottobre 2010, s’inabissò nel polverone del caso Wikileaks.

Un incontro fortuito, una svolta, in qualche modo ha sbloccato poi la pratica. Dopo una lezione tenuta al Foreign Service Institute, dove vengono addestrati i diplomatici statunitensi e funzionari delle agenzie federali, una studentessa riconobbe nel docente il mittente dell’istanza depositata al Dipartimento di Stato. Una pratica che la stava occupando. Non toccarono l’argomento, ma a un mese di distanza, nel mese di marzo 2011, il magistrato pugliese ha ricevuto il plico con parte dei documenti richiesti. Ventisette cablogrammi rilasciati integralmente, quattro con degli omissis, uno non rilasciato, ancora disposto il mantenimento della classificazione di segreto, nove da rintracciare e richiedere ad altre agenzie originatrici, che avrebbero dovuto autorizzare la declassificazione. Nell’aprile 2012, disattendendo abbondantemente i tempi tecnici, il Fbi consentì l’accesso a solo uno di quei nove documenti.

«Così moriva la mia fiducia nel sistema amministrativo statunitense, il mio apprezzamento per l’intuizione democratica di Lyndon Johnson del Freedom of information act e del tempo trascorso per cui un’indagine del 1989 non avrebbe potuto essere considerata ancora soggetta a segreto», ha scritto l’autore.

Il materiale ottenuto tuttavia riesce a ritrarre un punto di vista compiuto, le reazioni del partner atlantico nel susseguirsi degli eventi di una storia italiana cruciale. A sicilian patriot sembra quasi assolvere a una necessità espressa limpidamente anni fa da Maria Falcone, sorella del giudice.

«Molti lo ricordano ancora oggi per il rigore delle sue indagini, riconoscendogli, anche a livello internazionale, la grande professionalità e il merito di avere scoperto cosa significasse Cosa Nostra. Pochi ricordano i momenti più tragici della sua vita e gli attacchi subiti anche da chi riteneva amico e il grande isolamento in cui fu costretto a vivere, rendendo ancora più pericolosa la sua vita».

Queste parole sono tratte dalla prefazione di una raccolta di testi (Falcone e Borsellino, la calunnia, il tradimento, la tragedia) altrettanto interessante, curata da Giommaria Monti e venduta insieme alla vecchia L’Unità, metà anni Novanta. Le numerose battaglie perdute, lo sconforto, l’amarezza mitigata dalla fermezza paradossalmente accrebbero la sua figura e la stima delle autorità d’oltreoceano.

A tal proposito Sinisi ha affermato: «La sensazione che ho ricavato è che negli Stati Uniti la considerazione di chi lo ha incontrato è persino maggiore che in Italia; e ho fatto una grande fatica, anche morale, a darmene una spiegazione. Negli Usa ho constatato un’ammirazione pura, senza riserve e senza interessi. Ho cercato di immaginare un Giovanni Falcone nato e vissuto negli Usa». Per poi aggiungere: «La prima statua di Falcone è stata eretta a Quantico nell’accademia del Fbi, nel 1994, mentre per avere una lapide commemorativa al Ministero della Giustizia si dovette aspettare fino al 2002, e a Capaci anche di più». I colleghi americani non hanno mai mancato una commemorazione, qui e là.

Dopo Capaci l’ambasciatore Peter Secchia organizzò un incontro privato con i familiari di Falcone, accompagnati in quell’occasione da Sinisi. Fa una certa impressione leggere alcune dichiarazioni dello stesso Secchia riguardanti il rapporto con la famiglia: «“L’ambasciatore è l’unica persona di cui ci fidavamo, il nostro Stato non è stato in grado di proteggere mio zio”. Dagli effetti personali del giudice mi spedirono una penna. Ciò mi commosse profondamente», ha rievocato in un’intervista del giugno 1993 per The Association for Diplomatic Studies and training. Due giorni prima dell’attentatuni Falcone consumò un’ultima cena a Villa Taverna.

I cablogrammi rappresentano la soddisfazione americana per l’opera compiuta con la costruzione del valido impianto accusatorio del Maxiprocesso, accolto dalla corte di Palermo, e dell’esito delle sentenze. A fronte del risultato ottenuto non riuscirono a capire gli attacchi, le polemiche, le campagne degli ipergarantisti avversi alla cultura dei maxiprocessi, “tomba del diritto”, quando la creatura processuale di Falcone era un’esigenza dettata dalla struttura e dalla storia di Cosa Nostra.

L’Ambasciata seguì con la massima attenzione la fase di passaggio confusa dopo l’addio del consigliere istruttore Antonino Caponnetto. L’uomo, tornato in Sicilia per proseguire il lavoro intrapreso da Rocco Chinnici, quando lasciò aveva una certezza. Falcone avrebbe dovuto guidare l’Ufficio Istruzione di Palermo, invece dopo un decennio di lotta l’anomalia palermitana stava per essere accantonata dalla stagione della restaurazione, della normalizzazione giudiziaria. «Ho avanzato la mia candidatura ritenendo che questa fosse l’unica maniera per evitare la dispersione di un patrimonio prezioso di conoscenze e di professionalità che l’ufficio a cui appartengo aveva globalmente acquisito», scrisse Falcone.

Il 19 gennaio 1988 il Csm per quella carica indicò Antonino Meli. Questione d’anzianità, dissero.

«L’efficienza della giustizia, nel settore fondamentale, anzi vitale per il paese, della repressione della criminalità organizzata, deve alimentarsi della forza della intera compagine giudiziaria, vista come attivazione diffusa, volontà diffusa di impegno, responsabile potere diffuso, ai vari livelli. Accentrare il tutto in figure emblematiche, pur nobilissime, è di certo fuorviante e pericoloso. Ciò è titolo per alimentare un distorto protagonismo giudiziario, incentivare una non genuina gara per incarichi giudiziari di ribalta, degradare un così ampio impegno in una cultura da personaggio», dalle parole di Umberto Marconi, relatore in commissione, durante il Plenum del Csm nella seduta per la nomina di Meli.

Come si evince dal cablogramma del 3 agosto 1988, sopracitato, l’ambasciatore Maxwell Raab la pensava diversamente e vedeva mettere a rischio l’attività del pool: «Se il Comitato antimafia del Csm ha sostenuto Meli nel tentativo essenzialmente di abbandonare il metodo del pool per combattere la mafia, lo sforzo antimafia italiano potrebbe essere severamente danneggiato e gli interessi degli Stati Uniti potrebbero essere messi in pericolo». Sinisi sottolinea come l’Ambasciata avesse piena consapevolezza della necessità del pool: «Ha dimostrato di essere uno strumento di successo sia a fine di sicurezza dei magistrati sia come mezzo per una maggiore efficacia delle indagini. È difficile immaginare che i casi portati alla loro attenzione avrebbero potuto essere perseguiti».

Sette mesi dopo l’insediamento di Meli, Paolo Borsellino lanciò il classico macigno nello stagno con due interviste detonanti: «Ci sono seri tentativi per smantellare definitivamente il pool antimafia. Stiamo tornando indietro come dieci, vent’anni fa. Adesso la filosofia è che tutti si devono occupare di tutto. Si perde inevitabilmente la visione del fenomeno spezzando in tronconi le inchieste. Dalle uccisioni di Cassarà e Montana non esiste una sola struttura di polizia in grado di consegnare ai giudici un rapporto sulla mafia degno di questo nome». L’azione investigativa di Cassarà fu fondamento del Maxiprocesso. Con Falcone condivise la premessa dell’organizzazione unitaria e segreta di Cosa Nostra e che gli avvenimenti che ne segnavano la vita fossero rispondenti a una strategia unica.

Il 30 luglio 1988 giunsero le dimissioni, poi respinte, di Giovanni Falcone dall’Ufficio Istruzione. Ruppe il riserbo per reagire a quelle che definì “infami calunnie e una campagna denigratoria di inaudita bassezza”. A distinguersi sulla stampa Il Giornale di Sicilia e Il Giornale di Indro Montanelli. «Quel delicatissimo congegno che è costituito dal gruppo cosiddetto antimafia è ormai in stato di stallo. Paolo Borsellino, della cui amicizia mi onoro, ha dimostrato ancora una volta il suo senso dello Stato e il suo coraggio denunciando pubblicamente omissioni e inerzie nella repressione del fenomeno mafioso sotto gli occhi di tutti», scrisse Falcone al Csm nella lettera di dimissioni.

L’Ambasciata preoccupata dal possibile venir meno di una collaborazione strategica sollecitò energicamente il Quirinale sulla questione, che aveva ormai invaso le sedi politiche e istituzionali. Il Presidente Cossiga chiese l’intervento del Csm ed esercitò una pressione irrituale sull’organo di autogoverno della magistratura, assumendo l’iniziativa di trasmissione alle Camere degli atti e della decisione del Comitato antimafia del Csm. Fra il 30 e il 31 luglio Meli, Borsellino e Falcone vennero ascoltati dal Csm e una trattativa serrata produsse il 2 agosto 1988 un documento del Comitato antimafia, in cui si raccolse l’input del Colle con un’inversione di marcia che ribadì i meriti e la centralità dell’esperienza del pool antimafia. Tuttavia il Csm lasciò irrisolti i nodi delle “disarmonie” riscontrate, “che debbono ritenersi certamente superabili nello spirito di fiduciosa collaborazione”, inviando a Palermo Vincenzo Rovello, capo degli ispettori del Ministero di Grazia e Giustizia. In realtà non era un bisticcio togato. La parcellizzazione delle inchieste, la conseguente frantumazione dei processi, il criterio della competenza territoriale, negava il principio dell’unicità di Cosa Nostra. E a Washington non convinse la presunta pacificazione del Csm.

Qual è la genesi dell’interesse americano? Ce la racconta Carmine Russo, un superpoliziotto, un agente del Fbi. Nel giugno 1982 viaggiò per la prima volta direzione Palermo, per portare e scambiare personalmente informazioni con il giudice. Qualche mese più tardi a ottobre, presso l’accademia Fbi di Quantico, il secondo incontro, che Russo non esita a definire storico. Falcone e Chinnici volarono negli States per un summit lungo una settimana: «Falcone incitò tutti noi a una cooperazione diretta. C’erano fiducia reciproca e un comune modo di sentire». Rimasero colpiti dal carisma naturale che Giovanni esercitava e dai successi delle operazioni Pizza connection e Iron Tower. Judge Falcone had been our best contact with the italian relationship on prosecutorial and anti-mafia activities, sintetizzò nel 1993 Secchia.

Nelle pagine traspare lo sgomento statunitense per le estati dei veleni, il «disappunto per le rivalità personali e politiche e le piccole gelosie che infettano il sistema giudiziario italiano, incluso il Csm». Il cablogramma E70 – Confidential del 21 novembre 1989 fa riferimento all’esito davanti al Csm della sconcertante vicenda delle lettere anonime, che costituirono un pesantissimo attacco a Falcone. La costante delegittimazione di cui era oggetto era un problema per gli States.

«(…) Fino a oggi vi ha preso per i fondelli facendovi credere di essere un paladino dell’antimafia laddove si è rivelato uno squallido opportunista. Non indagherà più sul terzo livello (che d’altra parte non esiste), sulla connessione tra mafia e politici Dc. La ricompensa, preventivamente concordata, da parte dei socialisti e della Dc, è arrivata subito. La creazione da parte del ministro Vassalli del terzo posto di procuratore aggiunto a Palermo, destinato appunto a Falcone, creato repentinamente senza nemmeno chiedere il parere del Csm. Insomma Falcone si è venduto per un posto di procuratore aggiunto. Che squallore!», da una missiva del Corvo destinata al giornalista Pansa e al segretario del Pci Achille Occhetto, fine giugno 1989.

Nella valutazione dell’Ambasciata il procedimento e i provvedimenti in merito del Consiglio Superiore della Magistratura di trasferire contemporaneamente il presunto “corvo” Di Pisa e Ayala, vicino a Falcone, indebolivano de facto l’Ufficio Istruzione: «Un fattore può essere stato il risentimento di alcuni membri del Csm per il modo di operare aggressivo di Falcone, e per il suo essere trattato come una “star” dai media».

Esplicito in questo senso anche un cablogramma precedente. L’E65 – Confidential del 13 ottobre 1989 recita: «I giudici antimafia hanno speso più tempo attardandosi nel combattere fra loro che nel contrastare la mafia. Accuse senza fine e controaccuse hanno così intorbidito le acque che ogni significativa misura contro sospettati di mafia ha dovuto essere pretermessa». I diplomatici a stelle e strisce non si capacitavano di come il sistema Italia ostacolasse, denigrasse, all’apice della lotta la sua migliore risorsa contro la piaga del crimine organizzato. Lo assunsero come un problema interno alla stessa amministrazione americana.

Nei giorni del Corvo annotarono il rallentamento nel flusso di informazioni dalle fonti inquirenti italiane. Avvertirono i rischi di quel clima irrespirabile e definirono “a terra il morale di chi conduce indagini di criminalità organizzata. Dai cablogrammi e dalle opinioni espresse emerge una certa insofferenza, l’esternazione della volontà di un indurimento della repressione, della legislazione italiana contro la mafia. «Mafia people who were always one step ahead». E quando ciò si materializza: «I would like to think we had a lot to do with that». Gli americani apprezzavano la competenza e i risultati di Falcone nella gestione dei pentiti. Aveva il “gusto” e riusciva a entrare nella testa dell’interlocutore, quand’anche fosse un grande criminale. Inoltre vennero convinti dal suo livello di conoscenza del sistema giudiziario statunitense.

È significativo che tra la documentazione declassificata dal Dipartimento di Stato non compaia la specifica informativa sull’attentato dell’Addaura. Quei 58 candelotti di esplosivo rinvenuti il 21 giugno 1989 nel tratto di scogliera tra la casa, presa in affitto da Falcone, e il mare.

«(…) Quella volta capì che non si trattava delle solite maldicenze. Ebbe chiaro che la decisione di farlo fuori era stata presa e ad altissimo livello. Lo vidi come non lo avevo mai visto era teso come una corda, aveva i nervi a pezzi. Eppure non poteva rivolgersi a nessuno, non si fidava ed era costretto a riflettere da solo», sottolineò Maria Falcone.

