Giovanni Raboni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giovanni-raboni/ un blog di approfondimento culturale Wed, 17 Jul 2024 09:37:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giovanni Raboni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giovanni-raboni/ 32 32 Giovanni Raboni e il calcio https://minimaetmoralia.it/libri/giovanni-raboni-e-il-calcio/ https://minimaetmoralia.it/libri/giovanni-raboni-e-il-calcio/#respond Wed, 17 Jul 2024 09:22:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53951 C’è una lunga storia di pallone, Milano e poesia, di calcio e dei poeti milanesi. A chi, come me, a Milano ci era arrivato non per nascita, ma per scelta, per destino, o come ci pare, sono state raccontate, descritte nei dettagli, a volte con eccessiva enfasi, mirabili domeniche allo stadio, partite svoltesi prima della […]

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C’è una lunga storia di pallone, Milano e poesia, di calcio e dei poeti milanesi. A chi, come me, a Milano ci era arrivato non per nascita, ma per scelta, per destino, o come ci pare, sono state raccontate, descritte nei dettagli, a volte con eccessiva enfasi, mirabili domeniche allo stadio, partite svoltesi prima della guerra e altre di rinascita, di nuove speranze, nel dopoguerra. Era tutto un chi teneva per chi, e cosa significava per quel poeta tenere per l’Inter o per il Milan. Milo De Angelis, milanista, mi ha sempre detto che le poesie più belle sul calcio le ha scritte Franco Loi, altro milanista.

È indubbio che i testi in dialetto scritti da Loi sul calcio sono in grado di commuoverti mentre ti proiettano in un tempo che non esiste più, «tutto in bianco e nero, se Dio vuole», scriverebbe proprio Giovanni Raboni, forse pensando a quelle poesie di Loi o forse pensando alla sua prima volta allo stadio, vissuta da bambino, insieme al padre e a Livio, i fratello più grande, quando sentì la scintilla, la passione per la squadra nerazzurra che si infilava addosso proprio come una maglia da non sfilarsi più.

Hanno un titolo molto lungo gli scritti sul calcio di Raboni, pubblicati da poco da Mimesis, un titolo che viene da una sua frase: Si è tifosi della propria squadra perché si è tifosi della propria vita. La frase continua e Raboni afferma che si è tifosi di quello che si è stati e di quello che si desidera continuare a essere. Rimanere tifosi della propria vita – e Rodolfo Zucco, curatore di questo volume, forse sarebbe d’accordo – vuol dire anche ritornare per sempre al luogo in cui si è giocata la prima partita, perché è quella che ci ha resi quelli che siamo. Il calcio è un gioco, e la passione e l’amore per questo gioco restano inspiegabili, non se lo spiega (anche se ci prova) Raboni, non se lo spiega (pur avendoci provato) Vittorio Sereni.

Il volume è una vera chicca, al suo interno ci sono articoli, considerazioni, interviste e, naturalmente, le poesie sul calcio di Giovanni Raboni, la formidabile e indimenticabile Zona Cesarini, il sonetto per Roberto Baggio, forse meno noto, ma con un paio di passaggi meravigliosi. Il sonetto chiude con «l’imponderabile Baggio», e, anche se non conoscessimo i versi precedenti non potremmo che essere d’accordo con Raboni, Baggio è stato imponderabile, tra le altre cose, come i misteriosi, come certe poesie, come i fuoriclasse. La poesia più bella di Raboni sul calcio è quella dedicata al fratello Livio, inclusa in Barlumi di storia che è sempre bello riportare per intero.

«Vivi, io e te, per quanto? Non facciamola,
non ha senso questa domanda. Vivi
finché è stasera, fino a quando
continua sullo schermo la partita
e ancora si può sperare che uno
dei nostri, magari in extremis,
magari nei minuti di recupero,
riesca a segnare. Non c’è tempo
che non sia questo tempo
qui dove siamo, nella casa
che è la tua casa e che ogni tanto
la domenica sera
diventa anche la mia casa,
in questo labirinto
di secondi dove tu mi precedi
dei soliti quattro anni e cinque mesi
che una volta davano le vertigini
(tu un ragazzo e io un bambino
tu un padre e io ancora un figlio)
e adesso non sono più niente
meno della durata di un’azione
meno del tempo che ci vuole
a un mediano di spinta
per raggiungere l’area di rigore».

(a mio fratello nell’ultimo inverno)»

In questa poesia, Giovanni Raboni è al suo meglio, i versi sono retti da un equilibrio perfetto, tra la vita, la partita, il tempo, la morte a un passo. Una meraviglia. Questa poesia, come tutto il libro, fa venire nostalgia per una stagione non conosciuta. Raboni per molti anni andava allo stadio con Vittorio Sereni – si legga una poesia incantevole che inizia con «Allo stadio andavamo presto» – di quell’andare plurale facevano parte Sereni e Raboni, che si avviavano presto, partecipavano al rito, allungavano il rito, con le partite dei ragazzini che anticipavano la partita di Serie A. Dopo la morte di Sereni, Raboni allo stadio quasi non ci è andato più, e questo è un aspetto che ha a che fare, oltreché col calcio e con il tifo, con la poesia. Ho sempre pensato che quei due poeti, mentre andavano a San Siro, scrivevano, muovevano qualcosa insieme ai passi, che aveva a che fare con l’amicizia e con qualche poesia a venire.

Il calcio, i rituali, l’Inter. Raboni dice di aver amato maggiormente le stagioni nelle quali la squadra è stata in difficoltà, quasi sul baratro della retrocessione, quando fu salvata dal ritorno di Meazza, che ormai non correva più ma metteva ancora la palla dove voleva. Per Raboni, il calcio, col passare degli anni, non può essere definito né più bello né più brutto, ma è solo «qualcosa che continua ad accadere», e in quel continuare, sempre uguale sempre diverso, si perpetua l’interesse delle persone, come quello del poeta milanese.

Raboni amante di Ronaldo il fenomeno, di Moriero, di Adriano, felice dell’Inter di Herrera ma, in quel caso, non innamorato. Raboni che trova i calciatori moderni poco interessanti al di fuori del campo da gioco. Alle domande su quali di questi vedrebbe bene raccontati in un film, risponde Maradona, poco più avanti, risponde Baggio. Sono d’accordo.

Il tifo per Raboni non è tanto parteggiare quanto aderire. Si sta in un tempo e in quel tempo si sta con la propria squadra del cuore, che è una, una soltanto e una sarà sempre. Non amava le partite trasmesse in televisione, le subiva, ma non poteva farne a meno, diceva che ti trovavano quasi a tradimento, nella tua intimità, tra i libri e il divano.

