Giuseppe Lorenti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giuseppe-lorenti/ un blog di approfondimento culturale Thu, 09 May 2019 07:37:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giuseppe Lorenti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giuseppe-lorenti/ 32 32 Arruina, la favola nera di Francesco Iannone https://minimaetmoralia.it/recensioni/arruina-la-favola-nera-francesco-iannone/ https://minimaetmoralia.it/recensioni/arruina-la-favola-nera-francesco-iannone/#comments Thu, 09 May 2019 07:37:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40209 di Giuseppe Lorenti

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C’era una volta e c’è ancora. La favola che si trasforma in romanzo moderno. Questo è “Arruina”, romanzo di esordio di Francesco Iannone pubblicato da Il Saggiatore. Una favola nera con echi di un’epica lontana, un romanzo, apparentemente, senza tempo e senza luoghi.

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di Giuseppe Lorenti

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C’era una volta e c’è ancora. La favola che si trasforma in romanzo moderno. Questo è “Arruina”, romanzo di esordio di Francesco Iannone pubblicato da Il Saggiatore. Una favola nera con echi di un’epica lontana, un romanzo, apparentemente, senza tempo e senza luoghi. In realtà, nascoste tra le pagine del romanzo accanto a luoghi immaginari come Acquavena, Roccagloriosa, Terradura, si può scoprire il sud d’Italia, la Campania, che è la terra natia dell’autore.

Più precisamente Sarno che è esplicitamente citato e con una data ben precisa: cinque maggio millenovecentonovantotto, giorno del devastante alluvione che cancellò per sempre il paese in provincia di Salerno.

In questa dimensione oscura, apocalittica e magica una bambina, la Sperduta, è chiamata a cambiare il destino degli abitanti del suo villaggio, a salvarli dalla fine che minaccia le loro vite. Contro la Sperduta, però, incombono le Nerissime, spettri che sbudellano cadaveri, smembrano i loro corpi, si nutrono del sangue dei neonati.

Creature una volta felici che il tempo ha reso cattive e feroci. Le Nerissime cercano e rapiscono la bambina perché la sua presenza minaccia le loro esistenza, per sopravvivere hanno bisogno di ucciderla. Un mondo fiabesco popola le pagine di “Arruina”, un universo abitato da personaggi che contengono in sé elementi umani e animali quasi a rappresentare un’unione, un indefinito tra uomini e bestie.

Il romanzo è un cammino attraverso questi territori misteriosi, un viaggio notturno in un paesaggio che sembra richiamare scenari da Divina Commedia. Sembra una danza macabra e antica quella che costruisce l’autore con un uso della lingua che riecheggia la metrica della poesia.

Una danza in cui si affacciano la Briganta, il Poeta Antico, la Sciangata, il Matto e ‘O ‘Mpasturato, tutti personaggi che accompagnano i genitori della bambina tra queste terre di mezzo per salvare la Sperduta e, soprattutto, per salvare sé stessi. C’è il sangue e c’è l’acqua, c’è la natura con la sua asprezza e la sua bellezza primitiva. C’è l’eterna lotta tra il bene e il male, un combattimento raccontato con uno stile che affonda le sue radici nella tradizione dell’epica italiana e nella favole medievali, con le sue allegorie, ma che, inevitabilmente, si sviluppa con un linguaggio contemporaneo, quasi post moderno.

Mentre negli Stati Uniti, negli ultimi anni, è emerso con forza il New Weird, genere letterario che si poggia sulla fantascienza ma che contamina elementi fiabeschi e reali, nel nostro paese inizia a svilupparsi, se non un genere vero e proprio, un fiorire di romanzi che se da un lato affondano la loro origine nel fiabesco medievale, oscuro e metafisico, dall’altro aprono lo spazio a un modo nuovo, moderno e originale, di raccontare il contemporaneo.

Il tentativo di costruire una nuova epica moderna, e ciò che più colpisce di questo sforzo letterario è il fatto che questa sperimentazione arrivi, soprattutto, da scrittori del sud d’Italia. Il romanzo di Francesco Iannone si colloca, a buon diritto, in questo solco.

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Catania e il dissesto. Un reportage https://minimaetmoralia.it/attualita/catania-dissesto-un-reportage/ https://minimaetmoralia.it/attualita/catania-dissesto-un-reportage/#comments Fri, 25 Jan 2019 06:30:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39325 di Giuseppe Lorenti (foto dell'autore: Piazza Carlo Alberto, mercato di Catania).

Una mattina fredda a Catania, in gennaio, è il sole che riesce a scaldarti, nel cielo terso, colorato di un azzurro pulito e con un vento leggero che è una lama di rasoio che ti ferisce, dolcemente, sul volto. La mattina del 7 gennaio, 2019, è una di queste. Io viaggio in metropolitana, la cosa più rivoluzionaria accaduta nella mia città negli ultimi 20 anni, perché ho un appuntamento in banca, in quella che negli anni sessanta era la City catanese. Viaggio in metropolitana con le cuffie collegate al telefono. Cuffie grandi e bianche perché, buffamente, cerco di esorcizzare i miei 54 anni seguendo mode più da teenager che da uomo adulto.

Nelle orecchie risuona una canzone di Carmen Consoli, “In bianco e nero”, e mentre mi fermo al capolinea riecheggia un passaggio del testo: “nitido scorcio degli anni sessanta di una raggiante Catania”.

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di Giuseppe Lorenti (foto dell’autore: Piazza Carlo Alberto, mercato di Catania).

Una mattina fredda a Catania, in gennaio, è il sole che riesce a scaldarti, nel cielo terso, colorato di un azzurro pulito e con un vento leggero che è una lama di rasoio che ti ferisce, dolcemente, sul volto. La mattina del 7 gennaio, 2019, è una di queste. Io viaggio in metropolitana, la cosa più rivoluzionaria accaduta nella mia città negli ultimi 20 anni, perché ho un appuntamento in banca, in quella che negli anni sessanta era la City catanese. Viaggio in metropolitana con le cuffie collegate al telefono. Cuffie grandi e bianche perché, buffamente, cerco di esorcizzare i miei 54 anni seguendo mode più da teenager che da uomo adulto.

Nelle orecchie risuona una canzone di Carmen Consoli, “In bianco e nero”, e mentre mi fermo al capolinea riecheggia un passaggio del testo: “nitido scorcio degli anni sessanta di una raggiante Catania”.

Mi accorgo di essere avvolto da una folla composta per la maggior parte da studenti universitari e in uno scatto di vergogna tolgo d’istinto le cuffie e mi avvio all’uscita verso le scale mobili che conducono dal buio dei sotterranei a i lampi di luce e di azzurro. “Tallinn. Estonia, da cinque anni vivo lì, mi trovo benissimo. Mi godo gli ultimi giorni di ferie post natalizie ma domani riparto. Ritornerò in agosto per la vacanze estive”. Salendo verso le luci cittadine ho “rubato” uno scambio di una chiacchierata tra due amici, avranno avuto 30 anni ciascuno. Uno ha scelto di restare, l’altro si è trasferito per un futuro migliore. Per giorni, Tallinn, Estonia hanno risuonato, ossessivamente, nella mia mente, sono andato su Google Maps per capire quanto distante fosse l’Estonia dalla Sicilia. Lontanissima: 3.554 km, da Catania a Tallinn. Sono passati poco più venti giorni da quando, il 24 dicembre 2018, il Consiglio comunale di Catania ha formalizzato il dissesto dell’amministrazione dopo la sentenza della Corte dei Conti che certificava il default, il ricorso respinto dal governo nazionale: un 1.580.000.000,00 di € il debito cumulato negli ultimi 30 anni dalla macchina comunale. 3.554 km versus 1.580.000.000,00 di €.

Questa è la lente attraverso la quale ho iniziato a interrogarmi su cosa fosse successo, cosa sta succedendo intorno a me, le ragioni che ci hanno condotto a queste distanze abissali, che hanno prodotto e continuano a produrre ferite che sanguinano nelle strade, nelle piazze, nei mercati, nei negozi, nei locali che, anche io, frequento abitualmente. Catania è un incrocio, un luogo dove ci si innamora, perdutamente, dei contrasti.Una città bellissima e bastarda che non ha mai posseduto quel senso aristocratico di Palermo ma che possiede una vitalità irrefrenabile.