Non sappiamo l’opinione degli americani su quelle che il giudice catalogò come le “menti raffinatissime” che avevano deciso la sua fine, poi attuata a Capaci. «Ciò non vuol dire che non se ne sia occupata ma più verosimilmente che il cablo con cui l’ambasciata Usa a Roma ne riferì è rimasto classificato e non è stato rilasciato; così come credo molti altri documenti che riguardavano Falcone, le cui vicende, viste dagli Usa, dopo oltre vent’anni, evidentemente debbono ancora rimanere segrete». Il cablo E54 – Confidential cita anche l’oscuro omicidio a Villagrazia di Carini dell’agente di polizia Nino Agostino e di sua moglie, Ida Castellucci, incinta di cinque mesi di una bambina. Un delitto sovente collegato con l’Addaura. Vincenzo Agostino, il padre, uomo coraggioso, la barba cresciuta in attesa di giustizia ancora non è riuscito a tagliarla. Con affetto Manfredi Borsellino gli ha chiesto di farlo. Lui è irremovibile insieme a quel simbolo del dolore.

Capaci

«Il suo assassinio venne avvertito come un attacco interno, una lesione e una minaccia allo sforzo che in quegli anni, e con successo, gli Stati Uniti stavano compiendo. Nella percezione dell’ambasciata statunitense a Roma nella storia d’Italia c’è un prima, e c’è un dopo la strage di Capaci», sostiene l’autore. Associarono la gravità della strage al delitto dirimente per le vicende repubblicane dell’Onorevole Aldo Moro. Nel mese di giugno la risoluzione 308 del Senato americano lo celebrò come un eroe nazionale. La morte di un guerriero. Qualificarono come inadeguate le precauzioni adottate per proteggerlo. Riportarono la rabbia popolare del funerale, segnalando la toccante e straziante preghiera di Rosaria Costa, vedova dell’agente di scorta Vito Schifani. E sul dopo non sembrarono nutrire particolare fiducia.

«(…) Non siamo certi di quale possa essere l’impatto della morte di Falcone sull’offensiva antimafia ma non abbiamo fiducia che si tradurrà in un significativo nuovo impegno in termini di risorse umane e materiali. Il grande rischio adesso è che nonostante la statura dell’uomo e l’impatto dell’accaduto, il tempo diminuirà l’urgenza e l’impeto di fornire alla magistratura e alla polizia quegli strumenti e quelle risorse di cui hanno bisogno. D’altronde non c’è nessun singolo individuo in Italia così pienamente e carismaticamente identificato con l’azione antimafia che possa prendere il suo posto o aggregare», leggiamo nel cablogramma E120 – Confidential del 26 maggio 1992, L’Italia il giorno dopo l’impatto dell’assassinio di Falcone.

L’Fbi contribuì alle indagini su Capaci, tra l’altro con le analisi forensi delle prove acquisite sui luoghi della strage: «Fu una delle prime occasioni in cui mettemmo a frutto le nostre conoscenze sul Dna per le investigazioni, coinvolgendo il nostro laboratorio di Washington che rivelò tutte le potenzialità che in seguito avrebbe espresso in moltissimi processi», ricorda Sessions.

Sinisi sfugge alla tentazione dell’aneddotica personale. Il loro rapporto lo restituisce bene il ricordo affidato a Francesco La Licata nel bellissimo Storia di Giovanni Falcone: «Mi colpì subito quell’uomo. Mi colpirono i suoi occhi mobilissimi, il suo sguardo leale e franco. Capii che mi trovavo di fronte una persona “difficile” ma estremamente ricca. Legammo immediatamente, ci trovammo d’accordo soprattutto sul programma che aveva accettato di portare avanti. Mi colpì la concretezza di quell’uomo: le cose di cui parlava diventavano realtà. (…) Diventammo inseparabili: anch’io ero solo a Roma. Per più di un anno abbiamo trascorso insieme circa quattordici ore al giorno. Era elettrizzato dalla nuova condizione: ricordo la sua faccia felice mentre appendeva i quadri. Non li aveva mai conosciuti questi piccoli piaceri. Lavorava come un matto. Era incredibile cosa potesse fare in un giorno».

A questo libro ha affidato invece un’istantanea: «Quel 23 maggio Giovanni mi aveva lasciato tante lettere e appunti in ufficio sulla scrivania, con su annotato parlarne, e le ore che ho passato, da solo e con le lacrime agli occhi, a guardare la sua firma e quelle annotazioni senza sapere che fare».

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Pio La Torre è stato una storia diversa https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/pio-la-torre-e-stato-una-storia-diversa/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/pio-la-torre-e-stato-una-storia-diversa/#comments Wed, 08 Jul 2015 09:53:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27715 Pubblichiamo la prima parte di un lungo ritratto di Pio La Torre realizzato da Gabriele Santoro a partire dal libro Sulle ginocchia. Pio La torre, una storia, scritto dal figlio Franco per Melampo.

Per la foto ringraziamo l'archivio online del Centro studi Pio La Torre.

1. La terra a tutti

«Due di maggio, bandiere al vento. Son morti due compagni, ne nascono altri cento», urlarono dal cuore del corteo. In fondo però sapevano anche loro che la morte violenta di Pio La Torre e Rosario Di Salvo non era una ferita suturabile. A Enrico Berlinguer, e soprattutto al Paese, il terrorismo politico mafioso, che ha dettato parte cospicua dell'agenda dei giorni nostri, aveva sottratto due uomini valorosi. «(...) Perché hanno ucciso La Torre? Perché hanno capito che egli non era uomo da limitarsi a discorsi, analisi, denunce di una situazione, ma era un uomo che faceva sul serio alla testa di un grande partito di lavoratori e popolo. Era capace di suscitare grandi movimenti, di stabilire ampie alleanze con forze e uomini sani, democratici di altre tendenze; di prendere iniziative che colpivano nel segno», scandì il segretario del Partito Comunista Italiano durante l'orazione funebre.

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Pubblichiamo la prima parte di un lungo ritratto di Pio La Torre realizzato da Gabriele Santoro a partire dal libro Sulle ginocchia. Pio La torre, una storia, scritto dal figlio Franco per Melampo.

Per la foto ringraziamo l’archivio online del Centro studi Pio La Torre.

1. La terra a tutti

«Due di maggio, bandiere al vento. Son morti due compagni, ne nascono altri cento», urlarono dal cuore del corteo. In fondo però sapevano anche loro che la morte violenta di Pio La Torre e Rosario Di Salvo non era una ferita suturabile. A Enrico Berlinguer, e soprattutto al Paese, il terrorismo politico mafioso, che ha dettato parte cospicua dell’agenda dei giorni nostri, aveva sottratto due uomini valorosi. «(…) Perché hanno ucciso La Torre? Perché hanno capito che egli non era uomo da limitarsi a discorsi, analisi, denunce di una situazione, ma era un uomo che faceva sul serio alla testa di un grande partito di lavoratori e popolo. Era capace di suscitare grandi movimenti, di stabilire ampie alleanze con forze e uomini sani, democratici di altre tendenze; di prendere iniziative che colpivano nel segno», scandì il segretario del Partito Comunista Italiano durante l’orazione funebre.

Il 2 maggio 1982 a Palermo, in piazza Politeama, centomila persone tennero la rabbia, le lacrime e i pugni fuori dalle tasche. La Banda di Altofonte fece risuonare le note dell’Inno dei lavoratori e dell’Internazionale. La medesima colonna sonora del matrimonio con rito civile che, il 29 ottobre del 1949 al Municipio di Palermo, celebrò l’unione con Giuseppina Zacco. Sandro Pertini con la voce rotta dell’emozione accarezzò il viso di quella donna coraggiosa, sempre e per sempre al fianco di un uomo che amava la libertà. In quel giorno di lutto e di lotta, senza vessilli della Democrazia cristiana, sfilò anche Sergio Mattarella, futuro Presidente della Repubblica. Una fotografia ritrae una signora dei vicoli stretti. Sotto a un balcone con le lenzuola stese, s’inginocchia con le mani giunte e piange senza consolazione. Con il caschetto da lavoro in testa c’erano i minatori di Pasquasia. Issarono sulle spalle il feretro e scortarono i carri funebri. Fu sincera la commozione popolare per quelle due vite spese al solo fine della giustizia sociale.

Nell’agguato del 30 aprile del 1982 Franco La Torre perse il padre, non ancora cinquantacinquenne. Sceglie con cura le parole, quando lo rievoca, avvertendo il peso di un’eredità preziosa, al confine tra pubblico e privato. È la memoria diretta di una storia bella. Negli anni ha gestito e se possibile rieducato il dolore, i suoi segni, anche mediante l’impegno nell’associazione Libera. Dopo un tempo lungo e faticoso ha varcato la soglia di una riservatezza pudica, che accomuna migliaia di parenti delle vittime innocenti delle mafie, per scrivere Sulle ginocchia, Pio La Torre una storia (Melampo, 204 pagine, 15 euro). La narrazione si muove da uno scatto in bianco e in nero: il padre tiene in braccio il figlio. La prima immagine insieme. Appaiono felici e sorridenti all’inaugurazione di una sede del Pci. «Nella nostra casa palermitana mi esortava ad arrampicarmi sulle sue gambe per raccontare storie concepite durante il periodo di studio alle Frattocchie. Di solito il protagonista, che aveva subito una prevaricazione o era stato vittima di un’ingiustizia, trovava conforto e solidarietà negli amici, che lo aiutavano a sconfiggere l’arroganza del più forte», annota.

La vicenda di Pio suggerisce una riflessione su almeno quattro temi di attualità stringente: la sorte dei corpi intermedi (su tutti partito e sindacato), sui quali lui confidò e ai quali affidò il riscatto dalla subalternità delle proprie origini umili; l’elaborazione politica che si fa corpo e non può prescindere dalla lotta; l’antimafia tradita e il principio di diversità del partito, che nella sua interpretazione equivaleva pure a guardarsi dentro con onestà. Il testo invita ad approfondire tre architravi  dell’attività di La Torre: il movimento contadino, la sponda fra Roma e Palermo nella fase del Compromesso storico, il retaggio legislativo antimafia.

Il libro pone interrogativi al Partito Democratico, che rivendica l’appartenenza alla storia di La Torre. «(…) Riguardando indietro, lungo i trentatré anni che ci separano dall’omicidio, quella parte politica non ha fatto buon uso del lascito. Il Pci nelle sue evoluzioni è andato indebolendo il fattore genetico antimafia», ammonisce l’autore. Nella ricorrenza del trentesimo anniversario della morte i democratici si accontentarono dell’intitolazione della sala dibattiti all’ex Festa dell’Unità nazionale. «(…) Il motivo sono i soldi. Quest’anno il bilancio della festa è ridotto all’osso e non si farà niente di particolare, tranne i dibattiti. Pensa che non si farà neanche quanto era stato deciso di dedicare a Nilde Iotti, che a Reggio Emilia era nata!», risposero con aria desolata a Franco La Torre, che aveva stilato un programma di commemorazione e rilancio di un patrimonio ideale.

Un foglio conserva un ritratto, appassionato e ricco di sgrammaticature meravigliose, dal quale è giusto iniziare. Lo scrisse e lesse l’allora ottantenne Rosolino Cottone, qualcosa di più e diverso da una guardia del corpo di Li Causi e poi di La Torre. Il suo nome di battaglia sull’Appennino tosco-emiliano era Esempio, in quanto partigiano dalla condotta esemplare. Guidò la trentunesima Brigata Garibaldi, in prima fila all’ingresso a Parma, liberata. Poi fu un militante instancabile, della vecchia scuola, pilastro del Pci palermitano.

«(…) Con Pio abbiamo cresciuto insieme. Io gli andavo sempre dietro. Ero armato, certo, ma l’arma non me la vedevano mai. Con La Torre eravamo due fratelli. Lui era uguale a noi, era un combattente.

La cosa che più ricordo di lui quella mattina a Palermo, che lui non si meritava di morire. In che senso mi ricordo? Alle otto ero lì, ma che ne sapevamo che gli assassini erano già lì anche loro? Erano giù. In casa La Torre dice a Di Salvo: “Fai il caffè a Rosolino, che deve andarmi a fare delle commissioni”. Io ho preso il caffè e sono andato. Arrivo in Federazione verso le nove e mezzo e il portiere appena mi vede mi urla: “Cottone! Ammazzarono a La Torre e Di Salvo”. “Ma cosa dici?”, urlai io, ma corsi via come un dannato, la polizia cercò di bloccarmi, ma urlavo dalla rabbia e mi fecero passare e arrivai alla macchina tutta insanguinata.

Era un bravissimo compagno, duro e forte. Mi dice a me, eravamo a Comiso, la mattina del grande comizio. C’erano tanti contadini, tanti operai venuti a Comiso per il discorso di La Torre, erano più di cinquemila anche dai paesi attorno. Allora La Torre mi dice a me: “Comandante ma pecchè sono accussì poco?”, così mi parlava, e io gli faccio: “Scusa La Torre, sono più di cinquemila. Tu quanti ne vuoi?”, ci faccio a lui. Non si contentava mai, voleva sempre di più nella lotta popolare».

Pio La Torre, a proprio agio fra gli agrumeti, amava stropicciarsi le mani con le foglie di limone. Aveva un legame irrisolvibile con la terra e i suoi profumi. Finanche nelle espressioni e nella cadenza condensava la fatica della sua lavorazione. Non dimenticò mai le condizioni patite dai braccianti. Vincenzo Consolo lo definì l’orgoglio della Sicilia: «(…) Abbiamo citato le parole del principe di Salina per concludere ora che i veri nobili non sono, no, i Leoni e i Gattopardi, questi parassiti della storia, ma veri nobili sono stati e sono tutti quelli che hanno lottato e lottano in Sicilia, pagando spesso con la vita per il rispetto della democrazia, dei diritti e della dignità umana. I veri nobili sono i Pio La Torre, i Rosario Di Salvo, i Giovanni Falcone e i Paolo Borsellino».

