Giovanni Giovannetti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giovanni-giovannetti/ un blog di approfondimento culturale Sun, 01 Nov 2020 15:02:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giovanni Giovannetti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giovanni-giovannetti/ 32 32 Malastoria, l’Italia ai tempi di Pasolini e Cefis https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/malastoria-litalia-ai-tempi-pasolini-cefis/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/malastoria-litalia-ai-tempi-pasolini-cefis/#respond Mon, 02 Nov 2020 07:00:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44477 A quaranticinque anni dalla sua scomparsa, Pier Paolo Pasolini è ancora un autore fondamentale per comprendere le dinamiche del presente. Giovanni Giovannetti, dopo aver già dedicato a Pasolini, assieme a Carla Benedetti, un libro di grande interesse come Frocio e basta (ne abbiamo parlato con gli autori su queste colonne), ha da poco pubblicato per Effigie un nuovo, imponente, testo di indagine sulle tracce del grande autore: Malastoria,una ricostruzione accurata e inquietante delle trame occulte che hanno condotto alla sua tragica morte.

Ecco la nostra conversazione.

Come mai, dopo un libro accurato e documentatissimo come Frocio e basta, scritto con Carla Benedetti, hai sentito l'esigenza di tornare a scrivere sul caso Pasolini?

In Frocio e basta ho preso in considerazione la stagione “corsara” di Pasolini che abbraccia un limitato periodo di tempo. Malastoria riprende e dilata per gemmazione ciò che in Frocio e basta era ancora in fieri; provo cioè a immergere la vita e l’opera di Pasolini nelle profondità della penombra storica e antropologica del Paese, negli eventi che l’hanno personalmente toccato (come, ad esempio, l’omicidio del fratello Guido a Porzûs del febbraio 1945) e in quelli che hanno poi catturato la sua attenzione di cittadino e di intellettuale (temi come, ad esempio, quel capitalismo globalizzato, foriero del consumismo e dell’edonismo, che tanta incidenza ha avuto sulla mutazione antropologica degli italiani).

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A quaranticinque anni dalla sua scomparsa, Pier Paolo Pasolini è ancora un autore fondamentale per comprendere le dinamiche del presente. Giovanni Giovannetti, dopo aver già dedicato a Pasolini, assieme a Carla Benedetti, un libro di grande interesse come Frocio e basta (ne abbiamo parlato con gli autori su queste colonne), ha da poco pubblicato per Effigie un nuovo, imponente, testo di indagine sulle tracce del grande autore: Malastoria,una ricostruzione accurata e inquietante delle trame occulte che hanno condotto alla sua tragica morte.

Ecco la nostra conversazione.

Come mai, dopo un libro accurato e documentatissimo come Frocio e basta, scritto con Carla Benedetti, hai sentito l’esigenza di tornare a scrivere sul caso Pasolini?

In Frocio e basta ho preso in considerazione la stagione “corsara” di Pasolini che abbraccia un limitato periodo di tempo. Malastoria riprende e dilata per gemmazione ciò che in Frocio e basta era ancora in fieri; provo cioè a immergere la vita e l’opera di Pasolini nelle profondità della penombra storica e antropologica del Paese, negli eventi che l’hanno personalmente toccato (come, ad esempio, l’omicidio del fratello Guido a Porzûs del febbraio 1945) e in quelli che hanno poi catturato la sua attenzione di cittadino e di intellettuale (temi come, ad esempio, quel capitalismo globalizzato, foriero del consumismo e dell’edonismo, che tanta incidenza ha avuto sulla mutazione antropologica degli italiani).

Il punto di partenza e di approdo di questo andamento circolare rimane Petrolio, il grande romanzo a cui Pasolini sta lavorando quando l’ammazzano, un libro mutilo e incompiuto che viene dato alle stampe solo diciassette anni dopo la sua morte, un romanzo nel quale avrebbe voluto trasferire tutto quello che sapeva.

A fine 1975 Pasolini dichiara d’avere scritto circa 600 pagine delle duemila da lui previste, di cui poco più di 500 sono giunte a noi. Perché mutilo? Perché di alcuni capitoli “scottanti” come “Lampi sull’Eni” e “Il Negro” e “Il Roscio” (sono i soprannomi di Franco Giuseppucci e Giovanni Girlando, due componenti apicali della costituenda banda della Magliana) non rimane che il titolo: se siano stati scritti o meno è questione a lungo dibattuta (personalmente, sono incline a ritenere che almeno Lampi sull’Eni sia stato scritto, non foss’altro per quel rimando interno al libro), ma queste pagine non sono più reperibili tra le carte di Pasolini.

