Giulio Guidorizzi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giulio-guidorizzi/ un blog di approfondimento culturale Wed, 05 Dec 2018 10:01:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giulio Guidorizzi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giulio-guidorizzi/ 32 32 Tra mito e leggenda. Il racconto della guerra di Troia https://minimaetmoralia.it/libri/mito-leggenda-racconto-della-guerra-troia/ https://minimaetmoralia.it/libri/mito-leggenda-racconto-della-guerra-troia/#respond Wed, 05 Dec 2018 10:01:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38860 Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Tutto ebbe inizio con il celebre “pomo della discordia”. Una mela che rotolò fra le gambe degli dèi riuniti a banchettare il giorno delle nozze di Teti e Peleo. Una mela d’oro dedicata alla più bella fra le dee.

Ma chi? Forse Era, moglie di Zeus, signora indiscussa dell’Olimpo? Forse Atena, figlia di Zeus e Metis (Intelligenza Astuta), dea dotata di acutezza intellettuale invincibile? O forse Afrodite, la dea del desiderio e dell’amore sensuale? Chi fra di loro? Eris, la divinità della Discordia, fu geniale. Non invitata al banchetto, fece ruzzolare la sua mela fra gli invitati e seminò quel che voleva seminare. La contesa per assicurarsi il premio ebbe effetti devastanti. Da lì in avanti nulla sarebbe più stato lo stesso.

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Tutto ebbe inizio con il celebre “pomo della discordia”. Una mela che rotolò fra le gambe degli dèi riuniti a banchettare il giorno delle nozze di Teti e Peleo. Una mela d’oro dedicata alla più bella fra le dee.

Ma chi? Forse Era, moglie di Zeus, signora indiscussa dell’Olimpo? Forse Atena, figlia di Zeus e Metis (Intelligenza Astuta), dea dotata di acutezza intellettuale invincibile? O forse Afrodite, la dea del desiderio e dell’amore sensuale? Chi fra di loro? Eris, la divinità della Discordia, fu geniale. Non invitata al banchetto, fece ruzzolare la sua mela fra gli invitati e seminò quel che voleva seminare. La contesa per assicurarsi il premio ebbe effetti devastanti. Da lì in avanti nulla sarebbe più stato lo stesso. Né fra gli dèi, né fra gli uomini. Anche perché fu da quella mela d’oro che ebbe inizio la serie di accadimenti capace di portare alla più famosa guerra dell’antichità, una guerra mitica, la guerra di Troia.

Giulio Guidorizzi, nel suo nuovo libro, Il racconto della guerra di Troia (Il Mulino, pp. 415, euro 48), ripercorre ogni evento e offre al lettore che oggi è ancora affamato delle storie antiche un grande manuale narrato.

Eppure, il poema destinato all’eternità, l’Iliade, non racconta affatto tutte quelle storie. È sorprendente per chi non sia abituato alla poesia omerica scoprire che neppure le scene famose della conquista finale, dal famoso cavallo, diabolico stratagemma odissiaco, fino al rogo devastante, furono cantate dagli aedi. In realtà, secondo uno dei critici letterari più influenti dell’antichità, Aristotele, proprio in questo starebbe la grandezza di Omero rispetto agli altri poeti che avevano tentato di cantare la guerra, autori dei cosiddetti “Poemi del Ciclo Troiano”.

Di essi d’altronde non ci resta quasi nulla. Il tempo ha fatto giustizia della loro pochezza che agli occhi di Aristotele era evidente per una semplice ragione. Odissea e Iliade infatti non cercano di raccontare tutto (circa Odisseo in un caso, e la guerra di Troia nell’altro), ma anzi, delimitando con grande cura l’azione da cantare, i due poemi si limitano a quell’azione, riuscendo a restituirne l’unità nella sua immensa potenza. Nel caso dell’Iliade, tutto ciò è chiarissimo. Il poema non canta le mille storie a cui ci siamo ormai abituati. Né l’inizio della guerra. Né la sua fine. Non canta neppure la morte di Achille, figuriamoci. Ma proprio per questo l’Iliade è un capolavoro.

Noi, oggi, mentre leggiamo il poema nelle nuove traduzioni (come la splendida versione di Franco Ferrari da pochissimo uscita per Mondadori) possiamo approfondire il giudizio aristotelico spiegandoci la potenza dell’opera con la capacità evocativa dell’omissione. Non solo, infatti, il poema, limitandosi a cinquantacinque giorni nell’arco di dieci anni, raggiunge quella perfezione di unità che era così importante secondo Aristotele. C’è altro. C’è soprattutto la capacità di raccontare senza dire. Pensiamo alla morte di Achille, per esempio. Si tratta di un epilogo che tutti i lettori del poema hanno ben chiaro fin dall’inizio. Quella morte aleggia in ogni pagina e ci perseguita e ci condiziona fino alla fine molto più che se essa fosse stata raccontata. Una maestria tipica degli scrittori del Novecento che, spesso ignari dei poemi all’origine della nostra letteratura, hanno creduto di essere pionieri.

