Giovanni Verga Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giovanni-verga/ un blog di approfondimento culturale Wed, 18 Mar 2020 18:50:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giovanni Verga Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giovanni-verga/ 32 32 Dalla parte dei vinti: il reportage “dalla fine del lavoro” di Angelo Ferracuti https://minimaetmoralia.it/letteratura/dalla-parte-dei-vinti-il-reportage-dalla-fine-del-lavoro-di-angelo-ferracuti/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/dalla-parte-dei-vinti-il-reportage-dalla-fine-del-lavoro-di-angelo-ferracuti/#respond Fri, 15 Jul 2016 05:30:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31575 Il libro precedente di Angelo Ferracuti si intitola Andare, camminare, lavorare, edito da Feltrinelli e uscito nel 2015, e consiste in una sorta di viaggio in Italia riletto attraverso l'esperienza dei portalettere. Quel libro rappresenta un altro tassello di quell'opera di mosaico che lo scrittore di Fermo sta portando avanti da tempo, con le sua capacità di abile narratore di reportage, in grado di indagare con intelligenza i sussulti sociali e le trasformazioni lavorative italiane.

Attraverso questo interessante punto di vista che si compiva nella frequentazione di Ferracuti di 53 portalettere di cui indagare la storia e il lavoro, il libro, costruito appunto attraverso l'accostamento di questi microcosmi, interpreta l'Italia in movimento, attraverso un metodo che osserva empaticamente con gli occhi degli altri i cambiamenti, ma aggiunge, in punta di piedi e sempre con cognizione di causa, anche una interpretazione personale, mossa da una insaziabile spinta interrogativa.

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Il libro precedente di Angelo Ferracuti si intitola Andare, camminare, lavorare, edito da Feltrinelli e uscito nel 2015, e consiste in una sorta di viaggio in Italia riletto attraverso l’esperienza dei portalettere. Quel libro rappresenta un altro tassello di quell’opera di mosaico che lo scrittore di Fermo sta portando avanti da tempo, con le sua capacità di abile narratore di reportage, in grado di indagare con intelligenza i sussulti sociali e le trasformazioni lavorative italiane.

Attraverso questo interessante punto di vista che si compiva nella frequentazione di Ferracuti di 53 portalettere di cui indagare la storia e il lavoro, il libro, costruito appunto attraverso l’accostamento di questi microcosmi, interpreta l’Italia in movimento, attraverso un metodo che osserva empaticamente con gli occhi degli altri i cambiamenti, ma aggiunge, in punta di piedi e sempre con cognizione di causa, anche una interpretazione personale, mossa da una insaziabile spinta interrogativa.

Il nuovo libro di Ferracuti, Addio (edito da Chiarelettere), prosegue questo itinerario, e sposta l’attenzione su posti dimenticati della Sardegna, lontani dalla popolarità, come Carbonia, Iglesias e la zona del Sulcis, «uno dei luoghi del disagio e della desertificazione indistriale», sempre seguendo questo metodo, che Ferracuti esplicita in una pagina in cui racconta come nascono i suoi racconti e quali forme assumono: «i miei libri li considero viventi, zibaldoni in continua agitazione, con spostamenti di interi blocchi narrativi e capitoli, rimescolamenti imprevisti per associazioni di senso diverse. Sono fatti anche di incontri, con persone in carne e ossa che illuminano improvvisamente pezzi di storia che colpiscono la mia immaginazione, e che sento il bisogno di incontrare perché penso possano dirmi cose interessanti, e innestarsi con il corpo, la voce e le parole, dentro una narrazione che sta prendendo una forma propria».

Lo studio di Ferracuti è durato due anni, due anni di andate e ritorni dal continente all’isola, per assecondare il suo metodo, cioè andare e tornare continuamente dai luoghi, per «una lenta e progressiva messa a fuoco», alla ricerca dell’identità perduta del lavoro, inteso qui, e in gran parte dell’opera di Ferracuti a dire il vero, come elemento fondante anche di una letteratura “civile” che racconti la vita, le lotte e il sangue dei lavoratori: «mi sembrava l’unica cosa da raccontare, anche una forma di ribellione nei confronti del pensiero dominante, quello del marketing che chiamano storytelling, che artatamente racconta sempre un’altra storia, eludendo qualsiasi conflitto, che è sempre tra capitale e lavoro».

La copertina di Chiarelettere aggiunge, oltre al titolo, anche la notazione Il romanzo della fine del lavoro, notazione in realtà un po’ fuorviante perché non di romanzo si tratta, quanto di un faticoso reportage, frutto di incontri, lunghe camminate, alla ricerca di una forma che possa essere simile a quelle, oggi come mai sempre più urgenti, di scrittori come Luciano Bianciardi, Elio Vittorini (di cui non a casa viene citato Sardegna come un’infanzia) e Giuseppe Dessì.

Il romanzo che però più si respira tra le pagine di Ferracuti quale possibile primaria fonte di ispirazione, è Germinale di Emile Zola, citato anche dallo stesso Ferracuti come un modello. Al di là della vicinanza anche per il soggetto, è infatti facilmente ravvisabile nelle descrizioni di Ferracuti l’eco dell’epica rappresentazione dei minatori di Montsou dello scrittore francese, il romanzo di Zola riveste un ruolo anche politicamente provocatorio, perché il finale tragico del romanzo Germinale, è ciò che in quelle zone è accaduto davvero e non in anni troppo lontani.

Muovendosi attraverso il Sulcis, e particolarmente tra Carbonia e Iglesias, Ferracuti racconta del forte scontro tra il triste e desolato abbandono di paesi e miniere e la bellezza di una terra che guarda verso il mare, come a dire che è la natura quella che osserva le macerie dell’uomo e sopravvive a quelle rovine e agli scheletri di un lavoro che non esiste più.

Il racconto parte da lontano, dalla storia della nascita di quelle terre (per esempio Carbonia fu fondata dal fascismo, come centro di produzione di carbone), fino ai numeri impressionanti di oggi dove si è passati dai 15mila minatori dei primi decenni del Novecento all’attuale provincia più povera d’Europa con i suoi 30000 disoccupati su 130000 abitanti, con 40000 pensionati che molto spesso arrivano a quel traguardo dopo essere incorsi in malattie terribili come la silicosi.

I molti personaggi che incontra lo scrittore sono accomunati da una storia che, se non per piccole differenze ovvie, si ripete sempre uguale, in tutti gli stabilimenti, e consiste nel passaggio da un periodo felice di grande lavoro (ed è particolarmente significativo che gli ex-minatori definiscano come felice un lavoro centinaia di metri sotto terra, con stipendi bassi e rischi altissimi), ad una irrefrenabile caduta, che ogni volta presenta gli stessi sintomi prima della chiusura definitiva: la perdita di profitti, l’acquisto da parte di una multinazionale che illude i suoi lavoratori per poi abbandonare e chiudere l’azienda non appena i profitti calano, incurante delle famiglie e degli operai, in un periodo in cui forse fare questo è diventato troppo facile a causa della perdita di potere dei sindacati e del disinteresse della politica, presente, come dicono molti, solo nel momento in cui c’è in ballo un voto.

Negli ultimi decenni, il Sulcis rappresenta un luogo che dal punto di vista del lavoro ha subito solo sconfitte. Ma queste sconfitte, come illustra bene Ferracuti attraverso le sue conversazioni e le sue disamine, non si limitano a ledere solo quel particolare, e fondamentale, aspetto della vita, perché la perdita del lavoro ma, ancor di più, la scomparsa del lavoro, è foriera di sventure e disgrazie. E l’entità di queste sventure si vedono attraverso gli occhi degli intervistati: Ferracuti dialoga con Manlio, nato a Buggerru, paese in cui tutti vivevano grazie alla miniera, che si occupa adesso di divulgare il profondo abisso che gli abitanti stanno attraversando, incontra Claudio, un ex minatore che strenuamente vive ancora a Ingurtosu ed è uno dei sei abitanti (difficile non concordare con Ferracuti quando parlando di Ingurtoso e della sua onomatopea, dica come essa sia «inquietante», anche alla luce della sua etimologia «derivava da su gurturgiu, l’uccello gipeto, un avvoltoio che pare si aggirasse volteggiando per questa valle»), o Sandro, stoico ultimo minatore della Nuraxi Figus.

Con un afflato che ricorda Verga (quello del ciclo dei vinti – che però qui non può puntare «allo svilupparsi» – e anche quello, per ambientazione, di Rosso Malpelo), Ferracuti scava il profondo di questa sofferenza, incontrando ad esempio Raffaele Callia, responsabile del Servizio Studi e ricerche della Caritas regionale, che con la forza dei dati illustra, con tinte ancora più fosche, la situazione, con l’aumento dei casi di depressione e i tentativi di suicidio, l’aumento spropositato della povertà e, dato se possibile ancora più preoccupante, l’aumento di tumori e malattie (dal 2006 al 2013 tra Carloforte, Iglesias e Carbonia, si è passati da 1825 casi accertati a 3044).

Ferracuti sta dalla parte di questi vinti, che però conservano un carattere nello stesso tempo forte e modesto, conoscitori profondi della loro miseria e della totale assenza, in queste condizioni, di un qualsivoglia tentativo di risalita. Nell’introduzione Ferracuti cita uno stralcio di un’intervista di Furio Colombo a Pier Paolo Pasolini, l’ultima prima della sua uccisione, in cui lo scrittore dice: «Smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna». Proprio le parole di Pasolini hanno mosso l’animo di Ferracuti, nel tentativo di raccontare quello che è la realtà, in un reportage pesante e difficile per il suo contenuto, ma che rappresenta anche, e forse soprattutto, una forma di ribellione nei confronti del pensiero dominante, dello sterile storytelling che racconta spesso una storia diversa in cui capitale e lavoro non esistono mai.

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Ribaltare i luoghi comuni. I “saggi sparsi” di Leonardo Sciascia https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ribaltare-i-luoghi-comuni-i-saggi-sparsi-di-leonardo-sciascia/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ribaltare-i-luoghi-comuni-i-saggi-sparsi-di-leonardo-sciascia/#comments Thu, 18 Feb 2016 06:00:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29993 Questo pezzo è uscito sul Venerdì: ringraziamo l'autore e la testata (fonte immagine).

Zolfo. Piombo. Inchiostro. Di queste tre elementi è fatta l’immaginaria città di Regalpetra. Del primo elemento, scrive Leonardo Sciascia nel 1975, a proposito della sua nativa Racalmuto: «Tutto ne era circonfuso, imbevuto, segnato». L’aria, l’acqua, le strade: «Scricchiolava vetrino sotto i piedi». Ci si friggeva anche il pesce, nello zolfo. Per circa due secoli la Sicilia ne ebbe il monopolio. Era il petrolio dell’epoca. Nel 1834 l’isola contava 196 miniere. Per oltre un secolo, ci morivano i carusi. A salvarli, più che la legge, fu l’avvento dell’energia elettrica.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì: ringraziamo l’autore e la testata (fonte immagine).

Zolfo. Piombo. Inchiostro. Di queste tre elementi è fatta l’immaginaria città di Regalpetra. Del primo elemento, scrive Leonardo Sciascia nel 1975, a proposito della sua nativa Racalmuto: «Tutto ne era circonfuso, imbevuto, segnato». L’aria, l’acqua, le strade: «Scricchiolava vetrino sotto i piedi». Ci si friggeva anche il pesce, nello zolfo. Per circa due secoli la Sicilia ne ebbe il monopolio. Era il petrolio dell’epoca. Nel 1834 l’isola contava 196 miniere. Per oltre un secolo, ci morivano i carusi. A salvarli, più che la legge, fu l’avvento dell’energia elettrica.

Il secondo elemento di cui è fatta Regalpetra è il piombo. Quando Sciascia nacque (1921) Racalmuto era il Far West: «Una lite per confini o trazzere fa presto a passare dal perito catastale a quello balistico». Poi c’era la mafia. E infine, ricorda il biografo di Sciascia, Matteo Collura, «le campagne erano un brulicare di doppiette», per via della caccia. Lo stesso Sciascia era stato uno sniper: «Con un fuciletto ad aria compressa, a dieci metri, colpivo la capocchia di uno spillo». L’inchiostro, infine. «Ne ricordo anche il sapore. Forse qualche volta l’ho bevuto». Ed è l’inchiostro della scrittura ad aver trasformato la Racalmuto reale in Regalpetra la fantastica, ad aver trasmutato il piombo in zolfo, e poi lo zolfo in oro.

