Giulio Ulisse Arata Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giulio-ulisse-arata/ un blog di approfondimento culturale Wed, 23 Sep 2015 10:38:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giulio Ulisse Arata Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giulio-ulisse-arata/ 32 32 Vite vere che sembrano fiction https://minimaetmoralia.it/arte/vite-vere-che-sembrano-fiction/ https://minimaetmoralia.it/arte/vite-vere-che-sembrano-fiction/#respond Wed, 23 Sep 2015 13:00:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28550 (nell'immagine lo scultore Rembrandt Bugatti)

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Qualche settimana dopo il suicidio di Rembrandt Bugatti, avvenuto a Parigi l’8 gennaio 1916, Giulio Ulisse Arata, amico dello scultore scomparso, lo ricorda scrivendo che «Bugatti aveva vissuto nella vita come un estraneo». Nel valere da epigrafe di qualcuno che nei trentadue anni della sua esistenza – era nato a Milano nel 1884, fratello di Ettore, il fondatore della casa automobilistica – fu sempre mitemente avulso, queste parole descrivono il complesso di figure su cui Edgardo Franzosini si è concentrato nei suoi libri. Sulla falsariga delle Vite immaginarie di Marcel Schwob, nel tempo Franzosini ha ricostruito – e dunque reinventato – la biografia di colui che fu talmente vampiro al cinema da finire per persuadersi di esserlo davvero (Bela Lugosi), così come l’impresa di chi per trent’anni, a Chartres, foderò le superfici della sua casa con frammenti di stoviglie provenienti dalla discarica di cui era custode (Raymond Isidore e la sua cattedrale). Personaggi davanti ai quali dubitiamo non riuscendo a capire se siano davvero vissuti o se non siano invece straordinari imbrogli letterari.

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bugatti

(nell’immagine lo scultore Rembrandt Bugatti)

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Qualche settimana dopo il suicidio di Rembrandt Bugatti, avvenuto a Parigi l’8 gennaio 1916, Giulio Ulisse Arata, amico dello scultore scomparso, lo ricorda scrivendo che «Bugatti aveva vissuto nella vita come un estraneo». Nel valere da epigrafe di qualcuno che nei trentadue anni della sua esistenza – era nato a Milano nel 1884, fratello di Ettore, il fondatore della casa automobilistica – fu sempre mitemente avulso, queste parole descrivono il complesso di figure su cui Edgardo Franzosini si è concentrato nei suoi libri. Sulla falsariga delle Vite immaginarie di Marcel Schwob, nel tempo Franzosini ha ricostruito – e dunque reinventato – la biografia di colui che fu talmente vampiro al cinema da finire per persuadersi di esserlo davvero (Bela Lugosi), così come l’impresa di chi per trent’anni, a Chartres, foderò le superfici della sua casa con frammenti di stoviglie provenienti dalla discarica di cui era custode (Raymond Isidore e la sua cattedrale). Personaggi davanti ai quali dubitiamo non riuscendo a capire se siano davvero vissuti o se non siano invece straordinari imbrogli letterari.

Nell’attesa che dello scrittore brianzolo venga ripubblicato Il mangiatore di carta, il magnifico esordio edito da SugarCo nel 1989 e indisponibile da troppo tempo (la storia di uno scrivano bibliofago che si nutriva della sua stessa scrittura), in Questa vita tuttavia mi pesa molto, appena uscito per Adelphi, l’attitudine di Franzosini a comporre ritratti in cui veridico e implausibile si compenetrano muove verso una tonalità più malinconica.

Dopo gli studi a Brera, Bugatti si divide tra Parigi e Anversa; non solo per ragioni artistiche ma anche per restare a contatto con la sua ossessione: tanto nella capitale francese che nella città belga lo scultore raggiunge tutti i giorni lo zoo, si siede su un secchio capovolto davanti agli animali e li osserva per ore. Per farne il soggetto delle sue opere, certo, ma anche perché dalla percezione della loro vita ricava una consapevolezza liberatoria: negli animali non c’è progresso, e ciò li pone al di fuori della Storia.

Dunque da qualcosa che in quegli anni coincide con lo scoppio della guerra e con un fatto specifico, terribile e grottesco: per evitare che a causa dei bombardamenti tedeschi gli animali dello zoo di Anversa fuggano dalle gabbie, si ordina che un plotone di soldati penetri all’alba nel giardino zoologico e uccida tutti i suoi ospiti. Un episodio che condurrà lo scultore a un distacco dalle cose irriducibile e definitivo.

Di Bugatti restano i bronzi di elefanti, antilopi, rinoceronti, pantere e marabù, e la tenerezza (in realtà una specie di nostalgia) nei confronti della loro fragile invulnerabile ignoranza: che poi – e Rembrandt «l’estraneo» lo sapeva bene – non è che una forma di conoscenza.

 

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