Angela Melucci, figlia di pastori e contadini lucani, cullò in grembo un seme fecondo e ribelle. Ad Altarello di Baida non c’è mai stato nulla di agevole. La luce elettrica illuminò la borgata solo nel 1935 e per l’acqua occorreva risalire alla fonte. La famiglia abitava un casolare spoglio e viveva di un’agricoltura di sussistenza. Si accorsero però presto che Pio, classe 1927, era un’altra storia. Impose al padre il proprio diritto allo studio, perché era certo che il destino di subalternità, con la schiena curvata su un appezzamento di terra scadente, non fosse ineluttabile. Cambiò il destino con la passione per lo studio e il dono della curiosità. Nella nota autobiografica, a margine della tesi La classe operaia e la questione siciliana, discussa il 25 ottobre 1954 a conclusione della scuola di partito, omaggiò così Angela: «(…) Mia madre era analfabeta e si pose il problema di istruire i figli facendo di ciò l’obiettivo primo della sua esistenza, sacrificata a questo scopo».

La sveglia suonava alle 4 per pulire la stalla, prima di recarsi a scuola. Ad Altarello era l’unico figlio di contadini ad accedere all’istruzione pubblica. Ripagò con la dedizione fino alla laurea in Scienze Politiche. Il fratello Filippo nelle lettere dal fronte si premurava: «(…) Pio sta studiando? Mamma, papà, mi raccomando non fatelo lavorare in campagna. Lui deve studiare. Il suo futuro sono i libri».

Dopo l’avviamento, promosso con il massimo dei voti, si iscrisse all’Istituto tecnico industriale Vittorio Emanuele III. «Nei primi anni a scuola riuscirono a inculcarmi gli ideali del fascismo. “Il fascismo darà al popolo la vera giustizia sociale”, dicevano. A sedici anni mi trovai in uno stato di disillusione». Ricercò un partito che “avesse per programma di trasformare la società”, di creare “una vera giustizia sociale”. Lì il fiore di campo germogliò la coscienza politica. Franco Scaglione, professore di lettere e filosofia, assistette alla scoperta, perché la sua arte dell’insegnamento era piena di idee. Antifascista e marxista assecondò la sua sete di conoscenza, aprendogli la biblioteca di casa. Lo sostenne nella doppia maturità: quella tecnica e quella scientifica da privatista.

«(…) La Torre partiva dalle cose per arrivare alle idee. Quindi l’esperienza di natura sociale è basilare nella sua formazione. Non era il tipo competitivo, era un tipo collaborativo. La sua intelligenza lo portava alla centralizzazione del nucleo problematico. E il problema non è individuale ma di classe. Partecipa alla realizzazione del piano educativo senza rinunciare mai alla propria originalità. La Torre resta sempre un logico, un ragazzo riflessivo fortemente impegnato nel suo rapporto con il reale. Si preoccupa soprattutto di osservare se gli uomini siano oppressi o in qualche modo alienati. È estraneo alla neutralità, all’indifferenza. Per lui la liberazione era un valore da realizzare e per il quale combattere», appuntò Scaglione.

Diciotto anni da compiere e due orizzonti di senso: l’Università, facoltà d’Ingegneria, e il partito. Il primo contatto con la cellula universitaria di Palermo, poi, a fine novembre 1945, si tesserò nella combattiva sezione del Pci Francesco Lo Sardo. «D’istinto ad identificare le mie aspirazioni con il programma del Pci». Li stupì quel ragazzino dallo sguardo profondo: settecento copie dell’Unità vendute in una giornata. Gli spiegava già l’intensità necessaria per contrastare la mafia e la povertà vissuta sulla propria pelle: «Ho detto alle persone che li difendiamo dalle prepotenze dello Stato, della mafia e dei grandi proprietari terrieri. E loro si sono fidati». Percepì il fare politica come il mestiere più bello, perché poteva occuparsi dei problemi nell’interesse generale. «Per essere comunista ci vuole l’anima», diceva. E il partito di massa, in una dimensione avvolgente, fu il suo strumento di emancipazione. Non si privò tuttavia dello spirito critico, con la sua visione politica ideale radicata nella realtà.

Nel luglio 1949 Pio è già membro del Consiglio Federale del Pci. In piazza a Corleone, dove da poco erano stati ritrovati resti di Placido Rizzotto, interruppe il proprio comizio sulla matrice della strage del primo maggio del 1947 a Portella della Ginestra. Aveva intravisto giù dal palco un giovane capitano dei Carabinieri, Carlo Alberto dalla Chiesa. Andò a stringergli la mano, ringraziandolo per aver arrestato gli assassini di Rizzotto. Qualche anno più tardi, La Torre reclamò in una lettera al Presidente del consiglio Spadolini l’invio immediato con pieni poteri di Dalla Chiesa a Palermo. Come noto, evasero la richiesta dopo la mattanza del 30 aprile 1982: «Dalla Chiesa prenda il primo volo per Punta Raisi». I poteri però restarono a Roma. L’indomani del duplice omicidio in Via Generale Turba l’occhiello de Il Giornale predì: «Un avvertimento al Prefetto Dalla Chiesa?» Dieci giorni dopo l’assassinio di Dalla Chiesa il Parlamento approvò la legge Rognoni-La Torre, n.646/1982, che introdusse nel codice penale la fattispecie di reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, la cui genesi approfondiremo più avanti.

Portella della Ginestra rappresenta il primo snodo chiave di questa vicenda repubblicana. Nei pressi della Piana degli albanesi, gli undici morti, fra i quali due bambini e una donna incinta, e i ventisette feriti in un giorno di festa furono un atto politico reazionario, avverso all’anelito di redenzione e affrancamento dal sottosviluppo delle masse diseredate siciliane. In Sicilia alle elezioni del 20 aprile 1947 era accaduto un fatto nuovo: la sinistra, socialisti e comunisti uniti nel Blocco del popolo, aveva vinto, superando la Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi. Nel giugno 1983 Rocco Chinnici, un mese prima di essere ucciso dall’esplosione di un’autobomba, spiegò alla vedova Zacco quanto fossero collegate le indagini su Portella della Ginestra e quelle sui delitti politici Reina, Mattarella e La Torre.

Nei quartieri durante il volantinaggio provarono a convincere La Torre che la mafia fosse un’entità intangibile: «Siete dei pazzi a pagare il pizzo, diventeranno più forti. Questa gente non merita rispetto, ci stanno rovinando», gli replicava. Il novizio sapeva parlare in italiano e in dialetto. Le sezioni andavano aperte in borgata, e lui ne aprì tre nella natia Altarello, a Boccadifalco e Chiavelli. Un affronto a Salvatore Cappellano, capomafia di Altarello. Tentarono di isolarlo, innanzitutto dal nucleo familiare. L’incendio intimidatorio della stalla di famiglia provocò l’addio alla casa paterna: «È arrivato il momento di alzare la testa. Domattina faccio le valigie e vado via».

Lo accolse Pancrazio De Pasquale, giovane segretario della federazione Pci di Palermo, con il quale spartì una stanza e l’intesa politica che fu lunghissima e proficua. Le qualità organizzative contraddistinsero subito il suo agire. Lo coinvolsero nell’organizzazione dei comizi per le elezioni regionali e amministrative del 1946 e del 1947. Nel gennaio 1947 si presentò in via Montevergini, nella sede della Federterra, esprimendo, con la chiarezza e la determinazione che gli erano proprie, l’urgenza di un miglior coordinamento sindacale dei braccianti. Le sezioni comuniste, quanto le sedi delle Camere del lavoro, erano nel mirino. Rizzotto fu il trentacinquesimo sindacalista assassinato, alla vigilia del voto che nell’aprile 1948 richiamò alle urne il 92.23% degli aventi diritto, circa 27 milioni di italiani.

Nel saggio esaustivo Quindici anni di lotte contadine Antonino Sorgi evidenzia le paure di quelli che catalogò come gli “esponenti dell’industria del delitto”:

«(…) Non sfuggiva loro come la sola minaccia alla sopravvivenza dei loro metodi non venisse tanto dall’azione della polizia, quanto dall’azione dei contadini e dal diffondersi in campagna degli organismi sindacali, i quali con la forza del numero e dell’organizzazione avrebbero potuto radicalmente rovesciare il rapporto di forza. L’ideale del capomafia di un centro agricolo era di non avere nel proprio paese sezioni dei partiti di sinistra e sindacati o vederli diretti e controllati da uomini di fiducia».

Giuseppina Zacco, un amore a prima vista, intuì tutto fin dal viaggio di nozze a Capri. «Dobbiamo tornare in Sicilia. Dopo la strage di Melissa è stato deciso di anticipare il tempo dell’occupazione delle terre». In provincia di Crotone la polizia aveva aperto il fuoco sui manifestanti, uccidendo tre contadini e ferendone quindici. Si erano incontrati in Federazione. In una mattina come le altre Giuseppina sarebbe dovuta andare al circolo del tennis, invece optò per la tessera del Pci. «Almeno hai letto L’emancipazione della donna di Lenin?», le chiese Pio in sezione. Bella, elegante, di estrazione nobiliare, allevata da tate tedesche, decise di sposare l’uomo, condividendone le tensioni morali e le battaglie. «Non era raro che dormissimo sulla paglia nella stalla. Poco più che ventenni venivamo lasciati nei paesi, dove avremmo organizzato con i contadini le manifestazioni, spostandoci a piedi o con i mezzi disponibili in loco». Gli occhi di Don Luigi Ciotti si fanno lucidi, quando rimembra lo strenuo impegno di Giuseppina.

Nel giugno 1949 il Pci e la CGIL dopo l’omicidio di Rizzotto affidarono a Pio la Camera del lavoro di Corleone. Quella era una zona strategica. La prima ondata di occupazione di massa dei feudi era avvenuta nell’autunno del 1945. Tra il 1921 e il 1926 gli iscritti al Pci siciliano erano scesi da 776 a 530. Tra il 1944 e il ’45 li vide quasi triplicare fino a quota 80mila. Togliatti aveva scelto Girolamo Li Causi per la guida di un partito giovane, che avanzava la questione del governo.

Lo slogan «La terra a tutti» non era populistico. Si sostanziò in un’organizzazione con un obiettivo politico a medio termine. Colpire il latifondo e spingere per una politica economica differente. Un censimento del 1936 rilevò che all’epoca i quattro quinti degli addetti all’agricoltura non possedevano terra o erano contadini poveri. Il 13 novembre 1949 un gruppo dirigente giovane dispiegò un’azione vigorosa per ampiezza con l’occupazione non simbolica, non frutto di spontaneismo, di diecimila ettari nei feudi di dodici Comuni della provincia di Palermo.

A Corleone confluirono i cortei e piantarono il grano in circa tremila ettari. A Palermo i contadini invasero piazza Politeama, smuovendo i rapporti di forza politici. Nel biennio ’49-’50 la lotta per la riforma agraria alimentò l’essenza di un movimento, che andò oltre l’effettivo successo temporaneo delle occupazioni delle terre incolte o mal coltivate con l’assegnazione in parti uguali ai contadini che ne avessero bisogno. Dal ’49 al ’50 i tesseramenti crebbero del 250% nei comuni del corleonese, dove La Torre agì con efficacia, supplendo a qualche indecisione del partito.

Nella prefazione della significativa riflessione di La Torre Comunisti e movimento contadino in Sicilia, Rosario Villari fissa alcuni punti. Innanzitutto quell’esperienza fu d’ispirazione democratica e riformatrice. Da lì prese l’avvio la costruzione di una struttura politica e associativa moderna, basata sui partiti nazionali e non più su formazioni personalistiche e autonome locali. La gestazione del Pci in Sicilia è riconducibile soprattutto a quel grande movimento. Lo storico, che visse quella stagione di lotte in Calabria, riconosce a La Torre:

«(…) la consapevolezza dei limiti della tradizione di passività e assenza politica che pesava sul Mezzogiorno. Era in grado di cogliere il significato più profondo degli avvenimenti a cui partecipava, di valutare la forza che erano destinate ad acquistare le aspirazioni contadine una volta valorizzate dall’organizzazione e dall’elaborazione di un programma politico».

La Torre nel contesto della Federterra costituì una novità detonante. Interpretò il sindacato come un’organizzazione unitaria anticorporativa. All’azione sindacale seppe sempre dare un’impostazione generale politica. Non fu mai un contrattualista, ma sapeva tradurre i temi politici nella rivendicazione delle esigenze primarie. Si portò appresso l’arte della mediazione, fino alle più alte cariche sindacali di segretario della Camera del Lavoro di Palermo (1952) e segretario regionale della CGIL (1956).

La breccia era stata aperta da Fausto Gullo, un comunista, ministro dell’agricoltura nel secondo governo Badoglio. Nell’ottobre 1944 varò due decreti per l’assegnazione delle terre incolte e mal coltivate ai contadini, ovviando alla necessità di un aumento della produzione di grano, e per il miglioramento della ripartizione dei prodotti della mezzadria impropria a favore dei contadini lavoratori, con potenziali effetti positivi sui redditi. Tali provvedimenti si scontrarono con il potere del gabellotto mafioso, l’intermediario che prendeva in affitto la terra dei grandi agrari assenteisti per poi darla in subconcessione, a condizioni strozzinesche a mezzadri e coloni.

«(…) Si mobilitano i sindaci mafiosi, insediati dagli americani nel 1943: a Villalba Don Calò Vizzini, a Palermo Don Lucio Tasca (capo degli agrari). I gabellotti possono contare sulla protezione di larga parte dell’apparato statale, dei marescialli dei Carabinieri, e fino all’Alto Commissario Aldisio che porta avanti una linea politica tendente alla riorganizzazione del blocco conservatore in Sicilia, all’insegna dello scudo crociato. I decreti Gullo vengono sabotati in maniera frontale in Sicilia. Essi vengono definiti un cavallo di Troia del Partito comunista, come fatto estraneo alla Sicilia», rammentò La Torre in Lotte agrarie in Sicilia dal 1944 al ’55, apparso nel giugno 1973 sui Quaderni siciliani.

