Giulio Tremonti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giulio-tremonti/ un blog di approfondimento culturale Fri, 25 Sep 2015 11:58:01 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giulio Tremonti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giulio-tremonti/ 32 32 Morte di un ragazzo. Federico Aldrovandi, dieci anni dopo https://minimaetmoralia.it/estratti/zona-del-silenzio-federico-aldrovandi/ https://minimaetmoralia.it/estratti/zona-del-silenzio-federico-aldrovandi/#comments Fri, 25 Sep 2015 13:00:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13895 (fonte immagine)

Sono già passati dieci anni dalla morte di Federico Aldrovandi: ripubblichiamo "Ferrara, Italia", la prefazione di Girolamo De Michele a Zona del silenzio. Una storia di ordinaria violenza, graphic novel sul caso Aldrovandi di Checchino Antonini e Alessio Spataro  uscito nel 2009 per minimum fax. 

di Girolamo De Michele

in ricordo di Arnaldo Scotti

Chi entra nel centro di Ferrara deve attraversare una specie di invisibile strettoia, un restringimento della coscienza morale non percepibile ad occhio nudo. Bisogna avere l’occhio buono per i fantasmi del passato e del presente, per vederla: buono come quello di Bassani, che per primo ne indicò un tratto. All’imbocco del corso Martiri della Libertà, tra il Castello e il Teatro, un marciapiede fronteggia i portici. Su quel marciapiede, che corre sotto il fossato del Castello, caddero i fucilati del 15 novembre 1943: lo ricorda una lapide. Il turista che (sempre più di rado, ormai) ha conoscenza del racconto bassaniano Una notte del ‘43, o del film di Florestano Vancini La lunga notte del ‘43, sa di cosa si tratta.

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federico

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Sono già passati dieci anni dalla morte di Federico Aldrovandi: ripubblichiamo “Ferrara, Italia”, la prefazione di Girolamo De Michele a Zona del silenzio. Una storia di ordinaria violenza, graphic novel sul caso Aldrovandi di Checchino Antonini e Alessio Spataro  uscito nel 2009 per minimum fax. 

di Girolamo De Michele

in ricordo di Arnaldo Scotti

Chi entra nel centro di Ferrara deve attraversare una specie di invisibile strettoia, un restringimento della coscienza morale non percepibile ad occhio nudo. Bisogna avere l’occhio buono per i fantasmi del passato e del presente, per vederla: buono come quello di Bassani, che per primo ne indicò un tratto. All’imbocco del corso Martiri della Libertà, tra il Castello e il Teatro, un marciapiede fronteggia i portici. Su quel marciapiede, che corre sotto il fossato del Castello, caddero i fucilati del 15 novembre 1943: lo ricorda una lapide. Il turista che (sempre più di rado, ormai) ha conoscenza del racconto bassaniano Una notte del ‘43, o del film di Florestano Vancini La lunga notte del ‘43, sa di cosa si tratta.

E cerca sull’altro lato della strada, con lo sguardo verso l’alto, la finestra al di sopra della farmacia: quella finestra dalla quale Pino Barilari, reso indimenticabile dall’interpretazione di Enrico Maria Salerno, assiste nascosto dalla persiana alla strage fascista senza intervenire. Lasciamo proseguire il nostro turista: appena oltrepassato il Castello si troverà sotto la statua di fra’ Girolamo Savonarola, profeta senz’armi che a Ferrara, “in tempi corrotti”, sferzava le coscienze e fustigava “i vizi e i tiranni”. È scolpito con le braccia larghe e la bocca aperta, nell’atto di inveire contro il malcostume del suo tempo. A Ferrara il Savonarola è ricordato dai cronachisti così: le vicende fiorentine, nelle quali darà prova di pessimo governo, non ne intaccano la memoria. Il turista prosegue alla ricerca della Ferrara Magica, senza badare agli opposti monumenti tra i quali è transitato. La finestra e il profeta urlante che quasi si fronteggiano mettono in scena due città che vivono l’una dentro l’altra.

Da un lato, la città del quieto vivere, della nebbia che nasconde, che spinge a chiudersi nelle proprie case, nel privato: la città dell’indifferenza. Quella Ferrara che con troppa leggerezza, all’indomani del ‘45, dimenticò i suoi trascorsi fascisti e nascose sotto un’improvvisata barba da antifascista vent’anni di obbedienza passiva (ma anche fruttuosa, per l’agraria inurbata e la borghesia rampante) al Regime. Dall’altra parte, la città dell’impegno civile, degli intellettuali raffinati, delle scuole polo nazionali. La città che parla, comprende, scrive, riflette. Due città. In perpetua lotta tra di loro: la città della nebbia e della viltà, dei salotti buoni e degli affari che aggiungono sempre un posto a tavola e in cooperativa la Ferrara che cerca di soffocare l’altra, la città dell’impegno che combatte per non lasciarsi schiacciare dal quieto vivere.

La città della CoopCostruttori e degli scandali edilizi, dei livelli di inquinamento ai vertici dell’Europa, e la città dei referendum autogestiti contro inceneritori e centrali a Turbogas. La città degli operai della Solvay morti di tumore, e la città che difende quei “galantuomini” dei dirigenti della Solvay. La Ferrara che ogni anno ricorda l’eccidio del castello, ma poi costruisce un asilo nido su una ex discarica di CVM.