Catania è uno spazio che straripa di energie che oscillano tra il desiderio da metropoli europea e la frustrazione di piccola comunità provinciale. Dentro questo dedalo–labirinto convive tutto e il suo contrario: disoccupazione giovanile ai massimi e una vita notturna inesauribile, assenza di senso civico e un amor proprio morboso, un sorgere ininterrotto di enormi centri commerciali e una moria di attività commerciali, l’esplosione del settore del food and beverage e le grandi difficoltà di tutte le realtà che operano nel sociale e nella cultura. Mentre il Comune dichiara il dissesto, l’Università continua a registrare un’emorragia di studenti che emigrano nelle città del Nord Italia,i più agiati a Parigi, Londra, a Berlino.

Poi, c’è qualcuno che arriva fino in Estonia. Un gioco affascinante e perverso che ha radici profonde. In questo quadro il fallimento del Comune è lo specchio perfetto di almeno 25 anni di dissennata gestione pubblica e totale mancanza di una visione di futuro e quando questo trova complicità nell’indifferenza, nella convenienza, nella assenza di senso dello Stato di una buona parte di catanesi, quando il 50% dei residenti evade, volontariamente, la tassa sulla spazzatura si scatena la tempesta perfetta e il fallimento è inevitabile.

Cambio scena. Dai sotterranei della metropolitana mi trovo nei magnifici saloni di Palazzo dei Chierici, tra il mercato del pesce e la Cattedrale. Qui ha sede l’assessorato al Bilancio della giunta di centro destra guidata da Salvo Pogliese, insediatasi lo scorso giugno, che si è trovata a gestire questo macigno. Ho un incontro con Roberto Bonaccorsi, assessore al Bilancio, per farmi spiegare qual è la situazione finanziaria della casse comunali e per capire quale città si immagina questa nuova giunta. “la cifra di 1.580.000.000 è l’importo, inizia Bonaccorsi, dei debiti esistenti al momento del nostro insediamento.

All’interno di questo importo quasi 900.000.000,00 di € sono mutui, alcuni con scadenza al 2040, 188.000.000,00 di € sono anticipazioni di tesoreria, il resto sono debiti correnti, legati alle aziende partecipate, la Multiservizi e l’Azienda Municipale dei Trasporti e fornitori dell’ente. Prima conseguenza è che tutti i tributi locali devono essere alzati al massimo delle aliquote ma, poiché l’amministrazione era in una situazione di predissessto, tutti i tributi locali erano già ai tetti massimi. Come giunta dovremo, entro la fine di marzo 2019, preparare un bilancio stabilmente riequilibrato.

Dobbiamo individuare gli elementi di criticità che aveva il nostro bilancio. Chiaramente una riorganizzazione dell’intera macchina comunale è necessaria. Macchina comunale che ha in pianta organica 2.800 dipendenti. Ma il vero dramma è che la qualità della nostra città peggiora ogni giorno di più. I più bravi scappano, la tragedia è l’impoverimento intellettuale, culturale, sociale che sta subendo il nostro contesto”.

Esco da Palazzo dei Chierici con in testa i dati e l’analisi drammatica dell’assessore Bonaccorsi e sono invaso dalla bellezza del bianco e nero di Piazza Duomo, sovrastato da quell’azzurro ancora più terso, dal via via di turisti e  cittadini che si dirigono verso la pescheria.

Voglio incontrare Marco Timpanaro, giovane imprenditore nel settore food, che si è inventato all’interno del mercato del pesce, un piccolo locale. “Ho aperto Scirocco,mi dice Marco, nel maggio 2016, dopo essermi laureato in Economia, qui a Catania. L’idea è di un tour operator belga che portava gruppi di turisti in giro per i mercati siciliani e mi suggerì di immaginare un’attività di street food legata alla tradizione del pesce. Oggi la mia clientela è al 60 % composta da turisti stranieri che vengono al mercato perché vogliono respirare l’autenticità del popolo e per il 40% da catanesi”. Piccoli arancini al nero di seppia, polpette di baccalà, cartoccio di pesce fritto hanno portato Marco Timpanaro a dare lavoro a 12 dipendenti e soprattutto ad attrarre l’attenzione del più grande gruppo nel campo dell’hôtellerie in Italia, i Bianconi di Norcia, con il quale sta aprendo, sempre in pescheria, uno spazio più grande dove servire salumi, formaggi siciliani e griglia alla catanese. Tutti prodotti biologicamente tracciati.

“Il mio timore legato al dissesto, conclude Timpanaro, è l’effetto indiretto del blocco dei servizi comunali. Qui al mercato, il grande problema è la spazzatura, troppo spesso il servizio comunale di raccolta rifiuti non funziona e gli stranieri, soprattutto, non tollerano di visitare e consumare in un luogo magico ma terribilmente sporco”. Risalgo a piedi la Via Etnea, all’orizzonte la vista dell’Etna leggermene imbiancata e arrivo, in quello che, in questi ultimi anni, è diventato il quadrilatero della vita notturna, dove si mangia, si beve, si cammina senza sosta, dalle 23.00 alle 3.00 di notte.

Massimo  Villardita è il proprietario di Razmataz–Wine Bar, uno dei locali più frequentati dalla borghesia della città. “E’ diventato molto difficile lavorare qui”, racconta Villardita, “io per vent’anni ho lavorato a Milano ma ho scelto di tornare a Catania e investire nel settore del cibo di qualità. L’attività va bene, ma sto pensando, seriamente di andare via, se non l’ho fatto è perché sono innamorato di questa città, perché sento qui le mie radici, perché il mio locale, ancora, produce reddito, ma in città, e il dissesto ha aggravato ogni cosa, tutto è estremamente difficile. Dall’assenza assoluta dei servizi di base che devono agevolare chi avvia un’attività imprenditoriale, ai problemi legati all’ordine e sicurezza pubblica”.

“Ogni sera, Razmataz è circondato da punkabbestia ubriachi che si aggirano tra tavoli, talvolta molestando la nostra clientela e noi non possiamo contare sull’intervento delle autorità preposte al controllo né posso lamentarmi perché altrimenti vengo etichettato come il “ricco imprenditore” che non vuole intorno a sé povertà ed emarginazione che possano minare il suo profitto. A me piace intrattenere rapporti continui con la mia clientela, parlo di una borghesia medio – alta, che, in numero sempre maggiore, mi confidano che sono pronti alle prossime elezioni a votare Salvini. Mai avrei immaginato che potesse accadere un simile ribaltamento. Chi ci ha trattato come i parassiti di questo paese adesso è considerato il salvatore della Patria”.

Questo quadrilatero è un intreccio di vicoli e locali. Uno dei più famosi è Fud che si è, letteralmente, inventato un nuovo modo di fare ristorazione e ha esportato il modello catanese prima a Palermo, poi a Milano.

Andrea Graziano, l’inventore di Fud mi dice: “in realtà non ho inventato nulla di nuovo, ho puntato su panini e hamburger ma l’ho fatto con una scelta molto curata sia nella ricerca dei prodotti, sia nel design e nella comunicazione. Questi si, erano totalmente innovativi per la città. Tutto, però, ruota intorno al cibo. Ho puntato, rischiando moltissimo, sulla qualità. Oggi abbiamo una linea a marchio Fud di circa 100 prodotti che sono il risultato di una filiera che ha messo insieme una sessantina di produttori siciliani che sono la massima espressione di qualità regionale. Quello che doveva essere un gioco è diventato un grande gioco. Quando abbiamo aperto eravamo in cinque, oggi siamo 148 a dipendenti a tempo indeterminato, tra Catania, Palermo e Milano”.

Storie di una città bastarda. Poi, ci sono altre storie, quelle legate a doppio filo alle sorti dell’amministrazione pubblica. Uno dei comparti che rischia di saltare per aria è quello dei servizi sociali. Claudio Manera, presidente di Nikes, cooperativa sociale nata nel 2003, che offre, principalmente, assistenza domiciliare racconta che dal 2004 a oggi la stessa assistenza in convenzione con il Comune è passata da 1.300 beneficiari a 50.

“A partire dal 2009 ci siamo resi conto”, mi dice Manera, “che la situazione economica dell’amministrazione era in grande sofferenza. Già, da allora, i pagamenti arrivavano con sei, sette mesi di ritardo. Allora, abbiamo pensato di investire, diversificando l’offerta dei servizi, nel privato. Abbiamo aperto delle comunità alloggio che non hanno nessuna convenzione ma si reggono sulle rette pagate dai privati. Abbiamo garantito dei servizi di qualità in cambio di rette a prezzi che molti privati possono permettersi. Paradossalmente con i privati riusciamo a mantenere i servizi offerti in convenzione con il pubblico. Ad oggi, noi vantiamo un credito con il comune di 200.000,00 € e se saremo fortunati recupereremo, negli anni, il 50% di questa somma. Questo per una cooperativa che ha 27 dipendenti è un danno enorme. Senza considerare che si sta stanno tagliando i fondi per le fasce più deboli. Altro paradosso: a Catania, i soldi ci sono, non si sa da dove arrivano ma ci sono. Questo è un dato certo”.

