Giulia Cavaliere Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giulia-cavaliere/ un blog di approfondimento culturale Thu, 25 Jul 2019 11:23:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giulia Cavaliere Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giulia-cavaliere/ 32 32 A raccontare il piano padano https://minimaetmoralia.it/altro/raccontare-piano-padano/ https://minimaetmoralia.it/altro/raccontare-piano-padano/#comments Thu, 25 Jul 2019 15:00:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40816 Pubblichiamo un pezzo uscito su Linus, che ringraziamo.

di Giulia Cavaliere

Mentre attraverso la pianura padana su un treno regionale veloce che affetta piuttosto lentamente i campi di grano e le secche dei torrenti tra Milano e Reggio Emilia, ripenso a tutte le volte in cui, su questa stessa tratta, ho fatto partire i CCCP nei miei auricolari. Nel tempo, un numero non conteggiato di viaggi in questo lembo di terra che è casa e che scotta e non lascia respiro a fine luglio mentre piange di brina nei mesi invernali, mi ha costretta intimamente a farmi accompagnare da quella che per me è l'unica colonna sonora possibile passando per queste vie: di volta in volta su una cassettina con scritto "Affinità / Divergenze", poi su un cd, infine in un'ampia manciata di mp3.

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Linus, che ringraziamo.

di Giulia Cavaliere

Mentre attraverso la pianura padana su un treno regionale veloce che affetta piuttosto lentamente i campi di grano e le secche dei torrenti tra Milano e Reggio Emilia, ripenso a tutte le volte in cui, su questa stessa tratta, ho fatto partire i CCCP nei miei auricolari. Nel tempo, un numero non conteggiato di viaggi in questo lembo di terra che è casa e che scotta e non lascia respiro a fine luglio mentre piange di brina nei mesi invernali, mi ha costretta intimamente a farmi accompagnare da quella che per me è l’unica colonna sonora possibile passando per queste vie: di volta in volta su una cassettina con scritto “Affinità / Divergenze”, poi su un cd, infine in un’ampia manciata di mp3.

Questa volta non clicco play, guardo fuori dal finestrino e penso a come sarà conoscere e dividere un po’ di tempo con Massimo Zamboni, il chitarrista e l’autore, con Giovanni Lindo Ferretti, di quelle canzoni ascoltate nei miei viaggi, l’artefice di quell’infinito numero di versi essenziali che hanno contribuito alla formazione emotiva, intellettuale e politica di tanti tra noi nati negli anni Ottanta, nostro malgrado giovani figli del riflusso, del pop che s’impone, della televisione, così, quando una volta arrivata aspetto Massimo nell’unico luogo fresco della rovente piazza della stazione di Reggio Emilia, un Mc Donald’s, ho immediatamente la sensazione di avere attivato, con la tristezza dimessa di chi appartiene con coscienza viva alla prima generazione del vuoto, una specie di corto circuito politico.

Oggi è il 25 luglio e Massimo mi porta a Casa Cervi, nelle campagne di Campegine tra Reggio e Parma, lì nell’aia della proprietà di Alcide Cervi, il 25 luglio del ’43 Aldo, uno dei suoi sette figli, per festeggiare l’arresto di Mussolini e l’entusiasmo per la fine, supposta, del regime fascista, propose di offrire una pastasciutta a tutto il paese. Per due giorni i Cervi impastarono e prepararono quintali di pasta che una volta cotta all’interno di bidoni del latte e poi condita con burro e parmigiano, avrebbe sfamato le bocche di un popolo pronto a rialzarsi.

A 72 anni di distanza, in questa giornata, a Casa Cervi che ora è anche un ricco museo – manuale tridimensionale di avanguardia dell’agricoltura –, si può avere ancora un piatto di pasta gratis. Tutto il popolo reggiano e potenzialmente l’intero popolo italiano possono sdraiarsi nei campi della famiglia Cervi sotto il caldo sole sulla terra piana e poi godersi il piatto di pasta della celebrazione, del ricordo, un piatto utile a riattivare la memoria nel caso questa avesse iniziato a lasciar andare i nodi essenziali della storia, un piatto di pasta – al ragù, perché la guerra ormai è lontana – per un giorno più incisivo del paragrafo di un libro scolastico.

L’eco di uno sparo. Cantico delle creature emiliane è il libro che Massimo ha da poco pubblicato per Einaudi, ed è di questo che iniziamo a parlare seduti sulle panche di legno ancora vuote e pronte per la cena. Mentre parliamo siamo sovrastati da una grande torre dal gusto sovietico su cui sta una gigantesca antenna parabolica in perpetuo movimento circolare. La torre è decorata da adesivi che riproducono i volti dei Fratelli Cervi o forse di Mao, di Martin Luther King, del Che, la miopia non mi permette di decifrare in modo definitivo e mi sembra dunque di intravedere di continuo nuove apparizioni rivoluzionarie quando alzo la testa verso il cielo.

L’eco di uno sparo è la ricostruzione che Massimo fa da adulto, della vita e dell’iter politico di suo nonno materno, Ulisse. La vita di Ulisse, fascista attivo e zelante, membro di un direttorio del fascio, dunque con ruoli di rilevo nella provincia di Reggio Emilia, viene ricostruita lentamente, a piccoli pezzi, attraverso articoli rinvenuti nelle biblioteche e tutto ciò che si conviene al riaffiorare di un passato accuratamente nascosto – oppure omesso – da sempre. L’eco di uno sparo è la storia di come ogni azione omicida sia stretta compagna di altre morti che l’hanno preceduta e che, specularmente, la seguiranno. Storia di fascismo, di partigiani, dei sette fratelli Cervi e di altri sette fratelli assai più vicini all’autore, di provincia emiliana ma pure, più ampiamente, di provincia italiana e famiglia italiana com’era allora e come la si osserva e conosce oggi.

“Ho cominciato a lavorare a questo libro 9 anni fa, ho ricostruito tutto perché mi era stato nascosto. Non colpevolizzo l’omissione, diciamo che per parlare bisogna riconoscere e riconoscere è un’azione che, a partire dalla ricostruzione di ciò che davvero accadde, in molti casi spetta a noi nipoti. Penso anche a Lorenzo Pavolinie alla sua vicenda, una storia diversa ma per molti versi assimilabile alla mia”.

Ciò che Zamboni fa in questo libro è partire da una questione privata per allargare la lente alla collettività, il suo modo di raccontare passa, mi dice, necessariamente sempre da questa prospettiva. E subito si pensa al testo di Linea Gotica.

“Tutto passa dalle questioni private, come ci ha raccontato Fenoglio, da lì si aprono le prospettive e i discorsi collettivi. In questi 9 anni di lavoro sono stato molto attento a non far passare neppure una minima idea di assoluzione di quanto ha compiuto mio nonno ma chi può dirmi cosa sarei stato io se mi fossi trovato lì? Io non so se sarei stato un coraggioso partigiano, non posso permettermi di dirmi eroe oggi, perché io lì non c’ero.

Tutto quello che ho fatto nella vita è nato da una questione privata, a partire da quando ero ragazzo e ho lasciato la mia famiglia e la facoltà di medicina perché dovevo affrancarmi necessariamente da certe idee per seguire le mie, formarmi una prospettiva, diventare un uomo.

