Giuliano Malatesta Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giuliano-malatesta/ un blog di approfondimento culturale Sun, 30 May 2021 10:27:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giuliano Malatesta Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giuliano-malatesta/ 32 32 Storie, città e paesaggi lungo la via Emilia https://minimaetmoralia.it/letteratura/storie-citta-e-paesaggi-lungo-la-via-emilia/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/storie-citta-e-paesaggi-lungo-la-via-emilia/#respond Mon, 31 May 2021 06:00:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48807 (fonte immagine) If you ever plan to motor west / Travel my way, take the highway that is best /Get your kicks on route sixty-six. Chissà cosa ne sarebbe oggi della leggendaria route 66, quella che Steinbeck ribattezzò la mother road americana, senza la voce di Nat King Cole e le pagine di On the […]

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If you ever plan to motor west / Travel my way, take the highway that is best /Get your kicks on route sixty-six. Chissà cosa ne sarebbe oggi della leggendaria route 66, quella che Steinbeck ribattezzò la mother road americana, senza la voce di Nat King Cole e le pagine di On the road, uno dei romanzi più citati e più sopravvalutati dell’intero novecento. Forse solo un nostalgico resoconto folcloristico, tra atmosfere da selvaggio west e polverose memorabilia, roboanti luci al neon e fatiscenti motel con affascinanti storie da raccontare. Ma ogni luogo ha bisogno di un qualche cantore per reggere la forza d’urto del mito. Noi uno Steinbeck non lo abbiamo mai avuto e nemmeno una highway lunga 2300 miglia, percorsa negli anni Trenta, in seguito al Dust Bowl, da numerose famiglie rurali che cercarono fortuna e migliori opportunità ad Ovest, fino a divenire a partire dal secondo dopoguerra la strada simbolo di una certa idea di libertà. Molto made in Usa.

Però una sorta di strada madre l’abbiamo anche noi. E’ più modesta in termini di lunghezza, poco più di 250 chilometri, ma compensa con gli anni di storia, più di duemila, visto che fu costruita ventidue secoli fa dal console romano Marco Emilio Lepido. Nel linguaggio burocratico porta il nome di strada statale numero 9 ma per tutti è semplicemente la via Emilia, una lunga striscia di asfalto piatta (altitudine massima 71 metri) e con rarissime curve che collega Rimini e Piacenza, tiene assieme nell’immaginario una ventina di città grandi e piccole e potrebbe essere raccontata, con un pizzico di provocazione, come un’unica grande megalopoli regionale.

“La Via Emilia comincia senza un cenno, travestita e ignota, circondata da una sovrana indifferenza”, scrive Carlo Donati in apertura di “Strada Nove”, un gran bel libro comporto da due volumi (Affinità Elettive + Cattedrale editori) che ripercorre la storia dell’antica strada consolare romana attraverso un viaggio, probabilmente durato anni, se non decenni, che è al tempo stesso culturale, fisico, storico e geografico. E che tiene dentro anche il racconto di un pezzo di storia d’Italia novecentesca, tra consorterie letterarie, storie del Partito che fu, bar periferici dove si gioca ancora a briscola e piccoli grandi storie di seducenti briganti e impenitenti anarchici. Ricordandosi però che per ogni “mangiaprete c’è sempre una chiesa a ristabilire l’ordine gerarchico della vita”. Per maggiori referenze, rivolgersi a Giovanni Guareschi.

Si parte dal Ponte di Tiberio, in uscita dal centro di Rimini, dove la consuetudine fa risalire l’originario punto di partenza. E subito le atmosfere del viaggio si fanno irrimediabilmente felliniane, e quindi poco reali. A Rimini il mito del regista resiste nell’immaginario, visto che il ragazzone fuggì con una valigia di cartone appena dopo la maggiore età e nella luccicante riviera non girò neanche un fotogramma. Non era un capriccio, semplicemente il dato emotivo contava più della realtà. Quando Giuseppe Rotunno, direttore della fotografia, osò posizionare un getto d’acqua davanti alla prua del Rex per dare l’impressione del movimento della nave, Fellini lo interrogò preoccupato: “Non sembrerà mica vera?”.

Uscendo dalla provincia di Rimini in breve si attraversa il Rubicone, un tempo il confine tra l’Italia e la Gallia, dove Giulio Cesare pronunciò secondo Svetonio la fatidica frase “Il dato e’ tratto”, e si entra in modalità Romagna Mia, perché Savignano sul Rubicone è la patria di Secondo Casadei, l’uomo che riuscì a trasformare “le ballate del folclore romagnolo in musica nazional-popolare”. Da far eseguire, chiedono i morituri specificandolo espressamente nel testamento, anche ai propri funerali. Il liscio in Romagna come i funeral blues a New Orleans. Altro che 66.

Pochi sono i chilometri che separano un luogo da un altro, troppe invece le storie da raccontare. Carlo Donati non se ne perde una, sempre con la curiosità del cronista e il respiro da scrittore, senza però mai prendersi troppo sul serio. Fa una piccola deviazione verso San Mauro, dove un colpo di fucile segnò il destino di Giovanni Pascoli, si reca a Cesena per raccontarci le gesta di Alberto Rognoni, l’amico di Fellini che “rischiò di fare il vitellone, ma poi fece ciò che sapeva fare meglio: Il Conte”, trovando però il tempo di salvare il Guerin Sportivo dalla bancarotta fino a trasformarlo in un settimanale di successo, a cui collaborò anche Gianni Brera, e infine si dirige verso l’abbazia di Santa Maria del Monte, in cima a un piccolo colle che guarda la città, dove al suo interno, tra una galleria di ex voto, spunta un piccolo quadro a olio dedicato a Marco Pantani, raffigurato in maglia rosa. Una lunga didascalia recita: “Perché non cadiamo nell’abisso della disperazione, perché non affondiamo nelle nostre sconfitte”. Difficile dimenticarsi la frase che il pirata disse a Gianni Mura: “vado più veloce per abbreviare la mia agonia”.

Ogni tappa naturalmente una sosta, alla disperata ricerca di qualche osteria che non esiste più o di qualche bar sport lungo la via, solo per confermare che da quelle parti le paste sono sempre quelle indigeribili della mitica Luisona di Stefano Benni. Ma non c’è tempo per la nostalgia. Bisogna fare a tappa a Forlì, quella che doveva diventare la città del Duce, il figlio del fabbro di Predappio. “La via Emilia entra in Forlì attraverso piazzale della Vittoria. Se non imperiale la scenografia è certamente littoria”, scrive Donati, ricordando come i forlivesi non si siano precipitati a “scalpellare il ventennio” dopo la fine del regime. Basterebbe andare in piazza Saffi per verificare che sulle basi di bronzo dei quattordici lampioni che circondano la piazza forlivese per antonomasia sono rimasti intatti i fasci, e la data, nonostante nell’agosto del ’44 proprio a quei lampioni vennero appesi quattro partigiani in segno di disprezzo.