Bisogna attraversarla, questa invisibile strettoia del Corso. Bisogna attraversarla anche per attraversare la Piazza e dirigersi verso quella periferica via dell’Ippodromo dove, in una notte di settembre del 2005, un ragazzo ha incontrato una volante della polizia ed è stato ammanettato ed ha conosciuto i manganelli ed ha urlato per mezz’ora, prima di morire ai piedi di un muro. «Di morte violenta», secondo la deposizione dello specialista cardiologo dell’Università di Padova Gaetano Tiene al processo, lo scorso 9 gennaio. Di fronte al muro: palazzine. Finestre. Persiane chiuse e tapparelle abbassate.

Il 25 settembre 2008, la fiaccolata silenziosa che ogni anno parte dalla Piazza Trento e Trieste per raggiungere l’Ippodromo è sfilata sotto quelle finestre. C’erano i genitori di Aldro, gli amici, gli studenti, qualche insegnante, gli Ultras della Spal. C’era la gente comune. Il silenzio della fiaccolata era rotto da un suono macabro, simile al sibilo di un fantasma della lunga notte del ‘43: le tapparelle che venivano frettolosamente abbassate dai condomini. Quel silenzio era insopportabile: rumoreggiava nella coscienza della città di Pino Barilari, della città che si nasconde dietro le tapparelle. Una città che ha abbassato le tapparelle quella notte in cui i manganelli dei custodi dell’ordine pubblico si rompevano mentre Aldro urlava.

Ferrara, Italia.

La notte del ‘43 è la notte della coscienza morale di un’Italia che ha svestito la camicia nera, ma ha lasciato che l’uomo medio – «un pericoloso delinquente, mostro, razzista, colonialista, schiavista, qualunquista», urlava Orson Welles (doppiato da Giorgio Bassani!) ne La Ricotta di Pasolini – continuasse a perpetrare la propria egemonia. Liberatasi dall’incubo della rivoluzione culturale, politica e sociale degli anni Sessanta e Settanta che ha rappresentato, nella sua selvaggia anomalia, l’unico tentativo di creazione autonoma di una cultura, un’identità, un sapere dal basso, scaturito e temprato nel fuoco vivo delle lotte, l’Italia dell’uomo medio ha dissolto il miracolo economico in un pulviscolo sociale rancoroso.

L’italiano medio non è più il punto d’intersezione sociale tra le diverse figure che – dal patto costituzionale tra la classe operaia e la borghesia progressiva alle grandi riforme sociali degli anni Settanta – in modo diverso operavano, anche attraverso il conflitto, per modificare lo stato di cose esistente. L’italiano medio odierno è la media tra le molte non-virtù civiili che esprimono il comune sentire di un paese sull’orlo di una crisi: un paese nel quale – come in The Village, il film di M. Night Shyamalan – l’identità diventa una frontiera, nel quale i sentimenti prevalenti sono la paura, come reazione ad un futuro del quale non si riescono ad identificare i tratti; ed il rancore verso ogni possibile elemento di disturbo della nostra condizione.

È contro questa Italia che sfilano ogni anno gli amici di Aldro. Per quest’Italia, uno come Federico Aldrovandi è un fastidio, un problema. Uno da nominare, da scacciare dalla Casa delle Coscienze Assopite.

Un due tre, viva Pinochet. Quattro cinque sei, Al forno gli ebrei. Sette otto nove, Il negretto non commuove. Così cantavano, nelle loro caserme, alcuni carabinieri, quella sera, a Genova. Il nome di Carlo Giuliani era appena stato reso noto. Per ragioni ancora da spiegare, avevano impiegato ore per identificare un ragazzo già schedato, con un riconoscibilissimo tatuaggio sulla schiena che sporgeva dalla canottiera: molto poco Black Bloc, molto poco in chiave con l’immagine del teppista travisato.

Cinque anni dopo, Haidi Giuliani riconoscerà nella strategia di diffamazione di Aldro gli stessi segni, le stesse insinuanti domande alle quali aveva dovuto rispondere. Il ragazzo era drogato? Aveva animali in casa? Era forse un punkabbestia? Le domande non sono mai neutrali: formulate nel modo giusto, restano impigliate nei gangli della memoria. Se formulate bene, con il giusto tono, prevalgono sulle risposte: predeterminano l’ottica con la quale saranno considerate tutte le successive informazioni. «Come di Federico, – scrive Haidi Giuliani a Patrizia Moretto, madre di Aldro, in una lettera pubblicata il 17 gennaio 2006 su Liberazione – anche di Carlo è stato detto che era un drogato, un poco di buono, uno senza lavoro, senza casa né famiglia, come se esistesse una condanna legittima e automatica alla pena di morte per chi lo fosse davvero. Anche a me è stato impedito per molte, troppe ore, di vedere il suo corpo. Anch’io, come te, non so chi l’ha ucciso. Anch’io, come te, ho aspettato che persone competenti, preposte istituzionalmente a questo compito, restituissero alla sua morte almeno la verità; persone impegnate per legge, così io credevo, ad assolvere il loro compito fino in fondo».