Per questa stessa cosa che ti sto dicendo non ho mai amato i cantautori, non riescono ad avvincermi perché non fanno che raccontare storie lontanementre a me interessa un ‘noi’ diverso. Penso che siamo tantissimi su questa terra e in pochi possiamo conoscerci, quindi io desidero anzitutto incontrare te, che sei qua. In questo senso allora preferisco il pop, anche gli ABBA mi piacciono molto, per dire, mi sembra che il pop non abbia questa pretesa di esaurire il racconto collettivo partendo da lontano. Il mio libro ha come sottotitolo ‘Cantico delle creature emiliane’, al momento è questo quello che mi interessa di più, la storia di queste persone, anche queste che stanno sedendosi qua, nelle panche intorno a noi. In questi campi c’è una storia millenaria.”

Gli domando di “Breviario partigiano” che è il suo ultimo progetto con i Post – CSI: un live, un disco, un film, un libro. Il tutto è solo parzialmente legato alla storia del nonno Ulisse e di L’eco di uno sparo e si costituisce in toto come il sommario multiforme di una liturgia partigiana.

“Breviario partigiano mi è apparso in sogno e quando mi sono svegliato ho iniziato a lavorarci. Come dico anche nel testo della canzone “Le grandi canzoni sono scritte già, e andranno ricordate, ricantate, ricantate”, non ho scritto delle nuove canzoni partigiane ma credo nel grande valore di quelle già scritte, anche la retorica insita in quei pezzi è la storia di quello che accadde e non consumala forza di quei brani. Diverso è invece il discorso per le canzoni di protesta degli anni 60 e 70 che ho tanto cantato e mi sono tanto servite allora ma adesso mi suonano obsolete. Penso a Contessa e mi domando chi siano questi ‘compagni dai campi e dalle officine’ oggi, mi sembra che ancora una volta si tratti di qualcosa che è altro da noi. Trovo grandiosa Giovanna Marini”.

Ci confidiamo la comune assoluta attrazione per questa torre gigante che nel frattempo abbiamo scoperto essere un rilevatore meteo e che ora sembra riflettere la luce del tramonto in una specie di incantesimo al volgersi del giorno. Intanto la pastasciutta sta per raggiungere i grandi tavoli di legno, benedetta dalle chiacchiere senza fine e dalla magia umana di Adelmo Cervi, nipote di Alcide che non si ferma mai e parla con tutti raccontando delle pastasciutte che va a preparare in tutte le città d’Italia, in memoria di un 25 luglio che sia senza fine.

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Fra le pagine chiare e le pagine scure. “Rimmel” di Francesco De Gregori https://minimaetmoralia.it/musica/fra-le-pagine-chiare-le-pagine-scure-rimmel-francesco-de-gregori/ https://minimaetmoralia.it/musica/fra-le-pagine-chiare-le-pagine-scure-rimmel-francesco-de-gregori/#comments Thu, 18 Oct 2018 05:30:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38401 Pubblichiamo, ringraziando casa editrice e autore, un estratto dal libro Romantic Italia (minimum fax), di Giulia Cavaliere: un racconto della canzone italiana che va da Domenico Modugno ai Baustelle, includendo artisti diversi come Piero Ciampi e Antonello Venditti. Questa sera al Monk di Roma, alle ore 19, l'autrice presenterà il libro con Niccolò Fabi.

di Giulia Cavaliere

È il 1975 quando Francesco De Gregori fa di testa sua, si chiude segretamente nello studio meno moderno della RCA e dà vita a Rimmel. È il suo quarto album in studio e segna l’inizio della seconda rivoluzione romantica della storia della canzone italiana, rivoluzione più specifica ma analoga nella portata a quella innescata quasi vent’anni prima da Domenico Modugno.

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Pubblichiamo, ringraziando casa editrice e autore, un estratto dal libro Romantic Italia (minimum fax), di Giulia Cavaliere: un racconto della canzone italiana che va da Domenico Modugno ai Baustelle, includendo artisti diversi come Piero Ciampi e Antonello Venditti. Questa sera al Monk di Roma, alle ore 19, l’autrice presenterà il libro con Niccolò Fabi.

di Giulia Cavaliere

È il 1975 quando Francesco De Gregori fa di testa sua, si chiude segretamente nello studio meno moderno della RCA e dà vita a Rimmel. È il suo quarto album in studio e segna l’inizio della seconda rivoluzione romantica della storia della canzone italiana, rivoluzione più specifica ma analoga nella portata a quella innescata quasi vent’anni prima da Domenico Modugno.

Data ormai per acquisita una canzone libera dalla retorica obsoleta e da un approccio innocuo, capace dunque di un più profondo viaggio all’interno del linguaggio e delle emozioni, i tempi sono maturi per una nuova poetica e persino per una destrutturazione semantica. Non tutti sono d’accordo, non tutti sono pronti.

Dalle colonne di Linus, Giaime Pintor stronca l’album in «De Gregori non è Nobel, è Rimmel», un pezzo dal titolo rimasto epico – nella minima epica della critica musicale italiana, intendo. Luigi Manconi, con lo pseudonimo di Simone Dessì, prende invece le difese del disco che canonizzerà un modo nuovo di usare la parola in musica, ne individua acutamente gli snodi poetici essenziali e, soprattutto, la profonda portata nel trasformare la poetica della canzone romantica. Se Giaime «le canzonette non mi sono mai piaciute» Pintor finisce col considerare il testo di «Rimmel» un miscuglio poco riuscito di metafore inefficaci e vano ermetismo, un discorso più vicino ai Baci Perugina che a Guido Gozzano, Dessì-Manconi rivendica il diritto della parola lirica e narrativa di scindersi dalla rigidità semantica che la lega al concetto e anzi sancisce la necessità che essa ha di esser piegata, sino a diventare puro suono o persino istante di nonsense.

De Gregori della sua parola fa quel che desidera, smuove e mescola le acque del linguaggio. Soprattutto gioca, fin dagli esordi, coltivando con se stesso e con l’ascoltatore il piacere del verso che sfugge, che si posa in uno spazio riparato da un’interpretazione troppo rigida e aggressiva.

Questa innovazione contribuisce alla nascita di una nuova sensibilità nella canzone italiana, come vediamo già nella title track: un racconto che comincia in medias res dell’amore che finisce, con l’addio, il ricordo negli oggetti, nelle fotografie. «Rimmel» è un trucco dietro cui si cela il volto di una canzone romantica affrancata dai Sessanta, con un romanticismo che nel disco si declina non solo, come in passato, nella storia d’amore ma anche in un’inedita «inclusività», propria del nuovo decennio, che porta l’ideale, la politica e la lotta all’interno della canzone senza rinunciare però all’emozione privata.

La nuova canzone di De Gregori è dunque emblema dell’incontro tra privato e pubblico, tra lotta sentimentale e lotta politica. È il manifesto giovanile di chi non vuole rinunciare alla forma migliore del sentimentalismo profondo, italiano, tanto culturale quanto «istintivo», ma è allo stesso tempo proiettato verso il senso collettivo dell’amore, quello di chi vuole cambiare le cose per tutti. In qualche modo, l’amore di De Gregori è un amore più completo, generoso e multiforme, perché inserito nella società e non relegato alla sola intimità. «Rimmel» racconta l’abbandono, la rabbia e la malinconia del ricordo, è un testo ricco di immagini vivide e straordinarie, incatenate l’una all’altra eppure indipendenti, capaci di riprodurre ognuna una singola memoria.

La canzone ricorda, nella struttura, un mazzo di carte, e non a caso le carte ricorrono più volte nel testo, a partire da «come quando fuori pioveva / e tu mi domandavi» che richiama il «come quando fuori piove» usato per ricordarsi l’ordine dei semi (cuori, quadri, fiori, picche), e poi nei versi del ritornello «ancora i tuoi quattro assi / bada bene di un colore solo» e ancora, all’inizio, quando «chi mi ha fatto le carte mi ha chiamato vincente / ma uno zingaro è un trucco». Quel che sembra volerci dire De Gregori è che l’amore è un trucco – proprio come il rimmel sugli occhi della ragazza – e come quello nascosto nei giochi di carte e nelle previsioni di uno zingaro. Un trucco con cui talvolta si vince e talvolta si perde, un gioco a carte false, un gioco di speranze spesso disattese: è il gioco del mondo.