Arrivano dalla grande imprenditoria? Quella che è stata negli anni novanta l’Etna Valley, area di sviluppo tecnologico, modello virtuoso di sinergia tra aziende, comune e Università si è decisamente ridimensionata. La ST mantiene buoni standard di crescita e occupazione, ma imparagonabili a quelli degli anni novanta. Micron, impresa americana specializzata nella produzioni di dispositivi a semi conduttore, legata a ST, sta per lasciare il sito catanese con il conseguente licenziamento di quasi 240 dipendenti, solo una parte dei quali sarà riassorbita da ST. La grande distribuzione che ha portato Catania in cima alle classifiche europea nel rapporto tra abitanti e centri commerciali esistenti è entrata in crisi.

Un dato: il più grande gruppo della GDO della provincia catanese, il Gruppo Abate, che spaziava dai supermercati A&O, Famila e il grande centro commerciale “Etnapolis” è entrato in crisi, mettendo a rischio oltre 300 dipendenti, che dovrebbero essere riassorbiti da un altro gruppo che in città controlla una buona parte della grande distribuzione, il Gruppo Arena, che sta valutando di rilevare una parte delle attività degli Abate.

Ho bisogno di uscire da questo dedalo urbano. C’è stato un tempo in cui uno dei motori dell’economia catanese era il comparto agrumicolo. Enormi distese verdi d’inverno, giallo così acceso da accecarti d’estate, dentro le quali ti perdevi tra masserie, arance, ulivi e limoni. La Piana di Catania. Oggi, quasi il deserto. Se vai al mercato o nei supermercati di arance o limoni prodotti a Catania non trovi più nulla, solo spagnole, marocchine, israeliane. Giacomo e Stefano Rindone hanno ereditato dal padre, un’azienda agricola, la Santi, che produce arance nelle campagne catanesi “Il 100% della nostra produzione la commercializziamo al di fuori di Catania e della Sicilia. Il nostro mercato è concentrato per un 30% tra Torino, Bologna, Firenze, Verona, Rimini e Roma e il 70% tra Parigi, Bruxelles e in Svizzera”.

Tutto nasce, qualche anno fa, da quella che ascoltata sembra storia da romanzo invece è storia vera. “Avevo intuito, racconta Giacomo, che il mercato catanese e siciliano era in agonia, così feci un colpo di testa. Attraversai l’Italia fino a Roma con un furgoncino carico di cassette di arance e giravo i mercati, soprattutto romani, per piazzare il prodotto. Viaggi interminabili sulla Salerno-Reggio Calabria, ma questa scelta folle ha pagato. Oggi a Roma abbiamo aperto un nostro punto vendita, puntando sulla qualità del prodotto e oggi l’azienda è in attivo, abbandonando il mercato siciliano e puntando sui mercati esteri dove c’è più attenzione alla qualità del prodotto anche se costa di più. La nostra azienda non ha avvertito in alcun modo il peso del dissesto, semplicemente perché abbiamo scelto di non avere nessun rapporto con il nostro territorio ma di legarci ad una dimensione nazionale e ancor di più internazionale”.

I fratelli Rindone sono giovani, pieni di entusiasmo ed energie, ma la grande tragedia catanese che si allarga all’intera regione è la fuga delle nuove generazioni. Lo conferma uno studio del 2018, Scuola e università: la grande emigrazione degli studenti siciliani, realizzato dal prof. Foderà, docente del Dipartimento di Giurisprudenza della Lumsa di Palermo e commissionato dal Centro Studi della Cgil Sicilia. Da questa analisi emerge che dal 2002 ad oggi la Sicilia ha perso oltre 140.000 residenti,  mentre i siciliani che hanno trasferito la residenza all’estero dal 2013 al 2016, sono stati quasi 38.000. Ancor più drammatici sono i dati relativi alla fuga degli universitari.

Nell’anno accademico 2017/18 rispetto al 2016/17, si evidenzia un calo della popolazione universitaria di oltre 8.000 iscritti, ma il dato più eclatante è il numero di studenti che frequenta l’università fuori dalla Sicilia. Su un totale di 155.271 studenti oltre 23.000  studiano negli atenei del Nord, quasi 20.000 in quelli del Centro e oltre 7.000 negli altri atenei del Mezzogiorno.

A Catania non c’è l’allure aristocratica di Palermo ma ci sono palazzi nobiliari di una bellezza che toglie il respiro, che traboccano barocco e pietra lavica. In uno di questi, Palazzo Biscari, incontro, casualmente, a un vernissage fotografico Mattia Stompo. Mattia ha 25 anni e vive a Londra. “Tra l’immaturità dei 18 anni e la pressione dei genitori, mi racconta mentre ci addentriamo nei saloni nobiliari tra arazzi e installazioni fotografiche, terminato il liceo sono rimasto qui e mi sono iscritto in Economia aziendale, ma la mia carriera universitaria è durata due mesi. Dopodiché ho deciso di trasferirmi a Milano e iscrivermi all’Accademia di Belle Arti seguendo il corso di arti multimediali. Tre anni bellissimi, ma ogni volta che tornavo in Sicilia quando arrivava il momento del distacco era, sempre, uno strappo emotivo. Dopo Milano sono andato a Londra per seguire un master in foto-giornalismo, lavoravo, studiavo e ho potuto usufruire di un finanziamento di 10.000,00 € erogato dallo stesso istituto che prevedeva un rimborso a tassi irrisori e una tempistica molto agevolata. A Londra ho trovato una grande comunità di coetanei siciliani, ma ancora oggi ogni volta che rientro a Catania poi andarmene è un trauma, è la rabbia che mi cova dentro nel dover dire a me stesso che sono dovuto emigrare per  realizzarmi professionalmente”.

Tardo pomeriggio di un sabato catanese, scappo da Palazzo Biscari per raggiungere la metropolitana che mi riporterà a casa. Ritorno con la mente a quella mattina del 7 gennaio, riprendo il telefono e fregandomene della vergogna rimetto le cuffie, bianche e grandi. YouTube, tasto Play e faccio partire “Povera Patria” di Battiato. Nelle orecchie risuona “non cambierà, forse cambierà, si che cambierà, vedrai che cambierà”.

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Le distorsioni sul racconto dell’immigrazione https://minimaetmoralia.it/attualita/immigrazione-giuseppe-lorenti/ https://minimaetmoralia.it/attualita/immigrazione-giuseppe-lorenti/#comments Fri, 20 Jul 2018 09:02:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37832 di Giuseppe Lorenti

A me piace camminare a piedi. A me piacciono gli spazi larghi che lasciano l’opportunità di osservare la linea dell’orizzonte. A me piace il mare. A me piacciono le contraddizioni. Quel fascino per ciò che costringe a interrogarti è stato, sempre, la mia forza e la mia debolezza. A Catania c’è un luogo che contiene in sé questi elementi: il suo porto. Un’ansa profonda che si apre sul Mediterraneo e che, dal 2018, si è trasformata nella nuova frontiera dei migranti che muovono verso l’Europa.

Questo raccontano i dati del Ministero dell’Interno che evidenziano come, da gennaio 2018, ci sia stato un profondo cambiamento nei flussi in arrivo dall’Africa.

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di Giuseppe Lorenti

A me piace camminare a piedi. A me piacciono gli spazi larghi che lasciano l’opportunità di osservare la linea dell’orizzonte. A me piace il mare. A me piacciono le contraddizioni. Quel fascino per ciò che costringe a interrogarti è stato, sempre, la mia forza e la mia debolezza. A Catania c’è un luogo che contiene in sé questi elementi: il suo porto. Un’ansa profonda che si apre sul Mediterraneo e che, dal 2018, si è trasformata nella nuova frontiera dei migranti che muovono verso l’Europa.

