Giusi Marchetta Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giusi-marchetta/ un blog di approfondimento culturale Sat, 02 Jan 2016 14:18:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giusi Marchetta Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giusi-marchetta/ 32 32 Variazioni su un tempo di mezzo https://minimaetmoralia.it/interventi/variazioni-su-un-tempo-di-mezzo/ https://minimaetmoralia.it/interventi/variazioni-su-un-tempo-di-mezzo/#comments Sat, 02 Jan 2016 12:19:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29561 Pubblichiamo un riepilogo sulle letture dell'anno appena passato scritto da Giusi Marchetta, ringraziando l'autrice (nella foto, Joan Didion).

di Giusi Marchetta

La storia delle mie letture è sempre stata declinata al maschile. Al liceo credevo nei classici: russi, italiani, europei soprattutto. I classici avevano l’autorità per restituirmi del mondo un’immagine più vera e completa di quella che avrei potuto concepire da sola. Non avevano bisogno di convincermi che le cose stessero in un certo modo: Dostoevskij era Dostoevskij, Pavese era Pavese e Flaubert era Emma Bovary. Mi bastava quello.

Qualche anno dopo, pronta per una scrittura che non mi aiutasse a capire ma a distruggere quello che avevo capito, ho lasciato che Nabokov, Celine e molti altri usassero parole nuove, parole-martello, contro di me. Mi è piaciuto. Mi serviva.

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Joan-Didion

Pubblichiamo un riepilogo sulle letture dell’anno appena passato scritto da Giusi Marchetta, ringraziando l’autrice (nella foto, Joan Didion).

di Giusi Marchetta

La storia delle mie letture è sempre stata declinata al maschile. Al liceo credevo nei classici: russi, italiani, europei soprattutto. I classici avevano l’autorità per restituirmi del mondo un’immagine più vera e completa di quella che avrei potuto concepire da sola. Non avevano bisogno di convincermi che le cose stessero in un certo modo: Dostoevskij era Dostoevskij, Pavese era Pavese e Flaubert era Emma Bovary. Mi bastava quello.

Qualche anno dopo, pronta per una scrittura che non mi aiutasse a capire ma a distruggere quello che avevo capito, ho lasciato che Nabokov, Celine e molti altri usassero parole nuove, parole-martello, contro di me. Mi è piaciuto. Mi serviva.

Alternavo il primo Novecento al secondo, i vivi ai morti. Compravo i Nobel e i Pulitzer per autoeducarmi: così ho scoperto Eugenides, Franzen e l’America. Ho cominciato a credere in Carver, Malamud e Yates. Ho avuto il periodo Roth e il periodo McCarthy. C’era di sicuro qualcosa di sbagliato se non apprezzavo Houellebecq: mi sono affrettata a rimediare con Carrere per sentirmi meglio.

In quei primi anni di letture matte e disperatissime non ho mai scientemente evitato le donne, ma ne ho lette di meno. Dovevano essere morte (Woolf, Morante, Ginzburg) o molto note (Fallaci, Maraini) perché mi arrivassero tra le mani. Non mi sarei mai definita una ventenne sessista, ovviamente; leggevo senza fare caso al sesso dell’autore e capitava che si trattasse in maggioranza di uomini. Del resto gli uomini mi sembravano perfettamente in grado di scrivere bene tutto quello che c’era da scrivere, di dare una risposta a tutte le domande che avrei mai pensato di fare.

Quest’anno ho compiuto trentatré anni: definirmi ragazza non è più una possibilità. (Non lo è più da tempo, ovviamente, ma le prese di coscienza più difficili non arrivano mai puntuali, è un fatto).
Ebbene, sono una donna. Non mi pesa come credevo, ma mi proietta in un’altra dimensione della mia esistenza. Invecchiare, amare e lavorare hanno un altro significato adesso rispetto a dieci anni fa. I miei no pesano quasi quanto i sì. Le mie paure non sono scomparse: hanno cambiato forma e hanno aspettato pazienti che le riconoscessi. Se prima coltivavo fedi e certezze, adesso sento il bisogno di accanirmici contro e di dedicare tempo e cure a quelle che sopravvivono. Come al solito, quindi, anche quest’anno sono andata in cerca di parole martello che mi aiutassero a spazzare via il superfluo. Non ne ho trovate. O meglio: non ho trovato quelle che mi avrebbero permesso di distruggere e di ricostruire ciò di cui avevo bisogno. All’inizio dell’anno ho letto Guarigione di Cristiano de Majo, un libro sulla paternità, la continuità e sul senso dello stare al mondo. Molto bello, ho pensato. Ne avrei voluto uno simile che parlasse a me, di me.