Le Parrocchie di Regalpetra, l’esordio che nel 1956 trasformò un comune insegnante in Sciascia, compie sessant’anni. A undici dalla pubblicazione spiegò: «È stato detto che nelle Parrocchie sono contenuti tutti i temi che ho poi, in altri libri, variamente svolto. E l’ho detto anch’io. Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno».

Sciascia, dunque, ha scritto un solo libro, sempre dedicato a quel «gomitolo di vicoli» che dista 16 miglia dal mar africano e 68 da Palermo, che ricapitola tutto l’universo. Lo scrittore, nel ‘79, aggiungerà: «La Sicilia offre la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani, ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo».

Un anno prima Sciascia aveva ultimato un saggio. Lo aveva titolato Fine del carabiniere a cavallo. Il saggio apre il volume di scritti sparsi che Adelphi (con questo stesso titolo) va a pubblicare. Il curatore dell’opera, Paolo Squillacioti, avverte: «Raccogliere tutto Sciascia è molto difficile. Sono infatti quasi 1400 gli scritti dispersi». Eppure serviranno tutti, per conoscere quell’unica storia che Sciascia per tutta la vita scrisse ed ampliò. In un illuminante ritratto di Alberto Savinio, contenuto in questa raccolta, lo scrittore sottolinea: «Sono riuscito a mettere insieme tutti i suoi libri. Ma tutti i suoi libri non fanno “tutto Savinio”: bisognerà raccogliere tutti i saggi, gli articoli e rendersi conto che si tratta, dopo Pirandello, del più grande scrittore italiano di questo secolo».

Ribaltare luoghi comuni, spazzare via pregiudizi: questo, per lo scrittore siciliano, significa pubblicare l’opera omnia di un «irregolare». Per credere, sfogliate questo ultimo Sciascia adelphiano. In apparenza parla di letteratura, in realtà riscrive la storia. La prima immagine (i carabinieri a cavallo che caricano le folle) è per lui la metafora dell’italianissimo «richiamo all’ordine». Verrà poi Vittorini e il suo Conversazioni in Sicilia a spazzare via quel simbolo e riavvicinare le nostre lettere alla realtà.

Nel saggio La sesta giornata fotografa le radici dell’eterno fascismo italiano. La guerra civile in Spagna, dice, ci dette una sveglia. Garcia Lorca ci ricordò la nostra smemoratezza: cosa furono per noi Dante, Alfieri, Foscolo, Carducci. E non fu per caso neppure la fucilazione del poeta spagnolo: «Ogni forma di fascismo si realizza attraverso la collera degli imbecilli». Ma, nonostante le nostre tradizioni letterarie, solo Spagna e Francia avranno «una poetica della Resistenza». L’Italia no. Gli italiani confusero Fascismo e Patria (Croce compreso), scelsero come figura da emulare Don Abbondio e cantarono «la poesia della sesta giornata»: a Milano chiamavano «eroi della sesta giornata» coloro che, passata la tempesta delle Cinque Giornate, solo alla sesta uscirono da casa armati e incoccardati. È il nostro eterno trasformismo.

Infine la provocazione: sono più vicini allo spirito della Resistenza molti giovani dell’esercito di Salò. E ancora, recensendo Marcuse, Sciascia previde che la contestazione in Italia sarebbe finita in anni di piombo. Ancora, vide avanzare a grandi passi l’antipolitica: l’immagine mussoliniana dell’aula «sorda e grigia ha influenzato due generazioni. Anch’io, da deputato, ho provato le stesse sensazioni, osservando una sorda e grigia umanità: di condannati che si considerano eletti».

Incroci maledetti. Quest’anno, al pari del sessantennale di Regalpetra, cade anche il trentennale del Maxiprocesso di Palermo a Cosa Nostra. Ricordiamo tutti le polemiche, mai sopite, che seguirono l’articolo del 10 gennaio dell’87 sui professionisti dell’antimafia. Ma la prima freccia contro i giudici di Palermo, documenta il volume Adelphi, venne scoccata già nell’ottobre del 1986, sull’Espresso. Qui Sciascia cita una poesia di Giuseppe Gioacchino Belli e sostiene che il poeta vide «in allegoria, in metafora, il dissociarsi e il pentirsi oggi di brigatisti, camorristi e mafiosi».

Ma c’è di più. L’incomprensione tra Sciascia e il pool antimafia di Palermo, nella persona del giudice Giovanni Falcone, risale già al 1982. Quell’anno lo scrittore venne convocato, di notte e in gran segreto, nel bunker dell’ufficio istruzione di Palermo. Nelle intercettazioni relative all’inchiesta su uno dei grandi misteri d’Italia, il falso rapimento in Sicilia di Michele Sindona del 1979, era saltato fuori il nome dello scrittore. Gli intercettati avanzavano una ipotesi: avvicinare Sciascia per spingerlo a un intervento «garantista» in favore di Sindona. Sciascia, seduto faccia a faccia con Falcone, non nascose la sua indignazione per essere stato convocato, e lo trattò ruvidamente. «Come si può anche solo pensare che io abbia a che fare con tali personaggi?», si indignò. Falcone, a sua volta, uscì dall’incontro molto risentito. E nel ‘92 rievocò quelle circostanze all’inviata del palermitano L’Ora e poi di Panorama Bianca Stancanelli (il 25 febbraio Stancanelli uscirà per Marsilio con una inchiesta sul delitto dell’88 del sindaco di Palermo Giuseppe Insalaco, un omicidio che proprio Sciascia definì degno del Raccolto rosso di Dashiell Hammett).

Sciascia incrociò spesso i sentieri impervi della storia italiana. Nel 1978 il suo L’affaire Moro per Sellerio fu un best seller. Tuttavia, nell’84, Sciascia firma un contratto con Bompiani. Vi pubblica i due volumi che raccolsero le sue opere principali e, nell’86,  La strega e il capitano, sull’onda del caso Tortora. Ma poi, alla fine di quell’anno, sceglie Adelphi. Perché? Sciascia era un nomade editoriale. Nella sua vita ha pubblicato per Laterza, Einaudi, Sellerio, Bompiani, Adelphi.  E amava collaborare con gli editori. «Provava la felicità di fare libri» spiega Giorgio Pinotti, editor in chief di Adelphi «per lui era un prolungamento della scrittura. Del resto, è quel che per anni ha fatto con Sellerio».

Un rapporto quasi ventennale, quello con l’editrice siciliana fondata nel ‘69 da Enzo ed Elvira, iniziato nel ‘70 (quando Sciascia da Caltanissetta si trasferì a Palermo). Sellerio divenne la sua terza casa, dopo l’appartamento palermitano di Villa Sperlinga e il buen retiro di campagna in contrada Noce. Con Sellerio Sciascia pubblica i suoi scritti, lancia la collana La Memoria e passa i pomeriggi sul divanetto della stanza di Elvira. Negli anni successivi (Sciascia è nel frattempo deputato radicale) il rapporto si dirada. Donna Elvira dichiarerà: «Prima era sempre da noi, poi ha avuto la parentesi politica, la casa editrice nel frattempo aumentava, e si è un po’ allontanato, dice che qui si confonde, troppi telefoni che squillano, troppa gente. Prima eravamo una specie di salotto».

Si parla di «una fuga al nord». Lo scrittore si ritira in campagna. Il cancello della villetta di contrada Noce viene varcato dal «cerchio magico» (i familiari, gli scrittori Bufalino e Consolo, il fotografo Scianna, i professori Nino Buttitta e Natale Tedesco). Riceverà anche Enzo Biagi, offrendogli spaghetti artigianali conditi con pomodori freschi, salsicce, formaggio di capra e fichidindia. Ma prediligerà la solitudine.

Il 12 luglio dell’86 scrive, da Racalmuto, a Roberto Calasso, il patron di Adelphi, inviandogli la sua «piccola divagazione sul 1913». «Veda lei se è il caso di farne un libretto Adelphi». Quattro mesi dopo 1912+1 sarà in libreria. Si tratta del libro che apre la meditazione sulla morte. Seguiranno Il cavaliere e la morte (contrassegnato dall’incisione di Durer, che per lui si opponeva al Trionfo della morte di Palermo), Porte aperte e Una storia semplice. Dentro ci sono gli ingredienti tradizionali: intrighi, traffici d’armi, delitti, potenti corrotti. C’è il giallo secondo Simenon (Sciascia e il padre di Maigret moriranno nello stesso anno): comprensione e non persecuzione, vocabolario da ottocento parole, alla Racine. Ma c’è anche la ricerca di una ars moriendi (come sostiene lo sciasciano Giuseppe Traina). Le riflessioni su delitto e giustizia travalicano i confini dell’impegno civile, la Storia diventa il Tempo, la morte non un destino ma (lo lesse così il filosofo Manlio Sgalambro) un «omicidio del cosmo». L’arco dello scrittore è teso allo spasmo. In brevi frasi fa esplodere lo gnommero gaddiano che ha arrovellato l’uomo dai presocratici in poi. Nel frattempo si occupa anche di liberare i libri precedenti, perché Adelphi possa pubblicare l’intera opera (o l’unico libro che essa è).

Ricorda Giorgio Pinotti: «A partire dal biennio 87-88 comincia a svincolare i suoi libri e chiede, addirittura per volontà testamentaria, che vengano radunati da Adelphi». Sciascia si fonde nel catalogo della casa milanese quando, giunto alla fine del sentiero, deve affrontare la morte non letteraria ma concreta (per mieloma micromolecolare, un tumore al midollo osseo che offenderà anche i reni). Nella tetralogia adelphiana non scantona mai nella conversione religiosa e non sposa la «scienza come religione», secondo l’approccio alla malattia di Susan Sontag. Si interroga, piuttosto, come fece Wilhelm Reich, su cosa possa mai «infettarsi» tra corpo e spirito.

Batte la strada di Borges, quel «teologo ateo» che (nel ritratto contenuto in questo libro) erge a «segno più alto della contraddizione in cui viviamo». Pinotti rievoca: «Ha del miracoloso che Sciascia si rallegrasse dei nostri libri e di Borges, come fosse già nostro autore. In realtà, noi lo pubblicammo nel ‘97. Ma lui lo associava a noi, per ragioni di congenialità. Per lui era un autore adelphiano a tutti gli effetti».

Sciascia, dunque, si premura di «farsi ereditare», a futura memoria, attraverso quel catalogo che ama, legge e condivide. E la sua opera, effettivamente, non resterà dispersa ma (come sta avvenendo) verrà interamente raccolta, così come lui stesso si era preoccupato di fare per Bompiani con gli scritti di Savinio. C’è il male e c’è la speranza della cura. Questo è, per Sciascia, lo stendhaliano Savinio, che auspicò una «civiltà della conversazione», in luogo di quella che ci vede divisi in «parrocchie e parrocchiette» (su cui Sciascia ironizzò nel suo primo Regalpetra). Inoltre, con Adelphi, appaga l’aspirazione a essere non «scrittore siciliano» (critica sempre mossa ai Verga e ai Pirandello) ma scrittore italiano che conosce bene la Sicilia (come metafora) e autore di portata europea.

Infine, l’epitaffio tombale. «Ce ne ricorderemo, di questo pianeta». Un haiku di Villiers de l’Isle-Adam, autore ottocentesco, del quale Sciascia conservava una stampina funeraria acquistata a Parigi. A Isle-Adam Borges aveva dedicato il volume 23 della Biblioteca di Babele, che curava per Franco Maria Ricci. Il libretto era uscito nell’80, l’anno in cui Sciascia e Borges si conobbero a Roma. Isle-Adam, discendente del primo Gran Maestro dei Cavalieri di Malta, amico di Wagner, frequentatore di Enrico V, era un aristocratico quasi indigente. Borges lo considerava uno specialista in «orrori morali». Aveva scritto della pietra filosofale, il sogno sapienziale degli alchimisti. Non si esclude che si fosse trattato di un composto chimico derivante da zolfo, piombo e inchiostro. Gli stessi elementi della leggendaria Regalpetra.