Le storie che rimasero fuori dal poema, tuttavia, ci sono arrivate ugualmente. O perché scrittori della più varia origine hanno ragionato su di esse. O perché poeti posteriori le hanno rivitalizzate. Come nel caso di Virgilio, massimo cantore del cavallo di Troia nella sua Eneide. Il merito di Guidorizzi, da anni fra i principali studiosi italiani che si dedicano a divulgare l’antichità, sta proprio nell’inserire quei racconti assieme al nucleo dell’ Iliade, aggiungendo un nuova chicca alla bella collana di grandi libri che il Mulino dedica al mito antico, offrendone una visione d’insieme accompagnata da una grande massa di immagini che riproducono i pezzi più significativi di arte ispirata al mito, dalle opere antiche fino alle contemporanee.

Siamo pronti così a immergerci nuovamente nel poema perfetto per soppesare la genialità critica di Aristotele consapevoli di tutto quello che gli aedi omerici omisero. D’altronde, fra i dieci anni di assedio e gli anni che precedettero la guerra e quelli che la seguirono, per noi continuano a valere soprattutto quei dannati cinquantacinque giorni. E dunque l’impressione, comune a tutti i lettori di ogni epoca, che la descrizione minuziosa di quella guerra possa rappresentare un modello letterario di qualsiasi altra guerra.

Quel che raccontò Simone Weil nel suo meraviglioso L’ Iliade o il poema della forza (Asterios Editore, pp. 109, euro 9), tornando costantemente sull’idea della forza al centro del poema che “tanto spietatamente stritola, tanto spietatamente inebria” benché l’ebbro potente vincitore di oggi sarà uomo ridotto a cosa domani quando la forza che tutto spazza via lo avrà a sua volta colpito. Si tratta in sostanza dell’idea centrale di un altro saggio straordinario sul poema omerico, a cui si dedicò, negli stessi anni della Weil, un’altra ebrea in fuga dal nazismo. Esce in questi giorni. In Sull’Iliade (Adelphi, pp. 128, euro 12), Rachel Bespaloff scrive: “Dove sono, nell’Iliade, i buoni? Dove sono i cattivi? Non si vedono che uomini in affanno, guerrieri in lotta che trionfano o soccombono”.

È una storia unica quella delle due intellettuali ebree che attraversando l’Europa in fiamme si concentrarono contemporaneamente sull’Iliade per raccontare come l’eco delle armi antiche risuonasse negli orrori della seconda guerra mondiale. Entrambe partirono da Marsiglia nel 1942. Entrambe sbarcarono negli Stati Uniti. Non si conobbero mai. Ma le loro parole s’intrecciarono indissolubilmente. Ripercorrendo i racconti della guerra attraverso gli occhi delle due pensatrici ci accorgiamo di come l’Iliade continui a parlarci. E non tanto perché le guerre ci stringono sempre più da vicino e non c’è giorno in cui non si sollevino nuove voci a indicare il pericolo. Quanto perché la genialità di quel misterioso poeta che noi chiamiamo Omero riuscì a cantare la grande guerra di Troia come il prototipo di ogni altra dimensione in cui gli esseri umani si esaltano e si annullano, mostrando tutta insieme la loro forza e la loro fragilità.

Forse il motivo di questa impresa seppe spiegarlo definitivamente un altro critico antico, un intellettuale che visse tre secoli dopo Aristotele. Poiché non ne conosciamo il nome lo abbiamo ribattezzato Anonimo del Sublime. Del cantore cieco, l’Anonimo scrisse così: “Nell’Iliade Omero è come un uragano che soffia sulle battaglie, e gli accade appunto di infuriare “come quando Ares guerriero o fuoco funesto / infuria sui monti, nel fitto di una selva densa / e la schiuma s’addensa attorno alla bocca”.

