Giuseppe Garibaldi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giuseppe-garibaldi/ un blog di approfondimento culturale Sun, 21 Aug 2016 10:47:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giuseppe Garibaldi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giuseppe-garibaldi/ 32 32 L’antifascismo risorgimentale di Leone Ginzburg https://minimaetmoralia.it/libri/lantifascismo-risorgimentale-di-leone-ginzburg/ https://minimaetmoralia.it/libri/lantifascismo-risorgimentale-di-leone-ginzburg/#comments Fri, 09 Oct 2015 13:30:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28699 (Nella foto: Cesare Pavese, Leone Ginzburg, Franco Antonicelli e Carlo Frassinelli. Fonte immagine)

Una versione ridotta di questo articolo è uscita su L'indice dei libri del mese.

di Danilo Breschi

L’8 gennaio del 1934 Leone Ginzburg rifiutò di giurare fedeltà al fascismo. Decretato nell’agosto del 1931 ed entrato in vigore nell’ottobre di quell’anno, l’obbligo ai professori universitari di prestare giuramento di fedeltà non solo alla “patria”, come recitava un regolamento generale del 1924, ma anche al “regime fascista” fu respinto soltanto da tredici professori ordinari di università statali che, così facendo, persero cattedra, stipendio e pensione. Tredici su milletrecento. Ginzburg non è ancora professore di ruolo, ma libero docente di letteratura russa presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Torino. Ha soltanto venticinque anni.

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pavese ginzburg

(Nella foto: Cesare Pavese, Leone Ginzburg, Franco Antonicelli e Carlo Frassinelli. Fonte immagine)

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di Danilo Breschi

L’8 gennaio del 1934 Leone Ginzburg rifiutò di giurare fedeltà al fascismo. Decretato nell’agosto del 1931 ed entrato in vigore nell’ottobre di quell’anno, l’obbligo ai professori universitari di prestare giuramento di fedeltà non solo alla “patria”, come recitava un regolamento generale del 1924, ma anche al “regime fascista” fu respinto soltanto da tredici professori ordinari di università statali che, così facendo, persero cattedra, stipendio e pensione. Tredici su milletrecento. Ginzburg non è ancora professore di ruolo, ma libero docente di letteratura russa presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Torino. Ha soltanto venticinque anni.

Al fiero rifiuto seguirono per Ginzburg due anni di carcere. Un precoce combattente della Resistenza, che non imbraccerà mai le armi, risultando tuttavia uno fra i più integerrimi e tenaci avversari del regime. Collaborò alla fondazione della casa editrice Einaudi e cominciò a organizzare la dissidenza nel mondo intellettuale torinese già prima dell’arresto, riprendendo tale attività subito dopo la scarcerazione.
Norberto Bobbio, suo coetaneo e compagno di classe, ha ricordato come, studente di prima liceo al d’Azeglio di Torino, Ginzburg in “ciò che diceva portava l’impronta di una personalità ormai formata che non si lasciava guidare dall’opinione corrente”.

La sua vita, pur breve, è un vero romanzo. Lo conferma Antonio Scurati che su questa tanto avventurosa quanto reale biografia ha incentrato buona parte del suo ultimo libro, Il tempo migliore della nostra vita (Bompiani), ottenendo fra l’altro il Premio Viareggio 2015 per la narrativa. Nell’incipit di questo romanzo si legge: “Chissà se Ginzburg, scrivendo quella lettera di resistenza, avrà gioito? Rinunciando a una brillante carriera, infrangendo la giovane promessa, avrà gioito, Leone? […] Noi che abbiamo avuto la sorte di nascere in un cantuccio di mondo agiato e protetto, noi non lo sappiamo cosa si prova in quei momenti, probabilmente non lo sapremo mai”.

La biografia di Ginzburg è quella di un singolo, ma anche di un intero popolo, quello ebraico, travolto dalla storia del Novecento che soffiò da Est verso Ovest. Figura degna di grande ammirazione per il coraggio delle proprie scelte e il rigore morale con cui le difese fino al sacrificio estremo. Morirà infatti a soli trentacinque anni, in carcere, il 5 febbraio del 1944, a seguito delle torture subite dai tedeschi.

Nel breve saggio Ginzburg ora ristampato dall’editore Castelvecchi ci rivela da quali idee e quali personaggi della storia trasse esempio e stimolo all’azione. Pubblicato in “La Cultura” nel 1932, lo scritto sui rapporti tra Giuseppe Garibaldi e Aleksandr Herzen ci dice infatti quanto importante sia stato il Risorgimento nell’alimentare ideali di opposizione al fascismo che non fossero totalmente debitori di ideologie nate e maturate altrove. Dal punto di vista più strettamente storiografico, Ginzburg rinviene nella figura di Herzen la chiave di accesso al complesso e ambivalente rapporto tra Mazzini e Garibaldi. Un contrasto di metodo, quello fra i due; così lo ritenne il giovane studioso antifascista. Herzen avvertì sempre nel primo un’intransigenza ideologica (“un monaco medievale”, ebbe a definirlo), che nel secondo era mitigata dal “buon senso” e dalla duttilità proprio dell’uomo d’armi e d’azione.

Garibaldi, nell’attenta ricostruzione che Ginzburg compie grazie a lettere e documenti dell’epoca, fino allora sconosciuti, mostra sia un’acuta conoscenza di Mazzini, di cui afferma che “conosce l’Italia colta e ne signoreggia le coscienze” ma “gode d’avere insegnato ai suoi allievi a irritare il Piemonte”, sia la consapevolezza altrettanto profonda di come il popolo italiano cerchi anzitutto l’indipendenza dallo straniero non comprendendo a che pro scagliarsi “contro l’unico regno forte d’Italia”. Il riavvicinamento, sincero, fra i due avverrà solo a unificazione compiuta, e ad unirli sarà, una volta presa anche Roma, la comune critica alla carente, se non assente, politica sociale dei governi del regno. Su questo convergeva anche l’ultimo Herzen, artefice di quel riavvicinamento sancito nella sua dimora di Londra il 17 aprile 1864.

Scrive, in conclusione, lo stesso Ginzburg: “mancava ogni accenno a quella che già allora si chiamava ‘questione sociale’, a una libertà da cui scaturissero, prima dei diritti politici, la dignità e l’indipendenza per la classi umili, diseredate”. Nascevano così le premesse di quel mito del “Risorgimento tradito” che, elaborato lungo un percorso politico-culturale che va da Oriani a Missiroli a Gobetti, avrebbe attraversato fascismo e antifascismo, e che tanta influenza ha infine esercitato sulla cultura politica dell’Italia repubblicana, tra aspettative e frustrazioni, entusiasmi e risentimenti, depositandovi tracce profonde.

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Settant’anni dopo Carlo Levi, fermarsi a Eboli oggi https://minimaetmoralia.it/letteratura/settantanni-dopo-carlo-levi-fermarsi-a-eboli-oggi/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/settantanni-dopo-carlo-levi-fermarsi-a-eboli-oggi/#comments Fri, 06 Mar 2015 06:00:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25606 Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l'autrice e la testata. (Nell'immagine, "Lucania" di Carlo Levi . Fonte immagine)

EBOLI (Salerno) «Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania». In piazza Carlo Levi, queste prime righe di Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi sono scolpite sul piedistallo del busto di Carlo Levi, eseguito da studenti e insegnanti del liceo artistico Carlo Levi. In calce: La città di Eboli a ringraziamento per la notorietà resa, 4 settembre 1999.

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Telero-homeQuesto articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autrice e la testata. (Nell’immagine, “Lucania” di Carlo Levi . Fonte immagine)

EBOLI (Salerno) «Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania». In piazza Carlo Levi, queste prime righe di Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi sono scolpite sul piedistallo del busto di Carlo Levi, eseguito da studenti e insegnanti del liceo artistico Carlo Levi. In calce: La città di Eboli a ringraziamento per la notorietà resa, 4 settembre 1999.

Nella vita, diceva Oscar Wilde, c’è solo una cosa peggiore dell’essere chiacchierati, ed è non esserlo affatto. Quindi la cittadinanza rende grazie. Perché nonostante i reperti neolitici, la dignità di Municipium, il castello eretto da Roberto il Guiscardo, la casa dove dormì Garibaldi la notte prima di entrare a Napoli, il Me ne frego! (delle sanzioni) pronunciato da Mussolini proprio qui, Eboli stava uscendo dalla Storia. Ma Levi  ce l’ha rinfilata con il suo romanzo autobiografico che racconta undici mesi di confino trascorsi fra il 1935 e il 1936 prima a Grassano, distante 128 chilometri e poi ad Aliano (140 km), nella desolata Lucania, appunto. Che è una regione storica dell’Italia antica cui Eboli (28 mila anime) formalmente, non appartiene da secoli. Levi la cita come confine tra due mondi e due tempi: dove i contadini erano trattati da cristiani, cioè da uomini, e dove invece da bestie.

Un ragazzo che ha tentato la fortuna a Melbourne mi racconta: «Quando gli australiani  mi chiedevano da dove venivo e rispondevo Eboli, la reazione era: Ah, where Christ stopped». E lui si compiaceva per la notorietà di cui sopra, senza stare tanto a sottilizzare.  Altri sottilizzano, con ammaccato orgoglio meridionale: «Il problema è capire se Cristo veniva da Sud o da Nord». Ma il problema è un altro: che ha fatto poi Cristo? È andato avanti portando speranza, progresso e giustizia sociale o si è arreso? A settant’anni dalla pubblicazione di questo libro meraviglioso che rilanciò in modo inedito e controverso (specie nel Pci) la questione meridionale, a quaranta dalla morte di Levi e a due mesi da quella di Francesco Rosi, che nel 1979 trasformò in film il romanzo, è il caso di domandarlo.

Sarà la crisi, il clima uggioso, i tanti afflitti raccolti nella sua chiesa (che risale al 1260), ma don Alfonso, parroco di San Francesco, non trova un altro aggettivo per definire la situazione: drammatica. «Con orgoglio e tristezza, devo dire che siamo il punto di riferimento di antichi e nuovi bisogni, di braccianti stranieri e gente di qui, dei padri di famiglia disperati. Assaporiamo l’impotenza che genera sconforto e la Chiesa torna ad essere la fontana del villaggio, ma non era questo che volevamo». Don Alfonso ne ha viste, anche la guerra in Ruanda, non porta la tonaca, ma la giacca a vento. E affonda: «Vedo un’incertezza politica e una mancanza di spessore culturale che ostacola la ricerca del bene comune: appena c’è un’iniziativa è subito osteggiata. Bisogna trovare un comun denominatore, la dimensione religiosa potrebbe aiutare. Oggi sarebbe anacronistico proporre divisioni».