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I muli della vergogna https://minimaetmoralia.it/estratti/i-muli-della-vergogna/ https://minimaetmoralia.it/estratti/i-muli-della-vergogna/#comments Fri, 26 Jun 2015 12:30:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27558 Torna in libreria per Sellerio Fumisteria, il romanzo d'esordio di Fabio Stassi. Pubblichiamo la conferenza letta a Viterbo il 21 febbraio 2015 in occasione del convegno Portella della Ginestra, un processo in mostra che trovate in appendice a questa nuova edizione. Ringraziamo l'autore e l'editore.

Portella è un varco, una spianata, un passaggio tra due monti, dove a maggio fioriscono le ginestre del suo nome e si colorano di giallo scarpate e dirupi.

La Sicilia è sempre stata, nella mia infanzia, racconto. I miei parenti erano gente umile, ma con alle spalle l’avventura disastrata ed entusiasmante della vita. Partenze e spartenze, imprese e tribolazioni, una certa inclinazione alla sconfitta e qualche raro colpo di fortuna.

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Torna in libreria per Sellerio Fumisteria, il romanzo d’esordio di Fabio Stassi. Pubblichiamo la conferenza letta a Viterbo il 21 febbraio 2015 in occasione del convegno Portella della Ginestra, un processo in mostra che trovate in appendice a questa nuova edizione. Ringraziamo l’autore e l’editore.

Portella è un varco, una spianata, un passaggio tra due monti, dove a maggio fioriscono le ginestre del suo nome e si colorano di giallo scarpate e dirupi.

La Sicilia è sempre stata, nella mia infanzia, racconto. I miei parenti erano gente umile, ma con alle spalle l’avventura disastrata ed entusiasmante della vita. Partenze e spartenze, imprese e tribolazioni, una certa inclinazione alla sconfitta e qualche raro colpo di fortuna.

Ma le loro erano soprattutto storie di ribellione. Andare a cercarsi il proprio futuro da un’altra parte del mondo era stata una forma di disubbidienza, una protesta contro il destino di miseria e di ingiustizia che gli toccava nell’isola e che si configurava come una consegna all’umiliazione cronica e senza rimedio. E a volte una disubbidienza maggiore era pure tornare, per ripartire magari qualche anno dopo.

Mi raccontavano storie di viaggi, quindi, ma anche di resistenze: i piroscafi sull’Oceano, le lotte contadine, la propaganda antifascista. Ce n’era una che mi ripetevano spesso: la storia di un presidente della Federterra di Piana degli Albanesi, che nel 1921 fu ucciso dalla mafia: uno sulla cui tomba avevano scritto soltanto Lenin, e che alla figlia aveva dato il nome di Rosa Lussemburgo, Rosa Lussemburgo Stassi, in memoria della rivoluzionaria tedesca Rosa Luxemburg…

Da ragazzo, credevo che le inventassero per impressionarmi, ma non aveva importanza perché erano più avvincenti dei romanzi di Salgari. Finché, molti anni dopo, all’università – studiavo storia del Risorgimento – il mio cognome lo trovai per davvero in un libro dello storico inglese Eric Hobsbwam che si intitolava I ribelli. Fu come il recupero di una prova fossile, a distanza di tanto tempo. Hobsbwam lo segnalava, insieme ad altri cognomi di Piana degli Albanesi (Matragna, Schirò, Barbato) come quello delle famiglie più indomite della zona che avevano partecipato alle rivolte dei Fasci siciliani alla fine dell’Ottocento[1], sottolineando tuttavia che Piana degli Albanesi era considerata un focolaio di ribellione già molto prima del 1893, tanto che Trevelyan l’aveva definita “la roccaforte della libertà nella Sicilia occidentale”.

Una lunga tradizione, quindi, di rivoltosi, che risaliva fino alla lotta contro le armate imperiali del padiscià Murad Han e di Maometto II alla fine del Quattrocento e alla fuga dal nido delle aquile.

Quando cominciavano a parlare i miei vecchi, sembrava di sentire la voce di Maqroll il gabbiere: il tempo si confondeva, la sopravvivenza diventava una lezione, la tristezza e la rassegnazione erano fuori luogo. Ogni storia cominciava sempre con la stessa antica espressione, Sciatu meu. Così iniziò anche il primo racconto che ascoltai della strage di Portella.

Sciatu meu, la valle era tutta una giostra di bambini. Arrivavano contadini da ogni paese. Da San Giuseppe Iato, Altofonte, da Montelepre, da San Cipirello… Erano due anni dalla fine della guerra, in Sicilia quattro. Ma ancora non si sapeva in che ordine sarebbero tornate le cose. Nell’isola avevano vinto le sinistre. C’era clima di attesa, e di speranza.

A Portella, quel 1 maggio, era salito il mio bisnonno e altri zii, e da loro veniva questa testimonianza. Io ascoltavo tutta quella storia con il fiato sospeso, come se ogni volta il finale potesse cambiare. Ma quello che mi colpì da subito e che mi lasciò una traccia fu la descrizione dei muli.

Da ogni lato della montagna si inerpicavano muli. Da una parte venivano su carichi di nespole, vino, carciofi e pane. Dall’altra, nascosti tra insenature di roccia e sentieri di pascolo, risalivano il costone pieni di moschetti militari e fucili americani.

Tu i muli li vedi, e ti sembrano uguali, diceva mio padre. Invece uguali non sono. Alcuni quella mattina portavano la morte, sotto coperte di spago; altri dispensavano pane e frutta. Erano muli contrari nella dignità e nella soma.

Prima di essere un’isola, la Sicilia è stata per me una lingua e quei muli furono una delle prime M disegnate del mio alfabetiere.

Gli animali, in letteratura, hanno avuto sempre a che fare con la lingua. Quando Gregor Samsa viene trasformato in uno scarafaggio, la prima cosa che perde è il linguaggio. Presto i suoi familiari, addossati alla porta della sua stanza, non lo capiranno più. La perdita del linguaggio è la precipitazione nella condizione di alterità. Diventare un animale vuol dire entrare a far parte di un esercito silenzioso di senza voce.

Il racconto del mio bisnonno rimandava agli stessi piedi e alle stesse scarpe. Nel 1947 il mondo non era cambiato dal secolo precedente, soprattutto tra quelle montagne. E i contadini che salivano là sopra, quel 1 maggio, erano i rivoltosi di quella terra. I disertori. I disubbidienti. I senza voce. E come in un racconto perfetto, in quella Piana si compendiò la “vocazione fatale alla morte” a cui i disertori sono destinati.

Fu un punto di svolta, per tutta la storia precedente e per quella futura. Da una parte si consumò la sconfitta definitiva del movimento contadino e cominciò inesorabile e rapidissima la scomparsa di un mondo che era durato secoli. Dall’altro, si anticiparono con un facsimile perfettamente replicabile tutte le stragi che sarebbero seguite e si testò il modello di quella che in seguito sarà chiamata la strategia della tensione.

Qualche tempo prima, Gramsci aveva definito la Sicilia il paradigma della contemporaneità, e la sua espressione resta ancora validissima. Isola plurale, precisò Gesualdo Bufalino. Isola continente, isola mondo, isola della peste e non della provvidenza, metafora dell’Italia e archetipo dell’Europa. Un’isola abitata dal contrasto, sia nella natura che negli uomini: lussureggiante o secca, nera di vulcano e bianca di sale, taciturna e loquace, sanguinaria ed eroica, miscredente e devotaUn’isola dove si sono pregate tante religioni diverse e parlate decine di lingue: il greco, il latino, l’arabo, il normanno, il francese, lo spagnolo, l’arbresch, e ora tutti i dialetti dei nuovi migranti e dei nuovi profughi che risalgono dall’Africa. Un’isola lacerata dalla criminalità e dal coraggio, dal culto della morte e dalla follia del vivere, dal riserbo e dall’ostentazione, dal desiderio di fuga e dalla vocazione alla più assoluta solitudine.

In una terra così, l’identità è un’esuberanza barocca, un gioco di specchi. Il sangue è misto e impuro, le maschere si moltiplicano, i soprannomi si sostituiscono ai nomi. La realtà si trasforma in un teatro, è una recita continua, morte compresa, e il teatro diventa all’opposto uno dei pochi luoghi dove si possono togliere gli abiti di scena. La ragione si nasconde nella follia, la verità nella menzogna e nella contraffazione. Ogni alfabeto è ribaltato e sottosopra e indica il contrario.

Perché tutto nasce da un pessimismo radicale della Storia. La Storia non esiste. È un imbroglio e un’impostura.

La Storia, in una terra percorsa da sempre da eserciti invasori, non è che una solenne bugia, una frode, una scrittura privilegiata, un racconto manomesso che solo attraverso un’altra  manomissione, quella letteraria, può essere svelato. L’intera letteratura siciliana da Verga a Pirandello a Sciascia non è che questa inesauribile riflessione sulla doppiezza e sull’irrimediabile ambiguità del mondo.

Eppure proprio in quest’isola dove è impossibile definire sé stessi (tanti e diversi sono i caratteri genetici e i temperamenti dei suoi abitanti) e dove, di conseguenza, è altrettanto impossibile definire l’altro da sé, si è sviluppata la coscienza, e quasi l’orgoglio e la superbia ma anche il pudore, di una diversità. Un sentimento che rende i siciliani simili agli ebrei, sosteneva Sciascia, per un comune destino di diaspora, per essere andati fuggiaschi ed espatriati per tutti i mari della terra.

Chi da un’isola proviene, per quanto vada lontano, disegnerà tutto a forma di isola: sarà un’isola la stanza dove lavora, un’isola la famiglia in cui vive.

Portella della Ginestra, per chi non c’è mai stato, ha questa forza simbolica. E’ un valico tra due montagne: brullo, con il sasso Barbato, il sasso da cui parlavano gli oratori sin dall’epoca dei fasci siciliani. Un luogo dove fioriscono solo le ginestre. Quella strage su un popolo inerme e in festa fu il battesimo della nostra Repubblica, il primo mistero d’Italia, che tanti processi – e il primo e il più importante si svolse a Viterbo, dove sarei andato a vivere – non hanno risolto.

Ma non sapevo, non avrei mai pensato, che un giorno su tutto questo avrei sentito il bisogno di scriverci un romanzo. E che quel romanzo sarebbe stato il primo che avrei pubblicato e che una sera, a Siracusa, Vincenzo Consolo e Massimo Onofri lo avrebbero benedetto, iniziandomi alla mia avventura letteraria.

Mi accorgo adesso che il primo personaggio di quella storia era un uomo che ha la malattia della balbuzie: non riesce a terminare una frase se non scrivendo perché soltanto così nessuno lo interrompe o si mette a ridere. È un fuori norma anche lui, un errore per la società. Un barbaro, nel senso originario del termine. L’etimologia di bàrbaros (βάάρβαρος) è infatti «balbettante»: indicava gli stranieri che non sapevano parlare in greco. Il primo criterio di definizione di «straniero» non è legato quindi a una differenza fisica, antropologica o geografica, ma all’uso della lingua. La lingua è la mappa del territorio, è il confine e il valico, l’aggressione e la discordanza, e ogni guerra di conquista non è altro, in definitiva, che una guerra per imporre la propria lingua. Per questo l’altro va cercato nella voce incerta, nella parola irregolare. Se la scrittura è la lingua di chi balbetta, più estesamente la letteratura è la lingua dell’Alterità.