La repressione fu violenta per mano del banditismo e di quello che La Torre soprannominò il triangolo Scelba (Ministro dell’Interno), Restivo (Presidente della Regione) e Vicari (Prefetto di Palermo): «Pronti a scatenare la reazione contro un movimento ormai ampio nel ’49-’50». Epifanio Leonardo Li Puma, Calogero Cangelosi e i braccianti ignoti caduti lui non se li è mai dimenticati. Non si dimenticò del manifestante Salvatore Catalano, ferito alla spina dorsale e reso invalido da una pallottola vagante sparata dalle forze dell’ordine. Il 10 marzo del 1950, a Bisacquino, centro agricolo della provincia di Palermo, dove vi era il feudo di Santa Maria del Bosco, gli presentarono il conto. «Togliete quello sconcio di bandiere!», intimarono i Carabinieri. Loro, i contadini, si erano messi in testa di occupare la speranza abbandonata all’erosione: un’estensione immensa non coltivata, pari a 200mila ettari, di proprietà della famiglia Inglese. Alla testa di un corteo, lungo cinque chilometri, composto in gran parte da donne, c’era La Torre. Dopo aver contenuto la reazione dei contadini all’aggressione dell’autorità in divisa, patì la beffa in un arresto indiscriminato di centosessanta manifestanti.

La cella dell’Ucciardone si spalancò con l’accusa di un tenente di polizia per tentato omicidio. Dietro le sbarre la paradossale compagnia di Gaspare Pisciotta, membro della banda di Salvatore Giuliano, la manovalanza criminale di Portella della Ginestra. Frazionismo fu invece il capo d’imputazione del partito, che avviò un procedimento quantomeno singolare. Tra il 17 e il 18 novembre 1950 si riunì il Comitato Regionale del Pci in seguito all’inchiesta svolta dal funzionario Armando Fedeli, affiancato a Li Causi da Roma. Destituirono De Pasquale dalla carica di segretario della federazione di Palermo e abbandonarono La Torre alla detenzione. Puniti per le fughe in avanti. La Torre in Comunisti e movimento contadino in Sicilia pubblicò, destando scalpore, i verbali riservati di quella discussione perorata dalla relazione di Pietro Secchia.

 

Dal profondo della notte che mi avvolge,
Buia come un pozzo che va da un polo all’altro,
Ringrazio qualunque dio esista
Per l’indomabile anima mia.
Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

Là fuori il ciclo della vita non si fermò. Giuseppina diede alla luce il primogenito Filippo, mentre De Gasperi annunciava la riforma agraria. Il 27 dicembre del ’50 l’Ars votò la legge “Milazzo” n. 104 di riforma agraria, che prevedeva l’esproprio delle proprietà terriere superiori ai duecento ettari e la loro ripartizione in lotti ai contadini aventi diritto. Una legge tormentata, la cui applicazione si arenò per quattro anni al Tribunale di Palermo, con gli agrari ad approfittare dello stallo per vendere a prezzi altissimi le proprie terre. Tuttavia il risultato di lotte durissime fu tangibile. Oltre all’introduzione dei principi della limitazione permanente della proprietà e dell’obbligo di buona coltivazione della terra, si decompose il paesaggio latifondista. Una doppia gioia per La Torre, testimoniata dalle lettere sfuggite alla censura carceraria.

Paolo Bufalini fu l’uomo della provvidenza. Dov’era finita la solidarietà per i compagni in galera? Il dirigente, appena giunto a Palermo in qualità di vicesegretario regionale, promosse su sollecitazione del dottor Zacco un comitato d’opinione influente. Il nuovo collegio difensivo con l’avvocato Varvaro mostrò l’infondatezza delle accuse formulate dagli esponenti delle forze dell’ordine e il 23 agosto 1951:

«La Corte dichiara di non doversi procedere nei confronti di La Torre Pio in ordine al delitto di lesione in offesa del tenente Caserta, perché l’azione penale non poteva essere iniziata per difetto di querela».

Bufalini, intellettuale finissimo e latinista d’eccezione, con i fatti gli manifestò la solidarietà del partito. Lo candidò al Consiglio comunale di Palermo. Nella lista Garibaldi spiccava il cognome La Torre, che il 25 maggio 1952 venne eletto con 6922 voti di preferenza: «La candidatura mi permetterà di continuare la lotta alla mafia e alla corruzione, sempre al fianco delle persone per cui mi sono battuto: gente comune, contadini, operai e braccianti». Un capitolo del programma elettorale della lista Garibaldi era riservato alle disfunzionalità dei “Servizi pubblici”, che denunciò senza tregua.

Per i servizi segreti italiani il venticinquenne neo consigliere comunale, che voleva sconfiggere la mafia, era un “sospetto”, una potenziale spia. Il 22 luglio 1952, in concomitanza con l’elezione, il Centro di Controspionaggio propose di classificare La Torre, fascicolo 502/M, fra «gli agenti “sospetti” a favore di organizzazione politica asservita agli interessi dell’URSS. Sette giorni dopo l’ufficio D approva». Interruppero il flusso delle informative una settimana prima dell’omicidio con una parentesi misteriosa aperta nel 1976, quando i servizi segreti lo giudicarono non più d’interesse ai fini istituzionali. Da quel momento trasferirono la sua posizione a un organo di sorveglianza in nessun modo verificabile.

La leadership di La Torre emergeva senza egocentrismi ed era riconosciuta. Diede la propria esistenza per il partito. Dentro alle istituzioni non smarrì mai la centralità del confronto con militanti, lavoratori e giovani. Dalla qualità dialogica misurava la vitalità delle organizzazioni di riferimento. Non aveva una concezione esclusiva del Pci, quale partito solo della classe operaia. L’elaborazione della linea politica non poteva essere slegata dalla capacità di suscitare adeguati movimenti di massa attorno a obiettivi che di quella politica fossero coerente espressione. Ne andava del radicamento del partito nella società, guai alla concezione verticistica e dirigenziale. L’unità del partito era un bene non barattabile, dunque rifuggiva le rotture senza tuttavia astenersi dalle battaglie interne, anche dopo sconfitte brucianti. Nel 1967 nel giro di quarantotto ore fu deposto da Longo dalla carica di segretario regionale, per una flessione pari a 15mila voti alle Regionali.

Si pose in ascolto, attento alle trasformazioni e alle istanze della società, con l’urgenza di sintesi politiche di largo respiro. Contrario agli astrattismi ed estremismi criticò certe forme di rivolta velleitarie. Una vita all’opposizione senza cullare mai il minoritarismo di rendita. Nella mentalità del partito togliattiano doveva conseguire risultati concreti, dunque riteneva imprescindibile il dialogo con le altre forze democratiche per soluzioni nell’interesse delle grandi masse. Fare pressione sulla parte migliore degli avversari è una strategia ricorrente. «(…) Abbiamo sottolineato giustamente che era superata la concezione totalizzante del partito. Ma ciò non comporta la frantumazione in mille rivoli della nostra presenza e l’arrendersi allo spontaneismo. Si richiede, invece, una capacità di coordinamento e di sintesi politica a un livello superiore. Nasce da questa difficoltà la crisi in molte nostre sezioni. È di fronte a queste difficoltà che assume rilievo la tentazione a regredire nel partito di opinione», scrisse su Rinascita a trent’anni dall’elezione a consigliere comunale, prefigurando la deriva del partito liquido.

Fecero sparire dagli archivi comunali i testi dei suoi interventi, ma è forte l’eco dei suoi contro pronunciati con l’inconfondibile cadenza palermitana.

«(…) Al vertice di questo sistema di potere a Palermo, da venti anni, si è insediato l’attuale ministro della marina mercantile onorevole Giovanni Gioia. (…) Organizzò la confluenza nel suo partito delle cosche mafiose ex monarchiche, liberali e qualunquiste. Quell’impianto non è stato ancora debellato. Che il sistema di potere mafioso a Palermo conduca all’onorevole Gioia è dimostrato da tutta la documentazione in possesso della Commissione», argomentò nella Relazione di minoranza della Commissione antimafia del 1976.

Nella sala consiliare si scontrò con gli amministratori, che svendettero il bene comune alla speculazione edilizia, alla mala gestione del ciclo dei rifiuti, alla dissipazione e privatizzazione delle risorse idriche. La mafia entrò negli affari regionali proprio attraverso le dighe. Gli appalti per tali infrastrutture erano visti come una grande occasione per alimentare una fitta rete di interessi clientelari e mafiosi. Miliardi spesi per l’acquisto di acque private, lasciando la rendita ai padroni dei pozzi. Alla fine del ’76, a fronte di un potenziale di acqua utilizzabile, dalla falda più profonda, di 7 miliardi di mc, le disponibilità per uso potabile erano pari a 350 milioni, 1.076 milioni per uso irriguo e 133 per industriale.

Le denunce delle malsane cointeressenze fra gli assessorati, gli uffici tecnici comunali e la ristretta cricca di ditte appaltatrici furono puntuali e circostanziate. Fa impressione rileggere la durissima requisitoria sulle inadempienze della ditta del conte Romolo Vaselli, che calpestava il capitolato d’appalto, mentre la città soffocava nella sporcizia. I banchi dei mercati ortofrutticolo e ittico, assegnati a personaggi mafiosi alle dipendenze del sindaco e dell’amministrazione comunale, erano oggetto costante dei suoi interventi. Per la licenza di una pompa di benzina deve intercedere il boss, Salvatore La Barbera: «Il sindaco (Lima) è una cosa mia, lei avrà quello che desidera e poi avrà a vedere con me». A Palermo la manutenzione stradale e quella fognaria doveva avere costi esorbitanti, il doppio che altrove in Italia, per soddisfare il sistema dell’impresa della famiglia del conte Arturo Cassina, che dettò legge per trentasei anni.

La Relazione di minoranza della Commissione antimafia offre uno squarcio documentato del dissesto amministrativo, corruttivo, degli anni trascorsi da La Torre a Palazzo delle Aquile.

«(…) Si è verificato, ininterrottamente, alla scadenza del contratto, che il Consiglio comunale sia stato messo di fronte al fatto compiuto del rinnovo automatico dell’appalto alla ditta Cassina. E ciò nonostante le vivaci proteste dell’opposizione di sinistra. Il Cassina, infatti, ha legami ben saldi a destra. Il servizio di manutenzione delle strade a Palermo è stato gestito dall’impresa Cassina in maniera indecente. Il Cassina ha sempre dato in subappalto, a piccoli mafiosi dei vari rioni, i lavori da eseguire. (…) Il sequestro del figlio di Cassina, ingegner Luciano, come quello del figlio di Vassallo, si spiega proprio nell’ambito dello scontro fra cosche mafiose».

La speculazione edilizia è il motore dello sviluppo parassitario basato sulla rottura città-campagna, di cui le banche furono l’altro asse portante. In Sicilia, nel periodo 1952-’75, la diffusione della rete operativa delle banche popolari è stata cinque volte maggiore della media nazionale, quattro volte quella delle banche s.p.a. Nelle carte, redatte anche da La Torre nel 1976, si legge che il costruttore Francesco Vassallo, i cui precedenti penali risalivano al 1933, ottenne la licenza di appaltatore grazie a una dichiarazione «molto discutibile dell’Ingegner Ferruzza, consigliere delegato della s.p.a. SAIA (Società per Azioni Industria Autobus), che gestiva il trasporto urbano nel capoluogo siciliano». In alcuni casi i “progetti Vassallo” erano approvati dalla Commissione e dal Consiglio comunale prima di essere protocollati. Alla distruzione dei bombardamenti del ’43 si sovrappose un fiume di cemento che offusca il cielo.

Gran parte degli edifici costruiti dalla ditta Vassallo erano acquistati o presi in affitto in anticipo dagli enti pubblici e prenotati dal Comune e della Provincia per essere adibiti a edifici scolastici. Gli appartamenti di Vassallo venivano venduti a prezzi di favore a quella rete tessuta minuziosamente con il posizionamento di parenti e amici nei gangli vitali della pubblica amministrazione. Funzionari che accentrano e accelerano le pratiche. Tra il 1958 e il 1962 il Comune rilasciò 4205 licenze edilizie, firmate dalle stesse teste di ponte. «L’Ufficio Lavori Pubblici è stato trasformato in un grande baraccone che ha il compito di portare avanti i piani della speculazione privata», sintetizzò La Torre sulla stampa.

Nel 1956 Salvo Lima entrò nella cabina di controllo dell’Assessorato ai lavori pubblici, facendone la base di un sistema di alleanze dirimente per il potere democristiano. Due anni dopo, eletto sindaco, gli subentrò Vito Ciancimino. Lima fu incriminato dalla magistratura per avere violato la legge e favorito il costruttore Francesco Vassallo.

«(…) Il documento n. 737 della Legione dei Carabinieri a firma del generale dalla Chiesa offre uno spaccato di come si è potuto edificare un impero economico che è diventato un pilastro decisivo del sistema di potere mafioso a Palermo. Ma da quella relazione emerge la funzione decisiva dell’onorevole Gioia con i suoi uomini di fiducia dislocati in posti chiave (assessorati, uffici, banche, enti economici, aziende municipali, ospedali, eccetera). La fantasia dei giornalisti è stata attratta dall’interrogativo se esistesse o meno una società (la VA-LI-GIO) formata da Vassallo-Lima-Gioia. Ma il problema non è di provare l’esistenza del contratto giuridico fra i tre. Il rapporto del prefetto Bevivino e la relazione dell’onorevole Vestri hanno documentato a sufficienza la compenetrazione tra le cosche mafiose e il gruppo di potere dominante a Palermo e, in questo ambito, il ruolo del costruttore Vassallo».

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Vivi da morire. Dialogo immaginario tra due capitani: Giacinto Facchetti e Giovanni Falcone https://minimaetmoralia.it/estratti/vivi-da-morire-dialogo-facchetti-giovanni-falcone/ https://minimaetmoralia.it/estratti/vivi-da-morire-dialogo-facchetti-giovanni-falcone/#comments Sat, 23 May 2015 05:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26963 Oggi, 23 maggio, vogliamo ricordare Giovanni Falcone. E lo facciamo pubblicando un estratto da Vivi da morire di Piero Melati e Francesco Vitali, appena uscito in libreria per Bompiani. Il libro racconta storie di mafia e di coraggio, eroi conosciuti, come Falcone, Mauro Rostagno, Ninni Cassarà, e persone spesso dimenticate, come Gianmatteo Sole, e a dare la voce a tutti, in equilibrio tra favola e inchiesta, è il "cuntaru" per eccellenza, il cantastorie Colapesce. Ringraziamo l'editore e gli autori per la gentile concessione. 