La concordia non è virtù dei politici ebolitani: la giunta di centro sinistra si è sciolta a settembre. L’ex sindaco pd Martino Melchionda liquida l’evento con sufficienza: «Una lotta fra tribù locali. Un altro clan ha sabotato la maggioranza». Clan, tribù: le primarie del Pd di Eboli per le elezioni di marzo saranno bellicose. Si maligna che la giunta Melchionda abbia preferito suicidarsi con lo scioglimento ordinario per evitare gli spiacevoli effetti di quello straordinario: l’ indagine giudiziaria.

L’opposizione schiera l’astrofisico Erasmo Venosi per i  5 Stelle; un po’ di sano familismo con il giovane FI Damiano Cardiello, figlio del senatore azzurro Franco; e il trasformismo estremo di Massimo Cariello, ex Dc, Rete, Rifondazione e ora nel Nuovo Psi del governatore Caldoro.  Incontrandolo nel passeggio domenicale, spiega così la sterzata a destra: «A sinistra qui sono tutti camorristi». Forse  ce ne sono pure a destra: nella vicina Battipaglia, il sindaco Udc Giovanni Santomauro è stato arrestato nel 2013 e il Comune sciolto per infiltrazioni mafiose. Prima di traslocare a Battipaglia, Santomauro era il segretario comunale di Eboli.

Nella Piana del Sele, la camorra non è appariscente come nel Napoletano o nel Casertano, ma nel 1979 Raffaele Cutolo è stato arrestato in un casolare di Albanella, comune assai rurale confinante con Eboli. Anche il clan dominate aveva un nome assai rurale: Maiale. Gli anni Ottanta furono selvaggi. Decine di morti, gli affari sporchi della ricostruzione dopo il terremoto che aveva dato il colpo di grazia al centro storico, già devastato dalle bombe del 1943, i boss che  tenevano i politici a braccetto, o un po’ più giù.  Si aprirono due discariche in puro  stile Terra dei Fuochi, ma più contenute, che hanno prodotto torrenti di percolato alla faccia dei fertili campi e delle serre della Piana.  Nel 1996, l’Operazione California della Procura di Salerno ha dato una ripulita e di lì a poco il sindaco di Rifondazione Gerardo Rosalia ha bonificato il litorale con le ruspe: giù 437 villette abusive dei soliti noti. E poi? Giù con nuovi condoni di Stato.

Anche il commissario prefettizio Vincenza Filippi si è messo a far pulizia, per  esempio  con lo sportello Sos imprese contro le estorsioni. Nemmeno in Comune era tutto specchiato: però in una città disoccupata al venti per cento, con i ragazzi, laureati e non, che scappano in cerca di lavoro, ha trovato un’inaspettata vitalità: «C’è gente che si impegna, i giovani imprenditori dell’eno-gastronomico, le associazioni di volontariato, le madri che  si mobilitano contro la chiusura del  reparto di Ostetricia dell’ospedale. Il tessuto sociale c’è».

C’è, c’è. Magari frastagliato, con troppe associazioni di due persone e poche di molti, tante iniziative d’impresa che non riescono a fare network. Tenta di metterli in rete weboli.it, portale turistico e culturale, che segnala e connette il bello e il buono della città.  Poi ci sono quelli del Moa, praticamente dei volontari che nel 2012 hanno allestito nel complesso monumentale di Sant’Antonio il Museum of Operation Avalanche, dove lo sbarco alleato del 1943 viene raccontato con le strepitose fotografie dei soldati, ma anche della popolazione locale, scovate nei National Archives di Washington, e con reperti bellici, gavette, giornali, e una sala emozionale che ricostruisce le fasi dell’operazione. Uno dei molti pregi del Moa è che per arrivarci bisogna arrampicarsi per il centro storico dissennatamente aperto traffico, scoprendo così (oltre  ruderi  ed  ecomostri  sequestrati da decenni) antiche bellezze insospettabili dall’autostrada o dalla disastrata stazione che accolse la salma di Levi diretta verso il cimitero di Aliano, dove riposa. (Molti dei cinquantenni con cui parlo andarono con le scuole a omaggiarla).

«Siamo il più grande contenitore di eventi culturali della Piana; convegni, spettacoli, feste: si fa tutto qui.  Ma non abbiamo accesso ai fondi europei perché ci manca il certificato di prevenzione incendi» dice Marco  Botta, presidente del museo. «Abbiamo regalato il progetto del piano antincendio al Comune: deve solo firmarlo. Ma la firma non arriva».

Le cose non sono sempre andate così:  «Questa, fino all’ Ottocento, era un’area agricola avanzatissima, Giustino Fotunato lo definiva un modello virtuoso per tutta l’Italia» ricorda lo storico Giuseppe Fresolone. «Fino agli anni Settanta eravamo il più grande polo agricolo della Campania, poi ci sono stati i dissennati piani industriali che hanno bruciato soldi e suolo. Ma qui la modernità è la ruralità». Si parla della formula Matera, cioè territorio&cultura, o del modello rinascimentale (toscano) per rimettere ordine tra città e campagna. Ci ha provato nel 2003 il piano regolatore coordinato da Vezio De Lucia, che ha posto qualche vincolo. Ma, vista dall’alto, la Piana del Sele è una distesa caotica di brutte casette moderne e abbacinanti teloni di plastica che coprono le enormi serre dove si produce l’oro di Eboli e dintorni: la quarta gamma, ovvero le insalate in bustina che non devi neanche lavare e che insieme a mozzarelle, pomodori, carciofi e ortaggi vari mandano avanti l’economia. Insieme a un terziario assistenziale e stracco.

L’agricoltura, sebbene sotto plastica, consente di mantenere un’identità sempre più slabbrata. Un’identità che gli ebolitani di buona volontà tentano di ricucire. Prendiamo il pensiero magico, che tanta parte occupa nel libro di Levi: Magia, fatture e pozioni nella Lucania antica è l’ultima fatica di Giuseppe Barra, ricercatore storico ed editore. Dal malocchi agli specchi velati nelle case dei morti (per impedire che le anime, riflettendosi, perdano la strada), dai lupi mannari all’usanza di fornire al caro estinto pettine, occhiali e denaro per affrontare l’estremo viaggio,  Barra elenca tutte le credenze che, dice, persistono. Nel popolo, nella borghesia e tra i laureati. «A mio padre gli hanno voluto mettere pure le pantofole nella bara». Anche questo può servire: in fin dei conti Melpignano non ha costruito la sua fortuna sulla notte della Taranta?

Tra le eccentricità di Eboli si segnala l’orafo Rosmundo Giarletta, ordinato  cavaliere da Ranieri di Monaco, discendente dei marchesi di Campagna, comune non lontano da qui, ottenuto per fedeltà (o a saldo di un debito) da Carlo V. Era innamorato, Ranieri, dei laboriosissimi lavori in oro traforato e pietre di Rasmundo. Gli ha commissionato stemmi, gemelli, gioielli e quant’altro e gli ha chiesto di trasferirsi a Montecarlo. Ha ricevuto un cortese e netto rifiuto perché Rosmundo vuol stare qui:  ha aperto bottega a Corso Garibaldi, sperando di rivitalizzare il centro storico. Che, a parte qualche ristorante cool, è abbastanza deserto. Perché il sabato pomeriggio gli ebolitani preferiscono i centri commerciali. Sorti come funghi in una notte di nebbia.

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A luz do Sul https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/a-luz-do-sul/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/a-luz-do-sul/#respond Fri, 20 Jan 2012 07:57:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6232 L’immaginario album fotografico di Giuseppe Garibaldi in Sudamerica, cioè quando Garibaldi combatteva col nonno di Borges a Montevideo…

di Fabio Stassi

Primo scatto: Marsiglia, il porto. Nel fondo si distingue con chiarezza la dogana, il faro, l’insenatura. È il 1835. Un uomo di 27 anni aspetta sulla banchina di essere imbarcato su una nave francese, il Nautonnier. Una nave vecchia di tre lustri, 204 tonnellate di stazza. Destinazione Rio de Janeiro, lungo la rotta tradizionale delle Canarie e delle isole di Capo Verde. 70 giorni di navigazione.

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L’immaginario album fotografico di Giuseppe Garibaldi in Sudamerica, cioè quando Garibaldi combatteva col nonno di Borges a Montevideo…

di Fabio Stassi

Primo scatto: Marsiglia, il porto. Nel fondo si distingue con chiarezza la dogana, il faro, l’insenatura. È il 1835. Un uomo di 27 anni aspetta sulla banchina di essere imbarcato su una nave francese, il Nautonnier. Una nave vecchia di tre lustri, 204 tonnellate di stazza. Destinazione Rio de Janeiro, lungo la rotta tradizionale delle Canarie e delle isole di Capo Verde. 70 giorni di navigazione.
L’uomo dichiara di chiamarsi Joseph Pane, ma è un nome falso. In realtà è un italiano. Di Nizza. Un marinaio. Ha già navigato fino al Mar Nero e visto Odessa, Smirne, Costantinopoli, Tunisi. Negli ultimi mesi, si è segnalato come volontario durante la pestilenza di colera che ha flagellato la città. Alcuni dicono che sulla sua testa pende una condanna a morte in contumacia del Re di Sardegna come “nemico della Patria e dello Stato” e membro di una società segreta. Bastano poche parole, con il capitano. Una stretta di mano. Se vuole salire a bordo, si dovrà accontentare di una paga comune, anche se in viaggio dovesse servire da secondo ufficiale. L’uomo sale la passerella. Non ha gli occhi di uno che fugge dal colera. Né da Casa Savoia o dagli austriaci. Ha lo sguardo di uno che va incontro al suo destino, scriverà Dumas padre.
Naturalmente, questa foto non esiste. Ci vorranno ancora due anni perché Joseph Nicephore Niepce e Louis Daguerre imprimano su una lastra di rame il primo dagherrotipo della storia, l’Atelier de l’artiste. Ma già da qualche tempo, in Brasile, un tipografo registrato all’anagrafe come Antoine Hercule Romuald Florence giura di avere trovato il modo di fissare la realtà su carta imbevuta di nitrato d’argento: alle sue riproduzioni ha dato lo strano nome di fotografie.
Ora proviamo a immaginare che la mattina che l’italiano scese a Rio da una scialuppa manovrata a remi da una squadra di schiavi abbia incontrato alla baia di Guanabara un assistente di Hercules Florence, intento a fermare per sempre il profilo del Pan di Zucchero su una pellicola chimica. I due si guardano, incuriositi, scambiano qualche battuta, si presentano. Giuseppe Garibaldi, dice l’italiano. Aurelio Gato Maggio, dice l’altro, di padre italiano anche lui, e gli mostra l’invenzione di Florence. Garibaldi ne intuisce subito le grandi potenzialità; l’altro annusa invece il fascino dell’uomo che ha appena conosciuto. Un giorno le sue foto varranno una fortuna, pronostica. Sull’onda di un’ispirazione, gli propone di mettersi al suo servizio. Da allora comincia un sodalizio che durerà tredici anni.