Così, in attesa di qualcosa di diverso e potente e di mio, mi ha trovato Il posto di Annie Ernaux. Poche pagine, frasi brevi. Un ritratto. L’esame del concorso per l’assunzione a scuola e la morte del padre sono i due chiodi cui è appeso il quadro: il posto della protagonista nel mondo si trova in un punto imprecisato di questa cornice, nello spazio che i genitori le hanno ritagliato perché lo abitasse in maniera più consapevole di loro. Questo posto però non è un punto geometrico, ma una distanza dal padre e dalla madre ingigantita dai libri che la protagonista ha letto, dalla lingua ricercata che usa e che loro non parlano. È un tradimento e io lo conosco. Ernaux mi ha trovato e non mi ha rassicurato o liberato dal senso di colpa. Mi ha detto che sa, che capisce, con poche parole appuntite. È così che si scrive, mi ha anche detto.

Qualche mese dopo, intrappolata su un frecciabianca diretto nelle Marche, mi è successo di nuovo con un libro non fiction di Didion, una scrittrice non comune. Avevo sentito parlare molto di lei, ne avevo letto su riviste specializzate; scrittori uomini la citavano nelle interviste. Insomma, la leggevano tutti. Ne L’anno del pensiero magico, lei e il marito sono seduti a tavola e un attimo dopo lui è morto. Senza un preavviso o un perché prevedibile. Morto.
Il resto del viaggio è stato lungo e difficile.

Durante l’estate avevo letto Riparare i viventi di De Kerangal e mi era sembrato che i miei organi interni pulsassero tutti contemporaneamente, in una rinnovata fragilità. Avevo già fatto esperienza del dolore assorbito dai tessuti e poi pianto con ogni lacrima producibile dal corpo. Non avevo ancora superato un confine, però; Didion mi ha costretto a farlo. Non è solo il dolore, mi ha spiegato. È il vuoto improvviso e la necessità di sostituire un arto mancante con qualcos’altro che non pareggerà il conto, un pensiero razionale con uno magico. Il cuore del protagonista di De Kerangal è lo stesso che batte, vivo, in un altro petto, ma la modifica provvisoria che il marito di Didion ha fatto al suo romanzo un quarto d’ora prima di morire resterà per sempre l’ultima. Il segreto della morte, quindi, me l’ha rivelato lei. Quello della sua scrittura invece se lo tiene stretto: forse lo stile di Didion è solo il suo modo di soffrire, è lei.

E dunque avevo bisogno di risposte quest’anno (la vita, l’universo e tutto quanto) e non mi bastava la solita, profonda e universale riflessione sulla solitudine e sul venire a patti con l’idea di essere vivi per altri dodici mesi. Volevo leggere di un’infelicità propriamente femminile e del suo opposto; volevo capire come si fa a essere vive e trentenni nel 2015. Ho scoperto che si fa come Hannah in Amori e disamori di Nathaniel P di Waldman, imparando a interagire con gli insicuri narcisisti che troviamo così attraenti finché non crollano davanti ai nostri occhi e scopriamo che in parte li avevamo inventati. Sono stata grata a Waldman per avermi fatto ridere di Nate, delle ferite che infligge alle donne, della piccola felicità che si è costruito su misura. Insomma, leggere il suo libro non mi ha risolto un destino, ma me l’ha reso più leggero. I Nate passano, a quanto pare, almeno fino al successivo.

