Giulia Gabriele Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giulia-gabriele/ un blog di approfondimento culturale Tue, 19 Dec 2017 13:50:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giulia Gabriele Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giulia-gabriele/ 32 32 Macumba: di colore, musica e mostri. Intervista a Mattia Iacono https://minimaetmoralia.it/interviste/macumba-colore-musica-mostri-intervista-mattia-iacono/ https://minimaetmoralia.it/interviste/macumba-colore-musica-mostri-intervista-mattia-iacono/#comments Tue, 19 Dec 2017 14:00:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35819 di Giulia Gabriele

Mattia Iacono è arrivato in libreria con un secondo graphic novel sempre per i tipi di Tunué, Macumba.  Romano, diplomato alla Scuola internazionale di Comics con questo fumetto continua il discorso aperto con Demone dentro, che (forse) si concluderà con il terzo volume, del quale però non è ancora sicura la data di pubblicazione.

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di Giulia Gabriele

Mattia Iacono è arrivato in libreria con un secondo graphic novel sempre per i tipi di Tunué, Macumba.  Romano, diplomato alla Scuola internazionale di Comics con questo fumetto continua il discorso aperto con Demone dentro, che (forse) si concluderà con il terzo volume, del quale però non è ancora sicura la data di pubblicazione.

C’è una cosa della tua biografia che mi colpisce. Alla Comics hai scelto il corso di studi in Illustrazione e colorazione digitale, ma poi ti sei ritrovato a fare il fumettista. Cos’è successo?

Fin da piccolo ho sempre disegnato (adoravo disegnare!) e a un certo punto ho incontrato i fumetti. Ma la cosa che mi piaceva da morire erano le copertine, che sono state il motivo dell’acquisto di un sacco di fumetti. Quindi, quando sono entrato alla Comics ero davvero intenzionato a fare l’illustratore. E così è stato per quasi tutto il mio percorso scolastico, ho partecipato anche a concorsi specifici per illustratori finché un giorno ho capito che volevo raccontare qualcos’altro, e i fumetti forse erano il mezzo migliore per farlo.

Quel qualcos’altro era Demone dentro? Come sei arrivato da Tunué?

Sì e no. Negli anni, ho sempre scritto storie (soggetti, storie brevi) che mi sono reso conto avere tratti, dinamiche e situazioni comuni. È questo primo materiale, organizzato e rilavorato, che ha poi dato vita a Demone dentro. In Tunué sono arrivato perché li ho cercati fortemente. Volevo proprio loro perché mi hanno fatto conoscere Alfred e Paco Roca, che sono due autori tra i miei preferiti, e perché avevano qualcosa in cui mi riconoscevo.

Perciò hai sempre disegnato, hai sempre scritto storie ma in qualche modo solo adesso metti insieme i pezzi del puzzle…

Beh in effetti sì, volevo raccontare ma non riuscivo a mettere insieme i pezzi. Anche perché quando ho iniziato ad appassionarmi al fumetto ero molto più piccolo e non sapevo bene cosa volevo fare… Non che adesso lo sappia, ma sicuramente allora lo sapevo ancora meno.

Tutto sommato è andata bene così, visto che alla fine il puzzle si è ricomposto in due fumetti e un terzo in arrivo. Non c’entra niente… Ma lo sai che disegni un sacco di barbe!

È andata benissimo direi… Sulle barbe hai ragione, infatti nel terzo libro cercherò di… no, non è vero, ci sono dei personaggi con la barba anche lì. Mi piace adottare questa soluzione da una parte per un interesse stilistico, perché mi piace dare quel movimento al volto e rendere dinamici i miei personaggi, dall’altra perché credo che la barba renda più semplice far esprimere determinate sensazioni ai miei personaggi.

Uno dei temi principali sia in Demone dentro sia in Macumba è sicuramente la paura, ma a parte questo, sono due fumetti molto diversi. Sono diversi i colori, i personaggi (anche se c’è un burattinaio che li lega) e il primo mi sembra abbia una narrazione più “filmica”. Ma una cosa non cambia (se non nella forma): i demoni.