Secondo scatto: il quartier generale degli esuli italiani a Rio. È una casa bianca dalla quale sventola un enorme tricolore. Qui Garibaldi ha trovato altri amici. Si è legato a uno, in particolare: Luigi Rossetti, uno che scrive bene, un giornalista senza lavoro, come gli altri, ma pieno di entusiasmo e di passione civile. Insieme a lui e a Gato, che ormai è la sua ombra fotografica, l’italiano si mette in affari: trasporto e vendita di spaghetti e di altre derrate alimentari tra Rio e il villaggio di Cabo Frio. Dura meno di un anno: come imprenditori questi italiani sono un fallimento.
Nell’album di Gato, di questo periodo non sono riportati altri fatti importanti, se non il salvataggio di uno schiavo da parte di Garibaldi, al porto di Rio, a nuoto, tanto per tenersi in esercizio.

Terzo scatto: il forestiero è sul ponte di una piccola nave di venti tonnellate. Sei italiani e due maltesi come equipaggio. Più Rossetti e Gato, naturalmente. E cinque schiavi. Si è messo in contatto con i ribelli del Rio Grande do Sul e il generale Gonçalves gli ha spedito le lettere di marca che ne autorizzano la guerra di corsa contro le navi brasiliane. La bandiera della Repubblica è rossa, gialla e verde. Ufficialmente Garibaldi si fa chiamare Cipriano Alves e trasporta un carico di carne. Il suo primo atto di pirateria sarà quello di impossessarsi di una nave più grande, piena di caffè, la Luisa. Ne cancella il nome sulla fiancata e vi riscrive quello di Mazzini.

Quarto scatto: estuario del Plata. Tra strisce di sabbia e di verde. Lo intercetta una nave militare, al largo. Il primo a essere colpito è il timoniere. Garibaldi lo sostituisce, ma una seconda pallottola di piombo lo colpisce sotto l’orecchio e gli si conficca nel collo. Gato sa che molti altri fotografi immortaleranno nel prossimo secolo l’esatto momento in cui un combattente verrà centrato da un’arma da fuoco, ma nessuno potrà vantarsi di essere stato il primo. Se sopravvive, questo giovane si farà un nome, pensa Gato. Ma ha paura. Per fortuna, la ferita non è mortale. Il Mazzini punta su Santa Fe. A Gualeguay, 12 giorni dopo, un medico che diventerà un celebre chirurgo, Ramón del Arco, opera Garibaldi nella casa di un mercante catalano, senza anestesia. Il pirata riograndese, come ormai lo chiama la stampa, è salvo.
È l’inizio del 1838. Sulla parola lo tengono in uno stato di semilibertà. Lui ne approfitta per riprendersi e per imparare a cavalcare. Le foto di Gato di questi mesi sono molto belle: lo ritraggono con una fasciatura intorno al collo, in sella a uno splendido cavallo. Ma l’italiano non sa starsene tranquillo e una notte tenta la fuga. Il piano fallisce in poche ore. La guida che deve portarlo fuori dalla foresta scappa e lo denuncia. In città, il comandante Millan gli sferra un colpo di scudiscio sul volto. Garibaldi gli sputa.

Il quinto scatto lo mostra appeso a una trave dalle braccia. Suda. Ha i capelli lunghi, la barba incolta, il volto vistosamente provato. È la prima volta che fa esperienza della tortura, e la prima è sempre la più brutale. Da allora, soffrirà ogni cambio di stagione alle giunture delle braccia.
Dopo due mesi di prigionia a Paranà, il governatore lo lascia libero, e lui e Gato prendono la prima nave per Montevideo. La città si rivela loro nella luce incantata della mattina come sarebbe apparsa molti anni dopo a un poeta italiano: una bianca città addormentata / ai piedi dei picchi altissimi dei vulcani spenti / nel soffio torbido dell’equatore. Si nascondono per un mese a casa di Rossetti, poi ripartono per il Rio Grande. 480 chilometri a cavallo lungo le pianure dell’Uruguay. Insieme a un inglese di nome Grigg, Garibaldi prende il comando della marina della Repubblica. Due sole navi e 60 membri d’equipaggio contro le 67 della marina brasiliana, per un totale di 350 cannoni e 2830 marinai.

Garibaldi chiama la sua nave Farroupilha, da farrapos, che vuol dire canaglia. Prende il grado di tenente capitano. Nell’inverno del 1838 calano a picco parecchie navi mercantili. Ma il sesto scatto lo mostra in una estancia, con indosso un poncho, mentre beve una tazza di mate e studia una carta geografica. È un periodo di stallo marittimo. Gli dà la caccia un tipo che si fa chiamare la faina, Moringue. Arriva a circondarlo con 150 uomini e a bucargli il poncho con una lancia. Ma Garibaldi gli sfugge sempre. E trova anche il tempo di flirtare con la figlia di un possidente terriero. In Brasile, sarà materia di una fortunata telenovela.

Le due navi della marina riograndese sono ancora bloccate nella baia di Laguna dos Patos. C’è solo un modo per riprendere a combattere. Cambiare nome alle imbarcazioni e trascinarle via terra nell’Atlantico. Il settimo scatto è uno dei più famosi dell’intera storia brasiliana: due carri serrati da una trave e trainati da duecento buoi in marcia per tre giorni, le imbarcazioni sopra. Ogni carro ha quattro ruote di tre metri di diametro. I contadini, al loro passaggio, smettono di lavorare. I carri, oggi, si possono ammirare al museo di Porto Alegre.

Purtroppo il giorno dopo che la Farroupilha è stata ributtata a mare si alza il pampero, un vento forte e freddo, di provenienza antartica. La nave naufraga rovinosamente senza riuscire a rientrare in porto. Annegano in 16 su 30. Garibaldi si aggrappa a un legno e si salva solo per le sue doti di nuotatore. L’ottavo scatto lo riprende in lacrime, sulla spiaggia.

I riograndesi conquistano comunque Laguna. A Garibaldi affidano un’altra nave, l’Itaparica, perché operi sulla costa atlantica. E a Laguna, nell’estate del trentanove, avviene il leggendario incontro tra il corsaro straniero e la giovane indigena di nome Anita. Lui ha trentadue anni, lei meno di venti. Nei dipinti, ci sono un’infinità di varianti: da Garibaldi che scruta col cannocchiale dal ponte della sua nave e dice “quella donna deve essere mia” a lei appoggiata sul muro bianco di un giardino, con la sua chioma nera e l’espressione luminosa. La fotografia è più fedele. Il nono scatto mostra Garibaldi che consegna in ogni casa di Laguna biglietti d’alloggio per i suoi soldati. In una lo invitano a entrare e gli offrono un caffè. Forse è il fratello di Anita, forse una sorella di nome Sicilia. Anita gli serve la bevanda. Non è bella come la dipingeranno, ma ha mani lunghe, capaci di tenere saldamente le redini di un cavallo, anche se non sanno scrivere. I lineamenti un po’ duri. Il taglio degli occhi particolare. Il suo nome esatto è Anna Maria de Jesus, ma è conosciuta più semplicemente come Annita Bentos. È figlia di un contadino brasiliano della provincia di São Paulo, emigrato al Sud e morto quando lei era bambina. È sposata a un pescatore o calzolaio, un tale Manoel Duarte. Della sua abilità in sella, ne parla tutto il villaggio.
Che non le difetta la personalità lo dimostra subito: la sua condizione di donna maritata non le impedisce di seguire quest’uomo: Garibau, o Garibaugi, come lo chiama lei.

Il decimo scatto ce la mostra in battaglia, sulla nave. La investe una palla di cannone che uccide due marinai. Lei si rialza incolume e incita gli altri uomini alla lotta, maledicendo i vigliacchi. Quella volta, i riograndesi si salvano soltanto per avere colpito a morte il comandante della nave brasiliana. Ma gli scontri si infittiscono. L’inglese Grigg viene fatto a pezzi da una granata. Alcuni uomini disertano, altri concepiscono figli, altri ancora giocano a carte usando i corpi dei cadaveri come tavoli e porta candele.
Le avventure si succedono una dietro l’altra. Qualche tempo dopo, Anita è disarcionata da un cavallo e presa prigioniera. Nella caduta, rischia di compromettere la sua prima gravidanza. Al campo nemico, le dicono che il suo Garibau è morto in battaglia. Ma lei non lo vede tra i cadaveri e la notte fugge, nascondendosi nella foresta.

L’undicesimo scatto la vede madre. È il 16 settembre del quaranta, ma non c’è tempo per essere felici. Menotti non ha 12 giorni che bisogna scappare. 650 chilometri di marcia. Miracolosamente, il piccolo sopravvive agli stenti, alla fatica e al freddo. Sei mesi dopo, Garibaldi decide di trasferirsi a Montevideo. Almeno per un po’. Dice a Gonçalves di voler sapere notizie dai suoi parenti in Italia. Il generale lo capisce e gli regala 900 capi di bestiame per i servigi che ha reso alla repubblica. Ma nel viaggio, Garibaldi e Anita perdono quasi l’intera mandria e arrivano a Montevideo senza denaro. È il 17 giugno del 1841. Prendono alloggio in una casa di pietra bianca con un tetto a terrazza, in calle 25 de Majo: una sola stanza al pianterreno. La cucina è condivisa con altre quattro famiglie. Garibaldi trova lavoro prima come mediatore di noli, poi come insegnante di matematica in una scuola italiana, attività che aveva già svolto a Costantinopoli.

Il dodicesimo scatto è uno scatto di cerimonia. È una bella giornata di fine marzo del 1842. Gato li aspetta all’uscita della chiesa di San Francesco d’Assisi. Anita e Giuseppe si sono appena sposati. Nel registro parrocchiale non si fa naturalmente menzione né di Menotti né di Duarte, di cui forse ad Anita era giunta la notizia della morte.
Dopo il matrimonio, Garibaldi si arruola nella marina uruguayana per combattere la guerra contro l’Argentina. È nominato colonnello. Gli affidano un equipaggio di facce patibolari e una spedizione al Paranà. La nave si incaglia in un banco di sabbia, e si salva solo per la nebbia. Ma a Costa Brava lo raggiunge l’ammiraglio Brown. Garibaldi combatte valorosamente ma in due giorni perde quasi trecento uomini e deve ritirarsi via terra.