In carcere, il mio contrabbandiere scriverà una storia dove la verità è una maschera ambigua e sfuggente, un filo di fumo, come tutte le storie della sua isola. Successivamente la riforma agraria si fece, ma fu una specie di truffa: i grandi latifondisti divisero le loro proprietà intestandole a famigli e prestanome, mantenendone quindi il possesso grazie anche all’opera di avvocati solerti e ben pagati che non persero tempo e sapevano come depositare gli atti di proprietà. Ai contadini andarono le terre che non si potevano coltivare, le pietraie… in molti ci provarono, andarono sulle montagne, ma fu impossibile ricavarci qualcosa. E questo generò una grande ondata migratoria verso l’America, di nuovo, o le fabbriche in Germania, in Belgio e poi nel Nord Italia. Emigrazione che oltre ai contadini coinvolse pure i minatori: negli anni cinquanta chiusero in Sicilia anche molte miniere di zolfo. Io sono il prodotto di tutta questa catena di conseguenze. La mia famiglia abbandonò la Sicilia alla fine di quel decennio. Ma è a quei muli che non ho mai smesso di pensare. Fratelli nella fatica ma opposti nel carico: i primi con la frutta e il pane, gli altri con le armi.

Erano loro il vero obiettivo da colpire. Giuliano e la sua banda non erano stati assoldati solo per sparare sui “comunisti” il giorno della festa dei lavoratori, il 1 maggio 1947, ossia sui contadini e sulle loro famiglie. Li avevano pagati per corrompere e inquinare per sempre il dialetto asinino della sofferenza e uccidere un simbolo secolare.

Per questo è così triste la morte di quegli animali.

I primi a cadere sono i muli della frutta. Li avevano disposti a siepe, alla base del campo. Il manto gli si colora di rosso, le ginocchia si piegano, sulla terra livida si spargono nespole e carciofi. Dopo di loro stramazzano i cavalli, sollevando intorno un nuvolone di polvere e nitriti. I cani danno in smanie, la gente s’impietra, stordita, incredula, poi qualcuno s’accascia: un ragazzo, una bambina, la massa ondeggia, colpita, si rompe, le donne gridano, grida il falegname dal suo masso, grida il maresciallo, grida mio padre, chi fugge nelle scarpate, chi sui costoni, chi si stende tra le rocce. Alla fine si conteranno undici morti e ventisette feriti. Uno che si chiamava Provvidenza (nome verghiano per eccellenza) perderà vista e parola.

 


[1] Eric J. Hobsbawm, I ribelli, Torino, Einaudi, 1980, p. 130.

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Il senso di Camilleri per la storia https://minimaetmoralia.it/letteratura/andrea-camilleri-e-la-storia/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/andrea-camilleri-e-la-storia/#comments Mon, 28 Jul 2014 15:22:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22509 In queste piovose giornate di luglio un gioco e un invito: ripercorrere la storia della nostra Unità nazionale attraverso le pagine di alcuni romanzi di Andrea Camilleri. Un omaggio a uno scrittore grandissimo, i cui romanzi storici rappresentano uno dei più intelligenti e riusciti esempi di narrazione del verosimile (del resto Camilleri ha sempre tenuto a sottolineare il debito che lo lega a Alessandro Manzoni). Solo la prima citazione è tratta da I Malavoglia di Giovanni Verga, spiegare perché sarebbe pleonastico. Spero di farvi venire la voglia (in Toscana si dice così) di leggerli tutti.

17 marzo 1861, Torino. Il Parlamento Italiano, per la prima volta riunito, proclama Vittorio Emanuele II re d’Italia. Per grazia di Dio e volontà della Nazione. Ma la nazione è ancora tutta da fare. L’Italia unita, nata dal Risorgimento continua per molti ad essere ancora un’espressione, non più soltanto geografica ma anche politica. L’Italia unita dalle Alpi alla Sicilia. Mancano soltanto il Triveneto e lo Stato Pontificio. E poi manca Roma, dove Pio IX regna sullo Stato Pontificio forte dell’appoggio della Francia. Capitale d’Italia è Firenze. La Nazione che è diversa dallo Stato. La nazione comunità immaginata da un popolo che non sa sentirsi ancora uno se non quando è lo Stato a chiamare. E allora sono solo tasse e servizio militare obbligatorio:

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In queste piovose giornate di luglio un gioco e un invito: ripercorrere la storia della nostra Unità nazionale attraverso le pagine di alcuni romanzi di Andrea Camilleri. Un omaggio a uno scrittore grandissimo, i cui romanzi storici rappresentano uno dei più intelligenti e riusciti esempi di narrazione del verosimile (del resto Camilleri ha sempre tenuto a sottolineare il debito che lo lega a Alessandro Manzoni). Solo la prima citazione è tratta da I Malavoglia di Giovanni Verga, spiegare perché sarebbe pleonastico. Spero di farvi venire la voglia (in Toscana si dice così) di leggerli tutti. (Fonte immagine)

17 marzo 1861, Torino. Il Parlamento Italiano, per la prima volta riunito, proclama Vittorio Emanuele II re d’Italia. Per grazia di Dio e volontà della Nazione. Ma la nazione è ancora tutta da fare. L’Italia unita, nata dal Risorgimento continua per molti ad essere ancora un’espressione, non più soltanto geografica ma anche politica. L’Italia unita dalle Alpi alla Sicilia. Mancano soltanto il Triveneto e lo Stato Pontificio. E poi manca Roma, dove Pio IX regna sullo Stato Pontificio forte dell’appoggio della Francia. Capitale d’Italia è Firenze. La Nazione che è diversa dallo Stato. La nazione comunità immaginata da un popolo che non sa sentirsi ancora uno se non quando è lo Stato a chiamare. E allora sono solo tasse e servizio militare obbligatorio:

«Nel dicembre 1863, Ntoni, il maggiore dei nipoti era stato chiamato per la leva di mare. Padron Ntoni allora era corso dai pezzi grossi del paese, che sono quelli che possono aiutarci. Ma don Giammaria, il vicario, gli aveva risposto che gli stava bene, e questo era il frutto di quella rivoluzione di stanasso che avevano fatto collo sciorinare il fazzoletto tricolore dal campanile. Invece don Franco lo speziale si metteva a ridere fra i peli della barbona,e gli giurava fregandosi le mani che se arrivavano a mettere insieme un po’ di repubblica tutti quelli della leva e delle tasse li avrebbe presi a calci nel sedere che soldati non ce ne sarebbero stati più» (Giovanni Verga, I Malavoglia, 1881)

17 giugno 1866: la Prussia apre le ostilità contro l’Impero Austro ungarico. A darle man forte l’Italia che il 20 giugno, per voce del nuovo presidente del consiglio Bettino Ricasoli, annuncia lo stato di guerra contro l’Austria. Il nuovo esercito Italiano con a capo il Re Vittorio Emanuele II e il generale La Marmora mette in campo oltre 240.000 uomini. È la Terza guerra d’Indipendenza. A combatterla per la prima volta un esercito nazionale. Un esercito di povera gente che sperimenta con la leva obbligatoria cosa significhi far parte di uno Stato Nazione.

Il professor Stocchi, testimone d’epoca, narra in un suo scritto che nei paesi dell’interno dell’isola, l’accompagnamento del coscritto alla caserma aveva lo stesso rituale di un trasporto funebre: in testa il chiamato alle armi, dietro i genitori (la madre, col velo nero a coprirsi il volto, si picchiava il petto ed emetteva urla e gemiti), dietro ancora i fratelli, le sorelle, i cugini, gli amici tutti rigorosamente in nero. Non si trattava di cose di vento, di fantasia: la leva obbligatoria sottraeva alla famiglia contadina le forze di lavoro migliori e veniva a “costituire, per il ceto rurale povero, una durissima imposta materiale, oltre che morale, in quanto per quattro o cinque anni di servizio militare, venivano perdute migliaia di prestazioni giornaliere di lavoro”. Gli effetti della leva obbligatoria furono immediati: la renitenza si diffuse a macchia d’olio (e i renitenti andavano a ingrossare le fila dei latitanti e dei briganti); con la complicità di alcuni ufficiali dello stato civile molti neonati furono iscritti nei registri come appartenenti al sesso femminile; alcuni giovani vennero dai genitori portati sull’orlo della tomba con digiuni ed erbe magiche per renderli disabili; diminuì sensibilmente la nuzialità e soprattutto toccò livelli minimi il grafico delle nascite. Ma si badi bene: l’apparente volgarità del verbo adoperato, futtiri, vuole con reale pudore nascondere sentimenti puri come lo sposarsi, il fare l’amore, l’avere figli, allevarli. (Il gioco della Mosca, Sellerio, 1995, pp.  60-61)

e ancora

Dei fatti che stavano succedendo in paese e di cui in qualche modo gli era giunta l’eco manco ne parlavano: “cu veni appressu aggruppa i fili”, e loro sempre sarebbero venuti appresso a fare il lavoro ingrato, speranza nessuna ne tenevano di cangiare posto, magari se qualche pazzo andava dicendo a mezza bocca che con i Fasci le cose sarebbero cambiate; “storia è e storia sarà”; salta il trunzo e va in culo all’ortolano diceva il proverbio, e loro ortolani erano. Per esempio, a Garibardo, che magari lui era venuto trent’anni prima a contare chiacchiere e tabacchiere di legno, glielo avevano cantato latino: Vulemo e Garibaldi cc’un pattu: senza leva! Ca s’iddu fa la leva canciamu la bannera. E com’era finita? Erano dovuti partire per la leva e la bandiera non si era più potuta cangiare. (Un filo di fumo, Sellerio, 1997, p. 70)

Dall’Italia unita in molti si aspettano una riforma agraria che metta fine all’iniquo sistema del latifondo in vigore nel regno delle due Sicilie. Ma la riforma non arriva. Scoppiano varie rivolte che settori filo borbonici della società non esitano a strumentalizzare. Si organizzano bande formate da popolani guidate da capi carismatici che vengono chiamati subito briganti.  Nel volgere del primo decennio unitario i disordini si propagano dall’Irpinia al Molise, dall’Abruzzo alla Basilicata fino alla Puglia e alla Calabria. 50.000 soldati del regio esercito vengono inviati nelle province meridionali al comando del generale Enrico Cialdini. Gli scontri che ne seguono sono violentissimi. Vengono bombardati villaggi, muoiono centinaia di civili rei di aver dato ospitalità ai briganti. Nel 1862, a solo un anno dall’Unità, il governo di Urbano Rattazzi dichiara lo stato d’assedio in Sicilia e nelle province del mezzogiorno continentale. È la prima di una lunga serie di leggi speciali volte a eliminare il problema del “brigantaggio”  nel sud.

Brigantaggio l’ho scritto tra virgolette per farmi arrasso dalle tesi della storiografia ufficiale, almeno come ancor oggi risulta dai libri di scuola, che mistificano, spacciano per banditismo quella che in realtà fu anche una gigantesca rivolta contadina. E valgano le cifre. Dal Quadro numerico approssimativo fornito dal Gran Comando militare di napoli (approssimativo per “mancanza di tempo” specifica lo stesso estensore del rapporto, generale Pompeo Bariola, personaggio che ritroveremo in seguito) e da altri documenti ufficiali risulta che la repressione contro il “brigantaggio”, nel periodo compreso tra il primo giugno 1861 e il 31 dicembre 1865, portò a questi tre risultati: fucilati o uccisi in combattimento: 5212; arrestati: 5.044; presentatisi (arresisi cioè): 3.587; per un totale di 13.843 persone.

(…) Un po’ troppi per trattarsi di puri e semplici banditi da strada. E del resto uno scrittore abbastanza lontano dai problemi del meridione  come Riccardo Bachhelli tutto questo l’ha intuito nel suo bel racconto Il Brigante di Tacca del Lupo. Comunque fra quei morti c’era sicuramente incluso (…) il generale spagnolo Josè Borjes. Borjes era nato in catalogna ed era figlio di un ufficiale fucilato nel 1833: aveva partecipato alla guerra partigiana carlista e da semplice sottufficla era diventato, nel 1840, comandante di brigata. Andato in esilio, aveva vissuto a Parigi come rilegatore di libri e qui era stato scovato e arruolato dal comitato borbonico presieduto dal principe di Scilla. Gli venne assegnato il compito di sbarcare in calabria e di assumere il comando di tutte le forze filo borboniche, briganti eno. A metà settembre del 1861 toccò terra a Bruzzno sul litorale jonico, con 17 compagni da lui personalmente convinti all’impresa. Era partito da Malta.

