Giuseppe Riva Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giuseppe-riva/ un blog di approfondimento culturale Wed, 12 Dec 2012 17:12:15 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giuseppe Riva Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giuseppe-riva/ 32 32 Lamentazioni di una social-patica https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lamentazioni-di-una-social-patica/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lamentazioni-di-una-social-patica/#comments Wed, 18 May 2011 09:41:11 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4353 Da un tentativo abortito di recensione de I social network di Giuseppe Riva, Il Mulino.

Quanto tempo vorrai dare ai Signori Grigi?
(Fandzu)

Sì, be’, devo ammettere che non sono mai stata un tipo particolarmente socievole. Da piccolina era mamma che prendeva l’iniziativa e domandava agli altri bambini dei giardinetti se potevo unirmi e giocare con loro. Sicuramente dev’esserci una tara dentro me, per questo oggi sono così.

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Da un tentativo abortito di recensione de I social network di Giuseppe Riva, Il Mulino.

Quanto tempo vorrai dare ai Signori Grigi?
(Fandzu)

Sì, be’, devo ammettere che non sono mai stata un tipo particolarmente socievole. Da piccolina era mamma che prendeva l’iniziativa e domandava agli altri bambini dei giardinetti se potevo unirmi e giocare con loro. Sicuramente dev’esserci una tara dentro me, per questo oggi sono così. Dev’esserci un trauma nascosto, una scena primaria, forse una di quelle cose orribili che si vedono nei film. Chissà. Per questo faccio ormai parte di quegli individui isolati, sospettosi, con relazioni sociali ridotte (solo vicini o parenti), lenti nelle decisioni e dotati di risorse limitate. Voglio bene ai parenti e ai vicini, ho tre amiche e due amici cari, che in tutto fanno cinque, e anche se li amo molto le mie risorse sono limitate. Infatti noi individui isolati e sospettosi, viste le risorse scarse a nostra disposizione tendiamo a focalizzarci di più sui legami forti che su quelli deboli. Io sono quanto di più lontano da quella maggioranza anticipatrice (early majority) da quei soggetti spesso in posizione di leadership che adottano una nuova idea solo dopo averne valutato con attenzione vantaggi e svantaggi. Loro abbracciano l’innovazione, si espandono e raggiungono una gestione ottimale della propria identità sociale. Io valuto ma non adotto quasi mai, quindi niente leadearship per me, neanche quella particolare leadership detenuta da una maggioranza. Non parliamo poi di quei pionieri (early adopters), quei soggetti integrati nella rete sociale dove svolgono il ruolo di opinion leaders, capaci di farsi strada agli esordi dell’innovazione, le orecchie tese alla più impercettibile vibrazione di novità, capaci di scorgere immediatamente, fin dai primissimi barlumi del cambiamento, il tesoro, la pentola d’oro: l’opportunità significativa (affordance). Infine, devo confessare che neppure appartengo a quella maggioranza ritardataria (late majority), che in sostanza comprende tutti gli altri, quelli che restano.
Tutto dipende dai bisogni, da ciò di cui uno pensa di avere bisogno. Non saprei dire su quale gradino della piramide dei bisogni mi sia fermata io: alla fame e al sonno forse, di certo ho pochi bisogni, le mie risorse sono limitate, come i miei amici, i miei desideri, i miei sogni. Lo so, lo so: non dovrei parlare così. L’autostima non è certo il mio forte. Forse è per questo che non riesco ad arrivare al livello numero 5, al vertice della piramide dei bisogni, al sé esteso che coincide con la completezza e che risponde al bisogno supremo: il bisogno di autorealizzazione. Ecco, diciamo pure che non sono autorealizzata, sono schifosamente lontana dall’autorealizzazione. Forse mi manca quella spinta a salire verso l’alto, verso la cima aurea della piramide, e invece di cercare un “se esteso” mi accontento di un misero “se stesso” che sembrerebbe differire dal primo solo per una lettera ma si tratta di due mondi completamente opposti, come il giorno e la notte, come un albero e un’astronave.