Insomma, con l’arrivo di Francesco De Gregori, qui al suo primo grande successo, sulla piazza principale della canzone italiana, il testo inizia a concedersi con più coraggio la possibilità di sfuggirci, e ci regala il prodigio di non trovare risposte ma domande nuove.

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A wonderful summer – un pensiero per Franco Battiato https://minimaetmoralia.it/musica/wonderful-summer-un-pensiero-franco-battiato/ https://minimaetmoralia.it/musica/wonderful-summer-un-pensiero-franco-battiato/#comments Wed, 01 Aug 2018 13:55:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37877 di Giulia Cavaliere

(fonte immagine)

Quella del 2000 era l’estate dei miei 15 anni e seguiva un autunno e un inverno che nel tempo avrei chiamato sempre con il didascalico soprannome “la stagione delle scoperte”. Nel mese di novembre dell’anno precedente avevo iniziato conoscere la musica degli adulti, a spendere tutte le mie paghette in dischi, sempre più immersa nella voce e nei suoni di David Bowie ero entrata in contatto con Brian Eno, andando a scuola ogni mattina, per settimane, avevo ascoltato in loop “Road to nowhere” dei Talking Heads fino a distruggere progressivamente il nastro; mi ero innamorata dei Kraftwerk e giocavo a farmi ogni volta terrorizzare dal suono della vetrina in frantumi in “Showroom dummies”.

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di Giulia Cavaliere

(fonte immagine)

Quella del 2000 era l’estate dei miei 15 anni e seguiva un autunno e un inverno che nel tempo avrei chiamato sempre con il didascalico soprannome “la stagione delle scoperte”.  Nel mese di novembre dell’anno precedente avevo iniziato conoscere la musica degli adulti, a spendere tutte le mie paghette in dischi, sempre più immersa nella voce e nei suoni di David Bowie ero entrata in contatto con Brian Eno, andando a scuola ogni mattina, per settimane, avevo ascoltato in loop “Road to nowhere” dei Talking Heads fino a distruggere progressivamente il nastro; mi ero innamorata dei Kraftwerk e giocavo a farmi ogni volta terrorizzare dal suono della vetrina in frantumi in “Showroom dummies”.

Dopo anni di Lucio Battisti, Paolo Conte, Enrico Ruggeri e Fabrizio De André che uscivano dall’autoradio o, più di rado, dallo stereo di casa, mi affascinavano soprattutto gli esperimenti e gli sperimentatori. Mi incuriosiva Klaus Nomi, adoravo Marc Bolan e mi divertivano gli artisti che affidavano ai costumi e al trucco la propria rappresentazione fisica sui palchi e dentro i videoclip, li trovavo tutti affascinanti, irresistibili e spaventosi, in qualche maniera erano un’esperienza sempre eccitante, altra da me, fiabescamente aliena.

Tra i contemporanei della nazione mi piacevano i Bluvertigo, all’inizio dell’estate ero andata ad ascoltare Morgan suonare J.S.Bach in un bellissimo palazzo del centro di Milano, mentre Michel Houellebecq, fresco del successo italiano di Le particelle elementari – che pure avevo letto a primavera come una delle prime rivelazioni letterarie contemporanee della mia vita di giovane adulta – recitava alcune delle sue poesie.

Dunque l’estate era esplosa e io mi ero ritrovata con i sensi spalancati: non erano tanto, o non soltanto, tutte le scoperte di questi artisti e dei loro mondi, delle loro ragioni e della loro portata, quanto il piacere anche fisico e totalizzante del contatto con questo intero grande mondo nuovo delle possibilità, accompagnato alla sensazione crescente e pura che non sarei mai stata sola, che avevo trovato il mio posto e che il mio posto sarebbe stato chissà dove, ovunque ma con quella roba con me, con le canzoni, i libri e il pensiero di opere eterne come qualcosa di caro, presente, vivo.

Il futuro sarebbe stato meraviglioso, sarebbe stato pieno, gonfio, sarebbe stato ricco. Questo pensavo, ragazzina, quando in un pomeriggio rovente di luglio, in macchina con mio padre che mi accompagnava a una mostra – per la prima volta su mia richiesta dopo anni di passività al suo seguito e a quello di mia madre – misi per la prima volta L’era del cinghiale bianco dentro l’autoradio.
Pieni gli alberghi a Tunisi per le vacanze estive, a volte un temporale, non ci faceva uscire.
Avevo conosciuto anche Franco Battiato nella stagione delle scoperte e qualche tempo prima, a primavera, lo avevo persino incontrato di persona a una conferenza sul sufismo – ora occhi chiusi e immaginate una quattordicenne a una conferenza sul sufismo. Alla fine mi ero avvicinata per fargli firmare un disco, avevo scelto di portare la copia di casa, in vinile, de La voce del padrone, uno degli LP che i miei genitori avevano più ascoltato in tutta la loro vita, entrambi, come succede solo con i grandi capolavori che ammantano intere generazioni e che finiscono in doppia copia nelle librerie di famiglia quando due di quella generazione decidono di formarne una.

Quel disco mi aveva rapita, era sperimentale, giocoso, ironico, cattivo: mi faceva ridere e mi faceva commuovere. Se ridi e ti commuovi, iniziai a pensare in quel periodo senza poi smettere mai di pensarlo, è fatta: hai tutto, ti puoi fermare.
Su Battiato, quindi, mi fermai, e mentre con mio padre raggiungevamo le immagini delle opere di Gaudì – la mostra alla fine fu un po’ una delusione – le canzoni di quel disco che avrei ricomprato almeno tre volte, regalato a persone giuste e sbagliate, ascoltato su strade della nazione e dell’Europa di cui neppure potevo allora immaginare l’esistenza,si diffondevano nell’abitacolo e raccontavano, oltre la loro stessa forma, di me che non ero più bambina, di me pronta a qualcosa di nuovo, qualcosa da capire, qualcosa da imparare.

A 15 anni sei ancora libero ma la tua libertà, a un certo preciso livello, sarà brevissima, un istante: durerà ancora per poco, poi ti innamorerai, farai cose, inizierai a prenderti il mondo o farti prendere dal mondo, tutto sarà magnifico ma rischioso, tutta sarà terribile e tutto potrà sporcarsi, in altre parole qualcosa si romperà come sempre accade per poter andare avanti: mai nulla sarà più solo tuo, tutto sarà potenzialmente da dividere, da condividere.
Io ascoltavo “Magic Shop” e sorridevo e rabbrividivo emozionata pensando che forse era così che si sentivano quelli che cantavano in uno stadio, mentre gridavo con un signore più grande di mio padre, che riconoscevo da qualche parte mio simile,versi come  come:

Supermercati coi reparti sacri / che vendono gli incensi di Dior

ascoltavo“Stranizza d’amuri”, cercavo la traduzione e mi commuovevo e poi la imparavo a memoria, pensavo al “Re del Mondo” che ci tiene prigioniero il cuore, mi domandavo se il giorno della fine davvero non ci sarebbe servito l’inglese e avevo paura davvero per questa storia del giorno della fine; con Battiato imparavo, tra le altre cose, la mia lingua, una lingua culturale, sociale certo, ma pure strettamente tale, imparavo l’italiano e godevo e faticavo.