Raboni marca anche una profonda differenza tra tifo e passione per il calcio. Per quanto riguarda il gioco, era capace di vedere anche le partite del campionato svizzero (chissà cosa avrebbe detto oggi dopo questi Europei deludenti), quelle a cinque, a sei dei ragazzini, del resto, come lui ha raccontato e come leggiamo anche qui, nell’introduzione di Zucco, proprio guardando i ragazzi giocare a pallone, oltre il vetro della finestra di casa, ha pensato, si è sentito spinto a voler essere un poeta: «Mi sembrava che una poesia fosse un vetro attraverso il quale si potevano vedere molte cose […] e che il vetro fosse trasparente […] che mi isolasse, mi difendesse. I giochi erano al di là del vetro, mentre io ero di qua».

Insomma, tra poesia e calcio c’è una lunga storia, esistono tante belle poesie e passeggiate e domeniche appassionate e deludenti e rivalità e amicizie profonde. Milo De Angelis che ha scritto bellissime poesie sul calcio, ed è uno dei maggiori esperti di questo sport che io conosca: ricorda le partite, i singoli e così rari gesti meravigliosi (come Raboni), ricorda i brocchi, così come li ricorda Raboni, in una poesia che amo molto ha scritto: «Sono soltanto tre, posso dirtelo, le regole del bene, / soltanto tre: portare il pallone nel soffio / della prima altalena, portare ogni dribbling in un balletto / astrologico, trovare in una stella / l’attimo giusto per il calcio di rigore». Mi piace dedicare e, in un certo senso mandare, anche se non so bene dove, questi tre versi a Giovanni Raboni, che gli arrivino come un dribbling in un balletto astrologico, portati dal soffio di un’altalena, la prima, che trovino – adesso che sono quasi vent’anni dalla sua morte, e ci manca moltissimo – in una stella, la sua, l’attimo giusto – ammesso che esista – per il calcio di rigore.

 

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Vivere nella “Recherche”. Giovanni Raboni e Marcel Proust https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/vivere-nella-recherche-giovanni-raboni-e-marcel-proust/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/vivere-nella-recherche-giovanni-raboni-e-marcel-proust/#comments Mon, 08 Jun 2015 13:30:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27208 di Matteo Moca

Roland Barthes, in una discussione sulla Recherche con Gilles Deleuze e Gérard Genette, parla dell'opera di Proust come di un tipo di testo che può soltanto indurre idee di ricerca e non delle ricerche vere e proprie; è la sostanza straordinaria e peculiare che la compone a renderla oggetto di desiderio per il critico ma anche, nello stesso momento, a consegnargli il rischio di una conclusione che mai potrà dirsi realmente tale, che anzi non si assesterà mai in una posizione definitiva, ma si muoverà sempre in una continua tensione di ricerca.

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raboni

di Matteo Moca

(fonte immagine)

Roland Barthes, in una discussione sulla Recherche con Gilles Deleuze e Gérard Genette, parla dell’opera di Proust come di un tipo di testo che può soltanto indurre idee di ricerca e non delle ricerche vere e proprie; è la sostanza straordinaria e peculiare che la compone a renderla oggetto di desiderio per il critico ma anche, nello stesso momento, a consegnargli il rischio di una conclusione che mai potrà dirsi realmente tale, che anzi non si assesterà mai in una posizione definitiva, ma si muoverà sempre in una continua tensione di ricerca.

Sembra che anche i saggi di Raboni raccolti in questo volume intitolato La conversione perpetua e altri scritti su Marcel Proust (pubblicato da MUP Editore), sottostiano, pur nella loro peculiarità, a questa legge enunciata da Roland Barthes. Peculiarmente perché Raboni ha vissuto gran parte della sua vita al fianco dell’opera di Marcel Proust da lettore ma anche, e forse soprattutto, da traduttore. E questi saggi stanno a dimostrare il lavoro di immersione di Raboni all’interno dell’opera proustiana, il suo studio di tutti gli aspetti che il grande romanzo intrattiene con le altre arti (la musica in particolare, ma anche le arti figurative) e le direttrici che da esso si sono mosse nel corso degli anni (con una particolare attenzione al rapporto con la messa in scena cinematografica del romanzo, a cui sono dedicati gli ultimi tre saggi), consegnando un affresco chiaramente incompleto, ma che comunque rende conto dell’opera di uno dei maggiori e più importanti lettori italiani della Recherche (e tra questi è necessario citare almeno, tra gli altri, Debenedetti, Macchia e Lavagetto).

All’interno di questa raccolta, che copre gli anni che vanno dal 1959 al 2002 ed è stata curata dalla figlia Giulia Raboni, si ritrovano alcuni temi che tornano con particolare insistenza, a dimostrare appunto come queste ipotesi di ricerca, per usare la dicitura barthesiana, abbiano accompagnato tutta la vita di Raboni e l’intero suo percorso critico («ogni tanto ho bisogno di ripetere a me stesso che non c’è libro più grande, perché è il libro al quale ho dedicato una parte considerevole della mia vita» p. 113). Leggendo questi saggi, che come nelle intenzioni della curatrice seguono un andamento omologo a quello della Recherche con il primo che si apre con le parole «per molto tempo» – incipit della Recherche – e con quello di chiusura che rappresenta l’ultimo omaggio di Raboni al suo autore prediletto, ci si addentra nella bottega del traduttore che con molta maestria espone anche i dubbi e le decisioni che ha dovuto prendere nel suo lavoro. Come sottolinea Mario Lavagetto, altro grande lettore di Proust, intervistato nella postfazione da Giulia Raboni, il rapporto che si crea con un libro che accompagna una vita intera è diverso da quello tra un lettore e un qualsiasi testo, ancor più se si tratta di tradurlo. È attraverso questo lavoro che Raboni ha penetrato le costruzioni vertiginose della Recherche, con la lettura lenta che necessita la traduzione (e strana per lui che, in fasi diverse, aveva già letto più volte, anche se non sempre per intero, l’opera di Proust) e con un amore mai sopito che traspira da tutti i saggi qui raccolti, un amore principiato nell’estate del 1950 con il regalo del padre, per la maturità liceale, dell’edizione in quindici volumi dell’opera in francese.

