Goffredo Fofi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/goffredo-fofi/ un blog di approfondimento culturale Fri, 11 Jul 2025 09:44:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Goffredo Fofi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/goffredo-fofi/ 32 32 Grazie Goffredo. In ricordo di Goffredo Fofi https://minimaetmoralia.it/estratti/grazie-goffredo-in-ricordo-di-goffredo-fofi/ https://minimaetmoralia.it/estratti/grazie-goffredo-in-ricordo-di-goffredo-fofi/#comments Fri, 11 Jul 2025 09:44:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=55361 Goffredo Fofi è scomparso stamattina: fin dall’inizio è stato un maestro e una guida per tutta la redazione di Minima&Moralia. Vogliamo ricordarlo con un estratto dal suo “Elogio della disobbedienza civile” (Nottetempo). Ci mancherà, ci mancheranno le sue parole. (Fonte immagine) La cultura La cultura […] è diventata la merce fondamentale della distrazione, e chi […]

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Goffredo Fofi è scomparso stamattina: fin dall’inizio è stato un maestro e una guida per tutta la redazione di Minima&Moralia. Vogliamo ricordarlo con un estratto dal suo “Elogio della disobbedienza civile” (Nottetempo). Ci mancherà, ci mancheranno le sue parole. (Fonte immagine)

La cultura

La cultura […] è diventata la merce fondamentale della distrazione, e chi ne vive accetta molto tranquillamente il proprio stato di sudditanza, contento che lo si lasci scrivere e fare cose inoffensive nella sostanza – le seconde perfino più delle prime, senza rapporto, si direbbe, con le idee dichiarate. Peraltro, si viene eletti e si va al governo grazie alle diverse forme di pubblicità che il potere mette in campo, e di questo noi italiani dovremmo saperne molto, reduci da trent’anni prima craxiani e poi berlusconiani – con la sinistra che è andata assumendo gli stessi modelli e di fatto si è suicidata, divenendo né più né meno che una fiacca variante della destra.

La cultura, anche quella che si vuole migliore, perfino elitaria, è ridotta a merce, a intrattenimento e a mero consumo […] La sua funzione emancipatrice è da tempo una mera finzione – così come quella della scuola nei suoi vari ordini.

La cultura non è mai stata super partes, tutt’altro – ci sono sempre state una cultura dei ricchi e una dei poveri, una di destra e una di sinistra, una religiosa e una laica, una maschile e una femminile, una bianca e una nera eccetera –, ma oggi lo è meno che mai, ed esiste una cultura iper-maggioritaria che è di fatto unica e servile, oppressa e negata dalla sua stessa superficiale varietà, dalla sua onnipresenza e, alla prova dei fatti (dei comportamenti di chi la consuma), dalla sua inconcludenza, ché un’idea vale l’altra, ed è ben raro che a un’idea buona consegua una qualche pratica “antagonista”. La cultura universitaria si morde la coda dentro a un suo limbo isolato, tra norme astruse e carriere esecrabili, e tutto fa fuorché emancipare i suoi studenti, anche se qualche professore riesce ancora a rispettarli e a proporre antidoti alla stupidità dilagante – favorita invece da pressoché tutta la cultura giornalistica, che ha finito, seguendo il modello offerto dalla televisione, per non depositare in nessuna coscienza la comprensione della gravità dei tempi e per fare invece di tutto, anche delle nostre paure, spettacolo e merce. E la televisione è, per lo meno in Italia, la fogna della cultura. È almeno dal trentennio in questione che non si vedono differenze sostanziali tra i suoi programmi, né si trovano tra i suoi dirigenti persone rispettabili e di libero pensiero,  né tra i suoi dipendenti qualcuno che sembri rendersi conto delle proprie responsabilità, e tanto meno delle proprie colpe – anche se molti di loro sapevano una volta che uccidere le possibilità di intelligenza e di sensibilità presenti in ognuno non è meno grave che uccidere i corpi. Il giornalismo in genere (quotidiani e settimanali, mensili e riviste specializzate), assumendo gli stessi modelli della comunicazione televisiva, ha proposto al più nuovi divi e divetti della “cultura”, imbonitori del “popolo dei lettori” – e di quello degli spettatori e degli ascoltatori – la cui funzione è sempre di tranquillizzare e mai di inquietare.

Gli inizi

La disobbedienza civile è uno strumento a cui tutti i cittadini possono ricorrere. Nel 1946, Gandhi lesse Thoreau e individuò molto chiaramente quale dev’essere il fulcro di ogni azione di disobbedienza:

“Ogni violazione di una legge comporta una punizione. Una legge non diviene ingiusta semplicemente perché io lo affermo, tuttavia a mio parere essa rimane ingiusta. Lo stato ha il diritto di applicarla finché è contemplata nei codici, io devo resistere a essa in modo nonviolento. E lo faccio violando la legge e sottomettendomi pacificamente all’arresto e all’imprigionamento”.

Come aveva accettato di fare Thoreau nella sua breve esperienza, molti decenni prima.

Il nodo della questione è tutto qui, ieri come oggi. Riguarda sia Thoreau che Gandhi ed è un nodo di civiltà che il ’900 ha voluto disattendere nella duplice convinzione – infine unificata sotto il dominio della seconda – dell’“assoluto dello Stato” e dell’“assoluto del benessere”, secondo la distinzione di Capitini, e che il 2000 sembra semplicemente ignorare, nelle ideologie unificanti e nello stesso sistema “globale” di dominio che caratterizzano i nostri anni, cui si contrappongono soltanto fondamentalismi non meno oppressivi.

