Gloria Guida Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gloria-guida/ un blog di approfondimento culturale Fri, 07 Aug 2015 14:24:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Gloria Guida Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gloria-guida/ 32 32 Il B&B del raccapriccio https://minimaetmoralia.it/fiction/il-bb-del-raccapriccio/ https://minimaetmoralia.it/fiction/il-bb-del-raccapriccio/#comments Thu, 13 Aug 2015 05:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28071 di Luca Ricci 

Ho aperto un B&B, come tutti.

Così, nell’estate in cui la Troika ha finito di demolire la chimera della casa comune europea, io apro il mio appartamento a una comitiva di americani, al solo scopo di spillare loro un po’ di soldi, il mio orizzonte esistenziale rimpicciolito fino a considerare un’opportunità mettere in piedi la parodia di una struttura ricettiva. Lavoro nel settore turismo, tutto sommato, il più florido del paese, anche se sarebbe meglio dire: l’unico rimasto al paese. La mia generazione si divide in quelli che hanno ereditato una casa da poter offrire al Monte dei Pegni turistico (come nel mio caso), e quelli che non ce l’hanno. Gli americani vogliono fare il giro della casa, valutare le stanze una per una, e io nel mio inglese un po’ arrangiato - arrangiato almeno quanto tutto il resto - cerco di illustrare, di spiegare (che dio benedica le dispense di Peter Sloan).

L'articolo Il B&B del raccapriccio proviene da Minima et Moralia.

]]>
locataire

di Luca Ricci 

Ho aperto un B&B, come tutti.

Così, nell’estate in cui la Troika ha finito di demolire la chimera della casa comune europea, io apro il mio appartamento a una comitiva di americani, al solo scopo di spillare loro un po’ di soldi, il mio orizzonte esistenziale rimpicciolito fino a considerare un’opportunità mettere in piedi la parodia di una struttura ricettiva. Lavoro nel settore turismo, tutto sommato, il più florido del paese, anche se sarebbe meglio dire: l’unico rimasto al paese. La mia generazione si divide in quelli che hanno ereditato una casa da poter offrire al Monte dei Pegni turistico (come nel mio caso), e quelli che non ce l’hanno. Gli americani vogliono fare il giro della casa, valutare le stanze una per una, e io nel mio inglese un po’ arrangiato – arrangiato almeno quanto tutto il resto – cerco di illustrare, di spiegare (che dio benedica le dispense di Peter Sloan).

È il classico gruppo di americani. Sono amichevoli e un poco sbruffoni verso gli italiani. Con le maglie della Nike e le scarpette da ginnastica troppo grosse e colorate sembrano gli attori in costume di un film storico che rievoca i fasti dell’America. Ma tutto sommato quello a cui penso davvero mentre accompagno gli americani dentro casa mia – mentre mi chiedono la strada più veloce per il centro storico e qualche dritta su un buon ristorante -, è che questo B&B andrebbe chiuso all’istante. Se gli americani potessero vedere tutto quello che vedo io, dentro queste stanze.

Le camere da letto singole sono le cellette nelle quali io e mia sorella abbiamo trascorso le rispettive adolescenze: della sua mi ricordo solo giacche con le spalline provate e riprovate davanti allo specchio, e qualche posacenere nascosto dentro l’armadio; della mia eiaculazioni a non finire sulle commedie sexy con Nadia Cassini e Gloria Guida, e discussioni disperate con la mia ombra riflessa sul muro. Poi tante altre cose spiacevoli, per lo più mediche: malattie infettive lenite con caramelle di zucchero e figurine, quasi peritoniti, denti cariati, tonsille operate in ritardo, strappi muscolari e fratture ossee, coliche renali, bronchiti e sinusiti. Tutte cose entrate in casa e, ne sono sicuro, mai uscite.

Ma è quando gli americani entrano in cucina che davvero ho un brivido: lì c’è il lavello dove mia madre immergeva i piatti sporchi dopo cena, e con le mani devastate da una psoriasi nervosa cercava di lavarli, per poterceli rimettere sotto al naso il giorno dopo. I pranzi e le cene delle famiglie perbene: esiste qualcosa di più triste? Ho ancora davanti agli occhi certe composizioni alimentari da groppo in gola, polpette disperate, fritti angosciati, pizze malinconiche.

Un americano si sofferma sulle regole del B&B appese al muro. Sembra molto soddisfatto perché la prima regola dice che “è vietato fumare”. Mi viene da ridere alla sola idea: per oltre trent’anni questa casa è stata abitata da un uomo – mio padre – che a causa di una depressione furiosa non ha praticamente fatto altro che fumare tra pacchetti di Muratti al giorno. Se chiudo gli occhi quella puzza di sigaretta la sento ancora, è qui anche adesso, implacabile. Questa casa va a nicotina, e non so come gli americani possano non accorgersene.