Nel caso di Carlo Giuliani, le registrazioni delle conversazioni tra i carabinieri nelle loro caserme, quel 20 luglio 2001, contengono già la risposta alla domanda “chi è quel ragazzo morto?”: una zecca. “Una zecca del cazzo”. Uno a zero per noi, dice ridendo una poliziotta quella notte. Come due squadre alla partita: noi di qua, le zecche di là. Le zecche sono gli ultras degli stadi, nel gergo dei poliziotti. Sono i “comunisti”, gli anarchici, i No Global. I drogati. Sono gli immigrati clandestini, i migranti, i rumeni, gli zingari. Le palandrane del cazzo, urla nei comizi l’onorevole Mario Borghezio. Scacciamo le zecche! Col fuoco, se occorre. I pagliericci sotto i ponti sono pieni di zecche: sono gli immigrati che ci dormono sopra. Carlo Giuliani era una zecca: come Aldro.

L’italiano medio non ama la complessità: non la comprende, non la trova utile. Le passioni tristi sono un cosa semplice: la paura è un ottimo collante sociale. Funziona: che altro? La complessità è problematica, richiede un lavoro di apprendimento, adattamento, rielaborazione senza fine; richiede la disponibilità a mutare pelle, ad abbandonare gli stereotipi, i pregiudizi. Richiede una flessibilità mentale che spaventa. Negli anni Ottanta, uno dei segnali della restaurazione in corso fu l’improvviso successo, tra una generazione di studiosi che avevano teorizzato la trasformazione dello stato di cose esistente, di teorie sociologiche che consigliavano la riduzione della complessità sociale. Da alcuni anni è considerata un valore la “semplificazione del quadro politico”. Forse qualcuno ricorda ancora che uno degli slogan politici della prima campagna elettorale della cosiddetta “seconda Repubblica” era: “o di qua, o di là”. Non dice forse la stessa cosa quel fine pedagogista che ha messo in moto la riforma della scuola? «La mente umana è semplice e risponde a stimoli semplici» (Giulio Tremonti, “Il passato e il buon senso”, Corriere della Sera, 22 agosto 2008, qui). A dispetto della collocazione (solo a p. 37, non in prima pagina, non tra gli editoriali), questo articolo è una delle più efficaci espressioni dell’egemonia culturale della destra al potere che oggi si dispiega. È un manifesto ideologico, che meriterebbe un’analisi, anche stilistica, minuziosa: non essendo questo il luogo, seguiamone alcune linee direttrici.

La società italiana si sta rinchiudendo dietro uno steccato per proteggersi da mostri immaginari che assediano il villaggio: è il rifugio, è il recinto stesso a generare la paura dell’esterno, dell’aperto. Della diversità. Il villaggio regredisce ad un passato immaginario. «Può essere invece il ritorno al passato e all’800, e molti segni sono in questa direzione, può essere che dall’attuale «marasma» prenda inizio un nuovo futuro», scrive ancora Tremonti nel suo articolo-manifesto. Non importa quanto reale e quanto no – basta che sia anteriore a un numero, il 1968: l’unico numero che il Ministro toglierebbe dalla circolazione. Sostituendo i numeri ai giudizi, il mondo (non solo nella scuola, sostiene Tremonti) ridiventa semplice: come dappertutto i numeri sostituiscono i giudizi. «I numeri sono una cosa precisa, i giudizi sono spesso confusi. Ci sarà del resto una ragione perché tutti i fenomeni significativi sono misurati con i numeri». Su questo Tremonti ha ragione, i giudizi implicano l’attivazione della facoltà del giudicare. Per effetto di quel nefasto numero da togliere – «1968, sintetizzato in 68» – presero piede idee e pensatori che vedevano nella società moderna il germe del totalitarismo nell’atrofizzazione della facoltà di giudicare.

Giudicare è azione anch’essa complicata: più semplice è sostituire categorie come giusto/ingiusto con copie più semplici: bello/brutto, dentro/fuori, amico/nemico. L’obbedienza evita la fatica di pensare. Per effetto di quel numero nefasto, persino i poliziotti cominciarono a pensare. A chiedere la democratizzazione della polizia, che faceva il paio con la virtù della disobbedienza predicata da don Lorenzo Milani, il prete che insegnava ai poveri, inventava la scuola del futuro e finiva sotto processo per aver detto che l’obbedienza non è più una virtù.

Una società democratica è una società nella quale nessuno finisce in galera per aver espresso le proprie opinioni; nella quale il diritto all’istruzione non è un’affermazione teorica, ma un fatto; nella quale non si muore mentre si manifestano le proprie idee, né per aver incontrato una volante della polizia. Ora che il tempo si riavvolge all’indietro, anche la democratizzazione della polizia si è rivelata un’utopia: al suo posto è stato concesso il diritto di sparare, si gridava un tempo nei cortei. A Genova un’intera generazione, cresciuta senza sapere nulla di Francesco Lorusso e Giorgiana Masi, di piazza Fontana e dei morti di Reggio Emilia, scopre quanto è facile morire, nell’Italia di oggi. O quanto è facile uccidere.