Nel villaggio di Santa Lucia si ferma due mesi. Qui Gato gli ruba una posa insolita, mentre incide il suo nome sulla porta di una chiesa. Ha un’aria malinconica. Aveva appena avuto un’avventura con una ragazza di nome Lucia Esteche, che resterà incinta. La figlia si chiamerà Margarita, Margarita Garibaldi; lui non la conoscerà mai ma si terrà con lei in contatto epistolare fino alla fine della sua vita.

Dal quattordicesimo scatto in poi, l’album di Gato documenta l’assedio di Montevideo. Le bombe sulla città. La resistenza della popolazione. I bambini in armi. I degollador argentini che uccidono i prigionieri tagliandogli la gola e dicendo loro che una donna quando partorisce soffre di più. In una foto dell’artiglieria uruguayana, si riconosce un ragazzo che di cognome fa Borges. È il nonno di Jorge Louis.
L’assedio durerà nove anni, dal 1843 fino al 1851. In città, gli stranieri formano delle Legioni. Quella francese è la più numerosa. I baschi contano settecento uomini. L’italiana solo quattrocento volontari. La bandiera, come si può vedere dalle foto di Gato, è un drappo nero con al centro il Vesuvio in eruzione.
Nell’estate del quarantatré, si hanno le prime scaramucce. Dumas, in Europa, ci scrive un libro: Montevideo o la novella Troia. Sostiene che Garibaldi è così povero da non avere candele in casa. Beve acqua, mangia pane e aglio. Ha 36 anni, basso e tarchiato come sempre, con la sua andatura basculante, da marinaio, e la natura vulcanica. Una tunica blu come divisa, senza gradi. I capelli rossi sulle spalle e la barba lunga. Un alto cappello a cilindro bianco che sventola in battaglia. Quando non è in uniforme, il poncho copre i suoi indumenti rabberciati.
A novembre del quarantatré, la Legione Italiana si distingue per un episodio degno dell’epica antica. A Tres Crucis, si combatte intorno a un cadavere, quello di un combattente valoroso, il colonnello Neira, perché non sia preso dai nemici e mutilato. Si lotta su ogni metro, con le baionette inastate, in 1500 per più di un’ora, come nell’Iliade, intorno al corpo di Patroclo. Alla fine gli italiani riescono a portare in città le spoglie del colonnello.
Garibaldi combatte per mare e per terra. Anita invece bada ai figli che nel frattempo ha avuto: Menotti, Rosita e Teresita. È gelosa delle donne dell’alta società e ogni sera aspetta suo marito, sulla strada.

Il quindicesimo scatto riproduce le nuove divise della Legione. Una camicia rossa, lunga fino al ginocchio, portata fuori dai pantaloni e stretta da una cintura, senza bottoni e con soltanto un’apertura per testa e braccia. In realtà era una tunica destinata a Buenos Aires, per gli operai del macello di Ensenada. Lo stock era rimasto invenduto per via della guerra e il governo le compra per equipaggiare a poco prezzo i volontari italiani. Furono indossate per la prima volta nell’estate del quarantatré. Gato non si fa sfuggire l’occasione: sarà una divisa che resterà nella memoria universale.
Fino al quarantacinque, la Legione si fa notare in molti scontri, ma più per le sue scorrerie e per i saccheggi operati da alcuni dei suoi componenti. Garibaldi viene descritto dagli argentini come un mercenario, un bandito, un filibustiere uscito dalle prigioni di Genova e da quelle brasiliane.
A Salto lo colpisce un lutto assai doloroso. Gli muore la figlia Rosita, di tre o quattro anni. Probabilmente di scarlattina. La notizia gliela dà per lettera il comandante Pacheco, di cui è fedelissimo, ma in mezzo a banali istruzioni militari e soltanto con un rigo secco. Garibaldi chiude il foglio con rabbia. Questo è lo scatto di Gato più triste. Pochi giorni dopo Anita lo raggiunge, per non impazzire.

La foto successiva, la diciassettesima di questo archivio, fu presa l’8 febbraio 1846. Rappresenta il fatto d’arme più famoso di Garibaldi in Sudamerica. Gato sa che ormai la sua fama è giunta sino in Europa e di lui parlano scrittori, aristocratici e ribelli di ogni luogo. La battaglia di San Antonio ornerà la base di molti monumenti. Ne sorgerà uno anche a Buenos Aires, per ricordarla. La dinamica è semplice: Garibaldi, Gato e altri 186 legionari più 100 cavalieri uruguayani, che fuggono subito, stanno attraversando la pianura. Dall’alto di una collina li avvista con un binocolo il generale Gómez. La loro posizione e il numero dei suoi soldati sono estremamente favorevoli. Il rapporto delle forze, per loro, è di 6 a 1. Garibaldi ha appena il tempo di rifugiarsi tra le rovine di un casolare abbandonato. I blancos di Gómez cominciano a scendere in linea, per fortuna, e non in colonna. Sono 300 fanti. Garibaldi rifiuta la resa e i suoi volontari intonano l’inno dell’Uruguay, per darsi coraggio. Respingono i fanti, poi resistono anche alla cavalleria nemica. Soltanto un blanco riesce a oltrepassare la difesa e a lanciare una torcia sulla tettoia del casale, ma manca il bersaglio. Garibaldi gli salva comunque la vita, per il valore. Il trombettiere della legione viene trafitto da una lancia nel petto. Ha soltanto 14 anni, e ancora l’energia per pugnalare il suo assassino e rotolare con lui nella polvere. Dopo nove ore di battaglia, l’unica via d’uscita è una corsa nel buio. Ottocento metri di terreno scoperto. Ottocento metri per mettersi al riparo degli alberi, raggiungere la riva dell’Uruguay e trovare la forza per una marcia di cinque chilometri: quattro ore e mezzo di cammino prima di arrivare a Salto e contare i morti, i feriti. A Montevideo la loro salvezza fu salutata come una vittoria. Otto giorni dopo, Garibaldi il pirata è promosso Generale.
Nei due anni seguenti collezionerà i suoi maggiori successi navali, si esibirà in una serie di brillanti incursioni lungo i fiumi interni dell’Argentina, comanderà l’esercito della capitale e diventerà ancora una volta padre, di un altro maschio: Ricciotti. È sempre povero e per battezzare l’ultimo nato sarà necessaria una colletta. Ma invano cercheranno di corromperlo. L’unica cosa che indebolisce il suo giuramento di resistenza sono le notizie provenienti dall’Europa e dall’Italia. Nel 1844 il fallimento della spedizione dei fratelli Bandiera in Calabria gli aveva avvelenato il sangue. Ma nel dicembre del 1847 sbarca a Montevideo una nave da Genova piena di giornali rivoluzionari che portano notizie piene di speranza sulla situazione italiana ed europea.

Le ultime due foto di Gato sono scattate dal molo di Montevideo. La diciottesima è datata gennaio 1848. Su una barca ci sono Anita, Menotti, Teresita e Ricciotti. I primi a partire, con altre famiglie di legionari. Verso Nizza. Garibaldi li abbraccia vigorosamente. Ha preso ormai la sua decisione. Li raggiungerà presto. Il tempo di sbrigare alcune incombenze.
In città il clima è cambiato. Le strade sono pericolose. A pochi passi dalla sua casa, si consuma un odioso assassinio politico. Il prossimo a lasciarci la pelle potrebbe essere lui, ora che fa parte dell’Assemblea dei Notabili. Alla fine, tra i legionari che partiranno con lui saranno 63. In gran parte italiani. Il vecchio Anzani, Sacchi, più André Aguyar, figlio di uno schiavo e suo affezionatissimo attendente. Il preparativo più difficile è quello di prelevare la bara di Rosita dal cimitero.
La nave su cui si imbarcheranno si chiama Bifronte, ma nelle sue memorie, Garibaldi la ribattezza la Speranza. In mare aperto batterà bandiera sarda o uruguayana. Prende il largo la notte tra il 14 e il 15 aprile del 1848, di sabato: di fronte a lei c’è soltanto un uomo: Aurelio Gato Maggio. Sono passati tredici anni da quando tentava di fotografare il Pan di Zucchero. Nel tempo si è perfezionato. Ma sa che per questa foto è troppo buio. Eppure si nasconde lo stesso dietro al telo che ricopre la sua camera magica. Garibaldi lo ha pregato fino a poche ore prima di andare con lui. Ma Gato è stanco: la fotografia si è ormai diffusa dovunque: toccherà ad altri, adesso, riprendere l’eroe dei due mondi.
Con una mano lo saluta. Dal ponte, Garibaldi alza il suo cappello e si inchina in una reverenza piena d’affetto e di gratitudine. La Speranza prende la rotta per Gibilterra.

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Emilio Salgari tra resistenza e nostalgia https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/emilio-salgari-tra-resistenza-e-nostalgia/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/emilio-salgari-tra-resistenza-e-nostalgia/#comments Mon, 07 Nov 2011 08:48:51 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5600 di Fabio Stassi

Ho con Emilio Salgari un debito inestinguibile. La mia è stata forse l’ultima generazione a essersi formata su di lui. Per il mio decimo compleanno, chiesi ai miei un’edizione annotata dei suoi romanzi: un cofanetto Mondadori, a cura di Mario Spagnol, che avevo visto nella cartoleria vicino scuola. Il primo ciclo della jungla. Furono i due volumi più alti e più preziosi mai entrati nella nostra casa.

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di Fabio Stassi

Ho con Emilio Salgari un debito inestinguibile. La mia è stata forse l’ultima generazione a essersi formata su di lui. Per il mio decimo compleanno, chiesi ai miei un’edizione annotata dei suoi romanzi: un cofanetto Mondadori, a cura di Mario Spagnol, che avevo visto nella cartoleria vicino scuola. Il primo ciclo della jungla. Furono i due volumi più alti e più preziosi mai entrati nella nostra casa. Il primo riproduceva un fregio che Salgari aveva disegnato sul frontespizio di un suo quaderno. In alto un veliero, un mappamondo e un cannocchiale, tra i fulmini e la luce di un astro; in basso un’ancora, e in mezzo la scritta “Poesie” e il suo nome, in bella calligrafia. Il giorno che lo ricopiai, sostituendo la mia firma alla sua, iniziai anch’io ad avere un quaderno su cui scrivere. Fu un piccolo atto decisivo e iniziatico. Quei due libri li collocai poi sulla mensola delle cose a cui tenevo di più, accanto a un album di figurine del Risorgimento che non ho mai terminato.