È il nodo, in definitiva, del rapporto dell’individuo con lo Stato, che, oltre alla presenza di Stati particolarmente oppressivi, contempla la contemporanea importanza delle ragioni di Antigone e di quelle di Creonte: della irrinunciabilità, contro lo Stato che non li rispettasse, dei diritti-doveri che appartengono alla sfera della morale e dell’umanità e di cui ogni individuo dovrebbe essere partecipe e difensore; e dell’adesione dell’individuo a quelle leggi che, riguardando tutti, permettono nei fatti un’armonica convivenza, nel rispetto di regole comuni stabilite con il concorso delle maggioranze pensanti e non manipolate, per il rispetto e la difesa degli interessi comuni. Anche se una “minoranza di uno” può e deve, se così ritiene, ribellarsi a una legge particolare.

Una soluzione definitiva a questo dilemma non esiste. In uno Stato che si rispetti, il conflitto tra Antigone e Creonte non può che ripetersi all’infinito, ma un modo di avvicinarsi a una soluzione dovrebbe poter stare proprio nel rigore morale con cui Antigone e Creonte assumono i propri ruoli, si assumono le proprie diverse responsabilità.

Si può scegliere la parte di Antigone o la parte di Creonte, a seconda delle proprie più profonde convinzioni morali ma, appunto, esse devono essere davvero morali. E rispettare il diverso punto di vista, la diversa scelta e convinzione. Diceva Guido Calogero richiamandosi a Socrate (su un numero del Mondo del 1960) che si tratta di “scegliere fra il dovere di obbedire e il dovere di insorgere”, e che questa scelta è sempre “grave e perenne”. Non è detto che ciò non sia avvenuto, o non possa avvenire, in un deciso confronto tra le ragioni dell’obbedienza e quelle della rivolta, anche se è certamente difficile, ed e` oggi più difficile che mai, per due opposte constatazioni:

1) la crescente miseria morale dello Stato, sempre più, sia pure con forme diverse, un terreno occupato dai grandi potentati economici. In quasi tutti i paesi e anche nel nostro.

2) la crescente miseria intellettuale e morale dei popoli, trasformati in generici consumatori dai potentati economici e dai loro servitori (la politica e i media).

Gandhi

L’insegnamento politico di Gandhi – metodi di lotta assolutamente limpidi; rispetto per il nemico, secondo una lezione che è stata di tanti, dai cristiani migliori agli anarchici migliori  (si combatte il peccato e non il peccatore, le idee e le pratiche che ne conseguono e non i loro singoli portatori) – è stato di individuare un metodo che mettesse radicalmente in discussione le idee e le pratiche correnti e che, basato su convinzioni etiche o religiose, chiedesse al ribelle e al militante di trasformarsi in persuaso. Fini e mezzi: la stessa cosa. Nelle grandi lotte come nelle piccole, nella vita quotidiana come in quella associativa, nel villaggio come nella grande nazione, come in tutto il pianeta. Solo così, intuisce e afferma Gandhi, e con lui altri profeti, si può cambiare il mondo non accettandone la china discendente, la caduta nella barbarie, la tentazione della fine.

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Il meridionalista dell’immagine. Postfazione di Goffredo Fofi al volume di Ludovico Cantisani su De Seta https://minimaetmoralia.it/cinema/il-meridionalista-dellimmagine-postfazione-di-goffredo-fofi-al-volume-di-ludovico-cantisani-su-de-seta/ https://minimaetmoralia.it/cinema/il-meridionalista-dellimmagine-postfazione-di-goffredo-fofi-al-volume-di-ludovico-cantisani-su-de-seta/#respond Wed, 31 Aug 2022 08:47:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51052 Quella che segue è la postfazione di Goffredo Fofi al volume Il meridionalista dell’immagine. Il cinema e la televisione di Vittorio De Seta di Ludovico Cantisani, recentemente edito da Edigrafema, con un ricco apparato di interviste a collaboratori ed eredi artistici del regista. di Goffredo Fofi Posso vantare una lunga e a tratti tormentata amicizia con […]

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Quella che segue è la postfazione di Goffredo Fofi al volume Il meridionalista dell’immagine. Il cinema e la televisione di Vittorio De Seta di Ludovico Cantisani, recentemente edito da Edigrafema, con un ricco apparato di interviste a collaboratori ed eredi artistici del regista.

di Goffredo Fofi

Posso vantare una lunga e a tratti tormentata amicizia con Vittorio De Seta, la cui opera, insieme a Vincenzo Consolo, tanti anni fa, contribuii a far ritornare in auge, a far amare e stimare quanto meritava.

Ho conosciuto De Seta nel 1956 o ’57 a Partinico, quando venne a trovare Danilo Dolci per averne consigli sul film che aveva in mente, la storia del giovane sindacalista di Sciara Salvatore Carnevale, ammazzato dalla mafia un anno o due prima, nel maggio del ’55. (Il film finirono per farlo i Taviani, il loro esordio, Un uomo da bruciare; e fu certamente assai diverso da quello pensato da De Seta).