L’educazione delle forze dell’ordine è un fatto semplice: noi, loro. Avanzano battendo i manganelli sugli scudi, allo stadio come in via Tolemaide, a Genova. La loro formazione di base è elementare: tutte uguali, le zecche. Compaiono foto del Duce nei portafogli, Faccetta nera nelle suonerie dei telefonini, celtiche bandiere della RSI nelle camerate. Dal Libro Bianco sui fatti di Genova al recente ACAB: All cops are bastards di Carlo Bonini (Einaudi Stile Libero, 2009), ai molti libri-testimonianza di vittime dei pestaggi alla Diaz e a Bolzanetto (come Genova. Il posto sbagliato, di Enrica Bartesaghi, Nonluoghi Libere Edizioni, 2004) le testimonianze sull’educazione e la prassi delle forze dell’ordine pongono un serio problema di democrazia alla società italiana.

E l’esito dei processi per i fatti di Genova dà l’idea di una dilagante impunità. A Genova sono state necessarie migliaia di telecamere in tempo reale per documentare la morte di Carlo Giuliani: a Ferrara il depistaggio, l’occultamento di elementi probanti, le coperture, le false versioni sulla morte di Aldro hanno un che di sciatto, di malfatto. C’è da stupirsi della percezione di intoccabilità che deve aver pervaso i protagonisti attivi di quell’evento, tanto malaccorti sono stati i loro gesti. E quando il blog della madre di Aldro ha cominciato a sgretolare il muro di omertà, la reazione è stata di stizzito stupore prima, e di arroganza poi.

Il 24 febbraio 2006 Gianni Tonelli, segretario nazionale del Sindacato Autonomo di Polizia ha parlato per un’ora, in Questura, seduto tra due esponenti provinciali del SAP. Ha decretato la verità sulle perizie. Ha criticato e dettato l’agenda politica all’opposizione che senza remore ha definito «pavida», «al popolo silente e moderato che non ha voluto dire nulla». Ha stigmatizzato come «azione di sciacallaggio con sfumature politiche, ideologiche e anche culturali» le iniziative di discussione improntate alla richiesta di verità e giustizia. Ed ha attaccato, con nome e cognome, i due presidi delle scuole ferraresi che hanno concesso agli studenti le assemblee per discutere della morte di uno studente, senza preoccuparsi della gravità e della sproporzione di un’accusa lanciata da un dirigente nazionale di un organismo di polizia contro due semplici cittadini: due presidi, Arnaldo Scotti (il cui cuore generoso si è fermato pochi mesi dopo) e Giancarlo Mori, noti in tutta la comunità ferrarese per la dedizione con cui hanno speso un’intera vita per la scuola. Le scuole non devono insegnare a pensare: devono insegnare ad apprendere i fatti, senza interpretazioni. Perché non ci sono, non ci devono essere interpretazioni: solo fatti. Statuto delle studentesse e degli studenti o meno, diritto d’assemblea o no, non c’è nulla da discutere: «una donna ha chiesto l’intervento delle forze dell’ordine perché c’era una giovane persona che per l’alcol e le sostanze stupefacenti si stava facendo del male. Poi purtroppo questa persona è deceduta».

Non ha dubbi il dirigente del SAP.
La vita e la morte sono fatti semplici, si vive e si muore: cosa c’è da interrogarsi sulla morte di uno come Aldro?
Della morte di una zecca?

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Riforma della scuola: la vera posta in gioco https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/riforma-della-scuola-la-vera-posta-in-gioco/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/riforma-della-scuola-la-vera-posta-in-gioco/#comments Mon, 08 Jun 2015 05:30:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27199 di Luca Illetterati

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A leggere e ad ascoltare molti dei discorsi chi si fanno sui giornali e in televisione sulla riforma della scuola l'impressione è che perlopiù non ci si accorga o non ci si voglia davvero accorgere di ciò che è in gioco dentro a questo scontro che vede contrapposti da una parte il governo, con in prima fila il premier , la parte maggioritaria del Pd (gli altri partiti della coalizione e i partiti dell’opposizione si limitano a guardare) e dall’altra gli insegnanti; quasi tutti, finora. C'è addirittura chi pensa (e ovviamente c’è chi vuol fare pensare) che si tratti semplicemente di una partita corporativa. Come se gli insegnanti fossero lì a protestare in difesa di rendite di posizione, peraltro difficili anche solo da immaginare per chiunque abbia davvero lavorato qualche giorno dentro una scuola. O che si tratti comunque di una sacca di resistenza di arcigna conservazione ipersindacale rispetto a una necessaria e urgente modernizzazione che non può più attendere.
Una semplificazione che a volte tocca dei picchi formidabili e degni forse di qualche considerazione.

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scuola

di Luca Illetterati

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A leggere e ad ascoltare molti dei discorsi chi si fanno sui giornali e in televisione sulla riforma della scuola l’impressione è che perlopiù non ci si accorga o non ci si voglia davvero accorgere di ciò che è in gioco dentro a questo scontro che vede contrapposti da una parte il governo, con in prima fila il premier , la parte maggioritaria del Pd (gli altri partiti della coalizione e i partiti dell’opposizione si limitano a guardare) e dall’altra gli insegnanti; quasi tutti, finora. C’è addirittura chi pensa (e ovviamente c’è chi vuol fare pensare) che si tratti semplicemente di una partita corporativa. Come se gli insegnanti fossero lì a protestare in difesa di rendite di posizione, peraltro difficili anche solo da immaginare per chiunque abbia davvero lavorato qualche giorno dentro una scuola. O che si tratti comunque di una sacca di resistenza di arcigna conservazione ipersindacale rispetto a una necessaria e urgente modernizzazione che non può più attendere.

