Giusi Nicolini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giusi-nicolini/ un blog di approfondimento culturale Wed, 05 Apr 2017 19:15:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giusi Nicolini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/giusi-nicolini/ 32 32 Lampedusa è un grumo https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lampedusa-e-un-grumo/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lampedusa-e-un-grumo/#comments Thu, 30 Jun 2016 05:30:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31411 Ecco quel che ho capito, alla fine, dopo aver trascorso una settimana a Lampedusa per il progetto di residenza letteraria #sconfinarealampedusa. Tutte quelle voci e quelle verità di Lampedusa che raccontano timori e spaesamenti.

di Evelina Santangelo

Lampedusa è un grumo, un gomitolo inestricabile. Appena ti sembra di averne preso un capo, quello ti sfugge di mano o ti porta verso un nodo da cui parte un nuovo capo della stessa matassa. È uno di quei luoghi in cui arrivi convinta di aver capito abbastanza, e da cui te ne vai carica di incertezze e verità prismatiche che, a secondo da dove le osservi, ti restituiscono impressioni e pensieri in fuga, impossibili da ordinare in un discorso pacificato e cristallino. Lampedusa è, a suo modo, lo specchio deformante in cui si riflettono contraddizioni e conflitti di questo nostro tempo in cui passato e presente deflagrano.

Già il paesaggio ti spiazza.

Da una parte, il paese asserragliato su un’estremità dell’altopiano che, tra panchine, bar, negozietti alla moda assiepati lungo una pavimentazione perlacea («marmo tunisino» mi spiega qualcuno), scivola verso il porto con il suo traffico di pescherecci e camion frigorifero destinati ai mercati ittici siciliani e di mezzo mondo.

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Ecco quel che ho capito, alla fine, dopo aver trascorso una settimana a Lampedusa per il progetto di residenza letteraria #sconfinarealampedusa. Tutte quelle voci e quelle verità di Lampedusa che raccontano timori e spaesamenti.

di Evelina Santangelo

Lampedusa è un grumo, un gomitolo inestricabile. Appena ti sembra di averne preso un capo, quello ti sfugge di mano o ti porta verso un nodo da cui parte un nuovo capo della stessa matassa. È uno di quei luoghi in cui arrivi convinta di aver capito abbastanza, e da cui te ne vai carica di incertezze e verità prismatiche che, a secondo da dove le osservi, ti restituiscono impressioni e pensieri in fuga, impossibili da ordinare in un discorso pacificato e cristallino. Lampedusa è, a suo modo, lo specchio deformante in cui si riflettono contraddizioni e conflitti di questo nostro tempo in cui passato e presente deflagrano.

Già il paesaggio ti spiazza.

Da una parte, il paese asserragliato su un’estremità dell’altopiano che, tra panchine, bar, negozietti alla moda assiepati lungo una pavimentazione perlacea («marmo tunisino» mi spiega qualcuno), scivola verso il porto con il suo traffico di pescherecci e camion frigorifero destinati ai mercati ittici siciliani e di mezzo mondo.

Alle spalle, l’imponente tavolato calcareo di pietre e rocce calve, aridissime, appena contrastate da oasi di incongrui pini marittimi impiantati, da stranieri in suolo straniero, nel tentativo di addomesticare una terra inospitale che incombe come una minaccia e che, da questa parte dell’isola, ti inchioda infine in una vertigine di falesie e scarpate a precipizio su un mare che sgomenta.

Basta scorrere la sua storia, d’altro canto, per farsi un’idea di cosa abbia significato nei secoli trovarsi al centro del Mediterraneo, tra la Tunisia e Malta, per questi 20 metri quadrati d’isola remoti e, allo stesso tempo, strategici.

Perché Lampedusa è stata, con alterne vicende, terra di insediamenti colonici (nordafricani, fenici, greci, romani, maltesi… e infine siciliani con le colonie agricole volute dai Borboni nel 1843) e terra disabitata, come lo era quando fu concessa dal re di Spagna e delle Due Sicilie al Principe di Lampedusa che in varie riprese provò a disfarsene fino a rivenderla infine alla Corona.

Terra di miraggi come quello di Diderot che in quest’«isoletta deserta del mar d’Africa» pensava si potesse fondare «una piccola comunità di gente felice in mezzo al mare».

Terra di approdo, assistenza e rifugio: per cristiani in fuga dalle persecuzioni musulmane; per navi pirata, vascelli corsari barbareschi, flotte crociate.

Terra di eremiti di fedi diverse (musulmani e cristiani) o abbastanza furbi da dividere le loro grotte in ambienti destinati ai due culti, e così salvarsi la pelle.