Siamo vicini al confine simbolico, ma mica tanto, tra Romagna e l’Emilia. Sogno e realtà. La via Emilia sembra quasi volare sopra l’autodromo di Imola, dove un monumento dello scultore Stefano Pierotti ricorda il fatale incidente di Ayrton Senna alla curva del tamburello, e in una manciata di chilometri  raggiunge Bologna, “arrogante e papale, rossa e fetale”. Quante Bologna ci sarebbero da raccontare. Quella della banda dei ragazzi del Mulino, la leggenda vuole che se spari con una 357 magnum contro un loro volume il proiettile non arrivi a pagina 10, quella del movimento del ’77, quella dei cantautori – ciao Lucio – quella dotta dell’università più antica d’Europa, dove  studiarono Dante e Petrarca e i professori avevano i nomi di Roberto Longhi, Giosuè Carducci e Umberto Eco, e naturalmente la Bologna del Pci, quella  della grande stagione dei sindaci, Zanghieri in testa, finita persino sulla copertina del Time come esempio mirabile della via italiana al socialismo. Ma Bologna in fondo è sempre stata una città di mercanti, morbida ma non eccessivamente tollerante, che si è sempre lasciata guidare da quello che Edmondo Berselli chiamava “lo spirito autoctono della praticità”. Non è un caso che ai bei tempi, mentre a Roma nelle fumose stanze di Botteghe Oscure i dirigenti passavano ore a riflettere sull’ultimo articolo di Pietro Ingrao uscito su Rinascita, sotto le due torri si pensava più a rimboccarsi le maniche, secondo il vecchio detto di un sindaco emiliano: “se apre una cazzo di fabbrica il socialismo avanza più di quando una fabbrica chiude”. Stavolta un po’ di amarcord è tollerato.

Il viaggio di Donati, implacabile, prosegue. Si attraversa la terra dei motori, quella sì ancora rossa, si fa una breve sosta a Modena, “piccola città bastardo posto”, per rendere omaggio ai luoghi di Fra la via Emilia e il West, e si va al cimitero a trovare Pier Vittorio Tondelli, che in Autobahn, racconto finale di Altri Libertini, immagina in una sola giornata di entrare in autostrada a Carpi e di uscire “sul mare del Nord, diciamo Amsterdam, senza fare una sola curva”. Il primo a leggere i racconti dell’autore di Camere Separate e a spedirli a Feltrinelli fu Nino Nasi, storico proprietario della libreria del Teatro di Reggio Emilia, per lungo tempo considerata la città più rossa del mondo occidentale. Forse è anche per questo, vuole la vulgata, che il Governo Tambroni abbia scelto proprio Reggio come banco di prova per sperimentare nel luglio del ’60 una feroce repressione, che lasciò sull’asfalto ben cinque corpi, oltre a numerosi feriti. Per farsi un’idea di quel che accadde si può leggere Noi la farem vendetta, il bel resoconto letterario scritto da Paolo Nori, che all’epoca dei fatti non era ancora nato.

C’e’ ancora tempo per un passaggio a Parma – come non rievocare quella che Pasolini chiamò l’officina parmigiana, dove una nutrita pattuglia di giovani intellettuali (Attilio Bertolucci, Ugo Guanda, Pietrino Bianchi, Oreste Macrì, Pietrino Bianchi), seduta nei caffè di piazza Garibaldi, discuteva clandestinamente di Garcia Lorca e declamava le poesie di Antonio Machado – e poi una veloce ma significativa incursione a Brescello, diventata la capitale del Mondo piccolo, grazie alla saga letteraria di Peppone e Don Camillo. In fondo la via Emilia potrebbe anche essere sintetizzata cosi: da Fellini a Guareschi. Ancora, sogno e realtà.

Arrivati a Piacenza, non resta che da risolvere un ultimo ma mai banale quesito: che tipo di colonna sonora portarsi dietro. Certo, non abbiamo Nat King Cole, ma la via Emilia è lastricata di ottima musica, blues, folk, rock, opera lirica. C’e’ solo l’imbarazzo della scelta, dagli Skiantos al maestro Guccini. In caso di particolare buon umore, si potrebbe anche azzardare con Emilia paranoica, contenuta nel I album di quella grande punk (e rock) band che è stata i CCCP: Emilia di notti agitate per riempire la vita / Emilia di notti tranquille in cui seduzione è dormire / Emilia di notti ricordo senza che torni la felicità /Emilia di notti d’attesa di non so più quale amor mio che non muore / E non sei tu, e non sei tu, e non sei tu / Emilia paranoica.

 

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Fabrizio e Luigi https://minimaetmoralia.it/musica/fabrizio-e-luigi/ https://minimaetmoralia.it/musica/fabrizio-e-luigi/#respond Tue, 13 Feb 2018 07:00:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36194 Ricordando che questa sera e domani verrà trasmessa su Raiuno la miniserie Fabrizio De André - Principe libero, dedichiamo questa giornata a De André.

Uno era straordinariamente epico, con punte alla Chanson de Roland, l’altro sommessamente lirico. Uno giocava con le parole, fino a renderle più raffinate di quelle che erano, l’altro, forse per timore, quasi le nascondeva, consapevole che si possono raccontare gli amori del mondo anche per sottrazione. Uno era un ombroso borghese con il montgomery diventato presto un solitario anarchico, alla Brassens più che alla Bakunin, l’altro un sognatore anticonformista riduttivamente etichettato come comunista. Uno si ispirava ad un certo tipo di sonorità francese, che qualcuno allora aveva chiamato esistenzialista, l’altro era affascinato dal cool jazz e passava gran parte del suo tempo ad ascoltare Route 66 di Nat King Cole, che poi rifaceva splendidamente.

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Ricordando che questa sera e domani verrà trasmessa su Raiuno la miniserie Fabrizio De André – Principe libero, dedichiamo questa giornata a De André (fonte immagine).

Uno era straordinariamente epico, con punte alla Chanson de Roland, l’altro sommessamente lirico. Uno giocava con le parole, fino a renderle più raffinate di quelle che erano, l’altro, forse per timore, quasi le nascondeva, consapevole che si possono raccontare gli amori del mondo anche per sottrazione. Uno era un ombroso borghese con il montgomery diventato presto un solitario anarchico, alla Brassens più che alla Bakunin, l’altro un sognatore anticonformista riduttivamente etichettato come comunista. Uno si ispirava ad un certo tipo di sonorità francese, che qualcuno allora aveva chiamato esistenzialista, l’altro era affascinato dal cool jazz e passava gran parte del suo tempo ad ascoltare Route 66 di Nat King Cole, che poi rifaceva splendidamente. Entrambi però viaggiavano in direzione ostinata e contraria. Quella tra Fabrizio De André e Luigi Tenco fu un’amicizia fragile, raffinata ed eterea come possono esserlo sole le cose che hanno vita breve.

Si incontrarono al massimo una ventina di volte, ma sufficienti a creare una legame profondo in quella Genova di inizio anni Sessanta dove tutto odorava di conservazione: la città, la borghesia, la Chiesa (con il Cardinal Siri a tirare le fila) e anche quel partito Comunista a forte trazione operaia che mal digeriva insofferenze e spifferi di ribellione. Naturalmente da buoni viveur avevano i loro posti prediletti: come il celebre baretto di corso Italia, che Faber aveva etichettato “il covo di fasci”, dove provocatoriamente discutevano di politica, o la spiaggia della foce, dove i ragionamenti intorno ai massimi sistemi o le discussioni su uno dei loro film preferiti, “La Battaglia di Algeri” di Gillo Pontecorvo, potevano protrarsi fino al giorno successivo, a patto che ad accompagnarli ci fossero svariate bottiglie di cognac e e ingenti scorte di tabacco.

Musicalmente si erano conosciuti al Modern Jazz Club sul finire degli anni Cinquanta, dove De André aveva iniziato a suonare la chitarra in un gruppo jazz guidato dal pianista Mario De Sanctis. Sonorità west coast, principalmente, con incursioni nel be-pop. Luigi Tenco vi partecipava occasionalmente suonando il sax, ma mostrando poca voglia di socializzare. “A quel tempo ci conoscevamo appena, con lui le prove non le ho mai fatte – ha rivelato De André a Luigi Viva, autore dell’ottima biografia ‘Non per un dio ma nemmeno per gioco’ – arrivava, suonava e subito dopo se ne andava”.