Una semplificazione che a volte tocca dei picchi formidabili e degni forse di qualche considerazione.

La signora Giorgia Perra è un’insegnante, probabilmente; sicuramente è una lettrice di Repubblica e soprattutto della rubrica che da molti anni Umberto Galimberti tiene sull’ultima pagina di D, il magazine settimanale che esce il sabato insieme al giornale. La signora Perri ha molta stima di Galimberti, lo legge con passione, trova i suoi commenti e le sue risposte alle lettere delle lettrici e dei lettori argute e intelligenti. Così, piena di fiducia ed entusiasmo, decide di scrivergli, indignata per il silenzio che l’opinione pubblica in generale, ma soprattutto gli intellettuali – categoria, se così si può dire, alla quale Galimberti appartiene – stanno dedicando alla questione della riforma della scuola che è in questi giorni in approvazione in Parlamento (già approvata alla Camera e ora in discussione al Senato). Una riforma che alla signora Perra provoca profonda indignazione e sconcerto.

Galimberti risponde; ma con il coraggio di chi non teme l’impopolarità, dichiara subito la sua avversità alle contestazioni degli insegnanti e con l’argomento di voler mettere al centro gli studenti piuttosto che i professori (i quali evidentemente, nell’opinione di Galimberti, dei loro studenti se ne fregano) spiega perché queste proteste gli facciano venire l’orticaria e conseguentemente perché sia disposto dunque a spendere una parola a favore della riforma.

Provo a riassumere i punti del ‘discorso’ di Galimberti:

  1. Le scuole elementari hanno fatto passi in avanti significativi (e infatti gli scolari si piazzano bene nei ranking internazionali)
  2. Le scuole medie e superiori sono invece un disastro (e infatti si piazzano male sempre negli stessi ranking);
  3. Il disastro delle scuole medie e superiori è dovuto al fatto che non ci sono insegnanti all’altezza (al massimo, quando va benissimo, dice il filosofo overground, uno per classe);
  4. I bravi insegnanti sono tali per natura (e quindi sono pochi, si inferisce) e sono coloro che sono in grado di emozionare;
  5. Per questo vanno selezionati attraverso un accurato test di personalità, come si fa nelle migliori aziende;
  6. Gli insegnanti ‘demotivanti’ devono essere segnalati dagli studenti e dalle loro famiglie e dopo opportune verifiche, nel caso effettivamente non funzionino, è giusto che il dirigente scolastico, magari coadiuvato dai docenti più bravi e impegnati, li cacci;
  7. Nessuno scandalo dunque a che i presidi assumano i capaci e dimettano gli incapaci “premiando la meritocrazia, l’eccellenza e la concorrenza tra le varie scuole”.
  8. Ben vengano i finanziamenti privati alle scuole migliori: anzi proprio la quantità di finanziamenti consentirà di discriminare tra scuole migliori e scuole peggiori, perché nessuno vorrà, giustamente, investire su queste;
  9. Ai professori bravi e meritevoli non sarà necessario dare alcun premio speciale, basteranno gli scatti di anzianità su uno stipendio che, compatibilmente con quel che ci si può permettere, dovrebbe essere aumentato: il premio sarà quello di non essere esonerati in quanto non meritevoli;

10. Le prove Invalsi vanno rispettate, anche se inadeguate per valutare l’effettiva preparazione degli studenti.

Rispettando questo decalogo, dice Galimberti, le scuole italiane sarebbero finalmente in grado di risalire la china nei ranking internazionali che ora li vedono in posizioni vergognose.

Umberto Galimberti è un filosofo e uno psicanalista. Come è noto Wittgenstein riteneva che il lavoro della filosofia e quello della psicanalisi fossero effettivamente piuttosto simili. Così come lo psicanalista cerca di mostrare che un sintomo è la realtà evidente e superficiale di un qualche disagio più profondo e nascosto, altrettanto la filosofia deve cercare di portare in superficie l’origine logica e linguistica di alcuni problemi che ci complicano l’esistenza. Insomma per Wittgenstein, se si passa la semplificazione, tanto la psicanalisi quanto la filosofia hanno una funzione di smascheramento, di andare a vedere cosa sta sotto la crosta più superficiale e immediata dei problemi, di svelarne la dinamica e la logica interne e profonde.

Della necessità di questa fatica e di questo lavoro Galimberti deve essersene decisamente dimenticato scrivendo la risposta alla povera signora Perra. Forse era impegnato a fare altro. Forse non aveva tempo di leggere, informarsi e capire. Forse non ne aveva voglia e aveva invece voglia di scandalizzare non si sa bene chi (forse la povera signora Perra) acquietandosi sulla vulgata più banale, superficiale e ignorante; che in confronto Renzi&Giannini sembrano quasi dei critici dell’ideologia di francofortese memoria.

