Gli Altri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gli-altri/ un blog di approfondimento culturale Tue, 03 Jan 2012 11:00:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Gli Altri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gli-altri/ 32 32 Un bel dono per Marchionne https://minimaetmoralia.it/societa/un-bel-dono-per-marchionne/ https://minimaetmoralia.it/societa/un-bel-dono-per-marchionne/#comments Fri, 30 Dec 2011 09:35:12 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6080 di Carola Susani questo pezzo è uscito su «Gli Altri» la settimana scorsa. Vorrei donare a Sergio Marchionne una macchina a pedali collegata a una turbina. Un auto di colore azzurro cielo, luccicante, capace di produrre energia se la pedali. Il dono vuole essere un piccolo, umile promemoria della condizione attuale. Mi piacerebbe che lui […]

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di Carola Susani

questo pezzo è uscito su «Gli Altri» la settimana scorsa.

Vorrei donare a Sergio Marchionne una macchina a pedali collegata a una turbina. Un auto di colore azzurro cielo, luccicante, capace di produrre energia se la pedali. Il dono vuole essere un piccolo, umile promemoria della condizione attuale. Mi piacerebbe che lui pure, come tanti, prendesse coscienza del fatto che è finito il tempo di produrre e comprare auto a benzina. Spingere un mercato così insano, mantenere in piedi un circolo vizioso di falsi bisogni, inquinamento, immobilità forzata dentro ai gas di scarico, non è una necessità, non è destino. È un danno per il genere umano. Bisogna saper guardare più lontano. Sarebbe bello anche provare ad andare più lontano, ma non è un posto in cui si arriva in auto. Forse ci si può andare pedalando. Quella che offro è un auto a pedali piccola, forse un po’ scomoda, le gambe ci entrano dentro a malapena, ma è un bel mezzo, piace ai bambini e forse può insegnare qualche cosa. Pedalandola, sono certa, Marchionne sarà in grado di ricordare se mai l’avesse scordato, che l’energia in ultima istanza viene dal corpo.

E forse così riscoprirà con le sue membra cos’è lo sforzo che fa un corpo che lavora. Potrà poi rendersi conto che chi pedala da solo difficilmente produrrà energia per qualcosa di grande. Da soli, si può tutt’al più fare esercizi come in palestra, faticare per mantenersi in forma, il più possibile uguali a una immagine artefatta di se stessi, un cerchio chiuso. Se poi si pedala contro gli altri, cercando di imporre tempi e modi, si sta fermi. Bisogna imparare a pedalare insieme. Soltanto insieme si produce energia a sufficienza per affrontare i bisogni veri e umani. Pedalando insieme ne verrà l’energia per fare il pane, per suonare come insegnano i Tètes de bois che con il palco a pedali producono l’energia per i concerti mettendo insieme l’energia di molte biciclette. Pedalare può essere bello, ma costa fatica, perciò spesso ci dovrà fermare. Si dovrà scendere dall’auto, sgranchirsi, fare qualcosa di diverso. Ognuno saprà cosa vuol fare quando non pedala, e anche Marchionne avrà i suoi desideri. Al corpo e alla mente dovranno essere riconosciuti i suoi bisogni, inevitabilmente. Ma quello che più conta è lo scopo per cui si pedala. La condizione attuale ha abituato molti, la maggior parte, a faticare senza darsi respiro, vedendo diminuire giorno dopo giorno i diritti (che anche quando ancora ci sono svolgono il misero ruolo di ore d’aria) inseguendo la mera sopravvivenza, passivamente, senza uno scopo degno, mentre chi comanda a sua volta non ha uno scopo se non quello di mantenere in vita un cerchio insano, in cui chi ha denaro si arricchisce, chi ha potere ne acquista, chi non ha né denaro né potere, è sopraffatto, e intanto il mondo si affossa, senza nessuno che abbia tempo e testa per farsene carico.

Non si può produrre senza respiro, senza diritti, ma anche è disperante produrre SUV, o altri oggetti inutili e dannosi, da vendere e comprare. È disperante che il lavoro consista nel fare a spalle basse la propria piccola parte per accelerare la rovina del genere umano. Finché non si ripensano gli scopi, non solo il lavoro di chi fatica con il corpo, ma anche il lavoro di chi comanda è un lavoro passivo, miserabile, da schiavi o da kapò. E va sempre, con rispetto, salutato chi lo boicotta, manifestando una istintiva resistenza al peggio. Certo, molti si sono tirati fuori e hanno ricominciato seminando, facendo oggetti utili, aggiustando. Indicano una direzione, la stessa mi pare che vado indicando con quella macchinina a pedali che adesso è lì, luccicante sull’asfalto. Non è con rabbia, né con risentimento che offro questo mio piccolo dono a Sergio Marchionne. Marchionne, figlio di un abruzzese e di una istriana, emigrato in Canada con la famiglia, rappresenta con una compiutezza speciale il ceto civile, quella piccola e media borghesia italiana straziata dall’ultima guerra, convinta che farcela all’interno degli equilibri di questo mondo si può, che se ce l’hanno fatta loro ce la può fare chiunque, dentro queste regole del gioco. Non ho verso di lui risentimenti, ma mi piacerebbe che con quella macchinina si spingesse qui e là per il mondo, giungesse magari fino al campo attrezzato di Salone, e ci passasse qualche mese, un anno sabbatico, che provasse a concepire prospettive diverse, forse di nascosto già intuite, forse veramente inesplorate. È un augurio per il nuovo anno che estendo a tutti i figli e i nipoti di quella piccola e media borghesia italiana da cui ancora oggi capita venga estratto il nostro ceto dirigente.