Questo raccontano i dati del Ministero dell’Interno che evidenziano come, da gennaio 2018, ci sia stato un profondo cambiamento nei flussi in arrivo dall’Africa. I numeri dei primi sette mesi del 2018 confermano, in maniera ancora più eclatante, questo scenario. Il report del Ministero dell’Interno del 18 luglio dimostra il crollo spaventoso degli arrivi. La comparazione con i primi sette mesi dei due anni precedenti è impietosa: rispetto al 2016 il calo è del 77,67 %, al 2017 del 80,89.Se da gennaio a luglio 2016 gli sbarchi erano stati oltre 79.877 e nel 2017 93.333(di cui oltre 89.000 dalla Libia),a luglio 2018 il numero è di 17.838(di cui 12.088 dalla Libia).

In questi primi sette mesi la centralità del porto di Catania ha assunto maggiore evidenza: 2.786 sbarchi, seguita da Augusta con 2.413 arrivi mentre Lampedusa si ferma a 1.266. La grande invasione sembra essersi fermata. Ecco che tornano le contraddizioni, che emerge quel bisogno di conoscenza che mi ha spinto ad ascoltare le voci e vivere le emozioni, un grumo inestricabile di felicità e sofferenza, di chi, in città, si occupa di un fenomeno che il nostro paese ha, scelleratamente, deciso di raccontare agitando il fantasma della paura e di affrontare con la logica dell’emergenza.

Guido Nicolosi insegna Sociologia dei Processi culturali al Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania ed è componente del Centre d’Étudedes Techniques, des Connaissances et des Pratiques della Sorbona. Nei mesi scorsi è stato selezionato e incaricato da EVP, società partner di Facebook, che coordina un programma mondiale lanciato dal social network, di contrasto all’hatespeech sui social. “Mi hanno contattato nello scorso ottobre, dice Nicolosi, conoscevano il mio lavoro sulla comunicazione dei fenomeni migratori, su stereotipi e pregiudizi e mi hanno chiesto se fossi stato disponibile a candidare la mia Università per partecipare al programma: Peer to Peer: Facebook Global Digital Challenge, presentando un progetto per una campagna di comunicazione sui social media che contrastasse l’hatespeech sul tema dell’immigrazione. Ricordo che durante i colloqui emergeva la valenza simbolica della Sicilia e di Catania sulla question emigranti. Negli Stati Uniti sono consapevoli che il dibattito sulle migrazioniè focalizzato su un’area geografica specifica, il Mediterraneo, e all’interno di questa area la Sicilia e negli ultimi due anni Catania ha assunto una centralità assoluta”. Così nasce Don’tignorehumankind, una campagna di comunicazione di contrasto ai discorsi di odio nei confronti dei migranti. La specificità del progetto, che si è chiuso lo scorso giugno, è di essere stato realizzato da un team di studenti, secondo la logica del“Peer to Peer”.

Quindici studenti hanno presentato un piano di comunicazione a Facebook che prevedeva la realizzazione e la condivisione sui social di video e notizie che smontassero la narrazione comune sul fenomeno migratorio, attività di fact checking per evidenziare dati che hanno smontato stereotipi e pregiudizi. Una campagna fondata su tre pilastri: ironia, controinformazione, solidarietà. Questo ha significato costruire un network locale che ha contribuito alla diffusione del progetto: Scenario Pubblico, Centro Nazionale di Produzione Danza,  ha allestito una coreografia diventata lo spot finale del progetto,la radio dell’Università, Radio Zammù, ha realizzato un programma radiofonico con il coinvolgimento di alcuni migranti, il Cope, Centro per la Cooperazione dei Paesi emergenti, ha svolto un’attività di formazione per il team di studenti.Tra i partner  anche il Comitato Provinciale di Catania della Croce Rossa che, in questi anni, ha svolto un ruolo essenziale nella gestione della prima accoglienza. Stefano Principato, Presidente di CRI Catania, mi conferma questo mutamento “negli ultimi due anni il porto catanese è diventato il nuovo snodo di ingresso in Europa ma è cambiata la modalità con cui gli immigrati arrivano. Negli anni scorsi abbiamo visto arrivare zattere e barconi straripanti di esseri umani,oggi sono i mezzi della Guarda Costiera e delle ONG che intercettano questi mezzi di fortuna e li accompagnano nei porti. Come CRI abbiamo approntato dei gazebo in cui accogliamo, con i nostri volontari, i migranti appena sbarcati. Il fatto che Catania sia diventata un nodo centrale è legato a motivi logistici e organizzativi. La Guardia Costiera e molte ONG hanno base in città e questo rende più agevole la  prima accoglienza. Noi li supportiamo con un’attività sanitaria, l’assistenza psicologica e con i servizi del Restoring Family Links,  un progetto che permette a chi arriva di contattare la propria famiglia”.

Catania è una città contraddittoria. Mentre c’è chi opera per dare risposte concrete l’amministrazione comunale, di fatto, smantella il Progetto Immigrati e “Casa dei Popoli”, un luogo che ha rappresentato, dal 1994, un riferimento per i migranti, motivando questa scelta come dolorosa ma necessaria per la la mancanza di risorse economiche. E sarà anche una scelta sofferta ma, oggettivamente, è insensata. Contemporaneamente, l’amministrazione ha messo a disposizione alcuni locali di sua proprietà per ospitare le attività di Frontex, l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera.

Silvia Dizzia, responsabile del Restoring Family Links, mi racconta che in città si ha una percezione minima del fenomeno. “I catanesi non hanno piena consapevolezza di come sia aumentato il numero degli sbarchi al molo del porto, e qui succede qualcosa di paradossale. Mentre noi operatori siamo in attesa degli arrivi, talvolta avvengono anche nei giorni festivi, parallelamente ci sono locali stracolmi di gente perché c’è una festa, per bere una birra,per mangiare una granita. Ci troviamo davanti due mondi che si incrociano, un’umanità in fuga e un universo che si gode, legittimamente, la giornata di vacanza. Per me lo sbarco è un microcosmo che attraversa le nostre vite ponendole di fronte a contrasti emotivi che ti spiazzano ma che sono entrati nella nostra quotidianità”.

In ogni caso, il dato che permane è l’enorme diminuzione di arrivi, come mi conferma Marco Bertotto, responsabile Advocacy di Msf Italia. “La riduzione delle partenze è imputabile a un’attività svolta, a quanto pare, con il supporto e il finanziamento di autorità italiane ed europee, da milizie libiche che ostacolano l’attività dei trafficanti a terra, inoltre c’è stato un aumento importante delle intercettazioni da parte della Guardia Costiera libica”. In questo quadro il cosiddetto Decreto Minniti ha segnato un deciso cambio di strategia politica del nostro paese. “Dal nostro punto di vista, continua Bertotto, questa drammatica diminuzione degli sbarchi non è affatto un successo, in quanto causa sicuramente una maggiore sofferenza per migliaia di persone che vengono rispedite nei centri di detenzione libici. Si vogliono chiudere le frontiere sulle rotte del Mediterraneo senza costruire modalità di accesso in Europa con canali regolari”.

Un successo sbandierato che nasconde incapacità e mancanza di volontà per reali politiche di accoglienza in grado di gestire un fenomeno che presenta numeri importanti ma molto lontani dalla grande invasione che ci viene raccontata. Un quadro inquietante, inoltre, continua ad emergere sulla percezione del fenomeno e sul conseguente formarsi dell’opinione pubblica. Da alcune ricerche condotte all’interno del progetto Don’tIgnorehumankind e che hanno coinvolto un target di circa trecento studenti universitari, è emerso un clima allarmante di ostilità e diffidenza nei confronti dei migranti che dovrebbe spingere a interrogarci  sul perché la narrazione del migrante miserabile, criminale, terrorista continua a essere vincente.

È giunto il tempo di trovare il coraggio di prendere le distanze dall’isteria collettiva e da questa rappresentazione sguaiata che banalizza perché incapace di dare risposte. Al contrario della demagogia populista del nuovo Ministro dell’Interno, Matteo Salvini, che chiude i porti per garantire la sicurezza degli italiani è tempo di spalancarli i nostri porti. È giunto il tempo di non aver paura.

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Catania 2016, tra lo Stabile e il Teatro Coppola https://minimaetmoralia.it/societa/catania-2016-tra-lo-stabile-e-il-teatro-coppola/ https://minimaetmoralia.it/societa/catania-2016-tra-lo-stabile-e-il-teatro-coppola/#comments Tue, 14 Jun 2016 05:30:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31275 (fonte immagine)

di Giuseppe Lorenti

È un venerdì. Uno di quei venerdì di Aprile che nel resto d’Italia è, ancora, inverno e a Catania è già primavera inoltrata. Di più, è l’anticipo dell’estate. Io cammino nel cuore del centro storico e barocco, mi perdo tra Via Teatro Massimo, Piazza Vincenzo Bellini e via Maria Callas. Un incrocio di strade che è un’esplosione di contrasti, una battaglia di chiaroscuri. Il nero, profondo e intenso, dei palazzi e della pietra lavica che si infrange e si confonde con il bianco, accecante e luminoso, della luce che rimbalza dal Sole della primavera siciliana. Perdersi è meraviglioso in queste giornate e tra queste strade.