Ad esempio sarebbe stato interessante e utile ai lettori di Repubblica e di D sapere come mai la scuola elementare italiana era riuscita a diventare (uso il passato perché dopo la cura Tremonti/Gelmini non sono sicuro potrà ancora vantare i successi acquisiti) una delle migliori scuole elementari del mondo. Avrebbe scoperto, Galimberti (e avrebbero scoperto così anche i suoi lettori), che non si era fatta, per fortuna, nelle scuole elementari nessuna delle cose da lui auspicate, ma si era fatto un investimento sulle persone all’interno di un piano educativo innovativo – il tanto famigerato ‘modulo’ che la retorica del maestro che tanto piace a Galimberti ha contribuito a far fuori e che vedeva la copresenza di più insegnanti all’interno della classe – aprendo in modo deciso alla formazione in servizio e modificando nel profondo la prassi didattica. Insomma se la scuola elementare, come ha appreso Galimberti “in un congresso internazionale sull’istruzione nel mondo”, ha fatto progressi significativi e importanti, ciò è dovuto a un investimento di risorse, intelligenza e buona volontà che niente ha a che fare con gli slogan della meritocrazia, con il mito l’eccellenza, con l’ideologia della valutazione che all’intellettuale Galimberti paiono evidentemente ovvie e sacorsante..

Quello che sconvolge dell’intervento di Galimberti non è però tanto l’ignoranza e la faciloneria con cui tratta il tema della scuola, quanto piuttosto il suo adagiarsi, totalmente aproblematico, sulle parole d’ordine del buon senso borghese, si sarebbe detto un tempo; ciò che lascia cioè esterefatti è la totale incapacità di pensare il problema cercando di scalfire il discorso ordinario, l’indolenza nei confronti di una qualsiasi logica che sia in grado di produrre un orizzonte di senso minimamente significativo per comprendere la crucialità che è in gioco.

Quello che è in gioco in questa storia è in realtà qualcosa che a che fare con il concetto stesso di scuola e di educazione e con l’idea di società che vogliamo in qualche modo costruire.
Questa riforma (che sempre più si pretende di far passare come una sorta di aggiustamento tecnico in nome di una maggiore efficienza) muove da un’idea di formazione per molti versi vincolata e orientata alla conquista di un saper fare misurabile e comparabile: una formazione intesa come addestramento, come acquisizione di competenze in grado di sviluppare adeguate capacità di eseguire correttamente, e cioè velocemente ed efficacemente, protocolli di azioni replicabili. E il modello di società dentro cui assume senso questo stile formativo è un modello di società basato sulla competizione, su un’idea di merito inteso come elemento selettivo talmente potente, nella retorica che lo si accompagna e nella carica etica con cui lo si dipinge, da oscurare qualsiasi altro tipo di considerazione.
Don Milani diceva che la scuola così come è organizzata funziona solo con chi non ne ha bisogno. Le cose, dopo don Milani e anche grazie a lui, sono un po’ cambiate. Il nemico però oggi sembra essere tornato l’egualitarismo – “causa, sia detto, di non poche inefficienze”, scrive curiosamente lo stesso giorno su Repubblica, sempre in risposta a una lettera, Corrado Augias.

In qualche modo, senza volerlo, Galimberti e Augias, con il loro buon senso, rivelano la vera posta in gioco: l’idea di una scuola che mette al primo posto l’uguaglianza degli individui in una scuola che è di tutti e di ciascuno. In tempi di meritocrazia, eccellenza e conseguenti azioni finalizzate alle scalate nei rating e ranking che sempre più determinano il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, ciò che è bene e ciò che è male, si ritiene di dover legittimare e giustificare (con quella sana ragionevolezza che fa a pugni con la ragione) ciò che a don Milani pareva orribilmente e scandalosamente contraddittorio: scuole buone per i buoni, e per il resto pazienza; scuole ricche per chi può e scuole come vengono per gli altri; professori bravi a chi se lo merita, agli altri quel che passa il convento.

Chi non se lo merita (chi è nato nel posto sbagliato, da una madre sbagliata o da un padre inadeguato) paghi il fio.

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Brechtdance https://minimaetmoralia.it/estratti/brechtdance-giordano-meacci/ https://minimaetmoralia.it/estratti/brechtdance-giordano-meacci/#comments Fri, 18 Jan 2013 10:24:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12277 Le pagine che seguono sono tratte da Brechtdance, uno dei racconti contenuti in Tutto quello che posso (minimum fax, 2005) di Giordano Meacci. Il racconto, ambientato nel 2014, è stato scritto tra la fine del 2003 e l’inizio del 2004. A nove anni dalla stesura definitiva, vale forse la pena rileggere alcune descrizioni allora-future che ci riguardano adesso. Anche solo per vedere cosa c’è e cosa ancora manca. (Immagine: John Stezaker.)

di Giordano Meacci

[Da Brechtdance, in Tutto quello che posso, pp. 120-24]

[…]

«Tra la fine del 2005 e l’inizio del 2006, dopo anni di prove generali, la Riforma della scuola riuscì a dare l’ultima spallata al sistema già traballante dell’istruzione pubblica, dimezzando di nuovo i fondi per la ricerca e l’insegnamento e causando smottamenti progressivi dalla prima elementare fino all’ultima sessione universitaria.