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La stima reciproca arriverà un paio di anni più tardi, ma l’inizio del loro rapporto è legato ad un episodio curioso. Fabrizio De André, più giovane di qualche anno e meno conosciuto del collega, pare se ne vada in giro ciondolante e con quella sua aria trasognata per i carruggi genovesi sussurrando a inermi fanciulle il testo di una canzone che inizia così: “Quando-il mio amore-tornerà da me-nel cielo-una stella spenderà”. E’ “Quando”, la canzone che consegna Tenco alla storia della musica autoriale italiana. La voce comincia a circolare e Tenco decide di mettersi alla ricerca di quel giovane ragazzo. Pretende spiegazioni. Lo incontrerà una sera alla Cambusa, locale del centro cittadino. Faber, preso alla sprovvista, non nega: “Lo faccio per far colpo sulle ragazze”. E’ la fine di un litigio mai avvenuto e l’inizio di una amicizia vera.

“Più che cercare di aiutarmi mi stimava”, ha raccontato Faber. Alla sua prima uscita con puny (la futura prima moglie Enrica Rignon), nel giugno del ’61, la porta ai bagni Tre Pini ad ascoltare l’orchestra di Luigi Tenco, che a metà serata costringe il timido De André a salire sul palco, imbracciare la chitarra e suonare “La ballata del Michè”, il primo capolavoro del cantautore genovese, dove sono già evidenti le influenze della canzone francese e alcune delle tematiche che approfondirà in futuro (il rapporto con la Chiesa, l’indulgenza, il suicidio). “Quella canzone mi ha salvato la vita. Se non l’avessi scritta – ha detto una volta – probabilmente, invece di diventare un discreto cantautore sarei diventato un pessimo penalista”. E fu sempre Tenco a litigare con il regista Luciano Salce per inserire “La ballata dell’eroe” nella colonna sonora del film “La Cuccagna”. “Ti va se ti piglio la ballata dell’eroe?” gli aveva chiesto preventivamente al telefono Tenco. “Ma figurati, Luigi, mi fa piacere”.

Avrebbero voluto lavorare insieme, provare a comporre qualcosa di importante, ne parlarono una volta seduti ai tavolini del baretto di cosa Italia, ma quel disco “anarchico” o “comunista” non vide mai la luce. S’incontrarono l’ultima volta pochi giorni prima di quel maledetto festival di Sanremo, tirando come di consueto fino a tardi. “Mi parlò della sua angoscia di affrontare la bolgia del Festival”, raccontò in seguito un incredulo De André. Non appena gli comunicarono la notizia di quell’assurdo suicidio si precipitò all’obitorio in compagnia di puny e Anna Paoli. “Quando lo vidi lì disteso, con questo turbante di garza insanguinato, mi colpirono il pallore della morte e il colore viola scuro delle sue labbra carnose”.

Nel viaggio di ritorno a Genova, ispirandosi a una poesia dell’autore francese Francis Jammes, Faber compose mentalmente “Preghiera in gennaio”, la più straordinaria preghiera laica della canzone italiana. Ma per evitare strumentalizzazioni solo anni dopo dichiarò di averla scritta per il suo amico Luigi Tenco. “Signori benpensanti /spero non vi dispiaccia /se in cielo, in mezzo ai Santi/Dio, fra le sue braccia/soffocherà il singhiozzo/di quelle labbra smorte/che all’odio e all’ignoranza/preferirono la morte”.

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La Barcellona di Manuel Vázquez Montalbán https://minimaetmoralia.it/estratti/la-barcellona-manuel-vazquez-montalban/ https://minimaetmoralia.it/estratti/la-barcellona-manuel-vazquez-montalban/#comments Fri, 07 Apr 2017 13:00:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34095 Pubblichiamo, ringraziando l'autore e l'editore, la prefazione di Gianni Mura al libro di Giuliano Malatesta El niño del balcón, uscito per Giulio Perrone editore.

Non è un colpo basso perché è un colpo al cuore sapere com’è fatta la piazza che Barcellona ha dedicato a uno dei suoi cantori più assidui e appassionati: Manuel Vázquez Montalbán. Nell’orgia di cemento che è la plaza dura Pepe Carvalho si fermerebbe solo per pisciare, magari in compagnia di Biscuter, dopo una robusta mangiata in una trattoria del Raval. Quanto a Manolo, troppo educato per farlo. El ni- ño del balcon, diventato el hombre del balcón, guarderebbe scuotendo la testa. Essere ricordati così male è peggio che essere dimenticati.

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Pubblichiamo, ringraziando l’autore e l’editore, la prefazione di Gianni Mura al libro di Giuliano Malatesta El niño del balcón, uscito per Giulio Perrone editore.

Non è un colpo basso perché è un colpo al cuore sapere com’è fatta la piazza che Barcellona ha dedicato a uno dei suoi cantori più assidui e appassionati: Manuel Vázquez Montalbán. Nell’orgia di cemento che è la plaza dura Pepe Carvalho si fermerebbe solo per pisciare, magari in compagnia di Biscuter, dopo una robusta mangiata in una trattoria del Raval. Quanto a Manolo, troppo educato per farlo. El ni- ño del balcon, diventato el hombre del balcón, guarderebbe scuotendo la testa. Essere ricordati così male è peggio che essere dimenticati.

In Italia abbiamo una visione talmente positiva di Barcellona e della Catalogna da ritenere impossibile uno scivolone umano che è, al tempo stesso, uno scivolone culturale. Quasi un falso storico, come ricordare un astemio con un monumento fatto a bottiglia di vino. Con l’aggravante che lo scivolone va contro uno dei tuoi, un innamorato di te che non ha mai perso l’occhio critico, un bardo del catalanismo come lo fu, col pallone, Johan Cruijff e, più tardi, il luminoso Barça di Pep Guardiola che il tifoso Manolo non ha fatto in tempo a vedere.

Valga qui la scritta che apparve sul muro del cimitero di Napoli quando con Maradona vinse lo scudetto: guagliò, che vi siete persi. In una delle pagine che seguono Manolo si lamenta della scarsa vocazione alla memoria e fa un paragone con l’Italia, disseminata di lapidi, targhe, ricordi di poeti, artisti, musicisti, scrittori di tempi lontani o più vicini. La plaza dura testimonia che di lui a Barcellona si sono ricordati, ma nel modo peggiore, da analfabeti del sentimento. Una targa alla Boqueria non gli sarebbe dispiaciuta, credo. Il libro di Malatesta, puntuale e con retrogusto amaro, accompagna in un cuore-pancia di Barcellona che non c’è più, pezzo di una città-fantasma che resta viva sulle pagine ma è stata emarginata dalla realtà.

Il Raval è stato sventrato, la sua atmosfera un po’ romanzesca e torbida, un po’ umanamente quotidiana se la ricordano solo i vecchi. Il Barrio Chino, così era più noto agli stranieri, richiamava altri grovigli di strade in altre città di mare: i carrugi di Genova, i Quartieri spagnoli di Napoli. Colore locale: ladri, puttane, magnaccia, coltelli facili, alberghetti a ore. Anche sotto il franchismo il Raval era riuscito a resistere. Ma non era solo questo: era case povere per operai, studenti, era solidarietà e resistenza, operai e studenti uniti, era lotta e complicità. Ora nelle case povere, quelle rimaste, vivono i nuovi poveri, gli immigrati.