In pochissimo tempo si fece alleato un ex sottufficiale borbonico diventato brigante di primissimo rango, Carmine Crocco, e diede inizio a una impresa veramente leggendaria che mise spalle a muro l’esercito italiano. Era l’abbiamo detto un tecnico della guerriglia. Venne catturato nei pressi di Tagliacozzo ai prii del dicembre dello stesso anno, più per un personale scoramento che per effettiva sconfitta. La sua fucilazione fu eseguita poche ore dopo per ordine del maggiore dei bersaglieri Franchini, uno che aveva il plotone di esecuzione facile, e sollevò supposizioni, interrogativi e voci indignate magari nel nostro parlamento. Borjes portava sempre con sé un taccuino: veramente le macchie che facevano illeggibili qualche parola trasudavano tarvaglio e sangue, ma quello che più colpiva, a parte lenotazioni sulle battaglie e sugli scontri, era l’attento commento ai modi di coltura agricola dei territori che via via conquistava. Il suo braccio destro, il brigante Crocco, diarii non ne tenne ma in compenso ebbe modo, in galera e in attesa di processo, di scrivere le sue memorie.

Crocco a un certo punto racconta che un momento delicato della guerriglia fu durante la marcia di avvicinamento a Stigliano (che poi venne conquistata). In quella precisa situazione le truppe italiane avrebbero potuto stroncare le forze di Borjes, invece si limitarono a tallonarle a debita distanza. Non si trattò di un errore tattico, spiega Crocco, ma di un preciso accordo, una componenda, fatta tra lui e il generale Della Chiesa o Dalla Chiesa come appare in altri docuemnti, comandante dei reparti italiani (…). L’oggetto della componenda Carmine Crocco non lo rivela ma si può e si deve facilmente pensare che si trattasse di tradire lo spagnolo. Può darsi benissimo che il brigante menta, però è documentato che Della Chiesa venne privato del comando e deferito al consiglio di disciplina. Ma prima di essere destituito definitivamente, Della Chiesa si dedicò anima e corpo a una vera e propria strage di contadini. Nel dicembre 1861, lo stesso giorno in cui Borjes e i suoi morivano fucilati (sarebbe meglio dire ammazzati) il generale La Marmora scriveva a Petitti, ministro della guerra, che Della Chiesa “nulla fece e ora fucila tutti quei che trova, senza pur ancor sapere ricavare quei ragguagli che ci sarebbero rpeziosi”. È evidente che Della Chiesa fucilava a ragion veduta: proprio perché quei ragguagli non venissero fuori, perché della componenda fatta con Crocco non restasse traccia alcuna. (La bolla di componenda, Sellerio, 2004, pp. 19-21)

Il disarmo dei briganti avviene solamente nel 1870. Senza che nulla nei fatti sia cambiato. La repressione nel sangue di numerosi episodi di resistenza non appianerà del tutto la questione; lascerà anzi in non poche aree del nuovo Stato nazionale una sorta di malcelata simpatia per tutte quelle organizzazioni – anche decisamente illegali e con finalità criminali – che si promuoveranno agli occhi dei più emarginati come soggetti capaci di una protezione non solo migliore di quella dello Stato, ma contro le prevaricazioni vere e presunte dello Stato. Precostituendo anche il terreno di coltura di uno dei fenomeni più devastanti ed “esclusivi” della storia nazionale italiana contemporanea: il controllo di interi territori da parte di forze criminali (mafia, camorra ecc…) capaci di coniugare con specifici interessi criminali una diffusa e profonda ideologia antistatuale. Che esista una problema meridionale, una questione, se ne accorge anche il Parlamento che nel 1875 decide di inviare una Commissione a studiare per quale motivo ancora una volta si sia reso indispensabile istituire misure eccezionali di pubblica sicurezza nel governo della Sicilia (Giovanni De Luna, Fare gli Italiani).

Circa quindici anni fa, attorno al 75, stava dicendo il marchese Curtò, sbarcarono in Sicilia due commissioni d’Inchiesta, dico due, e magari nei nostri paraggi vennero, mettandosi a fare una tale quantità di domande che pareva d’essere tornati a scuola. (…) Quelli ogni volta che calano dalle nostri parti vengono sempre coll’aria di doversi insegnare qualcosa. Al principio queste commissioni parevano una cosa seria, e invece qual è stato il risultato? Tutti i signori commissari si sono lasciati fottere da questa storia della mafia e si sono messi a scrivere cose di fantasia. (…) Mettiamo che la Sicilia sia un albero, va bene? Un albero malato. Questi signori hanno cominciato a fare “quest’albero ha nel tronco macchie così e così, ha i rami mezzo purriti, ha le foglie metà di questo colore e metà giallose, e quindi se ne sono tornati a casa loro contenti e felici. Franchetti e Sonnino poi hanno scritto magari, che il governo non aveva fatto altro che mandare da noi in Sicilia i peggio impiegati e il peggio personale di polizia. All’annegato pietre addosso. Cioè se un albero è già malato e io ttti i giorni ci piscio sopra , l’albero muore più di prescia. Ma questo non significa che è stata la mia pisciata a far ammalare l’albero. Può darsi che leragioni sono più lontane, magari fra le radici sotto terra, e allora bisogna avere gana di scavare non sapendo cosa intanto trovi, un nido di vipere, una pietra ferrigna che t’azzanna lo scarpone. Non solo bisogna essere medici bravi per scoprire una malattia, bisogna magari saperla curare (Un filo di fumo, Sellerio, 1997, pp. 35-38)

I primi governi nazionali hanno la ricetta per curare le ferite di questo nuovo Stato. Intanto il diritto: unificare i codici. Poi provvedere a un moderno sistema scolastico. Quindi riformare l’amministrazione. Hanno fiducia nel’estensione di un modello burocratico di tipo piemontese, in grado di controllare in modo verticale l’andamento della cosa pubblica. Prefetti vengono inviati in tutta Italia a vigilare sugli affari nazionali. Ma spesso le Autorità non sono all’Altezza:

Se Vossignoria oso disturbare, piuttosto che indirizzarmi ad altra autorità a V.E. sottomessa, ciò è da rinvenire nella cagione che nella generalità rende i miei compatrioti riottosi ad illuminare i Funzionari responsabili circa fatti e circostanze che in quale che siasi altra parte del Regno troverebbero largo concorso di testimonianze e dichiarazioni. Non crede infatti ella che se l’Autorità ispirasse maggiore fiducia ne’ cittadini, molti che oggi non la soccorrono per timore della provata potenza de tristi, e per convinzione della debolezza e financo connivenza di certe Autorità, altrimenti obbedirebbero alla legge a fronte di Funzionari più abili, e più forti o quantomeno più circospetti? Non è stata sovente notata ne’ Funzionari, o in taluni di essi, negligenza abituale, aborrimento dal lavoro, eccessiva pigrizia e mollezza nel compiere il servizio, mancanza di assiduità e di zelo? E quante volte è avvenuto che siano state commentate dal pubblico abituali relazioni di Funzionari con individui pregiudicati nella comune opinione? Ma io non sono qui tratto per interporre processo ai modi co’ quali la cosa pubblica viene condotta – per quanto da Italiano sincero abbia di ciò non solo diritto ma dovere a lagnarmi –(…) (Un filo di fumo, Sellerio, 1997, p.56)

Alcune storie sono degne di nota. Come una di quelle raccontate negli Atti dell’Inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia del 1875. Una storia dell’Italia unita. La storia di un Prefetto fiorentino che si intestardisce a imporre agli abitanti di Caltanissetta un’opera ai più ignota Il Birraio di Preston:

Dopo il Prefetto Polidori, un buon Prefetto che aveva fatto marciare la macchina amministrativa venne Fortuzzi. Si figuri la Commissione, Fortuzzi voleva studiare la Sicilia attraverso le figurine incise nei libri. Se un libro, unastoria di Sicilia, non aveva figure, non aveva importanza. Fortuzzi arrivò persino a fare il buttafuori del teatro, ad eccitare gli artisti a cantare, ad onta che un pubblico scelto disapprovava l’opera il Birraio di Preston. Voleva imporre anche la musica a noi barbari di questa città. E con il nostro denaro. Eppure il Birraio di Preston ebbe delle vittime: un povero diavolo impiegato postale che disapprovava il Birraio fu traslocato e dovette abbandonare il posto perché non aveva che 700 lire all’anno di stipendio e non poteva allontanarsi da Caltanissetta (Inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia, ed. 1968, pp. 730-731) 

Esiste fra il nord e il sud del paese una incomprensione profonda e una profonda diffidenza. I quotidiani hanno una tiratura essenzialmente locale. Quando nel 1876 il conservatore Torelli fonda a Milano Il Corriere della Sera lo fa per dare voce non tanto all’Italia unita quanto alla nuova classe dirigente del triangolo industriale. A Roma nel 1878 viene fondato il Messaggero. A Napoli pochi anni dopo, nel 1892 Edoardo Scarfoglio fonda il Mattino Voci diverse. Distanti. Sono le voci della nuova opinione pubblica che si forma nell’Italia unita. Ma quanti possono leggere? Al momento dell’unificazione il 70% degli italiani è analfabeta. Il sistema scolastico in gran parte è affidato alla Chiesa. Fino al 1877 quando con la legge Coppino l’istruzione primaria diventa gratuita e obbligatoria.

E assieme agli uomini di mare, agli spalloni, a non contare c’erano i carrettieri, o meglio i conduttori di carretti, perché cavallo e carretto non gli appartenevano, rimbecilliti dal percorso sempre uguale dal deposito di sulfaro alla plaja e dalla plaja al deposito, e più corse facevi, più guadagnavi ma attento a non strappiare il cavallo, a non rompere una ruota, allora ti giocavi due o tre settimane di una paga già ridotta all’osso dalla percentuale dovuta al padrone di cavallo e carretto; a non contare c’erano i pirriatori delle cave e i minatori di sulfaro e di sale, che gli occhi gli lacrimavano quando tornavano a vedere il sole e la notte la tosse li martoriava, i polmoni fatti più polvere e pietra che carne; a non contare c’erano i pescatori delle paranze che dopo una giornata di mare tinto nella quale s’erano giocati la vita, si portavano a casa mezzo chilo di trigliola che doveva levare la fame a dieci persone (pesce di scarto che quella gente grama non pesca per sé ). Ma dato che si era fatta l’ora di mangiare pure loro che non contavano stavano mangiando. Lo facevano però con fantasia, perché c’era da prendersi per il culo, convincersi cioè che la scanata di pane di frumento da un chilo fosse appena bastevole per il companatico che non andava più in là di una sarda salata, di un uovo ciruso, di un pugno di olive.

Allora si faceva penzoliare dalla cima di una canna la sarda salata e si dava un mozzicone al pane e una leccata alla sarda, una sola passata di lingua pelle pelle: i denti sulla sarda si cominciavano ad adoperare verso la fine, quando il rapporto fra il pane e il companatico era diventato cosa ragionevole. Oppure si metteva in bocca tutto intero l’uovo ciruso, che per questo scopo doveva essere ben sodo, lo si teneva un poco fra la lingua e il palato e poi sempre tutto intero lo si ritirava fuori e su questo sapore uno poteva mangiarsi magari mezza scanata, e capace che in caso di bisogno l’uovo era ancora buono per il giorno dopo. I più fortunati, quelli ai quali il lavoro dava diritto per tradizione alla calatina, al companatico a spese del padrone, mangiavano caponatina, un’insalata di capperi, sugo, sedani e melanzane annegati nell’aceto, e si sentivano meglio di un re. Perché era martedì, e di martedì non c’era cotto nelle famiglie: il fonello di casa veniva solamente acceso il giovedì e la domenica, quando si calava la pasta.(Un filo di fumo, Sellerio, 1997, pp. 68-69)

Ma i poveri, gli analfabeti sono pericolosi:

Mi vien fatto inoltre di considerare la situazione politica dell’Isola (e particolarmente di quest’orrida provincia) del tutto simile a un cielo coperto da nubi spesse e minacciose, foriere di imminenti tempeste. Come Voi ben sapete, turbolenti e dissennati agitatori bakuniani, maloniani, radicali, anarchici, socialisti, percorrono indisturbati il paese spandendo ovunque a piene mani il tristo seme della rivolta e dell’odio. Che fa il solerte e vigile contadino? Quand’egli vede nel canestro colmo d’appetitosa frutta una mela marcia, non esita immantinenti a gettarla via, perché non infetti di sé e il contagio non si propaghi. Di contra, qualcuno in alto loco pensa che non si debbano mettere in atto provvedimenti che altri ritener potrebbero repressivi; ma intanto, mentre si parla e discute, il mal seme alligna, mette salde ma purtroppo invisibili radici. E difatto essi sono abilissimi nel celare frequentemente i loro turpi proponimenti sotto apparenze di civile convivere. (La concessione del telefono, Sellerio, 1998, p. 29)

La repressione è durissima. Nel complesso, il numero delle vittime raggiunto nel giro di dieci anni supera quota 5.000. Tra la fine dell’anno 1893 e l’inizio del 1894 in Sicilia scoppiano tumulti e dimostrazioni di protesta. Il centro propulsore della rivolta sono le province di Enna e Catania, dove, nel maggio del 1891 il deputato socialista Giuseppe De Felice Giuffrida aveva fondato i Fasci dei Lavoratori siciliani. Le rivolte del popolo siciliano si scatenano all’inizio di dicembre del 1893. Il 24 dicembre, il governo presieduto da Crispi proclama lo stato d’assedio nell’intera isola di Sicilia. Vengono inviati più di 30.000 soldati per ripristinare l’ordine pubblico. Il generale Morra di Lavriano viene nominato Commissario con pieni poteri.