Io ho deciso, in questo venerdì d’Aprile, di tornare a teatro dopo anni di colpevole  assenza. All’Angelo Musco, per la stagione del Teatro Stabile, debutta uno spettacolo che porta in scena la storia di una giovane e bella attrice catanese e di un grande regista italiano. La storia di Daniela Rocca e di Pietro Germi, una storia che inizia con “Divorzio all’italiana” e finisce in una clinica psichiatrica, una storia di cinema, d’amore e di follia.

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di Giuseppe Lorenti

È un venerdì. Uno di quei venerdì di Aprile che nel resto d’Italia è, ancora, inverno e a Catania è già primavera inoltrata. Di più, è l’anticipo dell’estate. Io cammino nel cuore del centro storico e barocco, mi perdo tra Via Teatro Massimo, Piazza Vincenzo Bellini e via Maria Callas. Un incrocio di strade che è un’esplosione di contrasti, una battaglia di chiaroscuri. Il nero, profondo e intenso, dei palazzi e della pietra lavica che si infrange e si confonde con il bianco, accecante e luminoso, della luce che rimbalza dal Sole della primavera siciliana. Perdersi è meraviglioso in queste giornate e tra queste strade.

Io ho deciso, in questo venerdì d’Aprile, di tornare a teatro dopo anni di colpevole  assenza. All’Angelo Musco, per la stagione del Teatro Stabile, debutta uno spettacolo che porta in scena la storia di una giovane e bella attrice catanese e di un grande regista italiano. La storia di Daniela Rocca e di Pietro Germi, una storia che inizia con “Divorzio all’italiana” e finisce in una clinica psichiatrica, una storia di cinema, d’amore e di follia.

Io ho deciso ma ho scelto il momento sbagliato.

Venerdì 15 aprile gli ufficiali giudiziari irrompono al Teatro Giovanni Verga per dare esecuzione a un decreto ingiuntivo e procedere al pignoramento di alcuni beni del Teatro stesso. Così si accende la scintilla che fa esplodere il caso di uno templi della cultura catanese, un’Istituzione che ha scritto pagine di storia della cultura teatrale in Italia. Domenica 17 Aprile: “Si comunica che ogni attività è sospesa a tempo indeterminato in seguito allo sciopero indetto da tutti i lavoratori del Teatro Stabile di Catania”. Interrotta la messa in scena di Re Lear, tutti gli spettacoli in cartellone sospesi o annullati, viene chiusa la Scuola d’Arte drammatica Umberto Spadaro, il Verga viene occupato dai lavoratori. Tredici milioni di debiti, di cui sette di disavanzo patrimoniale, un crollo del numero di abbonati da fare paura: dai tredicimila degli anni novanta ai poco più di duemila della stagione 2015 – 2016.

Attori e compagnie non pagate, decreti ingiuntivi che si susseguono e si moltiplicano, trentacinque dipendenti che non percepiscono lo stipendio dal novembre 2015. L’Angelo Musco, dove nel dicembre del 1958 nasce l’Ente Teatro di Sicilia fondato, tra gli altri, da Turi Ferro e Michele Abruzzo, è sotto sfratto esecutivo. 13.000.000 di euro di debiti al 30.12.2015 a fronte di un finanziamento della Regione Sicilia di un 1.500.000 euro, del comune di Catania di 170.00 euro e di 250.000 euro dall’ente che un tempo avremmo chiamato Provincia. Un Presidente, Salvatore La Rosa, che ha, appena, rimesso il mandato al CDA del teatro in una lettera drammatica in cui certifica lo sfascio dello Stabile “emergono gravi irregolarità nella gestione amministrativa degli anni trascorsi, con pesanti ricadute sul piano organizzativo e finanziario.

La situazione dell’Ente risulta quindi di tale estrema gravità da essere ostativa al perseguimento degli alti obiettivi culturali e sociali che il nostro Teatro ha raggiunto in passato…”. Un direttore, Giuseppe Di Pasquale, in carica dal 2007 e attualmente in proroga, un direttore in pectore, Giovanni Anfuso, la cui nomina potrebbe saltare perché illegittima. Le prospettive: ricapitalizzazione, commissariamento, chiusura. Quasi 60 anni di Storia sfregiati, spezzati, traditi. Dove erano e cosa hanno fatto coloro che avrebbero dovuto controllare? Dove erano e cosa hanno fatto Regione, Comune, Provincia? Dove era questa città, cinica e  indifferente, quando nel dicembre del 2007 Lamberto Puggelli, da pochi mesi direttore artistico, in una lettera aperta denuncia le manovre per cacciarlo e anticipa lo sfascio e il tracollo finanziario e artistico “Al Pubblico della teatralissima Catania. Sono costretto a lasciare, con molto dolore, un teatro molto amato, in cui lavoro da 31 anni… manovre interne ed esterne impediscono lavoro e progettazione. Non si capisce a quanto ammonta il bilancio… Chiedo scusa al pubblico che mi ha dato molto e a cui ho tanto dato in questi anni. Mi dispiace”.

Siamo alla fine del 2007, qualche mese dopo Giuseppe Di Pasquale, regista e autore teatrale, viene nominato direttore, alla Presidenza siede dal 18 Maggio 2007 Pietrangelo Buttafuoco, carica che manterrà fino all’ottobre del 2012, quando decide di dimettersi. Quello stesso Buttafuoco che da mesi denuncia e combatte per salvare lo Stabile dagli incompetenti e dai corrotti. Quello stesso Buttafuoco che firma, insieme ad Andrea Camilleri, una sofferta lettera indirizzata al Ministro Franceschini in cui descrive lo stato moribondo in cui versa il vero tesoro siciliano, il patrimonio culturale. Quello stesso Buttafuoco della “Buttanissima Sicilia”. In quel 2007, in Regione governa Totò Cuffaro, in città Umberto Scapagnini e alla Provincia Raffaele Lombardo. Perché i nomi, le biografie vorranno pur dire qualcosa e potrebbero aiutare a capire. Dicembre 2007 – aprile 2016, sono passati dieci anni e forse per lo Stabile di Catania la storia finisce qui. Un pezzo di cultura cittadina che sprofonda nel silenzio e nell’indolenza, quello stesso silenzio, quella stessa indolenza che qualcuno continua a spacciare per saper stare al mondo.

Cosa è successo? Cosa è cambiato? Antonio Di Grado, uno dei pochi intellettuali di respiro internazionale che la città può ancora vantare, professore di Letteratura Italiana all’Università, un passato da Assessore alla Cultura e Presidente dello Stabile “qui la cultura è viva, vitale, un ribollire di fermenti, di idee. Ma qui, come altrove, la cultura è prigioniera. Prigioniera di una politica che non riesce, non vuole capire, interpretare, elaborare. Una politica ritornata a occupare e reclamare posti senza un’ idea di futuro. Chi osserva e giudica le nuove generazioni come vuote, superficiali, prive di interessi e capacità culturali io rispondo che, siamo noi, a non riuscire a capire i loro bisogni, i loro desideri. E non capendo non siamo in grado di dare riposte”.

Strade, piazze, palazzi  un inseguirsi in controluce. Questa è una terra di ritratti in chiaroscuro, un’enorme stanza piena di specchi infranti che restituiscono immagini diverse, spesso contrapposte. Orazio Torrisi, che tra la fine degli anni novanta e i primi del duemila, ha diretto lo Stabile, guida, insieme a Tuccio Musumeci, attore storico del teatro catanese, il Teatro Brancati, una realtà privata che offre un cartellone che spazia da Martoglio a Shakespeare, un teatro che raccoglie quasi tremila abbonati a stagione, “questa città si è chiesta quale dovrebbe essere il ruolo di un Teatro Stabile? Ha capito che il panorama teatrale è totalmente cambiato? Che è pura follia continuare a ragionare su nomine e posti da assegnare, che è tempo di lavorare a un nuovo progetto culturale, a una nuova idea di teatro pubblico che ripensi il proprio ruolo, la propria funzione. Io ho proposto di portare lo Stabile di Catania a Librino, quartiere più conosciuto per il suo degrado che per i suoi spazi culturali, dove esiste un teatro comunale mai fatto funzionare e completamente vandalizzato. Una provocazione? Può darsi. C’è chi si ostina a recitare de profundis io credo, piuttosto, nella complementarietà dell’offerta teatrale e con le mie figlie, nei mesi scorsi, ho rilevato un altro spazio storico che rischiava di chiudere, il Piccolo teatro”.