Amare la Recherche significa non averne mai abbastanza, significa che «non c’è una sua pagina, per quanto aurorale, che a leggerla per la prima volta non emozioni, anche se sono già migliaia quelle a cui va ad aggiungersi nel deposito della nostra memoria» (p. 118). Tradurla, farla passare in un’altra lingua, è un atto altrettanto amorevole di riscrittura, una forma estrema di amore che riesce a far rivivere, con le sue lentezze e accelerazioni, il contrappunto tra il tempo lento, labirintico ed infinito della narrazione proustiana e quello precipitoso della vita che sfugge, della paura di non riuscire a portare a termine l’impresa (Raboni racconta, ad esempio, delle notti in cui si svegliava in preda alla paura di non riuscire a concludere la sua opera di traduzione, così come Proust, nella sua corsa contro la morte, si diede ad un lavoro febbrile che lo separò dal mondo). Quello che Raboni sottolinea più volte è come Proust entri nel destino di chi lo legge, di come la lettura delle sue pagine porti alla convinzione dell’esistenza di un rapporto speciale tra la scrittura e la vita di chi lo legge, e di come «le parole rivelino incessantemente noi stessi» (p. 55).

Questi saggi sono inoltre strumento utile per seguire la via che il romanzo ha percorso in Italia, con i riferimenti alla traduzione a più mani di Einaudi (edita nel 1950 con traduttori, tra gli altri, Fortini, Caproni e Sereni) e quella curata dal solo Raboni per i prestigiosi Meridiani Mondadori, uscita nel 1983. Ciò su cui poi più volte si concentra Raboni, è sul metodo differente utilizzato da lui e gli altri traduttori nel portare in italiano l’opera di Proust. Nel bellissimo saggio intitolato Tradurre Proust: dalla lettura alla scrittura, Raboni sottolinea come questo lavoro di traduzione si scontri con almeno due difficoltà macroscopiche derivate da due elementi fondamentali che qualificano l’opera: la prima riguarda la sintassi straordinariamente ampia utilizzata da Proust, la seconda invece l’utilizzo di un lessico molto specifico, puntuale e talvolta anche tecnico. La scelta di Raboni è stata quella, a differenza delle traduzioni più libere fatte precedentemente, di rispettare le caratteristiche dell’originale, di assecondare quanto più possibile la varietà e la ricchezza nomenclatoria di Proust. C’è poi, all’interno di questo saggio, una bellissima descrizione di se stesso durante il lavoro di traduzione, una descrizione che può essere immaginata come un quadro che rappresenti, come una natura morta, il tavolo da lavoro del traduttore: «sfogliare un dizionario, spostarlo, prenderne un altro; sistemare la lampada in modo che illumini contemporaneamente il libro e il quaderno su cui scrivo; ascoltare o, invece, cercare di non sentire il minimo scricchiolio della penna sul foglio, ecc.» (p. 79).

Ma le pagine di Raboni smettono talvolta di essere poetiche, pur mantenendo sempre uno stile sopraffino, per denunciare i lavori sbagliati sul testo di Proust, le manovre commerciali che offuscano il senso dell’opera e gli errori compiuti nelle interpretazioni. È il caso delle parole che Raboni riserva a chi non legge Proust ma ne finge la conoscenza, nello specifico caso del celebre episodio della madeleine a casa di zia Léonie: «come tutti i lettori di Proust sanno e come, purtroppo, cominciano a sapere per sentito dire anche molti che non hanno mai letto Proust e forse non lo leggeranno mai» (p. 57). È difficile non essere d’accordo con Raboni, anche perché i suoi appunti non sono dovuti ad uno spirito snobistico ed elitario sulla lettura di Proust ma ad una giusta conoscenza del testo, simbolo di un amore verso l’opera che non accetta mistificazioni o semplificazioni di chi non la ha letta e ne vuole ugualmente parlare. È anche da questo punto di vista che si spiegano i dubbi e le incertezza di Raboni sui tentativi di trasposizione cinematografica della Recherche, rintracciabili nei saggi che chiudono il volume, dedicati alle sceneggiature scritte che non si sono mai trasformate in film (risaltano quelle di Visconti fatta da Suso Cecchi D’Amico, quella di Pinter per Joseph Losey e quella di Flaiano). Anche in questo caso l’impossibilità di un film sulla Recherche è dovuta all’irriducibilità dell’opera che, come nel caso di Visconti, non può essere ridotta solo ad alcuni degli aspetti della storia, perché si creano dei vuoti di significato che non fanno che rendere incomprensibile la vicenda, consegnando allo spettatore «una Recherche da camera o addirittura da taschino», creando un prodotto che assume la forma del matrimonio manzoniano che «non s’ha da fare».

Uno dei saggi più belli è quello dedicato al doppio “pellegrinaggio” di Raboni nei luoghi del romanzo proustiano: il primo in cui Illiers era ancora Illiers e non, come nel secondo viaggio, aveva aggiunto al suo nome quello della cittadina immaginaria della Recherche Combray, creando una sorta di feticcio turistico. Oltre però l’evidenza di questa mossa ingiusta, si avverte l’emozione di Raboni nel calcare i luoghi proustiani di persona, di vedere il cancello che attraversava Swann e la cucina di Françoise, con la consapevolezza di non stare compiendo nulla di diverso rispetto «alla visita che un fedele compie al Santuario di Loreto sapendo benissimo (senza che questo privi di senso o faccia sbiadire la sua fede) che nessuna casa della Madonna può essere trasportata in volo da nessuna suadriglia di angeli» e che quindi, alla fin dei conti, il mondo di Proust e ciò che è raccontato può «essere riconosciuto soltanto lì, nelle sue pagine, nelle sue parole» (p. 62).

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Bartolo Cattafi a trentacinque anni dalla sua morte https://minimaetmoralia.it/poesia/bartolo-cattafi/ https://minimaetmoralia.it/poesia/bartolo-cattafi/#comments Tue, 15 Apr 2014 14:44:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19811 Questo pezzo è uscito sul numero di marzo della rivista Poesia.

di Diego Bertelli

Trentacinque anni rappresentano un arco di tempo sufficientemente adeguato per fare (o rifare) un bilancio, specie nel caso di un poeta come Bartolo Cattafi. Al di là di un consenso quasi dovuto e con l’eccezione di alcuni casi rari, il riconoscimento nei suoi confronti è stato sempre sommesso, se non sospettoso, anche in tempi recenti. Andrea Inglese, in un suo intervento apparso nel 2008 su «Nazione Indiana», ha descritto in modo eloquente questo atteggiamento riferendosi nello specifico agli anni Novanta, quando la diffidenza nei confronti del poeta raggiunge uno dei suoi momenti più espliciti: «Cattafi era conosciuto da tutti, ma nessuno ne parlava. Se proprio se ne doveva parlare, se ne parlava bene, ma per subito passare ad altro». Pensando alla stolida maniera in cui il poeta è stato «ideologicamente» ridotto ai minimi termini viene in mente la parte conclusiva di una battuta salace di Leo Longanesi: «uno stupido è uno stupido, due stupidi sono due stupidi, ma diecimila stupidi sono una forza storica».