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Tondelli e il canto delle sirene https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tondelli-e-il-canto-delle-sirene/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tondelli-e-il-canto-delle-sirene/#comments Tue, 20 Dec 2011 10:21:58 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6015 Il 16 dicembre del 1991, stroncato dal virus degli anni Ottanta, l’AIDS, moriva all’età di trentasei anni a Reggio Emilia Pier Vittorio Tondelli. In questo saggio uscito in forma ridotta sul settimanale «Gli Altri», Stefano Jorio indaga sulla sua poetica lacerante e contraddittoria, sulla storia di questo autore che ha segnato un’intera generazione di scrittori italiani e che rimane, a vent’anni dalla sua morte, un vero mistero letterario, umano e stilistico.

di Stefano Jorio

Ulisse piange. Da solo, su un promontorio. Alla sua entrata in scena nell’Odissea l’archetipo dell’eroe occidentale – luminoso, divino, glorioso e temerario, lo designa Omero – non sta tessendo uno dei suoi inganni e non attraversa una delle sue innumerevoli peripezie. È solo e piange, intento a fare paziente esperienza del proprio dolore.

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Il 16 dicembre del 1991, stroncato dal virus degli anni Ottanta, l’AIDS, moriva all’età di trentasei anni a Reggio Emilia Pier Vittorio Tondelli. In questo saggio, uscito in forma ridotta sul settimanale «Gli Altri», Stefano Jorio indaga sulla sua poetica lacerante e contraddittoria, sulla storia di questo autore che ha segnato un’intera generazione di scrittori italiani e che rimane, a vent’anni dalla sua morte, un vero mistero letterario, umano e stilistico.

di Stefano Jorio

Ulisse piange. Da solo, su un promontorio. Alla sua entrata in scena nell’Odissea l’archetipo dell’eroe occidentale – luminoso, divino, glorioso e temerario, lo designa Omero – non sta tessendo uno dei suoi inganni e non attraversa una delle sue innumerevoli peripezie. È solo e piange, intento a fare paziente esperienza del proprio dolore. “Sul promontorio, seduto, lo scorse: mai gli occhi erano asciutti di lacrime, ma consumava la vita soave sospirando il ritorno.” Possiamo immaginare che seduto sul promontorio sia un Ulisse arrivato al centro della sua angoscia e del suo dolore. Dieci anni di guerra a Troia, tre anni di disavventure sul Mediterraneo e ancora sette anni di prigionia sull’isola di Calipso: dopo venti anni di assenza, di lì a poco Ulisse farà ritorno a Itaca.

Quando il 16 dicembre 1991 Pier Vittorio Tondelli morì di Aids all’ospedale di Reggio Emilia, avrebbe probabilmente respinto ogni accostamento all’epica omerica. Viveva da tempo una profonda crisi personale che all’universo picaresco di Altri libertini aveva sostituito un paesaggio mentale lirico e introspettivo, e che nel giro di pochi anni aveva piegato la lingua rapidissima di Pao pao a un dettato meditante, analitico, a tratti insostenibile per quanto era narcisisticamente concentrato su se stesso. Agli occhi di tanti fu una specie di tradimento, esistenziale prima che stilistico: più che agli orizzonti tutti terrestri dell’olimpo omerico l’ultimo Tondelli guardava a quelli della spiritualità cristiana, cui solo dieci anni prima aveva mosso un attacco feroce, e chiedeva alle proprie origini contadine di raccoglierlo in un ultimo abbraccio. Sul letto di morte eliminava le bestemmie dal testo di Altri libertini e progettava il libro Sante messe.

Eppure la vicenda privata e quella letteraria di Tondelli, premeditatamente e teatralmente intrecciate come di rado nel Novecento italiano era stato fatto, suggeriscono più di un richiamo alla figura di Ulisse. Il viaggiare, il ritornare, l’ansia di conoscere, il passare tra genti diverse, l’amore per i compagni viaggio. La lotta, la perdita, l’amore, la morte. Nei suoi trentasei anni di vita Tondelli fu uno scrittore personalmente irrequieto e letterariamente vagabondo, un viaggiatore instancabile, un avido esploratore, e con Altri libertini dedicò ai compagni di viaggio della propria generazione un canto irresistibile quanto quello delle sirene, un libro-simbolo fondativo e seminale per tante (belle e meno belle) esperienze letterarie a seguire. “E io gli dico te agli altri non li devi manco pensare che sono tutti stronzi idioti e non sanno nemmeno che cosa voglia dire essere liberi o felici, mentre tu lo sei perché hai la tua vita con gente bella che ti vuol bene e allora che ti frega, pensa a te che vali, pensa a noi che siamo la razza più bella che c’è, me lo ha insegnato Dilo questo, ridi, ridici pure su, noi sì che siamo una gran bella tribù. E allora sembra che piano piano tutto passi, ma si sa bene che non basta dire due parole o inventare uno scherzetto o fare una rima sciocca, e che quando uno ci ha i cazzi suoi, be’, sono veramente suoi, non c’è da fare un cazzo, manco gli stoici gli epicurei o i filosofi, niente. Non si può impedire a qualcuno di farsi o disfarsi la propria vita, si tenta, si soffre, si lotta ma le persone non sono di nessuno, nel bene e nel male.”