Perdersi è meraviglioso.

Io continuo a camminare in questa città che trasuda ferocia e contagia passione, supero Piazza dell’Indirizzo, risalgo la Pescheria, facendomi spazio tra le urla e gli spintoni di chi vende  pesce e carne, frutta e  verdura,  spezie e formaggi, tra gli sguardi stupiti ed entusiasti di turisti che si affollano tra i banchi del mercato. Io cammino e arrivo in Piazza dell’Università, dove a Palazzo San Giuliano Lamberto Puggelli, nel 2009, pone le basi per la rinascita del Teatro Machiavelli portando in scena  “Siddharta”, spettacolo allestito 10 anni prima per il Piccolo di Milano. Puggelli muore nel 2013 e lascia in dono uno spazio dove la Fondazione che porta il suo nome, l’associazione Ingresso Libero e l’Università organizzano concerti, workshop, mostre e spettacoli teatrali a ingresso gratuito,  ma soprattutto raccolgono, conservano, tramandano la memoria di un luogo che ha visto nascere la scena teatrale catanese, da Giovanni Grasso alla marionettistica.

Così, all’improvviso mi accorgo che in questo viaggio curioso appassionato e inconsapevole sto trovando le radici profonde e le anime contradittorie della mia città.

Sabato 23 Aprile, pomeriggio, in Piazza Duca di Genova, un quadrato incastrato tra un palazzo nobiliare, Palazzo Biscari, e gli archi della Marina che aprono e spingono la città verso il mare, incontro Marco Sciotto e Cesare Basile. Seduti su una vecchia panchina e con una birra in mano mi raccontano l’esperienza del Teatro Coppola, il teatro occupato. Basile è uno dei cantautori più apprezzati in Italia, Sciotto è un trentenne innamorato di Carmelo Bene, teatro e libertà. Il Coppola nasce nel 2011 sulla scia dell’esperienza del Teatro Valle di Roma. Io faccio domande, ascolto e scopro che qui nel 1821 è nato il primo Teatro comunale. Su questo palcoscenico hanno iniziato la carriera Giovanni Grasso e Turi Ferro. Su questo palcoscenico, Cesare e Marco, insieme ad altri quaranta ragazzi e ragazze, hanno dato vita, fatto crescere, consolidato quella che Basile chiama “una pratica resistenziale. Si resiste per difendere, far crescere un modo alternativo di vivere, socializzare, produrre e diffondere l’arte”. Uno luogo dove, mi racconta Marco, ci sono oltre 15 appuntamenti mensili, tra teatro, cinema, musica, laboratori, dove tra Ottobre e Giugno è possibile sperimentare, confrontarsi. Un palcoscenico in cui i concerti di Iosonuncane e Flavio Giurato fanno sold-out con oltre 300 presenze, dove vengono programmati oltre 130 spettacoli  a stagione con sottoscrizione volontaria. Dagli Afterhours a Pirandello.

Catania la Seattle d’Italia negli anni del grunge e dell’indie. Franco Battiato, Carmen Consoli, i Denovo. “La scena musicale è profondamente cambiata, mi dice Paolo Mei, che ha fondato e dirige Rocketta, un’agenzia di booking che organizza live in città. Non c’è più il fermento, la creatività di 15 anni fa, la scena musicale locale fatica a emergere. Non ci sono più club come il Taxi driver, il Clone Zone, centri sociali come l’Esperia o l’Auro, che non solo hanno ospitato concerti  di livello internazionale ma sono stati posti dove conoscere, imparare, sperimentare musica. Nonostante ciò, ogni anno, porto nei locali della città più di 50 concerti, dal folk all’indie, dal nuovo cantautorato italiano all’elettronica internazionale”.

Se non c’è più il fermento degli anni novanta permane una cultura musicale che, sia pure molto cambiata, continua ad alimentarsi. Così racconta Diego Vespa che nel 1998 apre “Mercati Generali”, un’antica masseria trasformata in un grande palco dove si sono alternati Capossela, Baustelle, Bill Evans, Cat Power, Marc Ribot, Cocorosie e Uzeda, “l’innamoramento tra musica e città resite ma è più difficile organizzare e promuovere concerti. Sono aumentati i costi, il pubblico non si rinnova e i più giovani spesso scelgono di fare altro, sebbene i concerti sono molto seguiti”. Ma il rapporto tra i catanesi e la musica ha radici lontane, affonda indietro nel tempo.

È il 1973 quando nasce l’Associazione Musicale Etnea per promuovere la musica classica e da camera. Dagli 800 abbonati degli anni d’oro ai 150 di oggi, in un contesto artistico profondamente mutato. Per l’A.M.E. hanno suonato personaggi come Karlheinz Stockhausen, Ennio Morricone, Luciano Berio, The Kronos quartet. “Abbiamo scelto di allargare i nostri orizzonti musicali, aprirci a un nuovo pubblico. In una stagione riusciamo a produrre oltre 40 concerti che registrano oltre 10.000 presenze. Da Giovanni Lindo Ferretti, Teho Teardo e Blixa Bargeld al Marranzano World Festival. Abbiamo chiuso la stagione 2015 con un bilancio di oltre 200.000,00 €, di questi 75.000 dal Ministero dei beni culturali, 80.000 dalla Regione Sicilia e 80.000 € di incassi”. Mentre Biagio Guerrera, presidente dell’associazione, mi parla bevendo un caffè in un chiosco in cima alla Salita di San Giuliano, in una di quelle rare mattine in cui il cielo catanese è grigio, chiuso, opprimente, io ricordo i miei primi anni universitari quando Biagio sperimentava forme di teatro d’avanguardia.

Improvvisamente, mi accorgo che quel ritmo lento di un tempo che a me pareva immobile si è trasformato nel ritmo incessante di un tempo inesorabile che ci ha cambiato, talvolta travolto. “Purtroppo a Catania la normalità è rivoluzionaria. Le politiche culturali hanno una scarsa visione, noi operatori siamo molto divisi e c’è un notevole deficit di spazi”. Ma sono le stesse radici lontane e profonde che ne hanno fatto una delle capitali italiane del jazz. Estate del 1983, tra le Chiese, di un barocco bianco, e le scalinate, nere scolpite nella pietra lavica, di Via Crociferi suona Don Cherry, uno dei trombettisti più apprezzati in tutto il mondo e il concerto è un trionfo di folla. Quella sera, tra quelle Chiese, nasce l’idea di Catania Jazz. L’associazione, guidata da Pompeo Benincasa e arrivata alla 34° stagione, in questi anni  ha fatto suonare artisti come Sun Ra, Ornette Coleman, Dizzy Gillespie, Jaco Pastorius e, ancora oggi, mantiene un numero importante di abbonati, quasi mille nell’ultima stagione. Benincasa, però, lamenta un’insufficiente attenzione della politica sia comunale che regionale nei confronti del Jazz. Una miopia che colpisce non soltanto chi organizza e porta i miglior artisti al mondo ma penalizza i giovani talenti locali che non riescono a trovare spazi e sostegni per valorizzare le proprie potenzialità.

Perdersi è meraviglioso, quando arrivo in Piazza Dante e mi trovo circondato dal Monastero dei Benedettini, dalla Chiesa di San Nicolò l’Arena e dal Giardino di Via Biblioteca. Dentro i chiostri del Monastero, tra i suoi cortili, i suoi corridoi e le sue cucine sono nate le Officine culturali, dirette da Ciccio Mannino, che hanno puntato tutto sulla riscoperta e valorizzazione dei Beni culturali. Quasi 30.000 persone, solo nel 2015, hanno potuto visitare il Monastero, 2.500 bambini coinvolti in quasi 100 attività di educazione al patrimonio, una decina tra performance teatrali e musicali. “Il patrimonio culturale può essere l’occasione per creare relazioni tra le persone.

Ma occorrono capacità, competenze, passione e una buona dose di follia. Le pietre, i cortili, i chiostri non parlano, non organizzano attività. Queste mura possono raccontarci qualcosa solo se si è in grado di scoprire le storie che sono scolpite, racchiuse qui dentro. Siamo, sono orgoglioso di aver contribuito, con le nostre attività, a cambiare l’immagine del quartiere che ci ospita. Questo era un luogo da evitare, oggi è una delle mete turistiche più ricercate e affollate di Catania”.