Era il primo regista che conoscevo ma, da appassionato di cinema, avevo visto un suo documentario e letto di lui su “Cinema nuovo”. Mi colpirono la sua gioventù e la sua eleganza, la sua signorilità. Invece che col film su Sciara, poté esordire nel lungometraggio solo nel 1961, con Banditi a Orgosolo. Un altro Sud, dentro un’altra isola… Molti anni dopo lo accompagnai in un suo giro in Sardegna, constatando il grandissimo affetto di cui era circondato grazie a quel film, che con rispetto e poesia era stato il primo a mostrare l’isola nel suo ambiente naturale e sociale, nella sua cultura, nelle sue difficoltà, e nella sua straordinaria bellezza… De Seta fece tempo dopo un secondo lungometraggio, che però sconcertò la critica – ferma alla sua prima immagine di lui. Era Un uomo a metà, confessione di una crisi esistenziale profonda, segnata dall’esperienza dell’analisi junghiana. Ritrovò il successo solo col Diario di un maestro, un lavoro televisivo prima che cinematografico, e di straordinaria misura nella lunga narrazione e nell’approfondimento di un ambiente – un’aula di scuola elementare nella periferia romana, il rapporto e legame pedagogico di un maestro con i suoi allievi. Cosa rara per quei tempi, per non dire dei nostri, non solo in televisione anche in cinema, con l’unica eccezione di Luigi Comencini, il Diario di un maestro fu tra i pochi film nostri in cui i bambini erano veri bambini, non bambini ideali. Fui ancora io a presentarlo insieme a lui, qualche anno dopo, nella sala del consiglio comunale in Campidoglio, quando ormai De Seta era celebrato in festival e rassegne, ed era stato infine “scoperto” da registi e da critici di mezzo mondo.

Non c’è molto di cui possa davvero inorgoglirmi: saper giudicare del talento di un autore è uno dei primi compiti di un critico, e mettersi a sua disposizione per assisterlo in iniziative che potessero favorire la conoscenza delle sue opere ne è un’ovvia conseguenza, anche se non sempre succede. Per diversi anni, De Seta è stato per me un vero amico, nel dialogo e nel confronto con la storia di appena ieri e con il presente dell’Italia, in particolare del Sud. E nel confronto con la storia, con il presente, e con l’incerto futuro di un’arte.

Non sempre, come ben sanno i collaboratori che ha avuto più vicini, il rapporto con lui era dei più facili. De Seta era un grande nevrotico e un amico esigente. Ma quanto era possibile imparare da lui, dalla sua idea del cinema come strumento artistico e culturale fondamentale alla comprensione della realtà, dal suo modo di intendere l’esplorazione del mondo e la possibilità di raccontarlo in immagini. Allievo a distanza del grande Flaherty, anche se in sostanza autodidatta, De Seta era soprattutto un poeta, della qualità e profondità di uno Scotellaro e più tardi di un Sinisgalli, di Dolci e di Montaldi, e segnato più o meno direttamente dal magistero di Antonio Gramsci (ancora un sardo!) e di Carlo Levi… La costruzione stessa dei suoi film, quale che ne fosse la lunghezza, era da poesia e non da prosa, e da poesia antica, di un mondo non ancora dominato dalla macchina.

Vittorio De Seta ha avuto in sorte di vivere un tempo di enormi cambiamenti, quando il “mondo di ieri” scompariva anche nel nostro Mezzogiorno e la tecnica prendeva il sopravvento. Dando pane, ma uccidendo spesso ogni poesia. Per questo i suoi film sono un documento unico nella storia del nostro paese, anche se – tra gli storici – pochi se ne sono accorti e sono disposti a riconoscerlo…

È nato in un mondo in cui Omero era ancora di casa, e ne ha visto, soffrendone, la fine. Ma anche per questo la sua opera è inestimabile, forse unica. Forse anche più di quella di un Rossellini o di un Visconti, e pari soltanto, forse, a quella di Pasolini, che come lui ha sofferto la violenza di una mutazione che non ha riguardato solo le tecniche, ma le qualità stesse dell’umano.

Sono, e dobbiamo esserlo in tanti, grato a Ludovico Cantisani per aver raccolto tante testimonianze e riflessioni sull’arte, più unica che rara, di Vittorio De Seta.

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Sei saggi per l’estate https://minimaetmoralia.it/letteratura/sei-saggi-per-lestate/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/sei-saggi-per-lestate/#respond Fri, 29 Jul 2022 07:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50902 Azar Nafisi, Goffredo Fofi, Bobi Bazlen, Mark Fisher, Alfonso Fasano, Reza Negarestani: sei saggi per l'estate.

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  • Azar Nafisi, Quell’altro mondo. Nabokov e l’enigma dell’esilio (Adelphi)
  • Azar Nafisi, scrittrice iraniana costretta a lasciare l’Iran per trasferirsi negli Stati Uniti, in La Repubblica dell’immaginazione, un libro dedicato a raccontare il valore dei libri e ciò che essi veicolano, scrive commentando la tecnocratizzazione delle scuole e della società: «Io sostengo che la conoscenza immaginativa è indispensabile – in termini molto pratici – per la formazione di una società democratica, per la sua concezione di sé stessa e del proprio futuro, e che riveste un ruolo importante nella tutela dell’ideale democratico». C’è da credere ciecamente a quello che scrive Nafisi che, costretta a licenziarsi dall’università di Teheran a seguito dei continui controlli del regime, scelse di fare lezione privatamente a casa sua (esperienza da cui nacque Leggere Lolita e Teheran) e Quell’altro mondo. Nabokov e l’enigma dell’esilio (tradotto da Valeria Gattei) è un’ulteriore prova del potere e l’aiuto della letteratura nella costruzione e comprensione della propria esperienza individuale dentro la collettività. Per rintracciare questo valore della letteratura Nafisi non può che rivolgersi all’amato Nabokov a cui è legata da innegabili analogie (l’esilio prima di tutto) che le danno la possibilità di arricchire sia il suo percorso biografico che l’interpretazione dell’opera di Nabokov, in un duplice procedimento che ben emerge dalla citazione in esergo al volume tratta da La gloria: «Ma un giorno, infrangendo strati di pensiero e immergendomi alla sorgente, vidi riflesso, oltre a me stesso e al mondo, altro, altro, altro». Attraverso i capitoli di questo libro, ognuno dedicato a una o più opere dello scrittore russo (da Parla, ricordo a Il dono, da Invito a una decapitazione a Pnin, da Fuoco pallido a Lolita), Nafisi non solo legge e commenta Nabokov, ma illustra anche le motivazioni per cui Nabokov possa essere significativo per chi vive nella Repubblica islamica, l’importanza della letteratura russa per lei e per altri intellettuali iraniani, in un continuo percorso tra dentro e fuori (la sua vita, l’opera e la vita di Nabokov, la situazione dell’Iran, gli iraniani, ma anche i dispotismi di ogni luogo) che vive attraverso un pensiero che si avvicina a Nabokov, «alla sua celebrazione dell’individualità e della dignità individuale, al suo impegno nei confronti della vita dell’immaginazione, alla sua presa di posizione senza compromessi contro qualunque forma di totalitarismo, non solo a livello di Stato ma anche nelle relazioni personali». Nafisi scrive di come la confisca della storia iraniana a opera di Khomeini la facesse «sentire orfana, senza una casa, nell’amato paese dove ero nata. Non era solo una questione politica, era ormai esistenziale»: Quell’altro mondo è la prova plastica e concreta di come la letteratura aiuti a sopravvivere e a riconoscere l’assurdità di ciò che accade.