Viaggio, ritorno, canto delle sirene, lotta, conoscenza, amore e morte. Nessuno si sognerebbe di definire l’Odissea libro “giovanilista”, però questa definizione è stata usata spesso per l’opera di Tondelli, in particolare per i primi romanzi: perché raccontavano storie di droga (come se fossero solo i giovani a drogarsi), di vita militare (come se le caserme fossero luoghi giovanili) e di sesso (come se il sesso fosse una malattia prepuberale). In questa curiosa prospettiva Lolita sarebbe un romanzo per l’infanzia e la stessa Odissea diventerebbe una guida turistica del Mediterraneo. Nonostante questo la lettura “giovanilista” ha avuto una certa fortuna, con conseguenze doppiamente spiacevoli: da una parte Tondelli è stato minimizzato come fenomeno di letteratura generazionale (ovvero effimera), dall’altro sono nati subito dopo la sua morte gli epigoni. Loro, sì, giovanilisti. Numerosi e funesti, vittime di un’ingenua algebra della creazione letteraria, hanno creduto bastasse parlare delle stesse cose per modulare un analogo canto delle sirene, e moltiplicati dall’industria editoriale, incoraggiati da una parte della critica, hanno mancato la lezione più importante di Tondelli: mettersi di fronte alla vita con sincerità e raccontarla trovando parole proprie, non riciclando quelle altrui. Eleggere delle guide da assimilare e metabolizzare, non modelli da riprodurre tali e quali.

È quanto lo stesso Tondelli aveva fatto con il suo maestro Arbasino, che nel 1959 nell’Anonimo lombardo aveva abbozzato il manifesto programmatico di uno stile “estremamente teso, aderente, arabescato, articolato, capillare nel senso che abbia la possibilità di seguire ogni atteggiamento, insinuarsi in ogni piega della ragione finché il linguaggio prenda possesso della realtà.” Il solo virus che davvero come una malattia d’infanzia percorre le pagine del primo Tondelli è proprio il morbillo di una lingua che non si stanca, non si appaga, è vorace e famelica e non ci lascia in pace: divora la pelle come un’eruzione cutanea, ci costringe a grattare in cerca di sollievo: “Tante volte Anna dorme con noi nello stanzone e mi piace sentirli fare all’amore e succede che poi si chiacchieri fino al mattino, loro due nudi che sembrano angeli e io che getto loro addosso qualcosa perché anche se è agosto e fa un caldo infame, diciamo sui trentagradi, nel nostro sottotetto ci sono correnti che così possono anche divenire pericolose, ti becchi poniamo un torcicollo e per dieci giorni sei belleffatto. Ma loro non vogliono preoccuparsi e se ne fregano e gettano gli straccetti topati e restano nudi e belli e al Gigi gli pende il coso davanti e ad Anna le cose rotonde e tremolanti e camminano per lo stanzone in cerca di vino finché il Gigi non si ficca una spina nel piede, bestemmia e torna a letto con l’Anna che cerca di toglierla e gli regge in alto la gamba che dalla mia posizione sembra lo debba perfino inculare, così d’un tratto”. Questo fu Altri libertini. Era il 1980, e nel momento in cui la miscela verbale già sperimentata da Arbasino (che era per il resto molto aristocratico e per pochi) si trovò all’incrocio con le più comuni esperienze della cultura di massa, ci fu l’esplosione anche di pubblico. Quello stile solo apparentemente da diario, anche se da un diario a volte di fatto nasceva come nella filiazione di Pao pao dal Soldato Acci (proposta per una tesi di laurea: la diaristica privata nella genesi della nuova letteratura degli anni Ottanta. In quegli stessi anni Aldo Busi stava scrivendo il diario di un barista, poi confluito in Seminario sulla gioventù), aveva trovato la formula di una lingua viva nella quale si mescolano lo slang e i linguaggi specialistico-accademici, i dialetti, la lingua aulica della tradizione, il parlato quotidiano, fusi in una sintassi d’assalto (alla Letteratura) assai poco rispettosa della grammatica e risolutamente anticrepuscolare, orientata sui ritmi irregolari del parlato anziché sulle premeditate armonie dei testi scritti. In una sintassi del genere anche i più atroci dolori, le disillusioni, i lutti e le sconfitte venivano resi meno distanti e più veri. Grazie a quella lingua Tondelli fu un caso di letteratura da trauma: quei suoi primi libri significarono per tanti e tante una cosa semplice e devastante come può esserlo l’apprendere che la letteratura ha a che fare con la vita. Quei libri dicevano, tra le altre cose, che la vita – quella di tutti i giorni, le persone che vedo, le cose di cui mi vergogno di parlare, i viaggi fatti o mancati, i film visti, le scopate sospirate e mai esaudite – era importante in ogni suo minuto. Non era l’appendice riempitiva dei talk show che stavano nascendo in quegli stessi anni. “Ma Renzu, il mio grande amico Renzu, lo rivedo dunque per l’ultima volta in una parata primaverile di granatieri a Roma, a quasi un anno da quel nostro primo e gelido inizio di servizio militare su alla rupe di Orvieto, fine aprile dell’ottanta o giù di lì, ma ancora un vento gelido e sferzante spazzava la piazza d’armi mentre i ragazzi marciavano e correvano, i ferrei granatieri, i prodi artiglieri e i piccoli e saettanti bersaglieri che incontravo ogni giorno all’infermeria con vescicacce aperte e contusioni ai piedi per via di quegli anfibi così rigidi e appunto così militareschi che dovevano calzare come scarpettine da danzatrici e batterci sopra i ritmi e la grancassa come proprio allievi del Bolscioj” (com’è arbasiniano quel dunque, com’è efficace nel fare plot fin dalla prima riga. Un gioco di specchi verbale in cui quella congiunzione conclusiva abusata in funzione narrativa crea un hic et nunc provvisorio e affannato, fonda il tono di una voce che parla per raccontare subito rifiutando le ponderate eleganze dei romanzieri). Allegro e dissacratore, disperato e sentimentale, a venticinque anni Tondelli esordiva con la consapevolezza che i grandi autori e i venerandi sentimenti, le intermittenze del cuore, i topos letterari dai lamenti squisiti di Petrarca agli ululati di Jacopo Ortis ai piagnistei esistenziali di Montale hanno bisogno di essere amati ma poi presto anche rinnovati, altrimenti finiscono per mascherare le cose della vita gettando loro addosso una logora e mistificatoria coltre verbale. A un autore così impertinente e generoso si perdonerebbe anche di avere scritto un libro tutto sommato brutto come Rimini, con quei toni stantii da romanzo poliziesco e da romanzo rosa, quelle descrizioni grevi, quella mania compiaciuta e un po’ da liceali di mettere ovunque delle parole straniere.

