Giovanni Nistri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giovanni-nistri/ un blog di approfondimento culturale Tue, 30 Dec 2014 00:14:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giovanni Nistri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giovanni-nistri/ 32 32 Perché difendo la chiusura di Pompei a Capodanno https://minimaetmoralia.it/arte/perche-difendo-la-chiusura-di-pompei-a-capodanno/ https://minimaetmoralia.it/arte/perche-difendo-la-chiusura-di-pompei-a-capodanno/#comments Tue, 30 Dec 2014 06:00:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24872 Questo intervento è apparso su la Repubblica. (Fonte immagine)

Siamo davvero un Paese singolare: da tre giorni infuria la polemica sugli scavi di Pompei chiusi a Natale e a Capodanno (e il primo maggio: come tutti gli altri musei e siti monumentali statali italiani)

E allora? Il Louvre chiude il 1° gennaio, il primo maggio, l'11 novembre (armistizio della Grande Guerra) e il giorno di Natale. Il British Museum chiude il 24, 25, 26 dicembre e il Venerdì Santo. Il Metropolitan di New York è chiuso a Natale e a Capodanno, oltre che nel giorno del Ringraziamento e il primo lunedì di maggio. Si potrebbe continuare a lungo: notando anche che moltissimi grandi musei del mondo chiudono anche un giorno ogni settimana (il Louvre di martedì), mentre Pompei è aperta sempre, 362 giorni all'anno.

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Questo intervento è apparso su la Repubblica. (Fonte immagine)

Siamo davvero un Paese singolare: da tre giorni infuria la polemica sugli scavi di Pompei chiusi a Natale e a Capodanno (e il primo maggio: come tutti gli altri musei e siti monumentali statali italiani)

E allora? Il Louvre chiude il 1° gennaio, il primo maggio, l’11 novembre (armistizio della Grande Guerra) e il giorno di Natale. Il British Museum chiude il 24, 25, 26 dicembre e il Venerdì Santo. Il Metropolitan di New York è chiuso a Natale e a Capodanno, oltre che nel giorno del Ringraziamento e il primo lunedì di maggio. Si potrebbe continuare a lungo: notando anche che moltissimi grandi musei del mondo chiudono anche un giorno ogni settimana (il Louvre di martedì), mentre Pompei è aperta sempre, 362 giorni all’anno.

Insomma, dall’elenco dei mille veri scandali del povero patrimonio culturale italiano possiamo depennare almeno questa polemichetta natalizia, tristanzuola e provinciale. La netta sensazione è che anche in questo caso abbia colpito la proverbiale pigrizia della macchina italiana dell’informazione: lo ‘scandalo Pompei’ è ormai diventato come le ‘bombe d’acqua’, il ‘bollino rosso’ sui giorni del rientro e altri topoi di larghissimo consumo. Luoghi comuni che ci sollevano dall’ingrato compito di pensare. E invece si parla pochissimo del fatto che a Pompei sono appena state riaperte dodici domus, e che finalmente funziona la governance formata dal generale Giovanni Nistri, a capo del Grande Progetto, e da Massimo Osanna, a capo della Soprintendenza Speciale.

Naturalmente Pompei non è il migliore dei mondi possibili: basta notare che per trovare gli orari dei musei stranieri che ho citato in apertura ho impiegato 4 minuti in tutto, mentre il sito web di Pompei dice che gli scavi sono aperti «tutti i giorni», senza menzione dei tre sacrosanti giorni di chiusura. E questo, sì, che è uno scandalo: e si vorrebbe tanto un ministro per i Beni culturali meno attratto da twitter e più dedito a curare gli spettrali siti internet del nostro patrimonio.

Ma sgolarsi sullo ‘scandalo di Pompei’ permette di rimanere alla top ten del patrimonio, cioè a quei pochi luoghi che fanno notizia qualunque cosa se ne scriva. E di rimanere comodamente seduti in poltrona, attaccati alla rete e senza guardare al di là del proprio naso. Per rimanere in Campania chi si pone, per non fare che un esempio, il problema clamoroso del Rione Terra di Pozzuoli? Una città romana estesissima, a tratti ancora più conservata di Pompei e che culmina spettacolarmente nel tempio marmoreo di Augusto, trasformato in cattedrale.

Una città in gran parte recuperata grazie alla competenza e all’abnegazione dell’archeologa Costanza Gialanella: ma mai aperta al pubblico per l’incapacità e il disinteresse della Regione Campania, che pure ha finanziato il restauro. E che dire delle duecento (!) chiese monumentali del centro di Napoli, completamente chiuse e inaccessibili da decenni, spesso dal terremoto del 1980? L’elenco sarebbe infinito, e coprirebbe tutta l’Italia. Perché il nostro è davvero un patrimonio negato: ma non per i tre giorni in cui Pompei chiude. Siamo seri.

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Cultura, decreto in chiaroscuro https://minimaetmoralia.it/arte/decreto-art-bonus/ https://minimaetmoralia.it/arte/decreto-art-bonus/#respond Thu, 29 May 2014 13:00:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21084 Pubblichiamo un articolo di Tomaso Montanari uscito sul Fatto quotidiano il 24 maggio. Vi segnaliamo che domani, venerdì 30 maggio, Tomaso Montanari sarà a Ivrea per inaugurare il festival La grande invasione  con l'incontro Istruzioni sull'uso del passato e del futuro. Ivrea tra Olivetti e Unesco.