Un altro capitolo mancante in Petrolio sono i tre discorsi del presidente di Montedison Eugenio Cefis (Troya nel libro) e Pasolini ne era entrato in possesso: queste pagine sono conservate tra le sue carte al Gabinetto Vieusseux di Firenze; e avrebbe voluto pubblicarle integralmente tra la prima e la seconda parte del libro, così da rendere il romanzo «perfettamente simmetrico ed esplicito» (parole sue). Ma nelle edizioni sin qui dati alle stampe i tre discorsi di Cefis non ci sono (li possiamo leggere in Frocio e basta). Non resta che sperare di ritrovarli nell’annunciata nuova edizione del romanzo che uscirà da Garzanti in primavera, là dove lo stesso Pasolini diceva di volerli inserire.

Saggi, film, omaggi, nuove indagini: dove è giunta negli ultimi anni la ricostruzione della verità occultata sul caso Pasolini?

È giunta a un passo dalla completa verità, mandanti a parte: Pasolini non l’ammazza Pelosi in solitudine (come sta scritto nella sentenza di secondo grado) ma un “misto” di almeno sette tra neofascisti e criminali comuni. Quel “misto” così caro al criminologo neonazista e piduista Aldo Semerari, il teorico della “santa alleanza” tra eversione nera e malavita. Sappiamo che due o tre di questi assassini sono ancora vivi e sappiamo che a far espatriare uno di loro concorre il colonnello dei Carabinieri e del Sid Michele Santoro, amico fraterno e sodale di Semerari.

Questo colonnello baffuto e defilato ricorre nella penombra della strategia della tensione. È quel Santoro coinvolto nella mancata strage di studenti davanti al Tribunale di Trento (18-19 gennaio 1971). Quel Santoro che, pur sapendo i nomi dei veri responsabili, tenta di attribuire alla sinistra l’attentato di Peteano  (il 31 maggio 1972 una bomba viene messa da tre fascisti doc dentro a una Fiat 500; tre carabinieri sono uccisi e due feriti). Quel Santoro che fornisce il tritolo al gruppo terroristico nazifascista della Fenice, l’articolazione milanese di Ordine nuovo. Sul nostro colonnello ho avuto buon motivo di insistere in molte pagine di Malastoria.

Il libro è arricchito da molti documenti fotografici (immagini d’epoca, ritagli di giornale, documenti). Come ti sei documentato?

Ho provato a legare fra loro gli infiniti tasselli di una storia “altra” di questo Paese, dalla guerra civile del 1943-’45 agli anni bui delle bombe di Stato, ricucendo poi tutto questo alla vita e all’opera di Pasolini. Porto l’esempio di Guido, il fratello minore di Pier Paolo: come ho detto è tra i martiri della strage di Porzûs in Friuli, là dove un drappello di partigiani catto-azionisti della Osoppo sono massacrati da partigiani comunisti della Garibaldi. Una strage odiosa. Comunque la si pensi, Porzûs resiste tra i più ingombranti scheletri nell’armadio del comunismo italiano. Detto questo, come dimenticare il coevo tentativo di un accordo tra i partigiani della Osoppo e i massacratori di partigiani della Decima Mas repubblichina di Junio Valerio Borghese, ovviamente in funzione anticomunista. Mentre scrive Petrolio, Pasolini vorrebbe incontrare Borghese, per approfondire la questione. Ma il principe golpista è ormai fuggito in Spagna.

Nel dopoguerra reduci osovani e post-repubblichini troveranno comune asilo in Gladio, l’organizzazione paramilitare clandestina anticomunista che tanto ha fatto parlare di sé, loro sì fedeli a due bandiere, italiana e americana: è quel “doppio” che attraversa da parte a parte il Paese, ben riscontrabile nell’incompiuto romanzo di Pasolini.

Più avanti nel tempo, gli stessi ambienti atlantici concorreranno ad alimentare con bombe e stragi – e siamo a Piazza Fontana – quel finto “stato di necessità” che renda accettabile e anzi ineludibile la temporanea sospensione delle garanzie costituzionali, così da ripristinare l’ordine a fronte del disordine da loro stessi procurato.

Poi ci sono i gruppi neofascisti: poche persone che, mestando nel torbido e calcando la mano, spingono per soluzioni golpiste come in Grecia nel 1967. Infine ci sono quelli come Cefis, i fautori del colpo di Stato incruento, efficentista e tecnocratico. Questi ultimi perseguono la nuova tattica degli opposti estremismi, un’efficace finzione prima anticomunista e poi “antifascista” (lo ha scritto anche Pasolini, nel suo Romanzo delle stragi sul “Corriere” e in Petrolio). Tre tattiche e un unico fine: stabilizzare in senso moderato e pilotato gli equilibri del Paese, mettendo fuori legge o quanto meno fuori dai giochi le forze di sinistra.