Indipendentemente dai bisogni che motivano il mio comportamento, io anche temo, anzi sono praticamente sicura, di non raggiungere quasi mai quelle esperienze ottimali, definite di «flusso» (flow) e che consistono nel fatto di essere gratificanti indipendentemente dal motivo per cui vengono fatte e che sono tipiche delle grandi innovazioni. Non trovo l’affordance. Al contrario, ho questo problema che mi chiedo troppo spesso perché faccio le cose. Grave errore. In poche parole non mi so divertire. Non so cavalcare l’onda, o forse, per andare al nocciolo della questione, non so proprio godere. Quando una maggioranza (anticipatrice o ritardataria) intraprende un percorso collettivo, quando tutti si mettono a fare la stessa cosa, a usare una nuova cosa, smettono di domandarsi perché la fanno o la usano: è normale. Io no, io non sento il flusso, non entro nel flusso e non mi lascio trasportare dal flusso. Frigidamente, non posso fare a meno di opporre una certa resistenza. Di fronte alla novità, invece di cogliere l’opportunità e mettermi a cavallo e divertirmi come tutti gli altri senza domandarmi per chi e per cosa ma semplicemente riconoscendo che una cosa basta farla, insieme a tutti, e la gioia del compito diventa la principale ricompensa che spinge il soggetto a ripeterla – ecco, di fronte a una cosa simile io mi blocco, diffido, sono reticente, anzi peggio ancora: non me ne frega niente. Non so dirmi: ripeti gioiosamente! tutti ripetono gioiosamente, e chissenefrega del perché e del percome. Lo facciamo perché c’è affordance, attraverso le innovazioni scaliamo la piramide dei bisogni per entrare nella fase della consapevolezza (awardness) e diventiamo tutti ugualmente estesi e maggioritari e leader.
Inoltre non so proprio adattarmi alla noncuranza, anzi alla noncurante abbondanza, della comunicazione che sta alla base di queste grandi innovazioni. Dev’esserci un divario un digital divide spalancato tra me e il resto del mondo avanzato. Invece di scoprire in ogni nuovo ritrovato un’occasione per attivare il processo di self empowerement, bel lungi dal facilitare il processo del cambiamento, io sto male quando la gente, senz’altro giustificata dal surplus di comunicazione e dal sovraccarico cognitivo (information overload) al quale tutti si prestano con inaudito entusiasmo, si dimentica per esempio di rispondere a una mia richiesta, a una mia mail, a una mia sollecitazione. Questa superficialità questa distrazione diffusa da party mondano permanente, io la vivo male. Hai voglia a ragionare: a me la noncuranza altrui pare sempre un’offesa, una mancanza di rispetto, una cattiveria. Non riesco ad abituarmi al regime scoppiettante e intermittente di questo nuovo stare insieme. Oggi potremo anche decidere come presentarci alle persone che compongono la rete (impression management), potrò pure scegliere se essere me stesso o essere completamente diverso – pagando un costo limitato per le sperimentazioni non andate a buon fine, ma se poi quelle persone ci trattano come delle figurine senza senso, effimere, trascurabili, se tu mi confondi nel catalogo dei tuoi 2000 amici, che ne dovrei fare di questa nuova possibilità? Io resto solo una delle tante comparse nella sempre più grande, estesa, variabile, pervasiva e solitaria folla. Non me ne frega poi molto di trovare continuamente nuove opportunità di relazione, di sviluppare la capacità di attrarre relazioni (fitness), se le relazioni si devono basare su questo. Trovo detestabile l’espressione “capitale sociale” e mi domando che razza di vita sociale devono aver fatto le persone che ritengono che oggi attraverso uno schermo sia possibile gestire tutti gli aspetti della propria esperienza sociale. Forse intendono dire che una volta capitalizzato il nostro stare insieme, appurato che il sito americano Vitrue ha perfino calcolato il valore monetario di un’«amicizia» in relazione al potenziale pubblicitario: ogni amico vale 3,60 dollari, trasformato lo spazio pubblico in un luogo a metà strada tra un villaggio turistico e un parco divertimenti, la