La modernizzazione ha fatto quello che non era riuscito alla dittatura. Modernizzazione: sembra una bella parola, invece è una spietata ramazza. Ibrahimovic ha vissuto una breve stagione a Barcellona, e non credo che a Manolo sarebbe piaciuto: troppo grosso, troppo alto, troppo tutto, un’iperbole travestita da calciatore. Ma nella sua biografia c’è una frase interessante, non so se dovuta a lui in persona o al suo biografo. Cresce a Rosengard, quartiere povero di Malmö, e commenta: “Tu puoi togliere il ragazzo dal ghetto, ma non il ghetto dal ragazzo”.

Così ho pensato: Manolo, fosse nato in un altro quartiere di Barcellona, sarebbe stato lo stesso Manolo? Avrebbe scritto quello che ha scritto? Sarebbe finito in galera? No, tre volte no. Se Manolo fosse nato altrove non avremmo letto nulla di Pepe Carvalho, origini galiziane, laureato, marxista (“sezione gastronomica”), ex collaboratore della Cia, gastronomo, cuoco, bruciatore di libri per delusione (nulla gli hanno insegnato della vita, fa eccezione solo per quelli di Conrad), innamorato di una puttana, Charo, cui scrive più di mille lettere ma non ne imbuca una. Marxista anche in una citazione di Marx: “Si conosce un paese solo quando si è mangiato il suo pane e bevuto il suo vino”. Se Flaubert poteva affermare di essere Madame Bovary, nessuno avrebbe potuto contraddire Manolo se avesse detto: Pepe Carvalho sono io.

Non lo disse perché dirlo era superfluo, perché i rimandi biografici parlano da soli, a cominciare da quella canzone, Asturias Patria Querida per cui Manolo andò in galera, bastò la colpa o il reato d’averla intonata. E fu lì, in galera, che Pepe (o Manolo) incontrò Biscuter, che con Bromuro formò una perfetta coppia da romanzo picaresco. La scelta di darsi al giallo, alla novela negra, non fu apprezzata dai circoli intellettuali di Barcellona, ma era la classica reazione elitaria.

Curioso che la scelta sia nata da una “scommessa etilica”, conferma che non sempre bere fa male. Con Pepe Carvalho, cavaliere solitario, il giallo per il suo creatore – alter ego è un modo di raccontare la realtà ed è lo stile dello scrittore a nobilitare il genere. Alla fine si arriva alla verità, non sempre alla giustizia, e anche quando arriva alla verità Pepe lo fa per dovere, non controvoglia ma quasi, consapevole del fatto che non basta la verità a cancellare un delitto, ma lui fin lì può arrivare, e non è poco. Oltre, no. Pepe ha un suo codice morale, non si affitta, non si fa comprare. È di sinistra non tanto per quello che fa ma per quello che non fa.

Non ama i potenti, gli arricchiti, i vip. Ma non si sente l’assistente sociale degli ultimi, dei senza voce. Sa da che parte stare. Tra cinismo e romanticismo ha scelto l’ironia. E la memoria. Tra i meriti di questo libro, non secondario quello di avere ricostruito, tra bar che sembrano farmacie e farmacie che sembrano bar, il clima culturale, l’aria del tempo: i locali della movida, i cocktail degli antifranchisti, l’abilità di editori e agenti letterari. Le stagioni della modernizzazione, le stagioni dell’illusione e del disamore.

Con la curiosità dell’onnivoro, Manolo coltivava tre passioni: la politica, la tavola e il calcio. Due su tre (la politica scende in avvitamento) sono condivise da molti e questo può aver contribuito alla popolarità di Manolo. Mai come l’impasto narrativo in cui mescolava sapientemente alto e basso. Aveva scritto: “Cinema e canzoni si sono alimentati di letteratura, è tempo che la letteratura si alimenti di cinema e canzoni. I programmatori del divorzio tra cultura d’élite e cultura di massa moriranno sotto il peso della massificazione della cultura”.

Chiudo sottoscrivendo una richiesta di Manolo, che troverete integralmente alla fine del primo capitolo. Nel Raval, in Plaza del Pedró, c’è la fontana dedicata a Santa Eulalia, patrona di Barcellona. Manolo ha scritto: “Vi chiedo di porre una reale o immaginaria rosa gialla sul bordo della fontana, omaggio a morti che soltanto io ricordo o soltanto io immagino”. Se la mettete, reale, che sia anche per lui.

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Luis Miguel Dominguín, il numero uno https://minimaetmoralia.it/ritratti/luis-miguel-dominguin/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/luis-miguel-dominguin/#comments Sun, 08 May 2016 06:00:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30883 (fonte immagine)

C’era anche lui in quell’afoso pomeriggio del 28 agosto del 1947 a Linares, un’arena andalusa di terza categoria conosciuta solo tra i più stretti aficionados, quando un toro di neanche 300 chilogrammi di nome Islero che aveva le corna limate, “era andato dal parrucchiere” si ironizzava un tempo, scaraventò in aria Manolete, in quel momento il torero più famoso e ammirato di Spagna, lasciando senza fiato e in lacrime un’intero Paese.

All’epoca Luis Miguel Dominguín, in seguito per tutti solo Luis Miguel, o “il torero”, come solennemente lo chiamava Lucia Bosè, aveva solo 20 anni, ma già un portamento regale, un’infinita capacità di seduzione, una conoscenza taurina fuori dal comune e quella speciale superbia, misto di arroganza, paura, inquietudine e follia, necessaria per affrontare quello che Hemingway avrebbe chiamato il momento della verità. Non poteva che essere lui il predestinato, l’erede in grado di sostituire ‘el monstruo’ nel cuore di un popolo in lutto e in cerca di riscatto.

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REAPARICIÓN DE LUIS MIGUEL DOMINGUÍN EN LAS VENTAS CON EL TRAJE DE LUCES DISEÑADO POR ÉL MISMO

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C’era anche lui in quell’afoso pomeriggio del 28 agosto del 1947 a Linares, un’arena andalusa di terza categoria conosciuta solo tra i più stretti aficionados, quando un toro di neanche 300 chilogrammi di nome Islero che aveva le corna limate, “era andato dal parrucchiere” si ironizzava un tempo, scaraventò in aria Manolete, in quel momento il torero più famoso e ammirato di Spagna, lasciando senza fiato e in lacrime un’intero Paese.

All’epoca Luis Miguel Dominguín, in seguito per tutti solo Luis Miguel, o “il torero”, come solennemente lo chiamava Lucia Bosè, aveva solo 20 anni, ma già un portamento regale, un’infinita capacità di seduzione, una conoscenza taurina fuori dal comune e quella speciale superbia, misto di arroganza, paura, inquietudine e follia, necessaria per affrontare quello che Hemingway avrebbe chiamato il momento della verità. Non poteva che essere lui il predestinato, l’erede in grado di sostituire ‘el monstruo’ nel cuore di un popolo in lutto e in cerca di riscatto.

Dominguín non è stato il più grande. L’età dell’oro della corrida raggiunse l’apice intorno al II decennio del XX secolo, quando le arene di Spagna erano tutto uno sventolio di fazzoletti bianchi per applaudire le gesta dei sivigliani Joselilo el Gallo e Juan Belmonte, i due principi della tauromachia spagnola. Ma è stato ‘el numero 1’, come lui stesso si premurò di far sapere al mondo il 18 maggio del 1949 a Las Ventas, la scala della corrida di Madrid, quando durante un’esibizione alla Feria de San Isidro si voltò di fronte le gradinate e alzò l’indice destro verso il cielo, autoproclamandosi il migliore di tutti. “Il numero 1. Questo è stato Domenguín, hasta la muerte“.