    • Goffredo Fofi, Cari agli dèi (Edizioni E/O)

    La scomparsa di amici, donne e uomini, che sono stati compagni di viaggio, maestri, più giovani sodali o punti di riferimento sembra in qualche modo poter essere smussata, seppure in nessuna misura rispetto al dolore dell’assenza, dal ricordo e dal tentativo di provare a continuare discorsi interrotti, progetti intrapresi o solo immaginati, perseverare alla luce di una presenza fievole ma costante camminando sulla strada tracciata e percorsa insieme. Cari agli dèi è un libro dove Goffredo Fofi, che ha conosciuto grandi intellettuali italiani almeno dal dopoguerra in poi, costruisce una galleria di questi amici scomparsi mettendo a punto un’autobiografia di traverso, dove proprio attraverso chi non c’è più emergono relazioni, eredità e ricordi che fanno dell’autore ciò che è e che consegnano al lettore la possibilità di solcare itinerari poco battuti riconoscendo l’importanza di figure più o meno celebri. Da Aldo Capitini (a cui non solo il libro è dedicato, ma a cui Fofi è anche debitore rispetto al titolo del suo saggio La compresenza dei morti e dei viventi) a Rocco Scotellaro, da Raniero Panzieri a Danilo Dolci, da Fabrizia Ramondino a Piergiorgio Bellocchio, sono molti gli esponenti culturali che abitano queste pagine, ma ancor più toccanti e commosse appaiono le pagine dedicate a morti meno conosciuti o comunque dimenticati (i quaranta che furono uccisi a Gubbio in una rappresaglia dai nazisti, Alceste Campanile o anonimi rappresentati di un’Italia marginale che Fofi ha conosciuto nei suoi continui pelleginaggi per il paese delle “cento città” per usare il titolo di un altro suo libro) e il capitolo finale dedicato ad Alessandro Leogrande, la scomparsa più recente e dolorosa per Fofi. Cari agli dèi è quindi un libro che costruisce una storia culturale dell’Italia del Novecento attraverso le immagini e i ricordi di Fofi, una storia diversa, fatta di tanti personaggi noti, ma anche di altri, decisivi, che questa notorietà non la hanno, marginali rispetto al racconto maggioritario e anche per questo ancor più importanti da scoprire e conoscere. Come da ogni libro di Fofi, anche Cari agli dèi offre l’opportunità di conoscere, imparare e avere la misura di quella che l’autore definisce «la mia irrequietezza in anni irrequieti», un mai soddisfatto desiderio di muoversi, fare rete e comprendere; un segnavia importante per tempi in cui generazioni confuse desiderano capire.

    • Aa. Vv., Bazleniana (Acquario)

    Provare a disegnare i contorni di una figura fumosa e fluttuante come Bobi Bazlen, imprendibile nella sua essenza, potrebbe porsi come impresa quasi impossibile perché pochi sono gli appigli concreti. Ma questo fa parte della magia di un personaggio come Bazlen, figura che assume i contorni della leggenda nel mondo editoriale, tra le menti di Adelphi, tra i primi divulgatori della letteratura mitteleuropea allora poco conosciuta in Italia (Musil su tutti), della cultura orientale, vicino a Montale e scopritore di Svevo: sono questi solo alcuni dei meriti e delle attività che hanno segnato l’esistenza di Bazlen e i radi punti di appoggio sono anche dovuti al poco che Bazlen ha effettivamente scritto (raccolto in un volume unico per Adelphi), ma d’altronde, come Calasso racconta nel libro a lui dedicato, fu lo stesso Bazlen a dargli un importante suggerimento: «Se qualcuno mi chiedesse quale fu, in quei primi mesi, l’effetto maggiore che provocò in me Bazlen, dovrei dire: mi dissuase dallo scrivere». Ma come accade con tutte le esperienza straordinarie, l’eredità di Bazlen è qualcosa che si può avvertire e in cui ci si può immergere, sicuri che si tratterà di un’esperienza in cui sarà possibile ritrovare, per dirlo con una sua perifrasi, «la prima voltità», l’emozione e lo stupore che solo un primo incontro, che può voler dire anche vedere le stesse cose con occhio diverso, può generare. Si tratta di ciò che accade leggendo lo splendido Bazleniana, volume collettaneo pubblicato in un’edizione molto curata da Acquario, una raccolta di saggi che dà misura delle varie e centripete direzioni che hanno preso il lavoro e l’eredità del critico triestino corredato da piccoli disegni di Bazlen, evocativi, leggeri e imprendibili, com’era nella sua natura. Tra i vari contributi si trova un saggio di Edoardo Camurri che insegue il fantasma di Bazlen, maestro a cui non si dovrebbe pensare ma con cui si dovrebbe pensare, un articolato resoconto dei rapporti di Bazlen con Einaudi e alcuni dei suoi protagonisti scritto da Marco Belpoliti, il ricordo di tempi in sua compagnia di Chiara Mattioni o una splendida lettera per Bazlen scritta da Anna Foà. Un volume prezioso, un’operazione che non si ferma assolutamente all’omaggio infruttuoso a un autore ma si pone piuttosto come un imprescindibile punto di partenza per muoversi e viaggiare tra gli itinerari spalancati da Bazlen, tutti da scoprire e frequentare.