Single, frivole e pronte a tutto di Heiny è arrivato subito dopo, al momento giusto. Non era necessario che mi identificassi con le protagoniste dei racconti perché non siamo uguali: giochiamo solo nello stesso campionato. E se qualcuna resta col fidanzato di sempre anche se non lo ama più, non posso darle addosso come avrei fatto a vent’anni: sento il vuoto da cui sta scappando, ne ho un’immagine chiara, precisa.

L’ho letto anche, questo vuoto; è tutto in Sembrava una felicità di Offill. La protagonista tenta di tenere legato a sé il marito pur convivendo con una perdurante sensazione di lutto che non ha a che fare col matrimonio, né è addolcita dalla presenza di lui. C’è. È un inguaribile senso di distacco dalle cose: svegliarsi ogni mattina sapendo di dover essere madre e moglie, come un compito che ci si assegna per arrivare a fine giornata.

È questo, dunque, che andavo cercando. Essere vive, mediamente giovani, disperate; sentire che in qualche modo alcuni giochi sono fatti, senza che ce ne accorgessimo. Quando Carne viva di Tierce è arrivata in Italia se ne è parlato come di una discesa all’inferno. Io non ho problemi con l’inferno, soprattutto quello letterario: ho sempre cercato le fiamme nei libri, fin da piccola. E, infatti, non ho avuto problemi a girare le pagine, a seguire Marie da un letto all’altro, da un pavimento all’altro, da un divano sporco al sedile di un’auto sotto l’ennesimo uomo con cui annullarsi. Non ho avuto problemi ad arrivare in fondo alla sua storia, a chiuderla e a lasciarla sul comodino. Poi però, a distanza di mesi, si parla di uomini che non leggono le donne e io non posso fare a meno di pensare a Marie e a quella rinuncia a essere altro che una bambola di carne. Mi avrebbe dato fastidio il romanzo di uno scrittore che equipara il sesso promiscuo all’autodistruzione per un personaggio femminile. Invece riprendo Carne viva dopo una notte uguale ad altre notti e mi dico che Tierce sa. E non sta giudicando o semplificando. Sta dicendo che i giochi sono fatti e che il vuoto non lo senti più: ci sei caduta dentro.

Ho sempre cercato nei libri la morte, l’amore, la scrittura; quest’anno però volevo che fossero declinati su misura per i miei trent’anni. Sono stata fortunata, li ho trovati. La maggior parte erano stati scritti da donne. Mi dico che non avrei dovuto notarlo, che non importa. Invece importa.
Sono sempre stata femminista, eppure non leggevo molte donne: sceglievo in base alle storie e sceglievo gli uomini. Mi davano tutte le risposte di cui avevo bisogno. Così, almeno, credevo.
Adesso so che un pregiudizio può guidare la tua scelta anche se non te ne rendi conto. So che tocca a me fare in modo che il libro di una scrittrice di talento mi arrivi tra le mani. So che ne ho bisogno. E non perché io pensi che esista una scrittura femminile. Al contrario: esiste una scrittura che racconta le crepe dell’umano e ciò che lo tiene insieme. Non ha sesso o età. È puro talento, ma è anche attenzione per quello che ci riguarda.

La differenza non sta nella scrittura, è nella scelta che la nostra società continua a fare di ignorare deliberatamente che una scrittrice possa restituire un aspetto della realtà che ha un peso e un’importanza nella nostra definizione di noi stessi. Ci cerchiamo tutti nei temi universali degli scrittori di talento e spesso ci troviamo. Nei libri delle scrittrici di talento si ritrovano spesso soprattutto le donne. È talmente radicato il pregiudizio di una letteratura minore, che tutto quello che di universale e umano c’è in questi libri passa per ombelicale. Il sesso, l’amore, la maternità, l’emancipazione: se ne scrivono le donne diventano quasi un genere a parte, interessano meno.

Eppure, questi libri sono interessanti. E lo sono doppiamente: parlano a tutti, uomini e donne indifferentemente, e allo stesso tempo mi sembrano trovare la ferita al primo colpo. Scavano, sondano, illuminano questo mio tempo di mezzo che non conosco e non so abitare.

