Gli Asini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gli-asini/ un blog di approfondimento culturale Fri, 11 Jul 2014 06:29:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Gli Asini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gli-asini/ 32 32 Tempo di imparare https://minimaetmoralia.it/letteratura/tempo-di-imparare/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/tempo-di-imparare/#respond Fri, 11 Jul 2014 06:29:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22100 Questo pezzo è uscito sulla rivista Gli Asini di Federica Lucchesini A volte per i libri non è sbagliato parlare di “uso”. Ce ne sono così tanti, buoni e meno, che chiedersi di uno quali pensieri e intenzioni ci lasci formulare e quali discorsi ci lasci mettere in opera, può essere un criterio critico non […]

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Questo pezzo è uscito sulla rivista Gli Asini

di Federica Lucchesini

A volte per i libri non è sbagliato parlare di “uso”. Ce ne sono così tanti, buoni e meno, che chiedersi di uno quali pensieri e intenzioni ci lasci formulare e quali discorsi ci lasci mettere in opera, può essere un criterio critico non disprezzabile. Valeria Parrella ha scritto dunque un libro molto utile, di cui ci si potrà servire in vari situazioni, private e pubbliche. Tempo d’imparare (Einaudi 2013,126 pagine) si gioca tutto su questo confine mobile e fondamentale,lo abita senza mai dirlo direttamente, insistendo su questa relazione o oscillazione, evidenziando la regione dove alcune cose si fanno politica, altre no, alcune si fanno esperienza e altre cultura, alcune sono dicibili e altre meno.

Anzi quest’ultimo punto – la dicibilità pubblica dell’evento privato più intenso –  è la questione letteraria che sta al centro dello scritto di Parrella, assieme a quella civile della dialettica privato/comune. Ma non sono davvero due temi distinti: la presa di parola pubblica nell’esercizio letterario può avere un valore e un senso che superano il bisogno individuale di un autore.

Ma per comprendere entriamo nel merito. Tempo d’imparare è composto da trentaquattro brevi capitoli, non numerati ma titolati, più prologo ed epilogo. È scritto in un prosa che si concede molte licenze, si tende al cantabile, al figurato. Il gioco di scrivere è ostentato e il punto è questo, più che la gradevolezza o meno del risultato, che dipende dal gusto. Non è una prosa d’arte di stampo novecentesco o contemporaneamente ipercolta, non c’è la sprezzatura dello scrittore filologo che dice il quotidiano. È una prosa che siccome vuole dire qualcosa di tanto profondo e scottante cerca di raffinarsi verso il canto, di tendersi verso delle sorgenti profonde che siano comuni a tutti e perciò classiche. Infatti di continuo, magari solo per cenni, oppure per metafore più insistite, tornano moduli, citazioni, nomi dai primi libri, l’Odissea, l’Iliade. Si parla di Ercole, delle sue fatiche, si parla di proci, di Cassandre, di Ifigenia, Achille, Priamo. Negli anni passati Valeria Parrella ha scritto per il teatro e adattato dei classici greci. La consuetudine viene da lì ma la ragione per cui qui scrive così non ci pare contingente. E in questa maniera l’autrice napoletana non ha mai scritto. Lo spazio bianco (Einaudi 2008, il suo primo romanzo e ultimo libro di successo) era molto diverso. Tempo di imparare si legge con altrettanta partecipazione, viene voglia di finirlo prima di posarlo ma rispetto a Lo spazio bianco c’è di mezzo, appunto, uno stile diverso che domanda tanta attenzione.

Ricerca spesso l’ellissi, mira al dettaglio, si sfida a fare narrazione con poco ambiente e trama, poesia senza versi: il lavoro sul linguaggio, che ripetiamo può nei suo risultati piacere o meno, è il lavoro artigianale che come ogni mestiere ti mette al mondo e ti ci mette come scrittore quando stai dicendo qualcosa che normalmente, senza quella fatica materiale, resta supremamente privato. In questo libro c’è qualcuno che dice: ecco so tenere la penna e per questo posso adesso raccontare di qualcosa che forse tutti hanno bisogno che si racconti, che esista pubblicamente perché lo spazio di questa vicenda, quella di una mamma e di un bambino con handicap, riguarda supremamente la madre, e riguarda supremamente tutti, lo spazio nostro di tutti e la sua qualità per ciascuno. Ecco di cosa parla Tempo di imparare.

Il libro alla lettura risulta chiaramente diviso in due parti. Nella prima, quella più privata, si conosce la realtà di Arturo e di sua mamma, di io e tu, di madre e di figlio, e di quale mondo ci si trovi ad abitare dall’altra parte, se accade consegnino a te la parola handicap da far crescere. E leggendo ci si chiede: ma come, se non concentrandosi su come scrivere, avrebbe fatto a raccontare di tanto sentire? E non per creare commozione, immedesimazione, consolazione, informazione. Ma per dire qualcosa che è utile sapere perché le riserve mentali – «a me, ragionevolmente, non sarebbe accaduto mai» – creano chiusure e separazioni anche con la solidarietà e la correttezza, mentre quello che serve è conoscere e cambiare radicalmente le forme degli spazi, delle istituzioni, per tutti e ciascuno.

Dunque nella prima parte c’è la storia dell’incontro: la lunga trafila di speranze e delusioni, le scale degli ospedali, le visite in altre città, il bambino che cresce ma non cresce come gli altri, i pomeriggi in casa, o al mare, giornate di silenzio, di paura, di coraggio non rassegnato. L’umore come un bilancino su cui ogni parola e notizia sposta il mondo. Ci sono l’amore, la bellezza, le invenzioni, le illuminazioni. Il dolore. Ogni tipo di paura, di frustrazione. I morsi dell’orgoglio, del rifiuto, della ricerca, del desiderio. Tutto raccontato per squarci su un’intimità familiare, una testa e corpo di donna, un amore materno come esso è: immane e umano. Lei che si fa orca, cavalla, che si fa Ercole con le dodici fatiche o killer per «rabbia primitiva». Che dice delle cose importantissime e poi svela i dolori più meschini e laceranti, l’invidia, la paura soprattutto. Non accettare che il figlio immaginato fin dalla pubertà fosse ora questo e il terrore che un domani, sparita la madre chi potrebbe amarlo. E questo è affare di tutti ed è pure difficilissimo da dire con misura. Eppure qui riesce. Si racconta che enorme è la non volontà di accettare, l’incapacità ad accettare, fino a fare deserto in sé. C’è la rappresentazione di come sia l’orgoglio da una parte e l’incomprensione del mondo dall’altra a rendere tutto così faticoso. Ma fondamentale, si ripete, è l’originalità dello stile ed è questa unicità, che è di ciascuno, che deve trovare sempre pubblico spazio. Con ciò si arriva alla seconda parte del libro, non segnata nell’indice ma netta nella percezione di chi legge.

Il primo giorno in cui qualcosa cambia è il primo giorno di scuola di Arturo, nella scuola gialla che tanto è costato scegliere e ottenere: notti in fila per avere il posto in una elementare pubblica dall’altra parte della città. Chi è di Napoli sa bene di che scuola si parla ma non importa. Perché della lotta per la vita fa anche parte la lotta per una scuola migliore (il libro non lo dice ma lo fa capire). Chi sta a Napoli riconosce tanti luoghi e tanti dettagli ma quello che importa e che dovrebbero sapere tutti è che un scuola elementare pubblica di qualità, dove da anni un gruppo docente ispirato, solidale, sostenuto dall’esterno crea un’avanguardia pubblica di qualità e benessere per tutti, salva la vita e il senso di tante vite e quindi di una città intera. C’è bisogno di posti dove bambini e bambine fuori dalla famiglia trovino uno spazio loro, dove possano andare con gioia a conoscere e questo sarebbe il benessere, sarebbe una possibilità di pace per tutti, la fine dell’ansia e della paura nera che divora nella solitudine chi ti sta accanto ed è il tuo stesso ambiente, il tuo stesso tempo.

È dunque tempo di imparare queste cose di nuovo, di farle diventare richieste, lotte, fatiche e infine forme della città. Il libro di Parrella, nel narrare di una sola madre e di un solo bambino che comincia la scuola, serve a questo. Perché trovando uno spazio di cura pedagogica aperto a tutti,  Arturo trova uno spazio per sé e indipendente dalla madre, libera lei e libera gli altri, che fanno esperienza ed esperienza culturale e civile assieme. In un capitolo, Disintegrazione, le accade di andare dal dirigente scolastico, per l’ennesima richiesta, accompagnata dagli altri genitori della classe. Si trova a dover spiegare e domandare di nuovo: «Ho parlato con tante persone: la disabilità è una possibilità della vita, e quando ne acquistiamo consapevolezza, dopo un poco impariamo a sentirla in modo naturale, istintivo. Ma l’incapacità di mettersi davanti il problema: questa cosa qui genera l’handicap e rende gli uomini miseri e io e te figlio a questa abiezione non ci dovremo chinare». Però non è sola, è con altre famiglie in questa rivendicazione di spazio per le possibilità dell’altro, che sono solo dell’altro e sono al contempo l’occasione di emancipazione collettiva: «Il dirigente mi riconosce, mi chiede perché tanta gente. Io non devo neppure rispondere: c’è quel papà che lavora la centro di fisica nucleare che lo fa per me: – Perché Arturo è nella classe dei nostri figli». Questo orizzonte di una scuola che riconosce come suo primo compito l’accesso agli strumenti culturali per ogni diversità e lo fa costruendo la convivenza libera e aperta delle differenze è un’utopia ma è l’unico orizzonte in cui muoversi oggi. Purchè accanto al professore di fisica e alla scrittrice ci sia anche lo sfrattato e la badante.

Dunque il libro si conclude con scene nuove, una gita dei bambini da soli, delle vacanze con altri genitori di bambini difficili. È raccontata lievemente la possibilità di una comunità nata attorno alla scuola, attorno alla crescita dei figli in spazi loro, non per consolare ma per aprire un’altra dimensione con meno sofferenza, paura, dolore. Oggi nelle nostre città. Tempo di imparare non dice mai esplicitamente cose grandi, restituisce semplicemente a modo suo queste verità fondamentali. Mostra l’umiliazione del domandare aiuto al posto di riceverlo con grazia, la crudeltà del linguaggio medico e l’arroganza dei medici che devono vederti in ginocchio, l’impotenza di un dirigente che è l’ultimo anello di un’amministrazione invisibile che non dà mai: attraverso il punto di vista di coloro per i quali è più difficile si vede come la soluzione sia nello spirito solidale e conviviale per diritti di ciascuno che si fanno diritti di tutti ma anche che questo spirito comprende imprescindibilmente la disposizione al dovere della fatica per riprendersi la dignità e le possibilità che ci spettano.

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Camere separate: l’ottusità studiata a tavolino delle classi-ponte https://minimaetmoralia.it/societa/camere-separate-lottusita-studiata-a-tavolino-delle-classi-ponte/ https://minimaetmoralia.it/societa/camere-separate-lottusita-studiata-a-tavolino-delle-classi-ponte/#comments Sun, 02 Feb 2014 06:54:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18083 Ringraziamo (e vi invitiamo ad acquistare e leggere) la rivista di educazione e intervento sociale Gli Asini, sul cui ultimo numero, appena uscito, c’è tra le altre cose questo pezzo sulle cosiddette classi-ponte. di Gianluca D’Errico Immagina/1 Vi chiedo uno sforzo di immaginazione. Immaginate di essere un ragazzo di dodici anni; che vostro padre, disoccupato […]

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Ringraziamo (e vi invitiamo ad acquistare e leggere) la rivista di educazione e intervento sociale Gli Asini, sul cui ultimo numero, appena uscito, c’è tra le altre cose questo pezzo sulle cosiddette classi-ponte.

di Gianluca D’Errico

Immagina/1

Vi chiedo uno sforzo di immaginazione.

Immaginate di essere un ragazzo di dodici anni; che vostro padre, disoccupato in patria, decida di emigrare in un altro paese per andare a cercare lavoro, facciamo la Germania per rimanere nei paraggi, ma potrebbero essere gli Stati Uniti o il Canada. Voi e vostra madre rimanete in Italia, vostro padre il lavoro lo trova, a Dortmund, a Toronto, a New York.

Un bel (brutto?) giorno vedete lacrime negli occhi di vostra madre. “Raggiungiamo papà, possiamo di nuovo vivere insieme”.

Immaginate ancora.

Arrivate in una città mai vista prima, siete divertiti e frastornati insieme. All’inizio vi sembra una gita. Guardate tutto, annusate, ascoltate parole nuove. E poi incontrate vostro padre: la felicità e poi la casa che ha trovato per voi. Non è un granché, la casa che avete lasciato in Italia era più grande.

“Tra qualche giorno ricominci ad andare a scuola, è vicino a dove lavoro io, ci andiamo in autobus, mi raccomando”. Da quanto tempo non lo sentivate quel mi raccomando, terribile e rassicurante. Non ci avevate pensato: la scuola.

Ci dovrete rimanere un bel po’ in questo paese nuovo, anni forse. Per sempre, chissà.

Siete anche spaventati. Qui parlano un’altra lingua, non capite poi tanto, non conoscete nessuno.