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cattafi

Questo pezzo è uscito sul numero di marzo della rivista Poesia.

di Diego Bertelli

Trentacinque anni rappresentano un arco di tempo sufficientemente adeguato per fare (o rifare) un bilancio, specie nel caso di un poeta come Bartolo Cattafi. Al di là di un consenso quasi dovuto e con l’eccezione di alcuni casi rari, il riconoscimento nei suoi confronti è stato sempre sommesso, se non sospettoso, anche in tempi recenti. Andrea Inglese, in un suo intervento apparso nel 2008 su «Nazione Indiana», ha descritto in modo eloquente questo atteggiamento riferendosi nello specifico agli anni Novanta, quando la diffidenza nei confronti del poeta raggiunge uno dei suoi momenti più espliciti: «Cattafi era conosciuto da tutti, ma nessuno ne parlava. Se proprio se ne doveva parlare, se ne parlava bene, ma per subito passare ad altro». Pensando alla stolida maniera in cui il poeta è stato «ideologicamente» ridotto ai minimi termini viene in mente la parte conclusiva di una battuta salace di Leo Longanesi: «uno stupido è uno stupido, due stupidi sono due stupidi, ma diecimila stupidi sono una forza storica».

È fuor di dubbio che a vincere storicamente nei confronti del poeta è stata una certa ottusità, specie da parte di chi riconosceva nel cosiddetto «impegno» la sola ragione della poesia. Si tratta di una questione che, nonostante l’atteggiamento nonchalant spesso ostentato da Cattafi, lo ha preoccupato molto. Basta aprire i diari del poeta per averne la conferma. Dalle telefonate e dagli scambi riportati per iscritto in quelle pagine, si evincono con chiarezza le ragioni che sovente hanno portato a slittamenti significativi nella pubblicazione delle sue raccolte: da una parte, una certa ripetività tematica; dall’altra, l’assenza di «nuove problematiche». La mancata organicità di Cattafi come intellettuale è apparsa, in più di una circostanza, una colpa inespiabile, come se fosse stato necessario per lui dimostrare ciò che ad altri poeti non era stato chiesto di dimostrare. Il (pre)giudizio ha pesato anche sulla valutazione della sua lingua poetica, che è divenuta il luogo privilegiato di una riprova evidente: quella dell’assenza della storia.

Se pensiamo alla fitta trama di nomi della critica letteraria successiva al dopoguerra, spicca quello di Luigi Baldacci, che insieme a Vittorio Sereni e Giovanni Raboni, ha cercato sempre di evitare che la poesia di Cattafi finisse per essere vista soltanto come una germinazione dell’esperienza tardo-ermetica. Raboni, in particolare, ha discusso opportunamente la questione dei rapporti tra linguaggio poetico e storia nell’introduzione alle Poesie (1943-1979): «Altri autori della sua generazione potranno esserci sembrati, via via, più “attuali”, più ricettivi o tempestivi di Cattafi nel cogliere e registrare gli umori e i colori dell’epoca; ma nessuno, a mio parere, offre le stesse garanzie di durata o appare già adesso così inalterabilmente leggibile. Se esiste, come è probabile, un prezzo da pagare per figurare nell’immediato […] quali “interpreti” o “testimoni” del proprio tempo, credo proprio che Cattafi si sia sempre, con tranquilla alterigia, rifiutato di pagarlo; ciò che ha unicamente inteso e saputo interpretare (e testimoniare, e infaticabilmente ripetere) è il gesto essenziale, primordiale, la funzione primaria e […] “indisponibile” della poesia; e non è dunque il caso di sorprendersi se i suoi testi, col passare degli anni, sembrano acquistare in freschezza o addirittura in novità mentre quelli di autori suoi coetanei […] si asciugano e si screpolano sino a farsi inopinatamente indecifrabili e muti».

Il «prezzo da pagare», di cui parla Raboni, si riferisce senz’altro alla questione della militanza politica. Nonostante la riflessione critica negli ultimi dieci anni abbia fornito sempre maggiori indizi per un’analisi dell’opera di Cattafi che prescindesse dalla valutazione del suo impegno politico, per molto tempo ogni tentativo ufficiale di avvicinamento al poeta siciliano ha visto sopravvivere luoghi comuni, capaci di comprendere in una volta sola vizi ideologici, critici ed editoriali, per farli reagire nella formula esplosiva della scorrettezza.

Sul piano dei valori, è dunque importante chiedersi se certe ubbie ideologiche ancora oggi resistano e se il fraintendimento sostanziale riguardante i rapporti fra la poesia di Cattafi e la storia perduri. Per il fatto stesso di non riconoscersi negli indirizzi di un’ideologia dominante, Cattafi non ha neppure sentito il bisogno di vestire i panni dell’intellettuale engagé. Egli si è confrontatato casomai con la storia secondo una prospettiva tragica e individuale. In particolare, laddove il tema politico può dirsi esplicito, come nella sezione de L’aria secca del fuoco intitolata A dicembre Badoglio, «la piegatura politica di certe sue poesie» va intesa, come spiega Paolo Maccari, nei termini di una «riappropriazione totale non solo dei luoghi ma anche del “tempo” della sua giovinezza».

La strana congiunzione pregiudiziale venutasi a determinare storicamente tra un’indipendenza spesso confusa per qualunquismo destrorso e la svalutazione dell’opera di Cattafi sembra aver raggiunto adesso un punto critico. Considerando nel loro complesso questi ultimi trentacinque anni, la poesia di Cattafi ha subito l’azione di una forza uguale e contraria a quella propulsiva che ha agito sul poeta dopo la morte.

Partiamo proprio dal 1979: nel marzo di quell’anno Cattafi muore all’età di 57 anni. Al suo attivo si contano tredici raccolte poetiche e la prima edizione antologica delle sue poesie, a cura di Giovanni Raboni, nella collana Mondadori dello Specchio. Sempre nel marzo del 1979 Cattafi fa appena in tempo a vedere le bozze del suo ultimo libro pubblicato in vita, L’Allodola ottobrina. Siamo di fronte al compimento di un percorso segnato da una progressione creativa giudicata da molti ipertrofica, specie a partire dal 1972, quando Cattafi riprende a scrivere a distanza di otto anni dalla sua ultima raccolta, L’osso l’anima, del 1964. Dopo L’aria secca del fuoco, infatti, quello di Cattafi è stato un ritorno incessante alla poesia, concentrato e coerente, il quale ha portato, nell’alternarsi anche discontinuo dell’ispirazione, alla pubblicazione di altre quattro raccolte postume, più edizioni di pregio, alcune delle quali fuori commercio, come era già accaduto in vita.