Ad esempio, ero femminista a vent’anni ma non ha funzionato. Adesso che mi chiedo cosa significhi questa parola, come faccio ad appuntarmela addosso senza mentire, ho bisogno che qualcuno del posto mi indichi la strada. Pochi scrittori uomini hanno risposto all’appello, molte scrittrici sì. L’ha fatto Ferrante per prima (e poco importa se persiste il dubbio sul suo sesso). L’amica geniale è entrata nelle mie letture di quest’anno come un faro, spazzando via ogni proposta politicamente corretta, suggerendo la prospettiva di un femminismo cinico e disincantato: sarebbe il caso, forse, di cominciare a salvarci in modo individuale puntando a ottenere qualcosa dalla sofferenza e dalle ingiustizie inflitte dai Sarratore di tutti i rioni del mondo.

Ancora, Ferrante mi ha mostrato come pochi altri, il passaggio del tempo sull’essere donna e scrittrice. La vecchiaia non è lo scoglio che ci fa naufragare, ma un punto da cui guardare il passato e trovare solo quello che era fatto per restare, anche se sul momento non lo sapevamo. La stessa verità mi hanno gridato contro Olive Kitteridge di Strout e quasi tutti i racconti di Munro, mostrandomi un futuro in cui, ottantenne, mi guarderò indietro cercando un senso al percorso fatto, un motivo in più per perdonarmi.

Se per dare retta a un’abitudine consolidata, a qualche classifica di rivista culturale o al giudizio di qualche critico che non legge le donne mi fossi persa uno di questi libri, credo che mi mancherebbe qualcosa di importante. Qualcosa di mio, destinato a passare. La stessa Ernaux me l’ha dimostrato scrivendo Gli anni, trovando le parole giuste per raccontare i momenti fatti per resistere al tempo e quelli che ha dovuto strappargli con la forza. Di questo avevo e ho bisogno adesso, del racconto di questi miei trent’anni, di qualcuno capace di fermarli prima che scappino. Tutte queste scrittrici ci sono riuscite. Hanno talento, certo, e forse ognuna di loro sa qualcosa di quest’altalena di cui sono fatti i giorni, della ferocia con cui desidero quello che non ho e delle corse, del sonno perso, dei letti sfatti, del gesso che mi consuma le mani un po’ alla volta.

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Perché Franceschini sbaglia sempre e tutto sulla politica della lettura https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/perche-franceschini-sbaglia-sempre-e-tutto-sulla-politica-della-lettura/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/perche-franceschini-sbaglia-sempre-e-tutto-sulla-politica-della-lettura/#comments Fri, 05 Jun 2015 09:07:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27178 E così il ministro Franceschini, sempre con la complicità del Centro per il libro e la lettura, ha avuto un’altra idea sciocca. Ieri, a margine della premiazione del concorso di scrittura per le scuole Scriviamoci. Passami i tuoi pensieri e le tue emozioni in 30 righe (sic, il titolo non è una parodia), ha dichiarato […]

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E così il ministro Franceschini, sempre con la complicità del Centro per il libro e la lettura, ha avuto un’altra idea sciocca. Ieri, a margine della premiazione del concorso di scrittura per le scuole Scriviamoci. Passami i tuoi pensieri e le tue emozioni in 30 righe (sic, il titolo non è una parodia), ha dichiarato su twitter:

“Faremo la Biblioteca Nazionale dell’Inedito. Un luogo dove raccogliere e conservare per sempre romanzi e racconti di italiani mai pubblicati”

Non si sa bene da dove partire per criticare la scempiaggine di una dichiarazione del genere. Perché oltre le ovvie reazioni beffarde dei social – “il museo della noia, bella idea”, “mi tenga due ripiani liberi, gentilmente”, “io aggiungerei una sezione dedicata alle scritte sulle porte dei cessi”… – questo modo di affrontare le politiche del libro non denuncia solo il velleitarsmo e l’ingenuità del ministro, ma ancora un’idea tutta pubblicitaria della letteratura e della cultura in generale.

È ancora più indicativo e più grave che questo genere di dichiarazioni vengano fatte davanti a una platea di studenti. Franceschini aveva appena finito di parlare:

“Molti non osano scrivere perché temono di confrontarsi ma scrivere è una terapia straordinaria, è un atto di grande creatività e libertà che tutti dovrebbero fare al di là del talento o dell’essere o meno portati. […] Mi piacerebbe che quando si fa il tema ogni tanto si dicesse ora scrivete quello che vi pare perché le storie piu’ straordinarie sono quelle intorno a noi, lì c’è la letteratura più fantastica”.