Quando vostro padre vi accompagna a scuola, al vostro nuovo primo giorno di scuola, incamminandovi verso il cancello siete letteralmente…

Bologna Novembre 2013

Per l’anno scolastico 2013-2014 un istituto comprensivo di Bologna ha deciso che una prima media sarà formata interamente da bambini stranieri. A stare a come viene spiegata la scelta organizzativa da parte di Dirigente e Docenti si tratta di una sperimentazione. Non di una classe vera e propria ma di un “laboratorio” il cui scopo principale è l’insegnamento della lingua italiana. I bambini che vengono iscritti nella IA (questa la classe) sono, per la maggior parte, “ricongiunti”, come vuole la terminologia burocratica: ragazzini venuti in Italia a raggiungere i propri genitori che, emigrati prima di loro, hanno fatto da “apripista” costruendo un minimo di stabilità prima di progettare e realizzare il trasferimento in Italia dei propri figli. Ragazzi che, in larga misura, non parlano l’italiano. Sempre a stare a quanto dicono gli sperimentatori, man mano che apprenderanno l’italiano i ragazzini stranieri verranno trasferiti in classi “normali”.

La classe-ponte ha generato un gran dibattito in città e non solo. Molti hanno richiamato una analoga proposta presentata in Parlamento da parte della Lega Nord, la mozione Cota dal nome del suo primo firmatario, l’attuale presidente della Regione Piemonte. In quel caso la proposta rimase sulla carta, ma ad analizzarne il contenuto le analogie con il progetto della classe ponte Bolognese non sono poche.

La Lega Nord proponeva di “… istituire classi ponte, che consentano agli studenti stranieri che non superano le prove e i test sopra menzionati (test di lingua italiana ndr) di frequentare corsi di apprendimento della lingua italiana, propedeutiche all’ingresso degli studenti stranieri nelle classi permanenti” (il virgolettato è preso dal documento originale presentato in parlamento il 16 settembre 2008). Nel 2008 la questione si archiviò, forse troppo frettolosamente, come l’ennesimo esempio di populismo xenofobo del partito del carroccio.

Nel caso emiliano l’istituzione di una classe ponte è avvenuta nella democratica Bologna e ad opera di docenti che si dicono lontanissimi dalle posizioni politiche della Lega. Per molti la garanzia che non si tratti di pedagogia della separazione e dell’esclusione è data proprio dal fatto che ci troviamo di fronte a “professionisti democratici” che sapranno gestire al meglio questo particolare modo di accogliere i bambini stranieri. Una visione decisamente indulgente che blocca ogni ragionamento su cosa significhi integrazione a scuola e su come sperimentare pratiche in cui ciascuno si senta realmente accolto.

Sperimentare

Il ragionamento giustificativo degli insegnanti che hanno promosso la classe ponte è il seguente: la scuola è allo stremo, nelle classi “normali” si arriva anche a 29 alunni, l’arrivo di alunni che non conoscono la lingua italiana ha un impatto devastante su un contesto già così precario. È il tema delle risorse, insomma. I tagli intervenuti nella scuola pubblica negli ultimi vent’anni in effetti l’hanno messa in difficoltà gravissima, condizionando in negativo ogni possibilità di intervento.

Questa condizione di scarsità (che non deve essere taciuta, deve essere denunciata e combattuta, sia chiaro) non può essere però la giustificazione per qualsiasi tipo di scelta che porti fuori da un ordinario scolastico già schiacciato e immiserito.

Nella scuola italiana c’è un gran bisogno di sperimentare. Abbiamo scritto più volte su questa rivista di come la scuola andrebbe radicalmente trasformata, di come gli intenti alti di emancipazione dell’individuo sbandierati in tutti i documenti pubblici (dalla Costituzione in giù) facciano i conti con una realtà ben diversa in cui essa riproduce pari pari il classismo e l’autoritarismo che stanno fuori, nella società. Di come invece di essere luogo di liberazione, la scuola sia divenuta fucina di frustrazioni, nevrosi, conformismo.

Questo per essere chiari e mettersi lontano da ogni conservatorismo.  Della scuola così com’è andrebbe conservato poco o nulla. C’è bisogno di sperimentare, di trasformare, mettere in discussione. Tutto: luoghi e tempi, divisione delle materie, burocrazia…

Detto questo, non tutti i cambiamenti vanno nella stessa direzione e poggiano sulle stesse premesse.

Che idea pedagogica c’è dietro la creazione di una classe separata per chi non conosce la lingua italiana? O ancora più crudelmente: c’è un’idea pedagogica o siamo di fronte ad aggiustamenti organizzativi che guardano all’efficienza e non mettono in realtà niente in discussione? Forse è proprio questo: la scelta bolognese è frutto di quel pragmatismo che ha reso le nostre menti ottuse; nel modello emiliano dell’istruzione l’efficienza burocratica e organizzativa è stata il sicario dell’efficacia educativa.

E invece il problema è altrove. La realtà prepotente bussa alle porte della scuola, in questo caso ha il volto di ragazzi stranieri arrivati da poco in Italia. E pone domande serie, complessive:

Che scuola facciamo? Che idea di bambino abbiamo? Quali sono le pratiche che realmente, a dispetto dei proclami, mettono al centro l’individuo e gli offrono occasioni di emancipazione, possibilità di espressione? Se la risposta è quella di creare una classe separata probabilmente non si sono comprese, o prese in considerazione, le domande. Ancora più chiaramente: una scuola nella quale la possibilità di espressione di ciascuno è pesantemente compressa il problema non è la lingua.

Nei processi di trasformazione poi è fondamentale il metodo. Si può rispondere alle domande di cui parlavo sopra solo attraverso processi di ascolto e partecipazione, sia di quelli che “abitano” quotidianamente la scuola (insegnanti, studenti, genitori) che di quelli che stanno fuori dal cancello.

Guardando indietro impariamo che le sperimentazioni e le conseguenti riforme più pregne di senso pedagogico (penso ad esempio al tempo pieno alle elementari o alle cosiddette 150 ore per l’educazione degli adulti) non sono nate da solitari spiriti illuminati ma da concreti e imperfetti processi di condivisione, discussione, ascolto.

La scelta di fare una classe ponte nella scuola bolognese pecca anche in questo: una assoluta mancanza di confronto; un progetto nato “in laboratorio” magari con le migliori intenzioni ma con le peggiori pratiche. Un insegnante o, nella migliore delle ipotesi, un gruppetto, scrive a tavolino un progetto pescando dal proprio bagaglio di conoscenze, idee, intuizioni. E, solo dopo, alla comunità scolastica è “concesso” di ratificare o meno la decisione. I genitori, le associazioni di immigrati, le associazioni delle cosiddette seconde generazioni, i ricercatori che hanno lavorato sul tema dei giovani ricongiunti: nemmeno presi in considerazione.

Non è una casualità che tutto il dibattito sulla classe ponte sia nato dalle rimostranze di alcuni genitori che fanno parte del Consiglio di Istituto (uno degli organi collegiali delle scuole): della scelta di istituire la classe per soli stranieri non erano stati nemmeno informati per tempo. Non è una questione di cavilli formali s’intende, lo svuotamento di senso degli organi collegiali, degradati appunto a luoghi di mera ratifica di scelte prese chissà dove, è solo un tassello del più generale processo di sparizione della democrazia dalla scuola. Anche in questo la scuola ripercorre il sentiero tracciato dalla società. Pensate a come avviene la trasformazione del territorio, alle grandi opere; chi partecipa? Chi decide? Alle comunità resta solo la possibilità di accettare o meno un pacchetto confezionato altrove.

L’alfabeto.

Si usano i termini “accoglienza” e “alfabetizzazione” quasi come fossero sinonimi; è un uso improprio. O, nel migliore dei casi, alfabetizzazione come presupposto necessario ad una buona accoglienza. Presupposto anche temporale. Prima impari la lingua poi ti integri. Questa visione, anche dietro le buone intenzioni di chi la difende, ha alle spalle una precisa idea di formazione e educazione.

Un’idea secondo la quale la persona è “vivisezionabile” nelle sue componenti cognitive e affettive: c’è il pezzo della lingua, quello dell’affettività, quello dell’incontro con i saperi strutturati, quello della sua corporeità ecc. e ognuno di questi pezzi può essere “aggiustato”, trattato separatamente dagli altri.

Nel caso della lingua poi la cosa è proprio lampante: come si può pensare che sia più fruttuoso imparare l’italiano separando i bambini da alfabetizzare dagli altri già alfabetizzati (italiani e non)? Creando un luogo ad hoc dove, come su una catena di montaggio pedagogica, si mette mano alla lingua, per poi pensare all’incontro con i bambini italiani delle classi normali.

La cosa non regge dal punto di vista “tecnico”, volendo stare sul terreno dei professionisti dell’insegnamento delle lingue. Basta leggere quanto scrivevano nel 2008, a commento della mozione Cota, le maggiori Società e Associazioni che si occupano di linguistica e insegnamento della lingua in un documento comune: “l’acquisizione di una lingua è tanto più facile, rapida, completa quanto più giovane è l’età del soggetto apprendente e quanto più piena è l’immersione nella nuova realtà linguistica e culturale”. La scoperta dell’acqua calda.

Ma non è solo questo. La lingua vive nella relazione e creare luoghi dove essa si apprende come fatto astratto significa nient’altro che riprodurre vecchi errori della scuola tutta; creare luoghi asettici che stanno fuori dalla realtà. Dove la realtà arriva come una eco lontana.

Insomma, nel binomio accoglienza e alfabetizzazione, se proprio dobbiamo cercare un primato, viene prima l’accoglienza. Che accoglienza è quella che dice: “ti do il benvenuto ma per un po’ mettiti da una parte e preparati bene ad essere accolto da me.”?

Sul piano delle potenzialità pedagogiche poi la presenza della diversità in classe (ciascun bambino col suo carico di ricchezza e difficoltà, non solo gli stranieri) dovrebbe essere il punto di partenza dal quale muovere. Ed è un punto di partenza fertile che può aprire possibilità, occasioni per immaginare percorsi di insegnamento-apprendimento nuovi. L’accoglienza (con dentro l’alfabetizzazione) dovrebbe ad esempio diventare un “affare” di tutta la classe e non solo una incombenza dei docenti.

La scuola invece oggi ha come pratica costante quella di creare “ambienti” separati per bisogni specifici diversi. E spesso mette sopra ciascun bambino etichette ben visibili (e spesso indelebili) che certificano la sua “diversità”. La classe ponte Bolognese, in tal senso, lungi dall’essere una novità si inserisce nel solco di una tradizione pluriennale. Per dirla con una battuta: rispetto all’accoglienza di bambini stranieri la scuola così come è oggi non può che produrre risposte come la classe ponte.

Ovvio, l’idea di costruire percorsi a partire dalla diversità presuppone un lavoro faticoso, complesso che necessita conoscenza e riflessione da parte degli insegnanti, ma rispetto al quale non ci possono essere scorciatoie. O così o non si parli di accoglienza.

Ecco: la classe ponte immaginata a Bologna è una scorciatoia. E non ci interessa nemmeno dove porti perché nell’insegnamento-apprendimento ciò che conta non è il “prodotto” ma il processo.

Immagina/2

L’immagine dalla quale sono partito, quella di un ragazzino che, a prescindere dalla sua volontà, si ritrova in un contesto nuovo non è solo un artificio retorico per introdurre al tema. No, è proprio il cuore della questione: per “far vivere il mondo a scuola” è necessario ripartire dalle storie di vita di chi a scuola arriva, restituire unità alla persona, prepararsi all’accoglienza, parlare di incontro e non di integrazione, creare contesti il cui scopo primario sia la possibilità di espressione di tutti, italiani e non.

 

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Socialismo, perché no? https://minimaetmoralia.it/societa/socialismo-perche-no/ https://minimaetmoralia.it/societa/socialismo-perche-no/#comments Thu, 23 Feb 2012 08:43:48 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6666 Questo articolo è stato pubblicato sul numero 8 della rivista Gli Asini. Partendo da un libricino del filosofo canadese Gerald Cohen, che titola il pezzo, «Socialismo, perché no?», Stefano Laffi avanza una proposta di società basata sui principi di uguaglianza e comunità.

di Stefano Laffi

È̀ una questione di evidenza, di presa d’atto. Per semplicità, per essere creduti, prendiamo citazioni note e scontate dalle pagine di un qualunque vecchio manuale di Educazione Civica, oggi Cittadinanza e Costituzione. L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro... Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione... Le libere elezioni sono lo strumento fondamentale della democrazia perché consentono al popolo di eleggere il Parlamento. Eccetera. Fermiamoci qui, per pietà. Non è questione di ignorare la Costituzione o non sapere a memoria l’inno, è che non ha riscontro, non è qui non è ora, è come studiare l’aoristo in greco antico, giusto farlo ma quel tempo non ci appartiene.

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Questo articolo è stato pubblicato sul numero 8 della rivista Gli Asini. Partendo da un libricino del filosofo canadese Gerald Cohen, che titola il pezzo, «Socialismo, perché no?», Stefano Laffi avanza una proposta di società basata sui principi di uguaglianza e comunità.

di Stefano Laffi

È̀ una questione di evidenza, di presa d’atto. Per semplicità, per essere creduti, prendiamo citazioni note e scontate dalle pagine di un qualunque vecchio manuale di Educazione Civica, oggi Cittadinanza e Costituzione. L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro… Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione… Le libere elezioni sono lo strumento fondamentale della democrazia perché consentono al popolo di eleggere il Parlamento. Eccetera. Fermiamoci qui, per pietà. Non è questione di ignorare la Costituzione o non sapere a memoria l’inno, è che non ha riscontro, non è qui non è ora, è come studiare l’aoristo in greco antico, giusto farlo ma quel tempo non ci appartiene.