Soltanto ora mi accorgo del legame che c’era tra quell’album e il mio cofanetto. Curiosamente, il mancato romanzo risorgimentale, quello che doveva fissare per sempre l’eroismo, e la dedizione ingenua a una causa, e l’ansia di giustizia e di riscatto, è questo giornalista veronese con la passione della scherma, degli aerostati e del velocipede a scriverlo. Un romanziere d’appendice che aveva più o meno la stessa età del Regno (era nato nel 1862) e millantava di avere solcato tutti i mari e di tenere in tasca un brevetto di capitano di gran cabotaggio.
L’altro romanzo, quello della disillusione e del tradimento degli ideali, saranno per lo più i siciliani a comporlo ma come un’opera collettiva, passandosi il testimone di una riflessione comune che può riassumersi mettendo in fila, uno dopo l’altro, i malavoglia, i Viceré di De Roberto, i vecchi e i giovani di Pirandello, il Gattopardo di Tomasi, il quarantotto di Sciascia, l’ignoto marinaio di Consolo e le menzogne della notte di Bufalino.
Salgari, il disincanto di come erano andate le cose lo aveva incarnato sulla sua pelle, e ne era stato stritolato. Dopo un primo quasi tragicomico tentativo di suicidio, crollò definitivamente quando restò solo, con i quattro figli. La moglie è affetta da psicosi. Lui non ha i soldi per una clinica e nel 1911 è costretto a ricoverarla nel Manicomio pubblico, dove la registrano tra i poveri. È “ormai un vinto”, come scrive ai figli, un uomo senza onore. “Spezza la penna” tagliandosi con un rasoio il ventre e la gola in un bosco fuori Torino, a 50 anni esatti dall’Unità d’Italia, la sola morte eroica che gli era rimasta. Fu la sua estrema rivolta contro chi si era arricchito con il suo lavoro, gli editori sanguisuga per i quali scriveva “a tutto vapore”, non meno di tre pagine al giorno, e che lo avevano abbandonato in uno stato di “semi-miseria” e di autentica disperazione. Un finale feroce e maledetto che si ripercosse sulla sua famiglia e sui figli in una catena inesorabile di infelicità (due altri suicidi, un incidente, la tubercolosi, la follia…).
Ma Salgari la tragedia l’aveva già alle spalle, che è come averla sempre davanti: una madre morta di meningite poco più che quarantenne (quando comunque lui aveva 25 anni) e poco dopo un padre suicida. Era cresciuto in una cascina di Negrar, un comune della provincia di Verona che suonava già come un nome inventato. L’intreccio tra la sua indole sognatrice e un vissuto così doloroso modificò la direzione delle sue storie, le inasprì, diede loro una risonanza inaspettata, e si può essere sicuri che Sandokan e il Corsaro Nero non avrebbero avuto una diffusione così universale se a generarli non ci fosse stato questo desiderio di rivincita che Salgari, nel chiuso della sua stanza, invocava per primo per sé stesso e che sosteneva per intero la sua fatica. Il suo Risorgimento, la sua rivoluzione, quella che doveva portarlo a un’esistenza migliore, Salgari li perse, come in gran parte li perse l’Italia. Ma si batté fino all’ultimo respiro. Ogni nuovo libro divenne una sfida mortale: lo scriveva con la sensazione di giocarsi sempre il tutto per tutto, con la consapevolezza di poter soccombere, una volta o l’altra.
In lui straripava lo stesso slancio giovanile che solo i diaristi o i cronisti dell’epopea garibaldina avevano provato a raccontare, un avanzo di tutta quella stagione di sconsiderata intrepidezza di cui doveva essere così imbevuto. Idealismi troppo languidi e ingenui, forse, per metterci le mani. Salgari lo fece con la rabbia di un adolescente che è arrivato tardi a una festa, e ci è rimasto male. Si sente come un rimpianto, il dispiacere di chi ha sprecato malamente la sua giovinezza. Solo pochi anni prima se ne sarebbe stato lì, sullo scoglio di Quarto o sulle barricate di Palermo, con una camicia rossa indosso, a morire per la Repubblica Romana o in una qualunque spedizione, oppure sul ponte di una nave, attraversando gli oceani e i continenti, e invece gli tocca in sorte una vita così mediocre da vivere, e piena di problemi, una vita che ci vuole una forza enorme per sublimarla…
Lo schema narrativo che usò per restituire nella finzione tutta la Storia a cui non aveva fatto in tempo a partecipare è di una semplicità quasi disarmante, niente di più che una decalcomania infantile. Me ne accorsi accostando un giorno per caso il mio album di figurine ai due volumi annotati. Le illustrazioni combaciavano, potevo sovrapporle. Sandokan aveva il viso e le mani da marinaio di Garibaldi: marinaio come lui, i capelli erano gli stessi, lo stesso il dono e il culto del coraggio; la mappa di Mompracem corrispondeva a quella di Caprera, l’isola del buen retiro; Yanez poteva essere Nino Bixio (che andò a morire di colera proprio nell’arcipelago malese, a Sumatra) o anche André Aguyar o István Türr o qualsiasi altro dei luogotenenti del Generale; i tigrotti, naturalmente i Mille; Marianna, la Perla di Labuan, che muore tra le braccia di Sandokan, ricalcava senza ombra di dubbio Anita nelle valli di Comacchio; l’Inghilterra colonialista sostituiva l’impero austro-ungarico, lo straniero oppressore, e sir Brooke il maresciallo Radetzky.
Salgari prese tutta la valigia dei sentimenti popolari che avevano agitato fino a pochi anni prima la nostra penisola e la rovesciò su una carta geografica presa in prestito. È lui il più grande cantore in maschera del Risorgimento. Non fece mai mistero, del resto, di avere modellato su Garibaldi il suo più famoso protagonista. Tutta la sua opera è e una celebrazione dell’eroismo disinteressato di chi aveva combattuto, un tributo alle dissennate imprese mazziniane, al sacrificio di Pisacane, alla chiamata a raccolta a Roma di tutti i ribelli del mondo, nel quarantanove, come accadrà solo nella guerra civile spagnola, un secolo dopo. Eroismi troppo presto repressi e disinnescati dai politici e dai diplomatici, ibernati per sempre nella retorica e nell’agiografia dei manuali o abbandonati all’oblio. Sentimenti buoni solo per un romanzo, che solo in un romanzo potevano continuare a pulsare. Così, mentre l’Italia si muoveva verso Adua, Salgari conduceva solitariamente la sua polemica anticolonialista e antimperialista.

Quando iniziano a uscire, a puntate, Le tigri di Mompracem è il 1883, la stessa data in cui si rilega Pinocchio. I due libri segnano una comune linea anti-don Abbondio. Entrambi inneggiano al coraggio e alla disobbedienza, e rappresentano l’orgoglio di un’altra possibilità, di un altro modo d’essere, una sovversione piratesca della vigliaccheria nazionale e delle altre ingloriose tradizioni di una stirpe di imboscati e di furbi. Sono passati poco più di vent’anni dall’Unità, e anche questo è un intervallo tipicamente italiano. Da noi, la riflessione sulla Storia arriva sempre un poco in ritardo, e spesso mascherata o trasposta; in alcuni casi non arriva mai, o si scopre molto dopo (è un’eccezione la Resistenza di Fenoglio e di Calvino). Come mi ha scritto un amico costretto a emigrare in questo nuovo secolo di spartenze e di uomini desterradi, l’Italia è un paese dov’è impossibile riflettere davvero, prendere coscienza di ciò che si è. Qui l’epica si traduce quasi sempre nella nostalgia di un’occasione perduta.
Salgari è intriso di nostalgia. Ha ancora addosso il gilet del giovane Werther come l’ultimo dei romantici. Per lui, ogni amore è un amore impossibile, e la sigaretta di Yanez dà sempre l’idea di essere l’ultima. Non a caso ama Dumas il mago, Dumas il biografo di Garibaldi e dei Mille, lo scrittore affascinato dall’azione, e non Verne lo scienziato. Ama naturalmente l’Opera e il Melodramma, che molto più del romanzo avevano intercettato i sentimenti risorgimentali (Verdi è una bandiera come nessun scrittore riuscirà ad essere). Sostanzialmente, il generoso mitomane che vive in un modesto appartamento torinese è un visionario, un irregolare, mai accettato dall’ambiente letterario, uno scrittore senza patente, fuori dalle università, un istintivo anarchico e cortese, antiaccademico, antiborghese, antideamicisiano, in definitiva un ingenuo bohémien che viene depredato dalla società e dai suoi meccanismi. È necessario per lui trovare una via di fuga, ma che sia clamorosa, iperbolica ed esagerata come sarebbe il suo carattere se non fosse frenato dalle condizioni. E la via di fuga che inventa è spettacolare: un altro continente, un’altra umanità con cui inscenare i suoi sentimenti. Pagina dopo pagina, un giorno dietro l’altro, Salgari ripopola il mondo di corsari, spadaccini, esploratori, di essenze d’oppio, e frutti tropicali, cibi malesi, “armonium di ebano con la tastiera sfregiata”: tutta la nomenclatura di un universo parallelo.

In realtà, quella dell’esotismo, per Salgari, è una pista sbagliata. In lui l’India non è mai India, e lo stesso discorso vale per la Siberia o per i ghiacci del Polo o per i Caraibi del Corsaro Nero o per l’America del Far-West dei suoi racconti minori. La geografia di Salgari è una geografia trasfigurata. Si può avvicinare allo scenario dei romanzi d’avventura che leggeva Don Chisciotte, alle quinte dell’Orlando furioso o della Gerusalemme liberata, ai fondali dell’Aida o della gazza ladra, al ciclo carolingio dei pupi siciliani. I suoi luoghi sono sempre luoghi immaginati: come tutti sanno, Salgari non li ha mai visitati di persona se non sulle enciclopedie della biblioteca che raggiungeva in tramvia. Il grado delle sue opere è esclusivamente “letterario”. Le sue pagine nascono da altre pagine, sono reportage da altri libri, non da altre terre.
Salgari è un tipo di scrittore puro: la sua fantasia si mette in moto solo attraverso l’incontro con le parole, ma devono essere parole strane, inconsuete, misteriose, parole in corsivo, parole in un’altra lingua. Tutte le sue storie non nascono che da suoni, come le filastrocche. Da un kriss, da un babirussa, dalla voce del ramsinga… i suoi personaggi più compiuti devono forzatamente avere nomi stranieri, altrimenti non prenderebbero mai vita: Tremal-Naik, Kammamuri, Sandokan e il più seducente di tutti: Yanez de Gomera. Particolarmente vicina alla sensibilità moderna, poi, la sua capacità di impastare la vita con la fantasia e di usare soggetti realmente esistiti come James Brooke per i suoi “romanzi con personaggi veri”. Parafrasando Vittorini, si può dire che il Borneo di Salgari “è solo per avventura” Borneo, solo perché il nome Borneo “gli suona meglio del nome Persia o Venezuela”. Contrariamente alle apparenze, Salgari resta uno scrittore profondamente italiano, che parla dell’Italia. Ha solo bisogno di un altro modo di chiamare le cose per riuscire a dirle. Occupa lo stesso posto di un narratore orale in un paese del Sud, di un cuntista con le sue tavole, e la spada di legno, le sue leggende. Ma è comprensibile da tutti che se avesse ambientato i misteri della jungla nera negli Appennini, la saga non avrebbe funzionato. In qualche modo, Salgari fugge dall’Italia come fugge dalla sua vita, la nasconde anche a sé stesso, le muta il nome. Ma è da lì che parte, ed è lì che rincasa.