Il progetto “equiparazione totale”, varato dal ministero, prevedeva un accorpamento (e un insediamento) indiscriminato dei docenti delle scuole private nelle scuole pubbliche; e trasformava in insegnante di ruolo chiunque avesse avuto, per almeno tre anni consecutivi, una “nomina attiva” in una qualunque scuola italiana “autorizzata a impartire lezioni di ogni ordine e grado”.  Un’equiparazione totale, questa, che vide la colonizzazione selvaggia di tutte le cattedre pubbliche da parte di qualsiasi insegnante che – docente privato per ripiego o per consanguineità con i presidi d’istituto non aveva importanza – avesse educato per “non meno di due ore alla settimana” una scolaresca di “sette persone o più”. A discapito, ovviamente, di tutti i precari pubblici, anche vincitori (o piazzati) del concorso del 1999, che – non ancora “di ruolo” – si videro scavalcati dai loro colleghi “più in linea con il nuovo corso meritocratico della storia”.

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Le pagine che seguono sono tratte da Brechtdance, uno dei racconti contenuti in Tutto quello che posso (minimum fax, 2005) di Giordano Meacci. Il racconto, ambientato nel 2014, è stato scritto tra la fine del 2003 e l’inizio del 2004. A nove anni dalla stesura definitiva, vale forse la pena rileggere alcune descrizioni allora-future che ci riguardano adesso. Anche solo per vedere cosa c’è e cosa ancora manca. (Immagine: John Stezaker.)

di Giordano Meacci

[Da Brechtdance, in Tutto quello che posso, pp. 120-24]

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«Tra la fine del 2005 e l’inizio del 2006, dopo anni di prove generali, la Riforma della scuola riuscì a dare l’ultima spallata al sistema già traballante dell’istruzione pubblica, dimezzando di nuovo i fondi per la ricerca e l’insegnamento e causando smottamenti progressivi dalla prima elementare fino all’ultima sessione universitaria.

Il progetto “equiparazione totale”, varato dal ministero, prevedeva un accorpamento (e un insediamento) indiscriminato dei docenti delle scuole private nelle scuole pubbliche; e trasformava in insegnante di ruolo chiunque avesse avuto, per almeno tre anni consecutivi, una “nomina attiva” in una qualunque scuola italiana “autorizzata a impartire lezioni di ogni ordine e grado”.  Un’equiparazione totale, questa, che vide la colonizzazione selvaggia di tutte le cattedre pubbliche da parte di qualsiasi insegnante che – docente privato per ripiego o per consanguineità con i presidi d’istituto non aveva importanza – avesse educato per “non meno di due ore alla settimana” una scolaresca di “sette persone o più”. A discapito, ovviamente, di tutti i precari pubblici, anche vincitori (o piazzati) del concorso del 1999, che – non ancora “di ruolo” – si videro scavalcati dai loro colleghi “più in linea con il nuovo corso meritocratico della storia”.

Non solo: in base alla nuova legge, non erano necessari, in sé, lauree o diplomi di specializzazione. Riecheggiò il grido “Vale più la pratica che la grammatica”, rinfacciato dal governo in carica all’opposizione di sinistra come “un loro parto degli anni Sessanta e Settanta”. Mutuando il concetto di “libera docenza ordinaria” dalle università (e applicandolo anche a tutti gli altri cicli scolastici primari e secondari) venne ratificato per legge il principio dell’autonomia iudicandi del direttore di ogni scuola.

Così da aprire le porte dell’insegnamento a chiunque, a insindacabile giudizio dei direttori e dei presidi, sembrasse in grado di “educare e formare bambini e ragazzi dai 5 ai 23 anni”. In una lunga intervista rilasciata al Foglio in quei mesi cruciali, Ferdinando Adornato – uno degli estensori del Manifesto programmatico dell’equiparazione – spiegò a chiare lettere: “Se Ungaretti ha potuto insegnare Letteratura italiana all’università La Sapienza di Roma senza essere laureato, perché ad esempio io non dovrei insegnare diritto internazionale nei licei; o storia dell’arte al Politecnico, visto che frequento con passione entrambe le materie da anni?”

Naturalmente, Eugenio fece da subito parte della larghissima fetta dei “tagliati fuori” per decisione ministeriale. Per tutto il 2006 e il 2007 riuscì a barcamenarsi tra supplenze saltuarie in due istituti diversi – distanti tra loro una trentina di chilometri – e speranze di revisione strutturale della Riforma, presto vanificate dalla crisi di governo del 2008 e dagli aggiornamenti costituzionali del 2009.

Nel settembre del 2009 Eugenio, dopo parecchi mesi di disoccupazione forzata, si trovò costretto ad accettare il ruolo di “insegnante ausiliario” per il teatro e le attività ricreative – una nuova qualifica professionale tutelata da contratti di lavoro semestrali – contemporaneamente, in una scuola media e in una scuola elementare di Roma.

Un lavoro, questo, che era stato molto utile alla famiglia Calveri; soprattutto in quel periodo di “rialzi programmati” del carovita. Nel 2010 (l’anno della “privatizzazione dissociata”), l’ospedale di Marino in cui Vittoria era stata trasferita d’ufficio, in seguito alla ristrutturazione del San Giovanni di Roma, venne chiuso per mancanza di fondi. E si ricorse – per lei e per tutto il resto del personale – a una forma di cassa integrazione leggera. Un terzo dello stipendio mensile, “a patto che ci si dichiarasse reperibili almeno otto ore al giorno per chiamate urgenti (in istituti ospedalieri a non più di dieci chilometri dal proprio luogo di abitazione)”.