Oggi, qui in Italia, di lavoro non si vive ma in compenso si muore tre volte al giorno per 1000 incidenti mortali sul lavoro all’anno, il lavoro non è nei fatti un diritto per la maggior parte degli under 30, non è il sogno unificante degli italiani ma il miraggio dei giovani e l’incubo di chi doveva andare in pensione, è il privilegio di alcuni o l’arma di ricatto verso chi ne ha più bisogno, come i migranti. Quanto poi i parlamentari – non tutti, non sempre, va bene – rappresentino molto poco la Nazione e molto se stessi, è nell’evidenza degli ultimi mesi. Le loro liste poi erano bloccate alle elezioni, qui nessuno di noi ha scelto nessuno, in elezioni che non sentiamo più come apice democratico, momento di decisione privato e in coscienza, perché la trasformazione dei mezzi e dei modi della comunicazione pubblica ha truccato le carte, il consenso è oggi una questione di soldi, di budget disponibile e marketing, di abile costruzione di immaginari di sogno o di rabbia, di corruzione morale porta a porta, o Porta a Porta se si preferisce…

Se la democrazia soffre, non va meglio al capitalismo. Viviamo in un’economia di mercato, fondata sulla libera concorrenza, perché questa è la forma ideale di distribuzione delle risorse e valorizzazione delle competenze, eccetera: non è qui, non è ora. Da molto tempo abbiamo cercato invano la libera concorrenza dove ci avevano promesso: non c’è nei media o nell’editoria, non c’è quando fai la benzina o prendi il treno o il taxi, non c’è quando cerchi un posto di lavoro, non c’è quando partecipi a un bando pubblico, non c’è quando cerchi una casa. Poi, di recente, abbiamo visto che quando invece arriva nelle sue forme più attuali, più spinte – la globalizzazione dei mercati, la speculazione finanziaria – è una rovina, fa la felicità di pochissimi e la povertà di tanti, polarizza i redditi, semina ingiustizia e violenza, rovescia i governi, cancella la storia dei territori e delle persone. E tutto diventa insensato: cosa c’entra la mia vita con lo spread, perché la prima cosa che mi viene raccontata del mondo è la borsa di Tokio, perché il mio tempo di lavoro o di riposo dipenderà dai Btp e non da me, dal mio corpo, dalla mia testa, da chi ho vicino?

Socialismo, perché no?
È così che si intitola un libricino, prezioso e sorprendente, del filosofo canadese scomparso di recente, Gerald Cohen, pubblicato nel 2010. Quel titolo provocatorio, che sembra infilare una proposta politica così, come valesse un “tanto vale provarci”, per mano in realtà di un raffinatissimo filosofo politico, svela la prima chiave interessante, assai poco comune nel nostro dibattito.
Non si tratta dei funerali del capitalismo di chi aspettava questo momento da una vita, e ci arriva col rancore dell’attesa, quasi della vendetta. E nemmeno è un esercizio di ortodossia marxista di chi non è mai uscito dalla foresta, crede di essere nell’Ottocento di fronte alle masse proletarie. E non siamo noi italiani di oggi, col nostro senso di disperazione, per esclusione disposti a tutto pur di liberarci del regime degli ultimi anni. Né siamo noi italiani col tabù della parola “socialismo”, perché l’ultimo che l’ha indossata si chiamava Bettino Craxi, per molti versi padre politico di Silvio Berlusconi, creatore di una Milano che forse solo ora si comincia a liberare, parola comunque “bruciata” da un partito finito male e molto lontano dalle sue idee fondative.
Pare strano, ma ci tocca sentire da un filosofo canadese cresciuto a Oxford l’avance sul socialismo come un’opzione sensatissima, plausibile, realistica, da prendere seriamente in considerazione perché ci conviene. È questo che ci spiazza, perché non appartiene alla nostra retorica: con serietà e pazienza Cohen mostra che converrebbe provare. Lo spiazzamento sta nel fatto che qui non si parla di crisi, di lotta di classe, divario fra ricchi e poveri, forse perché Cohen sa che con quegli argomenti ci si divide immediatamente fra chi è d’accordo e chi non ne vuol sentir parlare. Insomma non convinci nessuno che non lo sia già prima. Cohen prende per mano e poco alla volta – la lettura non è emozionante, Cohen non trascina le folle ma scandaglia le varie ipotesi e le relative argomentazioni da filosofo analitico – prova a smontare le obiezioni di principio, per rendere accettabile quell’avance a più persone possibili.

Il campeggio
È questo il colpo di genio del pamphlet, tutto parte dall’idea di andare insieme in campeggio. Perché il campeggio è il socialismo realizzato. Vogliamo tutti divertirci e ognuno a modo suo, condividiamo degli strumenti che ci scambiamo secondo le necessità – perché non prestare il martello se non lo stai usando? – le differenze sono rispettate ma anche messe implicitamente al servizio di tutti, perché chi sa cucinare bene lo può fare anche con poco sforzo per gli altri oltre che per sé, e se vai a far la spesa puoi chiedere anche agli altri cosa manca, e quando lavi non ti cambia molto farlo anche per chi hai vicino… La cosa straordinaria del campeggio è che il socialismo è la soluzione più naturale di regolazione dei rapporti fra le persone, prova ne è che qualunque introduzione di regole di mercato risulterebbe assurda: se tu fai pagare il prestito del martello poi ti tocca comprare l’aiuto di chi ti tiene i bambini mentre fai la doccia, e se lì ti accorgi di avere finito lo shampoo anziché chiederne una manciata a chi hai accanto fai la follia di tornare indietro, rivestirti e andare a comprarne una confezione intera, mentre corre il tassametro di chi tiene i bambini… Che inferno – o banalmente troppo simile alla vita urbana di tutti i giorni – e poi quale sarebbe il prezzo di ogni cosa, e stabilito da chi, e accettato da chi? Insomma lo scambio naturale comunitario e autoregolato secondo capacità e disponibilità di ciascuno per il benessere di tutti se trasformato in compravendita diventa folle, complicatissimo, opinabile, certamente la rovina di una vacanza.
Il campeggio è un esempio, non è il traguardo, Cohen non vuole lanciare velatamente un ritorno alla natura né presuppone che quel tipo di vacanza possa piacere a tutti, anzi, è lui il primo a prenderne le distanze, dichiara apertamente di preferire il comfort del college di Oxford alla vita all’aria aperta, ma ciò non toglie che il campeggio funzioni così e così al suo meglio, con piena felicità di tutti.
Il segreto del campeggio è che riesce a fondere due principi, quello di uguaglianza e quello di comunità, ma è la forza del secondo a determinare quel particolare equilibrio. L’analisi di Cohen è sofisticata e teorica, proviamo a tradurla nel suo esempio. Il campeggio è una città di eguali, non c’è gerarchia sociale fra i campeggiatori, il professore universitario non lo distingui dall’impiegato o dall’operaio quando è in costume che picchetta o cucina. Ma è un’uguaglianza speciale, perché azzera la valorizzazione che ciascuno è riuscito a ottenere nella società per il proprio talento, creando nuove dinamiche e processi redistributivi: a picchettare forse vale di più l’operaio del professore, a leggere le istruzioni della tenda che si apre in due secondi forse è più abile il figlio quindicenne del padre. Ma è poi la circolazione di tutto a generare il beneficio collettivo: l’intuizione del figlio, la manualità dell’operaio e magari le competenze linguistiche del professore a chiedere il martello ai campeggiatori stranieri vicini danno a tutti e tre possibilità che da soli non avrebbero avuto. E tutto questo avviene senza negare le diversità, perché il campeggio lascia liberi, c’è chi si sveglia presto e chi dorme fino a tardi, chi ama rilassarsi leggendo e chi facendo ogni tipo di sport all’aria aperta, eccetera. E la libertà si autoregola, senza bisogno di Costituzione, giudice di pace o servizio d’ordine: a nessuno viene in mente di giocare a pallavolo fra un lato e l’altro della tenda del vicino, di scaricare l’immondizia davanti al suo ingresso, di ignorare uno che piange, di protestare se la biglia del bambino del vicino ti arriva sul piede. La verità è che la reciprocità comunitaria crea civiltà, solidarietà e tolleranza, perché nella reciprocità comunitaria lo scambio fra le persone è per necessità, utilità, piacere, mentre nel mercato sempre e comunque per guadagnare.

Metter le tende in città
Si vede che Cohen non andava in campeggio o non ci andava da un pezzo, oggi avrebbe rischiato la micidiale animazione con il rito serale della baby dance, il macchinone del vicino che quasi non ti lascia l’accesso alla tua tenda, la scena sconfortante del salotto a cielo aperto perché c’è chi trasferisce la casa in campeggio e passa le sere in poltrona a guardare la tv… ma non importa, nulla toglie all’idea socialista – se mai misura il nostro livello di intossicazione da comfort – e alla bellezza insuperata del campeggio come vacanza.
La questione, che Cohen non si pone, è come colonizzare la città. Sono convinto che il segreto del campeggio sia molto legato alla natura, all’essere seminudi in mezzo agli alberi, al dover usare le mani e il corpo, alla condizione di necessità e fragilità che un semplice temporale ti restituisce, al non essere esposti praticamente mai a messaggi pubblicitari, al poter fare quasi tutto senza avere con sé né orologio né portafoglio. Insomma, tutti i principi della vita urbana sono ribaltati. Non credo onestamente che il trapianto sia possibile, così com’è, e chi in città è circondato dalla natura, dorme sull’amaca, si abbronza seminudo a casa e ignora l’orologio probabilmente non è l’avamposto del socialismo ma un ereditiere privilegiato.
Eppure il campeggio è fondamentale, per un’altra ragione: il campeggio è una scuola, è una pratica di igiene mentale, è un’esperienza pedagogica fondamentale per capire altre cose di te e degli altri, per imparare a stare nella natura se come tutti sei costretto alla cattività della città, per misurarti con un’antropologia di te cui altrimenti non accedi. Quel processo di smaterializzazione ha dell’incredibile – tutta la pesantezza della casa e dei suoi mille oggetti si volatilizza in uno zaino di pochi chili, dove c’è tutto quel che basta, ma allora come stai vivendo? – quel congedo sereno dagli elettrodomestici e dai display non ti par vero, e nulla ti apre quanto ripensare le relazioni umane a partire da porte fatte di nylon e cerniere, da grigliate comuni improvvisate senza telefonarsi e conoscersi, dal giocare coi bambini degli altri, dallo scambio di tutto, dai doni che ti viene naturale fare quando parti, dalla casualità di chi hai vicino, dall’emozione che senti nell’essere sotto lo stesso cielo, dal piacere di sentirti finalmente utile e non tanto valutato per i tuoi successi o insuccessi. Non è un caso che in campeggio non esista solitudine, e in questo sia veramente il socialismo realizzato. Cohen ha ragione, c’è da imparare dal campeggio.

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Matite copiative https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/matite-copiative/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/matite-copiative/#comments Mon, 25 Jul 2011 09:29:23 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4821 Pubblichiamo di seguito un intervento di Stefano Laffi, autore e ricercatore sociale, uscito sull’ultimo numero della rivista Gli Asini (quest’anno insignita del premio Lo Straniero nella sezione riviste). Laffi fa una riflessione sul ruolo che hanno avuto i giovani nella vita politica e sociale degli ultimi mesi, sulle azioni, di cui si sono effettivamente resi protagonisti, nel tentativo di cambiare una realtà e una democrazia che non garantisce loro alcuna prospettiva e alcun futuro.