Vederlo toreare era un po’ come leggere un classico: si poteva comprendere la bellezza dell’arte”, ha scritto Andrés Amorós nella biografia che ha dedicato al torero di Madrid. Si racconta che negli anni Cinquanta, quelli di massima popolarità, quando lo si poteva incontrare all’hotel Claridge di Londra con Ava Gardner o nella finca cubana a casa di Hemingway, per fargli arrivare una lettera, meglio se scritta da una trepidante ammiratrice, non ci fosse neanche bisogno di scrivere il suo nome sulla busta. Bastava fare un segno, con il disegno del numero 1.

Bellissimo, furbo, cinico, arrogante e con una forte propensione all’insolenza, “uno che va nelle arene come Jean Gabin va agli studi cinematografici”, scrisse lo scrittore francese Jean Cau, Dominguín ha incarnato, in un paese uscito con le ossa rotte dalla Guerra Civile, tutto quello che i suoi concittadini non avrebbero mai potuto avere: belle donne, denaro e gloria. Non si poteva certo definire un progressista, ma era troppo intelligente per finire ingabbiato nelle grigie dinamiche di un regime che gli concesse più di un privilegio ma che in cambio utilizzò il suo stile di vita, teoricamente deprecabile in quella Spagna così puritana degli anni Cinquanta, per cercare di migliorare l’immagine di una dittatura chiusa nella propria solitudine. Fin troppo nota era la sua personale amicizia con il Generalissimo. Durante una delle numerose battute di caccia che i due si concedevano, Franco una volta gli chiese: “quale dei tuoi fratelli é comunista?”. “Eccellenza – rispose – Los tres”.

Fuori dalle arene di Spagna la sua fama di matador è in parte offuscata da quella di ambasciatore del prestigio spagnolo. Parla inglese, frequenta l’aristocrazia, veste elegantemente. Es un senor, amato e odiato, ma di fronte al quale nessuna señorita è in grado di opporre una qualche forma di resistenza. La lista delle sue conquiste, da Romy Schneider a Lauren Bacall, da Brigitte Bardot a Lana Turner, era di gran lunga maggiore delle cicatrici che modellavano il suo corpo. Ma di grandi amori passati alla storia se ne ricordano principalmente due. Il primo con Ava Gardner, la “maya desnuda”, la musa di Hollywood che il fotografo taurino Paco Cano definì “con permesso della Vergine Maria, la donna più bella che abbia mai incontrato”.

Si incontrarono a Madrid nel 1953, quando lei stava girando “La contessa scalza” e si era presa una pausa, una delle tante, dalla burrascosa storia con Frank Sinatra. Più amanti che compagni, insieme resistettero un anno. Un famoso aneddoto, mai confermato dal protagonista, riguarda la loro prima notte d’amore. Lui si riveste e fa per andarsene e quando Ava le chiede dove diavolo stia andando, Dominguín risponde serafico: “a raccontarlo agli amici”.

Il secondo quello con Lucia Bosè, che nell’entourage del torero tutti conoscevano come l’italiana. “Era di una bellezza da togliere il fiato”, ha ripetuto frequentemente l’attrice, che aveva già lavorato con Antonioni e Soldati e che conobbe Luis Miguel all’età di 25 anni, ad un ricevimento d’ambasciata appena arrivata a Madrid. Al primo incontro si detestarono, al secondo finirono a letto per 3 giorni di fila. Due mesi dopo si ritrovarono davanti all’altare, con un testimone d’eccezione: il comunista Luchino Visconti. Quasi un affronto alla dittatura.

“Io non parlavo spagnolo, lui non parlava italiano, credo che così sia nata la passione, perché non ci intendevamo. Quando cominciammo a comprenderci cominciò la crisi”, ha raccontato in seguito Lucia Bosè, sintetizzando oltre un decennio di vita insieme, tra continue infedeltà, battute di caccia, sontuosi ricevimenti, sacrifici familiari e molta solitudine. Si dice che tra di loro non abbiano mai parlato di tori. Però ogni volta che lui indossava il traje de luces e si accingeva a entrare nell’arena lei si sedeva sul divano, accanto al telefono, in attesa di uno squillo che allentasse la tensione.

Quando non si trattava di donne, poi, c’era di mezzo l’arte, una delle 3 cose insieme all’amicizia e ai tori che “giustificano un’esistenza”. Lo racconta lo stesso Dominguín in un prezioso libretto, “Per Pablo”, originariamente pubblicato come prologo dell’album Toros y toreros di Picasso. Eppure, scrive Jacques Durand nella prefazione, “la relazione affettiva tra i due ci metterà del tempo a trovare la sua distanza, come in quelle faenas che cominciano nel sospetto, con passi di prova, di valutazione, persino di sofferenza”.

Picasso, che amava la lotta ostentata, il corpo a corpo, prima di conoscerlo raccontava che Dominguín era un torero da “Place Vendome”, non proprio un complimento; Luis Miguel invece si è sempre rifiutato di dedicargli l’uccisione di un toro ogni volta che andava a combattere in Francia, ad Arles, dove si conobbero nel ’50, grazie a Jean Cocteau. “Ho l’impressione che se io combattessi per lui e lui dipingesse per me, verrebbe meno la nostra relazione professionale”. Ci furono anche incomprensioni, come quella volta che Dominguín, ancora molto giovane, si dimenticò di andare in Provenza, dove Picasso lo aveva invitato per fargli un ritratto. “Quando io prometto a qualcuno di ritrarlo, di solito arriva immediatamente”, borbottò l’artista. “Pablo, cerca di comprendermi – fu la risposta – io voglio che tu ti occupi di me quando mi conoscerai bene. Non prima”. Fu una bella storia di amicizia, molto novecentesca, tra 2 persone che apparentemente non avrebbero potuto essere più diverse. Entrambi però condividevano il vecchio adagio di Hemingway, riportato in Fiesta: “non c’è  nessuno che viva la propria vita fino in fondo, a parte i toreri”.

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Sam Phillips, l’inventore del rock’n’roll https://minimaetmoralia.it/musica/sam-phillips-linventore-del-rocknroll/ https://minimaetmoralia.it/musica/sam-phillips-linventore-del-rocknroll/#comments Thu, 21 Apr 2016 05:30:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30637 Questo pezzo è uscito sul Manifesto, che ringraziamo (fonte immagine).

di Giuliano Malatesta

L’ingresso degli studi della Sun, all’incrocio tra Marshall e Union Avenue, dove un giorno Bob Dylan si inginocchiò per baciare il pavimento in segno di rispetto, è piccolo e anonimo, evidenziato da una chitarra Gibson gialla in formato gigante che ruota instancabile sopra la porta.

La fama, invece, è infinita. Perché in questo vecchio edificio di mattoni rossi di due piani una manciata di chilometri fuori downtown Memphis, un ragazzo bianco dell’Alabama a cui sarebbe piaciuto fare l’avvocato per difendere gli oppressi del mondo diede il via, inconsapevolmente, alla più grande rivoluzione musicale della storia. Che cambiò in maniera permanente “la faccia della cultura popolare americana”, per usare le parole di Jimmy Carter.

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samelvis

Questo pezzo è uscito sul Manifesto, che ringraziamo (fonte immagine).

di Giuliano Malatesta

L’ingresso degli studi della Sun, all’incrocio tra Marshall e Union Avenue, dove un giorno Bob Dylan si inginocchiò per baciare il pavimento in segno di rispetto, è piccolo e anonimo, evidenziato da una chitarra Gibson gialla in formato gigante che ruota instancabile sopra la porta.