L’ex presidente di Eni e Montedison Eugenio Cefis è un altro protagonista di Malastoria. Cefis, quel sottotenente fucilatore di partigiani in Jugoslavia, poi lui stesso partigiano badogliano di valore in val d’Ossola. Cefis, quel grande elemosiniere della politica intento a coltivare progetti autoritari. Qualcuno lo vede tra i possibili mandanti della morte, nel 1962, dell’allora presidente dell’Eni Enrico Mattei; altri lo credono il vero capo della loggia massonica P2. Nel libro provo a fare luce su questo e altro.

Chiedevi lumi sulle “fonti”: gran parte dei documenti di cui mi sono avvalso sono ora liberamente scaricabili in versione integrale dal sito di Malastoria (https://malastoria.wordpress.com/); altre “fonti”, le più raggiungibili, sono qui puntualmente linkate.

Qual è la Malastoria, titolo che mi ha evocato la canzone di De André Una storia sbagliata,ispirata alla morte di Pasolini?

Tuttora Pasolini lo si preferirebbe “frocio e basta”, con la sua morte derubricata a una specie di incidente sul lavoro: una storia sbagliata “da una botta e via” in una “notte un po’ concitata” e “da dimenticare”.  La realtà è alquanto diversa: come canta De Andrè, il massacro di Pasolini in quel 2 novembre 1975 parrebbe infatti una “storia da basso impero”, una storia “da carabinieri, mica male insabbiata”.

La Malastoria che provo a raccontare è quella del pasoliniano “Romanzo delle stragi” e di Petrolio, la storia di una Repubblica a sovranità limitata che, nata sghemba, tuttora non può permettersi altro che delle mezze verità: Vergarolla nel 1946, Portella nel 1947, Piazza Fontana nel 1969, Brescia e l’Italicus nel 1974, Ustica e Bologna nel 1980… Se la morte di questi nostri concittadini in molti casi rimane senza verità sui reali mandanti, e dunque senza giustizia, lo si deve in gran parte alle compromissioni, ai depistaggi e ai silenzi di uno Stato italiano che, invece di proteggerli, come sarebbe stato suo dovere, ha semmai inteso proteggere sé stesso, i manovali fascisti e gli stranieri assassini, in virtù di superiori quanto inconfessabili mercanteggiamenti internazionali.

Sono logiche dure a morire: in anni recenti, basti qui ricordare la rinuncia dello Stato italiano a pretendere verità e giustizia sull’assassinio, in Egitto, di Giulio Regeni. Ma se uno Stato si mostra incapace di affermare il rispetto della sua sovranità nazionale, se rinuncia a dare protezione ai suoi cittadini e cittadinanza al principio di verità e di giustizia, è la credibilità dello Stato, sono il prestigio e l’autorità ad arretrare, rendendo l’Italia sempre meno rilevante sul piano internazionale.

Ci avviciniamo ai cinquant’anni dalla morte di Pasolini. Perché fa ancora paura la verità sulla sua tragica fine?

Fa paura e crea imbarazzo alle istituzioni repubblicane che, lo si è detto, la verità sulla storia reale del Belpaese – come la brutta storia delle compromissioni tra gli apparati dello Stato e la criminalità, comune o organizzata, mafiosa o finanziaria – tuttora non se la possono permettere.

Fa paura e crea imbarazzo ai Tribunali: sputtanare la lontana e delirante sentenza di appello che indica in Pelosi il solitario assassino di Pasolini non favorirebbe la credibilità di un sistema giudiziario troppo spesso, oggi come ieri, avvitato sulla categoria dell’opportuno opposta al principio di verità.

Fa paura e crea imbarazzo agli amici e ai parenti stretti di Pasolini, quelli che sulla sua triste morte hanno preferito tacere, oppure – da non credere  depistare: Pasolini e Pelosi non si incontrano per la prima volta la sera dell’agguato; i due si conoscono e frequentano ormai da mesi, ma in nessuno (da Laura Betti a Ninetto Davoli, da Nico Naldini a Dario Bellezza), forse per paura, prevarrà il dovere di rivelarlo.

Qual è il lascito dell’opera e del pensiero di Pasolini, riletto alla luce del surreale momento attuale?