Ma cosa sarebbe stato dell’Odissea se Ulisse si fosse suicidato? Se fosse morto lungo la strada prima di arrivare a Itaca, se avesse deciso di mettere fine alle sue peripezie perché erano troppo assurde? Perché è questa l’impressione che si ha scorrendo la biografia di Tondelli e leggendo la sua opera, cronologicamente, libro dopo libro. Non che abbia fatto apposta a morire di Aids, né che si sia ammalato per destino (nonostante a posteriori quella morte assuma tutto il fosco valore simbolico che nel decennio precedente avevano avuto le morti “epocali” per eroina). Ma dal 1986 al 1991 progressivamente la sua voce rallenta, s’inceppa, si spegne e muore. Tondelli esordisce giovanissimo nel 1980, successo enorme, furore di pubblico e di critica, si ripete due anni dopo con Pao pao, di lì a poco lascia Feltrinelli per Bompiani e perde con questo il suo editor Aldo Tagliaferri (forse l’errore più grande che abbia fatto lungo la strada), inizia una intensa collaborazione con quotidiani e riviste che durerà fino alla morte, scrive la commedia in due atti Dinner Party, pubblica nel 1985 Rimini, si trasferisce a Milano, pubblica nel 1986 una raccolta di brevi e enigmatici Biglietti agli amici, molto privati e assurdamente (brutalmente e immediatamente) resi pubblici, scrive qualche racconto sparso, si intuisce che da qualche parte lungo il percorso la perdita di una persona amata lo ha sconvolto e cambiato, non è più lo stesso, fugge dagli amici, viaggia da solo facendo di questa crisi privata la materia pressoché unica dei suoi scritti, pubblica nel 1989 Camere separate e nel 1990 l’antologia di corsivi Un weekend postmoderno, nel 1991 muore e ancora oggi non sappiamo nemmeno quando si sia ammalato (è quanto succede quando gli eredi non sono all’altezza del morto. Pubblicate gli epistolari, diteci chi era quel suo amante morto, qualcosa. Basta con queste reticenze).

Il luminoso Odisseo si ammala e muore. Dopo la metà degli anni Ottanta Tondelli entra nel nero, si ritira verso il silenzio. I suoi scritti si fanno crepuscolari, grammaticali, introspettivi e terribilmente educati, quasi volessero farsi perdonare come un’intemperanza giovanile, il canto intonato pochi anni prima a quella generazione sbertucciata e vitale, sbruffona e impaurita. “Sono partito perché mi sentivo un essere che nascondeva dentro di sé una perdita, una scomparsa nella quale si rispecchiava il proprio, personale, annientamento”. E di fatto Tondelli è scomparso dalla scena: in modo tragico e teatrale, con quegli ermetici biglietti agli amici posti nel segno di pianeti e angeli protettori (una cabala giocata in pubblico) e quella meticolosa commistione tra vita e opera letteraria nella quale il testo dichiaratamente privato dei Biglietti si irradia – testualmente, materialmente oltre che nel respiro e nei toni – in Camere separate. I Biglietti ricorderebbero molto da vicino alcune poesie di Sanguineti, con quel loro insistere fintamente distratto su stazioni ferroviarie, nomi di località, parole straniere: ma in Sanguineti sono l’irruzione del non-letterario e del prosaico intesa a conseguire in doppia battuta una nuova e più profonda letterarietà, quasi un estremo artificio della verosimiglianza: non ti nascondo nemmeno gli artifici, perciò è tutto vero quello che stai vedendo (come Brecht che teneva le luci accese durante lo spettacolo, come Arbasino che nell’Anonimo lombardo aveva inserito pagine e pagine di riflessioni del narratore circa la trama e la lingua del romanzo medesimo). In Tondelli aprono invece il sipario sulla rappresentazione di un’assenza, rendono tangibile il sottrarsi dell’autore. In pratica sono la voce di un fantasma.