Sembra appunto che questa serie di pubblicazioni non abbia prodotto una complessiva e più adeguata valutazione della sua opera; anzi, quelle pubblicazioni hanno condotto, al contrario, a una sorta di dispersione. Così, dopo l’antologia di Raboni del 1978, la quale ha fatalmente coinciso con l’esclusione di Cattafi dai Poeti del Novecento di Pier Vincenzo Mengaldo, è seguito soltanto un eco editoriale consumatosi nel giro di due decadi, con la prima pubblicazione e la conseguente ristampa di un Oscar Mondadori, Poesie (1943-1979), rispettivamente nel 1990 e nel 2001. Nel frattempo, come ha notato Raoul Bruni in un suo articolo apparso lo scorso settembre su «Alias», Cattafi è divenuto un autore underground e i suoi libri oggi circolano in rete a prezzi spesso esorbitanti.

Il vuoto lasciato da Cattafi nelle librerie e la promessa ormai frustrata di una nuova edizione dell’Oscar (che in ogni caso, nella sua veste tradizionale, vincolerebbe Cattafi alla stessa prospettiva critica degli anni Novanta, oltre che alla stessa selezione testuale) hanno fatto scatenare un caso. Tutto è cominciato a partire da una contromossa necessaria: quella di far circolare su Internet il nome di Cattafi attraverso la creazione di un sito web dedicato al poeta (www.bartolocattafi.it). Una nuova biografia, contenuti multimediali ormai finiti nel dimenticatoio, una bibliografia aggiornata delle opere e della critica, l’aggiunta della sua produzione grafica e la possibilità di scaricare i testi del poeta hanno voluto colmare un vuoto. Così, a partire dalla fine del 2011, il nome di Cattafi ha conosciuto un nuovo e progressivo riconoscimento attraverso la rete.

Ecco perché un volume completo e filologicamente attendibile delle poesie di Cattafi sarebbe adesso un atto dovuto oltre che sperato. Un’edizione critica definitiva completerebbe il lavoro compiuto on-line, evidenziando la complessità di un poeta che ha fatto i conti, sempre e solo a modo suo, con la storia. Tuttavia, in casa Mondadori, non sembra sentirsi per ora l’esigenza di un’operazione del genere. Qualcuno potrebbe avanzare l’ipotesi che ciò dipenda dal fatto che Cattafi è stato e rimane un «minore». Ma se è vero quello che si dice dei minori, ossia che sono utili alla comprensione della poesia perché riflettono lo spirito del loro tempo, allora Cattafi non appartiene assolutamente a quella schiera. Non obbedendo alle regole della militanza politica in virtù di una diversa comprensione della poesia rispetto al tempo storico, Cattafi ha quanto mai bisogno di essere riletto «approfittando» della distanza che si è venuta a creare rispetto ai tempi del cosidetto «impegno». Se il poeta siciliano è figura isolata nel panorama italiano del Novecento che attraversa e supera le due guerre, lo è in quanto rappresenta un unicum per visione ed approccio alla realtà. Inattuale, certo, ma come pochi sanno esserlo, proprio in virtù di una lingua poetica che ha reso sicura, per Baldacci, la sua sopravvivenza postuma.

Come auspicio per una maggiore attenzione e una più giusta collocazione del poeta entro il canone della poesia contemporanea, si ricordi quanto scritto da Carlo Bo proprio trentacinque anni fa, nel 1979: «Quando si tireranno le somme del libro della poesia del Novecento, a Cattafi spetterà un posto privilegiato e, ciò che più conta, ottenuto esclusivamente con le sue forze. Si vedrà che a volte vale assai di più una parola tesa all’assoluto che una fondata sul calcolo e su un’avvilente speculazione delle opportunità. Un caso unico, lo ripetiamo, e sarebbe giusto che tutti ormai lo riconoscessero».

Poesie:

Dal cuore della nave

Così è il sole divelto dallo zenit
corpo stanco in viaggio alla deriva
come la rosea memoria già lontana.
Puoi cogliere dal cuore della nave
alga e antracite, i fiori dell’abisso
gli occhi verdi del prato e del mare,
e qui in petto ho una macchia a sinistra
come di nafta che non lascia il golfo,
in più i simmetrici polmoni, ancora ansiosi e sudati,
quasi due gigli estivi.
Il nostro sangue nel gracile topo
come vibra impazzito, come un intimo uccello
un pensiero irreale
quando il cielo s’approssima e al battello
le campane s’inclinano nel freddo.

(Nel centro della mano, 1951) 

Partenza da Greenwich

Si parte sempre da Greenwich
dallo zero segnato in ogni carta e in questo
grigio sereno colore d’Inghilterra.
Armi e bagagli, belle
speranze a prua,
sprezzando le tavole dei numeri
i calcoli che scattano scorrevoli
come toppe addolcite
da un olio armonioso, in un’esatta
prigione.
Troppe prede s’aggirano tra i fuochi
delle Isole, e navi al largo,
piene, panciute, buone
per essere abbordate dalla ciurma
sciamata ai Tropici
votata alla cattura
di sogni difficili, feroci.

(Partenza da Greenwich, 1955) 

Nel cerchio

Qui nel cerchio già chiuso
nel monotono giro delle cose
nella stanza sprangata eppure invasa
da una luce lontana di crepuscolo
può darsi nasca un’acqua ed una nebbia
il mare sconosciuto e il lido
dove per prima devi
imprimere il tuo piede
calando dalla nave
consueta, transfuga
che il rombo frastorna
in corsa nella mente,
lungo le belle curve di conchiglia.
Sarà prossimo il centro:
là s’appunta il nero
occhio, la nostra
perla di pece sempre in fiamme,
serrata tra le ciglia,
che per un attimo, in un battito ribelle
intacca il puro ovale dello zero.

(Le mosche del meriggio, 1958)

Qualcosa di preciso

Con un forte profilo,
secco, bello, scattante,
qualcosa di preciso
fatto d’acciaio o d’altro
che abbia fredde luci.
E là, sul filo della macchina, l’oltraggio
che più corrode e corrompe più s’oscura.
Un punto da chiarire, sangue
d’uomo, briciola
vile oppure grumo
perenne, blocco di coraggio.