Niente, allora, era più eccitante della leggera fatica arditamente perseguita del dover capire, del doverci affondare, del doversi spogliare di tutto, per il gusto di conoscere qualcosa. A ripensarci si tratta di una cosa molto simile alla leggera fatica impercettibile della lettura, è la fatica della volontà, una fatica che chiamare fatica è davvero scorretto e che riguarda l’amore, in ogni forma, il prendersi in carico i propri desideri, seguirli per farli fiorire. Un po’ come quando inizi a suonare la chitarra e le dita fanno malissimo per le prime due settimane ma un male bellissimo. Poi verranno i calli, farà meno male ma in qualche modo rimpiangerai per sempre l’immersione iniziale.
Mentre per molte cose, molta musica, molta arte, la fine di quella stagione della vita ha coinciso con il far propria la materia e tenerla con sé, con Battiato quell’impegno magico e speciale non è finito mai, non è mai finto lo stupore e non si è mai esaurita la sua richiesta di esserci, affondare completamente alla scoperta.

Un pomeriggio, avevo forse 16 anni, avevo acquistato Patriots in musicassetta nel mio negozietto di fiducia, per la serata i miei mi avevano dato un coprifuoco tassativo a mezzanotte, così alle undici ho salutato tutti, sono scappata da sola dal pub e mi sono messa seduta su un gradino dell’Upim ad ascoltare la cassetta che avevo iniziato a sentire prima di uscire ma avevo, mio malgrado, dovuto mettere in stop. Un fine serata trascorso continuando poi a mandare indietro e riascoltare e mandare indietro e riascoltare senza sosta “Venezia Istanbul” per compiacermi tutta esaltata dello stacco che precede quell’esplosione pop che fa mi dia un pacchetto di Camel senza filtro e una Minerva e una cronaca alla radio dice che una punta attacca verticalizzando l’area di rigore.
Che suoni, che metrica, che perfezione.

Su un treno regionale mi ritrovavo a piangere a 25anni ascoltando per la duemmillesima volta “La stagione dell’amore”, realizzando colpevolmente in ritardo che quello che sentiamo forte battere elettronico per tutta la canzone altro non è che il battito cardiaco accelerato che non si arresta mai, Battiato ce lo dice così, non solo con le parole: non finisce mai, è inutile, arrenditi, viene e va, muore, ti abbandona ma ritorna, e quando ritorna l’entusiasmo che proverai sarà nuovo, sarà ancora tuo e tu sarai fregata un’altra volta.
In piazza della Scala a Milano camminavo verso la Galleria e profeticamente dall’ipod è partita“Tramonto Occidentale” facendomi sentire provare d’improvviso quel senso di inusitata libertà e magia passeggiando proprio lì lungo il corso o in galleria, accendendomi una sigaretta per il gusto del tabacco che non mi avrebbe fatto male, guardando i miei concittadini in un giorno di festa, sentendomi piacevolmente con loro e piacevolmente davvero lontanissima da chiunque tra loro.

Davanti al cimitero del Verano, a Roma, una mattina, sul finire del primo decennio di questo millennio aspettavo un autobus che non sarebbe arrivato mai fresca di un innamoramento che avrebbe sconvolto interamente la mia vita, mi perdevo in “Risveglio di primavera”: era primavera e Franco Battiato mi diceva quello che stavo vivendo

Sentimenti occulti tra noi, mi innamorai seguendo i ritmi del cuore e mi svegliai in primavera.

L’estate scorsa, con ancora il sale del mare addosso, dopo una cena a base di pizza e pesce in un ristorante di Ognina, nei pressi di Siracusa, guardavo le barche attraccate a un piccolo porto, salivo in auto in anticipo e, mentre aspettavo che un amico finisse di telefonare facendo avanti e indietro davanti a una barca di nome Carisma, nell’attesa guardavo dalla mia portiera aperta tre bambini giocare su un’altra piccola barca simile a un galeone giocattolo. Giocavano forse ai Pirati, forse ai Pokemon, forse a fare Fedez e Chiara Ferragni ai Caraibi, non saprei, ma io li guardavo muoversi geometricamente, li guardavo creare delle piccole traiettorie lungo il ponte della loro micronave mentre ascoltavo“Sequenze e frequenze” che saliva sempre più violenta dall’autoradio in cui avevo appena inserito Sulle corde di Aries, un disco capace di sospendere letteralmente il tempo, di farti sentire la terra della Sicilia che si leva piano, leggera, per lentamente avvolgere il tuo corpo, forse l’intero pianeta Terra.

Il giorno dopo sarei partita per Catania, avrei dormito davanti a quella che per molti anni era stata proprio la casa di Franco Battiato, ogni tanto spiavo da una finestra quasi sempre chiusa il suo palazzo domandomi quale delle finestre di fronte fosse la sua e spostando poi la testa dalla parte dell’Etna pensando a dove invece vive ora, dove dorme, fa colazione, cosa fa? Fa quelle cose che nel mondo immaginiamo nessuno faccia tranne lui?

Camminando per Catania lo pensavo, pensavo sempre a lui, all’ultima volta in cui lo avevo sentito cantare con Alice sotto il vento della primavera di Milano, dando a mia madre la mia sciarpa per non farla ammalare, visto che al concerto l’avevo portata io per il gusto che ho sempre di volere invertire lo schema, cercando di restituire qualcosa a chi mi ha dato molto, magari attraverso la condivisione proprio di ciò che lui mi aveva dato tempo prima, come per annullare ruoli, per distruggere il tempo visto che, al tempo anagrafico, io non ci credo mai.
Battiato era lì, sotto l’aria, seduto su una panca sul palco posto accanto a una ruota panoramica inarrestabile e fluorescente, cantava in un luna park e tra i profumi di frittelle e zucchero filato faceva impazzire la platea con “Bandiera Bianca”, “Temporary road”, mi faceva ancora una volta convinta del fatto che “E ti vengo a cercare” sia tutto ciò che possiamo chiedere non solo a una canzone d’amore ma all’amore stesso e faceva poi impazzire gli organizzatori lamentandosi per un tè orribile, innervosito da questa bevanda evidentemente terrificante e facendomi pensare all’intransigenza speciale che forse non lascia mai gli intelligenti, i sensibili, anche col progredire dell’età mentre il tempo, evidentemente, li divora.

In questo caldo di gradi indicibili arriva la notizia di Franco Battiato malato, Alzheimer o chissà, arriva in modo ufficioso, da uno status su Facebook di uno che sarebbe suo amico e che però, per qualche ragione che mi è davvero difficile comprendere, ha deciso, pur con un travestimento nemmeno troppo abile, di rivelare al mondo ciò che invece lui, Battiato, non aveva voluto dirci.
I giornali riprendono la notizia e Facebook si riempie di canzoni che hanno non solo attraversato la mia vita ma fisicamente composto la donna che io sono oggi, come una legione di architetti dell’interiorità e del pensiero; si riempie di congedi come se Battiato fosse effettivamente morto mentre su Twitter #FrancoBattiato diventa uno degli hashtag più utilizzati.