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Pubblichiamo di seguito un intervento di Stefano Laffi, autore e ricercatore sociale presso l’Agenzia Codici di Milano, uscito sull’ultimo numero della rivista Gli Asini (quest’anno insignita del premio Lo Straniero nella sezione riviste). Laffi fa una riflessione sul ruolo che hanno avuto i giovani nella vita politica e sociale degli ultimi mesi, sulle azioni, di cui si sono effettivamente resi protagonisti, nel tentativo di cambiare una realtà e una democrazia che non garantisce loro alcuna prospettiva e alcun futuro.

di Stefano Laffi

Dall’altra sponda del Mediterraneo sono scesi in piazza e hanno sovvertito regimi, con una rapidità e un’assenza di violenza mai immaginata e prevista dai nostri osservatori adulti ed esperti, da chi guardava quei paesi con la supponenza di vivere in democrazia, quindi in teoria più libero e più rappresentato da chi lo governa. In Spagna hanno invaso le strade per gridare lo scandalo di aver vent’anni e nulla in mano e nessuna prospettiva dopo, per nulla rappresentati dalla propria democrazia, occupata da una classe politica indifferente alle loro sorti. Da noi non va meglio, Gli asini è una rivista nata anche per questo, rendere giustizia nella riflessione e nella proposta di cambiamento di una realtà che non dà ai giovani le opportunità che meritano. Non va meglio perché il regime di esclusione, repressione e manipolazione della voce dei giovani è più pesante di quanto non si creda. Chiamati in causa solo per la retorica politica della fuga dei cervelli o per quella commerciale dei talent show, sono invece inascoltati o pesantemente zittiti quando chiedono semplicemente una scuola e un’università non depauperate, una cultura libera, un mondo del lavoro che si accorga che qualcuno deve ancora entrarci.
Sono fin troppo bravi i ragazzi. Di botte ne avevano già prese a dicembre, quando avevano provato – inventandosi modi nuovi e non violenti di manifestare – a dire la propria opinione sulla riforma Gelmini in via di approvazione. Ma come può essere che l’università fa i questionari di gradimento agli studenti di ogni singolo corso per misurarne la soddisfazione, mentre la loro voce di dissenso è ignorata quando il ministro cambia tutta l’università? Non ci si sente presi in giro?
Ma questo è un paese dove se per strada a vent’anni dici con tono di voce normale “fai ridere” a un candidato politico ti avvicinano due poliziotti in borghese per identificarti come fossi un criminale (a Milano, youtube per vedere). Così è capitato che alle due ultime “customer satisfaction” della nostra democrazia rappresentativa – le elezioni amministrative e i referendum – i giovani (che vengono interpellati solo per rispondere a questionari) si siano fatti di nuovo sentire. Perché il loro voto è stato determinante a cambiare le cose, laddove sono cambiate, perché loro come e più di chi appartiene ad altre fasce di età hanno voluto che le città avessero nuovi sindaci, l’acqua fosse un bene pubblico e il nucleare non fosse l’ennesimo nuova ombra sul loro futuro. Mentre nel mondo tutto diventa colore, digitale e touch screen e i giovani crescono in questa nuova cultura materiale, la nostra stanca democrazia ha messo in scena il rito del voto, con fogli giganteschi di pessima carta e matite copiative, ormai anche quelle made in china. E i giovani ci sono stati, hanno messo da parte per un attimo i loro display, le loro tastiere, i loro spray, i loro microfoni, i loro cursori sui mixer perché hanno capito che a questo giro servivano le nostre matite copiative, per dire basta. Ma prima di venire ai seggi e ossequiare il voto – nessuno come un ventenne è tanto serio, scrupoloso, preciso con le schede e le urne, parola di presidente di seggio – le tastiere e i microfoni li hanno usati abbondantemente: mai come in queste elezioni la loro musica è stata così schierata, così capace di parlare, di regalare il piacere di cambiare, e mai come in queste elezioni le tecnologie hanno mostrato il loro volto migliore, far da passaparola per organizzare mobilitazioni, per irridere la tribuna politica quando questa si faceva ridicola e per strada non potevi parlare, per dare accesso ai contenuti politici laddove la vecchia televisione si censurava da sola. Le tecnologie di oggi, che la destra proprio non ha capito, sono amate dai ragazzi perché sono l’unico luogo in cui la storia è sceneggiata da loro, è commentata o trasformata dalle loro parole e dalle loro immagini, quasi una vendetta contro la realtà delle istituzioni e della vita pubblica, in ostaggio degli adulti, dei vecchi, dei potenti.
Quella realtà, quelle istituzioni e quella vita pubblica sono state negli ultimi anni davvero misere, patetiche, umilianti. Se scorressimo in rapida successione le prime pagine dei giornali di questi anni ci renderemmo conto di quello che a dosi giornaliere omeopatiche forse si sente di meno, la pena di doversi specchiare in un paese governato per interessi personali, da persone senza dignità. Quando in questi anni la politica ha provato a coinvolgere i giovani nel massimo slancio di generosità ha parlato di partecipazione, ha creato i consigli comunali dei ragazzi, i forum giovanili, le quote under 30 o 40 di alcune posizioni. La sensazione è che poco sia cambiato, che non basti e che alcuni di quegli inviti a partecipare fossero cooptazioni, modi per inibire la formazione di dissenso. Oggi abbiamo capito che i giovani non vogliono partecipare di più, vogliono proprio cambiare. E che noi abbiamo bisogno di loro come non mai, se questo paese non ci piace.

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La perla di Labuan. A duello con Salgari https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-perla-di-labuan-a-duello-con-salgari/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-perla-di-labuan-a-duello-con-salgari/#comments Fri, 27 May 2011 10:03:57 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4424 Questo articolo su Emilio Salgari è uscito per la rivista Gli Asini

di Nicola Ruganti

Fare i conti con Emilio Salgari per molti significa guardarsi indietro e indagare il rapporto con la propria infanzia, con il proprio comodino e non con le aule del liceo e della letteratura. Salgari è, prima di qualunque interpretazione critica, un autore popolare. Un autore fuori dalla cerchia dei classici, che scrive alla fine dell’età risorgimentale.

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Questo articolo su Emilio Salgari è uscito per la rivista Gli Asini.

di Nicola Ruganti

Fare i conti con Emilio Salgari per molti significa guardarsi indietro e indagare il rapporto con la propria infanzia, con il proprio comodino e non con le aule del liceo e della letteratura. Salgari è, prima di qualunque interpretazione critica, un autore popolare. Un autore fuori dalla cerchia dei classici, che scrive alla fine dell’età risorgimentale. All’individualismo borghese viene offerta, in un clima etico e ideologico che è quello post-unitario dell’Italia fra i due secoli, una poetica avventurosa, elementare ma efficace. Purtroppo Salgari è così ossessionato dai suoi fantasmi che finirà per assumerne le sembianze.
Non si può non considerare l’uomo, la sua semplice storia triste, quasi pirandelliana: la moglie in manicomio, il padre morto suicida, e lui stesso che, oppresso dalla nevrastenia e terrorizzato dal diventare cieco, muore suicida. “A voi che vi siete arricchiti colla mia pelle mantenendo me e la mia famiglia in continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che io vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna”. Non sarebbe così sconvolgente il biglietto del suicidio se non perché per ogni bambino “sanguinaria” è l’immaginazione – che circonda scimitarre, kriss, arrembaggi, i pirati della Tortuga e i tigrotti a Mompracem –, ma non certo la realtà.
Non è il gesto estremo di un narciso patologico delle lettere, ma la conclusione dolorosa di un’esistenza tragicomica, che calza a pennello con il gigantismo in-sostenibile dei suoi personaggi, in particolare dei protagonisti. Un uomo disorientato, foriero di bugie sulla data di nascita e su viaggi mai fatti, che sfida a duello un collega giornalista che mette in dubbio il suo titolo di capitano, ma anche consigliere per anni della Società di Ginnastica e di Scherma Bentegodi di Verona, commerciante sfortunato di bicicli, soprannominato dai suoi amici e colleghi “tigre della magnesia”… Tra le due oscillazioni, quella del dinamismo e quella dell’inettitudine si uccide schiacciato dalla seconda, in miseria e sfortunato. Nella realtà cittadino di due città (Verona e Torino), con la fantasia un cosmopolita apolide.
Non è una responsabilità dei ragazzi di oggi aver interrotto la tradizione, ormai novecentesca, di leggere Salgari, e sarebbe di grande attualità confrontarsi con il suo concreto esempio di un disadattamento letterario e biografico. Le condizioni in cui si trova la società contemporanea sono stravolte: per capire il tramonto di Salgari, la sua distanza da un immaginario pensato per il presente e anche la progressiva perdita di terreno in tutte le altre sfide, è utile prendere coscienza che, quando un tessera del mosaico viene sostituita, quel cambiamento è irreversibile: niente sarà più come prima. Riflettere su Salgari significa ripensare a quel gruppo di fortunati autori che sono riusciti davvero ad essere nazionalpopolari. Certo il popolo è scomparso ed è rimasta la società dei consumi, ma le avventure del Corsaro nero e delle Tigri della Malesia hanno presidiato le camere dei ragazzi con continuità almeno fino agli anni ottanta.
Lo stravolgimento successivo preparato con dovizia dal mondo televisivo si è palesato con tutto il suo potere deformante e ha spazzato via, dal panorama delle letture condivise da alcune generazioni, Salgari insieme a molti altri.
Kabir Bedi non è più l’icona esotica che ha rappresentato Sandokan nell’omonima serie televisiva italiana, ma un bolso personaggio decadente che fa coppia con l’ombra del Totò Schillaci nazionale alla seconda edizione dell’Isola dei Famosi: la realtà supera la fantasia, ma quel che è peggio con la parodia. Ecco che si palesa così il talento dei comunicatori di professione: si pesca dagli anni settanta, ottanta e novanta (se lor signori si son fatti logorare affari loro, certo non è un sacrilegio) e si ributtano in acqua organismi mutati e inquinanti.
Per fortuna per i lettori di Salgari le versioni televisive non sono che l’occasione di poter fare un tuffo nella memoria più o meno recente, nelle intermittenze del cuore evocate dai ricordi della propria infanzia. Salgari è destinato, per le sue stesse scelte e per il suo stile poco raffinato, non solo a non essere consacrato, ma ad essere sempre sull’orlo del declassamento: il lasciarsi trascinare nella stesura di torrenziali corpo a corpo e l’indagine solo epidermica della psicologia dei personaggi lo condannano al limbo, sul confine della letteratura.
Salgari non è un eversivo – forzatura del saccheggio postumo della critica fascista – casomai il contrario: Salgari educa a una dimensione collettiva, ci spera. I racconti dall’isola di Mompracem, nelle cloache indiane oppure della Tortuga sono narrazioni preziose di una fratellanza diversa sia da quella militare che da quella religiosa. Sceglie di esaltare i sentimenti primari, lascia ad altri il salto della complessità formale e poetica, ma il sostegno alla grammatica elementare dei rapporti umani, non è certo dannoso. Un autore così tanto letto dai ragazzi italiani per tutto il novecento si pone naturalmente al centro delle controversie critiche: la propaganda fascista lo tira per la giacchetta, lui è incapace di resistere perché defunto una decina di anni prima (dura il tempo del ventennio), mentre Franco Fortini nel 1946 sul “Politecnico” si concentra su un aspetto legittimo quanto controverso: cosa rimane ai giovani alla fine della lettura di Salgari? “Ma Salgari non fu un ‘caso’, fu un ‘sintomo’. È stata una delle nostre ‘ambizioni sbagliate’. Non era, la sua fantasmagoria, un avvio alla realtà, alla storia; come lo erano, per gli americani e per gli inglesi, i suoi equivalenti anglosassoni. Era una fuga: quando il nostro ragazzo chiudeva distratto l’ultimo dei suoi venti o trenta volumi e si accorgeva di non esser più ragazzo, il mondo intorno a lui non aveva nessun rapporto con quello degli scotennatori, della Crociera delle Tonante, o della Figlia dei Faraoni”.
Una considerazione da affiancare all’articolo sul “Politecnico” è la sintesi di Bruno Traversetti nella sua Introduzione a Salgari per Laterza, quando lo descrive come uno scrittore con tutte le credenziali per essere considerato nazionalpopolare (vista l’immensa fortuna di pubblico), senza che questo basti a renderlo un autore “nazionale” e “popolare” come sosteneva Gramsci. Si avvalora così la tesi che vede nel nostro paese “l’assenza di una tradizione unitaria e coesiva, di una produzione, cioè, in grado di sollecitare l’emotività e l’interesse di tutte le classi sociali intorno a grandi temi comuni” tranne nell’unico
genere nazionalpopolare italiano, quel melodramma (che in Salgari risuona) che ha “elaborato in vivi fantasmi dell’immaginario le inclinazioni emotive di tutti gli strati sociali”.
Fortini chiede al presente ai suoi coetanei di reagire, andando oltre Salgari, quando non ancora trentenne ricorda, guardando al futuro, che “la gioventù italiana andava avanti, come ha fatto fin ora, costretta a dir di no al proprio passato, a gettar via per dimenticarli, uno dopo l’altro, i suoi anni”.
Quello che rimane dell’opera di Salgari è l’energia, probabilmente la forza della disperazione, dei tigrotti di Mompracem e dei corsari della Tortuga che afferrano il lettore nel pieno dell’infanzia e che sembrano dileguarsi con il crescere, per riprensentarsi come cellule dormienti alla resa dei conti con il proprio immaginario, con il rapporto che ognuno si costruisce con il pericolo e il mistero: ingredienti dell’avventura.
Il terreno dell’avventura è stato colonizzato a più riprese e reso inservibile, addirittura innocuo: ripartire da Salgari può essere un’occasione per capire cosa ci serve e cosa buttare. Ogni pagina un colpo uno sparo una scimitarra e un kriss, ogni capitolo un arrembaggio e qualche sorsata di aguardiente: Salgari non sostiene la suspense, ma l’atmosfera è comunque satura di mistero. La sua cifra poetica è proprio l’avventura come formazione è l’immediatezza disarmante con cui si è spinti a entrare nella dimensione del pericolo correndo lungo le pagine. Il lettore non può che trangugiare, deve succedere tutto anche a discapito della narrazione, anzi della letteratura, e forse non può essere altrimenti. Il bambino che legge ha la percezione che la sfida è continua, ma soprattutto non rimandabile a domani. E se si pensa a quanto – nell’infanzia e nell’adolescenza – è importante più di ogni cosa il presente e non il passato e
neppure il futuro, allora si capisce come Salgari abbia catturato la fantasia di tantissimi ragazzi. Amici adulti, o parenti, né letterati né intellettuali, ma persone semplici e perbene, a un certo punto hanno messo sul comodino i romanzi di Salgari e poi vedendo gli occhi accendersi hanno continuato con le dosi; così più o meno tutti hanno fatto, così diverse generazioni hanno letto.
Paco Ignacio Taibo II ha appena pubblicato un pastichedal taglio smaccatamente postmoderno Ritornano le tigri della Malesia (più antimperialistiche che mai). E certi recuperi appaiono fuori tempo massimo, ma portano con sé un dato importante: l’orizzonte delle avventure di Sandokan ha ispirato l’infanzia anche oltre oceano. Il modo è quello degli archetipi dei romanzi: “il codice etico dei tre moschettieri, l’atteggiamento impavido di Robin Hood e l’antimperialismo di Sandokan”. La minestra è riscaldata, si avverte addirittura uno scompenso quando si arriva alla lettera recapitata a Yanez de Gomera niente di meno che da Friedrich Engels (!). L’affettuoso ricordo che probabilmente Taibo II aveva di Yanez è stato ruminato dall’intellettualismo slow food: esattamente agli antipodi di quella insoddisfatta tensione iperproduttiva di Salgari, l’urgenza è uno di quei criteri indispensabili per smascherare il kitsch, per riconoscere la credibilità.
Di tutt’altro impasto Otto scrittori, il commovente e geometrico racconto Michele Mari inserito nella sua raccolta Tu, sanguinosa infanzia (2009): il narratore vede Conrad, Defoe, London, Melville, Allan Poe, Salgari, Stevenson, Verne come un unico immenso scrittore, ma immergendosi in un humus fatto di memoria e parole inizia a definire meglio chi è lo scrittore più autentico “del mare e delle sue tremende avventure”. Si deve tacere la fine del racconto, ma non il come vi si arriva e, dunque il terzo a doversi allontanare è proprio Salgari: “Lo persi con tutta la mia infanzia, e fu tale la tristezza che in segno di rispetto vietai al mio cervello di enumerare gli elementi di impurità che potevano giustificare quella scelta. Perché la sua infinita generosità non meritava che né io né altri giudicassero i suoi libri, i suoi cento libri scritti tutti con la stessa cannuccia tenuta insieme da un filo di cotone. […] E dietro di loro comparve un altro gruppo di persone, e con un brivido riconobbi Sandokan, la Tigre della Malesia; e Yanez de Gomera, il portoghese; e Kammamuri e Tremal–Naik; e il Conte di Ventimiglia detto il Corsaro Nero; e Wan Guld, il fiammingo; e una delegazione di filibustieri della Tortuga; e a una voce dissero: noi andiamo con lui, e io lo pensai in quel bosco alle porte di Torino, tutto solo con un rasoio in mano, e l’universo non mi sembrò mai così orrendo”.
Sembrerà impossibile ma negli anni cinquanta insegnanti e genitori erano pieni di sacra indignazione contro le opere di Emilio Salgari: responsabile a detta loro di bocciature e fomentatore di progetti strampalati. Il libro che leggono i bambini non ha infiniti obiettivi, c’è da sperare che sia immerso – a fronte dell’inettitudine conclamata della scena pubblica, inattiva e inattendibile – in un immaginario, che non indulga ai sedativi, ma che anzi sia un po’ combattivo.