Terra di commerci floridi (monete romane, arabe, turche, veneziane, francesi e maltesi, tra i reperti trovati sull’isola) e di sfruttamenti inopinati: disboscamenti per la produzione di carbone e rastrellamenti di banchi di spugne nell’Ottocento, e, in tempi più recenti, terra di lottizzazioni selvagge e abusivismo edilizio per cavalcare l’onda di quel turismo di massa che lì, paradossalmente, cominciò a riversarsi all’improvviso in seguito a un atto di guerra, il lancio di due missili scud dalla Libia.

Terra così remota da poterci impiantare dopo l’Unità d’Italia una colonia penale o da poter dimenticare e abbandonare a se stessa nel secondo dopoguerra, quando solo il rifiuto compatto di tutta la popolazione a esprimere il proprio voto portò (nel 1964) per la prima volta un rappresentante del Governo a mettere piede a Lampedusa (cento anni dopola proclamazione dell’Italia unita).

Eppure, Lampedusa è anche terra dalla posizione così nevralgica da costruirci già nel ’68 un aeroporto civile e diventare, dagli anni Settanta, «la punta più avanzata nel Mediterraneo del dispositivo bellico italiano e Nato, centro d’intelligence e spionaggio», come spiega il giornalista Antonio Mazzeo, con tutto quello che ne consegue: un paesaggio di fili spinati e reti che delimitano zone e presidii militari, un proliferare di antenne radar, ponti radio, tralicci, telecomunicazioni militari che si ergono arcigne su riserve naturali, zone d’interesse comunitario, dominano aree marine protette in un conflitto insanabile tra ciò che quella terra è, per ragioni di difesa, e ciò che vorrebbe essere per bellezze naturalistiche.

Una terra infine che ha fatto strame della sua storia e della sua memoria, di cui oggi rimangono tracce minime pazientemente portate alla luce e ostinatamente custodite in questi anni da un ente privato, l’associazione dell’Archivio Storico Lampedusa nell’indifferenza generale (un solo lampedusano tra i 42 soci).

Così, è incredibile come, nonostante questa gigantesca opera di rimozione e azzeramento della memoria collettiva, oggi tutto quel passato (remoto e più recente) sembri riaffiorare, come riaffiorano dalle profondità del suolo certi fantasmi, riversandosi simultaneamente nelle contraddizioni di un presente fatto di nuovi commerci floridi alimentati dalla pesca d’altura e da un turismo sempre più di massa; di nuovi sfruttamenti inopinati e abusi edilizi per trasformare in benessere quel turismo; di nuove colonie di pena e di nuovi business che ruotano attorno al dramma della migrazione e all’accoglienza, come adombra qualcuno; di nuovi approdi in cerca di riparo e salvezza, e di nuovi miraggi di felicità, la felicità sorprendente, la fame di vita che sprizzava dagli occhi e dalle parole dei ragazzi incontrati all’hotspot dopo una trattativa faticosa con prefetti, questori, ministeri; così come non mancano nuovi abbandoni (non una libreria, una biblioteca per adulti, un cinema nell’isola) e nuovi insabbiamenti della più recente memoria, come è accaduto dopo il naufragio del 2013 quando a Lampedusa, nonostante le richieste del sindaco Giusi Nicolini, non si è voluta lasciare nemmeno una tomba dove onorare e ricordare quei morti.

Da qui, conflitti insanabili tra interessi e visioni diverse, se non addirittura antitetiche. Da qui, una sensazione diffusa di disgregazione e di precarietà, nonché la percezione di muoversi in un territorio dominato da poteri in conflitto tra loro, impegnati in bracci di ferro e ricatti: autorità locali, autorità militari, autorità ministeriali, autorità sommerse innominabili, che si contendono pezzi di territorio da gestire secondo logiche incompatibili che si esasperano nelle due visioni e vocazioni contrapposte di una Lampedusa-terra-di-frontiera da difendere, munire, sigillare in nome della sicurezza, e una Lampedusa-terra-di-confine da aprire, rendere permeabile ai contatti tra genti diverse, facendone laboratorio di cooperazione, di una visione euromediterranea d’Europa.

Perché la prima cosa che t’investe, se arrivi a Lampedusa con il desiderio di capirne di più, è un groviglio di voci dissonanti che s’accavallano e faticano a quadrare insieme.

«Bisogna salvare il turismo dalla cattiva pubblicità dei media». Questo genere di questioni le sperimenti all’istante nel respiro di sollievo di una turista appena arrivata che si compiace di come ce ne siano pochi di migranti, tutto sommato, meno che a Milano, mentre il negoziante si adegua, sospira a sua volta, evoca una battuta di cattivo gusto sui pesci e sui morti annegati, poi sorride amaro.

«Qui bisogna costruire ospedali, abbassare il prezzo spropositato della benzina, dei voli per turisti e locali», e questo lo dicono gli albergatori ma anche chi ha sperimentato quanto costi curarsi a Palermo, Agrigento o a Catania, cioè quasi tutti.