Ieri ho ricevuto alcuni messaggi e telefonate in cui mi si domandava se la notizia fosse vera e credibili o meno. Mentre rispondevo che non sapevo, che io queste cose non le so mai, in me non faceva che montare una forma segreta di magone da qualche parte nel corpo, un pianto forte e inespresso che mi ha accompagnata ieri sera mentre mangiavo pesce crudo e mentre bevevo una cedrata cercando faticosamente di spiegare a una ragazza inglese amica di amici che cosa fosse una sfogliatella e come specificamente fossero fatte diversamente la riccia e la frolla, scrivendole infine indirizzi di pasticcerie napoletane sul suo iPhone. Il magone è andato avanti nella notte mentre non prendevo sonno nonostante il ventilatore puntato in linea con la mia posizione preferita per dormire, non ha accennato a sparire mentre decidevo di non scaldare il caffè americano di ieri pomeriggio e berlo in ritardo, freddo, stamattina a colazione. Questo pianto sottopelle accompagna ora il pensiero di quel primo incontro nell’aula magna con una me lontanissima, evidentemente bambina con quel disco in mano: lui che lo prende, me lo firma, mi dà un bacio sulla guancia destra mentre io forse ho la tremarella,mi guarda negli occhi e mi dice «con quegli occhi, tu passa una bella estate». Il magone si irradia, non perdona, non mi vuole lasciare per nessuna ragione. Vattene, non voglio sapere niente, vattene, lasciami, mi devi lasciare stare magone, hai capito? Io ho da lavorare, fa caldissimo e non voglio sapere assolutamente nulla. Una bella estate, penso, “una bella estate”.

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Milano ’83: il capolavoro dimenticato di Ermanno Olmi https://minimaetmoralia.it/cinema/milano-ermanno-olmi/ https://minimaetmoralia.it/cinema/milano-ermanno-olmi/#comments Tue, 08 May 2018 06:00:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37149 di Giulia Cavaliere

Un’ora per 1.500 inquadrature in totale, mantenendo una media di 23 al minuto. Milano ’83 è il documentario senza voci realizzato da Ermanno Olmi all’interno del progetto “Le capitali culturali d’Europa”, che incluse – oltre al ritratto di Milano – anche quello della Lisbona di Manoel de Oliveira, di Atene vista con gli occhi di Theo Angelopoulos e della Varsavia di Krzysztof Zanussi. Il soggetto di Olmi è la Milano a cavallo tra la fine del 1982 e l’inizio del 1983, vista nell’arco di due giornate ideali che comprimono la quotidianità della città e dei suoi abitanti osservati da mattina a sera.

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Ieri è venuto a mancare Ermanno Olmi, regista e scrittore a cui dobbiamo moltissimo. Lo ricordiamo con un pezzo apparso tempo fa su The Towner, firmato da Giulia Cavaliere, che ringraziamo.

di Giulia Cavaliere

Un’ora per 1.500 inquadrature in totale, mantenendo una media di 23 al minuto. Milano ’83 è il documentario senza voci realizzato da Ermanno Olmi all’interno del progetto “Le capitali culturali d’Europa”, che incluse – oltre al ritratto di Milano – anche quello della Lisbona di Manoel de Oliveira, di Atene vista con gli occhi di Theo Angelopoulos e della Varsavia di Krzysztof Zanussi. Il soggetto di Olmi è la Milano a cavallo tra la fine del 1982 e l’inizio del 1983, vista nell’arco di due giornate ideali che comprimono la quotidianità della città e dei suoi abitanti osservati da mattina a sera.

In piena ascesa del mondo paninaro e della Milano da bere, Olmi disegna con rarissima precisione l’anatomia quotidiana della vita milanese partendo da una serata al Teatro La Scala, osservata dall’interno, cioè dagli occhi di uno speciale spettatore, e poi subito dall’esterno, dove chi lavora nel teatro sta attendendo la fine dello spettacolo. Un incipit che ci mostra immediatamente quella che sarà la tendenza narrativa del regista: offrire per ogni tema centrale di questo documentario non solo la prima prospettiva ma, altresì, quella più decentrata, discostata dall’immaginario, nascosta, ma non per questa ragione meno adatta a illustrare le tipicità più profonde della città.

Procedendo in questo modo Olmi affonda i propri occhi dentro il reticolato sociale di Milano raccontando il lavoro, la scuola e i momenti di svago in modo del tutto anticonvenzionale, scegliendo di soffermarsi su dettagli precisi e sulle azioni, che diremmo meccaniche, della ritualità quotidiana. In questo modo osserviamo i vagoni dei treni del mattino con i pendolari di ogni età che guardano fuori dai finestrini, vediamo le mamme e i papà svestire i figli e prepararli con la divisa per l’asilo, vediamo gli anziani camminare verso la spesa la mattina presto e assisteremo all’allestimento di vetrine natalizie e alla Rinascente gremita il giorno della Vigilia.

La radiografia di Olmi, al di là dello scandagliare perfettamente lo scorrere delle ore, non ha però nulla di scientifico. Ciò che viene utilizzato è, piuttosto, una lente romantica ed emotiva. In questo risulta perfetta, agli occhi di chi guarda, la scelta di far parlare solo la città, di lasciare uno spazio minimo di parola solo ai cittadini che pronunciano il loro nome guardando in camera e di far sdraiare la pellicola su un commento sonoro, del tutto contemporaneo, felicemente capace di risultare insieme straniante e naturalmente connesso alle immagini. Ascolteremo Mike Oldfield e gli accenni new wave e synth pop accompagnare gli sguardi sperduti dei bambini che tolgono i passamontagna nello spogliatoio della scuola materna e ascolteremo “Vacanze romane” dei Matia Bazar mentre vedremo gli addetti alla pulizia notturna delle strade evitare un senzatetto accasciato a terra e, più avanti, i commessi del Burghy di piazza San Babila servire patatine durante la pausa pranzo. Nei suoni sentiremo voci radiofoniche decantare l’oroscopo di almeno tre segni zodiacali del giorno appena arrivato, leggerci annunci di case, annunci di lavoro, annunci sentimentali, mentre i chiromanti offrono le proprie prestazioni (anche per smettere di fumare!).

Vedremo piccioni, cani, cartelloni pubblicitari, la lezione di ballo in una scuola di danza, baci nei parchi, baci sui tram, ruspe in azione nei nuovi quartieri in costruzione.

Con Milano ’83 Olmi esplora un modo di osservare Milano, sua città d’adozione, già utilizzato per raccontare altre tra le sue storie; è facile riconoscere qua quello che già era stato il suo speciale sguardo ne Il posto, ne I fidanzati e ne La cotta. Scrivendo a proposito di Ascolto il tuo cuore, città, il pastichedel 1979 scritto da Alberto Savinio (ateniese ma milanese acquisito), Giorgio Manganelli dice “chiacchiera, ma non sembra avere argomento fermo nella mente, discorre, trascorre, ciancia, allude, gli viene in mente che, si dimentica, cita, ricorda, inventa, affabula, sussurra, bofonchia, talora flauteggia, talora dà sull’arrochito, eccolo che borbotta ma mai lo udirete alzare la voce, ammonire, accusare, vilipendere”. Mai e poi mai in Milano ’83 esiste l’espressione di un giudizio e se un ingresso manzoniano di Olmi si ha, in questa pellicola, questo arriva leggero, ironico, già postmoderno attraverso l’audio che al cuore della città si sovrappone.

Le dirigenze socialiste osteggiarono e non amarono mai questo film, ritenendolo – verrebbe da pensare – troppo poco allineato alla volontà di raccontare le esplosioni del secondo boom e della rinascita degli anni 80.

Dopo anni di difficile reperibilità, oggi Milano ’83 si può godere in ogni casa, attraverso YouTube dove periodicamente viene ricaricato integralmente, con buona pace per i poco poetici socialisti da bere.