Quelli di Pasolini non sono i tempi di Facebook e di Twitter; lui usa una macchina da scrivere Olivetti “Lettera 22” e i giornali sono ancora stampati con tecnologie più vicine a Gutenberg che a Steve Jobs. Ma sono giornali autorevoli, che incidono profondamente sulla cultura politica e sulla formazione del consenso. Oggi la carta stampata ha perso quell’aura; anche l’informazione televisiva va progressivamente regredendo, surclassata dai social network, che stanno radicalmente cambiando il modo in cui la gente s’informa, legge, guarda un film o ascolta della musica. Come un Giano bifronte sospeso tra il passato e il futuro, la rete induce a forme semplificate di comunicazione tali da svalutare tutto ciò che può sembrare complesso. E vale anche per il linguaggio della politica, sempre più scremato dei contenuti, sempre più simile a una informazione pubblicitaria. Ma non per questo si è dissolto l’impegno critico ed eretico, che anzi oggi trova inedito fondamento nel caleidoscopico accalcarsi delle voci, anche indipendenti, anche estranee ad ogni complicità con il potere, che dal basso si fanno largo proprio grazie ai nuovi linguaggi e ai nuovi media. Insomma, c’è un po’ di Pasolini anche in coloro che, slegati da consorterie e obbedienze di partito, localmente prendono di petto (qualche volta a caro prezzo) mafie, cricche e malaffare. Anche per questo motivo Pasolini non smette di essere attuale.

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Pasolini, cercando la verità nascosta https://minimaetmoralia.it/cinema/pasolini-cercando-la-verita-nascosta/ https://minimaetmoralia.it/cinema/pasolini-cercando-la-verita-nascosta/#comments Thu, 08 Sep 2016 13:00:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31919 A quarant'anni dalla sua morte, Pier Paolo Pasolini fa ancora paura. Ci sono però alcune figure che, con coraggio e tenacia, in diversi ambiti, stanno lottando per far riemergere le verità nascoste sulla sua morte.

Uno degli ultimi a cimentarsi con la questione è stato il resgista David Grieco, amico e collaboratore del grande intellettuale, vicino a lui anche negli ultimi giorni, con il suo film La Macchinazione.

Il film di Grieco, non impeccabile dal punto di vista estetico, è importante come testimonianza coraggiosa e controcorrente rispetto ad uno dei misteri, paradossalmente, più discussi e occultati della Prima Repubblica.

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A quarant’anni dalla sua morte, Pier Paolo Pasolini fa ancora paura. Ci sono però alcune figure che, con coraggio e tenacia, in diversi ambiti, stanno lottando per far riemergere le verità nascoste sulla sua morte.

Uno degli ultimi a cimentarsi con la questione è stato il resgista David Grieco, amico e collaboratore del grande intellettuale, vicino a lui anche negli ultimi giorni, con il suo film La Macchinazione.

Il film di Grieco, non impeccabile dal punto di vista estetico, è importante come testimonianza coraggiosa e controcorrente rispetto ad uno dei misteri, paradossalmente, più discussi e occultati della Prima Repubblica.

Sarebbe superficiale muovere critiche alla sceneggiatura o alla regia del film: lo scopo e la rilevanza dell’opera risiedono altrove, ovvero nella volontà di imporre all’attenzione pubblica le clamorose, sconcertanti contraddizioni e omissioni che hanno sancito le indagini sul caso Pasolini negli ultimi decenni.

Il film ha, infatti, rappresentato l’occasione per riaprire una Commissione d’inchiesta (voluta anni fa, invano, da Enrico Berlinguer) volta ad esplorare le zone d’ombra della ricostruzione ufficiale dell’omicidio, così da capovolgere i luoghi comuni infamanti e riabilitare completamente la figura del poeta.

Ecco la nostra conversazione con David Grieco.

Come è nata l’urgenza di realizzare La Macchinazione?

Devo dire grazie ad Abel Ferrara. Dovevo scrivere la sceneggiatura del suo Pasolini ma sono scappato a gambe levate perché a lui interessava soltanto la vita sessuale di Pasolini.

Io stavo per fare un altro film, a Praga, ma l’idea che Ferrara avrebbe fatto un film che temevo ignobile, e che questo film sarebbe stato il testamento cinematografico di Pier Paolo Pasolini, non mi faceva dormire. E così, ho finito per rinunciare a quel film a Praga per mettermi a scrivere con Guido Bulla “La Macchinazione”.

Il film che ha fatto Abel Ferrara non l’ho ancora visto per, diciamo così, onestà intellettuale. Lo vedrò quando sarò sereno e pronto a vederlo fino in fondo senza incazzarmi, senza indignarmi dopo cinque minuti. Prima o poi succederà.

Qual è stata la reazione di critica e pubblico?

Cominciamo col dire che la critica non esiste più. Negli Anni Settanta io ero uno dei critici cinematografici italiani che contavano di più perché scrivevo sul giornale della sinistra, l’Unita’, che era secondo per tiratura soltanto al Corriere della Sera. Noi critici avevamo il potere di mandare o non mandare il pubblico a vedere un film e stavamo attenti a non scrivere troppe cazzate perché eravamo consapevoli di questa responsabilità. Eravamo doverosamente anche tutti, chi più chi meno, degli storici del cinema.