«Qui bisogna finirla con la retorica dell’accoglienza e dell’eroismo, con le cartoline patinate», dicono in molti, moltissimi, insofferenti nei confronti di slogan di comodo, sensazionalistici, di passerelle a uso e consumo di chi le attraversa, e c’è chi aggiunge che quella retorica nasconde «i problemi reali dell’isola», mentre altri precisano invece: «Qui bisogna non far altro che essere umani. Normali». Questo continua a ripetermi una persona che in questi anni ha cercato di dare un nome o una qualche identità ai naufraghi seppelliti tra la fine degli anni ’90 e il 2011 al cimitero di Lampedusa, quando De Rubeis faceva scrivere lapidi così: «Immigrato non identificato di sesso maschile etnia africana colore nero». E se le chiedi perché si ostini in questa lotta impari, lei ti risponde appunto che lo fa per rendere «umane» quelle tombe; come è un gesto umano, normale, per lei, forzare la zona militare, insieme ad altri volontari, per cercare di portare un termos di tè caldo ai «salvati» che approdano al molo Favaloro e si ritrovano davanti polizia in assetto antisommossa e militari.

Qualcosa di simile dice anche il capitano della Guardia Costiera che, quando spiega il suo lavoro, non pronuncia mai la parola «abnegazione», ma ti dà la misura esatta di cosa significhi salvare migliaia di uomini donne bambini in condizioni di grandissimo pericolo per tutti, soccorritori e soccorsi, facendosi una domanda per la quale c’è una sola risposta, senza giri di parole: «E se ci fossi io al posto loro?»

Ed è incredibile come, un attimo dopo, qualcuno possa dirti che lì a Lampedusa le notizie si sanno dal telegiornale, non si vede quasi niente, ed è altrettanto incredibile come questo in parte possa essere vero per chi si rinfresca con una granita in via Roma o prende il sole in qualche caletta dall’acqua cristallina, mentre giù al molo le operazioni di approdo avvengono in fretta con i pullman già pronti che caricano i «salvati» e li portano nel cuore petroso dell’isola, fuori da occhi indiscreti, in fondo al vallone in cui è incistato quel Centro che, negli anni, ha cambiato nomi e destinazioni, a seconda degli umori politici nostrani ed europei, e che oggi è un hotspot.

Un Centro di identificazione-fotosegnalazione-raccolta-delle-impronte che molti vorrebbero fosse più propriamente e umanamente un centro di primo soccorso, appunto, per chi arriva spossato, disidratato, ammalato, ustionato, e altri vorrebbero fosse chiuso e basta, per le ragioni più diverse e divergenti: per umanità, perché è disumano tenere per settimane persone rinchiuse in un campo militare dove dovrebbero stare solo 72 ore, perché è assurdo più in generale applicare una logica «militare» all’accoglienza, e c’è chi lo vorrebbe chiuso per fastidio, nel timore che comprometta quei quattro mesi scarsi di «turismo remoto» in pieno relax di cui vive l’isola, e c’è chi invece vorrebbe fermare una volta per tutte il business dell’accoglienza, liberare l’isola dalla polizia in assetto antisommossa, dai militari, da tutta quella pletora di forze dell’ordine che però, d’inverno, fanno molto comodo, ammette qualcuno, aiutano l’economia dell’isola.

Ed è altrettanto incredibile come quella stessa verità possa suonare falsa, assurda, se ti capita di passare da porto M dove i ragazzi di Askavusa hanno raccolto quel che è rimasto dopo gli sbarchi e i naufragi degli anni passati: vestiti, biberon, corani, bibbie, tubetti di dentifricio, scarpe spaiate, scatole di cibo, barattoli, audiocassette, di quelle che in giro non si vedono più… tutti oggetti esposti lungo le pareti di un magazzino (che è poi la sede del collettivo) in un sacrario che commuove per la modestia, la quotidianità, la povertà di quei resti che evocano drammi immani. Una verità che suona ancora più falsa e più assurda se pensi ai racconti di chi come Costantino Baratta il 3 ottobre del 2013 si è trovato in mezzo a un mare di morti annegati e di agonizzanti da tirare su in fretta nel tentativo di salvarne quanti più possibile o se ti viene evocato da qualcuno il silenzio in cui si è chiuso Domenico Colapinto, il pescatore che quel 3 ottobre,in mezzo a un’ecatombe,si trovò ad essere Dio, che dava la vita e la morte, e, di vita, ripete, non ne riuscì a dare abbastanza.

Poi ti arriva una voce sommessa di una professoressa della scuola media che, in punta di piedi, ottiene dal Comune un locale, vi apre una biblioteca «per bambini e bambine, ragazzi e ragazze». «Centinaia i ragazzini che sono passati da qui», dice con una punta di orgoglio. «Se ne sentiva il bisogno».