In quegli stessi anni Tondelli è intento a una seconda, parallela e meno premeditata rappresentazione di sé. È ossessionato dall’idea di dover osservare e commentare gli anni Ottanta, come se glielo avesse imposto qualcuno. I giovani, in particolare. Le mode, le tendenze, i modi di parlare, la loro musica, le loro discoteche, i loro luoghi di villeggiatura. E nel fare questo s’immerge senza riserve nella Milano da bere. Racconta delle proprie cene con industriali e diplomatici e editori, si certifica in ogni possibile occasione membro di una élite ricca e colta e internazionale (la mania già arbasiniana del lusso, dei soldi, della buona società, della nobiltà… quei cognomi altisonanti e ridicoli dati ai personaggi di Dinner Party), scrive articoli terribili i cui toni ricordano quelli di un cattivo redattore di provincia: “Un osservatorio certo non privilegiato, ma certamente particolare, sui comportamenti e le attitudini giovanili è dato dalla rassegna fiorentina del Pitti Trend, rassegna-mercato delle nuove tendenze nell’ambito della moda, dell’abbigliamento in genere, delle manie giovanili. Se ci eravamo un po’ scandalizzati, nella passata edizione, perché tutta la fauna cosmopolita e trend ci sembrava in preda a baccanali e festini da basso impero, culminati in una nottata acida e sbronza al Tenax, il weekend della terza edizione ci ha sorpreso per il nitore delle proposte e la compostezza del tour de force tra sfilate, concerti, esposizioni d’arte nei negozi del centro, mostre di scultura, happening e party in giro per la città.”

Il nitore delle proposte, un osservatorio sui comportamenti giovanili? A Pitti Trend? Di quali comportamenti, di quali giovani sta parlando? A quali anni Ottanta sta dando voce? Crede davvero che l’industria della moda si proponga, come scrive poco più avanti, di “esprimere le nuove tendenze giovanili”? Sta dando il suo assenso a un modello conoscitivo secondo il quale i comportamenti si diffondono dall’alto verso il basso, dall’élite ai paria per imitazione: un modello che disconosce tutta la sua esperienza passata, iconoclasta e antiautoritaria, per abbracciare l’ideologia del consumismo e dei bisogni indotti, l’imposizione del gusto a fini industriali. “Finché il linguaggio prenda possesso della realtà,” recitava quel primo manifesto arbasiniano: qui è piuttosto la realtà ad avere colonizzato il linguaggio. Immagino Tondelli con un drink in mano, a un party, sulla terrazza di una delle più esclusive abitazioni di Milano o di Firenze, mentre conversa con art designer e stilisti di grido. Drink, party, terrazza, esclusivo, art designer, stilista: sono parole sue, non mie, ne sono pieni i testi e gli articoli per le riviste. Segue la sua traccia come un camaleonte, più che come un segugio. E in questo gioco del camaleonte arriva a perdersi. Dinner Party è veramente il famoso nulla degli anni Ottanta, non perché racconti di quegli anni infatuati di sé e narcisisti, ma perché ne celebra esteticamente (e dunque sinceramente) la presunta vitalità e carica innovativa: con il suo “menù così anni Ottanta” e quella compiaciuta rassegna (per niente ironica, nonostante le intenzioni) sulle tipologie maschili: l’uomo dance-music, l’uomo Calvin Klein, l’uomo body art… ricorda Roberto D’Agostino che in quegli stessi anni, nelle trasmissioni televisive, faceva gongolare gli spettatori con il personaggio del “lookologo”: dichiaratamente parodistico, ma quanta acqua invece portava a quel medesimo mulino delle passerelle, dell’edonismo, delle ragazze coccodè e del Cacao Meravigliao, del “microcosmo variegato e in technicolor” (Un weekend postmoderno) di quella che passerà alla storia italiana come la più bizzarra era del dopoguerra, così felicemente compiaciuta del suo avanguardismo di plastica e insieme così scrupolosamente impegnata a incubare una rivoluzione culturale e politica in senso autoritario, reazionario e populista. Sarà un caso, ma nel 1985 Rimini (cito dalla biografia di Fulvio Panzeri) venne “presentato in un luogo di culto della città, il Grand Hotel, da Roberto D’Agostino, in una serata di luglio “all’insegna dell’immaginario collettivo su Rimini”, in concomitanza con l’inaugurazione della mostra bolognese (stessa organizzazione della festa) Anniottanta”. Gli anni Ottanta di Tondelli non sono diversi: così teatralmente messi sul palcoscenico, e in modo così pigro (perché non ci si sforzerà di vedere se non ciò che è già implicito nelle premesse) che alla fine non riescono a mostrarci se non un’immagine confezionata altrove, da altri, per altri fini.