Già, i quartieri degradati di Catania. Come San Cristoforo, più noto alla cronache nazionali per aver dato i natali a Nitto Santapaola. Lo stesso quartiere dove la famiglia Brodbeck, origini svizzere e passione mediterranea, 10 anni fa ha aperto un Museo d’Arte contemporanea. Un complesso postindustriale trasformato in spazio d’arte dove alle attività espositive si affiancano residenze d’artista e vengono proposti programmi didattici per promuovere un nuovo modo di rapportarsi all’arte contemporanea. Un Museo diretto da Nadia Brodbeck e Gianluca Collica.

Quartieri degradati come San Berillo vecchio, sventrato negli anni sessanta per inseguire il sogno del miracolo economico. A San Berillo c’ è un cinema che da 37 anni organizza il Cinestudio, una rassegna di film d’autore che ha fatto la storia del cinema in città.  Una rassegna che conta più di 800 abbonati e che continua a cercare nuove strade di sperimentazione artistica organizzando incontri dove il cinema si incontra con la letteratura e apre nuovi orizzonti.

Catania, città d’arte? Sembrerebbe di si scorrendo i numeri del Museo Civico Castello Ursino. Nel 2015 le mostre “Artisti di Sicilia. Da Pirandello a Iodice”, “Picasso e le sue passioni” e “Chagall, love and life” hanno portato dentro le sue stanze oltre 120.000 persone, con incassi che hanno sfiorato i 200.000 €.  Città d’arte? Forse no, ma qualcosa è cambiato se nel 2012 i visitatori avevano raggiunto a stento le 25.000 presenze.

Catania, città ambigua ma vitale. Sabato, 7 maggio, incontro Sergio Zinna, fondatore e responsabile del Centro Zo, uno spazio pubblico trasformato in un centro per le culture contemporanee. Tra ciminiere, zolfatare e il mare hanno suonato Tortoise, Fatima Miranda, Arto Lindsay, Massimo Volume e Paolo Benvegnù, si sono esibiti Pippo Delbono Emma Dante, Scimone e Sframeli, solo per citare alcuni nomi. “Abitiamo una terra complicata, dove convivono una grande potenzialità di energia creativa e una certa dose di masochismo e  cupio dissolvi. Una terra logora e frammentata, dove si realizzano moltissime iniziative ma quasi mai si riesce a fare sistema. Soffriamo la distanza tra operatori culturali e Istituzioni formative, come Università o Accademia di Belle Arti. La creatività e il talento non bastano se non si arricchiscono con la programmazione e l’organicità degli interventi”. Qui è nata e trasmette Radio Lab, un’emittente radiofonica, che dal 2011 propone e offre un racconto alternativo sulla cultura musicale, letteraria, cinematografica. Una realtà editoriale che guarda oltre i confini della sua terra e vuole proporre “un modo altro” di fare cultura.

Perdersi è meraviglioso in questa Catania che ama mangiare, bere, far tardi la notte, ama essere provinciale e  internazionale ma in fondo non ama se stessa.

Buio, luce. Buio, luce. Buio. Luce. Come in un palcoscenico.

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Catania: come cambia una città https://minimaetmoralia.it/interventi/catania-come-cambia-una-citta/ https://minimaetmoralia.it/interventi/catania-come-cambia-una-citta/#comments Tue, 25 Aug 2015 05:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28069 (Nella foto, i silos del porto di Catania dopo gli interventi di otto street artist. Fonte immagine)

di Giuseppe Lorenti

Io sono un Pentito. Per anni ho frequentato le più luride bettole dei “peggiori” quartieri di Catania, perché volevo mangiare solo carne, ancor di più carne di cavallo. Lontano dalle luci delle notti catanesi, mi inoltravo con alcuni amici, fidati e carnivori, in Via del Plebiscito, superando quella linea di confine tra il quartiere degli Angeli Custodi e San Cristoforo. Era quasi un rito di iniziazione, quel piacere di spingersi oltre, un sentirsi adulto e catanese: carne di cavallo al sangue, del vino rosso, spesso, anzi sempre, di pessima qualità. E poi, mi sono Pentito. Sono diventato vegetariano e sono andato oltre. Oggi sono vegano. Io sono cambiato, Catania è cambiata. Alla carne, che confesso, ogni tanto, tradivo volentieri con il pesce, cotto alla brace e al sale, ho iniziato a preferire il tofu alla piastra e il seitan kebab, al vino la birra, rigorosamente artigianale, mentre in città si alternavano il “Faraone” Scapagnini, il “ragioniere” Stancanelli per poi, nel 2013, riapprodare, alla guida dell’amministrazione comunale l’uomo della primavera catanese, il “sempreverde” Enzo Bianco.

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(Nella foto, i silos del porto di Catania dopo gli interventi di otto street artist. Fonte immagine)

di Giuseppe Lorenti

Io sono un Pentito. Per anni ho frequentato le più luride bettole dei “peggiori” quartieri di Catania, perché volevo mangiare solo carne, ancor di più carne di cavallo. Lontano dalle luci delle notti catanesi, mi inoltravo con alcuni amici, fidati e carnivori, in Via del Plebiscito, superando quella linea di confine tra il quartiere degli Angeli Custodi e San Cristoforo. Era quasi un rito di iniziazione, quel piacere di spingersi oltre, un sentirsi adulto e catanese: carne di cavallo al sangue, del vino rosso, spesso, anzi sempre, di pessima qualità. E poi, mi sono Pentito. Sono diventato vegetariano e sono andato oltre. Oggi sono vegano. Io sono cambiato, Catania è cambiata. Alla carne, che confesso, ogni tanto, tradivo volentieri con il pesce, cotto alla brace e al sale, ho iniziato a preferire il tofu alla piastra e il seitan kebab, al vino la birra, rigorosamente artigianale, mentre in città si alternavano il “Faraone” Scapagnini, il “ragioniere” Stancanelli per poi, nel 2013, riapprodare, alla guida dell’amministrazione comunale l’uomo della primavera catanese, il “sempreverde” Enzo Bianco.

Catania è cambiata ma continua a essere tutto uno strappo, una lacerazione, un inseguirsi di nascita, morte, resurrezione. La crisi soffia forte con un tasso di disoccupazione che vola tra il 22% e il 25% (Fonte Istat). I poteri forti, negli ultimi due anni, sono diventati deboli. Mario Ciancio è caduto sotto i colpi della Magistratura e della crisi economica, con lui vacilla l’impero economico che ruota intorno al quotidiano La Sicilia. Da ultimo, lo smantellamento di tutta la redazione di Antenna Sicilia, una delle emittenti televisive storiche del potere di Ciancio e il sequestro di 17 milioni di € ritrovati in banche svizzere.

La città di Mario Ciancio senza Mario Ciancio, impensabile solo fino a qualche anno fa. E lui che sognava, un giorno, di vedersi intitolata una via, un corso, una piazza cittadina. Antonino Pulvirenti, ormai ex Presidente del calcio Catania, arrestato per aver comprato cinque partite del campionato di Serie B per salvare la squadra. La sua storia rappresenta, molto bene, questi ultimi anni catanesi. L’ascesa in Serie A, catene di supermercati, una compagnia aerea, la Wind Jet, alberghi di lusso, e poi il crollo. Squadra retrocessa, Wind Jet fallita, supermercati venduti, lui arrestato. Si è, sempre, molto discusso di questo giovane imprenditore; chi sosteneva che alle sue spalle ci fossero i soldi della famiglia Ligresti, chi ripeteva che Pulvirenti stesse facendo fruttare le enormi ricchezze di un vecchio boss mafioso, U’ Malpassotu, che dominava in provincia ai tempi del potere, violento e spietato, di Nitto Santapaola. La storia che si ripete, l’alternarsi, troppo rapido, di speranze e drammi, di ascese vertiginose e cadute rovinose.