Stranamente, nelle sue carte geografiche, il Sud America non assume lo stesso peso fantastico dell’Asia, nonostante sia stata la seconda terra di Garibaldi. Eppure proprio in Sudamerica Salgari viene letto e amato forse più che nel resto del mondo. I suoi libri sono sempre nella bisaccia di Ernesto Guevara e negli armadi di molti zii anarchici o rivoluzionari (in un racconto di Paco Ignacio Taibo II, i tigrotti sbarcano a Città del Messico e partecipano agli scontri del Sessantotto; ed è lo stesso Paco Ignacio a scrivere il seguito del ciclo indo-malese). Per tutti loro, messicani, cileni, peruviani, argentini, Salgari è principalmente la rabia, la rabbia, e poi l’avventura, la vendetta, l’amore, e infine la fatica e la disperazione, tutta quanta la vita, a dispetto dei critici letterari che non lo hanno mai amato e dei suoi detrattori.
Ma solo sotto il sole dell’Oriente, al riparo della sua luce che confonde tutte le cose, l’avventura di Salgari si unisce a un discorso più vasto sul destino, ai presagi, ai rischi mortali e alle guarigioni miracolose, alle delusioni storiche, ai drammi già vissuti e a quelli ancora da vivere. L’ombra dell’Asia di Salgari si allunga fino agli indovini di Terzani e al suo ultimo giro di giostra. Perché se in Sudamerica era stato il Che a raccogliere l’eredità salgariana nella pratica della lotta politica e della guerriglia nella foresta, nel nostro emisfero sarà Tiziano Terzani a indossare la giacca bianca del viaggiatore che Salgari aveva soltanto immaginato di essere.
Oggi, rovesciate le tradizionali geografie letterarie e la nozione stessa di esotismo, a cento anni dalla sua tragica fine, mi piace pensare a un Salgari indiano intento a scrivere con furia dell’Italia, divenuto il paese più pittoresco del mondo, e a mostrarci una piccola isola del Mediterraneo dove una banda di pirati libertari continua a condurre la sua resistenza corsara al dominio dei maharajà e dei James Brooke che avvelenano la nostra terra e ci tengono in ostaggio…

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Risorgimento https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/risorgimento/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/risorgimento/#comments Fri, 21 May 2010 08:37:33 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2432 Questo saggio è apparso sull’ultimo numero di Nuovi Argomenti. A chi interessa ancora il Risorgimento? A chi interessa davvero non una sua celebrazione stantia, retorica, patriottarda, ma il frutto di una memoria viva, fervida anche quando critica? Se c’è una parola che si aggira come una meteora alla deriva nel dibattito cultural-politico degli ultimi anni, […]

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Questo saggio è apparso sull’ultimo numero di Nuovi Argomenti.

A chi interessa ancora il Risorgimento? A chi interessa davvero non una sua celebrazione stantia, retorica, patriottarda, ma il frutto di una memoria viva, fervida anche quando critica?
Se c’è una parola che si aggira come una meteora alla deriva nel dibattito cultural-politico degli ultimi anni, questa è proprio «Risorgimento». Tirata in ballo ora di qua ora di là, a secondo delle convenienze.
Il prossimo 5 maggio verranno celebrati i 150 dalla Spedizione dei Mille, il cuore pulsante dell’epopea risorgimentale, preludio decisivo alla proclamazione dell’unità di Italia. Eppure non poteva esserci momento più infelice per pensare a delle celebrazioni. Il Risorgimento (quale sinonimo di unità di Italia, di Nord e Sud) è giudicato, in modo alquanto dozzinale, come la causa prima dell’annessione al paese tutto della «questione meridionale»; anche se, già negli anni quaranta dell’Ottocento, contro chi voleva limitare (molto moderatamente) l’unificazione italiana all’annessione del Lombardo-Veneto al Piemonte (senza esprimere una parola che sia una contro i regimi reazionari che stringevano in gioghi concentrici Roma, Napoli, Palermo tutta l’Italia centro-meridionale), Mazzini si espresse duramente contro il «concettuccio dell’Italia del Nord» – parziale, corporativo, miope. Mazzini sapeva bene che quel «concettuccio» aveva una forte presa nel ventre molle delle élites del paese, e anche se non poteva prevederlo con certezza poteva almeno intuire che sarebbe stato a lungo covato tra i pensieri, le ansie, i risentimenti di una buona parte della società italiana. Chissà però se avrebbe potuto prevedere che agli inizi del ventunesimo secolo, una forza di governo che osteggia direttamente e indirettamente il Risorgimento e l’unità d’Italia avrebbe occupato il ministero degli interni, importanti governi regionali e soprattutto il motore delle riforme istituzionali.
È un destino amaro, quello del Risorgimento. Da sempre accusato di essere «troppo» o «troppo poco», sovversivo, minoritario da una parte o di aver dimenticato la «questione sociale» dall’altra, si ritrova oggi stretto in una morsa terribile. Da una parte vilipeso da ogni forza che trae alimento (al Nord come al Sud) dallo sgretolamento del paese, dalla morte dello Stato, dal collasso di ogni parvenza di interesse generale, calunniato da tutte le reazioni possibili e immaginabili (papaline, borboniche, persino asburgiche…). Dall’altro difeso con armi spuntate, con la difesa del tricolore e dei Savoia, di Cavour e dei Bersaglieri… una retorica da guerra del 1915-18 che allontana anziché avvicinare. Congela, anziché riscaldare. Eppure se c’è qualcosa di interessante (storicamente, politicamente e culturalmente) nell’Ottocento italiano, a parte il travagliato e in alcuni casi tragicomico processo unitario, è il confronto serrato, acceso, spesso virulento tra moderati e democratici, tra savoiardi e repubblicani. È il vedere come questo attrito abbia sprigionato acute riflessioni, balzi in avanti, e un intreccio tra pensiero e azione spesso affascinante.
Il Risorgimento oggi è del tutto dimenticato. Ma c’è un Risorgimento ancora più oscurato. Non quello delle corti, delle annessioni, delle trame diplomatiche e del continuismo cavouriano, ma quello di un’intera generazione che si abbeverò all’idea di rivoluzione e di insurrezione, e che bruciò i propri anni migliori sull’altare di un desiderio di liberazione che dovesse essere innanzitutto auto-liberazione. Sorgere dal basso, coinvolgere le masse, salire sulle barricate, spazzare via il vecchio, scrivere nuove costituzioni, allargare spazi di giustizia…Un Risorgimento rivoluzionario che è stato faro in Europa e che ha posto al centro della propria azione un’idea che avrebbe avuto lungo corso nel secolo successivo, nel Novecento in tutte le lotte anti-colonialiste: non c’è libertà senza indipendenza; e non c’è indipendenza senza un sufficiente grado di
autonomia che può essere raggiunto solo nel superamento della frantumazione territoriale. Plurali sì, ma una penisola ridotta in granelli di sabbia non può non essere soggetta a quei venti esterni che spireranno più forti. In queste pagine, proveremo a raccogliere alcuni brandelli dell’altro Risorgimento. Alcune pagine di pensiero e di lotta. Ricorderemo alcuni personaggi grandiosi, tristemente rimossi.

Su alcune pagine di Mazzini

«La vecchia Europa è morente. Le vecchie cose accennano a dileguarsi. Tutte quelle grandi istituzioni politiche o religiose, giganti dell’evo medio, che per lo spazio di sei o otto secoli si contesero la dominazione del mondo, minacciano visibilmente rovina: il tempo della loro vita è consunto».
Così scrive Giuseppe Mazzini in un suo testo del 1834, Dell’iniziativa rivoluzionaria in Europa. E bastano queste righe per capire appieno il fascino che ha esercitato su migliaia di rivoluzionari, esuli, rifugiati, dissidenti politici, italiani e non solo.