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Principe Libero – Raccontare bene Fabrizio De André https://minimaetmoralia.it/musica/principe-libero-raccontare-bene-fabrizio-de-andre/ https://minimaetmoralia.it/musica/principe-libero-raccontare-bene-fabrizio-de-andre/#comments Tue, 13 Feb 2018 12:00:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36201 di Giulia Cavaliere

Prima regola tacita del giornalista musicale della mia generazione: di Fabrizio De André non si scrive. Lo si ascolta, lo si racconta e commenta tra amici, su un divano, attorno a un tavolo, davanti a un giradischi ma di lui non si scrive, lui non si omaggia, non gli si dedicano pezzi brevi, articoli ‘i migliori dischi di’, long form esegetici: niente.

Il motivo è molto semplice: De André è un gigante ed è, piuttosto evidentemente, materia viva, incandescente, alta, difficile da maneggiare; il suo nome, il suo approccio all’arte e la sua scrittura necessitano di studio, analisi rigorosa, un modo di operare con la cultura completamente distante dalla ruminante velocissima creazione di contenuti richiesta oggi.

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di Giulia Cavaliere

Prima regola tacita del giornalista musicale della mia generazione: di Fabrizio De André non si scrive. Lo si ascolta, lo si racconta e commenta tra amici, su un divano, attorno a un tavolo, davanti a un giradischi ma di lui non si scrive, lui non si omaggia, non gli si dedicano pezzi brevi, articoli ‘i migliori dischi di’, long form esegetici: niente.

Il motivo è molto semplice: De André è un gigante ed è, piuttosto evidentemente, materia viva, incandescente, alta, difficile da maneggiare; il suo nome, il suo approccio all’arte e la sua scrittura necessitano di studio, analisi rigorosa, un modo di operare con la cultura completamente distante dalla ruminante velocissima creazione di contenuti richiesta oggi. Fabrizio De André era un intellettuale, ecco perché non ne parliamo: sappiamo che non si potrà fare in fretta, che non è lui quello con cui possiamo giocare né quello con cui possiamo sbagliare, perché dentro De André c’è Dante, ci sono i Vangeli, ci sono Omero e Iacopone da Todi – solo per dirne alcuni – e non ce la possiamo cavare senza rigore.

Nella ricchezza straordinaria della storia della nostra canzone d’autore, Fabrizio De André è il metro, la materia da studiare per cui non basta, ma vi sapremo dire, una vita intera.

Cosa succede, allora, quando qualcuno prende in mano questa palla di fuoco e prova a guardarci dentro, tentando di tirare fuori un racconto, un’immagine da condividere con il mondo, destrutturando l’icona ma mantenendo la multiformità della sua essenza? Succede che in molti hanno paura, perché dentro potrebbe non esserci proprio quello che ci eravamo immaginati andasse raccontato ma che noi, certamente, non avevamo neppure provato a dire.

Ecco allora che Principe Libero, scritto da Giordano Meacci e Francesca Serafini, per la regia di Luca Facchini, nei cinema per un paio di giorni come evento speciale lo scorso 23 gennaio e in onda stasera e domani su Rai Uno, film per la tv in cui Luca Marinelli interpreta proprio Fabrizio De André, è stato accompagnato all’esclusiva uscita nelle sale da un fastidioso rumore di fondo di commenti e voci che tentavano di decretarne, sin dal trailer, le intenzioni – troppo – titaniche e le presunte imprecisioni, insomma una forma di mancanza di rispetto nei confronti, non tanto di Fabrizio De André, ma proprio del suo santino iconico.

Un fiume di critiche di bassa lega, lontanissime dal discorso cinematografico e ascrivibili a quello dell’imitazione, alla stregua di: “Marinelli parla troppo in romanesco e troppo poco genovese, dice poche volte ‘bèlin’, ha le spalle troppo larghe, i capelli troppo lunghi, il fisico sbagliato, la voce poteva anche essere più simile” crollate, in grande parte, alla velocità di qualche proiezione da 3 ore e 10 minuti in una cinquantina di sale della nazione, di fronte a circa 80 mila spettatori perlopiù commossi, sbalorditi, positivamente sconvolti dalla riuscita di questo lavoro.

Otto anni di scrittura e riscrittura, limature alla sceneggiatura, autorizzazioni, blocchi e rielaborazioni, per arrivare a un’opera che, anche grazie all’aiuto e alla presenza della moglie Dori Ghezzi e della figlia Luisa Vittoria ‘Luvi’ hanno portato a un esaustivo quanto letterario racconto di quarant’anni di vita e di storia artistica di Faber.

Il De André di Marinelli fa dimenticare ogni senso di replica, esclude istantaneamente la possibilità di qualsiasi forma di caricatura, è un personaggio disegnato e interpretato in modo mai agiografico seguendo la precisa idea secondo cui non esiste un De André solo rappresentabile ma l’occasione di raccontare un De André personaggio – proprio come personaggi, e non santini e icone,erano gli uomini di cui lui scriveva. Se allora ognuno ha il proprio De André che non sa neppure lontanamente raccontare, un De André che teme gli venga in qualche modo sottratto, nel cuore, dal racconto fatto da un altro, quello portato sullo schermo da Facchini è, idealmente, la summa di tutti i Faber possibili, quelli costruiti nelle menti, nei sentimenti e nelle stanze di almeno quattro generazioni di ascoltatori.

Luca Marinelli dà vita, quindi, a un Fabrizio De André tutto suo, lavorando alla costruzione di un personaggio unico con una cura, un rigore e una passione tali da far dimenticare a chi guarda, col progredire della storia, che quello che quello che si muove sullo schermo è un attore e non è il vero De André. Con lui ci sono altri disegni eccezionali, non tanto di visi, volti, rappresentazioni – che in alcuni casi, come quello di Paolo Villaggio, sono spaventosamente vicini agli originali – quanto di relazioni, del loro intimo valore di incontro e scambio nella vita De André: una prospettiva, questa, che è centrale durante tutto l’arco narrativo e che gli autori sembrano non aver mai perso di vista. Se, infatti, quarant’anni di storia umana e intellettuale non sono facili da comprimere – neppure in quello che è un film per la televisione e, dunque, una sorta di kolossal per il cinema – ecco che Meacci e Serafini operano scelte simboliche, andando a soffermarsi su qualche presenza essenziale nella vita di Fabrizio che ne rappresenta anche, allargando la lente, simbolicamente, una fase (Paolo Villaggio e Luigi Tenco per gli inizi genovesi, il poeta Mannerini per la genovese maturità, Fernanda Pivano per l’ultimo periodo).

Non è però soltanto il rigore misuratissimo a rendere la scrittura di questo film così sorprendente, non è solo la ripresa accurata, nella maggior parte dei casi per nulla esplicita, di versi di canzoni che il fan riconoscerà nella loro trasformazione nell’una o nell’altra sequenza, ma quello che questo lavoro può generare, nello spettatore che conosce e ama Fabrizio De André. Principe Libero è, infatti, soprattutto, un film universale sulla libertà, sul sentimento della famiglia nella sua accezione per nulla tradizionale, sull’incontro di forme diversissime di approcci alla vita, al mondo, alla crescita, un film sulla relazione padre-figlio e, in definitiva, naturalmente, sull’amore; un film che fa desiderare e offre continuamente spunti di coraggio e libertà che sembrano trasferirsi dal protagonista allo spettatore in via diretta, ben oltre la musica e ben oltre il cinema.