Catania è cambiata, si è lanciata in un inseguimento verso la modernità. Sono nati spazi in cui sperimentare nuove forme di economia e di condivisione. Le parole d’ordine sono innovazione, partecipazione, coworking, brand, cluster. C’è il WCAP di Tim, il programma di Open Innovation di Telecom Italia; è arrivata l’esperienza degli Impact Hub, la rete globale di laboratori per l’innovazione economica e sociale. Rosario Sapienza e Stena Paternò, tra gli altri, hanno animato l’esperienza catanese, che in poco più di un anno ha accompagnato 27 start up, ospita lo sportello del Micro credito del Movimento 5 stelle e collabora con Banca Etica e Confcooperative, sperimentando nuovi linguaggi e nuovi modi di fare impresa. Stena e Rosario confermano la drammaticità della situazione catanese, intravedono il pericolo di una spinta effimera e gassosa ma rilanciano con un nuovo progetto, “Vulcanìc”. C’è un gruppo di docenti universitari, economisti, antropologi, sociologi, che ha centrato il suo impegno sul tema dell’economia civile, e da due anni organizza il Festival della Felicità interna lorda, per immaginare e disegnare un nuovo modello di sviluppo urbano, puntando più sul patrimonio di relazioni che sul patrimonio finanziario.

Nonostante ciò il motore dell’economica catanese continua ad essere l’amministrazione comunale. Il Comune ha 2970 dipendenti, la pianta organica ne prevede addirittura 3700, a cui bisogna aggiungere il personale delle aziende partecipate, che sono cinque: AMT che gestisce il trasporto urbano con 400 dipendenti, la Multiservizi, che gestisce la manutenzione degli spazi comunali con 500 dipendenti, la Sidra, l’azienda del servizio idrico con oltre 100 unità, Sostare che si occupa di parcheggi e mobilità con 208 dipendenti e le due aziende che si occupano dei servizi energetici che danno lavoro ad oltre 120 persone. Tutto questo in una situazione di predissesto finanziario, dentro cui si è acceso uno scontro tra l’amministrazione e la Corte dei Conti, assai preoccupata, quest’ultima, dei piani di rientro predisposti e che continua a vedere realistica l’ipotesi del dissesto.

C’erano grandi aspettative riposte nel ritorno di Enzo Bianco, la nostalgia della Primavera catanese. Ai tempi della prima sindacatura Bianco commise un errore imperdonabile, lasciò la città, per fare il Ministro dell’Interno, quando stava iniziando a consolidare il suo modello di governo della città. Quell’esperienza non ha retto e lui ha perso, oggi, molto della sua spinta e della sua brillantezza. Le aspettative cominciano a essere deluse. Niccolò Notarbartolo, consigliere comunale del PD, mi racconta della fatica di trasformare la politica della discrezionalità dell’azione pubblica in un’azione di legalità amministrativa. Niccolò Notarbartolo, espressione di una giovane borghesia cittadina che ha voglia di diventare classe dirigente, non è amato dal suo partito, in città governato dalla componente sindacale della CGIL, lontana dalle spinte di cambiamento profondo, e ancor di più lontana dal bisogno di un rinnovamento capace di proiettarsi nel futuro.

Catania è cambiata, c’è un fermento civico e culturale, un bisogno, elaborato in desiderio, di riappropriarsi della città. In una delle zone considerate più a rischio, tra San Cristoforo e il Castello Ursino, opera l’associazione Gammazita. Questi ragazzi hanno messo in piedi, in poco più di un anno, una scuola di percussioni, un festival di arte di strada, Ursino Buskers, e si sono, letteralmente, inventati la Piazza dei Libri. Una biblioteca all’aperto che contiene, già, più di 5000 volumi.

Il fermento sono le Officine culturali, dirette da Ciccio Mannino, che si occupano della valorizzazione dei beni culturali, dalla Facoltà di Lettere al Monastero dei Benedettini all’Orto Botanico della città. Adesso, insieme a Karma communication, hanno dato vita al CUB che gestisce il bookshop del Museo Civico del Castello Ursino. Officine culturali ha 9 dipendenti a tempo indeterminato e una decina di collaboratori, mentre il Museo del Castello Ursino ha appena finito di ospitare una mostra su Picasso che, in tre mesi, ha fatto oltre 50.000 visitatori.

Il fermento sono le esperienze di Amedeo Padalino che, insieme ad altri amici, gestisce il blog catania.mobilita.org, immaginando e proponendo un modo nuovo e moderno di concepire e utilizzare trasporti e spazi pubblici, la creatività produttiva di Giovanni Milazzo, un ragazzo di 23 anni, un po’ green e un po’ complottista, che ha creato Kanèsis, un’associazione che studia soluzioni e prodotti eco sostenibili a partire dalla canapa. C’è Danilo Pulvirenti che con l’Associazione Rifiuti Zero conduce una battaglia per una politica dell’ambiente e una diversa gestione del ciclo dei rifiuti.

Altro motore economico, la raccolta dei rifiuti in città. Un affare da 70 milioni di euro l’anno, affidato a due società, IPI e Oikos, entrambe oggi commissariate dalla Prefettura di Catania in applicazione delle disposizioni dell’Autorità nazionale Anticorruzione. Un affare da 70 milioni di euro l’anno tutti garantiti dalla Tassa sui rifiuti, la T.A.R.I. Garantiti solo sulla carta, perché la percentuale di evasione della tassa raggiunge il 50%, quindi somme messe in bilancio ma che non ci sono nelle casse del Comune. E se si aggiunge che il ciclo dei rifiuti produce una raccolta differenziata di appena il 13%, la media dovrebbe raggiungere almeno il 50%, il quadro è sconfortante.

Catania è una città “inconsapevolmente universitaria”, mi racconta Luciano Granozzi, delegato del Rettore alla Comunicazione, un Ateneo che, oggi, conta 49.600 iscritti, mentre nel 2004 erano più di 60.000. Undicimila studenti in meno, e sono tanti. Un Ateneo che si sforza, nonostante tutto, di costruire un rapporto con la città al di là delle aule universitarie, e che organizza, in collaborazione con le associazioni, la Jazz marathon, il Learn by Movies, e concede alcuni suoi luoghi a Zanne, festival di musica nato a Catania tre anni fa, e che ha riportato la città al centro dell’attenzione nel palcoscenico dell’Indie Rock.

E poi, ci sono le Buone Azioni di Librino, nate e sviluppate da un’idea di Renzo Piano e dal suo progetto di rammendo urbano di alcune periferie italiane. Catania oltre Roma e Torino. La leggendaria New Town catanese nata negli anni ‘70, sfregiata da una classe politica corrotta e complice di una criminalità organizzata feroce e potente, in cui, da anni, operano realtà del miglior associazionismo civile come Iqbal Masih e la squadra di rugby dei Briganti, al centro di un progetto finalizzato a migliorare le parti più fragili delle città, che ha impiantato 53 piccoli orti e realizzato 18 giochi di strada.

C’è il tentativo de La Fabbrica del decoro, laboratorio voluto dall’assessorato all’urbanistica e che coinvolge oltre 60 realtà associative per promuovere un piano finalizzato alla riqualificazione socio territoriale degli spazi cittadini. C’è il comitato San Berillo, che nasce dall’incontro tra l’Università, con il suo laboratorio per le politiche sociali, il LaPoSS, l’Ordine degli architetti, e il comitato dei cittadini che vuole ricostruire l’identità di un quartiere, sventrato negli anni della speculazione edilizia, immaginando un rinnovato disegno urbano che veda al centro i cittadini.

Tutto questo, lo confesso, io non lo conoscevo e lo apprendo mentre ascolto la voce di Carlo Colloca, docente di Analisi sociologica e metodi per la progettazione del territorio dell’Università di Catania, coinvolto in questi tre progetti di recupero urbano. Un calabrese, appassionato e chiacchierone, e perdutamente innamorato di Catania.

C’è la vitalità e c’è la palude. C’è la Catania, immobile e arrogante, che resiste. La città di una borghesia complice e ipocrita, arricchitasi negli anni del degrado e del saccheggio. La città dei parcheggiatori abusivi, divenuti una vera piaga sociale, capaci di comandare intere aree della città dettando le loro leggi, fatte di estorsioni e violenza. La città di una criminalità organizzata che ha cambiato pelle e metodi ma che continua a condizionare le scelte politico ed economiche. C’è una classe dirigente vecchia e incapace di cogliere le spinte che arrivano, fortissime, dal ventre della città e che rischiano di spegnersi se non vengono raccolte e trasformate in un progetto di governo della città, che, ahimè, non si intravede.

Catania è tutto questo, un insieme di contraddizioni, di emozioni forti e inquiete. Io ritorno al mio piatto di Pita di grani antichi siciliani, seduto al tavolo di uno dei cinque ristoranti di cucina vegetariana, nati negli ultimi anni, e mentre mangio vegano ripenso agli anni della carne di cavallo. Senza rimpianto.

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