Oggi ci sono migliaia di sfaccendati che scrivono recensioni sul web. Scrivono per farsi leggere dai genitori o dagli amici più stretti. Ma questi conoscono solo il cinema degli ultimi dieci o vent’anni. Del resto, non influenzano nessuno. Si limitano ad accodarsi a una moda del momento o a un successo già costruito in partenza.

Questo genere di recensioni sono state buone e cattive in egual misura. Elogi a volte imbarazzanti, attacchi a volte volgari e spesso personali.

Questo mi aspettavo e questo desideravo. Non ho voluto realizzare un film “figo”. Volevo fare un film che scatenasse una discussione, come succedeva negli Anni Cinquanta, Sessanta e Settanta.

Chi mi ha veramente commosso è stato Gian Luigi Rondi, che fu politicamente il “mio nemico” negli Anni Settanta. Rondi ha scritto una recensione estremamente positiva sul Tempo ed è voluto andare anche in TV, sulla sedia a rotelle, a perorare la causa del film. Rondi ha raccontato, in una trasmissione di grande ascolto, che Pasolini gli telefonò una settimana prima di morire per chiedergli un consiglio. Pier Paolo gli rivelò che il negativo di “Salo’ o le 120 giornate di Sodoma” ce l’avevano quelli della Magliana e intendevano restituirglielo gratis. Gian Luigi Rondi lo sconsigliò. Gli disse di stare attento, di non andare ad incontrarli. Dopo queste affermazioni, che hanno lasciato a bocca aperta anche il conduttore (Tiberio Timperi), ho chiamato Gian Luigi per ringraziarlo e gli ho chiesto come mai non avesse mai parlato di questa telefonata. “Ho avuto paura”, mi ha risposto.

Il pubblico, invece, l’ho sentito sempre dalla mia parte, senza eccezioni. Ho incontrato in giro per l’Italia circa 10.000 spettatori. Devo fare una distinzione, però. I miei coetanei o quelli più vecchi di me spesso mi ringraziano, mi abbracciano o vogliono stringermi la mano. Poi li vedo andare via a capo chino e ho la sensazione che rientreranno a casa per prendersi un bel sonnifero, dormirci sopra e dimenticare tutto. I giovani invece mi hanno impressionato. Parlo di ventenni, che sanno informarsi meglio dei trentenni e dei quarantenni che sono stati sottoposti a lavaggio del cervello dalla televisione fin da quando erano in fasce. I ventenni invece stanno su Internet e rifiutano la televisione. Questi ragazzi, quando non scappano all’estero, sono l’unica, forse l’ultima speranza del nostro paese.

Su che fonti ti sei basato per la ricostruzione della vicenda?

Di esempi come l’improvviso ricordo di Gian Luigi Rondi potrei citarne tanti. C’è parecchia gente, direi forse centinaia di persone, che conosce dettagli e passaggi di quella che io ho definito una macchinazione. A cominciare dalle 36 persone che vivevano nelle baracche sul luogo del delitto. Molti di loro hanno parlato: con me, con Sergio Citti, con Furio Colombo che si recò lì il 2 novembre per scrivere un articolo per La Stampa. Ci dissero che l’avevano massacrato in tanti ma non vollero mai andare a deporre perché erano stati intimiditi in mille modi, anche con la minaccia di demolire le loro casupole abusive.

La verità è che chi voleva indagare non ha voluto indagare. Non serviva che un testimone andasse spontaneamente a deporre. La magistratura procede sempre d’ufficio se qualcuno, intervistato da un giornalista, racconta come sono andate veramente le cose. Questa è la prova evidente che si è trattato di un Delitto di Stato.

Senza contare un testimone oculare russo, che si chiama Bessendorf, vive a New York e quella notte vide tutto. Nessun magistrato si è mai preso la briga di andarlo a trovare, o di mettere in moto l’Interpol, per chiedergli conferma delle sue affermazioni riportate da Paolo Brogi sul Corriere della Sera.

Quali difficoltà hai incontrato nella realizzazione del film?

Per realizzare il film è stato usato denaro privato e non finirò mai di ringraziare Marina Marzotto che ha avuto il coraggio di produrlo. A parte questo, nessun altro ostacolo. Ho avuto poco tempo per girarlo ma lo sapevo, e tutti i miei collaboratori hanno dato l’anima per questo film. I problemi sono venuti dopo. Quando lo ha visto la RAI, che ci ha espressamente chiesto di vederlo, sono cominciati i guai veri. Ci hanno fatto il vuoto intorno ed è stata veramente dura. Il Ministero dei Beni Culturali è arrivato persino a rifilarci un divieto ai minori di 14 anni alla vigilia dell’uscita del film per impedirci di portare il film nelle scuole. La motivazione del divieto è stata direi esemplare: si vieta questo film ai minori di 14 anni perché un ragazzo di età inferiore ai 14 anni non può capire la complessità storica e politica di questo film.