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Hip Hop Rock against NOIA! https://minimaetmoralia.it/musica/hip-hop-rock-against-noia/ https://minimaetmoralia.it/musica/hip-hop-rock-against-noia/#comments Wed, 09 Feb 2011 08:46:48 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3757 di Simone Caputo

“Buona parte del punk-rock è costituita dal Grande Ritornello Americano (o Inglese, a dir la verità) della Sublimazione Adolescenziale. Tutti quelli che hanno tra i dodici e i vent’anni vogliono fare sesso, anzi, non pensano ad altro tutto il giorno, ma la maggior parte delle loro riflessioni sono robaccia nevrotica che prosciuga le energie, col risultato cha abbiamo Due Principali Scuole di Punk Rock. Una compensa per eccesso la nevrosi adolescenziale con un’esibizione esagerata di arroganza da macho sottolineata da giri di basso vendicativi come un cazzo in tiro

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di Simone Caputo

“Buona parte del punk-rock è costituita dal Grande Ritornello Americano (o Inglese, a dir la verità) della Sublimazione Adolescenziale. Tutti quelli che hanno tra i dodici e i vent’anni vogliono fare sesso, anzi, non pensano ad altro tutto il giorno, ma la maggior parte delle loro riflessioni sono robaccia nevrotica che prosciuga le energie, col risultato cha abbiamo Due Principali Scuole di Punk Rock. Una compensa per eccesso la nevrosi adolescenziale con un’esibizione esagerata di arroganza da macho sottolineata da giri di basso vendicativi come un cazzo in tiro, mentre l’altra si limita a scalare, sommergendo tutto quanto di doppi sensi contortissimi e ambigui sulla droga. […] Fino a poco tempo fa, almeno. Quelle erano seghe lisergiche da sballatoni di acidi tipiche della metà anni Settanta, ora i tempi sono cambiati e alle droghe nessuno ci fa quasi più caso; ci deve essere qualcos’altro che eviti a quei poveri verginelli di dover cantare di scopate e rovinare tutto rivelando la loro completa inesperienza. Non possiamo liquidarli, perché sono un buon 40 per cento del rock. Solo uno su ventimila ha il genio sfacciato di un Iggy o di Jonathan dei Modern Lovers ed è disposto a cantare dei suoi complessi adolescenziali in modo talmente onesto che ti fa male, imbarazzando da morire metà del suo pubblico”.
Così scriveva Lester Bangs, negli anni Settanta, come al solito fuori dagli schemi e illuminante, capace di raccontare adolescenti e musica come quasi nessuno oggi osa fare o vuol fare, quasi che interrogarsi sulla musica e sui dischi che escono abbia senso, mentre chiedersi qualcosa su quegli adolescenti e quei giovani che la musica la fanno e la ascoltano nei garage e nelle camerette non ne abbia. Bangs va ovviamente tradotto: perché il rock non è più il solo genere di riferimento, affiancato com’è da hip-pop, electro, sonorità indie e dark; perché le trasformazioni tecnologiche, la rete e la “mutazione” culturale investono il presente; perché quei tempi sono finiti con le morti in piscina, su una roulotte, in una vasca da bagno, nel bagno di un aereo privato. È finito un certo rock, e con esso un’epoca di sogni e di speranze. Eppure le parole di Bangs continuano sferzanti a dirci su adolescenti e giovani, ora che i maledetti, le ubriacone, i poeti e i demoni sono spariti, quello che ancor di più oggi non si dovrebbe assolutamente fare: “Non possiamo liquidarli, perché sono un buon 40 per cento del rock”.
Eppure, di fatto, liquidati lo sono. E non solo da gran parte della critica musicale: a farle compagnia ci sono l’università e quanti si occupano di discipline sociologiche, e gli stessi educatori e operatori che pur si preoccupano di condizione giovanile. Se si usa come solo criterio di valutazione quello relativo alle pubblicazioni accademiche sull’argomento il dato che emerge è avvilente: nell’ambito delle discipline sociologiche la discussione sulle comunicazioni di massa è prolifica, ma i problemi della musica (in generale, non solo quelli relativi alla musica e gli adolescenti) non vi godono di una particolare considerazione. Del lavoro di ricerca che la sociologia della musica ha portato aventi nel corso di un ventennio, almeno negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, ma anche in Francia o in Svezia, se ne è a malapena avvertita l’eco in Italia (come sottolinea La musica e gli adolescenti, interessante testo pubblicato dal Dipartimento di Musicologia dell’Università di Bologna nel 2004, tra i pochi esempi italiani di studio attento del fenomeno). In Italia si discute di tempo libero, di politiche culturali, pressoché sempre e genericamente in maniera fastidiosa di “condizione giovanile”. La sociologia dell’educazione e della politica sì, quella della musica no.
Un paese di accademici, educatori e critici spesso ciechi, dunque. Nessuno mette in discussione le dimensioni quantitative della presenza della musica nella vita dei giovani o degli adolescenti; assai meno solida o meglio del tutto inesistente è la conoscenza delle sue ragioni e delle sue conseguenze nel qui e oggi, nonché dei significati che gli stessi soggetti attribuiscono all’ascoltare, consumare, fare musica. Continuano, e a torto, a interessare le culture giovanili solo quando esse sono sub-culture definite sulla base di uno stile di vita estetico, normalmente caratterizzato anche in termini musicali, e si continua a sostenere che le scelte musicali sono parte integrante di reazioni collettive ai problemi che quei giovani vivono per il fatto di occupare posizioni sociali subordinate. Lo si faceva coi mods, i rockers, gli skinhead, i punk, lo si fa oggi con gli emo, gli indie, le crew dell’hip-hop. Un modello d’approccio sbagliato per diversi motivi: perché maschilista, perché non riconosce nelle “camerette” e nei piccoli luoghi strategie in alcuni casi alternative di resistenza simbolica, perché distingue le sottoculture giovanili soprattutto attraverso la musica, ma poi della musica non se ne frega neanche un po’. Un modello incapace di riconoscere il potere degli stessi media e della società dei consumi nel forgiare le rappresentazioni delle sottoculture e le loro pretese di autenticità: il potere tende a renderle “capitale culturale” e a eliminare completamente ogni elemento di disturbo o di resistenza. Un modello completamente inadatto all’epoca della rete, in cui sovraesposizione, super-abbondanza e tutto-immediatamente-disponibile, rendono assai difficile poter parlare di sottoculture. Un modello che si dimentica di tutti quegli altri ragazzi e ragazze che rendono il fare musica un fenomeno sociale di massa e un aspetto cruciale della loro vita, come della vita degli altri. Sempre Bangs in un’intervista del 1980:

“A essere sinceri sono tanto alienato e schifato da chiedermi se davvero voglio fare qualcosa nei prossimi anni. Vedi, la questione è: sta diventando tutto come la rivista People. Tutta la radio, tutta la stampa, tutto quanto sta diventando così, anche l’industria editoriale. Ieri parlavo col mio agente e gli ho chiesto: ‘Pensi che di questo passo l’unica cosa vendibile sarà la biografia-marchetta di una celebrità?’, e lui ha risposto: ‘Non lo so’. […] Allo stesso tempo tutti quelli che conosco sono completamente alienati, scoglionati, nauseati da tutto, e so che gran parte di quelli che lavorano nei media e ci propinano questa roba sono alienati come lo è il pubblico. Il pubblico compra solo perché non gli viene offerto qualcos’altro. E, personalmente, mi chiedo quand’è che la gente comincerà a dire: no, mi rifiuto, non ne voglio più!”.