Così erano trascorsi altri tre anni in cui Eugenio e Vittoria si erano dedicati alla blanda sopravvivenza: concentrandosi sulle spese utili, limitando gli acquisti voluttuari come libri e compact disc; facendo una lista rigorosa delle uscite mensili: il cinema ogni venti giorni; ristoranti o pizzerie una tantum, sfidando l’incoscienza casuale dell’umore.

Fino all’avvento dell’ipofasia di Dipentelz nelle loro vite, il momento più memorabile di quel triennio era stato quando, nel 2012, Eugenio era stato costretto dalle ristrutturazioni a cambiare scuola e ad accettare l’incarico di insegnante ausiliario alla Bettino Craxi di Ariccia.

Perché c’è sempre una storia universale di sottofondo,

nelle vite particolari degli individui. E l’esistenza “a recupero costante” di Vittoria e di Eugenio non era dissimile da quella di moltissimi loro connazionali. Il settanta per cento, a voler dare retta ai dati – soggetti peraltro a un ribasso pilotato – divulgati dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

La Riforma della scuola era solo uno degli aspetti della vita del Paese: e la storia recente della fine dell’istruzione pubblica solo uno dei rivoli che, interrogativi e sculettanti come bisce in un cesto da incantatori, confluiva poi nel fiume largo e fluido della storia italiana d’inizio secolo.

Tra il 2006 e il 2014 si erano alternati alla guida del Paese sei governi e otto presidenze del consiglio, tra “premier esecutivi” e primi ministri aggiunti.

Nella primavera del 2006 la maggioranza uscente era stata battuta di misura dall’opposizione di sinistra; per due anni il governo aveva, timidamente, cercato di riconsiderare, almeno, le decisioni prese dalla coalizione appena sconfitta. Ma, tra liti di partito e impossibilità strutturale di capire che l’elettorato di base della maggioranza in carica non era quello moderato, il governo riuscì a resistere – appunto – appena due anni: fino al 2008; quando si spaccò in una tale congerie di microalleanze che si dovette ricorrere alle elezioni anticipate. Vinte, di nuovo, dalla destra con oltre il sessanta per cento dei consensi.

Rinfrancato da un tale plebiscito, il nuovo governo in carica iniziò una serie di modifiche strutturali della Costituzione. Abrogò definitivamente i titoli provvisori, aggiunse precisazioni in chiave ipercattolica degli articoli inerenti la famiglia (specificando le distinzioni sessuali, prima lasciate implicitamente fuori dalla lettera del testo). Soprattutto innescò, a partire dal 2009, il meccanismo a orologeria che avrebbe condotto alla Grande Riforma Fiscale. Alla nuova ripartizione delle fasce erariali. All’idea delle tre fasi di inflazione “a rialzo programmato”.

Giulio Tremonti, rinominato a sorpresa ministro dell’economia, aveva ideato un piano di sviluppo a suo dire “semplice e risolutorio”. Bastava, secondo Tremonti, calcolare il tasso d’inflazione e “aumentarlo surretiziamente di due punti ogni anno per i tre anni  successivi”. In questo modo, spiegava il ministro, “la popolazione italiana si adeguerà, gradatamente, a sacrifici sempre più intensi che però, di qui a poco, porteranno al risanamento integrale delle finanze dello Stato”.

Ribaltando diametralmente le già fallaci teorie economiche degli anni precedenti, il ministero dell’economia aveva deciso di sottoporre il Paese a uno sforzo insensato e – dal punto di vista strettamente tecnico – privo di fondamento. Con inevitabile crollo, in Italia, del potere d’acquisto dell’euro e timidi accenni di dissenso da parte della Comunità Europea che rimasero, comunque, inascoltati.

Il contraccolpo della Grande Riforma Fiscale costrinse la maggioranza a un doppio rimpasto di governo tra il 2010 e il 2012. Il tempo giusto per mettere mano all’ultima delle grandi opere, la ricomposizione del sistema elettorale.

Sul modello delle squadre di calcio, venne proposto il sistema del “premierato oligarchico”. Le strade vennero tappezzate di manifesti inneggianti a questo modulo “più democratico e liberista”. Al premier esecutivo designato – espresso dalla coalizione vincitrice – si sarebbe affiancato il primo ministro aggiunto: a scelta, il candidato più votato o il leader dell’opposizione. “Questo”, aveva detto Silvio Berlusconi, “garantirà una maggiore, più ecumenica, governabilità”.

Il nuovo corso creò evidentemente problemi iniziali di adattamento. Nel giugno 2012 Giuliano Amato si insediò come premier della maggioranza e Silvio Berlusconi come primo ministro aggiunto. Ma le pressioni dell’estrema sinistra portarono Amato, da lì a un anno, alle dimissioni. In luogo del ritorno alle urne, il presidente della Repubblica consigliò un rimpasto di maggioranza. Tanto che il posto di premier vacante venne assegnato a Enrico Letta. Recisa via per sempre la componente di estrema sinistra dell’esecutivo, Letta – sotto il sole sbiadito del febbraio del 2013 – sembrò l’anestesia adatta per la febbre malarica che andava covando nella palude bicamerale.

E la biga Letta-Berlusconi resisteva ormai da venti mesi alle redini del governo di unione nazionale permanente. Questo, malgrado la crisi economica e sociale più disastrosa e duratura della storia repubblicana».

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