    • Mark Fisher, Desiderio postcapitalista. Le ultime lezioni (minimum fax)

    Provare a intuire quali direzioni avrebbe potuto prendere il pensiero di Mark Fisher a partire da quella introduzione alle nuove linee del suo ragionamento contenuta in Comunismo acido (saggio che si legge in Il nostro desiderio è senza nome. Scritti politici sempre pubblicato da minimum fax) espone da un lato a una vertigine derivata dal fatto di immaginare i sorprendenti percorsi ermeneutici fisheriani, dall’altro alla tristezza per ciò che sarebbe potuto essere e non si è compiuto. Desiderio postcapitalista (volume curato da Matt Colquhon e tradotto in italiano da Vincenzo Perna) aiuta in parte a provare a completare il percorso teorico fisheriano anche se la trascrizione delle lezioni che il teorico inglese tenne alla Goldsmith University nell’anno accademico 2016/2017 si interrompe improvvisamente a causa del suicidio di Fisher e così delle lezioni che seguono la sua scomparsa possiamo leggere solo nel programma del corso (ma il libro è arricchito anche da una preziosa bibliografia, strumento eccezionale per conoscere ciò a cui avrebbe fatto riferimento Fisher). Certo è che la trascrizione fedele delle lezioni con gli interventi degli studenti rende bene la misura sia dei processi mentali che caratterizzano il pensiero di Fisher nel suo farsi (che si muove spesso attraverso analogie e improvvisi, e illuminanti, paragoni) sia il rapporto alla pari con gli studenti, come testimonia l’attenzione ai loro interventi o il dialogo continuo con loro. Il titolo dato al corso indica bene l’argomento scelto da Fisher che riflette sullo statuto del desiderio, su come questo abbia assunto forme diverse nel corso del tempo, sulle varie forme di accelerazionismo, su come la macchina capitalistica plasmi i pensieri e su quali possono essere le vie per immaginare futuri ulteriori. Proprio all’interno di questo spazio prende piede una riflessione, forse non del tutto compiuta ma di estremo interesse e ben puntellata nei suoi nodi principali, sulla psichedelia come strumento di conoscenza in un percorso interpretativo che unisce, come sempre accade nei suoi ragionamenti, musica e filosofia, arte e letteratura.

    • Alfonso Fasano, Pep Guardiola, il calcio come rivoluzione infinita (66thand2nd)

    I lettori si sono ormai abituati, o comunque dovrebbero farlo, alla qualità della collana di 66thand2nd “Vite Inattese”, racconti di vite e momenti di sport in cui l’elemento precipuo si mescola sempre con aspetti sociali, culturali e, semmai possano essere slegati dal resto, politici. Non sfugge a questo spazio dorato il libro di Alfonso Fasano su Pep Guardiola, oggi allenatore del Manchester City, che già dal titolo mette in luce il carattere continuamente in movimento, instancabile nei suoi processi, del gioco del calcio per l’allenatore spagnolo. Parlare di Guardiola non è una sfida facile perché, come bene sottolinea Fasano nelle prime pagine del libro, si tratta di un personaggio che più di ogni altro incarna la dialettica che caratterizza il gioco moderno, quella tra gli allenatori “giochisti”, che credono agli aspetti teorici e teoretici del calcio, e quelli “risultadisti”, per i quali l’unica cosa che conta è il risultato. Detrattori, adulatori, nemici, allievi sono le polarizzazioni che genera l’allenatore, suo malgrado verrebbe forse da aggiungere, ma se si osserva Guardiola al lavoro, a bordo campo o nelle conferenze stampa, appare nitida l’immagine di un uomo che crede ciecamente nelle sue convinzioni e nella sua verità come «una trascendenza che si è manifestata ai suoi occhi». Dopo una prima breve parte dedicata alla nascita e crescita di Guardiola come giocatore (in cui Fasano descrive bene, con rapidi tratti, anche gli aspetti più puramente politici del Barcellona, della Catalogna e di chi, come Guardiola, è nato da quelle parti), il libro si snoda attorno alle vicende del Guardiola allenatore, descrivendo con minuzia le sue varie esperienze (Barcellona appunto, e poi Bayern Monaco e Manchester City) attraverso momenti topici in cui sembra rivelarsi agli occhi dell’allenatore «teologo» nuovi possibili sviluppi del suo gioco e del calcio più in generale e ponendo attenzione alle tecniche di allenamento e comunicazione messi a punto da Guardiola. Dal gioco posizionale (incarnato nella definizione di tiqui-taca) alla rapidità verticale inglese, la rivoluzione di Guardiola sembra in continua costruzione e sarà divertente vedere dove andrà a posizionarsi la sua creatura in perpetua mutazione.