Aldilà dell’evidente validità delle affermazioni anche per i nostri Anni Zero, quel che è più interessante delle parole di Bangs è nel provare a metterle in relazione con alcune riflessioni sui ragazzi e le ragazze che oggi la musica la fanno (tralasciando il complesso discorso su ascolto, individualità e solitudine legati a esso, società liquida e tutto quello che ne consegue). Perché è proprio negli adolescenti che la musica la fanno suonando e mixando che sembra possibile intravedere soggetti completamente diversi da quelli descritti da Bangs, alienati e scoglionati. Dire che la musica suonata, soprattutto in gruppo, dai più giovani sia una possibilità di libertà, una via anarchica, rispetto alle maglie strette di una società che tende a incanalare, può sembrare un’ovvietà, o ancor più una banalità se si pensa che in fondo è sempre stato così da quando la musica popular ha preso il sopravvento su quella classica.
Eppure banalità forse non è se si pensa che oggi più che mai i mass-media offrono un modello unificante e tremendamente stupido del fare musica, incentrandovi addirittura una gran parte del palinsesto televisivo pubblico e privato: Amici di Maria de Filippi, o X-Factor, i due nomi che subito rendono chiaro il quadro della situazione. Tutrice del talento giovanile italico, Maria de Filippi e i suoi, nel giro di un decennio hanno modificato e alterato nelle teste di molti grandi e piccoli il più basilare dei concetti che chi si avvicina all’arte della danza, o della recitazione, o del canto deve sapere: il talento, che sia dato dal corpo o da una personalità geniale, o lo si ha o non lo si ha; non può essere sostituito da altro. Pur di confezionare galline dalle uova d’ora, utili per una sola stagione e poi da buttar via, la fabbrica De Filippi ha sospinto un modo di pensare per cui è giusto che l’allievo prenda il sopravvento sul maestro, la faccia tosta sul rispetto, la bugia sul vero, il costruirsi un personaggio sull’avere talento. Un salto nel buio che oramai non fanno più solo quanti si presentano dinanzi alle telecamere di Amici, ma i più, fino ai frequentatori di piccoli laboratori teatrali o di concorsi canori. Un salto avallato anche da chi preoccupato dal dare giudizi sulle qualità dei partecipanti alla trasmissione, o sulle beghe generate dalla stessa, non si è accorto che intanto i ragazzi e le ragazze, accaniti teledipendenti, prendono per buono e seguono il modello Amici – del resto a lungo l’unico modello televisivo disponibile. Un’idea avallata da discografici senza scrupoli e ancor più colpevolmente da critici musicali che avrebbero dovuto interrogarsi seriamente su una trasmissione come Amici, e che al contrario, oggi, partecipano alla stessa. Come può scrivere seriamente, sulla stampa nazionale, di musica e televisione, chi è al contempo stipendiato dal programma che dovrebbe descrivere o analizzare?
Il tentativo di costruire personaggi a tavolino in modo da creare un mercato o da accontentarne uno già esistente, non è certo una novità. La presenza però di una vecchia discografica come Mara Maionchi, nel programma X-Factor, talent show Rai, antagonista di Amici di Maria De Filippi, aiuta a comprendere i salti compiuti da un sistema impazzito, facendo di lei un esempio di quanto avviene tanto in Rai quanto a Mediaset. Per decenni la Maionchi ha lavorato per consolidare e guidare progetti talentuosi o almeno validi verso un successo ampio e duraturo: Mogol-Battisti, PFM, Tozzi, Vanoni, De Crescenzo, Mia Martini, De Andrè, Arbore, Tiziano Ferro. Con la scomparsa delle grandi etichette e la frammentazione del mercato dovuta all’esplosione del download on-line, la Maionchi (esempio che vale per i più) ha pensato bene di occupare un posto fisso in tv, per orientare il gusto del pubblico e meglio lanciare i giovani della sua etichetta: in anni in cui i ragazzi vengono gettati sul mercato e bruciati col la stessa velocità, meglio essere sempre di fronte alle telecamere per dire agli italiani chi davvero ha l’X-Factor e chi devono scegliere come star del momento. Azioni efficaci, se si pensa alla forza a senso unico di questo martellamento, capace di spingere più di 90.000 adolescenti a televotare negli ultimi cinquanta minuti di diretta del Festival della Canzone Italiana del 2010 l’insignificante Per tutte le volte che… di Valerio Scanu, e a decidere così l’esito dell’ultimo Sanremo. Con un’ulteriore considerazione su tutte: nulla sono le majors della musica se si guarda ai nomi che oggi le hanno soppiantate nell’indirizzare i gusti musicali soprattutto di adolescenti e giovani. Zeng, Acotel, Tjnet, Buongiorno, Dada, tutti i gestori di telefonia fissa e mobile, e tanti altri ancora.
In un quadro del genere non può che assumere una nuova luce tutto quel mondo fatto di ragazzi e ragazze che suonano, che scrivono canzoni, che si stordiscono nei garage, che remixano qualsiasi tipo di musica, che continuano a picchiare su chitarre e batterie, che descrivono melodie beatlesiane, che si lanciano in rap strampalati, che hanno una memoria musicale da far invidia e cosa non da poco in un’epoca in cui la storia sembra non interessare più a nessuno. Non un’affermazione romantica o una stupida illusione: piuttosto una costatazione, che nella sua semplicità ha però un valore importante. Perché, senza voler dare una sublimazione o un tono alto a un mondo che è assolutamente coi piedi per terra e che disegna nitidamente i confini del presente, esiste una geografia italiana che passa per le grandi città e le provincie marginali, che innesca una catena d’intensità che si propaga da paese a paese, con la velocità e l’ineluttabilità di un grido, con un’utopia fatta di demenzialità, atteggiamenti non classificabili, spinte non previste: un catalogo fantascientifico di band, ragazzini, adolescenti, giovani che suonano e schiattano.
Non aveva certo torto Lester Bangs a dire che “tutti quelli che hanno tra i dodici e i vent’anni vogliono fare sesso, anzi, non pensano ad altro tutto il giorno, ma la maggior parte delle loro riflessioni sono robaccia nevrotica che prosciuga le energie”: basta sentirli suonare e cantare per dargli spesso ragione. Ma forse il dato relativo alla qualità non è quello oggi più importante; in fondo pochissimi diventeranno i nuovi Rosolina Mar, Zen Circus, Jealousy Party, Bugo, Maisie, Bachi da Pietra, Mariposa, senza scomodare Dalla, Battisti, Area, CCCP, Diaframma, Afterhours. Eppure capitare in un piccolo centro sociale, ad esempio, e ascoltare questi ragazzetti che urlano e si sbattono, che si cimentano con i tipi di musica più diversi tra loro, che interagiscono e si ascoltano, è un’esperienza strana: si resta sospesi tra il giudizio molte volte negativo sulla musica e la sorpresa tutta positiva nel vederli e sentirli sinceri e anarchici come sempre meno capita in altri momenti della vita o con altre espressioni artistiche d’oggi. C’è un fregarsene del successo, del giudizio, dell’accordo, del suonino, che fa sorridere. C’è dello sporco che sembra quasi bello. Il coraggio di costruire un sound, forse strampalato, ma almeno autentico pur quando copia qualcuno. Dalla loro la voglia di mettersi in gioco e in relazione, e di portare in giro la propria musica, con un senso dell’apertura che giovani appassionati di cinema e teatro dovrebbero invidiare. Hip-pop-rock against NOIA!
In un momento in cui anti-umano e anti-emotivo la fanno da padrone, ricordare che tanti adolescenti, in barba ai modelli dominanti, fanno rock e hip-hop, suonano senza voler comparire in alcuno studio televisivo, semplicemente comprando una chitarra o usando il computer, non è un fatto banale. La musica come bisogno di avventura, ricerca di un’identità, reazione alle bordate insopportabili delle mode che diventano, infallibilmente, fenomeni di massa, ma anche come bisogno di sicurezze, di sentirsi meno soli. Bisogno di poesia, di mandare a memoria parole e strofe, di avere un qualcuno con cui sbattere la testa o almeno provarci.
E che fa che ascoltando la maggior parte di loro verrebbe da dire: “questa schifezza la saprei fare meglio io”. Anzi è proprio questo uno dei motivi per cui ci piacciono ancor di più.

Mi ha detto Dani che si può cambiare rimbocchiamoci le maniche/scongeliamo i pesci spezziamo i pani baci bene baciamano alle anziane maddalene/ ripaghiamo ridiamo la pensione anche alle puttane e per questo vi porto una voce senza/volto significa non fatemi foto datemi ascolto il cliché del rap del rock con le armi come/Totò le mokò ma io so che si può fare obiezione di coscienza per quelli come me/odio le armi e vi regalo la diligenza/tenetevi le miss le miss in baule l’ importante è che mi lasciate i miei pupi i miei muli/assieme valichiamo confini scoscesi alfabetizziamo paesi con le gesta dei primi francesi/tieniti le capitali dammi gli animali e paesi e l’amore di catanesi more come cinesi/lasciami a piedi nel tacco dello stivale spacchi naturali è vertigine/tieniti stivale tacco spacco vertiginoso e vita infinita sono un poeta la mia morte sarà l’ origine.
«Anche se dite no» – Dargen D’Amico

Questo articolo è contenuto nel numero di Dicembre/Gennaio della rivista Gli Asini, che dedica una lunga e approfondita sezione al rapporto dei giovani con la musica, strumento di formazione e di relazione.

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Tutto da rifare https://minimaetmoralia.it/editoria/tutto-da-rifare/ https://minimaetmoralia.it/editoria/tutto-da-rifare/#respond Fri, 22 Oct 2010 09:22:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3085 Doppio appuntamento oggi su minima&moralia. La consueta rubrica sui luoghi comuni dello scrivere di Francesco Pacifico, che dopo quasi un anno di ricognizione e approfondimento dei classici della letteratura, ci regala oggi una riflessione sul linguaggio volutamente ostico e artificioso del potere, del potere coloniale in questo caso, tratta dal romanzo più famoso di Multatuli, autore olandese del XIX secolo. Inoltre, da oggi e per tutto il weekend, si svolge a Roma la seconda edizione del Salone dell’Editoria Sociale,

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Doppio appuntamento oggi su minima&moralia. La consueta rubrica sui luoghi comuni dello scrivere di Francesco Pacifico, che dopo quasi un anno di ricognizione e approfondimento dei classici della letteratura, ci regala oggi una riflessione sul linguaggio volutamente ostico e artificioso del potere, del potere coloniale in questo caso, tratta dal romanzo più famoso di Multatuli, autore olandese del XIX secolo.
Inoltre, da oggi e per tutto il weekend, si svolge a Roma la seconda edizione del Salone dell’Editoria Sociale, che quest’anno dedica gran parte del suo programma culturale al tema dell’educazione, un tema che riguarda non solo le famiglie, gli educatori “professionali” e gli operatori del mondo della scuola, ma tutti quelli che esercitano un ruolo educativo nella nostra società. Vi riportiamo qui sotto l’editoriale del secondo numero della rivista
Gli Asini, che verrà lanciato durante il salone. Di seguito invece trovate la rubrica.

di Luigi Monti

A questo punto dovrebbe essere chiaro, la quadratura del cerchio non si può trovare. Forse il problema è stato insistere nel cercarla. Mettere a sistema, pretendere certezza, programmabilità, prevedibilità da un processo così vago, complesso, imprevedibile come la formazione di individui che crescono, e pretendere oltretutto cha tale esito collimasse con le esigenze economiche, sociali e culturali di una società e del sistema che la società esprimeva era quantomeno pretenzioso. Meglio, distopico. Ma oggi, dopo decenni di finti dibattiti sulla scuola e veri scontri tra interessi (elettorali, economici, sindacali, culturali…) che la scuola catalizza, ogni proposta di cambiamento (e ogni resistenza al cambiamento), anche se “dalla parte giusta” (democratica e progressista), non può che infognare il dibattito, corrompere lo sguardo e sterilizzare l’immaginazione necessaria a ogni reale processo di cambiamento. Ogni proposta di riforma, se osservata da lontano, appare inutile, scaduta, stantia.
Ogni analisi, ogni interpretazione che si pretende strutturale, “di sistema”, se osservata da vicino, appare utopica, anacronistica. Queste spinte opposte creano, per chi ancora si interroghi sui modi migliori per assecondare la forza liberatrice dell’educazione, un gorgo paralizzante che più che a un maelstrom in mare aperto assomiglia allo scarico limaccioso di una piscina a fine stagione.
Possederemo un metodo per scrollarci di dosso l’oppressione, sosteneva Simone Weil, solo il giorno in cui ne avremo compreso le cause con chiarezza. E per comprenderne le cause è necessario prima di tutto ripulire il nostro sguardo, liberarlo dalle incrostazioni che si sono sedimentate nel tempo, magari a partire dai nostri convincimenti più profondi, dal carattere fantasmatico che li avvolge e per i quali abbiamo combattuto sinora. Fatto questo, proseguiva, bisogna sempre essere pronti, quando necessario, a cambiare fronte, ad abbandonare, come la giustizia, il campo dei vincitori. La scuola rappresenta una delle nostre vittorie più nitide. La scolarizzazione universale e obbligatoria è un obiettivo, almeno qui da noi e nel cosiddetto occidente democratico, ampiamente raggiunto. È il momento di osservare, senza infingimenti né falsa coscienza, cosa ha lasciato sul campo, quali risultati questa vittoria ha garantito. Cosa tenere e cosa rifiutare. Cosa difendere e a cosa opporsi. “Il banco di prova di un’intelligenza superiore”, scriveva Francis Scott Fitzgerald a proposito di un crollo bensì molto più personale, “è la capacità di sostenere simultaneamente due idee contrapposte senza perdere la capacità di funzionare. Uno dovrebbe, per esempio, capire che non c’è scampo ma essere comunque intenzionato a far di tutto per trovare una via d’uscita.” Intelligenze superiori che in questo momento ci aiutino a comprendere il fallimento del sistema scolastico e soprattutto a fornire spiegazioni in grado di indicare percorribili vie d’uscita, in giro non se ne vedono. Quello che si potrà fare – e che iniziamo a fare a partire da questo numero della rivista – sarà comunque sostenere, a più voci e senza paura di cadere in contraddizione, idee necessariamente contrapposte. Come ad esempio che questa scuola è morta, (come istituzione, come mandato sociale, come rappresentazione, collettiva, come struttura, come efficacia) ma che una certa scuola è necessaria (come comunità, come possibilità di incontro fra culture, come trasmissione e creazione di cultura, come spazio pubblico, come critica all’ordine vigente). Che opporsi, in ogni modo, all’attacco della scuola come servizio pubblico è semplicemente doveroso, ma con ciò senza difenderla ciecamente quand’essa si dimostri strumento di alienazione e disumanizzazione. Che se da un lato la scuola rimane probabilmente l’ultimo luogo pubblico in cui sopravvivono piccoli frammenti non mercificati di sapere, dall’altro, a suon di riforme e di piccoli aggiustamenti strutturali, si è trasformata in un assurdo e burocratico insieme di ostacoli che gli insegnanti sono costretti a superare se si ostinano a voler trasmettere ancora un po’ di luce.
Che si può e si deve difenderne il ruolo di servizio pubblico senza con ciò rinunciare a immaginarla radicalmente diversa, in altri luoghi, per un’altra durata, con altri interlocutori. Che ogni idea di riforma non può che procedere in maniera radicale e senza parapetti, ma che ogni radicalità è inutile se non genera un’azione e un cambiamento. Che tentare di “umanizzarla”, mascherandone con ciò i rapporti di potere, non può alla lunga che pervertirne gli ideali, ma non tentare, ogni volta che se ne ha l’occasione, di renderla un posto più decente in cui stare e in cui incontrare sul terreno della cultura, della scienza e dell’arte e in un rapporto di scambio ragazzi e ragazze in formazione, ci rende artefici di un’alienazione non meno degradante.