L’episodio più grave di sollevazione popolare avviene a Valguarnera (in provincia di Enna) il giorno di Natale del 1893: i lavoratori del luogo marciano verso il centro della città, incendiano i locali del comune, assaltano le case dei notabili, bruciano le carceri e gli uffici postali, procedono a saccheggi e distruzioni. Nel giro di pochi giorni la rivolta si estende ad altri centri della Sicilia e molti lavoratori perdono la vita negli scontri con l’esercito e la polizia: il 25 dicembre a Lercara ci sono 11 morti; il primo gennaio del 1894 a Pietraperzia si contano 8 deceduti fra la gente del popolo; tra il 2 e il 3 gennaio muoiono più di 40 persone nel corso delle manifestazioni avvenute a Belmonte, Mazzarino, Camporeale, Gibellina Marineo; il 5 gennaio 14 persone muoiononel corso di una protesta organizzata a Santa Caterina Villarmosa. Nei mesi di aprile e maggio del 1894, il tribunale militare condanna i membri del Comitato Centrale dei Fasci siciliani: 18 anni di reclusione vengono inferti a De Felice Giuffrida, il fondatore dei Fasci di Catania.

Io ho visto l’esercito italiano, in più occasioni,e sempre più frequentemente, sparare su gente che protestava perché stava a muriri di fame. Hanno sparato macari su fimmine e picciliddri. E io ne ho provato raggia e vrigogna. Raggia perché non si può restarsene freschi e tranquilli a vedere ammazzare persone ‘nnucenti. Vrigogna perché io stesso, con le mie parole, i miei atti, con gli anni di galera, con l’esilio, ho dato mano a fare quest’Italia che è ad diventata così com’è, una parte che soffoca l’altra e se si ribella, la spara. (Andrea Camilleri)

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Recensioni in forma di suggestione 01 https://minimaetmoralia.it/libri/recensioni-in-forma-di-suggestione-01/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensioni-in-forma-di-suggestione-01/#respond Thu, 07 Jun 2012 14:00:42 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8267 Comincia oggi una piccola rubrica a cura di Gianluca Cataldo che dai romanzi (o dai racconti) che si propone di recensire subisce, e restituisce, brevi suggestioni. Nate da una frase o da un animo condiviso, da una pagina, o da 1257 (ma anche dal timore di non riuscire a parlarne adeguatamente) non si propongono di setacciarne le strutture, né di collegare relazionare schematizzare, ma semplicemente (o forse arditamente) di incuriosire.

Libertà! (Giovanni Verga)

Il vecchio libraio, Carmelo Viola, chiese a Virgilio se avesse letto la novella che gli aveva prestato. Nel farlo mosse leggermente la mano sinistra dal basso verso l’alto, secondo quel suo gesto tipico che sembrava volesse invitare l’interlocutore a continuare un discorso, anche quando il discorso, a ben guardare, non era che al suo inizio. Si trattava di Libertà, una novella di Verga che lui, il libraio, aveva ricopiato a mano su un paio di fogli perché il ragazzo potesse leggerla senza che gli rovinasse il libercolo che custodiva gelosamente nella sua libreria. Era un libraio ben strano, il cui affetto per i libri lo portava ad assomigliare più a un amanuense che a un venditore.

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Alfredo Montalti, illustrazione per Libertà, in Novelle rusticane (1883)

Comincia oggi una piccola rubrica a cura di Gianluca Cataldo che dai romanzi (o dai racconti) che si propone di recensire subisce, e restituisce, brevi suggestioni. Nate da una frase o da un animo condiviso, da una pagina, o da 1257 (ma anche dal timore di non riuscire a parlarne adeguatamente) non si propongono di setacciarne le strutture, né di collegare relazionare schematizzare, ma semplicemente (o forse arditamente) di incuriosire.

Libertà! (Giovanni Verga)

Il vecchio libraio, Carmelo Viola, chiese a Virgilio se avesse letto la novella che gli aveva prestato. Nel farlo mosse leggermente la mano sinistra dal basso verso l’alto, secondo quel suo gesto tipico che sembrava volesse invitare l’interlocutore a continuare un discorso, anche quando il discorso, a ben guardare, non era che al suo inizio. Si trattava di Libertà, una novella di Verga che lui, il libraio, aveva ricopiato a mano su un paio di fogli perché il ragazzo potesse leggerla senza che gli rovinasse il libercolo che custodiva gelosamente nella sua libreria. Era un libraio ben strano, il cui affetto per i libri lo portava ad assomigliare più a un amanuense che a un venditore.

Allora, l’hai letta la novella? Virgilio era molto intimidito da quell’uomo, dalla sua barba curata e dai libri accatastati sul suo tavolo. La madre, Ines, diceva sempre che le persone che sapevano leggere andavano rispettate, e lui si era convinto che la capacità  di lettura fosse direttamente proporzionale alla quantità di libri letti. Ergo, quell’uomo era degno del più grande rispetto, parola che al solo pensarla incuteva a Virgilio, come agli altri isolani, il più malcelato timore. I due si erano incontrati per la prima volta una domenica, all’uscita dalla messa. Per la precisione, il piccolo Virgilio era solito recarsi ogni domenica a messa con le cugine, di cinque anni più grandi di lui. Belle quanto credenti, le due ragazze, benché non fossero gemelle, si assomigliavano incredibilmente e, incaponitesi nella loro fede, finivano per perdere sulla strada verso la chiesa gran parte del loro fascino. Non troppo alte, ma nemmeno troppo basse, scure di carnagione e con un bel viso di meridionale lattiginosa freschezza, scortavano Virgilio verso Santa Maria la Reale, ogni domenica alla messa delle nove, respingendo gli attacchi dei buontemponi che, dal bar della nonna, gettavano sul selciato occhiate melliflue speranzose di essere raccolte.

Sotto il sole cocente dell’estata isolana, c’era un che di stoico in quelle due piccole figure che, telo sulla testa, camminavano a capo chino verso l’eucarestia settimanale. Onorate ragazze ben educate, reprimevano senza troppi sforzi gli attacchi dei giovanotti Vitaliani e, più a fatica, le titubanze che venivano direttamente dal loro animo. Consapevoli della loro bellezza, e intimamente convinte che in essa non ci fosse niente di male, non riuscivano a superare del tutto un’educazione troppo cattolica che, lungi dall’essere rifiutata in blocco, finiva per essere edulcorata in uno sguardo di sottecchi. Paradossalmente, finivano per assomigliare all’Annunziata di Antonello da Messina, così pudibonda eppure così sfrontata. Mariuzzo, l’eretico del quartiere, nei momenti di libertà, non perdeva occasione per avvicinarsi alle due ragazze. Nell’Isola, a quei tempi, c’era una strana discrasia tra il rispetto dovuto a una donna e la considerazione che si aveva del genere femminile. Capitava così che, reprimende oltremodo, le donne godessero però di uno status privilegiato, se così si può dire, riflessivo. Appartenenti a qualcuno, marito fratello o padre, risultavano intoccabili in virtù di un machismo mal travestito da galanteria. Al contrario, al riparo dalle mura domestiche, il controverso diritto di proprietà poteva estendersi longa manu a qualunque aspetto della vita di una donna, dall’educazione all’aborto, dal lavoro all’eredità. Le due ragazze, dunque, vivevano con tranquillità le attenzioni di Mariuzzo che, lontano dal minacciare l’incolumità fisica delle Annunziate, mirava piuttosto a mettere a repentaglio la loro immagine sacrale, eccitato insanamente da ogni costruzione blasfema che incontrava lungo il suo cammino. Il piccolo Virgilio assorbiva quei riti pagani, identici ogni domenica, in attesa di osservare quelli ieratici, meno oscuri a un animo ancora innocente come il suo, e si era stupito, quella volta, all’uscita dalla messa, di non trovare il solito Mariuzzo, bensì il Don Carmelo Viola, il libraio.

L’uomo, a fatica, aiutandosi col suo bastone, si era fatto incontro alla triade, aveva salutato le due ragazze levandosi la coppola e si era rivolto direttamente a Virgilio muovendo la mano sinistra dall’alto verso il basso. Tua madre mi ha detto che vorresti leggere qualche libro, ma che non sai da dove cominciare… Il piccolo Virgilio aveva chinato il capo in un cenno d’assenso mentre il vecchio gli porgeva dei fogli scritti a mano e gli diceva Ecco, mi sono preso la briga di scriverti due righe, non c’è inizio migliore che cominciare da una novella di nome Libertà.

Qualche tempo dopo, rimembrando quella scena, davanti al libraio che lo incalzava chiedendogli cosa ne pensasse, Virgilio sorrise al pensiero che con le sue cugine di fianco l’intero quadretto potesse sembrare un’annunciazione apocrifa. Allora, cosa ne pensi ragazzo? Rispose che lo aveva incuriosito il fatto che la libertà si facesse. E, convinto di dire qualcosa di innocuo aggiunse, con finta spavalderia, La libertà o c’è o non c’è. Don Carmelo lo guardò con una certa curiosità, si alzò a fatica dalla sua grossa sedia e gli si avvicinò. Nel farlo fece cadere dei libri per terra e, contrariamente a quanto faceva di solito, non si chinò subito a raccoglierli ma li fissò con una certa indifferenza. Col suo bastone si aiutò a spostarli sotto il tavolo, ripromettendosi mentalmente che li avrebbe sistemati in seguito, e poi mise una mano sulla spalla di Virgilio come se stesse per confessargli una grande verità. Noi siamo in grado di fare anche la libertà, siamo così astratti da creare tutto… il problema e che poi ci consegniamo ai signori, convinti che la nostra creazione sia sufficiente. Siamo in grado di creare tutto ma non siamo dei, rammentalo! qualunque cosa leggerai in futuro.

Virgilio, lì per lì, non capì cosa Don Carmelo volesse dire, e in ogni caso il vecchio non volle spiegarsi oltre perché la pressione della sua mano sulla spalla del ragazzo si fece via via più pesante, fino a trasformarsi in una spinta di commiato con la quale lo accompagnò alla porta. Sull’uscio staccò la mano dalla spalla, come se si fosse accorto all’improvviso di averla sopra qualcosa che non gli fosse concesso toccare. Chiese a Virgilio di tornare, e promise che gli avrebbe prestato altri libri, ma soltanto di scrittori isolani perché Bisogna sempre partire da un animo che si conosce, e anche perché sono di più facile reperibilità.