Il Manifesto del partito comunista (che inizia con le note parole: «Uno spettro si aggira per l’Europa…») verrà scritto quattordici anni dopo. Qui abbiamo lo stesso tono perentorio e apocalittico, la stessa idea del dileguarsi, del crollo di quanto è marcio, ovviamente in una prospettiva diversa. Mazzini fu un acuto interprete del risveglio delle rivoluzioni nazionali, del proseguimento della Rivoluzione francese contro la stessa realpolitik della Francia, il sognatore di un progetto grandioso: un continente liberato dai suoi tiranni, dal vecchio autoritarismo morente, e retto da nuove alleanze tra popoli. Non si può capire a pieno il pathos rivoluzionario di Mazzini, e dei repubblicani italiani, senza porre attenzione al loro cosmopolitismo.
Non solo cosmopolitismo di vita: Mazzini che vive per gran parte della sua vita in esilio a Londra, e dialoga, discute si scontra con Stuart Mill, Marx, Bakunin… Ma cosmopolitismo delle idee: la solidarietà con gli altri moti rivoluzionari (dalla Polonia alla Grecia all’Ungheria), l’esportazione del Risorgimento italiano nel dibattito culturale e politico del continente. Che l’Italia fosse un campo di battaglia non solo italiano, ma più generale, era un punto centrale nella loro riflessione. Mazzini può far oggi sorridere per le sue idee su «Dio e popolo», il suo moralismo apparirà angusto, il rapporto tra doveri e diritti antiquato, le critiche dei socialisti sulla «questione sociale» più o meno giuste. Produce sgomento la lunga, perentoria serie di fallimenti delle iniziative rivoluzionarie da lui esortate. Eppure, tra le migliaia di pagine che ci ha lasciato, sprizzano – ancora oggi – delle intuizioni acutissime, e dei capolavori stilistici. Mazzini dà il meglio di sé nell’invettiva ad Personam (un topos letterario che avrà molta fortuna nella pubblicistica «civile» italiana), ogni qualvolta fa emergere – negli avversari – la contraddizione stridente tra quanto affermato e come si è agito, la miopia, la stupidità, il tradimento dei propri ideali, e intravede nella persona criticata non un uomo da demolire ma solo la punta dell’iceberg di comportamenti, vizi, contorcimenti più largamente diffusi. Un esempio straordinario di quanto sto cercando di dire è la famosa lettera A Francesco Crispi (1864), indirizzata al transfuga dalla sinistra alla destra, l’ex mazziniano e garibaldino che diventa il più acceso sostenitore della realpolitik, e che poi come noto sarebbe diventato primo ministro su posizioni conservatrici, fino a reprimere duramente i fasci siciliani. Nel momento in cui si schiera con la monarchia, con la bandiera Italia una e Vittorio Emanuele (che, ahinoi, era stato anche il motto dei Mille…), lasciando cadere l’altra bandiera, Italia e popolo, quella dei repubblicani, dei radicali, di Pisacane… Mazzini decide di scrivergli una lettera aperta che diventa un lungo saggio, un lungo scritto «corsaro» sulla militanza politica in Italia e i suoi protagonisti. Sarebbe impossibile citarlo tutto, ma ne prendiamo una parte cruciale, importante per capire non solo il fascino letterario dello stile mazziniano, ma che cosa covava tra le fila dell’altro Risorgimento (e come, appunto, certe intuizioni valgano anche per l’Italia odierna). Scrive il genovese:
«Voi siete, come oggi barbaramente dicono, opportunista. Voi vedete oggi la monarchia forte, noi deboli; un esercito, che voi credete monarchico, e ch’io credo, come tutti gli eserciti, semplicemente governativo; un’Italia officiale, forte d’una vasta rete d’impiegati, devoti per amore di lucro, ed una moltitudine di seguaci ciechi, muti, servili, tra per abitudine d’obbedienza passiva, tra per paura, se mai dicessero di non credere che altri farà, d’essere chiamati a fare. Unitario sincero, ma educato a tendenze politiche ch’io potrei chiamare materialistiche, ma chiamerò, con vocabolo meno irritante, guicciardinesche, voi porgete omaggio alla forza o a un sembiante di forza. Voi trovate che la monarchia potrebbe agevolmente, volendo, fare l’Italia; e l’accettate, siccome mezzo all’intento. Se domani ci vedeste forti, sareste nuovamente con noi».
Altro esempio di rigore mazziniano è il corposo scritto contro Alexis de Tocqueville, l’autore della Democrazia in America, l’ex quarantottino che – una volta diventato ministro degli esteri della Francia – aveva inviato le proprie truppe per reprimere la Repubblica Romana e riconsegnare la città al papa: «Avete freddamente», lo incalza «col labbro atteggiato al sorriso dell’ironia, avventato il fango della riazione su quei che morirono per la patria nascente». Altro esempio ancora, quando scrive nel 1865 a favore della concessione del diritto di voto ai neri d’America quale giusto compimento dell’abolizione della schiavitù.
Ma torniamo al Mazzini degli anni trenta e quaranta, quello che il grande scrittore russo Herzen, che seguì da vicino le vicende del Risorgimento italiano, definì «una potenza» temuta da tutti i governi europei. In uno dei suoi scritti più celebri Della guerra d’insurrezione conveniente all’Italia, pubblicato per la prima volta nella «Giovine Italia» a Marsiglia nel 1833, e più volte ristampato, Mazzini parla della «guerra per bande», della necessità (per il successo di una rivoluzione) di quella che noi oggi chiameremmo guerra asimmetrica, e che nel corso del Novecento è stata definita più volte «guerra di guerriglia». Come noto, gran parte degli insuccessi mazziniani (clamoroso ad esempio quello di Pisacane a Sapri, su cui torneremo) nacque dal presupposto di dare per scontato che «il popolo» si ribellasse all’unisono ai primi colpi di fucile, nel non capire (cosa strana, per osservatori così attenti dello spirito italiano) che una cosa è sfogare il proprio odio di oppressi a parole, altra cosa è mettere a repentaglio la propria vita. Ma poiché in queste pagine non stiamo ricordando il Mazzini stratega (spesso mediocre), bensì il Mazzini scrittore (spesso lungimirante) ci soffermeremo su un’altra pagina dello scritto del 1833, in cui chi scrive sembra afferrare l’enigma di ogni processo rivoluzionario, il suo nocciolo inevitabilmente contraddittorio e forse inclassificabile. «Disordine e rivoluzione», scrive Mazzini, «sono a principio due cose inseparabili». E ancora:
«Nel passaggio improvviso dal servaggio alla libertà, tra il riposo d’inerzia che la tirannide impone e l’ordine che governa gli Stati liberi, v’è un periodo di confusione e di quasi anarchia, un’epoca di fermento, di moto convulso, di oscillazione terribile, alla quale nessuna forza può sottrarsi. È il caos che precede la creazione. È l’urto inevitabile degli elementi che formeranno la nazione futura, e cercano l’equilibrio. Questo periodo, inevitabile da qualunque popolo insorga, sarà forse più lungo per noi che abbiamo più cagioni di divisioni, e maggiori difficoltà che non que’ popoli ne’ quali la prima e grande fusione s’è d’antico operata sotto un dispotismo unitario. Consumare rapidamente quanto è possibile quel periodo, è intento a qualunque intende a governare la rivoluzione. Trarre da quel fermento le forze creatrici della vittoria, è parte di chi provvede alle sorti del moto».
Ma l’unità di intenti, e soprattutto nei modi e nelle forme del fare, è difficilissima da raggiungere. Mazzini sa bene che non c’è cosa più ardua che riannodare corde disparse – culturalmente, socialmente, economicamente. Fervente idealista che sovente tende ad appianare nei ragionamenti e nella pratica del suo «apostolato» la ruvidezza della vita concreta, qui Mazzini è invece estremamente realista. Condividere l’ebbrezza delle barricate, o delle trame sovversive, non è ancora sufficiente a mettere in piedi una rivoluzione e un nuovo stato che da essa sorga. «Governare la rivoluzione» è la barriera insormontabile contro cui va a cozzare chiunque provi, abbia provato e proverà a forzare le leggi della Storia. Per questo aggiunge subito dopo:
«Rivoluzione è mutamento: mutamento radicale, necessario importante; perché per quanto sia concorde e generale la volontà che genera il tentativo, v’è pur sempre nei ranghi sociali, e più nell’esercito dove l’armonia è condizione vitale, un numero d’elementi che convien rimovere o disporre altrimenti, una quantità d’uomini che a procedere vigorosamente sicuri nell’opera rivoluzionaria è d’uopo sbalzare dal luogo in cui stanno. È d’uopo mutino i capi. […] Intanto il nemico è vicino – il nemico è alla distanza di poche leghe – il nemico piomba improvviso a spegnere la rivoluzione al suo nascere. Non giova illudersi. Il nemico su’ principi della rivolta è quasi sempre il più forte».
Non è un caso se queste pagine sono state lette e rilette durante la Resistenza, e se sono diventate (benché oggi dimenticate in Italia) un testo di riferimento per aspiranti rivoluzionari di mezzo mondo. È come se Mazzini riuscisse allo stesso tempo a guardare il processo dall’interno e ad astrarsene, prefigurando le giornate del 1848 e del ‘49. Ma è proprio questo doppio sguardo che gli permette di cogliere quel nesso spesso irrisolto tra abbattimento del vecchio e necessità di organizzare il nuovo, tra distruzione e creazione, che non è mai automaticamente disposto di fronte ai nostri occhi. Se Mazzini e i suoi seguaci odiarono ogni forma di determinismo, ed arrivarono per converso a esaltare un certo volontarismo dell’azione (che in Italia ha avuto anche altri esiti) è proprio perché guardarono con crudezza a tutte le difficoltà di quel nesso. Lo scrive Pisacane nel suo testamento politico, gettato giù pochi giorni prima di imbarcarsi nella spedizione-suicida di Sapri, organizzata a tavolino con lo stesso Mazzini benché lo avesse più volte criticato «da sinistra»: «Vi sono delle persone che dicono: la rivoluzione dev’essere fatta dal paese. Ciò è incontestabile. Ma il paese è composto da individui, e se attendessero tranquillamente il giorno della rivoluzione senza prepararla colla cospirazione, la rivoluzione non scoppierebbe mai». Detto per inciso, la biografia di Carlo Pisacane è stata ricostruita approfonditamente da Nello Rosselli nel suo Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano. L’aspetto più interessante della sua vita di rivoluzionario mazziniano, di protosocialista che scrive un saggio sulla rivoluzione, di capo di stato maggiore dell’esercito improvvisato che provò a difendere la Repubblica romana, è che Pisacane era un traditore della sua classe sociale e del suo mondo. Un rinnegato. Era un aristocratico napoletano che aveva studiato alla Nunziatella, l’accademia che allora formava la crème non solo militare del regno borbonico. Nel 1857, sbarcò nella «sua» terra per accendervi un moto di ribellione, convinto che la rivoluzione potesse scoppiare solo nella parte più misera della penisola, tra i diseredati, agitando la questione sociale. Prima di essere attaccato dai contadini inferociti di Sanza che credevano fossero dei banditi giunti lì per assalirli (o almeno questo avevan fatto credere loro i messi dell’esercito e il parroco del paese), si trovò a fronteggiare ufficiali che erano stati suoi compagni di studio all’accademia militare. Suo fratello era generale dell’esercito borbonico: re Ferdinando ebbe il buon cuore di esentarlo dal gravoso incarico di sedare con le armi la rivolta di Carlo. Se mi sono soffermato a lungo su queste pagine, pur essendo solo un semplice lettore e non avendo competenze da storico, è perché mi pare che mettano in mostra uno dei nodi irrisolti del nostro rapporto con il Risorgimento. Hanno drammaticamente a che fare con la sua dimenticanza, e con il congelamento della sua memoria. Qui ci sono un mucchio di parole ormai ritenute impronunciabili: rivoluzione, insurrezione, mutamento radicale… perfino qualcosa che abbia a che fare con l’epurazione (la parola forse più impronunciabile di tutte, oggi come ieri, in Italia). Insomma, la presenza-assenza del padre della patria Mazzini spiega molto del nostro controverso rapporto con il Risorgimento. Il punto da capire, però, è che questa presenza-assenza non nasce oggi: al contrario, è nata con la proclamazione del Regno d’Italia. Il congelamento del Risorgimento è stato già operato 150 anni fa, nel momento il cui si è deciso di amputare dalla storia patria il suo potenziale sovversivo. Un conto è analizzarlo criticamente, storicizzarlo, altro è amputarlo del tutto. Scegliendo la seconda soluzione, è venuta giù tutta l’impalcatura. Perché lamentarsi allora che qualche politico uscito dalle taverne voglia pulirsi il culo con il tricolore? Come scrive Roland Sarti nella sua biografia Giuseppe Mazzini. La politica come religione civile (Laterza, 2000), dopo il 1860 Mazzini si trovò nella posizione anomala di essere allo stesso tempo considerato sia come un fondatore della nazione che come nemico dello stato. Non accettò mai di riconciliarsi con Vittorio Emanuele. Prese a definirsi come «il proscritto della monarchia», visse in totale povertà, morì solo come un cane. Per una coincidenza che potrebbe apparire quasi letteraria, il 17 marzo 1861, nello stesso giorno in cui veniva ufficialmente proclamato il regno d’Italia, Mazzini firmò il contratto con l’editore torinese Gino Daelli per raccogliere i suoi pezzi sparsi. Così partorì I doveri dell’uomo, che nei 150 anni successivi sarebbe stato stampato in oltre un milione di copie. Pochi ricordano che I doveri dell’uomo ha come sottotitolo Agli operai italiani. Sono loro gli interlocutori che Mazzini sceglie per riformulare i suoi discorsi sulla libertà e sull’educazione. È un libro che parla di doveri più che diritti, di Dio, di solidarietà, e come tale verrà avversato sia da destra che da sinistra. Eppure nel suo voler superare l’analisi classista della società, nel suo non volersi ridurre al solo economicismo, al solo «lavorismo», Mazzini colse già allora qualcosa di molto importante su cui soltanto molto tempo dopo sarebbero ritornati i discendenti del movimento operaio. Primo: l’importanza della cultura. Secondo: i lavoratori non potevano isolarsi nella lotta contro l’oppressione. I loro alleati naturali erano le donne, gli schiavi, i servi e le nazioni oppresse.