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Scuole normali per ragazzi normali https://minimaetmoralia.it/societa/scuole-normali-per-ragazzi-normali/ https://minimaetmoralia.it/societa/scuole-normali-per-ragazzi-normali/#comments Mon, 05 Jul 2010 08:44:49 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2633 Questo articolo di Nicola Lagioia è uscito nel primo numero degli Asini (luglio 2010), una rivista bimestrale di approfondimento, inchiesta e ricerca pedagogica e sociale. Da qualche anno mi capita di ricevere inviti nei licei per presentare i miei libri, o per discutere di problemi più o meno collegati all’educazione civica quali l’Unità d’Italia, la […]

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Questo articolo di Nicola Lagioia è uscito nel primo numero degli Asini (luglio 2010), una rivista bimestrale di approfondimento, inchiesta e ricerca pedagogica e sociale.

Da qualche anno mi capita di ricevere inviti nei licei per presentare i miei libri, o per discutere di problemi più o meno collegati all’educazione civica quali l’Unità d’Italia, la perenne messa a fuoco della nostra identità nazionale e così via.

Non essendo più un teen-ager da quasi vent’anni, rispondo sempre sì a queste chiamate, ritenendole degli ottimi pretesti per entrare in contatto con le nuove generazioni. Non ho la pretesa che l’ufficialità degli incontri nelle scuole mi spalanchi chissà quali porte sui segreti dei ragazzi di oggi (cosa sognano, di cosa hanno paura, come sentono il loro tempo, come si fanno risucchiare dal conformismo o come al contrario cercano di costruirsi un’identità, come infine si preparano più o meno consapevolmente a oltrepassare la linea d’ombra che li separa dall’età adulta). E tuttavia, seppure per via induttiva, qualche idea sul loro conto me la sto facendo. Questi incontri sono infatti per gli studenti un piccolo e spesso solo apparentemente indolore banco di prova, dal momento che li costringono a un duplice confronto con ciò che ancora associano al concetto di autorità: l’autorità per così dire interna incarnata dai loro professori, e quella proveniente dal mondo esterno, cioè per l’occasione il sottoscritto – e si sa, non solo per gli adulti, il modo con cui si reagisce al confronto con l’autorità rivela sempre qualcosa di importante negli esseri umani.
Le considerazioni che seguono non hanno la pretesa di completezza né tanto meno di scientificità. Sono più che altro schegge, spunti di riflessione, epifanie, provocazioni guadagnate sul campo delle presentazioni librarie nei licei, piccoli indizi sul funzionamento dei nostri sistemi educativi, e dunque – docenti e studenti – su chi vi è coinvolto.

Falsi pregiudizi

Non credo sia vero, come spesso negli ultimi anni è stato detto (specie dagli stessi docenti a scopo di difesa preventiva) che la scuola al tempo di Facebook e di Maria De Filippi poco sarebbe in grado di fare contro l’appiattimento delle menti dei ragazzi, e ancor di più contro l’imbarbarimento di alcuni loro comportamenti. Secondo questa teoria le fonti di diseducazione sarebbero ormai diventate troppo potenti e pervasive: la televisione innanzitutto, i nuovi media usati in modo dissennato, ma anche gli ambienti sociali degradati e le famiglie – abbienti e non – accomunate dall’analfabetismo di ritorno. A ogni gesto di bullismo esploso sulle cronache dei quotidiani segue puntuale la tirata di presidi e docenti: “cosa possiamo farci, se l’educazione che ricevono in casa loro è quella che è?” E se lo scandalo esplode perché in classe iniziano a girare jpeg soft- o addirittura hard-core di qualche studentessa la colpa è della tecnologia – la Rete, i social network, i siti porno, i telefonini multiuso – e di come la sua acefala volontà di potenza sarebbe in grado di schiantare qualunque volenterosa barricata di umanesimo.
Non credo che le cose stiano così, e a soccorso della mia opinione accorre molto pragmaticamente ciò che succede, con statistica puntualità, ogni volta che metto piede in un liceo come relatore. Gli incontri si tengono quasi immancabilmente nell’aula magna dei licei, dal momento che vi partecipano diverse classi della stessa scuola, i cui studenti rappresentano di conseguenza un campione piuttosto unitario (ragazzi che vivono nella stessa zona della stessa città, di condizione sociale redisribuita per ogni classe in percentuali di eterogeneità presumibilmente simili). Ebbene, nel corso di ogni incontro è sempre accaduto che da una parte gli atteggiamenti civili degli studenti (attenzione, partecipazione, contestazione appassionata e intelligente di quanto andavo dicendo) e dall’altra le condotte poco civili o scoraggianti per chiunque (totale incapacità di prestare attenzione a ciò che accade oltre il proprio naso, compulsivo utilizzo del telefonino, compulsivo utilizzo di un astuccio con cui percuotere i compagni, stato di assoluta catatonia…) non fossero ugualmente distribuite all’interno di ogni classe. A classi di studenti capaci di dare un senso al loro essere lì se ne contrapponevano altre in cui questo non avveniva. Segno che – a meno che non si voglia sposare già l’ipotesi delle classi-ghetto all’interno di una stessa scuola – l’interazione tra studenti e professori conta eccome, ancora e enormemente, sull’educazione e la condotta dei primi. Dal che se ne deduce che, al di là di ogni disfattismo e piagnisteo, la scuola risulta ancora fondamentale nella formazione delle coscienze.

Eterne costanti

A differenza di ciò che accadeva fino poco più di mezzo secolo fa, le élite culturali hanno ormai la caratteristica della trasversalità. Così come venire da una famiglia a basso reddito e precaria scolarizzazione non è un grave pregiudizio per la crescita intellettuale di chi ci nasce, l’abbienza e la presenza di lauree con lode nel pedigree di un teen-ager non garantisce affatto l’emancipazione culturale di quest’ultimo, anche perché spesso quelle lauree appartengono a genitori che – principi del foro o della compilazione dei 730 o professori di liceo che siano – spesso hanno cessato da decenni di esplorare il mondo posto oltre i confini delle loro specialistiche professioni, che per i professori sono ad esempio le colonne d’Ercole dei programmi ministeriali. Quando ero ragazzo, nella mia classe di 25 elementi soltanto tre avevano l’abitudine di maneggiare libri e dischi, o di staccare per propria scelta biglietti cinematografici e teatrali più di due volte all’anno. Questa esigua percentuale era una sorta di costante impazzita, del tutto indipendente dal background della famiglia di provenienza. Ho parlato di costante impazzita, perché si tratta di una percentuale che – misteriosamente – si rinnova nella stessa esigua ma incrollabile misura di generazione in generazione.
Quando vado a parlare nei licei, per ogni classe, ci sono infatti almeno due o tre o addirittura quattro studenti che sanno già tutto, e con i quali il confronto è praticamente ad armi pari. Questi due o tre leggono i libri e i quotidiani, vanno al cinema e alle mostre, divorano fumetti e scaricano (mai a caso) tonnellate di musica, usano internet in maniera molto mirata per andare a pescare dalla Rete esattamente l’informazione di cui hanno bisogno o per cui provano curiosità. Insomma, parlano e intendono una lingua che è già la lingua delle élite culturali, e si capisce che l’hanno appresa indipendentemente o addirittura molto spesso malgrado i loro genitori e i loro professori, rispetto ai quali rischiano di essere più culturalmente solidi, non ovviamente per numero di nozioni in magazzino ma per capacità di costruirsi una bussola con cui esplorare il proprio tempo.
La buona notizia è che queste piccole percentuali nascono e si rinnovano anche nell’Italia del XXI secolo. L’altra buona notizia è che i due o tre ragazzi su ogni venticinque di cui stiamo parlando sono già salvi: non nel senso che da adulti prenderanno sempre le decisioni giuste, ma perché saranno veramente liberi di naufragare e di fallire: la loro consapevolezza, infatti, possiede in nuce tutto quel di cui c’è bisogno per fare l’opposto con cognizione di causa o, al limite, per sbagliare da professionisti.
La cattiva notizia sono gli altri ragazzi, i cosiddetti “giovani normali”. Cioè di gran lunga la maggioranza, quelli che si stanno preparando a non saper leggere un libro né un quotidiano né addirittura a vedere un telegiornale né a individuare cosa si cela per esempio tra le righe di un discorso elettorale… e dunque – salvo tempestive manovre di salvataggio – a essere completamente schiavi della propria epoca. È su di loro, dunque, che si gioca la partita più importante.

Ridere di dolore

Se c’è un sentimento che i professori sanno trasmettere molto bene agli studenti, e gli studenti accolgono senza purtroppo riuscire a proteggersi adeguatamente, è il proprio ingiustificato complesso di inferiorità rispetto a tutto ciò che esiste oltre i cancelli dell’istituto scolastico in cui lavorano, cioè la convinzione che la scuola non solo sia ma debba essere per forza di cose l’istituzione intellettuale più inutile e arretrata tra tutte quelle operanti nel nostro paese. “Per favore, non facciamoci riconoscere!” Traduco: “per favore, non facciamo la figura di merda a cui siamo naturalmente votati”. È questo l’ammonimento che – fatto cadere dall’altro delle cattedre sugli studenti – serpeggia in aula magna quando vado a parlare di libri nei licei. Il sussurro si fa di solito voce squillante quando, subito dopo, mi si avvicina una professoressa chiedendomi di scusare preventivamente i suoi studenti. Scusarli di cosa? Alla domanda la professoressa reagisce scrollando le spalle, come a dire che sì, in fondo dovrei saperlo anch’io che i suoi studenti sono dei sempliciotti, degli sprovveduti, degli esseri intellettualmente addormentati, e che di conseguenza molto di quello che dirò – di qualunque si tratti – non verrà colto né compreso, e dunque (anche questo, quando non si esplicita, è compreso nella scrollata di spalle) perdonassi per favore anche lei e la scuola italiana tutta per la sua inadeguatezza.
Secondo questo presupposto indimostrato, io, che vengo da fuori, sarei dunque una sorta di cosmopolita coltissimo, preparatissimo, informatissimo su tutto ciò che accade nel mondo mentre loro, chiusi nella prigione arrugginita dell’istruzione secondaria, rientrerebbero a stento nel novero delle creature senzienti. I poveri studenti – stretti tra il mio imbarazzo e le scuse preventive dei docenti – iniziano di solito per reazione a ridacchiare e a fare casino, ed è qui che si spalanca il primo momento veramente angosciante di questi incontri: guardare dei ragazzi costretti a ridere dell’inferiorità che i loro professori gli hanno cucito addosso e che, purtroppo, finisce per rivelarsi la classica profezia che si autoadempie. Fingendo di insubordinarsi, i ragazzi in realtà ridacchiano e fanno casino per essere all’altezza dell’immagine da veri falliti che i professori fanno aderire su di loro. A furia di essere trattati come minus habens, si comportano come tali. Quei sorrisi sono di conseguenza le smorfie di dolore per la violenza appena ricevuta. Interrogarsi sul perché i ragazzi siano disposti a ricevere e fare proprie simili violenze senza quasi mai reagire, significa a mio parere addentrarsi in un luogo oscuro di fondamentale importanza per comprendere cosa significa vivere nel nostro mondo alla loro età.