Demone dentro ti sembra più “filmico” perché volevo raccontare più lentamente, Macumba invece ha un ritmo più veloce. Differiscono anche nel colore perché nel secondo ho voluto sperimentare di più, usando colori più accesi e certe volte “innaturali” rispetto a Demone dentro. Diciamo che ho lasciato che il colore seguisse maggiormente le sensazioni delle scene. Quanto alla paura, diciamo che è una tematica che ho iniziato ad affrontare con Demone dentro per poi proseguirla in questo secondo lavoro, perché non sentivo di aver raccontato tutto col precedente. Ho cercato di raffigurare la paura in maniera fisica con i mostri, perché sono figure che mi incuriosiscono e che mi sono sempre divertito a disegnare. Sono sempre stato appassionato di antichità, nel senso “mistico” del termine; fin da piccolo mi affascinavano i misteri, le leggende. Perciò, quando si è trattato di dover disegnare la paura mi è venuto spontaneo disegnare mostri: per me non c’è altro modo di rappresentarla se non così. Questi demoni hanno un posto ben preciso, passami il termine, nel “mio universo”: c’è un burattinaio che muove tutto condizionando la vita dei protagonisti delle mie storie, per questo il terzo libro diciamo che sarà una sorta di conclusione di questo trittico.

E i tuoi mostri?

Anche io ne ho qualcuno, ma la lista sarebbe troppo lunga… Scherzi a parte, credo che tutti abbiano quotidianamente a che fare con demoni e mostri. È la nostra battaglia quotidiana. Sconfiggerli, penso, porterebbe delle soluzioni, se non la soluzione, nella vita di ognuno di noi. Tuttavia, un mondo senza mostri non so immaginarmelo. Penso sia un paradosso: potrebbe essere un mondo migliore, ma forse noioso.

Oltre alla passione per i mostri che ti porti dall’infanzia ne hai altre? Ce n’è una in particolare che si mescola anche con la tua attività da fumettista e illustratore?

Assolutamente la musica. Senza la musica non potrei fare niente. Prima di essere un disegnatore sono un musicista, batterista per la precisione. La musica accompagna ogni singolo disegno che faccio.

Che cosa stai ascoltando in questo periodo e cosa hai ascoltato durante la realizzazione di Demone dentro e Macumba? Che ritmo dobbiamo aspettarci dal terzo fumetto?

Al momento ascolto molto Amon Tobin, Fever Ray e Yat-Kha. Se i primi due fumetti sono stati creati con quintali di musica differente, da Tom Waits ai Gorillaz, per il terzo mi aspetto qualcosa di più cupo… ma sto ancora lavorando alla playlist!

Ascolti molta musica, però poi nei tuoi fumetti sono i libri (e ammennicoli vari) ad avere un ruolo “particolare”. Quali sono i tuoi autori di riferimento e cosa stai leggendo?

Lovecraft (che sto anche leggendo adesso, per motivi di ricerca), Bukowski e Stephen King sono sempre stati tra i miei scrittori preferiti. Tra i fumettisti Mazzucchelli, Gipi, Larcenet, Mignola… da loro provo a imparare il più possibile. Oltre a Lovecraft, come ti accennavo, sto leggendo anche L’ordine del tempo di Carlo Rovelli.

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Giorni, nuvole, lettere: il museo delle penultime cose https://minimaetmoralia.it/libri/giorni-nuvole-lettere-museo-delle-penultime-cose/ https://minimaetmoralia.it/libri/giorni-nuvole-lettere-museo-delle-penultime-cose/#respond Thu, 20 Apr 2017 13:00:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34195 «Da quel momento avrebbe custodito per sempre il loro ricordo [dei Giusti italiani, nda] e quello di tutti gli altri». Questo custode è il museo della Shoah che, in una Roma di qualche anno più vecchia di oggi, si incastona nella «parte di villa Torlonia che si allunga verso piazza Bologna» e tra le pagine del romanzo di Massimiliano Boni, Il museo delle penultime cose, edito da 66thand2nd.

Il suo giovane vicedirettore è Pacifico Lattes, che ha anche il compito di ricostruire le storie degli ebrei della Shoah dando un nome ai numeri nei registri nazisti. Lavora principalmente con i morti, Pacifico, e con le loro memorie. Disperse nelle transoceaniche (e negli errori ortografici degli impiegati degli uffici immigrazione), nei fascicoli, in tutto quel tempo che è esistito prima dei campi di sterminio.

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«Da quel momento avrebbe custodito per sempre il loro ricordo [dei Giusti italiani, nda] e quello di tutti gli altri». Questo custode è il museo della Shoah che, in una Roma di qualche anno più vecchia di oggi, si incastona nella «parte di villa Torlonia che si allunga verso piazza Bologna» e tra le pagine del romanzo di Massimiliano Boni, Il museo delle penultime cose, edito da 66thand2nd.