La fama, invece, è infinita. Perché in questo vecchio edificio di mattoni rossi di due piani una manciata di chilometri fuori downtown Memphis, un ragazzo bianco dell’Alabama a cui sarebbe piaciuto fare l’avvocato per difendere gli oppressi del mondo diede il via, inconsapevolmente, alla più grande rivoluzione musicale della storia. Che cambiò in maniera permanente “la faccia della cultura popolare americana”, per usare le parole di Jimmy Carter.

Se esiste un uomo senza il quale “la rivoluzione musicale che prese piede in America sia difficile da immaginare questa persona si chiama Sam Phillips”, scrisse nel 1971, nel libro “Feel like going home”, il critico musicale Peter Guralnick, autore tra l’altro della straordinaria e definitiva biografia su Elvis, pubblicata in 2 volumi. Ora, a distanza di quasi un cinquantennio, come a chiudere il cerchio, l’autore americano torna a raccontare, con una dettagliatissima biografia, genere in cui gli anglosassoni sono ancora maestri, la storia di Sam Phillips (The man who invented Rock’n’roll, Little Brown), un incosciente ragazzo che non aveva pianificato di cambiare il mondo ma che fu in grado di trovare la contaminazione perfetta tra Blues, Gospel e Country music, dando vita ad un un strano e ibrido sound in seguito chiamato rock&roll.

“Sam non era un produttore tradizionale, parola che disprezzava”, racconta Guralnick, ma una sorta di esploratore, un visionario determinato a dare voce a chi non l’aveva mai avuta. Uno che agli inizi dei anni Cinquanta invece di discutere sulla “separazione fisica della razza”, un’espressione allora sulla bocca di tutti, specialmente nella zona del Mississippi e del delta del Blues, preferiva parlare di “integrazione delle loro anime”.

Nato e cresciuto a Florence, paesotto di campagna al confine con Mississippi e Tennessee, il più giovane di otto figli, Sam Phillips abbandonò gli studi di giurisprudenza e le sue ambizioni legali alla morte del padre e all’età di 22 anni si trasferì a Memphis, un luogo che all’epoca faceva impallidire Harlem per la sua vivacità. Come disse una volta B.B. King, che erano nato nel posto più meridionale del mondo, dove l’unica forma di evasione era quella di ascoltare il suono dell’armonica di Sonny Boy Williamson, “il suo ritmo era talmente trascinante che ti faceva dimenticare la tristezza trasmessa solo qualche secondo prima”, arrivare a Memphis era come oltrepassare l’oceano e atterrare a Londra o Parigi.

Phillips trovò subito lavoro alla Wrec, la stazione radio dove faceva il dj dall’ultimo piano del Peabody Hotel, il più elegante albergo della città, aperto nel lontano 1869 dal magnate Robert Brinkley per farne il più lussuoso ritrovo del Sud, dove un tempo era di casa anche il generale Lee, il celebre comandante delle Forze Confederali durante la Guerra Civile Americana. Il ragazzo però si accorse ben presto di essere un modesto musicista. Era tuttavia dotato di una sensibilità non comune nel comprendere le qualità altrui o nell’individuare potenzialità vocali o ritmiche apparentemente inesistenti.

Così, dopo 4 anni di esperienza alla radio, dove si era anche specializzato come ingegnere del suono, nel 1949 affittò per 150 dollari al mese un magazzino al 706 di Union Avenue, lo trasformò in una sorta di ufficio e nel gennaio successivo aprì, un po’ in sordina, lo studio di registrazione “Memphis Recording Service”, accompagnato dallo slogan “We record Anything – Anywhere – Anytime”. Con un registratore portatile Presto PT 900 infilato nel baule della macchina, e tanta voglia di dimostrare che la sua idea non era così folle come allora tutti, o quasi, pensavano, il ragazzo aveva iniziato a registrare ogni tipo di evento, a cominciare da matrimoni e funerali.

Ma la sua ambizione era di dare la caccia a quei musicisti locali che suonavano il blues, ma anche la musica gospel o spiritual, e che non avevano un posto dove andare. “Sapevo, o sentivo di sapere che probabilmente esisteva un pubblico più numeroso per la musica blues, oltre a quello tradizionale dell’uomo di colore del midSouth”. Era la spontaneità del modo di fare musica, e non la tecnica in quanto tale, ad attirare la sua curiosità e il suo interesse.

In quegli anni Sam Phillips inizia a registrare bluesman che in seguito diventano famosi, come B. B. King, Rosco Gordon e Chester Burnett, in arte Howlin’ Wolf, cedendo poi i diritti ad alcune etichette indipendenti, come ad esempio la Chess di Chicago. “Lo spettacolo più grande che potreste vedere oggi sarebbe osservare Chester Burnett che fa una delle sessioni nel mio studio – ha raccontato Phillips a Escott e Hawkins, autori di Good rockintonight – Dio, come varrebbe la pena vedere il fervore del suo viso quando canta. Gli si illuminavano gli occhi, potevi vedere le vene sul collo e, amico, non c’era niente nella sua mente eccetto quella canzone. Lui cantava con la sua dannata anima”.

In seguito ‘Chester big foot’, così soprannominato per la smisurata lunghezza dei suoi piedi, si trasferì a Chicago, raggiungendo Muddy Waters e il Chicago blues sound, mentre Sam Phillips proseguì la sua personale opera di sperimentazione musicale che lo portò a registrare, nel marzo del ’51, “Rocket 88” (omaggio ad un tipo di oldsmobile molto in voga all’epoca), un rhythm and blues da molti considerato come la prima canzone rock and roll della storia.

Vista l’importanza storica attribuita al brano, cantato da Jackie Brenston, il sassofonista dei Kings of Rhythm, la band guidata dal pianista e dj Ike Turner (autore del testo), non poteva certo mancare intorno alla canzone un sapore di leggenda. Si racconta infatti che nel viaggio della band in macchina da Clarksdale verso Memphis lungo la Highway 61ad un tratto dal tettuccio della macchina cadde giù a terra l’amplificatore. Così, per provare a sistemare l’altoparlante che si era rovinato, una volta arrivati al Memphis Recording Service, Phillips vi infilò della carta da giornale, in un ispirato tentativo di salvarlo, ma non fece altro che amplificarne la distorsione, anziché smorzarla. In seguito Rocket 88 sarebbe divenuta celebre come uno dei migliori pezzi rock’n’roll mai incisi. Quella canzone, aggiunse Phillips più avanti negli anni, “diede il via ad un allargamento della base musicale e di fatto aprì i mercati alla nostra musica locale”.

Confortato dai primi successi e dal presentimento che qualcosa stesse realmente cambiando nell’immaginario popolaree nella cultura musicale, seppur ancora condizionata dai forti pregiudizi razziali, il passo successivo fu la nascita di una propria etichetta discografica, la “Sun Record”, che Phillips aprì agli inizi del ’52 nello stesso locale della “Memphis recording service”. Una scelta che oggi può apparire persino banale ma che all’epoca rientrava nella categoria dell’azzardo puro, considerato che Memphis era associata al blues nella stesso romantico modo in cui New Orleans lo era al jazz: luoghi meravigliosi, entrambi, dove ascoltare ottima musica o scoprire giovani talenti ma dove nessuno avrebbe mai scommesso un solo dollaro sul successo di un’etichetta discografica con aspirazioni nazionali.