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Un’estate Paz https://minimaetmoralia.it/arte/unestate-paz/ https://minimaetmoralia.it/arte/unestate-paz/#respond Fri, 17 Jun 2016 05:30:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31314 Questo pezzo è uscito su Linus: ringraziamo la testata e l'autrice.

di Giulia Cavaliere

Anch'io, come la giovane Elisabetta Pellerano, ho scoperto il Gargano per amore. Come la compagna e musa, l'amante e l'infinito tormento di Andrea Pazienza, sono stata trascinata sulla sabbia di San Menaio nel centro di un'estate italiana. Ho percorso sul sedile del passeggero centinaia di chilometri avanti e indietro immersa nella Foresta Umbra sulla strada Statale 89, detta anche "Garganica", quella stessa via di tornanti che Paz ha tracciato in vita un migliaio di volte senz'altro, con papà Enrico e mamma Giuliana da bambino e al volante da adulto, in una naturale spinta verso un luogo che era, forse più di ogni altro, casa sua, e verso il quale, nel 1983, arrivando a gran velocità fatto di eroina da Bologna sulla sua vecchia Renault, correva a cercare di disintossicarsi.

Nato a San Benedetto del Tronto ma cresciuto nella provincia di Foggia, in quella "San Severo, città del mio pensiero, dove prospera la vite e l'inverno è alquanto mite" che descriveva come una città gremita di club, medici arricchiti senza merito in grado di partecipare soltanto a congressi tennistici, il giovane Pazienza non trova pace né luogo deputato alla sua sensibilità e al suo talento; iscritto dal padre, pittore, al liceo artistico di Foggia, verrà presto ritirato e spedito a proseguire la scuola a Pescara dove, in un ambiente meno selvaggio e in una solitudine che non si scrollerà mai più di dosso, conoscerà il futuro compagno di avventure artistiche Tanino Liberatore.

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Questo pezzo è uscito su Linus: ringraziamo la testata e l’autrice.

di Giulia Cavaliere

Anch’io, come la giovane Elisabetta Pellerano, ho scoperto il Gargano per amore. Come la compagna e musa, l’amante e l’infinito tormento di Andrea Pazienza, sono stata trascinata sulla sabbia di San Menaio nel centro di un’estate italiana. Ho percorso sul sedile del passeggero centinaia di chilometri avanti e indietro immersa nella Foresta Umbra sulla strada Statale 89, detta anche “Garganica”, quella stessa via di tornanti che Paz ha tracciato in vita un migliaio di volte senz’altro, con papà Enrico e mamma Giuliana da bambino e al volante da adulto, in una naturale spinta verso un luogo che era, forse più di ogni altro, casa sua, e verso il quale, nel 1983, arrivando a gran velocità fatto di eroina da Bologna sulla sua vecchia Renault, correva a cercare di disintossicarsi.

Nato a San Benedetto del Tronto ma cresciuto nella provincia di Foggia, in quella “San Severo, città del mio pensiero, dove prospera la vite e l’inverno è alquanto mite” che descriveva come una città gremita di club, medici arricchiti senza merito in grado di partecipare soltanto a congressi tennistici, il giovane Pazienza non trova pace né luogo deputato alla sua sensibilità e al suo talento; iscritto dal padre, pittore, al liceo artistico di Foggia, verrà presto ritirato e spedito a proseguire la scuola a Pescara dove, in un ambiente meno selvaggio e in una solitudine che non si scrollerà mai più di dosso, conoscerà il futuro compagno di avventure artistiche Tanino Liberatore.

Mai capace di trovarsi a casa – le biografie non esitano a sottolineare come non saranno mai davvero sue Bologna e Montepulciano – Paz torna sul Gargano durante tutta la sua vita, percorre la strada che attraversa Peschici, Vico, poi San Menaio fino al lago di Varano. Il padre lo porta con sé nelle battute di caccia e affida a lui e al fratello Michele il compito di raccogliere il corpo della preda – spesso volatile – appena abbattuta. Sarà proprio questa azione brevissima ripetuta infinite volte nelle trasferte familiari sulla costa, a regalare al giovane Pazienza uno sguardo acuto, e incuriosito dalla mortalità dei viventi, tale da spingerlo, a quindici anni, a disegnare un quadro a pennarello sul suo funerale: Andrea Pazienza is dead. L’opera, conservata nel cassetto di una credenza a San Menaio, sarà una delle prime cose che Paz mostrerà a Betta, appena arrivati nella casa di famiglia a ridosso del lungomare.

Ho visto la casa di Andrea Pazienza nascosta tra altre costruite tra gli anni ’50 e ’60, l’epoca di boom del turismo in queste zone, l’ho intravista e dimenticata e poi ricostruita nel mio pensiero molte volte, ricordando l’infinito silenzio di una cedrata bevuta in due in un piccolo chiosco tra la strada e la spiaggia. Proprio tra l’abitazione dei Pazienza e il guardrail a cui Paz si appoggia in una famosissima fotografia di Vanni Natola, sono rimasta immobile e zitta a svuotare la piccola bottiglietta in vetro ruvido con le labbra ancora sporche di sale e sabbia, i capelli appiccicati di salsedine, ascoltando a fatica con l’acqua di mare ancora nelle orecchie, una canzone italiana uscita dalla radiolina del proprietario, appoggiata su un mobiletto in noce.

A Paz è intitolato questo lungomare dove ho sostato e passeggiato stando sotto il sole di agosto, è su questa strada asfaltata che divide il paese dalla spiaggia adriatica che spinge il paesino verso il mare, che la rockstar del fumetto italiano ha sperimentato forme infantili e albori di malinconie confluiti in alcune pagine delle sue Sturiellet, raccontate in molti disegni a pennarello, e, a parole, ad alcuni tra gli amici di sempre, compagni di gite novembrine al lago di Varano («Cosa vedi?» chiede uno a Paz «Una maschera, una grande maschera frate’, è tutto circondato di eriche, da lontano sembra che ci potresti correre sopra, e invece sprofonderesti») e di follie estive dentro e fuori dall’acqua, con moto, automobili e ragazze.

Mentre il padre Enrico dipinge ad acquarello i trabucchi verso Peschici con quelli che lo stesso Andrea definirà “colori tenuissimi, smorti, i colori della disillusione per i suoi stati d’animo travolgenti”, Paz, come sempre, accetta senza esitazione di farsi travolgere da tutto, colora il suo Gargano a pennarello in tonalità vivaci tratteggiando il blu del mare e il nero della foresta alle sue spalle. Proprio a San Menaio incontra il suo primo giovane amore, Isabella Damiani: ancora diciottenne, per stupirla, si veste da donna e le dice «baciami bimba», si prende uno schiaffo e alla fine dell’estate inizia a scriverle lunghissime lettere e a invitarla alle mostre al laboratorio Convergenze di Pescara.

Isabella, figlia dei proprietari del camping Calenella dove Paz trascorrerà parte di ogni estate della sua vita, gli resterà per sempre amica (non è difficile reperire in rete alcune sue bellissime fotografie di Andrea, esposte già in una mostra sul Gargano dedicata a Paz nel 2008). Tanto è poco avvezzo alla violenza delle piccole gang teppiste di San Severo quanto a San Menaio, Paz, vive una vita senza limiti fisici: imbraccia il fucile del padre fin da ragazzino, prendendo dimestichezza con le armi che lo affascineranno per tutta la vita, più come accessorio dandy che come qualcosa da utilizzare per davvero, corre in moto lungo la costa e, come un animale marino o lo squalo che porterà la sua Betta Venere nuda sul proprio dorso, vive perennemente in acqua, riemergendo miracolosamente da burrasche estive, stupendo i presenti con performance agonistiche di resistenza fisica, tuffandosi atleticamente da rocce e gommoni con il suo corpo perfetto, scolpito, lo stesso dei suoi personaggi dinoccolati.

Sulla sabbia di San Menaio e nelle notti al camping Paz immagina e disegna (anche una serie di tavole intitolata Disegni Camping Calenella), vagheggia di Caravaggio e Rembrandt, si picchia per difendere due ragazze che stanno prendendo il sole in topless e finisce con l’arteria intercostale recisa e sessanta punti per una bottiglia che qualcuno gli spacca sulla schiena ma pure, verosimilmente, si forma sotto il sole leggendo Queneau, Hemingway, Sciascia e l’adorato Conrad.