Perché a Lampedusa ci sono tanti bambini, più di quanti si potrebbe immaginare. Un tasso di natalità ben al di sopra della media nazionale. Giocano a briscola al tavolo di un bar, scorrazzano con le biciclette, talvolta, alcuni scendono in fondo a via Roma, mollano le bici all’ingresso, entrano al Museo della Fiducia e del Dialogo, si aggirano tra reperti archeologici come la statua di Atena restituita al pubblico dopo anni immemori di abbandono; opere d’arte arrivate dal Bardo di Tunisi, dal Mucem di Marsiglia, dagli Uffizi, da Palazzo Abatellis; disegni infantili di bombe e viaggi della salvezza raccolte nel fango di Idomenei; disegni brutali che raccontano torture come quelli dell’eritreo Adal; video che mostrano salvataggi, frontiere di filo spinato; altari portatili, mappe, planisferi… in un allestimento che vuole far dialogare la Storia con l’Arte e il Presente, e vuole pensare Lampedusa nel mondo.

Fin lì si spinge anche qualche gruppetto di ragazzi sgattaiolati fuori dal Centro, nonostante il dispiegamento di forze dell’ordine, i cancelli, il filo spinato, tutto un dispositivo messo lì a presidio di vite che non è possibileforzare dentro un campo militare per settimane o mesi. Qualcuno lascia anche un apprezzamento sul libro degli ospiti.

In generale, però, sono presenze sparute, umbratili tra i riti dell’estate, i karaoke, le granite, i bar affollati. Chissà che impressione deve far loro Lampedusa durante il letargo invernale, a sua volta sparuta e umbratile, ripiegata in un letargo che alimenta paure, accentua il senso di marginalità e abbandono.

Adesso che è già estate stanno in piedi davanti ai bar che trasmettono una qualche partita, si accovacciano sul sagrato della chiesa oppure, le ragazze soprattutto, passeggiano lungo la via principale. Parlano poco, si fanno sentire il meno possibile, ma se sei tu a chiedere loro qualcosa, capisci che il più grande desiderio è poter comunicare, chiamare qualcuno dei familiari arrivato in Svezia, Inghilterra, Germania. «All’altro capo d’Europa», provi a spiegare ricevendo in cambio uno sguardo spaesato di chi non ha un’idea chiara nemmeno di dove sia esattamente l’isola o comunque non ha mai pensato fosse talmente remota dal resto d’Europa.

L’ultima voce, la più impensabile, ti arriva alla fine. È la richiesta di un paio di donne con il capo coperto che, quando ti avvicini, timidamente ti spiegano: stanno cercando dell’olio per capelli. «Sì, perché a loro dà fastidio avere i capelli in disordine» ti ha detto la direttrice del Centro quando le hai chiesto il perché di quei copricapo che portano quasi tutte, cristiane e musulmane. E a te, mentre accompagni le due donne in un supermercato, torna in mente quella storia di Sandro Pertini che, nel carcere di Santo Stefano a Ventotene, ogni sera ripiegava gli indumenti in un gesto estremo, dignitoso, umano.

Così, alla fine, hai una sola certezza: le sorti d’Europa e del mondo si giocano in periferie così, marginali e nevralgiche, ora dimenticate ora portate alla ribalta, a seconda di quel che esige il pensiero prevalente o da far prevalere; periferie dove le frontiere munite si sono trasformate per forza di cose in confini permeabili come lo erano in un passato remoto e come li ha sognati l’Europa nascente; dove la marginalità con il corredo di incertezze, fragilità, precarietà economiche è costretta a fare i conti con una nuova centralità tutt’altro che insulare;dove arretratezze culturali sono messe alla prova in sfide di civiltà e umanità impensabili, in cui i pregiudizi, le xenofobie, gli arroccamenti identitari s’infrangono, per forza di cose, travolti da urgenze che hanno a che vedere con il dare la vita o la morte.

Abbandonare queste periferie al loro destino o servirsene per mettersi a posto la coscienza, ti viene da pensare mentre ti avvii verso l’aeroporto,significherebbe rinunciare a ricucire una possibile Europa inclusiva, solidale, intelligente (come vorrebbe il piano di sviluppo europeo 2020), capace di dialogare con il mondo che, volente o nolente, ci sta venendo addosso, chiedendo proprio all’Europa e agli stati che ancora intendono farne parte a pieno titolo (non a mezzo servizio… per puro e miope interesse nazionale) di essere all’altezza di questi tempi nuovi che esigono coraggio di pensiero e di azione, non nostalgie d’antan che, come dimostrano gli ultimi eventi, portano solo nuove divisioni, paure, incertezze e disgregazioni.