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Occhiacci grigi e occhiacci di legno https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/occhiacci-grigi-e-occhiacci-di-legno/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/occhiacci-grigi-e-occhiacci-di-legno/#comments Fri, 02 Dec 2011 09:27:45 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5835 Le telemachie di due adolescenti disubbidienti: «Rosso Malpelo» e «Pinocchio» a confronto.

di Fabio Stassi

A metà strada tra l’inaudita carambola dell’unità e gli spasimi di fine secolo, ecco che irrompono sulla scena letteraria della nuova nazione gli occhiacci irriverenti e inurbani di due adolescenti. I primi appartengono a un monellaccio “torvo, ringhioso e selvatico”, schivato da tutti come un cane rognoso: sono di colore grigio e così lividi e penetranti da far dire agli altri: “Va là, che tu non ci morrai nel tuo letto, come tuo padre.” Occhi che di lì a poco si faranno “invetrati” davanti al tragico errore di quella maledizione.

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Le telemachie di due adolescenti disubbidienti: «Rosso Malpelo» e «Pinocchio» a confronto.

di Fabio Stassi

A metà strada tra l’inaudita carambola dell’unità e gli spasimi di fine secolo, ecco che irrompono sulla scena letteraria della nuova nazione gli occhiacci irriverenti e inurbani di due adolescenti. I primi appartengono a un monellaccio “torvo, ringhioso e selvatico”, schivato da tutti come un cane rognoso: sono di colore grigio e così lividi e penetranti da far dire agli altri: “Va là, che tu non ci morrai nel tuo letto, come tuo padre.” Occhi che di lì a poco si faranno “invetrati” davanti al tragico errore di quella maledizione. I secondi li disegna un mastro falegname su di un tocco di legno da catasta; appena creati, si muovono e lo guardano “fisso fisso” e con tale impertinenza da farlo impermalire: “Occhiacci di legno, perché mi guardate?”
Come si può facilmente indovinare, si tratta degli occhi di Rosso Malpelo e di Pinocchio. Il racconto di Verga viene pubblicato per la prima volta, col sottotitolo Scene popolari, sul Fanfulla di Roma nell’agosto 1878, ma esce in volume due anni dopo nella Vita dei campi; la prima edizione di Pinocchio è invece del 1883, ma quindici capitoli erano già apparsi col titolo La storia di un burattino sul Giornale dei bambini nel 1881[1].
Il giro di anni è lo stesso, ma questa è soltanto la più esteriore delle analogie che si possono riscontrare tra i due racconti. Simile l’uso evocativo della lingua, la famosa cantilena verghiana e gli “arruffati discorsi” di Pinocchio; affine la trama cromatica e il gioco dei chiaroscuri: i capelli rossi di Malpelo, quelli turchini della fata; esteriormente posticce e superflue[2] le chiuse, quasi un involontario ritrarsi dei due scrittori dal centro delle loro storie, un mischiare le carte o forse, addirittura, un volersi convincere di avere scritto appena l’origine di una leggenda o una favola paternalisticamente istruttiva, celando agli altri la loro frequentazione con i miti e a se stessi il nodo della propria sensibilità[3].

Ma ripartiamo dai loro occhiacci.
L’uso del dispregiativo depone subito di una particolare vocazione alla deformità e di un primato della vista sugli altri sensi. L’occhio pare l’organo prescelto per esprimere un’anomalia, una condizione “bestiale”, è il loro attributo più cencioso: Rosso Malpelo e Pinocchio non hanno occhi, hanno occhiacci. Altri segni testimoniano la devianza dalla norma: i capelli rossi, lo stato di marionetta, il visaccio, il cervellaccio, il naso…[4] Ma è attraverso gli occhi che i due fanno esperienza del mondo. Di conseguenza, anche il loro sguardo è diverso e per questo importuna, irrita, spaventa.
Ma cosa vedono Rosso Malpelo e Pinocchio?
La Sicilia di Verga e la Toscana di Collodi paiono terre lontane e incomunicanti[5], e invece il loro punto di osservazione ce le svela immerse nello stesso universo feroce e contadino, abitato da lupi, volpi usuraie e pesci voraci: una comune geografia di “ginestre riarse” e badilate, calci, guidalesche, truffe mortali.

In questo universo “animale” impera l’antichissima metafora dell’asino. L’asino è la bestia per eccellenza, la bestia battuta senza misericordia, il più volgare simbolo di miseria, offesa e fatica. Asino da basto di tutta la cava è chiamato il padre di Rosso Malpelo (il cui soprannome non potrà essere che quello di Mastro Misciu Bestia). Asinina è la prima reale metamorfosi di Pinocchio: una condizione che precede quella umana e ne indica l’alternativa più diffusa. E tramite gli occhi di un asino, quelli del grigio mangiati dai cani nella sciara, che “se non fosse mai nato sarebbe stato meglio”, e gli altri “moribondi” di Lucignolo, sia Rosso Malpelo che Pinocchio prendono definitiva cognizione della morte. Un punto di passaggio obbligato; un’immagine necessaria. Se asinino è il “dialetto” della sofferenza, nulla può rappresentare la morte più della morte di un asino.
È, quindi, nel firmamento secolare degli asini da basto e dei ciuchini che cala improvvisa e clamorosa la loro disubbidienza. Nell’illusoria bonaccia dell’Italia appena umbertina, Rosso Malpelo e Pinocchio si impongono con tragica prepotenza tra le più grandi figure di “disertori” che abbia mai avuto la nostra letteratura. La loro monelleria è irriducibile, l’aspetto sgradevole o incompiuto. Entrambi paiono scaturire dall’infrazione di un divieto, canonico avvio di ogni favola[6].

Ma cosa disertano? A chi disubbidiscono?
Dietro alle loro tante trasgressioni, se ne intuisce una di fondo: una radicale ribellione al proprio destino. Un destino che sin dall’inizio si configura come una consegna alla miseria e all’umiliazione cronica (il più ricco dei Pinocchi chiedeva l’elemosina e il padre di Rosso Malpelo subiva continue soperchierie) e, in ultimo, alla morte. La fuga di Pinocchio è tutta rivolta all’esterno: la fuga, ha illustrato suggestivamente Manganelli, è “una delle forme, delle strutture del solitario Pinocchio”[7] e i piedi sono il mezzo di questa rivolta, un mezzo fragile, combustibile ma meraviglioso. La defezione di Rosso Malpelo, più sedentario ma non meno radicale, si consuma invece tutta all’interno della cava, nell’isola della sua sciara “nera e rugosa”. È una variante tipicamente siciliana. I suoi piedi ce li immaginiamo scalzi e tumefatti: le scarpe del padre, che quando furono rinvenute gli provocarono un tremito così forte che “dovettero tirarlo all’aria aperta colle funi”, furono messe in serbo “per quando ei fosse cresciuto”, giacché rimpicciolire non si potevano e il fidanzato della sorella non le aveva volute; Malpelo “le teneva appese a un chiodo, sul saccone, quasi fossero state le pantofole del papa, e la domenica se le pigliava in mano, le lustrava e se le provava; poi le metteva per terra, una accanto all’altra, e stava a guardarle coi gomiti sui ginocchi, e il mento nelle palme, per delle ore intere, rimuginando chi sa quali idee in quel cervellaccio.” Gli si riuscirono comunque ad adattare i calzoni e la camicia di mastro Misciu, e così fu vestito quasi a nuovo per la prima volta.
C’è un traffico di abiti paterni in questi racconti, di “panni macerati nella sventura”[8]. I pantaloni di Mastro Misciu e la casacca di mastro Geppetto, venduta per l’abbecedario, sono entrambi di fustagno, e tutte toppe e riaccomodamenti, paiono una caparra e una malleveria della sorte. Ci introducono l’altro grande tema che accomuna le pagine di Collodi a quelle di Verga, dopo il tema della morte e della disubbidienza: la ricerca del padre.

Sia Rosso Malpelo che Pinocchio si possono, infatti, leggere come una telemachia. Esprimono verso il padre un sentimento di tenerezza e di mancanza. Non c’è nessun furore edipico, nessuna ansia omicida di affermazione, ma soltanto un vasto e musicale bisogno di ritrovarsi. Le mani di Mastro Misciu, quantunque fossero “ruvide e callose”, Malpelo se le ricorda “dolci e lisce”. Allo stesso modo, il legame che unisce Pinocchio a Geppetto è di una commovente intensità, anche se la paternità di quest’ultimo è più originale e complessa, non decisa dal sangue[9]. Per citare ancora Manganelli, Geppetto è quasi “uomo che spaventa, per la raffinata complicità di povertà e di magia”[10]; è un mago falegname, un illusionista che abita una casa piena di trucchi e di fondali finti, un artista che si oppone alla sua povertà attraverso la difesa della fantasia e che ancora sogna di “girare il mondo” con un burattino che sappia “ballare, tirare di scherma e fare i salti mortali”.
Se l’universo è animalesco e brutale, e quindi essenzialmente maschile, la madre è assente o limitrofa. Chi vorrà essere padre dovrà farsi carico anche delle funzioni materne, quasi per espiazione o risarcimento, come se sentisse il dovere di restituire l’affetto e la gentilezza che disertano il mondo e gli uomini.
La madre di Rosso Malpelo[11] è una presenza secondaria. Non lo vede che il sabato sera, e solo quando si trova in casa, perché è “sempre da questa o da quella vicina”. Persino lei ha dimenticato il suo nome di battesimo. È una donna piagnucolosa e disperata di avere per figlio quel “malarnese”, ma per lui non ha mai pianto per davvero come farà la madre di Ranocchio “perché non ha mai avuto paura di perderlo”; l’unico suo atto benevolo è quel rammendargli i calzoni del marito. La fatina dai capelli turchini sottopone, invece, Pinocchio a continue vessazioni; è, di volta in volta, Bambina, fantasima, sorellina, non riesce mai a diventarne madre.
Ma sia mastro Misciu che mastro Geppetto a un certo punto scompaiono: chi sottoterra, chi in mare. Geppetto è travolto da una “terribile ondata”, sulla barchetta dove era salito per andare a cercare Pinocchio. A Mastro Misciu, gabbato dal padrone, tocca, invece, la morte del sorcio. Dopo tre giorni che sterrava per toglierlo, un pilastro rosso “sventrato a colpi di zappa” gli si abbatte addosso, seppellendolo sotto una montagna di rena.

È sera, formicolano le stelle, e la lanterna che “fumava e girava al pari di un arcolaio” nello schianto si è spenta; lui e Rosso Malpelo sono soli in tutta la cava; l’ingegnere è a teatro e arriverà sul posto dopo tre ore e solo “per scarico di coscienza”. Come Pinocchio che “si butta in acqua per andare in aiuto del suo babbo Geppetto”, Malpelo si tuffa nella buca a scavare la sabbia bruciata dalla lava “come un cane arrabbiato”. Quando lo trovano pare saltato fuori dal nulla: ha il viso stravolto, gli occhiacci “invetrati”, la schiuma alla bocca e le unghie strappate che “gli pendevano dalle mani tutte in sangue”. “Se non fosse stato Malpelo – dice uno – non se la sarebbe passata liscia…”. Pinocchio, dal canto suo, “essendo tutto di legno, galleggiava facilmente e nuotava come un pesce. Ora si vedeva sparire sott’acqua, portato dall’impeto dei flutti, ora riappariva fuori con una gamba o con un braccio, a grandissima distanza dalla terra.”
Entrambi dimostrano una forza singolare, quasi primitiva: sono dotati di una straordinaria capacità di resistenza, e pure di abnegazione. Sono “avvezzi a tutto”, agli scapaccioni e alle pedate, alle ingiurie, al digiuno, e non arretrano nemmeno di fronte al compiersi della disgrazia, alla sua inesorabilità. Il legno in cui sono intagliati è durissimo.