Una motivazione scopertamente politica, veramente fascista, a dir poco ingenua, che avrebbe fatto incazzare non poco uno come Andreotti. Ci siamo incazzati anche noi e gliela abbiamo fatta rimangiare. “La Macchinazione” nei prossimi mesi verrà proiettato nelle scuole e questo è un aspetto della faccenda che per me è molto importante.

Qual è il ricordo che hai di Pasolini che ritieni più significativo?

Di ricordi ne ho veramente tanti, persino troppi dopo tre anni di sforzi per ricordare tutto di quando ero bambino, adolescente, giovane giornalista. Il libro che si intitola  La Macchinazione è pieno di ricordi, ma potrei facilmente riempirne un altro. Ho tanti ricordi anche buffi, divertenti. Ma qui vorrei ricordare qualcosa che apparteneva alla banalità quotidiana di Pier Paolo Pasolini.

Con Paolo si andava spesso in giro la sera e si finiva sempre a mangiare una pizza in qualche ristorante popolare tipo “Al Biondo Tevere”, quello dove lui ha portato a cena Pelosi quella notte. Spesso, prima di entrare, capitava di notare un capannello di ragazzi che si facevano i conti in tasca per capire se avrebbero potuto permettersi una pizza e una birra. In quei casi, Paolo andava dritto dall’oste e gli diceva: “Ci sono una dozzina di ragazzi, qui fuori, che vorrebbero entrare a mangiare una pizza ma temo che non abbiano i soldi. Li inviti lei, per cortesia. Il conto poi passo a pagarlo io”.

Gliel’ho visto fare diverse volte. E ricordo anche questi gruppi di ragazzi, quando uscivamo, che parlavano tra loro chiedendosi chi diamine avesse offerto loro quella pizza.

A che punto sono le indagini della commissione sulla riapertura del Caso Pasolini?

Come si dice in gergo, la Commissione Pasolini (mono camerale, cioè soltanto alla Camera dei Deputati) è stata “incardinata” ormai da tre mesi ed è stata nominata relatrice Celeste Costantino di Sinistra Italiana. È una donna giovane, molto agguerrita, si è già occupata di Mafia, ha ricevuto minacce, non vuole la scorta. Mi ha fatto una gran bella impressione. Mi ricorda una Tina Anselmi (che fu a capo della Commissione per indagare sulla P2) giovane e meridionale. Ha esordito con queste parole: “Che il Delitto Pasolini sia stato un delitto politico credo non esistano ormai più dubbi”.

Ora, alla ripresa dei lavori della Camera dei Deputati, la Commissione Pasolini dovrà ricevere l’OK della Prima Commissione della Camera, poi dovranno essere scelti i componenti e i consulenti.

È evidente che oggi in Italia di questioni urgenti da risolvere ne abbiamo fin troppe. Ma il Caso Pasolini è molto importante perché il vero tema di cui stiamo parlando è il rapporto con la nostra Storia e la nostra Memoria che sono state sempre mistificate, depistate, occultate, ignorate. Quale futuro possiamo avere se non ci decidiamo mai ad aprire gli armadi e a fare pulizia pulizia innanzitutto dentro di noi?

La trattativa Stato-Mafia c’è stata, lo sappiamo tutti. Uomini dei servizi segreti si trovavano in via Fani durante il sequestro Moro e a Capaci quando è stato ammazzato Falcone, sappiamo anche questo. Se non hanno fermato i brigatisti e i mafiosi, questi signori erano evidentemente lì per proteggerli.

Per la strage di Brescia è stato condannato all’ergastolo un agente dei servizi segreti e il giudice ha scritto nella sentenza che gli uomini dei servizi, i terroristi neofascisti e non meglio specificati militari americani si riunivano periodicamente per organizzare attentati in Italia.

Eppure, si continua a cercare di ignorare, insabbiare, occultare.

Perché? Forse i nostri governanti sono ancora complici degli assassini di un tempo?

Pur essendo considerato un “complottista”, io credo di no. Credo piuttosto che noi italiani siamo “vigliacchi, opportunisti, tutti figli di Don Abbondio”, come dice il personaggio interpretato da Roberto Citran a Ranieri/Pasolini ne La Macchinazione. Purtroppo, siamo noi italiani che dobbiamo cambiare. Ma se ancora il coraggio “non ce lo possiamo dare”, come Don Abbondio, siamo veramente nei guai.