Sadomaso in aula magna

Una delle scene più difficilmente sostenibili a cui mi trovo ad assistere con regolarità al culmine delle mie sortite nei licei, si svolge durante il cosiddetto momento delle domande. Esaurito il botta e risposta tra me e uno o più docenti sull’oggetto dell’incontro, i professori invitano i ragazzi a soddisfare liberamente la propria curiosità, a chiedermi cioè tutto quello che desiderano. Un paio di domande arrivano a questo punto effettivamente in modo libero, e provengono (non c’è bisogno di dirlo) dalle famose risicatissime élite studentesche di cui sopra. Sono quesiti belli, impegnativi, complicati, oppure liberatoriamente ingenui, in tutto simili a quelli che gli adulti pongono normalmente agli scrittori nel corso delle presentazioni in libreria meglio riuscite, con la differenza che mentre durante le presentazioni in libreria si respira sempre tra il pubblico un pizzico di diffidenza preventiva (lo spettatore adulto messo di fronte a uno scrittore che parla di letteratura si domanda per quale motivo non ci sia lui al posto del conferenziere, e dunque si chiede che titoli e qualità abbia mai questo scrittore per aver meritato prima la pubblicazione e adesso addirittura l’uso del microfono), i ragazzi sono disposti invece ad accordarti un credito preventivo (se sei lì, a parlare dietro una cattedra, un motivo ci sarà, si dicono con lapalissiana saggezza) che poi starà a te sprecare o incrementare a seconda di quello che dirai e di come ti comporterai, il che rende gli incontri con questi happy few spesso più difficili e responsabilizzanti e infine più belli di quelli nelle librerie.
Esaurito però questo tipo di domande (quando ci sono), l’aula magna si riempie di silenzio. È allora che accade. Fulminato/a dallo sguardo autoritario eppure insieme acquoso del docente – acquoso con la coda dell’occhio che punta verso me, autoritario nei riguardi della platea – un ragazzino o una ragazzina si staccano impauriti dal resto dei loro compagni e iniziano a balbettare una domanda. Peggio: recitano a memoria, balbettando, una domanda. Peggio: leggono, balbettando, una domanda scritta sopra un foglio accartocciato. Leggono senza spesso riuscire a – né sforzarsi di – comprendere che cosa stanno dicendo, sono all’oscuro di frasi che pure gli escono di bocca e che evidentemente i docenti hanno compilato in precedenza per loro (di solito anche piuttosto sciattamente), o che loro stessi hanno esteso dietro più o meno precisa dettatura dei docenti. Ovviamente, finita di recitare la domanda, e cioè esaurito il compito loro richiesto dalla scuola, piombano in uno stato catatonico e giustamente non si sforzano nemmeno di apparire interessati alla risposta che io a questo punto sto già formulando facendo finta di niente. Ma sono i lunghi secondi durante i quali la domanda viene letta balbettando sul foglietto accartocciato a essere per me insopportabili. Cosa può spingere dei ragazzi a umiliarsi in questo modo? Perché (continuo a domandarmi) non hanno mai uno scatto d’orgoglio e di vera insubordinazione e, in luogo della domanda in stato di lobotomia frontale, non mandano a cacare i professori che li hanno costretti a quella pantomima? Che tipo di emotività mostrano di coltivare costringendosi a queste forche caudine? È la stessa propensione a farsi umiliare o peggio a strisciare che (in forma totalmente diversa) da adulti mostreranno al cospetto dei loro adulati quanto segretamente disprezzati superiori, o comunque di uomini che, di volta in volta, avranno più potere di loro? Ovviamente inizio a farmi anche domande su di me… Perché non interrompo la tortura? Perché non sono io a insubordinarmi dal ruolo di conferenziere costretto a subire la violenza di una domanda espressa simulando la lobotomia frontale, a propria volta sillabata dal pilota automatico di una giovane mente schiacciata dall’inaudita violenza di un’intera tradizione di professori e professoresse intellettualmente suicidi, i quali, convinti in partenza che la scuola non possa reggere il confronto con qualunque corpo estraneo dotato di intelletto (“mi raccomando ragazzi, non fatemi fare le solite figuracce!”), anziché accettare la sfida di un bel silenzio pacificante caduto in aula magna dopo tante parole proferite, partono in difensiva con questa follia delle domande preconfezionate, con risultati umilianti e violenti senza che ovviamente vergano formalmente percepiti da nessuno come tali…
Quando va bene, riesco a osservare con reale ostilità lo studente che balbetta senza capirle, le domande scritte sul foglietto accartocciato. Trattandolo come avversario anziché come semplice burattino degli eventi, tento di restituire dignità sia a lui che a me stesso. Ma in fin dei conti non lo so, perché non mi insubordino in maniera plateale. Immagino per debolezza e per connivenza ambientale. Immagino perché – senza che la colpa possa essere fatta ricadere sui singoli professori, molti dei quali sono brave o bravissime persone senza per questo ascendere al ruolo di eroi brecthiani – è l’atmosfera culturale della scuola a favorire situazioni di questo tipo, così come le caserme di una volta favorivano e tolleravano gli atti di nonnismo di fronte ai quali diventavano inerti anche gli animi sensibili.
È ovvio che episodi come questo rappresentano solo un esempio, il quale, esteso analogicamente a molte altre situazioni che si consumano quotidianamente negli edifici scolastici, mostra se non addirittura dimostra che c’è qualcosa di radicalmente sbagliato nel modo in cui impostiamo i nostri sistemi educativi.

Se tre indizi…


Se tre indizi sono sufficienti per una condanna morale, la prova dello stato d’alienazione imperante nelle aule scolastiche si manifesta sotto le vesti di una domanda stranamente ricorrente nel corso di questi incontri, e che collocherei a metà strada tra le domande formulate in effettivo stato di libertà mentale e quelle sillabate col pilota automatico.
“Cosa dovremmo fare, secondo lei, per poter essere davvero liberi nella vita?”
Eccola, la domanda è questa, e almeno una volta per ogni incontro nei licei a un certo punto mi viene rivolta. Il problema è che a formularla è di solito uno studente o una studentessa il cui volto e la cui voce e la cui faccia esprimono inequivocabilmente il disinteresse più totale e verso il vero senso dell domanda e verso qualunque possibile risposta, ammesso che una risposta soddisfacente su questo dilemma sia formulabile. D’altra parte, si capisce però anche molto bene come la domanda in questione non rientra tra quelle suggerite dai professori. È una dichiarazione resa, per così dire, in modo spontaneo. E, allo stesso tempo, chi la formula lo fa in uno stato simile al sonnambulismo. Non è più un preciso qualcuno, un singolo professore o una singola professoressa ad avergliela suggerita, ma qualcos’altro. È, insomma, il tipo di domanda che lo studente in questione si aspetta che l’istituzione scolastica debba formulare per il tramite della sua persona. Una domanda e un’ingiunzione a porla che lo studente giudica totalmente svuotati di senso (da qui la sua espressione devitalizzata), il che però non gli impedisce di sentirsi ugualmente costretto a formularla. Ovviamente, la cosa più ironica e agghiacciante al tempo stesso è l’oggetto della domanda: cosa fare per essere davvero liberi in questo mondo.
Non ho dubbi che, fuori dalla scuola – e probabilmente fuori anche dai lacci famigliari – lo studente o la studentessa in questione provino a ricavarsi il proprio spazio di libertà. Lo cercano, e lo trovano, e probabilmente lo difendono fino a quando non sono costretti a cercarsene un altro, ma tutto accade nel privato. Il problema è che però il loro rapporto con uno dei pochi contesti di vita pubblica con cui hanno a che fare si sostanzia nel riconoscere, più o meno consapevolmente, in seno alla scuola: 1) una formale vocazione a renderli liberi e consapevoli, 2) una sostanziale sonora smentita di questa missione, e anzi la sostanziale fioritura di un autoritarismo sotto mentite spoglie (“il sapere rende liberi!”) 3) un non poterci far niente da parte loro, che tuttavia a quell’età sono già disposti a indorarsi la pillola, e dunque a prendere per il culo sia l’interlocutore che se stessi, e a mandar giù: “cosa dovremmo fare, secondo lei, per essere davvero liberi nella vita?” Suono della campanella. Tutti a casa.

Il perfetto opposto dell’autoritarismo è l’autoritarismo

La controprova speculare di questa attitudine è incarnata dai professori di sinistra ancora sintonizzati sui rimpianti del Sessantotto. Nel corso di un incontro in un liceo scientifico, al quale mi sembrava tra l’altro che gli studenti stessero reagendo abbastanza bene, con compostezza e attenzione, a un certo punto la loro professoressa d’italiano, che condivideva con me la cattedra, nel bel mezzo di un discorso sugli eterni mali dell’Italia ha iniziato a criticare i suoi studenti – cioè i ragazzi che ci stavano davanti – accusandoli di una scarsa attitudine a sovvertire lo status quo. Non contenta di questa prima frecciata, la professoressa ha cominciato a provocare gli studenti: “anche adesso, ragazzi…”, ha detto, “io mi domando perché mai all’accusa che vi sto lanciando non reagite. Muovetevi, arrabbiatevi, fate qualcosa! Cioè… so che dovrei essere l’ultima a dirlo… ma insomma… perché non mi contestate?”
Gli studenti hanno continuato a guardarci attoniti, senza proferire una parola, e io ho provato più scandalo che pena per una professoressa che, cercando di parlare a nome (ancora una volta!) della spontaneità e addirittura della contestazione, non si rendeva conto di avere contribuito a creare intorno a sé un morbido, impalpabile, pervasivo clima di autoritarismo. È un autoritarismo relativamente nuovo, che ha molto più a che fare con la morbida totalizzante macchina della pubblicità che non con il vecchio autoritarismo patriarcale ormai quasi del tutto inoffensivo.
Infatti, questi sono gli stessi professori che poi si danno da fare (con grande generosità e spendita di energie, questo almeno gli va riconosciuto) per coinvolgere gli studenti in attività creative, quali per esempio l’ideazione e l’allestimento di una mostra fotografica o di uno spettacolo teatrale, oppure la scrittura e la realizzazione di un cortometraggio. Si tratta di prove creative dall’esito immancabilmente reazionario. Perché è ovvio, da questi esercizi non si pretende che venga fuori un Kubrick o un Ibsen o una Diane Arbus in erba, ma è invece lecito aspettarsi che, per degli studenti, inventarsi un cortometraggio o allestire uno spettacolo teatrale sia almeno un po’ pericoloso e li metta in gioco come ogni attività creativa dovrebbe fare. Dovrebbero usare i mezzi della creatività per parlare cioè una lingua diversa, e antitetica, rispetto a quella del potere. Dunque dovrebbero imparare, attraverso l’attività creativa, a diventare sanamente almeno un poco eretici. E invece – ben ammaestrati in questo dai professori – gli studenti imparano ad allestire una scenografia o a montare un cortometraggio esattamente come potrebbero imparare a scavare una trincea o a montare del filo spinato su una torretta. Solo, lo fanno fischiettando o mettendo in sottofondo (da questo amorevolmente autorizzati dai docenti) la musica dei Nirvana, in un contesto che ormai sarebbe in grado di disarmare e rendere innocuo persino l’heavy metal satanico o la lettura di Rimbaud. Dunque, in fin dei conti, che cosa stanno fanno veramente questi ragazzi con la scusa di Shakespeare o di Diane Arbus? Iniziano ad acquisire una prima spolverata di competenza. Quanto agli esiti linguistici (cioè al vero contenuto) della mostra fotografica o dello spettacolo teatrale o del cortometraggio… be’, alla fine è tutto così reazionario, poco spontaneo, morto, da ricordare alcune trasmissioni televisive per ragazzi del primo pomeriggio.
Ulteriore controprova di quanto vado dicendo, un episodio capitatomi qualche mese fa. Mi chiama l’ufficio stampa della casa editrice per cui ho pubblicato il mio ultimo libro e mi dice che una ventina di licei vorrebbero tendenzialmente invitarmi a parlare di letteratura ai loro studenti. I docenti di queste scuole hanno letto qualche mio libro e qualche mio articolo pubblicato sui quotidiani o sulle riviste, e insomma ritengono che un incontro tra me e i loro studenti possa essere interessante. Sì, d’accordo, ma cosa significa “tendenzialmente”? Significa – dice l’ufficio stampa – che per tre di questi venti licei l’invito è già formalmente valido, mentre per gli altri bisognerà aspettare che si capisca se ci sono i fondi, il che significa i soldi per pagarmi un biglietto ferroviario a/r e una pensione per la notte.
Questo stato di latenza è durato per circa due mesi, fino a quando cioè non sono stato invitato a presentare il mio libro a una trasmissione televisiva abbastanza popolare. A partire dal giorno dopo, non solo i diciassette licei ancora in forse hanno deciso di sciogliere le riserve e utilizzare i propri fondi per invitare me anziché un altro scrittore “non televisionato”, ma professori e presidi di molti altri licei si sono fatti avanti. Ma come? proprio la famigerata televisione generalista? Ecco che il cerchio idealmente aperto con i discorsi precedenti si va a chiudere.

Autobiografia di una nazione

Una cosa veramente illuminante, me l’ha detta un professore di lettere al termine di uno di questi incontri. Un uomo ben piazzato, sulla sessantina, che mi si è avvicinato e poi, con grande gentilezza, ha incenerito qualunque discorso implicito sull’argomento in questo modo: “lo sa fino a quando il nostro sarà un paese intimamente fascista?”
“Fino a quando?”, ho risposto sollevando le sopracciglia.
“Fino a quando sarà in vigore il tema di italiano”.
A questo punto deve aver visto la perplessità gonfiare i lineamenti della mia faccia, così si è affrettato a spiegare: “ma non capisce? Il tema d’italiano è circondato da un’aura di assoluto conformismo. Il foglio a righe ancora intonso dopo la dettatura della traccia già trabocca di aspettative: è esattamente da quel punto che insegniamo ai ragazzi a essere ipocriti, ruffiani, compiacenti, servili… Ci pensi bene, è tutto già lì dentro”.

Infine

Due mesi fa, stavo parlando del mestiere editoriale in un liceo classico. A un certo punto, nel bel mezzo dell’incontro, dal corridoio che portava in aula magna è risalito il grido di una persona adulta, seguito dalle urla dei ragazzi e da un rumore di porte sbattute e sedie scaraventate a terra. A poche classi di distanza, uno studente autistico aveva morso il braccio dell’insegnante di sostegno fino all’osso. Sono state interrotte le lezioni e anche il mio incontro con gli studenti. Dall’aula magna, ci siamo riversati nei corridoi, dove c’era l’insegnante azzannato in lacrime, i suoi studenti in lacrime, il ragazzo autistico visibilmente sconvolto. È arrivata un’ambulanza. Ma nel frattempo un morbido rinfrancante palpabile autentico sentimento di pace si era impadronito di tutti gli studenti. I ragazzi erano come tornati in sé dopo un lungo viaggio attraverso il paese della mistificazione: adesso all’improvviso apparivano seri, rilassati, liberi da un peso, addirittura felici e più belli, in pace con il mondo e con se stessi. La calma, una via d’uscita, finalmente la possibilità di un’isola.
Desiderare segretamente un vero shock che mandi tutto all’aria ma non essere capaci di evocarlo: in questa forbice c’è forse qualcosa di inaudito ma fondamentale per comprendere sensibilità, disagi e frustrazioni dei cosiddetti ragazzi normali.

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