Tondelli, come hai fatto a non accorgertene? Quelli che dieci anni prima erano gli autostoppisti sbronzi, le femministe rimorchione, gli studenti arrampicati nei sottotetti, i profeti mezzi tossici mezzi sognatori: la fauna disturbata e refrattaria che così bene avevi descritto è diventata oscena, è stata esclusa dalla rappresentazione. E le irrequietudini, i rifiuti, gli sberleffi all’autorità costituita (politica e letteraria) sono stati divorati dal pret-à-porter, che ne ha fatto una divertita parodia mettendo in vendita per cifre astronomiche i jeans già stracciati. In quei famelici anni Ottanta in cui ogni cosa diventava moda, occasione di scanzonato divertissement mondano che invitava a buttare tutto in farsa, in quegli anni funebri per quanto erano sbarazzini sarebbero finiti in passerella anche Spartacus e Gandhi, fossero vissuti allora: nasceva la parodia come retorica conservatrice, e che Tondelli avesse capito benissimo il carattere di rappresentazione perpetua che proprio in quegli anni diventava l’aspetto dominante della cultura di massa (la tendenza “a mescolare e rivivere gli stili del passato sotto il segno di una trasgressione, non sostanziale, ma d’immagine”, Un weekend postmoderno) rende ancora più sconcertante il suo consenso stilistico a “questi anni votati così spudoratamente alla fatuità e al perbenismo”. Non è anche quello di Rimini e di Camere separate un perbenismo di lusso? La lingua non è mai innocente: Altri libertini era anche stilisticamente una rivolta, Rimini fu anche stilisticamente un atto di assenso. E la lingua dei corsivi di Un weekend postmoderno si divide tra un lirismo melenso da mestierante (“La femminilità come il valore più alto dell’umano”) e un parlato ormai solo di maniera non dissimile da quello dell’Arbasino di oggi, che scrive perché non sa più stare zitto e gli scappano ovunque dalle dita i vezzi geniali che per decenni hanno reso la sua voce inconfondibile: ma non è che funzionino più tanto, anche perché lui per primo ne suona annoiato.

Tondelli era famelico. Leggeva tutto, vedeva tutti i film, andava a tutte le mostre possibili. Cercava di parlare con tutti. Ascoltava tutti i dischi. Gli interessavano in particolare le piccole band di provincia, le voci isolate e poco amplificate ma innervate in profondità sul vissuto delle persone. Tanto che quando con il progetto Under 25 promosse un’iniziativa editoriale esplicitamente intesa a scandagliare le acque per sentire cosa avessero da raccontare i ragazzi e le ragazze italiane, preparò per loro, in vista della prima antologia Papergang, una lista dei “compiti per casa” nella quale tra le altre cose chiedeva: “scrivete di voi”. Perché Tondelli stesso scrisse sempre di sé, anche quando con Altri libertini si avvalse di un materiale letterario “corale” e dichiaratamente non autobiografico. Scrisse di sé nel solo modo in cui uno scrittore può farlo: scontando di persona il proprio tempo privato e politico. Immergendosi nel funereo canto delle sirene degli anni Ottanta come prima si era immerso nel canto gioioso e tragico del movimento. E così come prima aveva assorbito e rappresentato l’aria della rivolta, assorbì e rappresentò poi (direttamente: esteticamente) il conformismo, il consumismo, la società dello spettacolo. Si espose a quella baracconata, progressivamente perdendo lo slancio, il fiato, la resistenza. E gli anni Ottanta se lo sono mangiato, non aveva più nutrimento: “Forse,” scrisse nel 1985 commemorando il decennio precedente, “di quegli anni, quel ragazzo [che io ero] e io rivorremmo un po’ di progettualità e di tensione ideale.” E in quel suo ultimo viaggio che fu Camere separate (ancora un diario, trasposto per la stampa in terza persona) scrisse di un uomo che “si sente in via di estinzione,” che cerca senza successo di arrivare “al centro della sua angoscia e del suo dolore” e “avverte di continuare a mentire”. Ulisse non è arrivato a Itaca, ma non si è nemmeno suicidato: si è sciolto dalle corde ed è stato divorato dalle sirene. Alle Sirene prima verrai, che gli uomini / stregano tutti, chi le avvicina. / Chi ignaro approda e ascolta la voce / delle Sirene, mai più la sposa e i piccoli figli, / tornato a casa, festosi l’attorniano, / ma le Sirene col canto armonioso lo stregano, / sedute sul prato: pullula in giro la riva di scheletri / umani marcenti; sull’ossa le carni si disfano.