Il suo giovane vicedirettore è Pacifico Lattes, che ha anche il compito di ricostruire le storie degli ebrei della Shoah dando un nome ai numeri nei registri nazisti. Lavora principalmente con i morti, Pacifico, e con le loro memorie. Disperse nelle transoceaniche (e negli errori ortografici degli impiegati degli uffici immigrazione), nei fascicoli, in tutto quel tempo che è esistito prima dei campi di sterminio.

Un lavoro encomiabile e appassionato di ricerca investigativa che si ferma, però, ai cancelli dei lager. Pacifico non vuole saperne delle storie dei sopravvissuti, non vuole domandare a chi può rispondere per sé. Mai. Quasi. Fino ad Attilio Amati, classe 1932. Ebreo, forse.

Nel frattempo – mentre cioè Pacifico, suo malgrado, inizia a scavare nella vita di un ritroso e reticente Attilio – Roma e l’Italia piegano subdolamente verso l’antisemitismo e la xenofobia. Ma – soprattutto per il vicedirettore del Museo – non sembra essere quello il problema, l’affanno: è più urgente il tempo che manca e quello che si è perso.

Stranamente, nonostante l’incombenza di questo tempo che manca e che è stato perso, c’è sempre tempo per le festività, per i ragionamenti, per guardare la città, per le indagini. Quasi a perdersi, quasi a non volerne uscire perché chissà cosa c’è fuori. È un romanzo soffuso, che non ha fretta di arrivare alla fine: non l’abbia, quindi, nemmeno il lettore.

La Shoah è stata una cosa enorme, e chiunque l’abbia affrontata – sulla pelle o sui libri – porta con sé almeno un tassello. Quello di Boni (e di Pacifico) è talmente grande da averci costruito intorno un museo. Un museo di cose dentro, ma anche un museo di nomi fuori. In ordine alfabetico, sono scritti sulla mura, esposti al sole e agli occhi.

«La parte superiore, invece, era in granito nero, lucido. Sulla superficie erano incisi tanti piccoli segni. Da lontano, scendendo per il viale dei Giusti, apparivano come un brulichio animato. A mano a mano che ci si avvicinava, si facevano più nitidi. Allora si capiva che erano lettere radunate in piccoli gruppi. A metà del viale si cominciavano a distinguere i nomi. Decine, centinaia, migliaia di nomi. Erano in ordine alfabetico. Il primo e l’ultimo appartenevano a due donne. Ida Aboaf e Teresa Zimmermann. Pacifico a volte pensava che quella strana coincidenza nascondesse un significato. Forse le donne, che danno la vita, dovevano per forza aprire e chiudere quella lista, quasi a tentare un’ultima impossibile protezione. L’elenco scolpito sulle quattro facciate, infatti, conteneva i nomi di tutti gli ebrei italiani o residenti in Italia uccisi durante la guerra. Era stato proprio grazie a lui se molti di quei nomi ora avevano un volto e una storia da raccontare.»

È difficile che un libro sulla Shoah voglia veramente ricordare, avere memoria, in maniera viva, guizzante. Il ricordo è qualcosa che affiora al cuore, la memoria qualcosa che viene trattenuto dalla mente. Ma molti sopravvissuti per tanto tempo non hanno voluto questo… Affiorare? Trattenere? Dimenticare, piuttosto. Uscire dai cancelli della Liberazione, per quei molti, non ha significato permettersi di essere liberi.

Allora, Il museo delle penultime cose è, anche, il racconto denso, magmatico di questa dicotomia. Dell’esigenza pulsante di non dimenticare contro il dolore della consapevolezza. Se, quindi, da un lato Pacifico scava faticosamente e lentamente dentro questo oblio (eccolo il tassello!), dall’altro vi ha costruito intorno un monumento di luminosa memoria, di materia viva.

Infine, sebbene il romanzo di Boni conservi un sacco di ultime cose – le ultime nuvole, le ultime lettere, le ultime note, le ultime notizie, le ultime settimane, le ultime parole, le ultime file, le ultime volte, le ultime ricerche, le ultime autorizzazioni, le ultime energie, le ultime persone; gli ultimi sopravvissuti, gli ultimi testimoni, gli ultimi deportati, gli ultimi predecessori, gli ultimi giorni, gli ultimi mesi, gli ultimi anni, gli ultimi secoli, gli ultimi tempi, gli ultimi fornelli, gli ultimi tavoli, gli ultimi gamberi, gli ultimi squittii, gli ultimi nati, gli ultimi preparativi, gli ultimi particolari, gli ultimi raggi, gli ultimi saluti; gli ultimi, e basta – mi piace pensare di essere anche io, ora, un museo delle penultime cose.