Coerentemente sviluppano un sentimento analogo dell’amicizia. Malpelo si lega a Ranocchio, un piccolo manovale che si era lussato il femore. Lo tormenta “in cento modi”, lo picchia, cerca di educarlo com’è educato lui, ma gli vuol bene, è il solo a cui parli del pilastro caduto addosso a suo padre. E quando Ranocchio si ammala se lo carica sulle spalle, con i soldi della paga settimanale gli compra del vino e della minestra calda, gli regala persino i suoi calzoni quasi nuovi, i calzoni del padre, quelli di fustagno, e alla fine invoca per lui una morte veloce: “se devi soffrire a quel modo, è meglio che tu crepi!”. Ciò che non arriva a comprendere è la disperazione della madre, perché per lui, come per Pinocchio, non esiste madre. Quando gli dicono che Ranocchio è morto non gli resta che ripetere il suo personale itinerario del lutto: torna a visitare il carcame del grigio, le sue “ossa sgangherate”, ad aspirare a quella suprema indifferenza da ogni pena: d’ora in poi, dice a se stesso, se lo batteranno, non avrebbe sentito più nulla.
Anche l’amico di Pinocchio è un ragazzo debole e macilento, così “asciutto, secco e allampanato” da meritare il soprannome di Lucignolo. È anche il più svogliato e il più inquieto di tutta la scuola. Dopo essere stati reclutati dall’omino di burro e terminata come tutti sanno l’avventura nel Paese dei balocchi, Pinocchio lo ritroverà in fin di vita nella stalla di un ortolano, a cui per mesi il ciuchino Lucignolo aveva tirato su l’acqua dalla cisterna, girando il bindolo. Avrà appena il tempo di domandargli il nome, in dialetto asinino, una lingua che, ritornato burattino, non ha dimenticato.

È un congedo frettoloso ma necessario: solo Pinocchio e Malpelo resistono, sopravvivono. Soltanto loro sanno come attraversare tutte le separazioni. Sembra quasi che sia l’iniziale esperienza della scomparsa del padre a renderli così forti. O, forse, il segreto della loro solidità è nella speranza e nell’assurdo accanimento di ritrovarlo, un giorno.
Malpelo, alla cava, non conosce la paura: “Ei pensava che era stato sempre là, da bambino, e aveva sempre visto quel buco nero, che si sprofondava sottoterra, dove il padre soleva condurlo per mano”. Quando il pilastro cade su Mastro Misciu, è di spalle che ripone i ferri nel corbello. Non lo vede morire, vede solo la sua sparizione. L’unica paura che proverà, dopo il rinvenimento di una delle sue scarpe, sarà ancora legata agli occhi: la paura di vedere “comparire fra la rena anche il piede nudo del babbo”.
Ciò che manca, e da cui fugge, è la prova della morte, la decisiva constatazione del suo stato di orfano, di misero tra miseri. Rosso Malpelo non vuole dare nemmeno un colpo di zappa in quel punto e va a lavorare in un’altra zona della galleria. Non assisterà al ritrovamento del cadavere, né i carrettieri gli diranno nulla, perché lo sanno “maligno e vendicativo”. I pantaloni e le scarpe del padre che gli giungono non sono per lui un riscontro sufficiente; l’orgoglioso Malpelo, il senza paura, il cuore e l’osso più duri della sciara, evita di trarre la più banale delle somme, ma anche la più atroce: non si chiede da dove vengono. Piuttosto gli abiti del padre agiscono ai suoi occhi come un indizio: ne rinnovano il desiderio e la mancanza.
Sia Pinocchio che Malpelo sembrano così sostenuti da quella che credono l’insepoltura del padre. La cerimonia del lutto, per loro, non si è conclusa. Dopo Telemaco, si affaccia nella loro storia Palinuro, disperso in mare, e poi Giona. È una vicenda parallela di restituzioni sfuggite, rimandate, una “storia di sevizie e di amore” dove bisogna perdersi per essere trovati e bisogna essere trovati per perdersi[12]. Entrambi i personaggi rifiutano di convalidare quanto accade in loro presenza, ossia l’interramento e l’annegamento del genitore. Malpelo si affida alla leggenda dei minatori che camminano da anni nell’intricato labirinto delle gallerie sotterranee “senza poter scorgere lo spiraglio del pozzo pel quale sono entrati” e “poter udire le strida disperate dei figli, i quali li cercano inutilmente.” Ogni volta ripete che uno “c’era entrato da giovane e se ne era uscito coi capelli bianchi; e un altro, cui s’era spenta la candela, aveva invano gridato aiuto per anni ed anni”.
C’è una candela anche in Pinocchio, “infilata in una bottiglia di cristallo verde”: è l’ultima rimasta a far luce a Geppetto, nella pancia del pesce-cane, e pare l’oggetto più fatato e risolutivo di tutta la fiaba. Viene da credere che sia la stessa che Rosso Malpelo aveva acceso prima di entrare nella miniera per l’ultima volta e che i due personaggi se la siano passata di mano. Malpelo è chiamato ad assumersi un rischio tragico, poiché “non aveva nemmeno chi si prendesse tutto l’oro del mondo per la sua pelle, se pure la sua pelle valeva tanto”. Non dice nulla, deve ormai accettare in superficie la sua condizione di rancorosa orfanezza; prende gli arnesi del padre, la lanterna, un sacco di pane, del vino e scende. Il suo è un “inconsapevole suicidio”[13], ma pure la maturazione di una scelta a cui tutta la sua storia conduce. Malpelo non va ad esplorare il passaggio sotterraneo per uccidersi; va finalmente a cercare suo padre, anche se l’esito della sua ricerca sarà necessariamente nullo, e allora qualsiasi parabola dovrà ricomporsi in una logica di riscatto impossibile. È la sola protesta che a questo punto può opporre alla malasorte, l’unico modo di essere renitente fino in fondo.
A prima vista si direbbe che sta per compiersi la sua Nekuia, quella che, ha scritto ancora Debenedetti, ogni personaggio deve attraversare per scoprire il suo destino: “la storia dell’epica di ogni romanzo risolto a fondo è la storia della forma e dell’ubicazione di questi inferni”.[14] Accade invece che nell’universo capovolto di Verga e di Collodi questo viaggio è già stato adempiuto. Per Rosso Malpelo e Pinocchio non c’è bisogno di scendere all’inferno semplicemente perché all’inferno ci abitano già. Il loro inferno, il loro deserto, è sopra, non sotto: sono la sciara, i boschi delle Querce grandi, i paesi degli Acchiappacitrulli, delle Api industriose, dei balocchi, il mondo degli omini di burro e degli sciancati. Al contrario il sottosuolo è un luogo magico, abitato da minatori smarriti, da padri e figli dispersi, da tonni miti e saggi. Il labirinto della cava, il ventre del pesce-cane, sono il confino dei vinti, ma anche l’unico posto dove sia possibile una qualche solidarietà, il punto da cui riprendere a progettare nuove fughe, a edificare altre speranze.
Per questo, alla luce della stessa candela, l’incontro finale di Pinocchio con Mastro Geppetto è il prolungamento della storia di Malpelo, la sua appendice, racconta il ritrovamento del corpo del padre e la conquista definitiva di una genitura. Verga aveva lasciato aperta questa possibilità, in chiave di superstizione popolare: “i ragazzi abbassano la voce quando parlano di lui nel sotterraneo, ché hanno paura di vederselo comparire dinanzi, coi capelli rossi e gli occhiacci grigi.” Come Giona, Pinocchio è risputato all’alba dalle fauci della balena sulle rive di un’isola, calvo come un neonato; “la lotta nel buio, nel pericolo, questa tragica, paurosa via di salvazione”[15] lo ha portato a una seconda nascita, a perdere i suoi legnosi capelli, non meno selvatici di quelli di Rosso Malpelo, e a vincere la loro “vocazione fatale alla morte”[16].

[1] Si sa che Pinocchio fu continuato per l’insistenza e la richiesta dei suoi piccoli lettori; partendo dall’autonomia del primo Pinocchio, una folgorante “corsa verso la morte” che si chiudeva con l’impiccagione del burattino consumata “tra la lugubre indifferenza del mondo (Bambina dai capelli turchini compresa)” (Emilio Garroni, Pinocchio uno e bino, Bari, Laterza, 1975, p. 79), Emilio Garroni ha sviluppato una sua originale interpretazione dell’opera, letta come due romanzi in uno.
[2] G. Debenedetti, Verga e il naturalismo, Milano, Garzanti, 1976, p. 413.
[3] Si potrebbe, del resto, istituire un confronto più approfondito tra Verga e Collodi a dimostrazione di un loro comune senso tragico del mondo. Ecco il ritratto di Collodi che ne fa Garroni, ritratto che in parte si può estendere anche al Verga: “L’autore di Pinocchio è, direi, fatalmente un italiano o addirittura un toscano, del secolo XIX, le cui radici sono piccolo-borghesi con un forte sfondo contadino su cui aleggia l’età di mezzo con miserie e miti intemporali, la sua personalità soffre di antiche frustrazioni, è una personalità irrisolta con vocazioni non insignificanti verso il tragico, o quanto meno verso la tetraggine…” (E. Garroni, op. cit., p. 66).
[4] È spesso un particolare fisico a dare risalto alla dissonanza di un personaggio col mondo, basti pensare agli esempi pirandelliani: allo strabismo di Mattia Pascal e a un altro naso famoso, quello di Moscarda.
[5] In realtà, nella nostra tradizione letteraria, c’è un filo che lega da sempre Sicilia e Toscana e proprio negli stessi anni di Rosso Malpelo e di Pinocchio da queste due regioni ci vennero le due raccolte di favole “più belle che l’Italia possieda”, a detta di Italo Calvino: le Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani di Giuseppe Pitrè (1875) e le Sessanta novelle popolari di Gherardo Nerucci (1880). Si noti pure, accidentalmente, che il vero cognome dei Malavoglia è Toscano.
Tra il Pitrè e il Verga, inoltre, fu avanzato già da Giuseppe Cocchiara (Storia del folklore in Europa, Torino, Boringhieri, 1952, cap. XX) un parallelo tra il poeta e lo scienziato “che contemporaneamente – scrive ancora Calvino – tendevano l’orecchio, pur con diversissimi intenti, ad ascoltare pescatori e comari, a rifarsi alle loro parole. Come non comparare il catalogo ideale di voci e proverbi ed usi che l’uno e l’altro cercarono di comporre, il romanziere ordinandolo sul ritmo interiore suo, lirico e corale, il folklorista in un museo ben etichettato… […] Quella prima vera entrata in scena del popolo, che nella letteratura italiana avviene col linguaggio del capolavoro di Verga – il primo che si ponga a registrare quasi come un folklorista i modi del dialetto -, nel folklore avviene col Pitrè – il primo folklorista che si proponga di registrare non solo motivi tradizionali o usi linguistici, ma la poesia.” Cfr. Italo Calvino, Sulla fiaba, Torino, Einaudi, 1988, p. 29-31.
[6] La fiaba, per Propp, prende le mosse sempre da una funzione di danneggiamento o mancanza e proprio nelle avversità iniziali è più ricca di informazioni. Le prime tre funzioni dei personaggi individuate dal formalista russo sono: 1) allontanamento; 2) proibizione o divieto 3) violazione. Cfr. Wladimir Propp, Morfologia della fiaba, Torino, Einaudi, 1966.
[7] Giorgio Manganelli, Pinocchio: un libro parallelo, Torino, Einaudi, 1977, p. 20. Il commento di Manganelli è poetico e illuminante; anch’egli, come Garroni, individua nel tema della morte il centro della favola di Pinocchio.
[8] Ivi, p. 44.
[9] Sulla “dissociazione della paternità” di Pinocchio tra Maestro Ciliegia, “padre naturale-casuale”, e Mastro Geppetto, “padre non casuale ma anche non naturale” cfr. Emilio Garroni, op. cit., pp. 59-61.
[10] G. Manganelli, op. cit., p. 21.
[11] Nei racconti della Vita dei campi si assiste a un vero e proprio crescendo sinfonico, quasi che il rapporto col padre e con la madre, rapporto diverso per figlio maschio e per figlia femmina, sia uno dei grandi temi segreti della raccolta. Nella Cavalleria rusticana non arrecare un dolore alla madre è per Turiddu l’unica ragione per tentare di sopravvivere; il rapporto della figlia con la Lupa è, invece, assai più difficile e antagonistico; in Jeli si anticipa uno stato di progressiva orfanezza che esplode, infine, in Rosso Malpelo.
[12] G. Manganelli, op. cit., p. 82.
[13] Giacomo Debenedetti, Verga e il naturalismo, cit., p. 422.
[14] Cfr. Id., Personaggi e destino, in Il personaggio-uomo, Milano, Garzanti, 1998, p. 124.
[15] Id., Verga e il naturalismo, cit., p. 407.
[16] E. Garroni, op. cit., p. 86.

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