Dicono i professori che nell’arco di quasi tre millenni di letteratura, dall’Odissea al Novecento, si sia consumato un passaggio cruciale: perché nell’Odissea Ulisse non cambia, non si forma, non cresce. Al termine del racconto è tale e quale a come lo avevamo incontrato all’inizio, è l’eroe-bambino senza ombre di un’epoca che non conosceva ancora conflitti interiori né metafisica. In questo Tondelli fu uno scrittore pienamente novecentesco, con quel suo porsi a confronto con un mondo che nasconde e si nasconde, quei percorsi di introspezione, ansia, inquietudine e crisi. I suoi personaggi scontano sempre un duro percorso di formazione, imparano duramente dai flutti di una traversata alla quale si sono esposti con generosità, senza protezioni, perché rischiare di soffrire è meglio che fingere di star bene; perché soltanto per paura si può preferire far finta di niente e adagiarsi in un’esistenza che altri hanno scelto per noi. Ma Tondelli rappresentò e fu il Novecento anche come tragedia del ritorno negato, dell’esilio definitivo da se stessi, della sconfitta senza appello: la tragedia che uno degli scrittori più importanti e meno letti del secolo, Stefano D’Arrigo, aveva monumentalmente scolpito in quella memorabile anti-epopea omerica del nostos mancato che è Orcynus Orca. Ulisse ha preso coscienza di sé e si è lasciato divorare: se vogliamo è la ribellione più estrema e più vera. Il rifiuto di fare l’eroe a beneficio di altri, in una narrazione non sua. Le fanciulle in fiore di “Mimi e istrioni”, uno dei più bei racconti di Altri libertini, lo avevano in qualche modo profetizzato quando assistendo allo sfaldarsi del loro gruppo di giovani sirene ribelli commentavano: “Ci ritroviamo con Benedetto e la Sylvia lungo il corridoio d’aspetto mentre le fanno la gastrica e ci abbracciamo forte e diciamo forza forza che gliela fa, ma c’è quasi nausea per quegli anni sbandati e quel passato che vorremmo anche noi rigettare assieme alla Nanni, quel pomeriggio vuoto di febbraio.”

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Non tutto è perduto: un ritratto di Danilo Dolci https://minimaetmoralia.it/ritratti/non-tutto-e-perduto/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/non-tutto-e-perduto/#comments Mon, 18 Apr 2011 09:17:38 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4209 Questo pezzo è uscito per il settimanale Gli altri nel novembre 2010

di Carola Susani

Danilo Dolci era un uomo carismatico, aveva la capacità di trascinare. Con gli strumenti della non-violenza, dal dopoguerra agli anni Settanta, ha lavorato per trasformare la Sicilia occidentale, tentare uno sviluppo, ma diverso, democratico; poi si è occupato di pedagogia, sperimentando quella che chiamava maieutica reciproca.

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Questo pezzo è uscito per il settimanale Gli altri nel novembre 2010