Allo stesso modo, nel bagno non riecheggiano i pianti isterici di chi tra noi della famiglia, a turno, ci si andava a rinchiudere dentro? E le vomitate alcoliche nella tazza? E gli attacchi gastrointestinali? E le copiose emorragie mestruali che lasciavano un odore di sangue rancido nel bidet? Non si immaginano gli americani di tutti gli sbuffi d’ira o d’impazienza che comunque vada continueranno ad aleggiare in corridoio? Di tutti i passi felpati fatti per non disturbare la depressione di mio padre, le crisi isteriche di mia madre, lo scontento di mia sorella e mio? E soprattutto, nella camera da letto grande, quella cioè dei miei genitori, non avvertono in sottofondo le sinfonie di Beethoven eseguite come in loop, la sola musica che mio padre ascoltasse quanto era in balia delle sue crisi bipolari, e parlava con due voci differenti?

Dico, gli americani non avvertono nemmeno il tanfo di cacca negli angoli del salotto? Il nostro cane devastato dal cancro negli ultimi mesi non riusciva più a trattenersi, e spruzzava di diarrea le mattonelle del battiscopa. E di sicuro, da qualche parte, aleggia lo spirito di un pulcino lanciato dal balcone e spiaccicato al suolo (lanciato da me lattante senza un’ombra di esitazione, perché mi avevano detto che gli uccelli volavano), di un canarino lasciato assiderare nella gabbietta, di un pesce rosso soffocato in una palla di vetro putrida. Ogni casa è anche un cimitero d’animali, segno evidente della mostruosità dei suoi abitanti umani. Ma tutto il dolore è stato imbacuccato nel prêt à porter di Ikea.

I vecchi mobili sono spariti dentro la pancia di Apecar e camion, si sono dispersi in mercatini da quattro soldi o nelle cantine di antiquari senza scrupoli. Adesso al posto di tanti ricordi ci sono questi armadi e letti e comodini neutrali come pezzi di Lego. Le mensole sono come punti di sutura per le ferite dei muri. Certi posti non si dovrebbero affittare, perché se ne resta in contatto pur non potendoli abitare più. Solo due strade sarebbero possibili, se vivessimo in un paese meno indecoroso di questo: la vendita o la demolizione (più auspicabile). Gli americani intanto hanno finito il giro, si lanciano tra loro cenni entusiasti, si sono convinti. Io biascico un ringraziamento alla bell’e meglio, ma vorrei solo dire: “State alla larga dalle case infestate dai ricordi degli altri”.

L'articolo Il B&B del raccapriccio proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/fiction/il-bb-del-raccapriccio/feed/ 8
Splendori e miserie del cinema a luci rosse italiano https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nucci-cinema-luci-rosse/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nucci-cinema-luci-rosse/#comments Fri, 26 Jun 2015 05:00:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27501 Questo pezzo è uscito sul Venerdì.

(fonte immagine)

Durò soltanto cinque anni l’età d’oro del cinema a luci rosse in Italia ma furono anni gloriosi. In netto ritardo rispetto al resto d’Europa, con pochissimi mezzi e la capacità tutta italica di arrangiarsi, una vera e propria industria sorse sulle ceneri del cinema di genere messo in crisi dalle tv private offrendo a quel che ne restava una possibilità di salvezza. Tra i film che durante quel lustro uscirono in sala si contano perle per gli appassionati, pezzi da collezione per gli esperti, così come esempi squallidi e tragicomici – anch’essi ormai di culto – di un disperato bisogno di rimettere debiti e salvare non la faccia ma la pelle. Un senso del pudore duro a morire ha impedito che quell’epoca trovasse i riconoscimenti necessari nella catalogazione e nella salvaguardia della sua memoria.

L'articolo Splendori e miserie del cinema a luci rosse italiano proviene da Minima et Moralia.

]]>
lucia

Questo pezzo è uscito sul Venerdì.

(fonte immagine)

Durò soltanto cinque anni l’età d’oro del cinema a luci rosse in Italia ma furono anni gloriosi. In netto ritardo rispetto al resto d’Europa, con pochissimi mezzi e la capacità tutta italica di arrangiarsi, una vera e propria industria sorse sulle ceneri del cinema di genere messo in crisi dalle tv private offrendo a quel che ne restava una possibilità di salvezza. Tra i film che durante quel lustro uscirono in sala si contano perle per gli appassionati, pezzi da collezione per gli esperti, così come esempi squallidi e tragicomici – anch’essi ormai di culto – di un disperato bisogno di rimettere debiti e salvare non la faccia ma la pelle. Un senso del pudore duro a morire ha impedito che quell’epoca trovasse i riconoscimenti necessari nella catalogazione e nella salvaguardia della sua memoria.

Salvifica appare l’opera di Franco Grattarola e Andrea Napoli uscita per Iacobelli e intitolata semplicemente Luce Rossa. La nascita e le prime fasi del cinema pornografico in Italia (pp. 493, euro 29), libro decisivo e definitivo che salda i conti con una breve e intensa epoca del nostro cinema. L’appassionato, lo studioso e il semplice curioso vi troveranno di tutto: l’introduttivo lavoro di scavo nella profondità dove mise radici il porno italiano prima della sua esplosione, una dettagliata disamina di quei cinque anni gloriosi e dei motivi che portarono alla fine; una catalogazione certosina di registi, attrici e attori hard, nonché una schedatura dei film di produzione e coproduzione italiana, completata dai film esteri con la decisiva partecipazione di attori italiani, o con scene girate in Italia. Lo studio delle fonti scritte e orali, l’opera minuziosa e filologicamente attentissima nel mare magnum di un mondo scomparso, impressionano.