    • Reza Negarestani, Tortura concreta. Jean-Luc Moulène e il protocollo dell’astrazione (TLON)

    Autore di Cyclonopedia (tradotto in italiano da LUISS University Press), libro oscuro in cui una pseudo-narrazione letteraria (la storia di una ragazza americana che a Istanbul ritrova uno strano manoscritto e di un archeologo cacciato dall’università) si sfilaccia in un puro e articolato percorso teoretico sul potere del petrolio, la «petropolitica», che avvinghia inconsapevolmente ogni società occidentale, il filosofo iraniano Reza Negarestani nel 2014 ha scritto questo breve libro (dove la lunghezza limitata è inversamente proporzionale alla complessità e profondità dei ragionamenti) come una speculazione sull’opera dell’artista francese Jaun-Luc Moulène. Ma come ben sottolinea l’introduzione di Gioele P. Cima, anche traduttore del volume, indispensabile e approfondita per comprendere non solo la nascita di questo scritto ma anche l’opera di Negarestani, questo saggio è certamente minore rispetto ad altre opere, eppure è «fondamentale per legare in senso pratico la questione dell’umano con quella della ragione e della sua apertura all’inumano». Partendo dalle forme delle installazione di Moulène, oggetti bizzarri come fiori metallici o nodi di bronzo, in cui la materia sovrasta le decisioni dell’artista, Negarestani si sofferma sul concetto di astrazione che spinge la mente verso nuove possibilità attraverso «una forza in grado di lacerare la materia e imprimere a ciò che è inerte uno slancio noetico in grado di definire la traiettoria del pensiero e dell’immaginazione». Tra le pagine di Tortura concreta il concetto chiave per la storia dell’arte dell’astrazione viene rivisto e ripensato, tanto che Negarestani vede nel lavoro di Moulène la trasformazione dell’astrazione in un protocollo universale (secondo la stessa definizione dell’artista di protocollo come sistema performativo) che governa la creazione dell’artista rappresentando alla perfezione «la ramificazione dei transiti tra il pensiero e la materia», momento topico in cui tutte le modalità attraverso le quali si muove il pensiero confluiscono in un unico, decisivo, zenit.

     

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    Lo sguardo anarchico https://minimaetmoralia.it/politica/lo-sguardo-anarchico/ https://minimaetmoralia.it/politica/lo-sguardo-anarchico/#comments Wed, 20 Oct 2021 07:30:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49410 Pubblichiamo le prime battute dell'intenso dialogo "Lo sguardo anarchico" tra Colin Ward e David Goodway, dove vengono ripercorsi i primi incontri di Ward con il mondo dell'anarchismo.

    L'articolo Lo sguardo anarchico proviene da Minima et Moralia.

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    Torna in libreria con una nuova postfazione di Francesco Codello la lunga conversazione tra Colin Ward, uno dei maggiori pensatori anarchici del secondo Novecento, e David Goodway, Lo sguardo anarchico (pubblicato sempre da Eleuthera con la traduzione di Guido Lagomarsino e con una prefazione di Goffredo Fofi). Ringraziando l’editore per la concessione, pubblichiamo qui le prime battute dell’intenso dialogo tra Ward e il caro amico Goodway, dove vengono ripercorsi i primi incontri di Ward con il mondo dell’anarchismo e la sua idea del pensiero anarchico.

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    D. G.: Prima di tutto vorrei farti la domanda più ovvia: raccontami come sei diventato anarchico.

    C. W.: Provengo da una famiglia di laburisti della periferia orientale di Londra, e dell’esistenza di un movimento anarchico ho saputo ai tempi della guerra di Spagna. Mio padre era l’ultimo di dieci figli: la sua famiglia stava nella East India Dock Road dove suo padre era definito un «grossista». Da adolescente era stato uno «studente-insegnante» nella scuola che frequentava e poi aveva ottenuto una borsa per un college dove si formavano i maestri. Dopo la Grande Guerra, mentre insegnava in una scuola del quartiere dei docks a Londra, si era laureato in geografia alla London School of Economics, uno dei pochi istituti che consentivano di studiare e lavorare insieme. Mia madre era figlia di un carpentiere della stessa zona della capitale.

    Quanto a me, pur avendo superato l’esame di ammissione alla locale scuola superiore, a quindici anni, nel 1939, avevo lasciato gli studi. Temo di avere deluso i miei e sono sicuro che mio padre pensasse che, se non ero in grado di affrontare il doppio impegno che egli aveva imposto a se stesso, non valesse la pena di spronarmi a farcela. Da ragazzo una delle cose che più mi appassionava era la stampa (nella forma ormai superata con i caratteri mobili in piombo). Mi ero comprato un tornio a pedale e un amico di mio fratello che lavorava per un quotidiano mi portava pacchi interi di vecchi caratteri in piombo. Più tardi, quando avrei voluto mostrargli i risultati della sua gentilezza, ho saputo che era morto durante un bombardamento aereo.

    Di trovare lavoro in una tipografia non ci fu verso, ma nel 1941, al mio terzo impiego, fui messo al tavolo da disegno nello studio di un anziano architetto con trascorsi professionali che risalivano all’ultimo decennio del xix secolo, ai tempi di William Morris e dell’Arts and Crafts Movement. La sua attività si era ridotta ai restauri provvisori delle fabbriche dell’East End londinese, una zona che conoscevo molto bene e che era stata devastata dal blitz aereo del settembre 1940.

    Come qualsiasi ragazzo che lavorava nel centro di Londra per la prima volta, passavo un sacco di tempo a esplorare la City. Mi ricordo di avere scoperto il Socialist Book Centre di Essex Street, ai margini dello Strand, che era gestito da un amico di Orwell, Jon Kimche. È lì che ho scoperto le opere di Orwell, che non era facile trovare in altre librerie, e riviste come «Tribune» e «New Leader».