Falcone e Facchetti, i due capitani

di Piero Melati e Francesco Vitale

Può uno stadio naufragare come se fosse un vascello nel cuore di una tempesta? Certe volte questi morti che abitano il castello fanno discorsi veramente strani. Pensano di aver visto una partita e invece si scopre che l’hanno anche sognata, trasfigurandone le circostanze. La fortuna di questo morto, secondo Colapesce, è che ha incontrato, come suo vicino di posto, uno che di ricostruzioni se ne intende. Ma, una volta separato il sogno dalla realtà, ammesso che davvero lo si possa fare, comincia un sorprendente dialogo tra due uomini importanti, seri, due uomini delle istituzioni. Il capitano della nazionale di calcio e il magistrato che insegnò a tutti come si indagava sulla mafia. Anche lui un capitano. E se i morti sognano...

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giovanni-falconeOggi, 23 maggio, vogliamo ricordare Giovanni Falcone. E lo facciamo pubblicando un estratto da Vivi da morire di Piero Melati e Francesco Vitali, appena uscito in libreria per Bompiani. Il libro racconta storie di mafia e di coraggio, eroi conosciuti, come Falcone, Mauro Rostagno, Ninni Cassarà, e persone spesso dimenticate, come Gianmatteo Sole, e a dare la voce a tutti, in equilibrio tra favola e inchiesta, è il “cuntaru” per eccellenza, il cantastorie Colapesce. Ringraziamo l’editore e gli autori per la gentile concessione. 

Falcone e Facchetti, i due capitani

di Piero Melati e Francesco Vitale

Può uno stadio naufragare come se fosse un vascello nel cuore di una tempesta? Certe volte questi morti che abitano il castello fanno discorsi veramente strani. Pensano di aver visto una partita e invece si scopre che l’hanno anche sognata, trasfigurandone le circostanze. La fortuna di questo morto, secondo Colapesce, è che ha incontrato, come suo vicino di posto, uno che di ricostruzioni se ne intende. Ma, una volta separato il sogno dalla realtà, ammesso che davvero lo si possa fare, comincia un sorprendente dialogo tra due uomini importanti, seri, due uomini delle istituzioni. Il capitano della nazionale di calcio e il magistrato che insegnò a tutti come si indagava sulla mafia. Anche lui un capitano. E se i morti sognano…

 

Ho sognato uno stadio che naufraga come la baleniera Essex. Non ci posso credere. Solo in sogno si possono vedere certe cose. La Essex è quella nave che, nel 1820, venne attaccata e affondata da un cetaceo gigantesco. Melville si ispirò a quella storia per scrivere Moby Dick. E lo stadio in tempesta, nel mio sogno, da cosa fu assalito? Sembrava preda degli urti possenti di un leviatano. E un personaggio, come Achab, o come un argonauta, apparve d’improvviso, tra vele lacerate e alberi spezzati, ritto sulla tolda di uno stadio, sommerso da murate d’acqua. Uno stadio nave. Uno stadio baleniera. Non lo so. L’ho sognato, forse dopo che sono morto in quella clinica. Io, un atleta, spezzato ancora giovane da un male tenebroso.

Questo non è il mio posto, non è il mio stadio. Eppure mi sembra lo stesso del mio sogno. E questo prato lo ricordo per davvero. Ci ho giocato. E questa veduta con il monte. Si chiama Monte Pellegrino, giusto? Si nota subito, quando si arriva a Palermo. Ma quel giorno… oh, scusate, caro giudice, non mi sono presentato. Sono Giacinto Facchetti, capitano dell’Inter e della nazionale.

Caro Facchetti, piacere. L’avevo già riconosciuta. Lei è un uomo famoso. Il difensore che ha inventato il ruolo del terzino sinistro goleador.

Anche lei è famoso, giudice. Almeno quanto me, se non di più.

Ma lei è stato indubbiamente più amato di me.

Ecco il suo famoso sorriso, giudice. Non si inquieti, se mi permetto di sottolineare quel sorriso un po’ amaro e un po’ ironico che le abbiamo visto tante volte in tv o nelle foto. Così disincantato e consapevole. Mi dica, posso sedermi accanto a lei? Che ci fa qui, stasera? Le piace il calcio?

Prego, si accomodi. Mi hanno lasciato solo, non trovo più i colleghi con i quali ero venuto. Ma sa, da quando possiamo circolare liberamente, senza scorte intendo, senza apparati di sicurezza intorno, siamo tornati un po’ bambini, non ci siamo più abituati, e specialmente in mezzo alla folla ci perdiamo sempre. Che bella veduta, da qui non la conoscevo. In vita non fui un grande frequentatore dello stadio…

Eh sì, questa veduta invece io me la ricordo. Qui ho giocato veramente. Ma poi quella partita vera un giorno l’ho sognata. E, sa come sono i sogni, l’ho sognata diversamente da come si era svolta nella realtà. Nel sogno, dopo il mio gol, che nella realtà segnai effettivamente, il monte è scomparso. Il monte è finito sott’acqua. Io sono sempre stato un uomo razionale. Ma quel sogno mi è rimasto impresso.
Perché certi sogni restano così impressi? Forse per me può valere l’ipotesi che ho giocato davvero per tutta la vita in una squadra da sogno? Sarti, Burgnich, Facchetti. Quella formazione dell’Inter del mago Helenio Herrera la conosceva a memoria tutto il mondo. Quella volta, giocando a Palermo, io confermai la mia fama. Andai in gol, da terzino e da capitano. E ho fatto vincere la squadra.

Credo di ricordare anch’io quella partita.

* * *

Palermo-Inter, 21 settembre 1969, Stadio La Favorita

Franco Causio, detto il Barone, in prestito dalla Juve, porta in vantaggio i rosanero. Ma i nerazzurri non mollano.
Il mediano Bertini pareggia su rigore. La partita si riapre. Quando manca ormai una manciata di minuti al fischio finale,
Facchetti si invola sulla sinistra, travolge d’istinto un muro di maglie rosanero e scambia il pallone con Mazzola,
che glielo restituisce dentro l’area di rigore avversaria. Il tiro del terzino sinistro dell’Inter e della nazionale è secco e
violento, un diagonale imprendibile per il portiere palermitano. È il gol della vittoria dei milanesi.

* * *

Solo che è stato strano, caro giudice. Perché poi ho sognato quella partita che davvero ho giocato. Ma l’ho trasfigurata.
Nel mio sogno, subito dopo il gol… non so spiegarle, ricordo che dopo il gol alzai gli occhi per esultare.
Guardai il monte, intravidi il castello. I compagni mi circondarono per l’abbraccio di rito. All’improvviso, senza un tuono, il cielo si squarciò. Tutto si annebbiò dentro una barriera d’acqua che ci cadde addosso. Il monte scomparve alla mia vista. Non si vedeva più nulla. Era come annegare in un mare infuriato. Lo stadio sembrava una nave durante l’ultimo naufragio. Scappammo tutti, cercando la via degli spogliatoi. Dal campo si percepiva nelle curve il movimento di masse umane che si agitavano come un animale gigantesco finito sotto l’acqua. Una balena che si inabissava e riemergeva. Mi sembrava di vederne la coda immensa, risalire da onde alte come montagne, in un oceano in tempesta, in mezzo ai fulmini. Era un maremoto gelido. Una scena primordiale, da era primitiva. Più che un sogno, un incubo.
Accanto a me, persone che non riconoscevo si strappavano gli abiti di dosso e restavano in mutande, come per nuotare più liberamente. L’intero stadio si sgombrò in pochi istanti. Migliaia di persone lo evacuarono come fuggendo da un terremoto. Eppure non ci furono morti, feriti, incidenti. Dieci minuti dopo il cielo sgombro si era riempito di gabbiani. E il monte era riapparso. Nello spogliatoio, tutti bagnati, scoppiammo a ridere per quanto era successo. Era stata una bomba d’acqua. Oggi le definiscono così. Sembravamo dei naufraghi. Forse davvero ho solo sognato.
Il mondo si era rovesciato, era tutto sottosopra: il basso andava verso l’alto, l’alto verso il basso, il mattone volava, la piuma cadeva. E tutto era finito sotto l’acqua.
Non avevo mai più ripensato né al mio sogno né al mio vero gol qui a Palermo fin quando, caro giudice, qualcuno non mi ha ricordato una sua frase. Una volta ha detto che anche per lei la vita è stata come una partita di calcio, durante la quale c’è stato un momento in cui aveva sentito che la gente faceva il tifo per la sua squadra. Ma che poi aveva avvertito d’improvviso il silenzio dello stadio, la neutralità dei suoi tifosi, e questo mi ha fatto pensare. Io sono stato capitano della nazionale e, fuori da ogni retorica, rappresenterà pure qualcosa. Un simbolo condiviso, per esempio. Ora, per me, la beffa è questa: l’uomo che ha detto che la sua vita, un po’ come la mia, è stata una lunga partita di calcio è anche lui considerato un simbolo, quanto e più della mia fascia di capitano dell’Italia. Si è detto anzi che rappresenti qualcosa di davvero importante. Ma cosa, esattamente? Un eroe civile? Ma allora mi chiedo, per esempio, perché quest’uomo, che lei è stato, ha dovuto morire prima che gli venisse attribuito questo ruolo. E perché, negli ultimi anni della sua vita, sia stato tanto osteggiato. E la sua morte sia ancora così avvolta nel mistero. Non capisco perché chi lo ha combattuto in vita, aspramente, come fosse una lotta per la vita e per la morte, poi da morto lo ha invece celebrato. Come se fosse stato sempre al suo fianco. E invece io so che non è vero. Vedo che sorride, alle mie parole. Mi scusi, non vorrei tediarla con questi miei discorsi. Siamo qui per vedere una partita e rilassarci. Di nuovo la mia Inter contro il suo Palermo.

* * *

Palermo-Inter, 28 aprile 2013, Stadio Renzo Barbera

È il 9’ del primo tempo, il difensore centrale dell’Inter cincischia con il pallone nella sua aerea di rigore e non si
accorge che alle sue spalle c’è in agguato il furetto rosanero, il capitano Fabrizio Miccoli, che gli strappa letteralmente
la palla dai piedi e l’appoggia al suo compagno di squadra, lo sloveno Ilicic. Per quest’ultimo non è difficile battere da
pochi metri il portiere nerazzurro. Palermo in vantaggio e Inter che, sei minuti dopo, perde pure il suo capitano, Javier
Zanetti, per il primo, vero infortunio della sua lunga carriera. Il risultato rimarrà questo fino alla fine. Un brodino caldo per l’ammalato rosanero che con questa vittoria risicata spera ancora nella salvezza e di non precipitare negli abissi della serie B.

* * *

Caro Facchetti, vede? Abbiamo vinto. Ci siamo vendicati di quel suo vecchio gol. Ma, mi creda, io me ne intendo di ricordi. Per tutta una vita li ho verbalizzati. Lei sul serio ha sognato la vera partita che ha giocato. Ma nel sogno ha reso fantastiche le circostanze. Anzi, le dirò di più. Lei, sognando la sua partita vera, nella fantasia onirica ha trasferito il ricordo o l’informazione di un nubifragio che in questo stadio ci fu davvero, ma non nel 1969, bensì nel 1972. Il Palermo giocava con il Milan, e l’arbitro all’80’ dette ai rossoneri un rigore inesistente. Rivera lo trasformò, il Milan vinse e, per ripicca, il buon Dio mandò giù tonnellate d’acqua. Lei, caro Facchetti, con i suoi sogni, se avesse deposto davanti a un giudice, avrebbe fatto arrestare un innocente. Se l’avessi interrogata da magistrato, avrei pensato che lei volesse depistare l’indagine. Non mi guardi così, stavo scherzando.
Ma certo è strano che le sia venuto in mente tutto questo. Un naufragio, poi. Chissà che metafora sottende. Ci vorrebbe
Freud. E quella figura che ha intravisto, addirittura Achab. Chi rappresenterebbe? Forse me? Non mi identifico nel capitano del vascello che inseguiva Moby Dick.

Forse non era Achab. Forse era invece un argonauta, Argo, il primo uomo che secondo il mito greco sfidò gli oceani, alla ricerca del vello d’oro e alla conquista di terre sconosciute.

Lei mi lusinga. Ma non mi identifico nemmeno in Argo. Io ero e resto un semplice uomo dello Stato.

Dottor Falcone, le sue parole mi danno la certezza che il mio è stato solo un sogno, ma resta significativo. Identifica, con rispetto parlando, le nostre figure. Io sono stato il primo terzino italiano a fare gol. Come lei è stato il primo giudice italiano a lasciare l’area del quieto vivere e del semplice contenimento del crimine mafioso, e per la prima volta ha percorso palla al piede tutto il campo e ha provato a segnare nella porta avversaria. Sa cosa diceva Nílton Santos, difensore del Brasile campione del mondo nel 1958? Diceva questo: “Non invidio i terzini di oggi per quello che guadagnano ma perché possono attaccare. Ai miei tempi se ti spingevi in attacco e la tua squadra subiva un gol in contropiede venivi mandato alla forca.” Ecco, io me ne sono infischiato della forca, e mi sono spinto in avanti ogni volta che potevo: per fare male all’avversario, per bucare la rete. Anzi lei assomiglia di più al primo terzino veramente moderno del calcio italiano, Francesco Rocca, detto Kawasaki che con la maglia della Roma arava la fascia sinistra e martellava la difesa avversaria con i suoi cross venticinque, trenta volte a partita. Un portento. Proprio come lei, giudice.

Me lo ricordo Rocca, se non sbaglio dovette smettere per un grave infortunio che lo rese zoppo.

Per carità, giudice, non era questo che intendevo. Me ne scuso. Era solo per dirle che oggi se un terzino, tra quelli che vanno per la maggiore, attacca la difesa degli avversari per tre o quattro volte a partita, diventa automaticamente un fenomeno. Se mi permette proprio come hanno fatto tanti suoi colleghi, dopo di lei: poca investigazione, molte chiacchiere televisive, molta autopromozione.

Non si deve scusare, Facchetti. Lei sa cosa mi disse Michele Greco, il capo di Cosa Nostra, quando l’interrogai dopo l’arresto? Lei è come Maradona, quando ha la palla bisogna atterrarlo. Ma quella era una minaccia, non una metafora.