Le scarpe di Nievo

Tre anni dopo il fallimento della spedizione di Pisacane, ci fu il successo della Spedizione dei Mille, organizzata come si sa in modo radicalmente diverso, e condotta da Garibaldi in modo tale che infiammò i resoconti di qua e di là dell’Atlantico. Fiumi di inchiostro sono stati gettati sull’epopea delle camicie rosse e sul mito dell’eroe dei due mondi. Molti sono i resoconti della Spedizione, da Dumas a Bandi ad Abba, che costruiscono da subito la leggenda dei Mille. Tuttavia, riletti oggi, appaiono troppo agiografici. Meglio allora soffermarsi su altre pagine, ad esempio quelle scritte da Ippolito Nievo, l’autore delle Confessioni di un italiano. Nievo, che era già stato volontario nei Cacciatori delle Alpi, partecipò alla Spedizione dei Mille come vice-intendente e fu responsabile amministrativo dell’avventura meridionale. Un ruolo importantissimo: quando dopo la liberazione del Sud, divampò la polemica sulla Spedizione e la gestione dei fondi, fu costretto a redigere una difesa dettagliata. Per questo tornò a Palermo l’anno seguente, nel 1861, per raccogliere le carte e i documenti necessari, e trovò la morte nel ritorno verso Napoli a causa dell’affondamento (tuttora avvolto nel mistero) del vapore Ercole su cui viaggiava. Non aveva ancora compiuto trent’anni. Della Spedizione, lo scrittore padovano ci ha lasciato un Diario e il Primo rendiconto amministrativo. Dalla partenza da Genova il 5 maggio all’ultimo armistizio colle truppe borboniche il 3 giugno 1860. Il primo costituisce un insieme di appunti scritti a margine di ogni giornata di quel maggio euforico; il secondo è un testo che nasce dalla necessità di spiegare l’operato del Generale e delle sue truppe, pieno di dati materiali, di cifre che indicano i costi della missione al Sud. Proprio perché non sono agiografici, oltre che per il fatto di essere stati scritti da uno dei grandi nomi della nostra letteratura, offrono della Spedizione dei Mille uno spaccato vivido, senza fronzoli, umanissimo. Ad esempio, a un certo punto, Nievo scrive nel Rendiconto:
«Da Marsala a Palermo, in sedici giorni di campagna difficile, irregolare, faticosissima, con soldati sprovvisti affatto di ciò che meglio necessita alla milizia in campo, in paese amico e avvezzo a sacrifizi d’ogni genere, non un pane fu tocco, né levata una festuca di paglia che non ne fosse offerto il prezzo corrispondente. Scarpe, vesti, camicie, arnesi da cucina e da cantina, polvere e piombo, armi, coperte, muli, cavalli, tutto fu raccolto, stimato, pagato, annotato nelle brevi interruzioni di marce precipitose e disagiate».
È l’universo materiale di una stramba guerra, quello che emerge nella pagine di Nievo, tutto quello che c’è alle spalle del campo di battaglia, e che pure è essenziale per spiegare ogni leggenda. L’epica si fonda sui muli e sugli asini, sulle coperte, sul cibo. Mai come nelle pagine di Nievo, la Spedizione appare per quello che fu: l’incontro di un manipolo di giovani volenterosi pronti a sacrificarsi per un’idea, e che da almeno un decennio avevano preso parte a ogni moto rivoluzionario o guerra nazionale, con un popolo di diseredati abbrutiti da secoli di dominio, sopraffazione, apatia, alienazione. Non ci sono fotografie che testimoniano l’incontro, almeno io non ne ho mai viste. Vi sono solo dipinti edulcorati. Eppure ho sempre avuto l’impressione che l’incontro siciliano tra due mondi tanto dissimili sia stato ancora più stridente di quello dello sbarco degli alleati, testimoniato dalle celebri foto di Robert Capa. Nievo scrive ancora: «In paese povero, non avvertito di nulla, dove sono difficili le vie di comunicazione, e l’indolenza ereditaria nei pochi centri popolati, la questione del pane diventava per noi del massimo momento». Il pane, la necessità di reperire il pane… Ma c’è una pagina del suo Rendiconto che trovo straordinaria, e che restituisce appieno le difficoltà materiali dell’epopea garibaldina. Nello scriverla Nievo, sembra quasi voler organizzare una contro-storia della battaglia. Quasi che rifar l’Italia volesse dire non solo deporre i vecchi tiranni, le loro corti e i loro seguaci, ma anche abbandonare una volta per tutta il modo in cui re e principi si sono tramandati, di generazione in generazione, le loro gesta. È come se Nievo, appuntando questa pagina, si stia interrogando sulla necessità di scrivere in modo nuovo, stia testando i modi con cui riportare la cruda realtà. Mentre parla del corredo militare dei Mille, quasi all’improvviso si abbandona a una lunga digressione:
«Soprattutto ci metteva terrore, sembra ridicolo l’accennarlo, lo stato delle scarpe. […] Cominciarono fin d’allora quelle continue e minute requisizioni di scarpe, che furono, convien affermarlo, una delle principali nostre fatiche. E ciò parrà strano e frivolo a coloro che recano in coda all’esercito, assicurati da un buon corpo di dieci o dodicimila uomini di riserva, depositi e magazzini di ogni fatta; ma per noi, vero pugno di cacciatori, sbalestrati qua e là dal volere pronto e indomabile che ci dirigeva, non fu piccol vanto arrivare a cambiar calzatura quasi due volte a meglio che duemila uomini, giacché, oltre ai nostri, dopo Partinico furono fatte abbondanti distribuzioni anche alle bande armate dei paesi. Tutto ciò nel giro di poco più che due settimane, in paesi privi di industria, dove bisognava cercar la bottega d’ogni ciabattino e arrivare al molto giovandosi molte volte del poco».
Le scarpe di cui parla Nievo sono la cartina di tornasole del nostro Risorgimento, o almeno di quella parte che oggi non si vuole far riaffiorare. La Spedizione fu una sorta di lunga marcia ante litteram in quella che giustamente Pisacane definiva la parte più misera della penisola. Non scompose più di tanto i notabili meridionali, né consegnò ai contadini un programma di riforme sociali. Ma nel maggio del 1860, e forse solo allora, benché l’atteggiamento di Garibaldi verso la monarchia non fosse più quello di un Mazzini, il nesso irrisolto di cui parlava l’agitatore genovese (il realizzare materialmente, concretamente, qui e ora, un mondo nuovo tra le macerie del vecchio, fronteggiando l’assalto della reazione, le proprie debolezze, l’indolenza atavica di chi dovrebbe ribellarsi) parve sciogliersi, per poi di nuovo – subitamente – aggrovigliarsi ancora. Quante altre volte, per quanti altri pochi giorni, settimane, mesi, nei 150 anni che ormai ci dividono da quel maggio, il nodo è sembrato sciogliersi nuovamente, e la Storia sospendere le sue regole?

Non c’è più nessun faro

Solo ora mi rendo conto di essermi affidato, per raccontare ciò che volevo ricordare, a una lunga serie di citazioni da pagine dimenticate. Mi sono sembrate troppo belle per lasciarle dov’erano, per non richiamarle direttamente in vita. Erano pagine cadute in disuso. E allora mi piace concludere questo saggio citando un altro brano. Si tratta di un estratto di un discorso pronunciato alla Camera dei deputati da Giovanni Bovio il 18 dicembre 1896. Mi ci sono imbattuto casualmente leggendo il bel libro di Mario Isnenghi, Garibaldi fu ferito. Storia e mito di un rivoluzionario disciplinato (Donzelli 2007). Nato a Trani nel 1837, Bovio fu deputato della Sinistra su posizioni radicali. Filosofo repubblicano, grande oratore, quel giorno prese la parola contro il fallimento della politica coloniale in Africa. Ma quella che Bovio denuncia è qualcosa di più profondo, il rovesciamento in meno di trent’anni degli ideali del Risorgimento, la trasformazione da oppressi a oppressori, il prender parte a un’altra guerra asimmetrica, ma stando dall’altra parte. L’usare il tricolore, ma seguendo altri principi. Così pronunciò queste parole, che molto difficilmente il Comitato intermini-steriale per le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia vorrà ricordare nella miriade di iniziative ufficiali messe in cantiere:
«A voi dotti colleghi io dico, spiegatemi un fenomeno: Come va che l’Italia, appena riunita, nel 1860, parve grande nel mondo, e si rivelò luminosa a tutte le nazioni, quasi un faro in mezzo a loro; ed oggi, mentre l’avete munita di esercito, presidiata di naviglio, oggi è più debole che non allora; tanto che voi siete costretti a governare con le leggi eccezionali di cui ha parlato l’amico Cavallotti? Siete più forti oggi o allora? Allora voi eravate un pensiero, eravate una missione che l’Europa aspettava da voi; oggi voi siete quasi intrusi nella politica europea, dovendovi presentare colla divisa delle grandi Potenze e dimenticando la vostra missione che doveva essere non d’invasione, ma di liberazione. Voi non dovevate invadere la terra altrui; dovevate rendere libera ogni terra soggetta e perciò la natura vi aveva mandato un uomo raro, singolare, che si chiamava Giuseppe Garibaldi, il quale personificava tutto il vostro pensiero, e tutta la vostra milizia. Ditemi, l’avreste voi mandato in Abissinia? […] L’Italia succeduta al Papato doveva incarnare una forma di redenzione grande; voi ne avete fatto una piccola monarchia borghese».

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