“Ci abbiamo messo dieci anni” racconta Franco Grattarola “incontrando ogni  genere di difficoltà, dagli archivi inesistenti alla ritrosia di chi partecipò attivamente a quel mondo e oggi ha solo voglia di dimenticare. Il fatto è che se culturalmente il fenomeno era ormai atteso, fu però la crisi dell’industria cinematografica a dare il via definitivo con tutto quel che la crisi si portava appresso”. È una storia in cui la rivoluzione del costume sposa le necessità economiche quella che racconta Grattarola. “Quando nel 73 uscì Gola profonda negli Stati Uniti e leggemmo dell’enorme successo e dell’appoggio trasversale che il film si stava conquistando, qui pareva fantascienza. Ci sembrava che mai nulla del genere sarebbe capitato in Italia. La censura certe cose non le avrebbe mai lasciate passare. Stava prendendo piede il porno cartaceo: fumetti, periodici, fotoromanzi, ma nelle sale si vedevano solo le nudità della Fenech e la Guida. Verso il ’77 però anche i critici meno aperti alle novità si erano resi conto che dopo dieci anni di cinema erotico non ci si accontentava più. Ciò che sdoganò definitivamente il porno fu però la necessità di mantenere in vita un’industria. La crisi dei film di genere nel 78 diventa drammatica. Il problema sono le tv private. Prima che negli anni Novanta si ricominci con le commedie, molta parte dell’industria cinematografica sopravvive con il porno. Registi, maestranze, doppiatori, musicisti, e tutto quel che serviva allora per produrre un film. Oggi basta una telecamerina, ma al tempo, a prescindere dalla qualità dell’opera, servivano parecchie persone: una troupe, i montatori, gli stabilimenti di sviluppo e stampa e così via. La piccola industria del porno arriva a contare quasi ventimila addetti ai lavori”.

Gente sottopagata, però. Un mondo che si divide fra miseria e storie romanzesche. “Non c’è dubbio. È quello a cui alludevo. La crisi si porta appresso un bisogno di sopravvivenza e questo significa film prodotti al massimo con una trentina di milioni di vecchie lire, mentre un B movie ne costava almeno trecento. Produttori che ingannano, rubano, non saldano conti. Gente che viene compensata davvero soltanto con pane e mortadella. Attori che imparano a farsi pagare alla giornata perché sanno che è l’unico modo per avere il dovuto. Se non ricevono la diaria infatti possono rifiutarsi di continuare. I cachet principali del resto sono per loro. Maggiori per i maschi ovviamente. Devono funzionare e al tempo, senza Viagra, c’è solo la concentrazione. Chi difetta di capacità di concentrazione viene aiutato dalle attrici che gentilmente stimolano il partner sulla scena – qualcosa che le professionalissime francesi rifiutano sdegnosamente di fare. Quando poi proprio non ce n’è, vengono fuori le controfigure, che prestano all’attore solo una certa parte del corpo. È un mondo dove si cerca costantemente di trovare un rimedio e una soluzione. Le storie sono innumerevoli. I set, le case, le ville dove si girano tre film allo stesso tempo, i film che usano lo stesso visto della censura per più versioni con titoli simili e che hanno aggirato la censura con copie farlocche, lunghe passeggiate sul mare inutili e caste, poi rimontate adeguatamente…”

Un mondo popolato da personaggi indimenticabili. “C’è gente di tutti i tipi. Alcuni sono personaggi da romanzo come Angelo (Elo) Pannacciò, benestante di Foligno che abitava ai Parioli, sosteneva di avere produzioni a Hollywood e intanto girava i film porno a casa sua. Era pieno di debiti, lo costringevano a venire a patti con gli insuccessi dei suoi film ufficiali”. Un periodo troppo breve, troppo intenso e breve? “Mah. I film in videocassetta segnano irrevocabilmente la fine. Le sale per adulti chiudono o si trasformano in posti poco raccomandabili. Inizia l’era del divismo. Moana Pozzi compare sulle copertine dei settimanali. Cicciolina arriva addirittura in Parlamento. La pornografia ormai è sdoganata, accettata, parte del costume. Ma quel mondo è ormai morto e sepolto”. Restano le centinaia di film che voi avete catalogato e salvato all’oblio. I migliori? “Tre sono imperdibili. Sesso nero di Aristide Massaccesi. Pat, una donna particolare di Alberto Cavallone. E una perla del grande Lasse Braun purtroppo commercializzata con un pessimo titolo: originariamente si chiamava Un folle amore ma lo vendettero come Zozzerie di una moglie in calore. Poi nei miei gusti personali posti importanti sono occupati da una commedia di Mario Siciliano intitolata Porno lui erotica lei, con un finale femminista sorprendente, e da un demenziale di grande interesse: I porno amori di Eva”.

 

L'articolo Splendori e miserie del cinema a luci rosse italiano proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nucci-cinema-luci-rosse/feed/ 1