 

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Che cosa rimane https://minimaetmoralia.it/interventi/che-cosa-rimane/ https://minimaetmoralia.it/interventi/che-cosa-rimane/#respond Fri, 23 May 2014 14:53:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20920 Oggi, come molti di voi ricordano, è l'anniversario dell'assassinio di Giovanni Falcone, di sua moglie e della sua scorta. Lo ricordiamo con questo breve testo inedito, scritto una decina di anni fa.

Chiudere gli occhi e riaprirli era una specie di gioco cha facevo da bambino. Era credere di avere una macchina fotografica incastonata negli occhi. Ogni battito di palpebre un flash, e qualcosa sulla retina rimaneva impressionato. Contavo fino a uno, a due, a tre, e poi mi domandavo: Se adesso riapro gli occhi qualcosa è cambiato? Sono io che faccio accadere le cose con la forza dell’attesa del mio sguardo? Odiavo il tempo immobile. Capitava anche così, spesso, che con gli occhi chiusi, durante queste acmi fasulle suonasse qualcuno alla porta oppure squillasse il telefono. Del resto in un’infanzia, in un’adolescenza passata in una casa, senza tempi scanditi da nulla, il telefono diventava il cuore aritmico domestico (così era nelle sitcom, così era nella vita). E anche quella volta tirai la testa in basso, chiusi gli occhi per cinque, dieci secondi, e il telefono squillò, e disse: “Maude”.

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Oggi, come molti di voi ricordano, è l’anniversario dell’assassinio di Giovanni Falcone, di sua moglie e della sua scorta. Lo ricordiamo con questo breve testo inedito, scritto una decina di anni fa.

Chiudere gli occhi e riaprirli era una specie di gioco cha facevo da bambino. Era credere di avere una macchina fotografica incastonata negli occhi. Ogni battito di palpebre un flash, e qualcosa sulla retina rimaneva impressionato. Contavo fino a uno, a due, a tre, e poi mi domandavo: Se adesso riapro gli occhi qualcosa è cambiato? Sono io che faccio accadere le cose con la forza dell’attesa del mio sguardo? Odiavo il tempo immobile. Capitava anche così, spesso, che con gli occhi chiusi, durante queste acmi fasulle suonasse qualcuno alla porta oppure squillasse il telefono. Del resto in un’infanzia, in un’adolescenza passata in una casa, senza tempi scanditi da nulla, il telefono diventava il cuore aritmico domestico (così era nelle sitcom, così era nella vita). E anche quella volta tirai la testa in basso, chiusi gli occhi per cinque, dieci secondi, e il telefono squillò, e disse: “Maude”.

Due, tre anni meno di me, gli occhi lunghi, ragazzina, senza tette, anzi con una tetta più piccola dell’altra già piccola avrei scoperto, e le cosce invece muscolose da pallanuotista, e le labbra superiore e inferiore perfettamente speculari, una voce ibrida, ancora indecisa tra mascolino/femminino, bambino/adulto, a scuola la conoscevano perché da un po’ di tempo a questa parte camminava scalza per il quartiere, e poi cos’altro? sì, che lasciava un tag che sembrava un pavone incinto su tutte le sedie di legno su cui posava il suo culo, e, passando dalle medie al liceo, aveva deciso di smettere di farsi chiamare Caterina e di autoribattezzarsi Maude (un modello di tenerezza politica acquisito in fretta, la vecchietta di Harold e Maude), e le persone effettivamente avevano accettato l’alias, fin quando però cominciò a uscire con me e Marco e di lì a un paio di settimane furono altri a fare sparire Caterina e anche Maude e a rinominarla di nuovo: Donnaccia.

“Hai visto?” / “Visto che?” / “Io parto”.

Chiudi gli occhi, li riapri. Allora amavo i disastri. L’apocalissifilia propria di una generazione minore, la mia (la mia?), che non aveva mai subito traumi collettivi ma aveva fatto il pieno delle commemorazioni (quanti cazzo di valori vissuti dai padri e padri dei padri, solennità e solennità, resistenze, olocausti, sessantotti, femminismi, emancipazioni culturali… eravamo stati chiamati a celebrare), e allora questa generazione – assai assai memore, appunto – ha da sé sviluppato, per contrasto od orgoglio, un amore morbidissimo, addirittura sano, per le catastrofi e gli annullamenti e l’oblio assoluto. Cosa c’è di più bello di un treno che deraglia? A chi non andrebbe di aprire, per un gesto di grazia, di liberazione, il portellone di un aereo proprio al momento del decollo? Quante volte mi ero aspettato che così senza preavviso, dal cielo, venisse giù in picchiata un autobus a due piani o un asteroide a forma di uovo? Quante volte avevo accarezzato il sogno di un atto di distruzione, eroico, teatrale, gigante, o immaginato la finzione dell’epopea di un anarchico bianco, di un folle esteta della rabbia, di uno che fa esplodere piccoli ordigni, bombe carta, molotov, in mezzo alle campagne disabitate, per il puro piacere della detonazione, del deflagrare della materia da se stessa? Ed ecco.

Che in quel momento la televisione compensava questo desiderio di poter cambiare la storia o di atterrarla semplicemente portando uno shock sismico alla materia degli eventi, mostrando a me e a tutti la versione nazionalpopolare della scena finale di Zabriskie Point. Il montaggio alternato e sovrapposto dei gelidi palazzi nel deserto fatti saltare in aria negli ultimi fotogrammi del film lasciava ora lo spazio del mio immaginario, coattivamente, a un’autostrada trasformata in un piccolo vulcano. Il deserto americano, soffice, dipinto a colori lisergici, diventava ora – in una sorta di epilogo accudito nel grembo per anni –, adesso in televisione, sulla rai tv, Il Quadro Sbagliato. Un paesaggio ritratto con dettagli e toni cromatici completamente sbagliati.

Le automobili rovesciate, piegate e squartate a metà, ghigliottinate, la lamiera accartocciata in carta crespa, la pozzolana sparsa a pioggia dovunque, il guardrail contorto come una curva dello spaziotempo. Maude dall’altra parte del telefono ansimava e diceva: “Io se sto qua a Roma divento completamente pazza, lo so. Lo so”.

La televisione, più dei nostri genitori, sapeva come gestire tragedie lontane di questo tipo, l’aveva imparato una decina d’anni prima con il bambino caduto nel pozzo, e adesso con maestria lasciava fluire l’odore del dolore appena cominciato. Gli echi primordiali di ambulanze che parevano a pile scariche, sirene di polizia in sovrapposizione di onda con quelle dei carabinieri e dei vigili del fuoco, doppler confusi a voci di megafono, grida e sgommate di macchine, le sonorità del disastro, i fumi residui, le persone che solcavano i montarozzi di terreno esploso appena formati in qualità di insetti, inutili e inermi – presenze arrivate, come tutti, dopo.

Il corpo del giudice, di quest’uomo del sud coi baffi alla Amedeo Nazzari già ibernato nella foto in sovrimpressione sulle immagini in diretta, e i corpi della moglie e dei tizi della scorta erano stati appena estratti dal cumulo, ed erano morti, chi proprio lì, chi in ambulanza, chi su una barella di ospedale. La terra che aveva assorbito il calore del tritolo adesso lo rilasciava gradualmente deformando la composizione dell’atmosfera come i contorni di un incendio – questo era ciò che si vedeva. La polvere che si era sollevata fino a cinquanta, cento metri, ora ricadeva, e lentamente, mortalmente, ritornava al suo luogo originario. Mentre il fiato corto dei commentatori – i giornalisti sempre e ovunque – sommergeva già la semplice vista con le parole appropriate da pronunciare: apparivano buoni, dei chierichetti, di fronte al male assoluto.

Io era fulminato dalla scritta sopra il cratere. Capaci. Mi sembrava una firma gentile, ironica. Alcuni individui erano stati capaci di quello. Lo avevano fatto e lo rivendicavano da subito. Un esperimento di fisica riuscito bene. Mio padre sul divano si stringeva, si era andato a prendere un bicchiere d’acqua o la beveva a piccolissimi sorsi, provando forse in quei momenti l’unico sentimento che fosse in grado di destabilizzarlo, il terrore per il futuro.

Telefonai a Marco (quando rispondeva al telefono avevi sempre l’impressione che fosse appena risorto da un’ipnosi): “Hai visto hanno fatto un attentato a Falcone?”.
“Mi stavo facendo un bidé”.
“Marco, hanno ucciso Falcone il giudice, accendi la televisione! Mi ha chiamato Maude per dirmelo!”.
“Mo’ vado”.
“Ma non te ne frega un cazzo?”
“…”
“Non te ne frega un cazzo?”
“Eh?”
“Marco!”
“Non ne ammazzano tanti?”
“…”
“…”
“Ma che cazzo stai a di’!”.
“Che fine vuoi che facesse? Che fosse assunto in cielo?”

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Stili di Gioco: Gianluigi Lentini https://minimaetmoralia.it/sport/gianluigi-lentini/ https://minimaetmoralia.it/sport/gianluigi-lentini/#respond Fri, 15 Mar 2013 09:55:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13579 Questo pezzo è uscito su Vice. (Immagine: © Foto di Daniele Buffa/Image Sport.)

“Prima o poi il pallone si sgonfia e tu torni a essere un comune mortale  come ce ne sono tanti”

1. Italia '90

Lentini si esprimeva così l’anno della sua definitiva consacrazione calcistica: “Credo di essere rimasto il ragazzo di prima, anche se adesso posso concedermi privilegi che neppure sognavo. Non ho abbandonato gli amici d’infanzia e per il resto faccio cose normalissime per un ragazzo poco più che ventenne. Per sopravvivere in questo mondo è importante non perdere di vista la realtà. Prima regola è essere sempre un professionista serio. Nel calcio ci vogliono continue conferme, quando credi di essere arrivato sei fregato. Io invece vado avanti a piccoli passi, senza strafare, senza pensare che qualcuno mi aveva valutato come un Picasso o un Van Gogh” (La Stampa, 3 novembre del 1991).

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Questo pezzo è uscito su Vice. (Immagine: © Foto di Daniele Buffa/Image Sport.)

“Prima o poi il pallone si sgonfia e tu torni a essere un comune mortale  come ce ne sono tanti”

1. Italia ’90

Lentini si esprimeva così l’anno della sua definitiva consacrazione calcistica: “Credo di essere rimasto il ragazzo di prima, anche se adesso posso concedermi privilegi che neppure sognavo. Non ho abbandonato gli amici d’infanzia e per il resto faccio cose normalissime per un ragazzo poco più che ventenne. Per sopravvivere in questo mondo è importante non perdere di vista la realtà. Prima regola è essere sempre un professionista serio. Nel calcio ci vogliono continue conferme, quando credi di essere arrivato sei fregato. Io invece vado avanti a piccoli passi, senza strafare, senza pensare che qualcuno mi aveva valutato come un Picasso o un Van Gogh” (La Stampa, 3 novembre del 1991).

Dopo la parentesi in Serie B della stagione ’89-’90 il Torino era tornato, se non ai fasti degli anni quaranta (il Grande Torino cancellato dalla strage di Superga), a una sorprendente quanto (col senno di poi) estemporanea ribalta nazionale e internazionale. Lentini sembrava aver superato il periodo turbolento della crescita (complicato già da qualche infortunio) in cui era stato prima mandato in prestito punitivo/formativo all’Ancona, e poi alternato tra prima squadra e Primavera dal tecnico Eugenio Fascetti.

“Il mio peggior difetto è proprio quello di non riuscire a liberarmi della palla al momento giusto, ma di aggiungere sempre quel tocco in più che aggrava la situazione. Ma se a volte esagero nel tener troppo il pallone non lo faccio per presunzione; è un cercare di strafare che penso sia comune a molti giovani e che si perde con l’esperienza, nel tentativo inconscio di far vedere ciò che sai fare e quanto vali” (La Stampa, 2 marzo 1990).

Meno di un anno dopo, allenato da Emiliano Mondonico, Lentini impressionerà tutti con la sua prima stagione da titolare in serie A (34 presenze e 5 gol), guadagnandosi anche la maglia della nazionale (esordio nel febbraio 1991). Dopo il suo primo gol in serie A, alla terza giornata contro l’Inter, in giacca granata, coi capelli corti davanti e lunghi dietro, quando il cronista gli dice: “Lentini, un gol d’autore…”, lui sorride soddisfatto di sé: “Sì, devo dire di aver fatto un bellissimo gol e sono molto contento, ecco. M’è venuto Battistini incontro, sono stato fortunato a fargli il tunnel, e poi a tu per tu con Zenga sono stato molto freddo”.

Il presidente del Torino, Gian Mauro Borsano, diceva di aver ricevuto nell’estate  del ’91 un’offerta di 22 miliardi (di lire) da Berlusconi, alla quale si sarebbe aggiunta in corsa quella di Agnelli. Soldi inimmaginabili per l’epoca, capaci di scandalizzare lo stesso Gianluigi, figlio piemontese di emigranti siciliani: “Certe cifre fanno parte del gioco. Mi pare folle si possa spendere tanto per un calciatore. So cosa valgo, non mi faccio condizionare. Ringrazio il presidente per non avermi ceduto, devo tutto al Toro ed è qui che voglio cominciare a vincere”.

“Scoprire di avere in casa un giocatore così richiesto può far solo piacere. In fondo due anni fa era in B e non giocava sempre”, ricordava Emiliano Mondonico nel marzo 1992. Nonostante però il rapporto affettuoso e paterno che lo legava alla ventitreenne ala destra, Mondonico era consapevole dell’impossibilità di trattenere Lentini troppo a lungo: “Dispiace perderlo, però oggi la realtà è che Milan e Juve fanno quello che vogliono, le altre squadre fanno quello che possono”.