Un luogo vivente dove conservare tutta questa Memoria, di nomi e di fatti. Parte di una generazione che sente gli odori degli olocausti, qualunque vento li porti. Siamo in tempo, un po’. Non sono proprio le ultime cose, non ancora.

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“Storie del Barrio”: intervista a Bartolomé Seguí https://minimaetmoralia.it/fumetto/storie-del-barrio-intervista-bartolome-segui/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/storie-del-barrio-intervista-bartolome-segui/#respond Wed, 28 Dec 2016 15:30:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33248 (foto di Chiara Pasqualini)

di Giulia Gabriele

Alla libreria Borri Books della Stazione Termini, martedì 22 novembre il fumettista spagnolo Bartolomé Seguí ha presentato Storie del Barrio (Tunué), graphic novel realizzato insieme allo scrittore e illustratore Gabi Beltrán che, rievocando la sua adolescenza, ha dato vita ai testi.

Opera a quattro mani, dunque, che racconta la storia di un quartiere periferico di Palma di Maiorca e dei suoi ragazzi di strada, negli anni Ottanta.

Tavola dopo tavola conosciamo il giovane Gabi e i suoi amici: Benjamín, Arnaud, Falen, El Gato, Ramos, Cardona... Fuggono dalle loro case molto presto (prima dell'alba per vendere i giornali ai semafori), e vi tornano, se vi tornano, tardi la notte (dopo aver aiutato l’ultimo marinaio americano in licenza a trovare la sua “señorita”).

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(foto di Chiara Pasqualini)

di Giulia Gabriele

Alla libreria Borri Books della Stazione Termini, martedì 22 novembre il fumettista spagnolo Bartolomé Seguí ha presentato Storie del Barrio (Tunué), graphic novel realizzato insieme allo scrittore e illustratore Gabi Beltrán che, rievocando la sua adolescenza, ha dato vita ai testi.

Opera a quattro mani, dunque, che racconta la storia di un quartiere periferico di Palma di Maiorca e dei suoi ragazzi di strada, negli anni Ottanta.

Tavola dopo tavola conosciamo il giovane Gabi e i suoi amici: Benjamín, Arnaud, Falen, El Gato, Ramos, Cardona… Fuggono dalle loro case molto presto (prima dell’alba per vendere i giornali ai semafori), e vi tornano, se vi tornano, tardi la notte (dopo aver aiutato l’ultimo marinaio americano in licenza a trovare la sua “señorita”).

Ma dentro ai confini spessi e neri delle vignette di Seguí c’è spazio, ancora, per quella parte d’infanzia che resiste e spera. Che fa stare Gabi su Las Rocas a guardare il mare: “Pensavo che tutto il bene fosse al di là dell’orizzonte. Pensavo che laggiù, oltre la linea sotto la quale sparivano le barche, alle madri non saltassero i nervi e i padri non fossero alcolizzati. Pensavo che fosse sempre giorno, che l’estate abitasse lì e che ci potessi arrivare in barca“.

Le vite dei protagonisti sono difficili, ma il libro conserva in loro uno sguardo ingenuo. D’altro canto, questo è un fumetto non adatto esclusivamente ai giovani, anzi…

Esattamente, per questo credo che sia adatto a tutti. Avremmo potuto fare un libro con storie più marginali e realiste, ma ho e abbiamo voluto, usando un tratto più ingenuo appunto, idealizzare un po’ queste storie. Nei disegni c’è del sentimentalismo affinché emerga la tenerezza. In tutto il libro, ad esempio, non c’è una scena di sangue o di violenza fisica. Appare solo una goccia di sangue nella scena finale della storia intitolata “Coma”, ma non si vede nient’altro. Non volevamo mostrare troppa violenza né essere scabrosi.

Il messaggio non passa attraverso la violenza; c’è piuttosto la volontà di evidenziare che una alternativa concreta è possibile… Come quando il signor Paco ammonisce Gabi per le sue frequentazioni, dicendogli: “Non devi andare con certa gente. Ti porteranno problemi. Credimi… Non sono tuoi amici”.

Sì, nel libro abbiamo riposto anche un forte intento pedagogico. Gabi ha fatto molte chiacchierate con i ragazzi dei riformatori, perché vorrebbe che i giovani potessero trovare un’alternativa alla loro esperienza, alternativa che nel caso di Gabi è stata proprio il disegno e la letteratura.

Com’è stato disegnare per raccontare la storia di un altro che non solo ha conosciuto solo da adulto, ma che ha vissuto anche un’adolescenza completamente diversa dalla sua, seppur nella stessa città?