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Tornare a Mare Nostrum per evitare altre tragedie https://minimaetmoralia.it/interventi/tornare-a-mare-nostrum-per-evitare-altre-tragedie/ https://minimaetmoralia.it/interventi/tornare-a-mare-nostrum-per-evitare-altre-tragedie/#comments Wed, 11 Feb 2015 14:00:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25397 Pubblichiamo una riflessione di Francesco Anfossi uscita su Famiglia Cristiana, ringraziando l'autore e la testata.  (Foto: Paolo Grazioli)

di Francesco Anfossi

Contro la stupidità cinica e strumentale di certe affermazioni bastava l’evidenza dei fatti: nonostante la missione Mare Nostrum sia stata cancellata, i barconi della morte carichi di profughi continuano a partire dalle coste dell’Africa. I 366 morti del 3 ottobre 2013 non ci hanno insegnato niente. Niente. Ieri (l'altroieri per chi legge, ndr) l’ennesima tragedia, oltre trenta migranti hanno perso la vita assiderati o inghiottiti dalle onde alte nove metri nel Canale di Sicilia. E pensare che c’è chi parlava di navi adoperate come taxi, accampando un’equazione tanto orribile quanto stupida: mettiamo al bando i soccorsi, non partiranno più. E invece - casomai qualcuno avesse qualche dubbio -  i disperati partono lo stesso. Se vogliamo affrontare il dramma delle migrazioni dobbiamo partire da un punto fermo: l'umanità, il dovere di salvare uomini, donne, vecchi, bambini dalla morte in mare. Tutto il resto viene dopo. Altrimenti è solo pericolosa demagogia.

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la nuit sur le bosphorePubblichiamo una riflessione di Francesco Anfossi uscita su Famiglia Cristiana, ringraziando l’autore e la testata.  (Foto: Paolo Grazioli)

di Francesco Anfossi

Contro la stupidità cinica e strumentale di certe affermazioni bastava l’evidenza dei fatti: nonostante la missione Mare Nostrum sia stata cancellata, i barconi della morte carichi di profughi continuano a partire dalle coste dell’Africa. I 366 morti del 3 ottobre 2013 non ci hanno insegnato niente. Niente. Ieri (l’altroieri per chi legge, ndr) l’ennesima tragedia, oltre trenta migranti hanno perso la vita assiderati o inghiottiti dalle onde alte nove metri nel Canale di Sicilia. E pensare che c’è chi parlava di navi adoperate come taxi, accampando un’equazione tanto orribile quanto stupida: mettiamo al bando i soccorsi, non partiranno più. E invece – casomai qualcuno avesse qualche dubbio –  i disperati partono lo stesso. Se vogliamo affrontare il dramma delle migrazioni dobbiamo partire da un punto fermo: l’umanità, il dovere di salvare uomini, donne, vecchi, bambini dalla morte in mare. Tutto il resto viene dopo. Altrimenti è solo pericolosa demagogia.

L’operazione Mare Nostrum ha salvato 170 mila vite umane, eppure quasi lo diciamo sottovoce, come se dovessimo vergognarcene. I protagonisti di quell’impresa dovrebbero essere decorati col titolo di cavalieri della Repubblica e invece se ne occupano solo (alcuni) giornali. Solo il capo di Stato Napolitano, nel suo discorso di fine anno, ha citato un ufficiale medico della Marina Militare, a nome di tutti. Abbiamo reclamato l’intervento dell’Europa, perché l’Italia da sola non ce la può fare ma abbiamo ottenuto una soluzione pasticciata. Al suo posto abbiamo istituito la missione Triton, sotto l’egida europea, che non è un’operazione umanitaria di salvataggio ma di salvaguardia delle frontiere. Le conseguenze le abbiamo viste ieri. Se lo scopo è solo quello di preservare il territorio dagli sbarchi, i pattugliamenti e i controlli sono più blandi. Non ci sono più le navi della Marina Militare attrezzate come ospedali da campo in mare aperto che incrociano tra le due sponde, quella europea e quella africana. Tra l’altro, paradossalmente, il controllo di chi approda in Europa, l’arresto di eventuali delinquenti o addirittura terroristi jiahdisti è meno capillare, perché con Triton possono sfuggire alle maglie dei pattugliamenti.  Quando le motovedette della Guardia Costiera sono partite dal molo Favarello di Lampedusa per andare a recuperare alcuni gommoni alla deriva era già troppo tardi: dovevano percorrere almeno 120 miglia con un mare forza otto.