A maggior ragione se, come nel caso di Memphis, il successo sarebbe dovuto arrivare da un strano e ibrido sound capace di superare le barriere convenzionali. Ma forse il ragazzo dell’Alabama era solamente capitato “nel posto giusto al momento giusto”. Che arrivò un po’ a sorpresa in una calda giornata estiva del 1953 quando un ragazzo di nome Elvis, l’acne sul collo e le lunghe basette nere, talmente timido e introverso da risultare coraggiosissimo, fece il suo ingresso alla Sun, chiedendo di registrare qualcosa per il compleanno della madre. Sam Phillips aveva finalmente trovato il suo uomo, il rock’n roll avrebbescoperto il suo profeta. Il resto è storia.

“Non vi era alcun dubbio che quello sarebbe stato il futuro, una musica rivoluzionaria che teneva insieme un suono apparentemente grezzo ma in grado di sprigionare un senso quasi apostolico di esuberanza e di gioia”, scrive Peter Guralnick. Dall’arrivo di Elvis Presley infatti la Sun non fu più un’etichetta blues, ma la principale casa discografica del rock’n’roll bianco.

Johnny Cash, singolare coincidenza, arrivò in città proprio il giorno in cui Elvis stava registrando quella che sarebbe diventata la sua prima hit di successo. Appena 22enne, alto, dinoccolato, proveniva da un piccolo paesino dell’Arkansas di nome Dyess e cercava di tirare avanti facendo il venditore porta a porta per la Home equipment Company, anche se si dice che fosse il peggior rappresentante della storia di tutta la compagnia. Si presentò da Sam Phillips come un bravo ragazzo che faceva musica gospel, con la sua voce aspra e le canzoni religiose, e ne uscì con il più innovativo sound country dai tempi della morte di Hank Williams.

Percorso in fondo non così lontano da quello di Jerry Lee Lewis, che arrivò a Memphis con il padre Elmo partendo dalla Louisiana, dopo aver venduto, per pagarsi il viaggio, tutte le uova della piccola fattoria che possedevano. Ventuno anni, anche se ne dimostrava meno, già un matrimonio alle spalle, faccio pulita, lunghi capelli pettinati all’indietro, bussò al 716 di Union Avenue con un’ombra di follia nei suoi occhi e la presunzione di suonare il piano, almeno così diceva, allo stesso modo di come Chet Atkins maneggiava la chitarra. Sam Phillips scoprì presto che il ragazzo non raccontava bugie.

“Avevo talmente fiducia nelle persone che sarei stato il più grande codardo della terra a non provarci neanche”, si scherniva Phillips quando qualcuno provava a ricordargli che cosa era riuscito a combinare in quei fabolous Cinquanta. Uno così, disse una volta Paul Ackerman, l’editor di Billboard, “può essere solo un pazzo o un genio, ma niente nel mezzo”. Forse Sam Phillips è stato entrambe le cose.

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La Barcellona dimenticata di Vázquez Montalbán https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-barcellona-dimenticata-di-montalban/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-barcellona-dimenticata-di-montalban/#comments Fri, 05 Feb 2016 06:30:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29849 Questo articolo è uscito sul Manifesto, che ringraziamo (fonte immagine).

“Vengo da parte di Pepe Carvalho, póngame lo que ustedes quieran”, era il suggerimento che Manolo aveva elargito ad amici e ammiratori che facevano la fila per accaparrarsi un tavolo a Casa Leopoldo, in Carrer de Sant Rafael, cuore pulsante della vecchia Barcellona, un barrio dove prima dell’arrivo “dei missili intelligenti lanciati dagli urbanisti” comandavano puttane, gitani e marinai, una sorta di girone dei dannati composto in prevalenza da immigrati locali e represaliados, le vittime del franchismo.

Pochi però erano gli avventori pienamente consapevoli che, una volta terminata la fase dell’immaginazione, elaborata in anni di attente e scrupolose letture, bisognava essere preparati a trovarsi di fronte alcuni strabilianti piatti come l‘Escudella i carn dolla, un sontuoso bollito con carne di vitello, manzo, orecchio di maiale e tante altre diavolerie messe insieme, esempio sopraffino della cucina catalana povera. Quasi nessuno era in grado di affrontare con serenità un piatto di tale portata, ma in fondo non era questo l’obiettivo.

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“Vengo da parte di Pepe Carvalho, póngame lo que ustedes quieran”, era il suggerimento che Manolo aveva elargito ad amici e ammiratori che facevano la fila per accaparrarsi un tavolo a Casa Leopoldo, in Carrer de Sant Rafael, cuore pulsante della vecchia Barcellona, un barrio dove prima dell’arrivo “dei missili intelligenti lanciati dagli urbanisti” comandavano puttane, gitani e marinai, una sorta di girone dei dannati composto in prevalenza da immigrati locali e represaliados, le vittime del franchismo.

Pochi però erano gli avventori pienamente consapevoli che, una volta terminata la fase dell’immaginazione, elaborata in anni di attente e scrupolose letture, bisognava essere preparati a trovarsi di fronte alcuni strabilianti piatti come l‘Escudella i carn dolla, un sontuoso bollito con carne di vitello, manzo, orecchio di maiale e tante altre diavolerie messe insieme, esempio sopraffino della cucina catalana povera. Quasi nessuno era in grado di affrontare con serenità un piatto di tale portata, ma in fondo non era questo l’obiettivo.

A Casa Leopoldo in realtà negli ultimi anni si andava in silenzioso pellegrinaggio alla ricerca di tracce e di ricordi che facessero tornare in vita il più bizzarro e improbabile detective tutto il mediterraneo, un giovanotto che sembrava nato anziano anche per via del suo look trascurato, nonostante indossasse abiti di sartoria dell’Ensanche, che fumava Montecristo, beveva Chablis e mangiava rognone al curry, aveva un oscuro passato nella Cia dopo essere stato marxista, faceva del sano cinismo la sua bandiera, era fidanzato con una prostituta, la celebre Charo, e annoverava tra i suoi hobby anche quello di bruciare di volta in volta uno dei suoi 3500 volumi, tra cui molti classici, che possedeva in casa per riscaldarsi davanti al camino. Un singolare sfizio che proseguiva anche nei mesi estivi. In Tatuaggio, che molti considerano il primo vero libro della serie di Carvalho, anche Don Chisciotte sarà trasformato “in un mucchio di parole dimenticate”. Un comportamento che nessun castillano avrebbe mai osato anche solamente pensare.

“Pepe in fondo è un picaro che fa il detective, uno che si arrabatta, un povero Cristo, uno del Sud, insomma, come siamo noi del Sud”, aveva scritto una volta Antonio Tabucchi, rivelando di fatto l’anima del suo autore, Manuel Vázquez Montalbán, che aveva iniziato la serie dell’investigatore nei primi anni Settanta in parte per una “scommessa etilica” tra amici, in parte per rompere un cliché, frutto di un complesso d’inferiorità con l’allora cultura sudamericana, in base al quale o si scrivevano cose innovative o era meglio intraprendere sin da subito un’altra professione.

“Non se ne poteva più di questa scrittura d’avanguardia. Mi ricordo che Rafael Alberti diceva che i personaggi di questi romanzi impiegavano trenta pagine per salire le scale”, dirà anni dopo Manolo, quando le storie di Pepe Carvalho avevano varcato i confini spagnoli ottenendo successi planetari. Forse perché le picaresche avventure del suo investigatore, che nelle sue strampalate e originali indagini si faceva aiutare da altri straordinari personaggi (Bromuro, Biscuter) non meno disgraziati di lui, raccontavano, sotto gli espedienti di un genere che allora si poteva ancora chiamare poliziesco, le primissime cronache della Spagna della transizione.