(Qualcosa di preciso, 1961) 

Oggi

Oggi ignorando tutto
di questo giorno,
se d’Avvento o Passione,
ignorando i colori, le pianete,
m’inginocchio nella tua casa
sotto la tenda che portiamo ovunque
per aprirla per chiuderla a tua offesa,
aprirla ancora, nei boschi
in fuga, su secchi, su frangenti,
dal capolinea a un punto della corsa.
Non frugarmi, non chiedere.
Tu sai il perché d’un labbro
che tremando si sporge più dell’altro.
Accoglimi.
Assieme ai pesci sguazzanti all’ingrasso
nell’acqua del Giordano
nella tua conca di marmo,
ai due cani
ringhiosi clandestini
che baruffano nell’angolo più buio
della tua navata.

(L’osso l’anima, 1964) 

Andiamo

Aspettami. Un istante.

Appena il tempo di correre all’emporio

prima che chiuda

all’angolo di fronte.

Fuma leggi bevi

nel frattempo.

Una corda fiammiferi coltello

molti cibi in conserva

pistola con cartucce relative

coperte per i climi inospitali

cloro compresse

da sciogliere nell’acque perigliose

pillole per il cuore

una pila una bussola una mappa

bianca da colmare.

E talismani. Auguri per il cuore

per la noce del collo

l’anima la vita.

Sull’alto sgabello appollaiata

chiuse il giornale

strinse un po’ i ginocchi

che aveva divaricati

sorrise con la bocca

non con gli occhi.

Ti ho aspettato disse

Andiamo.

(L’osso l’anima, 1964) 

Niente 

È questo che porti arrotolato

con cura, piegato

in quattro, alla rinfusa

sgualcito spiegazzato

ficcato ovunque

negli angoli più oscuri.

niente da dichiarare

niente

devi dire niente.

Il doganiere non ti capirebbe.

La memoria è sempre un contrabbando.

(Inedito del periodo de L’osso, l’anima pubblicato da Paolo Maccari in appendice a Spalle al muro. La poesia di Bartolo Cattafi, Firenze, SEF, 2003).

(L’aria secca del fuoco, 1972)

Ribollono le acque

Ribollono le acque
tra Serbia e Croazia
esplosive come la molotov
minerale Radenska
nei sacri fiumi storici
tipo Tevere Senna Tamigi
di Serbia Slovenia Croazia
sussultano i pesci semiallesso
semicombusti dagli scoppi
niente invece ribolle
dove tutto è debole e depresso
se si può si dorme
all’ombra d’un albero macedone
in Montenegro ai piedi d’un macigno
le di solito fresche
acque salate di Dalmazia
ribollono d’orgoglio
se sparsi tra gli scogli spiccano
gli scacchi bianchi e rossi dei Croati…

Sono queste le imprese della Storia
le buone cose che sa combinare
lei che deforma comprime costringe
ad un amaro perverso coacervo
dissimili ed avversi
gatti cani accalappiacani
col collo chiuso nello stesso collare.

(L’aria secca del fuoco, 1972) 

Dovunque

A volte nel rifugio del mio angolo
credo di metterti in quel muro
o in quell’altro
che nell’angolo s’incontrano
mai invece potrò metterti in mostra
o coi modi invisibili del cuore
in un posto portarti
sei in me e dovunque
come un salnitro
da gran tempo abiti anche i muri.

(Il buio, 1973)

Proposta

Ora che siamo seduti tutti in giro
la mia proposta è di toglierci la faccia
e tagliarla a strisce
magari intesserla
farne una fresca stuoia
per il nostro riposo
lontano dal gioco delle parti
da una trama febbrile
tracciare i segni del vuoto e del silenzio.

(La discesa al trono, 1975)

La discesa al trono

Non è una pausa di riflessione
è un raccogliere forze
ed elemosine
seduti a sommo delle scale
prima d’intraprendere
la discesa al trono
e tutto profondere
al fondo roccioso
aspro inebriante della disperazione.

(La discesa al trono, 1975) 

A mio padre

Moristi nel marzo ventidue
non ti conobbi nacqui
quattro mesi dopo
per te lontano inerte sconosciuto
la mia pietà s’inceppa
un amore astratto
mi mette in moto fredde fantasie
parto dalle zone scure della foto
occhi baffi capelli color seppia.

(18 dediche, 1978)

A Elisabetta

Quando piange mia figlia
piccola mente informe
penso a fate sbranate
a nuvole squarciate
a un’accorata veggente.

(18 dediche, 1978)

Al momento giusto

Queste quattro cose quadrate
bigie sfilacciate di buon senso
vecchie di anni e anni
a mo’ di busta chiuse
con l’automatico
mettile a notte dove vuoi
da loro colerà miele selvatico
si muoveranno
semiasfissiate le locuste
urlerà terribile Giovanni.

Milano, La Madonnina, 22-23 gennaio 1979

(Oltre l’omega, 1980)

L’estinzione

In questo momento
la vespa è il nemico
uccidila
e non badare alla fine d’una specie
di strisce gialle e nere
d’ali membranose
d’ago velenoso
tutt’al più vuol dire che domani deserta
la buccia crespa delle mele mézze moriremo
dopo
meravigliosamente dopo la fine delle vespe.

(Chiromanzia d’inverno, 1986)

Nero su bianco

La penna non è stata posata sulla carta
la carta è ancora tutta bianca
bianca è la data
bianchi luogo ora
provenienza destinazione
perché percome
perché percome e quando
chino sulla mia vita scrivo
l’atto di presenza
mi effondo mi circondo di parole
copro colmo comando
parole
l’assenza certifico
attesto la finzione.

(Segni, 1986) 

Tela

Accettati i tempi dell’attesa
le vele ancorate all’orizzonte
vennero a connettersi in concreto
il ripieno e l’ordito
a ciglio alzato
senza muovere dito
condannato a guardare
– sbattuto sotto il naso –
il petto congelato di Penelope.

25 gennaio – 6 febbraio 1972

(Occhio e oggetto precisi, 1999)

Simùn

Come un arabo dall’occhio obliquo
calore di fuoco
libidini caprine
dopo un lungo raid di rapina
hai staccato l’alone dalla luna
barracano in un angolo afflosciato
tenti con rabbia
di riprendere lena
spingere il cammello nella cruna
succhiando menta radici pimenti
fantasie
mulinelli torbidi di sabbia.