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Sulle tracce di Ulisse https://minimaetmoralia.it/libri/sulle-tracce-ulisse/ https://minimaetmoralia.it/libri/sulle-tracce-ulisse/#comments Mon, 17 Sep 2018 05:00:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38054 Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Non soffia il meltemi, quest’estate, nell’Egeo. Strano, strano, molto strano – ripetono i vecchi seduti lungo le mura ombrose delle taverne, alzando le sopracciglia a ostentare un senso di ignoranza e impotenza. Pochi giorni fa a Naxos addirittura pioveva. Una pioggia fugace ma del tutto fuori dall’ordinario. I turisti che si dicono fortunati ignorano un fatto dalla duplice conseguenza. Il meltemi è un vento di bel tempo, non alza il mare, favorisce la navigazione e fu grazie a esso secondo molti studiosi che si svilupparono i commerci e gli scambi culturali su cui ebbe origine la civiltà greca.

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Non soffia il meltemi, quest’estate, nell’Egeo. Strano, strano, molto strano – ripetono i vecchi seduti lungo le mura ombrose delle taverne, alzando le sopracciglia a ostentare un senso di ignoranza e impotenza. Pochi giorni fa a Naxos addirittura pioveva. Una pioggia fugace ma del tutto fuori dall’ordinario. I turisti che si dicono fortunati ignorano un fatto dalla duplice conseguenza. Il meltemi è un vento di bel tempo, non alza il mare, favorisce la navigazione e fu grazie a esso secondo molti studiosi che si svilupparono i commerci e gli scambi culturali su cui ebbe origine la civiltà greca. Spazzando via ogni nuvola, inoltre, il meltemi concorre in maniera decisiva a creare quella luce unica – nitida, accecante, definitoria, capace di esaltare microgranuli di calce bianchissima su sfondi bianchi in tonalità di bianco infinite – che si può soltanto vivere per non poterne più fare a meno, e che si deve conoscere se si vuole conoscere il mondo antico.

Sacro meltemi. In queste notti di luce lunare, molti aspettano solo quel vento e il dirompere al mattino di quella luce dal potere calligrafico. Tutti in cerca oggi dei segni di ciò che fu.

Non è una battuta. Sono sempre più numerosi studi e racconti che evitano di spiegare l’antichità senza conoscere i luoghi in cui tutto accadde. E il mare in cui s’inabissò suicida Egeo quando si convinse erroneamente della morte di suo figlio Teseo è il centro assoluto di questo nuovo atteggiamento. Lo testimoniano libri appena usciti, molto diversi per ispirazione e stile, tutti legati dall’idea che si debba partire da qui. Certo non si tratta di un’impresa da realizzare in maniera scientifica.

Seguire le rotte dell’epos per esempio resta un sogno irrealizzabile da sempre. Già nel III secolo a. C. Eratostene, astronomo e geografo, usò un’ironia senza appello quando sostenne che si sarebbe individuata la rotta di Odisseo il giorno in cui si fosse scoperto chi aveva cucito l’otre dei venti che Eolo donò all’eroe. E tuttavia su quelli che i cantori omerici chiamavano “sentieri di mare” è necessario mettersi in viaggio.

Un’introduzione al percorso odissiaco la offre con tutta la sua competenza Giulio Guidorizzi in Ulisse l’ultimo degli eroi (Einaudi, pp. 199, Euro 14), mentre per perdersi nell’Egeo inseguendo poeti, artisti, scrittori, filosofi e politici antichi è necessaria l’opera che un altro studioso del mondo greco, Giorgio Ieranò, ha appena dato alle stampe. Arcipelago. Isole e miti del Mar Egeo (Einaudi, pp. 277, euro 20) è l’eccezionale guida di cui da sempre sentivamo la mancanza. Ogni isola, fra le principali dell’Egeo, ci viene raccontata in un intreccio di mito e storia dalle origini ai nostri giorni. I poeti greci del Novecento si mescolano ai lirici arcaici, i viaggiatori moderni s’incontrano con quelli raccontati dalla letteratura antica.

Le stesse consuetudini arcaiche trovano una sponda in ciò che viviamo oggi. Innumerevoli i racconti che sorprenderanno il lettore. Dalle abitudini sessuali delle ragazze di Lesbo (molto diverse rispetto a quelle che ci aspetteremmo) fino al miracolo del vino dionisiaco a Naxos, inestinguibile nei secoli, tanto che a inizio Novecento sull’isola cristianizzata si diffuse la voce che era sbarcato San Dioniso. Genovesi, veneziani, turchi hanno lasciato tracce che si confondono con quelle di ateniesi, spartani, persiani. Condottieri e viaggiatori, eroi e dèi. Non si può prescindere da questo libro, se si viaggia sul mare dove la nostra civiltà ebbe inizio.