    Alla pari di tutti i miei coetanei (non conoscevo ancora nessun obiettore), a diciotto anni fui arruolato nell’esercito (era il 1942) e, dato che lavoravo in uno studio di architettura, fui immediatamente destinato al corpo dei genieri. Mi insegnarono a costruire ponti e a farli saltare, ma ci deve essere stata un’improvvisa carenza di disegnatori perché, secondo quel sistema fantastico con cui funziona la strategia militare, fui destinato alla Army School of Hygiene, per fare gigantografie di latrine e insetti velenosi come guida per chi costruiva accampamenti e impianti igienici.

    Poi, nell’autunno del 1943, la stessa insondabile strategia militare mi fece trasferire in Scozia, a Glasgow, per lavorare in una tenuta requisita in Park Terrace, con una splendida vista sulla città fumosa sotto di noi, dove, per la prima volta dalla fine della prima guerra mondiale, l’industria pesante era in piena espansione. La domenica avevo un permesso e lo utilizzavo girando per la città o passando ore alla Mitchell Library, la bellissima biblioteca pubblica aperta la domenica, fino al momento in cui potevo andare ad ascoltare i comizi politici in piazza. A Glasgow c’era una lunga tradizione in questo campo e, all’epoca, l’anarchismo era rappresentato da due oratori particolarmente brillanti e spiritosi, Eddie Shaw e Jimmie Dick. In quelle occasioni si distribuivano volantini che invitavano nella libreria anarchica di George Street e nella adiacente sala riunioni sopra il pub Hangman’s Rest di Wilson Street.

    Suppongo fossero operai che riuscivano a coniugare ideologicamente l’individualismo alla Stirner con il sindacalismo.

    Sì, hai ragione. Tutti e due i personaggi che ho citato riunivano in sé le versioni dell’anarchismo in apparenza più incompatibili. L’anarchico di Glasgow che più mi affascinava era però Frank Leech. Era un irlandese, ma non veniva dall’Irlanda, bensì dal Lancashire, ed era stato campione di pugilato della Marina nella prima guerra mondiale. Aveva una posteria in uno di quei quartieri residenziali ai margini della città. Lì ospitava profughi dalla Germania e dalla Spagna e lavorava con un tornio a stampa. Quando gli parlai delle pubblicazioni ufficiali americane, da me lette alla Mitchell Library, che descrivevano i piani per l’Europa del dopoguerra, mi sollecitò a condensarli in articoli per la rivista londinese «War Commentary – for Anarchism» e a spedirli alla signora M. L. Richards. Gli diedi retta e il materiale fu pubblicato, mi pare, nel dicembre del 1943.

    In quel periodo Leech ebbe guai con la legge e decise di dar vita a un’azione di propaganda iniziando uno sciopero della fame nel carcere di Barlinnie. Era un personaggio assai popolare e i suoi amici, preoccupati per la sua salute, mi spinsero a fargli visita in prigione per cercare di convincerlo a desistere (pensando che un soldato in uniforme, con un accento londinese e non scozzese, avesse più probabilità di avere un permesso dal direttore del carcere). La mia visita fu evidentemente notata, perché subito dopo l’esercito mi trasferì in un’unità addetta alla manutenzione sulle isole Orcadi e Shetland, nella zona remota all’estremo nord-est della Scozia.

    In questa vicenda c’è un aspetto ironico: la mia sospetta inaffidabilità mi ha tenuto lontano dai guai per il resto della guerra, mentre molti altri coscritti della mia generazione sono caduti in battaglie dimenticate e senza senso nel Sud-est asiatico.

    Ma quegli anarchici impegnati e autodidatti di Glasgow mi avevano ormai conquistato alla causa anarchica, facendomi conoscere la loro libreria, vendendomi tutta la stampa anarchica che avevano a disposizione e mettendomi in contatto (postale, per il momento) con Freedom Press a Londra.

    Che cosa ti attraeva dell’idea anarchica in un’epoca in cui l’entusiasmo per il comunismo sovietico era all’apice?

    Non sono del tutto sicuro di come io sia riuscito a non essere infettato dall’idolatria per Stalin che affliggeva la sinistra britannica. Ma tra le pubblicazioni in vendita nella libreria anarchica di Glasgow c’erano gli scritti di Emma Goldman e di Alexander Berkman. Frank Leech stesso aveva stampato e pubblicato il pamphlet di Emma Goldman Trotsky Protests Too Much. Mi avevano colpito, molto presto, anche le opere di Arthur Koestler e di George Orwell. Lilian Wolfe, una veterana dei primi anni di Freedom Press, aveva messo il mio nome nell’elenco dei destinatari di vari giornali del dissenso, per esempio di «politics», che Dwight Macdonald pubblicava dal 1944: tutte quelle pubblicazioni avevano come tratto comune una dichiarata avversione nei confronti dello stalinismo onnipresente sulla stampa della sinistra «regolare». Sempre nel 1944 Freedom Press aveva pubblicato il libro di Maria Luisa Berneri, Workers in Stalin’s Russia, che avrebbe visto più ristampe negli anni del dopoguerra. Vi si sosteneva che il criterio fondamentale per giudicare qualsiasi regime politico era: «In che condizioni si trovano gli operai?», e che, secondo questo criterio, il regime sovietico era un disastro, con gli stessi estremi di ricchezza e di povertà del mondo capitalista. Il libro era uscito in un momento in cui, per tacito accordo, la stampa britannica non criticava l’Unione Sovietica. Sono sicuro che le generazioni a venire non riusciranno mai a capire fino a che punto le idee marxiste e staliniste abbiano condizionato le teorie degli intellettuali inglesi ed europei.