Montalbán abitava a vallvidrera, “la montagna benestante che vigila su Barcellona”, ma era un “hijo de barrio verdadero”, un figlio del barrio, nato in calle Botella, un quartiere che oggi prende il nome di Raval ma che tutti allora chiamavano barrio Chino, anche se gli immigrati non erano asiatici bensì in prevalenza andalusi, saliti al nord in cerca di fortuna. Qualcuno però aveva oltrepassato l’Atlantico e si era spinto fino in America, scoprendo che quasi ogni città aveva la sua Chinatown, e al ritorno aveva deciso di etichettare in questo modo, in senso dispregiativo, il quartiere per eccellenza più promiscuo di Barcellona, dove si maneggiavano i coltelli e si frequentavo i bordelli, i più famosi erano El Gato Negro o Cal Sacristá, e dove le strette stradine di quartiere odoravano di soffritto, tabacco consunto e pennicillina di contrabbando.

È nel barrio Chino che il mondo reale e quello immaginario dello scrittore catalano trovavano idealmente un punto di incontro. Pepe Carvalho gironzolava spesso da queste parti, pranzava alla Boqueria, aveva il suo studio sulla Rambla, a pochi passi, e lo stesso si può dire di Montalbán. “Lo incontrai per la prima volta a Casa Leopoldo. Era il suo ristorante preferito, mi aveva dato appuntamento lì alle 2, c’era solo lui quando sono arrivata. Ci siamo alzati da tavola alle 6… E da allora sempre lì ci siamo incontrati”, ha ricordato Inge Feltrinelli, editor italiano dello scrittore. Ora che da qualche mese le serrande del locale sono rimaste abbassate, sintomo di una crisi economica che non fa sconti, gli anziani del barrio raccontano che per conoscere veramente la città bisognava aver cenato almeno una volta da Casa Leopoldo.

È stato così sin dai tempi di Franco, quando modesti generali inutilmente tronfi di arroganza dopo aver mangiato il possibile e bevuto l’impossibile estraevano la pistola dal cinturone sbattendola sul tavolo ed esclamando: “e ora vediamo quando dobbiamo pagare”. Poi negli anni erano passati più o meno tutti, dapprima i toreri, compreso sua maestà Luis Miguel Dominguín, che prima di andare a toreare in Francia ogni tanto faceva un salto per deliziare i commensali con frammenti di racconti della sua amicizia con Picasso, poi gli amanti dei toreri, gli artisti, i pittori, tutto il variegato mondo intellettuale della città e alla fine anche gli industriali, che piantavano le mogli al Gran Teatre del Liceu, sulla Rambla, dove le signore della buona borghesia catalana assistevano all’Opera, per andare con le amanti a provare el bacalao a braz che Rosa Gil cucinava meglio dei cugini portoghesi.

Donna generosa e brillante, nipote di quel Leopoldo che aveva aperto il locale nel lontano 1929, Rosa è stata l’ultima amatissima padrona di casa. La chiamavano la viuda alegre, la vedova allegra, per via di un marito torero, Josè Falcon, morto dopo appena 8 mesi di matrimonio nel lontano 1974 alla Monumental, la storica plaza di Barcellona, quando un toro di oltre 500 chilogrammi chiamato Cuchareto lo aveva scaraventato in aria all’improvviso, senza possibilità di salvezza. Anche il padre di Rosa era stato un torero. Si chiamava German e per un breve periodo, all’età di 18 anni, era stato spedito da Franco come tanti altri giovani a costruire campi di concentramento nazista in Francia, nella stagione del Governo di Vichy. Poi un impresario dei toreri che si chiamava Balanà e aveva, come gran parte del ‘mundillo’, buone entrature nel regime franchista, era riuscito a convincere le autorità che il ragazzo sarebbe stato un promettente torero e che dunque bisognava liberarlo dai lavori forzati e rispedirlo a casa al più presto.

Naturalmente non era così bravo, ma si dice che German avanzasse tra i tavoli dell’osteria con la stessa eleganza con la quale avrebbe potuto eseguire una faena. Non a caso lo chiamavano El Exquisito. Storie di altri tempi, di una Barcellona che non esiste quasi più.

“Negli ultimi tempi Montalbán non era contento di come la città stesse cambiando, soprattutto gli faceva male la perdita del paesaggio della memoria”, ricorda Hado Lyria, amica intima di Manolo e traduttrice di tutti i suoi innumerevoli scritti. “Raval era il quartiere degli operai e dei represaliados, era un reticolo di strade con archi, vicoli e negozi, ma con la scusa di mandare via poveri e puttane hanno praticamente distrutto tutto. Una tragedia dolorosa che lui ha anche raccontato in un piccolo libro, ‘Il labirinto Greco’”, dove la ricerca di un giovane immigrato ellenico, bello come può esserlo solamente una statua, avrebbe portato Pepe Carvalho in un tour nei quartieri devastati dalla speculazione edilizia, che aveva avuto tra le altre cose il demerito di tramutare in cantiere ogni angolo di memoria residua.

Dei lavori eseguiti per i Giochi Olimpici del ’92 che avevano contribuito a ridisegnare la città Montalbán aveva apprezzato l’apertura verso il mare, che dava finalmente respiro a una città soffocata, e i nuovi collegamenti che facilitavano gli accessi alle colline alle sue spalle. Ma era convinto che si fosse definitivamente perso quell’immaginario barcellonese di “città peccatrice, portuale, oscuramente minacciosa”, letterariamente codificato prima con l’arrivo degli scrittori francesi, come Pieyre de Mandiargues e soprattutto Jean Genet, che nel “Diario di un ladro”, autoritratto sui suoi singolari vagabondaggi europei nell’Europa degli anni Trenta, racconta la vita della sordida Raval dell’epoca, e poi con gli scritti della cosiddetta retroguardia repubblicana, a cominciare naturalmente dall’Orwell di “Omaggio alla Catalogna”.

Il tema della memoria d’altronde ha attraversato gran parte di tutta la sua produzione, anche di quella che lo scrittore catalano chiamava “la memoria del paladar”, che secondo lui nella Spagna diventata democratica godeva di maggior salute della memoria storica. Non a caso Montalbán con le storie del suo investigatore, che nelle notti insonni era in grado di inventarsi ai fornelli ricette talmente sperimentali da risultare temibili per la sua stessa salute, era stato uno dei primissimi a sdoganare la gastronomia fino a farne un oggetto letterario, una deplorevole debolezza borghese secondo la “gauche divine” di allora, quando gli uomini consultavano lo strizzacervelli anche per consultarsi sul colore del foulard e le donne correvano a Perpignan, nella Francia catalana appena al di la del confine, per vedere il viso (e non solo) di Marlon Brando in Ultimo Tango a Parigi.

“Oggi a sinistra sembrano tutti gourmet ma allora in certi ambienti non si parlava di gastronomia. Manolo mi aveva raccontato che in Germania il suo primo editore aveva eliminato, nella traduzione, quasi tutte le parti legate al cibo, proprio perché considerate poco interessanti e non letterarie”, ricorda Haydo Lyria. Naturalmente uno volta scoperto l’inganno aveva immediatamente cambiato casa editrice. “Il sesso e la gastronomia”, ripeteva Montalbán, sono le cose più serie che esistono”. E ora che la città non è più quel “paradiso populista” ma si è un po’ imborghesita sotto la bandiera dell’autocompiaciuto postmodernismo catalano, per usare le parole di Robert Hughes, critico d’arte e autore di una monumentale biografia sulla città, nei momenti di malinconia ci si può sempre rifugiare nei pensieri di Pepe Carvalho. “Finché ci saranno puttane giovani — era uno dei suoi motti — ci sarà arte contemporanea”.

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