Luci e ombre nel decreto legge sulla cultura e il turismo approvato giovedì dal Consiglio dei Ministri. Un decreto di cui siamo costretti a parlare in base a schemi e riassunti diramati dallo stesso Ministero per i Beni culturali, o su vecchie versioni (come quella inviata il 14 alle Regioni). Già, perché il decreto, di fatto, non esiste: l'ufficio legislativo del Ministero per i Beni culturali lo sta ancora scrivendo. E uno si chiede come funzioni la collegialità di questo governo, e come il Quirinale possa accettare una simile prassi. Il perché di questa fretta è fin troppo ovvio: le elezioni.

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Pubblichiamo un articolo di Tomaso Montanari uscito sul Fatto quotidiano il 24 maggio. Vi segnaliamo che domani, venerdì 30 maggio, Tomaso Montanari sarà a Ivrea per inaugurare il festival La grande invasione  con l’incontro Istruzioni sull’uso del passato e del futuro. Ivrea tra Olivetti e Unesco.

Luci e ombre nel decreto legge sulla cultura e il turismo approvato giovedì dal Consiglio dei Ministri. Un decreto di cui siamo costretti a parlare in base a schemi e riassunti diramati dallo stesso Ministero per i Beni culturali, o su vecchie versioni (come quella inviata il 14 alle Regioni). Già, perché il decreto, di fatto, non esiste: l’ufficio legislativo del Ministero per i Beni culturali lo sta ancora scrivendo. E uno si chiede come funzioni la collegialità di questo governo, e come il Quirinale possa accettare una simile prassi. Il perché di questa fretta è fin troppo ovvio: le elezioni.

Occorreva scrivere qualcosa sotto la voce ‘cultura’ nel dossier che raccoglie i risultati, veri o presunti, del governo: e i soldi che (giustamente) arrivano al Maggio Musicale Fiorentino servivano a Dario Nardella prima, e non dopo, domenica. Ciò detto, il decreto dimostra la buona volontà di Dario Franceschini: e, dato il governo in cui siede, non è una notizia da poco.

Il cosiddetto Art Bonus (propagandato da un pacchianissimo logo composto dalle firme di grandi artisti) è la vera novità. Esso prevede un credito d’imposta del 65 % in tre anni per chi fa donazioni per «interventi di manutenzione, protezione e restauro di beni culturali pubblici, Musei, siti archeologici, archivi e biblioteche pubblici, Teatri pubblici e Fondazioni lirico sinfoniche». Se funzionerà, aumenteranno finalmente i fondi per la cultura. Si può notare che alla fine ci sarà ovviamente un minor gettito per il fisco, e dunque tanto valeva stanziare direttamente i denari che servivano per la manutenzione del patrimonio, senza dover dipendere dalla generosità dei singoli. E si può notare che sarebbe stato meglio prevedere una detrazione, e al 100% (come negli Stati Uniti, sempre invocati): ma è importante è aver affermato il principio.

I 50 milioni in più concessi al fondo per le Fondazioni liriche che risanano i loro bilanci è un’altra buona notizia. Sono spiccioli, ma sono particolarmente di sinistra, i 3 milioni annui che andranno «a finanziare progetti di attività culturali, elaborati da enti locali nelle periferie urbane». Ed era ora che si permettesse di fare nei musei tutte le foto che uno vuole, purché «con modalità che non comportino alcun contatto fisico con il bene, né l’esposizione dello stesso a sorgenti luminose».

Quelle che lasciano, invece, molto perplessi sono le misure sulla struttura del Ministero. Confermando tutti coloro che avrebbe invece potuto rimuovere, Franceschini ha perso l’occasione di operare un radicale rinnovamento della struttura apicale: ma nel decreto egli imbocca l’infausta strada dei commissariamenti. E non ha senso procedere per misure eccezionali e contemporaneamente mummificare la struttura centrale: c’è bisogno che la macchina funzioni con regole ordinarie, e non violando sistematicamente queste ultime. Al Direttore generale di Pompei vengono attribuiti «poteri commissariali», e questa è una pessima idea. L’ultimo commissariamento di Pompei ha prodotto una serie di disastri (tra i quali la cementificazione del Teatro Grande) e uno strascico di processi. E l’Expo insegna che i poteri eccezionali in fatto di appalto generano corruzione: ora il direttore generale di Pompei è l’integerrimo generale dei carabinieri Giovanni Nistri, nominato da Massimo Bray, ma domani? E il posto di vicedirettore è ora vacante: e a questo punto la scelta sarà pesantissima. Stesso discorso vale per la Reggia di Caserta: quello che nelle prime bozze del decreto era un segretario generale ora è diventato (salvo varianti dell’ultima ora) un commissario senza se e senza ma.

Infine, l’inevitabile cedimento all’odio di Renzi contro le soprintendenze: il decreto impone la figura del mitico manager nei poli museali presenti e futuri. Per capire bene come funzionerà bisognerà leggere l’articolato: nello schema si dice che il manager avrà «specifiche competenze gestionali e amministrative in materia di valorizzazione del patrimonio culturale». Il che potrebbe voler dire che deciderà quali mostre fare, con immaginabili disastri culturali. È un pessimo passo, ma non è (ancora) la strage voluta da Renzi: sarà per questo che, in un tweet, il presidente del Consiglio ha definito il decreto solo «molto interessante», invece che usare uno dei superlativi che di solito riserva alle proprie gesta.

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