* * *

Se La Macchinazione ricostruisce gli ultimi giorni di Pasolini, e getta luce sui possibili mandanti degli omicidio, utilizzando un registro romanzesco, il libro Frocio e Basta (Edizioni Effigie) di Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti è una lunga, puntuale, spietata accusa alla classe politica e  intellettuale italiana, rigorosa nei riferimenti filologici quanto appassionata nelle argomentazioni rivendicate.

Gli interrogativi posti sono inquietanti: perché stato fatto sparire l’appunto Lampi sull’Eni da Petrolio? Perché si è atteso 17 anni prima di pubblicare un libro, da Pasolini stesso definito (in una lettera a Moravia) “una summa di tutte le mie esperienze, tutte le mie memorie”? Perché nelle edizioni non vengono mai inseriti i discorsi di Eugenio Cefis nei punti in cui esplicitamente Pasolini lo indicava?

Ne abbiamo parlato con gli autori Benedetti e Giovannetti.

Quali sono le principali novità e integrazioni di questa nuova edizione?

Anzitutto la pubblicazione commentata dei tre discorsi di Eugenio Cefis che Pasolini intendeva pubblicare integralmente in Petrolio, al centro del romanzo, così da dividerlo in due parti «in modo perfettamente simmetrico e esplicito», come ha scritto. Di fatto, questi discorsi sono un capitolo mancante del romanzo, inspiegabilmente ignorati dai curatori delle varie edizioni di “Petrolio”, dal 1992 a oggi. Se avessero rispettato la volontà dell’autore non sarebbe stata sostenibile la lettura a sfondo sessuale che si dette al momento dell’uscita del libro e che ancora oggi resiste. Nulla di più falso: Petrolio scava nella mutazione del potere, è un testo profondamente politico, da affiancare ai coevi Scritti corsari.

Quale percorso di ricostruzione documentale avete intrapreso per realizzare la vostra indagine?

Ad eccezione di alcuni riscontri orali, le nostre fonti sono pubbliche: atti giudiziari e relazioni di commissioni parlamentari su servizi segreti, stragismo e malaffare… Se si vuole che una verità non emerga occorre parcellizzarla, noi invece abbiamo messo tutto in relazione, accostando i vari tasselli: se ne ricava la storia “altra” di un Paese, l’Italia, pervasivamente a democrazia limitata. Un doveroso riconoscimento spetta all’inchiesta di Vincenzo Calia sull’assassinio di Enrico Mattei. Indagando sulle trame petrolifere legate all’assassinio del presidente dell’Eni, il magistrato segnalò alcune fonti di Petrolio, in particolare Questo è Cefis. L’altra faccia dell’onorato presidente, uno strano libro su Eugenio Cefis, il presunto capo occulto della P2, uscito nel 1972 e subito fatto sparire. Da questo libro Pasolini copia interi passi, facendone la parafrasi in “Petrolio”.

Qual è secondo voi la principale verità negata sul caso Pasolini?

Che Pasolini negli ultimi tempi aveva preso di mira Cefis, tanto da farne un personaggio-chiave di Petrolio, accusandolo dell’omicidio di Mattei e di altri reati legati sia al suo ambiguo passato partigiano sia all’immenso impero privato, accumulato con capitale pubblico mentre era presidente dell’ Eni e poi di Montedison. Se avessero ucciso un magistrato o un giornalista che stava conducendo un’inchiesta sarebbe venuto a chiunque lo scrupolo di controllare se in ciò che stava preparando, e che gli è stato impedito di finire  e di divulgare, non ci fosse qualcosa che desse fastidio a qualcuno di molto potente. Invece nel caso di Pasolini questo nesso è stato addirittura occultato. Petrolio è stato pubblicato ben 17 anni dopo l’omicidio, quando ormai i processi si erano conclusi, e per di più mutilo dei discorsi di Cefis  e del capitolo “Lampi sull’Eni”.

Qual è stata per voi la principale responsabilità degli intellettuali italiani nel “gestire” l’eredità di Pasolini?

Molti degli intellettuali amici di Pasolini sapevano che stava indagando e scrivendo su Cefis, ma tacquero. Sapevano che Pelosi e Pasolini si frequentavano da tempo ma tacquero. Sapevano che Pasolini aveva subito un furto delle pellicole di Salò ma tacquero. Eppure avevano voci autorevoli che sarebbero state ascoltate se avessero fatto una dichiarazione pubblica, mentre tutti, giornali e tv, raccontavano la storiella dell’omosessuale ucciso in una rissa da un diciassettenne rimorchiato quella notte stessa. Poi c’è la responsabilità degli eredi e dei filologi che hanno acconsentito a pubblicare Petrolio senza i discorsi di Cefis, che pure erano tra le carte di Pasolini. Così, quando Petrolio uscì, molti poterono sostenere, e qualcuno ancora oggi lo fa,  che parlava della sessualità masochista del suo autore. C’è stato quindi anche un depistaggio filologico, oltre a quello sulle indagini. Ma la responsabilità più grande, che coinvolge tanti  intellettuali italiani, è di aver creduto, senza nessuno scrupolo, alla storiella dell’omicidio per sesso, e di averla anzi accreditata con tutti quei discorsi sulla “morte sacrificale” del poeta, sulla sua “bella morte omosessuale”. Questa estetizzazione dell’omicidio è stata come una pietra messa sopra alla verità.