possibilità di potenziare e gestire la propria esperienza sociale corrisponde grosso modo a quella di potenziare e gestire un’impresa commerciale chiamata col nostro stesso nome. È questo che si nasconde dietro i due bisogni complementari che occupano la rete: quello di raccontarsi e quello di sapere cosa fanno gli altri? E se non è questo, devo ammettere che non riesco a vederci nient’altro, niente di niente: il vuoto di un buco profondo e nero, di una mancanza clamorosa. Mi piace questo mi piace quest’altro. Cosa sperano di ottenere esprimendo preferenze in continuazione? Perché lo fanno? Perché lo fate? Perché non si fermano un secondo a domandarsi perché lo fanno? Perché seminare indizi della propria futilità decine di volte alla settimana? Perché dare in pasto sfumature del tutto dispensabili della nostra personalità a certi agenti intelligenti (bot) in grado di filtrare i contenuti secondo le indicazioni dell’utente, macchinette parrassitarie che si nutrono dei nostri mi piace e dei nostri percorsi virtuali per costruirci intorno un mondo a nostra immagine e somiglianza, una versione algoritmica e mercantile di noi stessi, oggetti e percorsi sempre più prevedibili, sempre più statistici?
Viste le risorse scarse a nostra disposizione tendiamo a focalizzarci di più sui legami forti che su quelli deboli. E ciò limita la possibilità di trovare nuove opportunità di relazione. Ma oggi ci sono nuove forme di socialità diffusa, come gli alberghi diffusi, una nuova ricchezza debole e flessibile. Adatta ad un’epoca di crisi economica, di imprevedibili fluttuazioni finanziarie, di trasformazione dei rapporti umani in sfacciate autopromozioni, dell’io in prodotto da spaccio, del pubblico in pubblicitario. Adatta ad un’epoca di persuasione e seduzione spicciole ma continue, perenni. Diventa infatti oggi possibile strutturare le diverse esperienze per aumentare la capacità persuasiva del messaggio. Questa nuova area di ricerca, si chiama captologia (captology), abbreviazione di «computer as persuasive technology» o «persuasive computing» (computer persuasivo).
Ma di cosa abbiamo bisogno insomma? Chi l’ha inventata quella piramide? Chi dobbiamo sedurre?
Perché mi sento così sola?
E perché mi rifiuto di colmare questa solitudine con 2000 amici che hanno un valore potenziale di 7200 dollari?
Perché non capisco quello che cercano queste persone, quello che vogliono?
Perché soffro quando vedo che una delle mie migliori amiche ha trovato il tempo per postare sei cazzate al giorno, per esprimere otto preferenze su altrettante cazzate postate da altre persone, ma non risponde al telefono, non si fa vedere, divide il suo tempo tra casa e ufficio?
Forse la mia amica pensa di superare la crisi economica riempiendo il mondo di preferenze: forse l’eccitazione di massa attraverso l’aumento vertiginoso dei bisogni di socialità potrà rilanciare l’economia. Forse la mia amica è più utile al mondo che a me. Forse considerando se stessi come un prodotto commerciale finiremo per trovare anche un modo per sbarcare il lunario.
Diventeremo tutti un grande consumatoRe
uno spetta Autore
un commentAutore
Maestri del societing. Sovrani del virtuale. Autori.
Sia il social network sia la chat di messaggistica instantanea sono canali preferenziali per interagire con i marchi e per influenzare le opinioni degli altri utenti sugli stessi (un’arte nella quale i giovani si sentono particolarmente sicuri dei propri mezzi)
Un’arte nella quale…
Interagire con i marchi…
Il minor numero di informazioni relative all’altro ottenibili durante una relazione nei social network porta i soggetti interagenti a cercare di riempire i vuoti informativi con le proprie aspettative. Ciò induce a un maggior livello di idealizzazione, che aumenta l’interesse nei confronti dell’altro.
Immaginare. Idealizzare. Sognare.
Sperimentare.
Facendomi pagare un costo limitato per le sperimentazioni non andate a buon fine,
posso sperimentare nuovi modi di essere visto che nella maggior parte dei casi anche se fallisco non succede nulla.

Nulla.

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