Avevo già letto alcune storie che Gabi aveva pubblicato sul suo blog. Ha un modo di spiegare le storie che mi sembra fantastico. Credo che sia il migliore nel denudarsi a livello emozionale… Per me è stato facile, in questo periodo della mia carriera quello che mi interessa sono le storie che uno racconta. Io ho già pubblicato cinque libri, con le mie sceneggiature, ma se c’è un buon testo è molto facile disegnare per un altro e in questo caso così è stato, nonostante la mia esperienza e la mia vita non abbiano niente a che vedere con quella di Gabi. Abitavo in tutt’altro quartiere e a volte vedevo il suo, ma da lontano, sapevo che non ci si doveva entrare. Ma, ripeto, è stato facile perché dietro questa storia c’era un bravo scrittore.

Come ha costruito la narrazione grafica della storia?

Di fatto ho voluto mantenere le storie del passato, quelle dell’infanzia. Nel libro ci sono le storie disegnate, che sono quelle di quando Gabi era piccolo, insieme alle narrazioni in prosa che sono quelle del personaggio adulto. Questo aiuta a capire le precedenti che non sono solo un ricordo infantile, ma la visione del personaggio adulto che ricorda quell’ambiente. Le storie non sono raccontate con rancore, ma con la capacità di saper perdonare di un uomo ormai cresciuto, maturo.

Di solito non sono mai completamente contento dei miei lavori, ma in questo caso, avendo dovuto curare una storia che Gabi – che stimo molto come professionista e come persona – non era in grado di rivivere da solo, mi sento finalmente soddisfatto.

Quali autori di fumetti legge e apprezza? Conosce, immagino, Paco Roca, pubblicato in Italia proprio da Tunué…

Conosco Paco Roca perché ci siamo incontrati in alcune premiazioni. Ricordo che un anno Paco vinse il secondo Premio Nazionale e l’anno successivo lui era nella giuria che mi ha premiato. Devo dire che è una persona meravigliosa!
Il mio fumettista italiano preferito invece è Gipi. In Spagna hanno pubblicato anche “5” di Igort e mi è piaciuto molto. Secondo me, quando uno inizia a disegnare e pubblicare, a noi disegnatori quello che interessa sono i migliori illustratori, ma poi, con il tempo, ciò che ci interessa di più è la narrazione. Così, a poco a poco, mi sono interessato ad autori che, forse, non disegnano così bene, però narrano in un modo fantastico. In una narrazione ciò che importa è il ritmo della lettura, che non deve essere interrotto per soffermarsi a vedere il disegno, e questo mi piace in Gipi. Forse non è un autore virtuoso graficamente, ma si limita all’essenza per concentrarsi su una narrazione ottima.

Gipi è un autore molto apprezzato anche in Italia, e tre anni fa con unastoria fu selezionato per il nostro premio letterario più importante, il Premio Strega. L’anno successivo toccò a Zerocalcare con Dimentica il mio nome… Diciamo che qui il fumetto (o graphic novel, che dir si voglia) sta vivendo un momento fortunato. La situazione in Spagna è analoga?

L’etichetta “graphic novel” ha aiutato a recuperare il lettore e avvicinarlo alle librerie di fumetti. In Spagna non c’è una tradizione, manca l’industria che c’è in Francia e negli Stati Uniti, ma ora stanno comparendo molte opere interessanti.
Nel 2007, inoltre, è stato creato il “Premio Nazionale” dal Ministero della Cultura. Prima di allora tale riconoscimento veniva concesso alla pittura, alla musica, alla letteratura, ma non al fumetto che così, grazie al Premio, è diventato ufficialmente arte al pari di tutte le altre. Anche i giornali hanno aiutato a fare in modo che il fumetto venisse visto come qualcosa di importante, alla stregua di letteratura, pittura… Ora i mezzi di comunicazione danno molto spazio e attenzione al fumetto, ci sono più critiche e più recensioni. Il fatto che ci sia un premio importante per i fumetti unito all’interesse dei giornali è stato fondamentale per questo nuovo corso.
Ed è pur vero che il “formato libro” ha permesso di trattare temi che prima non si affrontavano nei fumetti, che ora sono pensati (anche) per un pubblico che legge romanzi.

Per finire, a proposito di romanzi, che spazio occupano la letteratura italiana e americana nella sua biblioteca domestica?

Mi piacciono molto i romanzi gialli… E perciò, ovviamente, ho letto Camilleri! Ma apprezzo anche altri autori come Roberto Saviano. Per quanto riguarda la letteratura americana amo Carver, Cheever e Kerouac.

(Si ringrazia Maria Valeria Salinas Soria per la traduzione)

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