di Carola Susani

Danilo Dolci era un uomo carismatico, aveva la capacità di trascinare. Con gli strumenti della non-violenza, dal dopoguerra agli anni Settanta, ha lavorato per trasformare la Sicilia occidentale, tentare uno sviluppo, ma diverso, democratico; poi si è occupato di pedagogia, sperimentando quella che chiamava maieutica reciproca. Parlando con chi l’ha conosciuto, si capisce che aveva qualcosa di potente e ingombrante. Nel 1967, le foto della Marcia per la Sicilia occidentale e per un nuovo mondo, lo mostrano più alto di tutti, imponente. Da quando nel ’52 si è disteso sul letto di morte di un bambino, a Trappeto, e ha cominciato lo sciopero della fame, alla sua morte, nel 1997, ha suscitato passioni profondissime, conflitti, violente rotture. Una mappa di quelli che furono i suoi amici è un’impresa che ha del titanico. Tra le persone che in momenti diversi della sua storia hanno avuto contatti fattivi con lui, Alfredo Rubino, figlio di uno dei suoi primi collaboratori e collaboratore a sua volta, conta: Lorenzo Barbera, Goffredo Fofi, Ernesto Treccani, Cesare Zavattini, Norberto Bobbio, Bruno Zevi, Lamberto Borghi, Ernst Bloch, Piero Calamandrei, Aldo Capitini, Luigi Ciotti, Erich Fromm, Johan Galtung, Jurgen Habermas, Paolo Sylos Labini, Carlo Levi, Mario Luzi , Rita Levi Montalcini, Alberto Moravia, Jean Piaget, Bertrand Russell, Ignazio Silone, Jean-Paul Sartre, Alberto Moravia, Enzo Sellerio, Luigi M. Lombardi Satriani, Lucio Lombardo Radice, Carlo Rubbia, Elio Vittorini, Jerre Gerlando Mangione. Ma sono soltanto una piccolissima parte. È stato in amicizia e in corrispondenza con Pasolini e persino con una persona schiva e apparentemente distante come Cristina Campo. Sono mondi. Anche mondi che non si toccano.
Se si comincia a tirare il bandolo della matassa, il filo non smette di snodarsi, nel passato, ma anche nel presente. Andavo a Pisa a incontrare uno dei suoi più recenti collaboratori, Francesco Cappello, che insegna fisica e matematica nella scuola superiore usando il metodo maieutico. Avevo preso un genere di treno che normalmente non prendo, un regionale che attraversava Lazio e Toscana. È un viaggio che costa solo il biglietto base, senza supplemento intercity o alta velocità e che perciò dura moltissimo. Quelli che scendevano dopo poche fermate avevano l’aria di rappresentanti del ceto medio, medio-basso, di quello che ne resta, ma coloro che facevano il viaggio per intero, non tutti, ma molti, erano persone che dovevano spostarsi per l’Italia ma che non potevano pagare il biglietto. Su questo treno si può sperare che il controllore non passi. Non succede sempre, ma a volte succede. I miei vicini di scompartimento, due magrebini con le snakers e grandi sacchi non sono stati fortunati. Il controllore è passato. I magrebini gli hanno fatto notare che non avevano soldi. “Se non hai soldi”, ha detto lui, “non prendi il treno”. E quelli hanno sollevato i loro sacchi e sono scesi alla prima stazione. Allora ho pensato una cosa semplice, di cui quasi mi vergogno. Come fai a risollevarti, a trovare un lavoro, una soluzione, se cercano di impedirtelo con ogni mezzo? Se non puoi neanche spostarti a cercare il lavoro dove c’è? Mi vergogno perché ormai sembra un’ovvietà, il destino dei poveri, una questione di ordine pubblico, di carità sussidiaria, un divertimento da ricchi -ne salvo dalla pece uno nel mucchio, per gioco, perché per caso l’ho notato, perché è una bella ragazza– ma mai quello che è e dovrebbe essere: la prima questione politica, perché l’esistenza di poveri impotenti a sollevarsi è cupamente destabilizzante, è un memento per tutti, demoralizza, rende pazzi di terrore anche coloro che impotenti non sono ancora. Scriveva Bobbio nella prefazione a Banditi a Partinico, uscito nel 1955 e da poco ripubblicato da Sellerio, in cui il gruppo di lavoro di Dolci propone i risultati di un’inchiesta sulle condizioni di vita che c’erano a quel tempo: “Dopo aver letto queste pagine, ascoltate la risonanza sinistra o ironica che acquistano nel nostro animo parole come democrazia, giustizia, diritto, legge”. Fin qui, oggi, sfondiamo una porta aperta: per quanti di noi democrazia, giustizia, diritto e legge non hanno un suono ironico o sinistro? Ma Bobbio dice anche che “chi avrà afferrato il suono nuovo e scandaloso di queste parole, e se ne vergognerà, avrà acquistato una singolare chiarezza di mente e libertà di spirito per ricominciare a parlare (…) con molta umiltà e moderazione e senso della difficoltà e dei limiti, di democrazia, giustizia, diritto, legge”. Ed è qui che m’interessa di più, che quello che dice non mi pare usurato. Francesco Cappello mi racconta che quando ha incontrato per la prima volta Dolci, durante un seminario con gli studenti, Danilo poneva domande e si creava attorno a lui una concentrazione. Nel nucleo del suo pensiero pedagogico, mi spiega, c’è un tentativo di fondazione della democrazia. L’idea che si possa trasformare la comunicazione da campo di battaglia, dove la sopraffazione è norma, in qualcos’altro. Francesco Cappello sta pubblicando un libro per la EMI, sulle sue sperimentazioni, si chiama Seminare domande. La maieutica reciproca ha bisogno di domande, di un gruppo di persone, di tempo per il pensiero. Mi ha spiegato che durante questi seminari succede una cosa strana e normale: i pensieri degli altri ti suscitano idee nella testa e ognuno che tira fuori un pensiero nuovo è grato all’altro che lo ha aiutato a farlo nascere. Mi racconta che negli anni in cui l’ha conosciuto, da Dolci non è riuscito a strappare niente di retrospettivo o personale: “Danilo”, mi dice, “era troppo interessato a sapere di me”. Cosa c’entra questo, con la povertà impotente. C’entra. Se non riproviamo a mettere in discussione la pesanteur, come la chiamava Simone Weil, la logica del campo di battaglia, diventeremo anche noi semplici braccia della sopraffazione o della sorte, ne salveremo uno nel mucchio, per gioco, perché lo abbiamo incontrato, perché è una bella ragazza. E ci dimenticheremo che il diritto a sviluppare la propria personalità va esercitato perché la società cresca. Lo so, siamo fatti della pasta di cui siamo fatti, sangue e sopraffazione, certo. Ma non ci esauriamo in questo. Mi sono fatta l’idea che il proprio carisma, la capacità e il desiderio di trascinare, il proprio ingombro, fossero la bestia nera, il toro nella tauromachia privata di Dolci. Come se avesse intuito che anche il suo potere nel gioco della comunicazione, finiva per trasformarsi in uno strumento di sopraffazione. Che per tutta la vita abbia cercato, anche sbagliando, qualcosa di radicalissimo: un metodo capace di permettere alla comunicazione di venir fuori dal campo della sopraffazione, di fondare la democrazia, pensandola come il continuo, reciproco, rafforzamento delle potenzialità di ciascuno. Un metodo che non possediamo già, ma che si impara. Certo non propongo la maieutica di Dolci come la soluzione, ma mai come oggi la sopraffazione si gioca ovunque e in modo acutissimo nella comunicazione, e allora forse andare a vedere che cosa Dolci ha da dirci è doveroso.

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