Vi pongo la domanda in maniera diretta: Chi ha ucciso Pasolini? Per voi Cefis è tra i possibili mandanti?

Come per l’uccisione di Aldo Moro, la datata verità giudiziaria sul massacro di Pasolini appare sempre più lontana da quella storica. Oggi sappiamo che non fu Pelosi, pur presente, a ucciderlo, ma un branco di almeno sette persone composto da fascisti e criminali; conosciamo anche i nomi di alcuni di loro. Nulla però si sa dei mandanti, della sovrastante scala di comando che ordinò l’agguato. Pasolini, come Mino Pecorelli (altro giornalista assassinato), era ormai a conoscenza di verità scottanti su stragismo di Stato, su massoneria deviata (all’imberbe Pelosi la P2 fece promesse e mise gratuitamente a disposizione l’avvocato Rocco Mangia), su burattini fascisti, manovali della malavita, burattinai atlantici e filo-atlantici, e cioè sulla caratura criminale del potere, un “patto” già riscontrabile in alcune oscure pagine della lotta di liberazione, in Val d’Ossola così come in Friuli (il fascismo dell’antifascismo, direbbe Pasolini). Lo stesso mondo, le stesse persone che sempre più lo scrittore corsaro incalzava nei suoi sin troppo espliciti articoli sul Corriere della Sera nonché nell’affondo che si accingeva a pubblicare in Petrolio; e così l’hanno fermato.

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Il meglio di Pagina3: settimana dal 4 all’8 febbraio https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-4-8-febbraio/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-4-8-febbraio/#comments Fri, 08 Feb 2013 14:26:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12953 Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di febbraio è Vittorio Giacopini. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. 

Lunedì 4 febbraio:

 Altro che giovani schizzinosi, metà dei laureati cambia città. Con la valigia in mano per trovare lavoro. Articolo di Corrado Zunnino, la Repubblica, p. 21.

 Nascita e sviluppo della e-mail. Una chiocciolina che ha fatto storia. Articolo di Vincenzo Grienti su instoria.it

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di febbraio è Vittorio Giacopini. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. 

Lunedì 4 febbraio:

 Altro che giovani schizzinosi, metà dei laureati cambia città. Con la valigia in mano per trovare lavoro. Articolo di Corrado Zunnino, la Repubblica, p. 21.

 Nascita e sviluppo della e-mail. Una chiocciolina che ha fatto storia. Articolo di Vincenzo Grienti su instoria.it

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è My Heart Stood Still nell’interpretazione di Elmo Hope

 

Martedì 5 febbraio:

 “Primavere arabe, la Rete non basta”. Parla Khaled Fouad Allam. Articolo di Alessandro Zaccuri, Avvenire, p. 23.

 Italia, difenditi come fa la Francia. Appello per la lettura e le biblioteche di Jacques Le Goff su la Repubblica, p. 49.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è  Nice Work If You Can Get It di Gershwin, nell’esecuzione di Bud Powell

 

Mercoledì 6 febbraio:

 Un nuovo manifesto di Ventotene. Librerie indipendenti, ultima spiaggia. Articolo di Fabio Masi su doppiozero.com

 Pasolini, la pista del petrolio. La tesi sulla morte dello scrittore nel libro di Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti. Articolo di Paolo di Stefano, Corriere della Sera, p. 33.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Kind of Dukish, un classico di Duke Ellington nell’interpretazione di Jason Moran

 

Giovedì 7 febbraio:

 Controinformazione. La web tv è degli operai. Nasce la pugliese Net-uno che ora segue tutte le vertenze. Articolo di Gino Martina, l’Unità, p. 17.

 Il segreto del successo? Essere bravo. A copiare. Così sostiene Austin Kleon, un creativo americano. Articolo di Nino Materi, il Giornale, p. 19.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Dat Dere, un brano di Benny Green

 

Venerdì 8 febbraio:

 Candidati, sostenete la lettura. Articolo di Andrea Camilleri, La Stampa, p. 29.

• Il paradiso necessario. Intervista al filosofo francese Hadjadj di Lorenzo Fazzini, Avvenire, p. 23.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Shake a Lady di Ray Bryant

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