La stagione ’91-’92 resterà nella storia del Torino, oltre che per Lentini, per un terzo posto in campionato (miglior piazzamento dal 1985, tuttora imbattuto) e, sopratutto, per la doppia finale di Coppa Uefa contro l’Ajax, persa solo per la differenza di reti segnate fuori casa. Dopo aver pareggiato 2-2 a Torino, la squadra di Mondonico (ricca di giocatori affascinanti come Martin Vazquez, Scifo e Casagrande, oltre ovviamente a Lentini; capace di battere 2-0 il Real Madrid in casa) aveva giocato effettivamente meglio ad Amsterdam (qui il secondo tempo), anche perché l’Ajax di Van Gaal, proprio grazie al risultato dell’andata, si era per lo più limitato a gestire lo 0-0 con cui alla fine aveva sollevato la Coppa Uefa. Quella di ritorno verrà ricordata come “la finale dei tre pali”: quelli colpiti ad Amsterdam da Casagrande (colpo di testa su cross di Lentini), Mussi (tiro da fuori deviato) e, nei minuti finali, Sordo (traversa clamorosa dopo un tiro al volo in area).

Roberto Cravero, capitano, a fine partita collegherà la sfortuna di quella finale col solito destino avverso alla maglia granata: “Credo che esista una sola società al mondo che perde delle finali così. Questa qua è il Torino. Siamo maledetti, non so che dire” (e ancora anni dopo, nel servizio di Sfide dedicato alla finale, si dice che il Toro “ha fatto della sofferenza la propria bandiera”). Pochi giorni dopo la finale Mondonico pensa già alla stagione successiva (“proveremo a dare un calcio alla cattiva sorte”) e sembra pensare che Lentini sarebbe rimasto al Toro: “Questo ragazzo è l’unico della squadra che sappia fare la differenza in attacco. Lui ha capito che può essere il numero uno e questa idea lo affascina molto. Altrove potrebbe diventarlo, ma anche non diventarlo”. Ancora a fine maggio La Stampa titolava: “Borsano non vende più Lentini”.

Sembra che Borsano avesse però già accettato 7 miliardi da Berlusconi a marzo (in tempi non consentiti, quando il mercato era chiuso), con un contratto su cui Lentini si limitò a mettere la firma una volta presa la sua decisione: a fine giugno, dopo un risolutivo viaggio ad Arcore in elicottero e una chiacchierata con Berlusconi che lo convinse dell’opportunità: “Quando mi ospitò ad Arcore, capii che era un uomo da ammirare” (Corriere della Sera del 2 luglio 1992).

Sarà Borsano (che proverà anche a fari invalidare il contratto: “Sono vittima della mia stessa ingenuità”) a parlare di un costo totale di 65 miliardi tra cartellino, ingaggio e contratto d’immagine. Borsano disse addirittura che a garanzia della caparra versata (in nero) da Berlusconi  a marzo, momentaneamente girato il 68% delle quote aziendali granata (“Berlusconi è stato padrone del Torino”, La Stampa del 19 dicembre 1993) e in seguito nacquero dei dubbi sul montante reale dell’operazione e sulla possibilità che parte dei soldi fossero stati versati in nero su dei conti esteri.  Neanche il successivo processo per falso in bilancio (finito in prescrizione) chiarirà del tutto la faccenda, emblematica del periodo che va da Tangentopoli (febbraio 1992) alla discesa in campo di Berlusconi (anche se adesso pare si dica “salita”).

Il presidente del Milan già all’epoca parlava di “complotto di stampa e magistratura” e strumentalizzazione pre-elettorale; mentre dall’altra parte Curzio Maltese sosteneva, citando Sgarbi, che la “Macchina diabolica e modernissima”di Forza Italia derivava “Per intero dal mondo del calcio. Slogan, simboli, gadget, club, e perfino il culto della personalità che circonda la figura del Presidente, rimandano alle curve di San Siro e all’unico regno dove si sia realizzata l’Utopia berlusconiana: il calcio. Non certo nell’edilizia, in crisi da tempo, e nemmeno nel cinema e nelle televisioni, dove le mire espansionistiche del Cavaliere in Europa sono naufragate in un mare di debiti. Ma nel Milan, la società perfetta, la più forte del mondo, vero «miracolo» sul quale si regge l’immagine vincente del Presidente”.

2. Un italiano quasi come gli altri

“Viviamo in un mondo ambiguo, attraversato da contraddizioni strazianti. Miliardi di esseri umani campano di immondizie, lottano per non crepare di fame. Ma, nella parte illuminata del pianeta, la ragazzetta indossatrice Claudia Schiffer può chiedere trenta miliardi di indennizzo perché un tale l’ ha fotografata di nascosto, mentre si spogliava. E adesso aprite gli occhi, voi che vi strappate i capelli per Lentini. Conoscete il cantante Michael Jackson?”.

Questo era il genere di cose che si potevano scrivere nel 1992 per commentare il passaggio di Lentini al Milan:

Lentini annunciò la sua decisione negli uffici dell’Ansa di Torino il 2 luglio 1992. Borsano aveva già venduto Cravero, Benedetti, Bresciani, Policano e Martin Vazquez: cessioni giustificabili solo se Lentini fosse restato. La cessione dell’idolo della curva Primavera fece traboccare il vaso. I tifosi scesero in strada bruciando auto e cassonetti. A Lentini tirarono le monetine come un anno dopo a Roma sarebbe successo a Bettino Craxi. Per la stampa diventò Mister 65 Miliardi e i tifosi del Toro coniarono il fortunato slogan Lentini/ puttana/ lo hai fatto per la grana.

Se il presidente del Torino, Borsano, nel tentativo di prendere le distanze da una cessione impopolare, il giorno dopo dichiarava: “Io, anche se potessi, cifre simili non le spenderei perché le ritengo immorali”, l’Osservatore Romano (qui) parlava di cifre che erano “un’offesa alla dignità del lavoro”. Persino l’avvocato Agnelli non pensava si potesse arrivare a tanto. “Non avrei permesso che mi si avvicinassero per propormelo”, il suo commento sui 65 miliardi. Berlusconi, da parte sua, non ci teneva a remare contro la morale comune dando ragione ad Agnelli, anche lui non avrebbe preso Lentini a quelle cifre: “L’abbiamo avuto per molto, molto meno”.

Venti giorni dopo il suo passaggio al Milan, Luca Valdiserri lo descrive così sulle pagine del Corriere della Sera del (22 luglio 1992) : “Ha la barba lunga come un giorno senza pane. Ha la faccia del miliardario triste. Parla in un soffio, simbolo di un ritiro con poca voce”. Lentini è preoccupato: “Al primo sbaglio usciranno fuori tutti i miliardi. Cercherò di non farmi condizionare. Ma non è questo il momento di proclami: ci sono problemi più importanti del calcio”. Pochi giorni prima era stato ucciso Paolo Borsellino (Giovanni Falcone a maggio): “No, non è stato il presidente Berlusconi a dirci di non parlare: siamo ragazzi maturi”.

Non c’è una sola descrizione che riguardi il Conte di Carmagnola (come la stampa dell’epoca chiamava Lentini, senza apparente legame, se non il paese di origine, con l’opera di Alessandro Manzoni) che sia priva di un giudizio morale.

“Il ragazzo del Filadelfia oggi viaggia in Porsche, ha il telefono cellulare ed un brillantino al lobo sinistro. Quando entra nel cortile del vecchio stadio granata, gruppi di ragazzine lo circondano per il rito dell’autografo” (quando era ancora al Torino: La Stampa del 3 novembre 1991).

“La Porsche, nera e decappottabile, ha il muso rivolto verso il mare e Lentini ci sta appoggiato tradendo la sottile impazienza di chi vorrebbe trovarsi già da un’altra parte. (…) Anche il «look» è vacanziero-trasgressivo: la camiciola arancione e le braghe verdi pisello, la fascia nera che trattiene i capelli corvini, al lobo sinistro l’orecchino con i brillanti, ultimo status symbol dei signorini della pedata (…) E questa voglia di trasgressione? I capelli tinti dei sampdoriani, la moda degli orecchini. Credete che la gente vi capisca?”. (Marco Ansaldo all’epoca della prima offerta di Berlusconi nell’estate del ’91: La Stampa del 24 giugno 1991).

“Gianluigi Lentini si è presentato con il look abituale: fa brillare l’ orecchino di diamanti, dice di sentirsi a proprio agio nelle scarpe con gli strass, nei fuseaux, nel giubbotto scamosciato pure quello nero con un enorme cuore rosso trafitto da una spada, e con un paio di ali stampate sulla schiena” (il giorno dell’addio: qui)

“Dicono di lui: è il simbolo di questo sistema bacato e drogato, è la vittima di un ingranaggio perverso, è il punto di non ritorno di un mercato schizofrenico. A 24 anni, Lentini si guarda attorno e sorride. Scettico. Cinico. Assorbente.” (dopo sei mesi al Milan: La Stampa del 7 febbraio 1993)

Quest’ultima descrizione fa parte di un’intervista di Roberto Beccantini, alle cui domande sul tema del ridimensionamento degli stipendi dei calciatori (alcune non sono neanche vere e proprie domande, ma punzecchiature come: “Lentini, siamo alla frutta”) a un certo punto Lentini risponde: “Provocato, provoco: con tutta la gente che mangia nel calcio, mungendolo sino all’ultima goccia, noi calciatori prendiamo ancora poco. Le stelle siamo noi, non «loro», i mangioni, i parassiti”. Beccantini commenta: “Analisi superficiale, e pericolosa. Molto pericolosa”.

Il tentativo di trasformare Lentini in un modello sociale negativo tra l’altro si scontrava con l’immagine che lo Lentini voleva dare di se stesso. Non era un ribelle, non voleva distinguersi e imporre la propria personalità, voleva farsi accettare da quelle stesse persone che gli avevano tirato le monetine (perché in fondo al posto suo avrebbero fatto lo stesso).

“A mio padre la parola milione incute ancora rispetto, miliardo non entra nel suo vocabolario. Io sono nato a Carmagnola, perché lì c’è l’ospedale, ma sono di Villastellone: piena campagna piemontese, qualche fabbrica e d’estate il sole che picchia sulle case. Ora ho i soldi, tanti come non avrei mai immaginato di possederne. Posso soddisfare i sogni della mia età, possedere questa macchina, per esempio. Ma il gusto del successo l’ho assaporato il giorno che ho comprato l’appartamento ai miei. Mi sono sentito importante e fortunato. I miei fratelli me lo ricordano spesso: tu, a divertirti, guadagni cinquanta volte più di noi che lavoriamo. Ma poi vengono a vedermi e si divertono anche loro” (La Stampa del 24 giugno 1991 – lo stesso articolo, cioè, in cui Ansaldo lo rimproverava per la sua voglia di trasgressione).

Il giorno della conferenza il corrispondente del Corriere della Sera, Edoardo Girola, gli chiede: “Non si sente un modello negativo per i giovani? (tesi sostenuta dal gruppo Abele, associazione torinese che si occupa di emarginati)”, e Lentini risponde: “Mi sento una persona normalissima, che ha la fortuna di guadagnare certe cifre. Un modello positivo, i modelli negativi sono i drogati”.

3. Finalmente un italiano davvero come gli altri

“Non puoi accettare soltanto la parte bella della mela. Ho voluto i soldi e la forza del Milan, qualcosa devo pagare. Mi dispiace che quella sia comunque la mia gente, con la quale sono cresciuto e che mi ha voltato le spalle”, dirà Lentini un mese dopo, a Marco Ansaldo (La Stampa del 25 agosto del 1992). “Veramente è stato lei a farlo, andandosene”, lo correggerà il giornalista. “Però quando incontro i tifosi del Toro per strada, prendendoli uno a uno ci ragiono. E mi capiscono perché è gente che lavora e ciascuno sa che farebbe la mia stessa scelta. Poi i singoli diventano massa e allora non puoi parlarci più”. Ansaldo cominciava l’intervista con Lentini che teneva tra le mani la lettera di una ragazza, l’unica che gli avesse perdonato di essere andato al Milan, e chiude con l’augurio dal sapore amaro, oggi, che Lentini riservava a sé stesso: “Magari diventerò per il Milan il mito che avrei voluto essere per il Toro: anzi più grande”.

La prima stagione di Lentini al Milan (’92-’93) fu altalenante, magari al di sotto delle aspettative per quello che, a torto o a ragione, era stato presentato come “il giocatore più costoso del mondo”; ma con un po’ di distacco non si può certo dire fosse stata negativa. Per Lentini, anzi, con trenta partite e sette gol (in rovesciata a Pescara e col Napoli, un tiro a giro sotto l’incrocio nel derby di andata) era stata, e rimarrà, la sua migliore annata di sempre.

Capello dimostrò di credere in lui fino a fine stagione e Lentini è schierato tra i titolari anche nella finale di Champions League di Monaco di Baviera, contro l’Olympique di Marsiglia. Il Milan perde sorprendentemente dopo 10 vittorie in altrettante partite di CL e un solo gol subito. Per Lentini quella era la seconda finale europea persa in due anni. A conti fatti, però, può dire di aver vinto una Supercoppa italiana e sopratutto lo scudetto. “Per la prima volta nella mia carriera, vinco qualcosa di importante. Ci sono arrivato dopo anni di calcio e per questo voglio dedicarmi interamente questo scudetto” (La Stampa, 31 maggio 1993).

La stagione successiva sarebbe dovuta essere quella della definitiva consacrazione o dell’ufficialità del flop. Per come andarono le cose, .

A inizio agosto, di ritorno da un triangolare a Genova, sulla Torino-Piacenza, Lentini prima buca una gomma del Porsche giallo e poi, ignaro del fatto che non poteva superare una certa velocità, fa esplodere il ruotino con cui l’aveva sostituita, finendo fuori strada. Non è chiaro a quanto andasse esattamente, si diceva stesse correndo a Torino da Rita Bonaccorso, ex moglie di Totò Schillaci. Al centro della carreggiata (non si sa se sbalzato dall’auto mentre si ribaltava o se ci era arrivato con le sue gambe) viene salvato da un camionista che trasportava quaglie di nome Gianfranco Professione. Berlusconi ricorda che Lentini durante la preparazione estiva “era diventato forte e potente, molto più forte e potente rispetto a un anno fa, tanto che Capello e il preparatore atletico Pincolini gli hanno affibbiato il soprannome di Tarzan”. Ma è presto per pensare al rientro, per usare sempre le parole del Cavaliere: “L’importante è che Gigi salvi la ghirba”.