Ora, diamo il beneficio dell’inventario alla buona fede del ministro, ma qualche interrogativo non possiamo non porglielo.
Non c’è mai stata una civiltà come la nostra dove si fa narrazione di se stessi in continuazione, dove ci si autorappresenta sempre, dove le emozioni non smettono mai di essere comunicate: e davvero la scuola o un ministro della cultura devono avallare quest’equazione, tra espressione di sé e letteratura? Davvero avrebbe un senso formativo dare un tema e dire: scrivi quello che ti pare? Davvero pensiamo che sia un’iniziativa lodevole immaginare una biblioteca dell’inedito dove stipare qualunque cosa capiti di scrivere?

Del resto il concorso Scriviamoci era stato immaginato con lo stesso dissennato criterio: i 900 ragazzi partecipanti hanno raccontato la prima cosa che gli è venuta in mente in 30 righe. Che idea di concorso è? In nome di quest’idolo anti-formativo – la facilità, l’emozione, la spontaneità… – si sono coinvolti migliaia di studenti e docenti a fare che cosa? A mettere una specie di like su un evento del Centro per il libro?
E cosa vincono i tre primi posti? Un corso di tre giorni alla scuola Holden, un viaggio pagato al Festival della Letteratura di Mantova, un viaggio pagato a Expo (!). Non borse di studio, turismo.

Non si poteva realizzare un concorso letterario serio, chiedendo lunghi elaborati e non scritti emozionali di 30 righe? Non si poteva pretendere un impegno sul testo? E offrire il lavoro editoriale di professionisti come premio?

Scriviamoci fa il paio con Libriamoci e #ioleggoperché, altre iniziative promosse dal Cepell – in collaborazione con i ministeri dell’istruzione e della cultura, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e con il patrocinio della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO (insomma tutte le istituzioni) ed è davvero il segno della deriva istituzionale di un pensiero dannoso su cosa vuol dire oggi educare alla lettura.

Si tratta sempre di eventi che richiedono molti soldi per l’organizzazione, che si esauriscono nell’ambito di poche ore, di cui non si valuta l’impatto, e che soprattutto non educano, ma al massimo promuovono.
Il ministro Franceschini insieme a Romano Montroni, libraio di esperienza ma inadeguatissimo presidente del Cepell, continuano a perseverare in due errori da matita blu: pensare che questo sia il ruolo dell’istituzione, rendere indistinta la differenza tra cultura e comunicazione, tra formazione e pubblicità; e quello di compiere uno sforzo promozionale – inefficace – per compensare le carenze strutturali che abbiamo in Italia sulla lettura e sulla scrittura. Insomma non sono bravi né nel ruolo educativo (che sarebbe richiesto) né in quello commerciale (che non gli ha richiesto nessuno).

È così difficile cambiare prospettiva? No. Se ministero e Cepell volessero, potrebbero cominciare almeno a sfogliarsi un libretto uscito da poco per Einaudi, s’intitola Lettori si cresce e l’ha scritto Giusi Marchetta. Immagina una politica della lettura agli antipodi di quella di Libriamoci e Scriviamoci. Del resto, leggere a questo serve: a cambiare idea.

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La prima volta che la camorra ha sparato e non ho sentito https://minimaetmoralia.it/non-fiction/la-prima-volta-che-la-camorra-ha-sparato-e-non-ho-sentito/ https://minimaetmoralia.it/non-fiction/la-prima-volta-che-la-camorra-ha-sparato-e-non-ho-sentito/#respond Sat, 09 Aug 2014 08:04:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22706 Abbiamo le prove è una rivista online di non fiction nata un anno fa da un'idea di Violetta Bellocchio. Pubblichiamo l'intervento di Giusi Marchetta ringraziando l'autrice e la rivista.

di Giusi Marchetta

Ero a Napoli quando un gruppo di scissionisti del clan Di Lauro ha deciso di fargli la guerra. Io andavo e tornavo dal corso di specializzazione e loro si aggiravano per la città seminando agguati che riportassero gli uni o gli altri in vantaggio di un morto. Succedeva nelle periferie dove tutto era cominciato, ma succedeva anche nei quartieri del centro in pieno giorno. Si uccideva per vincere la guerra e si rubava per finanziarla.