(Simùn, 2004)

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[pubblicato su Diario]

Che cos’è il potere? Se un giorno mio figlio dovesse rivolgermi questa domanda, dilaniato dagli scrupoli, finirei per dargli una risposta evasiva. Per evitare condizionamenti di qualsiasi genere, formulerei un aforisma prêt-à-porter, un esercizio pedagogico interlocutorio in attesa che cresca: Il potere, figliolo, è la cosa che cerca in tutti i modi di impedire la tua espressione personale e professionale, qualunque cosa o persona ti scelga come nemico. Inventerei qualcosa del genere, senza fare nomi e senza chiamare in causa i massimi sistemi. E comunque eviterei accuratamente di prospettargli la possibilità di cambiare le cose. A questo mio figlio che non esiste ancora cercherei infondere disillusione a priori. Quella che io, durante la mia infanzia, non ho avuto. Perché ho sempre saputo da che parte stare fino a che non è arrivato il futuro.

Nato nella metà degli anni Settanta, faccio parte di una generazione cresciuta sotto l’ombrello di troppe certezze e che, per contrappasso, si è trovata risucchiata nei buchi neri di un’incertezza cosmica. Fin dalla più tenera età sono stato indottrinato, ma in un modo naturale, involontario, visto che non ci potevano essere dubbi su quale fosse la verità e dove risiedesse. A cinque anni leggevo Repubblica e Paese Sera seduto in braccio a mio padre. E più o meno a quell’età ho imparato la fondamentale distinzione tra bene (sinistra) e male (destra, centro, religione, Andreotti).

Mi tornano in mente le domeniche, quando ascoltavamo Banana Republic, il live del mitico tour De Gregori – Dalla del 1979, mentre nel nostro appartamento venivano celebrate rievocazioni ufficiali della contestazione. Ero fiero che i miei genitori, come dicevano loro, avessero fatto il Sessantotto e che mia madre avesse partecipato ai gruppi femministi di autocoscienza e che per un certo periodo avesse distribuito Lotta Continua all’università. Mi piaceva sentire quelle storie, che mi facevano venire voglia di tornare indietro nel tempo per contribuire alla causa a modo io, o anche solo per poter dire di esserci stato. A quattordici anni ero lo spettatore della Notte della Repubblica che tifava contro Sergio Zavoli.

D’estate andavamo in campeggi sulla costa greca frequentati esclusivamente da gente di una certa frangia. Erano giornalisti del Manifesto, insegnanti universitari con fantomatici trascorsi nei Nap, psichiatri antistrutturalisti che avevano fatto i candidati nelle liste di Democrazia Proletaria. Sentivo come il privilegio di essere parte di un’elite di migliori. I peggiori non li avevo mai visti. Ma immaginavo si nascondessero nel potere, la forza oscura che aveva impedito all’utopia di avverarsi.

Agli inizi degli anni Novanta ero abbastanza grande per assistere coi miei occhi alla stagione del cambiamento. L’implosione del potere reazionario che per cinquant’anni aveva tenuto in pugno l’Italia stava lasciando enormi spazi vuoti che sarebbero stati riempiti con dosi massicce di speranza. A Napoli, la mia città, l’elezione di Antonio Bassolino fu salutata come un momento di profondo rinnovamento, una specie di rivoluzione elettorale che avrebbe persino spinto qualcuno a intonare The times They’re a-Changin’. Se ci penso adesso, è incredibile come nella figura di un uomo di apparato – un uomo che avrebbe fatto dell’esercizio del potere la propria ragion d’essere politica – si concentrassero un miscuglio di aspettative così campate in aria. Di certo nessuno si aspettava il sovvertimento del sistema capitalista, ma nelle persone che conoscevo, nei miei genitori e nei loro amici, potevo intravedere un luccichio negli occhi, un senso di risarcimento per tutte le battaglie perse, le delusioni, le soddisfazioni che il potere aveva loro negato. Quella elezione, insieme ad altre, fu anche una specie di rimborso generazionale. E quindi, ancora una volta, un investimento di illusioni, fatto di quel tipico sentimento di speranza estraneo alla realpolitik che, in modo del tutto incongruo, continua, anche oggi ma più flebilmente, a percorrere lo spirito di certe manifestazioni del Pd o della sinistra radicale. Si percepisce negli inni di Fossati che risuonano, nelle bandiere che sventolano quando qualche oligarca ancora ben voluto sale sul palco di una piazza, nell’abbigliamento dei ragazzi, figli di famiglie di sinistra, passate senza soluzione di continuità dal culto di Marcuse a quello di Dario Franceschini.

Quando qualche volta mi capita di parlare con i miei genitori e i loro amici, sessantenni delusi ed estranei a qualsiasi tipo di partecipazione che veleggiano sulle acque calme delle gratificazioni spirituali ed enogastronomiche, e affronto la delicata questione del giudizio su ciò che di buono la loro generazione ha fatto, finisco quasi sempre per litigare con tutti. La loro versione della storia non mi convince, continua ad assomigliare troppo a una fiaba senza lieto fine dove i buoni avrebbero potuto vincere se non fosse stato per i cattivi (che hanno sempre la meglio). Quello che rimprovero loro è il sottrarsi a qualsiasi ammissione di responsabilità. Di solito mi rispondono che almeno ci hanno provato a fare le battaglie che andavano fatte e hanno comunque contribuito a migliorare il Paese, mentre noi – la generazione di cui faccio parte – non abbiamo neanche tentato di fare qualcosa. La mia obiezione è che il senso di quelle battaglie va letto alla luce di cosa è successo dopo. E, sotto questa luce, le famose battaglie non sembrano avere avuto molto senso se si pensa all’Italia berlusconiana o alla condizione disperatamente priva di prospettive che la maggior parte dei miei coetanei si trova ad affrontare. Sono anche loro – la generazione dei Veltroni, dei D’Alema, dei Cacciari, baby boomer passati dalle più ambiziose utopie al pragmatismo prussiano – ad avere lasciato ai propri figli quest’Italia, un luogo brado e senza futuro dove vige la legge del più forte e l’ingiustizia sociale è una prassi consolidata.

Qualche tempo fa, proprio nel corso di uno di questi rendez-vous intergenerazionali, sfinito da una discussione su Berlusconi come unica causa dei nostri guasti, mi sono messo a urlare: «Siete degli ingenui». Qualcuno mi ha urlato di rimando: «Allora spiegacelo tu cos’è il potere».

Ho capito che il problema era il diverso significato che stavamo attribuendo alla parola. Pur continuando a identificare in modo quasi automatico la parola potere con l’immagine del volgare imprenditore brianzolo tirato e abbronzato mentre passeggia con la bandana a Porto Cervo, il mio modo di relazionarmi al potere aveva cessato di essere un fatto puramente astratto. Avevo conosciuto un potere familiare e insospettabile, elegante e colto, che in qualche modo aveva demolito le mie ultime certezze.