Ma il viaggio – si sa – è roba dell’interiorità che si sviluppa in rotte che solcano i mari del tempo e dell’immaginazione. Così l’opera più straordinaria per rincorrere l’illusione di trovare se stessi non è un saggio né un romanzo, bensì un memoir commovente. Daniel Mendelsohn, professore di letteratura antica, e scrittore, ci porta solo apparentemente lontano dall’Egeo quando inizia il suo percorso di incontro con il padre. Un’Odissea. Un padre, un figlio e un’epopea (Einaudi, pp. 307, euro 20) si apre nel semestre dell’anno accademico 2011 quando fra gli studenti del seminario che Mendelsohn tiene per i suoi studenti sull’Odissea, si siede il padre ottantunenne. Inizia un percorso in cui la sapienza dell’autore ci immerge nelle storie eterne di padri e figli attraverso la lente del poema omerico, dei suoi principali problemi, delle sfide che mette in campo e delle questioni critiche che ci vengono mostrate per la loro immensa portata vitale. Mentre seguiamo Telemaco e Odisseo, il passato di Mendelsohn con suo padre affiora, le storie familiari s’intrecciano a quelle antiche e ci scopriamo immersi in un nucleo di vicende fuori da ogni tempo.

Ma all’Egeo infine si deve tornare. Concluso il semestre, l’idea di una crociera sulla presunta rotta che seguì Odisseo appare ai due Mendelsohn il modo migliore per chiudere il cerchio. I cerchi tuttavia non si chiudono mai. Odisseo ritrova Penelope e infine anche suo padre ma c’è ancora qualcosa che manca, qualcosa manca sempre e Mendelsohn lo sa, ma saperlo serve a poco. Si versano molte lacrime nel finale riconoscimento fra padre e figlio e nel loro inevitabile addio.

Chiuso il libro, sembra che ci si possa appigliare solo a una certezza. Se il meltemi non ha ripreso a soffiare e le nuvole oscurano il sole la troverete in una delle poche pagine ambientate nell’Egeo da un altro libro dedicato ai poemi omerici. Sylvain Tesson ci racconta di aver passato un’estate intera in una stanza di Tinos per scrivere Un’estate con Omero (Rizzoli, pp. 233, euro 17), ma non si capisce mai quanto il suo domicilio lo abbia favorito in questa introduzione ai temi omerici, che risulterà di grande interesse per chi non ha mai letto i poemi. Tranne in una pagina in cui Tesson si apre alla “luce che inonda le isole greche”, quella che spinse “gli antichi ad accettare il loro destino” perché “tutte le cose si mostrano nel bagliore di Helios, tangibili, presenti, inconfutabili”.

Luce e sole. L’unica cosa che manca, allora, fra questi resoconti dall’Egeo è l’altro lato della medaglia.  Ovvero, parlando delle rotte che attraversano da sempre questo mare, l’aspetto più drammatico e decisivo, nella ricerca della luce. Perché i primi viaggi di cui conosciamo la storia si snodano parallelamente ai ritorni da Troia dei vincitori Achei e sono quelli dei profughi in fuga dalla città in fiamme, capitanati da Enea. Profughi. Proprio così li chiama Virgilio nei primi versi della sua Eneide. Stavolta i “sentieri di mare” che seguì Enea sono ben descritti geograficamente. Si tratta delle stesse rotte che hanno tentato di seguire i profughi per secoli, fino alla guerra greco-turca del 1922 e fino a questi ultimissimi anni. Le stesse identiche rotte. Solo che in questo nostro tempo quei sentieri marini sono stati chiusi. E i profughi respinti e bloccati, quando non annegati. Qualcosa è cambiato davvero, allora, oltre al soffio del meltemi. Chiudete i porti. Non lo avrebbe sognato nessuno, mai, nell’antichità. Ci sono leggi eterne. Destinate dunque a tornare. Magari con la forza dei costumi traditi e con la violenza degli eroi offesi. Forse, allora, il modo migliore per poter affrontare il nostro oggi non prevede neppure un viaggio nell’Egeo, cuore del Mediterraneo. Basta leggere i versi antichi dell’Iliade per seguire i percorsi dell’ira nell’animo degli uomini.

È appena uscita una formidabile nuova traduzione di Franco Ferrari: Iliade (Mondadori, pp. 1232, euro 14). Un capolavoro di ingegno e intelligenza nel restituire un poema eterno in cui non ci sono né vincitori né vinti, solo padri e figli in lacrime, uomini e donne sconfitti dalla guerra, vecchi e bambini costretti a fare i conti con se stessi. Le storie di violenza, vendetta e dolore che, come diceva il giovane Nietzsche fradicio di Grecia, tornano sempre identiche a se stesse.

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