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Abbiamo le prove è una rivista online di non fiction nata un anno fa da un’idea di Violetta Bellocchio. Pubblichiamo l’intervento di Giusi Marchetta ringraziando l’autrice e la rivista. (Immagine: Banksy)

di Giusi Marchetta

Ero a Napoli quando un gruppo di scissionisti del clan Di Lauro ha deciso di fargli la guerra. Io andavo e tornavo dal corso di specializzazione e loro si aggiravano per la città seminando agguati che riportassero gli uni o gli altri in vantaggio di un morto. Succedeva nelle periferie dove tutto era cominciato, ma succedeva anche nei quartieri del centro in pieno giorno. Si uccideva per vincere la guerra e si rubava per finanziarla.

L’enormità della tragedia in atto non ci sfuggiva (le immagini dei cadaveri rilanciate dal tg nazionale, il conteggio dei morti e la loro attribuzione necessaria a tenere il punteggio, l’indagine sociologica cui pareva doversi sottoporre una regione geografica dai confini incerti), però ci sembrava naturale andare avanti, vivere come se girasse una singolare forma di influenza che ci rompeva le ossa e ci toglieva il respiro, ma che, tutto sommato non ci impediva di fare quello che dovevamo.

Qualcuno cedeva ogni tanto, com’è normale; allora, ovunque servisse, a cena, per strada, davanti al caffè, si concorreva a sanare quel cedimento, a renderlo meno fragile, con una constatazione pronunciata a mezza bocca: tanto si ammazzano tra loro. Allora dovevi scegliere se questa cosa detta con leggerezza ti facesse schifo o se ti spaventasse. O ancora, se ti facesse pena. In fondo tutta la città si stava ammazzando e a dirsi così pareva che uno cercasse un riparo, una scusa per dire: vedrai che a me e a te non succede.

Andavo e venivo dai corsi obbligatori. Un giorno tornavo a piedi, percorrendo in un quarto d’ora un tratto che l’autobus avrebbe fatto nel doppio del tempo, ostaggio di un traffico che pareva una maledizione. Camminavo e pensavo a un esame, ma soprattutto alla sensazione che i miei giorni fossero ormai tutti uguali, una catena di doveri e puntualità che mi stavo trascinando dietro dall’università e forse perfino da prima.

Percorrevo via Foria a testa bassa, gli occhi sulla punta delle scarpe e la tracolla che ogni tanto ci ondeggiava davanti. Non ho visto l’uomo che usciva dal bar ma l’ho avvertito: ho rallentato leggermente e lui mi ha preceduto sul marciapiede, un omone con le spalle ondeggianti e la camminata veloce.

Il secondo uomo invece mi ha tagliato la strada: un solo passo dalla soglia del bar alla strada, con lo sguardo fisso sulla nuca del primo. È partito un fischio lungo, un richiamo. L’omone si è girato e ha visto l’altro tirare fuori la mano dalla tasca, tendere il braccio, mirare. Allora s’è buttato a terra, in ginocchio, si è fasciato la testa con le braccia e ha aspettato come tutti noi intorno abbiamo aspettato, immobili, di sentire lo sparo che gli arrivava addosso.

Non so come, stamattina, mi viene in mente Nicola. È una sensazione strana, quando ti rendi conto che la memoria non riesce a tenere insieme tutto il tempo ma ci fa dei riassunti, taglia e cuce male insieme persone e giornate in cui abbiamo convissuto.

Per anni di questo bambino biondo non è rimasta traccia nei miei ricordi che sono cresciuti, andati alle medie, al liceo, all’università, che nel tempo si sono moltiplicati e confusi con fantasie poi abbandonate o a cui mi sono affezionata troppo per non trovarci nulla di vero.