Per fare capire ai miei genitori e ai loro amici cosa cercavo di dire, avrei potuto consigliare la lettura delle Lettere a nessuno di Antonio Moresco, quadro avvilente, tragico, grottesco del potere culturale italiano, uscito nel 1991 per Bollati Boringhieri e di recente ristampato da Einaudi. È un libro in cui, attraverso appunti, stralci e lettere, Moresco racconta pezzi della sua vita, dagli anni Settanta, Ottanta, fino al momento della rinascita come scrittore celebrato e odiato, stimato e villipeso. La parabola delinea in modo preciso e disperato un’estenuante lotta donchisciottesca contro il potere. Dapprima, con l’impegno politico in un gruppuscolo della sinistra extraparlamentare – una vita di stenti, delusioni, frustrazioni, e fiducia mal riposta – e poi, con i tentativi di fare leggere i suoi scritti, o quantomeno di farsi ascoltare, da alcuni illustri esponenti della cultura italiana (i nessuno del titolo). Quali che siano il contesto storico e lo scenario, Moresco appare sempre come una formichina alle prese con cose titaniche e impossibili da combattere. Ma le sue lettere a Giovanni Raboni, Maria Corti, Goffredo Fofi e il fastidio o – nel migliore dei casi – il silenzio che riceve in cambio danno esattamente la misura di come le articolazioni del potere siano multiformi e mascherate. Ne esce fuori il ritratto di un Paese dove pubblicare un libro senza uniformarsi alla logica dominante – la logica delle amicizie e delle leccate di culo, dei libri scritti per andare incontro al gusto del pubblico – può risultare utopistico come realizzare una nuova rivoluzione d’ottobre.

Leggendo mi è venuto da pensare che per chi non si adegua all’esistente è sempre dietro l’angolo il rischio di fare la parte del martire. Così come lo diventa Moresco, la cui figura nel corso della lettura assume proprio la forma di un martire laico che a un certo punto si convince della sua santità. Ma bisognerebbe ribaltare la prospettiva, perché, parafrasando un vecchio adagio di sinistra, è proprio questo il caso in cui il personale deve diventare politico.

In Italia la cultura continua a essere un campo sostanzialmente di sinistra – l’ultimo settore monopolizzato dalla sinistra – ma se si volesse descrivere onestamente lo stato attuale dell’industria culturale con lo stesso grado di severità che impieghiamo per descrivere la situazione politica, si potrebbe utilizzare una lista di aggettivi simili: disastroso, dittatoriale, populista, ambiguo.

Anche qui siamo nel regno delle diseguaglianze e del conformismo, dello sfruttamento e della doppia morale. Siamo in un sistema che non è in grado di riconoscere a un testo un adeguato valore economico, a meno che l’autore di quel testo non sia uno scrittore di successo che abbia già sfondato il mercato. Nello stesso tempo abbiamo un mercato che dimostra una grande ostilità nei confronti dei prodotti difficili e quindi – da un punto di vista letterario, cinematografico, televisivo – finisce per scommettere sempre sul sicuro, sull’opera media. Viviamo, peraltro, una sindrome da trincea, in ragione della quale finiscono per essere privilegiati gli autori e le opere schierati aprioristicamente, rispetto agli sguardi obliqui, dissonanti, disturbanti, realmente anticonformisti.

La mia esperienza, che del resto è simile a quella delle persone che conosco e che fanno il mio stesso lavoro – e che quindi non è martirologica ma sistemica – delinea il quadro di una cultura autoritaria, forte con i deboli e in definitiva non libera. Innanzitutto perché lavorare nel campo della cultura – nei giornali, nelle case editrici – molto spesso, a meno di non essere scrittori di best seller, significa abituarsi a non essere pagati, oppure a essere pagati a piacere, il che è un terribile sintomo di come la cultura stessa sia considerata un optional, una ginnastica mentale per gente ricca di famiglia, qualcosa di cui in definitiva si può anche fare a meno.

E poi ci sono le case editrici – assolutamente di sinistra – sempre più assetate di libri «freschi» e «divertenti», che possano «stuzzicare il lettore» senza essere «troppo pesanti». E che dunque a quest’atmosfera nazionale che – ne sono certo – si spingerebbero a definire plumbea, opprimente, fascistoide, volgarmente incolta, offrono la risposta dell’Intrattenimento, della volatilità, della facilità spacciata per cultura sopraffina. Che poi è la logica che guida manifestazioni come lo Strega, l’unico premio letterario al mondo dove a essere ricompensata non è la qualità o l’eventuale novità di un testo, ma la sua vendibilità.

Infine i metodi della cooptazione, che sono ancora una volta praticati attraverso lottizzazioni, corsie preferenziali, conoscenze, adulazioni. Letteralmente impossibile realizzare la normalità di essere ricevuti da chicchessia a seguito di invio del curriculum. Lo stesso Moresco, che in un celebre articolo scritto qualche anno fa, intitolato La restaurazione e fonte di molte polemiche sui blog letterari, diceva cose simili, ha giustamente fatto notare che mentre è pacifico sostenere che l’Italia sia un paese affetto da una «intossicazione delle forme economico-politiche e democratiche», non lo è altrettanto sostenere che quest’intossicazione riguardi anche la cosiddetta cultura.

Deve essere per colpa di questa cecità che a un tratto ho incominciato a sviluppare un odio viscerale per i miti mediatici della sinistra contemporanea. Propugnatori della qualità come Fabio Fazio e Roberto Benigni e Giovanni Floris e Serena Dandini. Ognuno a suo modo ha coltivato la propria arcadia televisiva, ritenendosi esente da qualsiasi contagio, e continuando la sua opera di pedagogia delle masse. Nessuno di loro ammetterebbe di essere stato inoffensivo, o addirittura funzionale alla macchina del potere. Eppure ci dev’essere un motivo se in questo cosiddetto ventennio berlusconiano hanno continuato a lavorare, a percepire stipendi milionari, a occupare il loro spazio di potere, stabilendo cosa dovesse essere letto (Paolo Giordano), ascoltato (Giovanni Allevi), visto (Ferzan Ozpetek) – ancora intrattenimento spacciato per elevato nutrimento che soltanto loro sanno offrire – e proteggendo le loro reti di amicizie, e identificando nella destra la causa di tutti i mali, o esercitando sulla sinistra un giudizio dolcemente critico, bonario e di prammatica, come un rimprovero paterno.

Tutte queste persone di sinistra si troverebbero senz’altro d’accordo sul fatto che l’Italia sia oppressa da un’odiosa forma di potere, ma ancora una volta qual è il loro contributo? Perché nessuna di queste persone si preoccupa di misurare le proprie responsabilità? In nome di cosa continuiamo a sentirci migliori?

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