Li hanno caricati a bordo – quelli che ancora stavano sui gommoni – con i vestiti fradici di acqua, gli occhi sbarrati, la pelle violacea. Sono morti tutti a bordo delle imbarcazioni, sprovviste di attrezzature mediche, durante il viaggio di ritorno. Bastano le parole del dottor Pietro Bartolo, il medico di guardia dell’isola per capire: “Con Mare Nostrum molto probabilmente questi ragazzi sarebbero ancora vivi. Non è possibile che si vadano a recuperare i migranti a 120 miglia da Lampedusa per poi portarli verso la Sicilia in condizioni meteo proibitive e con mezzi inadeguati al soccorso”.  Dicono che le tragedie sono destinate a ripetersi. Migliaia di profughi sono pronti a partire dalle coste libiche o tunisine, con o senza la presenza delle navi di pattuglia lungo il Mediterraneo. In fuga dalla guerra, dal caos, dai conflitti etnici o di religione, da stati dittatoriali, dalle torture, da una vita senza senso e semza prospettive. Quello di ieri è solo il primo segnale. Ha ragione il sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini: abbiamo dimenticato le parole di Francesco. Davvero siamo disposti a rimanere indifferenti di fronte a tutto questo, davvero siamo pronti a mettere da parte la nostra umanità?

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Lampedusa ritrovata https://minimaetmoralia.it/reportage/lampedusa-ritrovata/ https://minimaetmoralia.it/reportage/lampedusa-ritrovata/#respond Wed, 30 Jul 2014 16:08:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22564 Lampedusa - Una volta sognai/di essere una tartaruga gigante/con scheletro d’avorio/che trascinava bimbi e piccini/e alghe e rifiuti e fiori/e tutti si aggrappavano a me,/sulla mia scorza dura./Ero una tartaruga che barcollava/sotto il peso dell’amore/molto lenta a capire/e svelta a benedire./Così figli miei/una volta vi hanno buttato in acqua/e voi vi siete aggrappati al mio guscio/e io vi ho portati in salvo perché questa testuggine marina/è la terra che vi salva/dalla morte dell’acqua. «Conosci questa poesia che Alda Merini scrisse per Lampedusa?», domanda Zakaria Mohamed Ali, mentre lo sguardo si perde nella vastità del mare. Al Porto Vecchio i pescatori sistemano le reti; gli uomini della Guardia Costiera preparano la nave Peluso. «Eravamo in quarantatré sul barcone, trentasette dei quali somali. Arrivammo alle due di notte, dopo tre giorni (10-13 agosto 2008) di navigazione da Mişrâtah (Tripoli), con i fari portuali a orientare l’approdo vicino».

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(La foto è di Gabriele Santoro)

Lampedusa – Una volta sognai/di essere una tartaruga gigante/con scheletro d’avorio/che trascinava bimbi e piccini/e alghe e rifiuti e fiori/e tutti si aggrappavano a me,/sulla mia scorza dura./Ero una tartaruga che barcollava/sotto il peso dell’amore/molto lenta a capire/e svelta a benedire./Così figli miei/una volta vi hanno buttato in acqua/e voi vi siete aggrappati al mio guscio/e io vi ho portati in salvo perché questa testuggine marina/è la terra che vi salva/dalla morte dell’acqua. «Conosci questa poesia che Alda Merini scrisse per Lampedusa?», domanda Zakaria Mohamed Ali, mentre lo sguardo si perde nella vastità del mare. Al Porto Vecchio i pescatori sistemano le reti; gli uomini della Guardia Costiera preparano la nave Peluso. «Eravamo in quarantatré sul barcone, trentasette dei quali somali. Arrivammo alle due di notte, dopo tre giorni (10-13 agosto 2008) di navigazione da Mişrâtah (Tripoli), con i fari portuali a orientare l’approdo vicino».

Poi un’ora di pace; sdraiati sulla banchina a guardare le stelle, prima che un gruppo di giovani in motorino scorgesse il gruppo di migranti. «Nel 2012 tornai da uomo libero – dice -. Corsi, senza più sentire il mio corpo, fino alla punta estrema del molo. Riaffiorarono tutte le emozioni; il pensiero degli abbracci e dei baci sulla guancia di mia madre prima della partenza da casa. Rappresentò un luogo di rinascita, non una linea di confine. Il molo come un essere vivente che ci tese la mano». Non ha ancora imparato a nuotare, ma il mare l’ha dominato affidandosi al GPS per portare a destinazione, vivi, tutti i compagni di traversata: «È strano il mare; all’improvviso si manifesta con delle brusche salite. In un precedente tentativo (maggio 2008) rischiammo di andare a picco con il gommone, finché ci trassero in salvo le autorità tunisine».