Gino Nardella, storico amico pugliese di Paz e suo compagno di studi e di vita bolognese in via Emilia Ponente, racconta in un libro fotografico di quella volta in cui preparano insieme l’esame di Tecniche della fotografia girando per le strade di Peschici con un metro da muratore e prendendo confidenza con gli anziani del luogo.

«A Bologna tentavamo di intossicarci. Sul Gargano tentavamo di disintossicarci. Nessuno dei due tentativi riusciva fino in fondo».

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Ascesa e declino di Morgan https://minimaetmoralia.it/musica/ascesa-e-declino-di-morgan/ https://minimaetmoralia.it/musica/ascesa-e-declino-di-morgan/#comments Thu, 03 Apr 2014 11:34:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19776 Questo pezzo è uscito su rockit.it

di Giulia Cavaliere

“La droga apre i sensi a chi li ha gia’ sviluppati e li chiude agli altri. Io non uso la cocaina per lo sballo, a me lo sballo non interessa.”
(Marco Castoldi, “Max” 2010)

“L'eroina mi ha liberato, odio parlare di questo a causa di mia figlia e della mia famiglia. Ma mi ha reso incredibilmente creativo”
(Damon Albarn, “Q” 2014)

Ad essere precisi c'è una sfumatura assai lieve eppure molto importante che fa la differenza tra la dichiarazione rilasciata pochi giorni fa dal frontman dei Blur e quella che nel febbraio del 2010 divenne l'apparente causa di ostracismo artistico nei confronti di Morgan, frontman degli ex (mai del tutto ex) Bluvertigo. In quella chiacchieratissima intervista il cantautore monzese affermava di fare uso di cocaina in forma di basi – cioè crack – come antidepressivo; “la uso per curarmi, fa bene” diceva, “anche Freud la prescriveva” aggiungeva, universalizzando i benefici derivati dall'uso quotidiano della sostanza e dimenticando quel riflessivo “mi fa bene” che avrebbe forse edulcorato la percezione di queste parole e non gli avrebbe dunque impedito di continuare a fare il proprio lavoro e di presentarsi, dopo poche settimane, sul palco dell'Ariston per il concorso canoro più famoso della Nazione. Oppure forse, siamo onesti, non sarebbe comunque andata così perché siamo in Italia e non in Gran Bretagna, e molto semplicemente al rock, in tutte le sue più violente e scorrette sfaccettature, siamo culturalmente meno avvezzi.

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di Giulia Cavaliere

“La droga apre i sensi a chi li ha gia’ sviluppati e li chiude agli altri. Io non uso la cocaina per lo sballo, a me lo sballo non interessa.”
(Marco Castoldi, “Max” 2010)

“L’eroina mi ha liberato, odio parlare di questo a causa di mia figlia e della mia famiglia. Ma mi ha reso incredibilmente creativo”
(Damon Albarn, “Q” 2014)

Ad essere precisi c’è una sfumatura assai lieve eppure molto importante che fa la differenza tra la dichiarazione rilasciata pochi giorni fa dal frontman dei Blur e quella che nel febbraio del 2010 divenne l’apparente causa di ostracismo artistico nei confronti di Morgan, frontman degli ex (mai del tutto ex) Bluvertigo. In quella chiacchieratissima intervista il cantautore monzese affermava di fare uso di cocaina in forma di basi – cioè crack – come antidepressivo; “la uso per curarmi, fa bene” diceva, “anche Freud la prescriveva” aggiungeva, universalizzando i benefici derivati dall’uso quotidiano della sostanza e dimenticando quel riflessivo “mi fa bene” che avrebbe forse edulcorato la percezione di queste parole e non gli avrebbe dunque impedito di continuare a fare il proprio lavoro e di presentarsi, dopo poche settimane, sul palco dell’Ariston per il concorso canoro più famoso della Nazione. Oppure forse, siamo onesti, non sarebbe comunque andata così perché siamo in Italia e non in Gran Bretagna, e molto semplicemente al rock, in tutte le sue più violente e scorrette sfaccettature, siamo culturalmente meno avvezzi.

Certo fa abbastanza effetto ad oggi parlare di Morgan, Marco Castoldi, avvicinandolo al concetto di rock, abituati come siamo a incontrare il suo nome e la sua faccia bianca e smascellante sugli schermi televisivi, nei rotocalchi e se va bene in qualche discoteca della provincia italiana dove appare come dj per un’ora scarsa – proprio come accade ai tronisti di Uomini e Donne o ai reduci del Grande Fratello – per deliziare però il pubblico con chicche musicali insolite per le pareti che le ospitano. Orde di ragazzine intasano il web con nickname adolescenziali che somigliano tanto a quelli che nella mia generazione, in una tarda infanzia pre-web, si usavano confidenzialmente di pomeriggio, in giardino, riferendosi a eroi del pop come i Take That o i Backstreet Boys. Ci si imbatte in una gran quantità di “morganina98” che non solo riempiono Instagram di fotografie di Morgan circondate da cuoricini, ma tentano di imitarne le pose, provano a vestirsi come lui con giacche nere, camicie bianche e fiocchi anarchici à la Baudelaire legati intorno al collo. Eppure…

Eppure c’è stato un mondo, neppure troppo lontano, in cui Morgan rappresentava in Italia un progetto rock che sfidava le declinazioni di un decennio – gli anni ’90 – in cui chitarrone e camicie di flanella la facevano da padrone. Un tempo di All Stars che tornavano in auge, di lente trasformazioni ginnasiali in Axl Rose, di magliette di Kurt Cobain – almeno tre in ogni classe. Sembra quasi normale a pensarci oggi, eppure, allora, c’era anche chi non amava questa roba, chi ascoltava i Kraftwerk in cameretta, si spaventava ed esaltava su “Showroom Dummies”, con Robert Smith, desiderava essere risucchiato fisicamente dai dischi di David Bowie e pensava che il futuro estetico del rock fosse immeritatamente finito tra le mani di maschi sporchi e brutti. Qualcuno amava il synth pop, rivoleva la psichedelia elegante e fascinosamente tossica degli anni ’70, e non sapeva a chi affidarsi per sperare che la cravatta tornasse a sostituire la maglietta Fruit of the loom con sopra stampato il faccione di Eddie Vedder.

Una voce rock per una minoranza di persone, questo era Morgan, questo erano in qualche modo i Bluvertigo che nella seconda metà degli anni ’90 rappresentarono la più radicale piccola avanguardia del pop-rock italiano, comparendo nei televisori d’Italia vestiti proprio come quei quattro di Düsseldorf, circondati dai sintetizzatori, mimando passi di danza di anni Ottanta perduti, duettando con Franco Battiato e con Alice, vincendo con il secondo album, Metallo non Metallo, (1997, più di 100.000 copie vendute, uno spazio anche nella classifica di Rolling Stone tra i 100 dischi italiani migliori di sempre) anche un Europe Music Award. Una band con una vita artistica in apparente discesa, in un’epoca in cui se eri bravo potevi ancora sperare di emergere davvero, un momento storico in cui la grande discografia aveva ancora denaro sufficiente per investire nel tuo talento: amati dalla critica, lentamente inseriti nello scenario italiano mainstream e colto, soprattutto proprio grazie alla figura di Morgan, i Bluvertigo riescono a ritagliarsi una posizione d’onore nella musica italiana che si affaccia sul nuovo millennio.

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