E poi, oggi, mentre faccio una cosa banale come lavarmi i denti davanti a uno specchio chiedendomi quanti giorni della mia vita sono cominciati esattamente così, la sua faccia tonda e il neo sulla guancia si affacciano nella mia mente chiarissimi, vivi, come se per anni Nicola fosse stato nascosto da qualche parte e avesse avuto finalmente il permesso di uscire.

Era arrivato a metà della quinta elementare, in una classe in cui le voci degli altri erano un’abitudine acquisita. Non aveva il grembiule, solo un giubbino blu che metteva sempre cercando di mimetizzarsi con la tinta delle nostre uniformi bambine. Il risultato era una stonatura peggiore. Essere simile a noi, era peggio che non essere uguale. Guardavi il giubbino e i suoi jeans e non vedevi le stesse poesie, l’esercizio costante di una sillabazione feroce, i cartelloni appesi alle pareti della classe con la firma di tutti. Era un estraneo e per giunta lo sembrava.

Ed era indietro col programma: su tutto. Per tamponare la situazione, la maestra me l’affidò senza indicazioni precise e lui stesso mi si affidò con una docilità difficile da gestire. Non dipendi da me, avrei voluto dirgli. Ma non lo facevo e, anzi, prendevo ogni assenza e ogni compito non fatto come un affronto diretto a me. Mi avevano messo in mano il capo di una corda e detto: – Tira. E io tiravo, ma non ero abbastanza forte per trascinarmi dietro tutto quel peso.

E poi, una mattina, Nicola non era a scuola. Quella sera al telefono la sua voce pareva più sottile: non poteva venire, non sarebbe venuto per un po’.
– Ma perché?
Non pareva malato. E io avevo tirato forte ed ero stanca.
Sua zia prese il telefono. La sua voce era secca e piena di accenti.
– Devi dire alla maestra che Nicky non viene a scuola perché gli è morto il padre.
Da qualche parte accanto a lei, Nicola stava zitto.
– Hai capito come devi dire?

Sul giornale la notizia occupava un paio di colonne. L’avevano fermato a un incrocio con un semaforo, qualcuno che conosceva. Avevano aperto la portiera dal lato del passeggero: allora si era accorto della pistola. Ci aveva provato a dare un colpo all’acceleratore, a partire in quarta, ma non era servito: il colpo gli era arrivato in faccia. Dove doveva.

Dell’articolo di giornale ci aveva detto Domenico in classe. Io non ci avevo creduto: c’era quel dettaglio, quello sparato in faccia. Se davvero lo avessero scritto sul giornale, pensavo, Nicola lo avrebbe potuto leggere. Mi pareva una cosa illegale. Per questo litigai a morte con Domenico finché lui non andò a piagnucolare dalla maestra e lei non fu costretta a confermare che era vero, che l’articolo c’era ed era tutto così.

La mattina mio padre mi accompagnava a scuola in macchina. Lo guardavo al posto di guida e pensavo alla sua faccia così tirata e indifesa.

Non ho mai pensato al padre di Nicola come a un camorrista anche se quasi sicuramente lo è stato: la ferocia dell’agguato, il colpo al volto mirato a punire un affronto, non erano che il contorno pittoresco di una perdita troppo vicina per essere compresa dalla bimba che ero. Più che un regolamento di conti (espressione che costellava i tg dell’epoca) la sua morte rientrava per me nell’ambito di una possibile, tragica fatalità che accomunava tutti gli adulti che guidavano nella provincia di Caserta. Insomma, la camorra aveva sparato, ma io non avevo sentito.

Quel giorno, in via Foria, quando l’omone si è inginocchiato e si è coperto la testa sono rimasta immobile sul marciapiede. Un attimo dopo, l’altro ha abbassato il braccio e ha cominciato a ridere dello scherzo, mostrando, pistola innocua, la mano vuota ancora in posa.
L’omone ha elaborato velocemente l’umiliazione o la minaccia, poi si è rimesso in piedi con un sorriso tirato. Solo io e lui abbiamo sentito lo sparo: il mio era partito anni prima, il suo era da qualche parte, già in canna, in attesa di arrivargli addosso.

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