Voleva Roma, perché nella sua città una strada portava quel nome, come retaggio dell’epoca coloniale. Ottenuta la protezione internazionale (validità quinquennale), vive in una stanza a Tor Pignattara; ha un lavoro e non ha rinunciato al proprio sogno di giornalista. Ha firmato un bel documentario (To whom it may concernA chiunque possa interessare; visibile su Youtube) e dà un contributo sostanzioso ai progetti dell’Archivio delle memorie migranti. Dopo il ricongiungimento, la famiglia si è sistemata in Svezia. «Sui giornali vedo porre l’attenzione sugli scafisti – prosegue -. Ma i trafficanti sono a un altro livello. C’è una precisa scelta politica dalla Libia e nei lidi d’arrivo. Ai partenti tocca in sorte una forma di selezione naturale, che prosegue una volta sbarcati in Europa: resisti in mare, fatichi a sopravvivere qui».

Il trentenne, originario di Mogadiscio, trascorse appena dieci giorni a Lampedusa. «Il Cspa (Centro prima accoglienza e soccorso) è un nonluogo. Una catena di montaggio, distante dall’anima dell’isola. Ricordo quei giorni come un’astrazione dalla realtà, senza avere la minima percezione di cosa sarebbe stato di noi e dei nostri diritti». Ma il legame con questo lembo di scoglio, più vicino all’Africa che all’Europa, è inscindibile. Per lui immergersi in questa bellezza paesaggistica e naturalistica, equivale a rievocare la moltitudine di persone che invece non hanno raggiunto la terraferma. Una volta riconquistata la libertà di movimento, ha voluto incontrare gli abitanti, per guardare oltre le recinzioni del Cspa che innalzano un muro invisibile.

Dietro ai numeri (tra gli altri: nel 2013 28mila richiedenti asilo politico in Italia; 14088 migranti approdati a Lampedusa; decuplicato dall’anno precedente l’arrivo di minori accompagnati e salito da 1841 a 4954 quello dei non accompagnati), che in questi giorni d’estate tengono accesi i riflettori e dunque il dibattito pubblico, ci sono le storie individuali. Nomi e cognomi, riconoscimenti dei defunti che non vengono compiuti. «Qui riposa in pace un immigrato non identificato, etnia africana, colorito nero, rinvenuto in data (…) peso tra 90 e 130 chilogrammi», si poteva leggere fino a qualche tempo fa sulle lapidi anonime che popolano il cimitero cittadino. Paola La Rosa, tra le promotrici del Comitato 3 Ottobre, con l’attenzione del sindaco Giusi Nicolini, si è presa cura di restituire un segno di civiltà, riscrivendole. Prega sempre su quelle tombe distinguibili solo dal numero in vernice, Zakaria.

Un divieto d’accesso annuncia l’ammasso di barconi derelitti. Il paninaro antistante chiede di essere intervistato: «Mi ascolti, veglio qui da dieci anni». Zakaria sembra provare un’attrazione per quella discarica di una storia sbagliata. Vanamente rimossa. Sul lato opposto dell’ingresso principale si apre un varco visivo impervio. Gli insetti infestano l’area. Tra il legno marcio, le prue sfasciate, i chiodi arrugginiti, affiorano jeans, foulard, magliette, pelouche di infanzie straziate. Dalla stiva di un’imbarcazione appare una lattina di 7UP, adagiata su cuscini putridi. «Avverto la necessità costante di scandagliare questo posto – confessa -. Il ritrovamento più importante è stata una lettera d’accompagnamento in arabo. Toccante e straziante. Perché tra dieci, vent’anni dobbiamo dimenticare ciò che è stato? Dovremmo onorare almeno la memoria, per tornare umani».

In paese conoscono bene quest’uomo cresciuto al vento; perché ha creato legami di senso. La prima settimana di ottobre, sarà nuovamente qui per la commemorazione della strage dello scorso 3 ottobre, quando a poche miglia dal porto di Lampedusa morirono 366 persone. «Stiamo preparando una giornata importante – spiega Paola La Rosa – per riportare nell’isola i superstiti del naufragio e i familiari. La parola andrà a loro, mentre invochiamo il silenzio degli altri. Non è stata celebrata neanche una funzione funebre, in quasi un anno è cambiato poco. Piuttosto sembra in atto un tentativo, inutile, di far scomparire Lampedusa dalla carta geografica (un punto sul 35° parallelo, 26 chilometri di perimetro costiero, Agrigento dista 205 chilometri, mentre Ras Kaboudja, Tunisia, appena 167) delle migrazioni, con la conseguenza di perdere un patrimonio culturale di buone pratiche dell’accoglienza incise nel dna del luogo». Leggenda narra, come riporta Ivanna Rossi nella bella Guida per un turismo umano e responsabile, che due romiti (eremiti del deserto) abbiano soccorso amorevolmente due povere naufraghe palermitane e abbiano dismesso il saio, dando così origine al popolo lampedusano.