Se fosse morto, magari, Lentini sarebbe stato rimpianto come Luigi Meroni, ala destra del Torino degli anni sessanta, investito mentre attraversava la strada dopo una partita. Magari si sarebbe persino passati dal chiamarlo Mister Miliardo al ricordarlo più intimo e compassionevole Gigi (completando l’identificazione con Meroni). Per quanto grave, l’incidente non fu considerato come un evento tragico. Sembrava quasi potesse servire a far tornare le cose alla loro normalità.

Cesare Fiumi sul Corriere della Sera scelse un modo paradossale per augurargli una pronta guarigione, partendo proprio da un’atteggiamento che non gli piaceva: “Quell’aria annoiata, quella sorridente smorfia d’apatia (…) L’ aria di chi sorseggia vittorie e insuccessi senza ubriacarsi di gioia o di rabbia, col disincanto dei modi e dei mezzi (economici). L’impressione che tutto gli scorra sopra sfiorandolo appena: l’augurio è che le conseguenze dell’incidente e anche il fotogramma di quegli attimi facciano la stessa fine. ”. (qui)

All’interno di un articolo intitolato “Mister miliardo, una dolce vita spesa tra belle donne e motori”, Bruno Perucca dava un giudizio difficilmente comprensibile (nel senso che la sua retorica è così a spirale che io non ho capito in sostanza cosa volesse dire) dell’incidente: “Questa pesante esperienza gli servirà. Correre in autostrada con un «ruotino», dopo aver cambiato o fatto cambiare la gomma bucata, gli è probabilmente sembrato più agevole, più semplice, che scattare nelle zone abituali del campo (quella che in gergo si chiama la fascia, destra o sinistra) dove il massimo rischio è il tackle rabbioso di un difensore” ( La Stampa del 4 agosto 1993).

Lentini torna in campo a dicembre, in amichevole e Beccantini (La Stampa del 30 dicembre 1993) lo descrive così: “L’eccentrico dandy che ha capito di notte, su un’autostrada deserta, quanto sia gratificante, pur se faticoso vivere alla luce del sole. Non prendetela come una favola. È solo la fine di un brutto sogno,e  l’inizio di un’avventura. Che porterà laddove Lentini e il destino, uniti indissolubilmente dal rogo di una Porche gialla, vorranno”. Ovviamente il brutto sogno finito è quello in cui Lentini era il calciatore più forte e più pagato del campionato italiano.

Gigi sembra accettare il suo nuovo ruolo come un martire: “Devo soffrire. Soffrirò”.

4. Riscatto?

In cuor suo, però, Lentini sperava di tornare al livello di prima: “So perfettamente che dipenderà da me tornare il giocatore di una volta, addirittura meglio se possibile. Io darò tutto, anche perché vorrei contribuire a uno scudetto in cui credo e vorrei prendere parte a un Mondiale che mi affascina” (qui).

Salta tutta la stagione ’93-’94 (solo dieci presenze in totale) e il Mondiale, vince la sua prima Champions League da spettatore (la mitica finale del 4-0 al Barcellona di Cruijff). L’anno dopo si sente in forma, scalpita, pensa di essere tornato quello di prima, Capello però non è d’accordo. Maggio 1995, finale di Champions contro l’Ajax: la rivincita perfetta di Gigi contro il suo destino fatto di pali e ruotini di scorta. E invece non solo entrerà a cinque minuti dalla fine della partita con l’Ajax (persa, con un gol subito immediatamente dopo il suo ingresso in campo), ma l’anno dopo fa arrabbiare Capello al punto che lo schiererà solo nove volte in campionato.

In prestito all’Atalanta (allenata da Mondonico) per la stagione ’96-’97 Lentini pensava ancora di poter tornare quello di prima. “«Quando ho lasciato Milanello ho provato una gran tristezza, come quando ho abbandonato il Toro. Ma sono sicuro che la prossima estate, quando tornerò in rossonero, sarò un giocatore rigenerato». È sicuro di sé, ma se invece le cose andassero diversamente? «Vorrà dire che quel maledetto incidente mi ha davvero portato via tutto. E a quel punto potrò anche smettere di insistere e fantasticare»” (La Stampa del 31 agosto 1996). All’Atalanta Lentini, che nel frattempo si è sposato con una modella svedese da cui ha avuto un figlio (“Chi l’avrebbe mai detto, cinque anni fa, che quel ragazzo “sconvolto” sarebbe diventato un tranquillo marito e papà”), torna a giocare continuativamente (31 presenze) e Sacchi lo convoca in Nazionale per un’amichevole contro la Bosnia. Lentini non può saperlo, ma sarà la sua ultima partita con la maglia dell’Italia e verrà ricordata come una “presenzia premio” (per essere diventato mediocre).

Il cerchio si chiude quando Lentini l’anno dopo (’97-’98) torna al Toro, nel frattempo sceso in B, con uno stipendio circa la metà di quello del Milan. È un Lentini diverso. Un Lentini normale. “Oggi certe follie non le faccio più. La vita mi ha aperto gli occhi. Le legnate, le difficoltà ti cambiano: ricordo quand’ero un ragazzino strafottente, sicuro che tutto, in campo e fuori, gli fosse dovuto: arrivò un certo Fascetti, mi diede delle scoppole «Giovanotto, continua così e starai sempre in tribuna» grazie a lui diventai un giocatore vero” (La Stampa del 23 giugno 1997). Anche se non è del tutto emendato dai vecchi peccati: “Un’avventura che comincia in pedalini perché gli fanno male le scarpe e quello che non ha coltivato negli anni berlusconiani è l’etichetta. I piedi poggiano sul tavolino del bar” (La Stampa del 19 luglio 1997).

Perché il riscatto sia completo, sia chiaro, Lentini non può tornare al successo (ed essere felice). Al Torino ha problemi con gli allenatori (tra cui lo scozzese Souness, uno dei giocatori più cattivi mai esistiti quando era in attività) anche se il primo anno sfiora un’incredibile promozione perdendo lo spareggio col Perugia di Materazzi. Finalmente la stagione successiva, grazie a Mondonico, il Toro torna in serie A. Ma è una felicità illusoria, dura solo un anno. Al termine della terza stagione del “figliol prodigo” il Toro scende nuovamente in B e Lentini viene liquidato a trentun anni senza troppi sentimentalismi: “Aspiravo, sopra ogni cosa, a chiudere la carriera con la maglia con cui avevo cominciato” (qui).

La definitiva trasformazione di Lentini in un calciatore qualsiasi, in un tipo di celebrità il più simile possibile a un ex-concorrente del Grande Fratello (nel 2009 Lentini doveva partecipare a un reality di nome La Tribù al posto di Andrew Howe ma si ritirò all’ultimo e alla fine il reality venne anche cancellato) avviene con la decisione di mettersi di nuovo in gioco in una piazza come quella di Cosenza (il viaggio uguale e contrario dei genitori meridionali), in serie B, anziché seguire le sirene del calcio moderno che lo avrebbero portato in Cina. Lentini vestirà per quattro anni la maglia rossoblu, nella gioia e nel dolore, dopo essere andato vicino a una nuova promozione in A alla prima stagione e un fallimento che condannerà il Cosenza a scendere tra i dilettanti. Lentini ormai è una bandiera e per amore della maglia del Cosenza gioca in Serie D.

5. Conclusione

Nell’arco di una carriera lunga vent’anni Lentini è passato dall’essere il simbolo di un calcio dove girano troppi soldi al simbolo opposto di un calcio fatto di sudore e campi in terra. Dopo Cosenza è tornato in Piemonte, giocando fino a quarant’anni in categorie come Eccellenza e Promozione (annullando di fatto qualsiasi distanza col pubblico degli appassionati calcistici, considerando che persino io ho giocato in Promozione). Convincendo Fuser a giocare con lui, in squadre come il Canelli, la Savignanese, la Nicese, alternando anche qui promozioni e retrocessioni.

Il Lentini coi capelli lunghi e l’orecchino, che ci teneva allo stile e voleva scrivere un libro di moda (che andava matto per le “videosfilate”), lo “scavezzacollo” che dopo notti “errabonde” dormiva in macchina davanti al Filadelfia e veniva svegliato dalla custode Carla per essere primo negli spogliatoi e prendere in contropiede l’allenatore che lo aveva cercato nelle discoteche, il Lentini cinico con le scarpe piene di strass e i giubbotti ricamati è adesso un quarantenne col maglione senza maniche verde e un’orecchino a forma di “G”, che gestisce insieme agli amici una sala da biliardo a Carmagnola.

Ai microfoni di Sky ricorda i tempi in cui a Milanello giocava a stecca con Boban e Albertini. Che quando gli chiedono: “Ti capita mai di pensare a quei momenti e dirti se non fosse successo dove sarei arrivato?” risponde: “Sì mi capita. Mi capita però rispondo subito… dicendo però alla fine sto bene, devo esser contento così”.

Quel Lentini che faceva tanto arrabbiare i cronisti è diventato il protagonista ideale di una qualsiasi puntata di Sfide: un uomo con le occhiaie pastose in felpa bianca e marsupio dalla saggezza consolatoria (“Prima o poi il pallone si sgonfia e tu torni a essere un comune mortale come ce ne sono tanti”) che ricorda con piacere le prime pagine dei giornali: “Perché vuol dire che ho fatto anche qualcosa d importante. Perché se sono arrivato a far parlare così tanto di me vuol dire che qualcosa di importante in vita mia ho fatto”.

Lentini gioca ancora.

Ho chiamato l’addetto stampa del CSF Carmagnola, un uomo simpatico a giudicare dalla foto sul sito e dalla voce, mi ha detto che, anche se non figura nella rosa, Gigi è “sempre del giro”, che ogni tanto va ancora a giocare. Suo figlio Nicholas, gioca in porta nel Torino ed è nel giro della nazionale Under 17.

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Corpi di reato. Un’archeologia visiva dei fenomeni mafiosi https://minimaetmoralia.it/arte/corpi-di-reato-unarcheologia-visiva-dei-fenomeni-mafiosi/ https://minimaetmoralia.it/arte/corpi-di-reato-unarcheologia-visiva-dei-fenomeni-mafiosi/#respond Tue, 29 May 2012 07:19:21 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8139 (I faldoni del Maxiprocesso 1986-’87, Centro di Documentazione sulle Mafie, Corleone)

Da tempo la mafia viene percepita come una realtà dispersa, multiforme, quasi invisibile. Dopo gli anni ’90 e il culmine della stagione stragista, la criminalità organizzata in Italia ha progressivamente cambiato volto, confondendosi sempre di più nel tessuto politico e economico del paese.

Corpi di reato vuole contrastare questa dispersione, per ridare alle mafie un orizzonte visibile seguendo i tanti segni lasciati sul territorio, ma anche mostrare il vuoto, l’assenza provocati dall’azione criminale: aule deserte di comuni commissariati, cantieri sequestrati, tutta la geografia disegnata dalle indagini di polizia, dagli avvistamenti dei latitanti, la ricerca dei covi.

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(I faldoni del Maxiprocesso 1986-’87, Centro di Documentazione sulle Mafie, Corleone)

Da tempo la mafia viene percepita come una realtà dispersa, multiforme, quasi invisibile. Dopo gli anni ’90 e il culmine della stagione stragista, la criminalità organizzata in Italia ha progressivamente cambiato volto, confondendosi sempre di più nel tessuto politico e economico del paese.

Corpi di reato vuole contrastare questa dispersione, per ridare alle mafie un orizzonte visibile seguendo i tanti segni lasciati sul territorio, ma anche mostrare il vuoto, l’assenza provocati dall’azione criminale: aule deserte di comuni commissariati, cantieri sequestrati, tutta la geografia disegnata dalle indagini di polizia, dagli avvistamenti dei latitanti, la ricerca dei covi.

Da qui l’esigenza di riportare allo sguardo il prodotto di anni di guerra contro la mafia, un mosaico di aule di tribunali, reperti giudiziari, carcasse di automobili, foto segnaletiche, mausolei dedicati agli eroi, bunker.

L’immagine fotografica permette di mostrare esempi della natura manifesta dei fenomeni mafiosi, per poi rappresentare il confine oltre il quale tutto ciò svanisce di nuovo, e prendere atto della linea d’ombra oltre la quale la mafia svanisce, scivolando in una quotidianità anonima.

Già dieci anni fa si diceva che le mafie stessero diventando invisibili, celate dietro una maschera di normalità: Corpi di reato vuole tentare di ridare un’immagine alle mafie, così da creare un filo visivo che unisca la stagione cruenta di vent’anni fa alla zona grigia dove invece prosperano oggi.

Fabio Severo (curatore del progetto)

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(Corleone, 2012)

Tommaso Bonaventura (Contrasto) – Fotografo professionista dal 1992 collabora con le maggiori testate nazionali ed internazionali. Nel 2004 ha vinto il primo premio nella sezione “Arts and Entertainment” al World Press Photo con un’immagine tratta dal suo libro Le vie della fede (Gribaudo, 2005). Nel 2010 ha vinto il Sony Award con una serie di ritratti realizzati nel corso dei suoi numerosi soggiorni in Cina.

www.tommasobonaventura.com

Alessandro Imbriaco (Contrasto) – Ingegnere di formazione, dal 2008 lavora come fotografo interessandosi prevalentemente di insediamenti urbani e diversi modi di abitare. Con i suoi lavori ha vinto il premio Canon nel 2008 e il secondo posto nella sezione “Conteporary Issues Stories” al World Press Photo 2010, il Premio Pesaresi nel 2011. I suoi lavori sono stati selezionati per il Talent di Foam, il PHE Ojo de Pez, il Lumix Award, il Premio Atlante Italiano. Dal 2008 fa parte di Reflexions Masterclass e nel 2011 è stato selezionato per il Joop Swart Masterclass del World Press Photo.

www.alessandroimbriaco.com

Fabio Severo – Editor del blog di fotografia contemporanea Hippolyte Bayard, insegna storia della fotografia all’Istituto Europeo di Design e ha collaborato con diverse pubblicazioni fotografiche tra cui RVM (Rear View Mirror Magazine), le riviste on-line Unless You Will, GUP Magazine, Dide e E-photoreview.

www.hippolytebayard.com

Oggi, alle ore 18.30, tutto questo viene presentato al MAXII, a Roma.

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