«La gran parte delle operazioni di soccorso vengono effettuate a sud di Lampedusa. È il porto sicuro più vicino. La struttura di Contrada Imbriacole deve restare un presidio: non possiamo restare sguarniti dell’assistenza primaria con la strategia dei trasferimenti immediati, che sottopone ad ulteriore stress chi arriva», conclude La Rosa. Il centro di prima accoglienza isolano, apparentemente chiuso, all’occorrenza continua a funzionare. I lavori di ristrutturazione interna, cominciati circa nove mesi fa, quando i migranti erano arrangiati nelle tende sotto la pioggia, procedono molto a rilento. Assenza di fondi o scelta politica? «Sono due i compound da ristrutturare, uno dei quali era andato completamente distrutto – sottolinea Viviana Valastro, responsabile della protezione minori migranti per Save the children – . In quello meno danneggiato siamo ancora a metà dell’impresa, mentre ha cominciato a muoversi qualcosa nell’altro. Non si ha la percezione di un obiettivo cantieristico chiaro. Sono impiegati pochi operai, forse due. Monitoriamo le condizioni di accoglienza anche dentro al centro, al fine di evitare promiscuità con gli adulti: difficilissimo farlo nelle condizioni in cui si presenta adesso il centro».

L’impegno complesso di salvataggio in mare aperto degli uomini e delle donne della Marina Militare, nell’ambito di Mare Nostrum (920 militari coinvolti, 11 navi, elicotteri, 9.3 milioni di euro il costo mensile, oltre 80mila persone tratte in salvo da inizio anno), fronteggia una richiesta pressante di partenze dalle coste libiche, derivante anche dalla scompaginazione mediorientale. Twitter è diventato il canale di comunicazione istituzionale principale, con la narrazione fotografica in diretta delle azioni d’intervento. In attesa di un impegno europeo, il governo, per voce del ministro della Difesa Pinotti, ne ha annunciato il rifinanziamento, nel quadro del ddl Assestamento 2014, con sessanta milioni di euro per la copertura delle spese. A bordo opera anche personale medico del Ministero della salute: 15mila visitati dal 21 giugno.

Il 18 luglio tra i 1278 migranti approdati a Lampedusa, sono stati identificati quarantaquattro minori non accompagnati già trasferiti dal Cspa in altre strutture. A esclusione dei tunisini (è in vigore con Tunisi un accordo bilaterale per il rimpatrio), restano tutti in ogni caso qui. Siria ed Eritrea (al 31 maggio erano già 1700 i bambini sbarcati, e sulla frontiera con l’Etiopia premono a migliaia) costituiscono i fronti principali: in fuga dalla guerra e dalla dittatura che prevede la coscrizione militare anche per i giovanissimi. Affrontano viaggi, attraverso Sudan e Libia, che possono durare anche due anni. Save the children, presente a Lampedusa dal 2008 con il protocollo Presidium, svolge un’importante azione di supporto tecnico delle autorità e di monitoraggio. Denuncia la cronica assenza di un sistema integrato specifico per i minori. Segue il percorso complesso degli adolescenti, alle prese con il secondo tempo del viaggio. Spiegano loro i diritti di cui godono, garantendo uno staff legale e la mediazione culturale per vederli rispettati. Prova a costruire una strada.

«Tempi e modalità del trasferimento dei minori dalla prima accoglienza sono più lunghi rispetto agli adulti – afferma Valastro -. Purtroppo non c’è una normativa chiara e specifica in grado di gestire la loro situazione: si applica per analogia quella dedicata ai minori italiani fuori dalla famiglia. I posti per loro vanno trovati nelle comunità ad hoc. Qui ne ha competenza l’ufficio minori della Questura di Agrigento, che non dispone neanche di un database per verificare le disponibilità alloggiativa. Ma si tratta di una carenza nazionale. Spesso il turnover in comunità si realizza, quando i minori si allontanano volontariamente». E poi che cosa accade? «I trafficanti tentano di entrare in contatto con loro, offrendogli il raggiungimento dell’obiettivo agognato – conclude -. E sono molto più veloci di noi con le nostre procedure burocratiche. Fino ad adesso ci hanno superato. Dovremmo dare piena attuazione a Dublino 3 e permettere a chi ha i requisiti di andare regolarmente in Germania o Svezia, come sovente richiedono. Al posto delle comunità, occorrerebbe promuovere il ricongiungimento con i parenti in altri paesi europei o l’affido familiare. Molti accusano psicologicamente il fallimento del progetto migratorio, ma a casa raccontano successi».

Al Santuario della Madonna di Porto Salvo è l’ora del tramonto. Il sole piomba sul mare, e Zakaria ha appena concluso di parlare a un gruppo di giovani di Amnesty International. Gli si avvicina Said, un ragazzino altissimo, dagli occhi grandi e sperduti: «Mi lasci il tuo numero di telefono? Ho la tua stessa storia, mi hai acceso una luce. Voglio farcela».

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