    Come spiegheresti questa infatuazione quasi religiosa?

    Per molti è stata una specie di conversione: la ricerca di certezze estreme. Forse è stato Orwell che l’ha definita «patriottismo dislocato», riferendosi con questo a quanti, avendo abiurato a una lealtà incondizionata per il paese di nascita, l’andavano applicando, come un cerotto, a un altro paese. Lo abbiamo visto bene nei decenni del dopoguerra in cui i marxisti inglesi, delusi dallo stalinismo, hanno offerto la loro lealtà prima alla Jugoslavia di Tito e, delusi ancora una volta, sono poi passati immediatamente alla Cuba di Castro. Non conosco armi capaci di sconfiggere questa tendenza, se non quella del ridicolo.

    Come definisci l’anarchismo? Sei socialista? Il tuo essere anarchico include quello dei sindacalisti, degli individualisti, dei pacifisti…?

    Per dare una definizione di anarchismo ricorro sempre alle parole di apertura di un articolo scritto da Kropotkin per l’undicesima edizione dell’Encyclopaedia Britannica nel 1905, in cui spiega che è

    “il nome dato a un principio, o a una teoria della vita e del comportamento, in base al quale la società è concepita senza governo: l’armonia al suo interno si ottiene non per sottomissione alla legge o per obbedienza a una qualsivoglia autorità, ma per libero accordo stipulato tra i vari gruppi, territoriali e professionali, liberamente costituiti per fini di produzione e consumo, come pure per la soddisfazione dell’infinita varietà di bisogni e di aspirazioni di un essere civile”.

    Io sono completamente d’accordo con questa definizione, che altrove Kropotkin estende. Ciò significa che io sono, per definizione, un socialista o quello che Kropotkin avrebbe definito un anarco-comunista. Ma allo stesso modo sottolineo sempre che esiste un terreno comune per persone che sono arrivate a un approccio anarchico attraverso percorsi differenti. Credo che il gruppo di Freedom Press degli anni della guerra riunisse persone che esprimevano tutte le tendenze che citavi e che questa sia stata una caratteristica di quelli legati alla testata «Freedom» per tutto il periodo della sua storia. E in effetti non mi fido di quegli anarchici che passano il tempo a demolire le posizioni di un’altra frazione anarchica.

    Capisco ciò che vuoi dire, ma devo insistere su un aspetto. Io non vedo alcun riferimento al socialismo (la proprietà comune dei mezzi di produzione, di distribuzione e di scambio) nella definizione che hai preso da Kropotkin.

    Perché la maggior parte delle versioni del socialismo che conosciamo implicano l’attività di un governo centrale o locale. Ma il movimento cooperativo mette in campo in tutto il mondo una molteplicità di forme di proprietà comune dei mezzi di produzione, di distribuzione e di scambio, senza dipendere dallo Stato.

    Certo, ma ritengo che la definizione di Kropotkin attenga allo specifico campo dell’anarchismo e non del socialismo, anche se ha forse implicazioni socialiste. In che rapporto ti metti, personalmente, con il sindacalismo?

    Mi sembra che il controllo operaio della produzione industriale sia l’unico approccio compatibile con l’anarchismo, per questo sono automaticamente un sostenitore degli obiettivi del sindacalismo. Tuttavia, ho visto spesso come una minoranza militante tentasse di alimentare conflitti di importanza secondaria fino a farli diventare lotte estreme, perdendo inevitabilmente l’appoggio della maggioranza e facendo sì che i normali operai temessero l’impegno militante. I sindacalisti, come i romanzieri e i sociologi, tendono a sopravvalutare la presenza delle grandi fabbriche fordiste, organizzate con precisione militare, nel settore manifatturiero, quando, come Kropotkin rilevava un secolo fa, il posto di lavoro tipico è in una piccola officina. Forse, quando i sindacalisti riusciranno a fare a meno di un certo romanticismo storico, sapranno sfruttare appieno le nuove tecnologie della comunicazione per combattere il capitalismo internazionale su scala globale.

    E l’individualismo?

    Non c’è bisogno che ti dica che le persone più individualiste che ho conosciuto erano tra quelle che respingevano l’ideologia dell’individualismo e credevano fermamente nel comunismo anarchico. Non è una battuta, ma un’osservazione che faccio quasi ogni giorno.

    E il pacifismo?

    Anche qui ho potuto osservare varie generazioni di anarchici che hanno avuto posizioni diverse riguardo alla violenza e alla nonviolenza. Mi ricordo di un simpaticissimo vecchio irlandese, un anarchico dei tempi andati, Matt Kavanagh, che ripeteva spesso (parlando di persone che tu e io conosciamo bene): «Il guaio dei pacifisti è che ti mollerebbero un bel pugno sul naso senza starci a pensare due volte!». Ma a chi considera ingenuo o semplicistico il pacifismo contemporaneo, io consiglierei di leggere il libro del mio amico Michael Randle, Civil Resistance, che discute le potenzialità e i limiti dell’azione pacifista.

    Sono sicuro che George Orwell – il quale durante la seconda guerra mondiale ha dedicato tantissimo tempo ad attaccare la posizione pacifista dei suoi amici Alex Comfort e George Woodcock – osserverebbe, nonostante tutto, che coloro che sono più proni a criticare l’ideologia della nonviolenza sono anche quelli che hanno meno dimestichezza con la natura orribile, squallida e arbitraria della violenza.

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    I giovani e il mito di James Dean: il nuovo libro di Goffredo Fofi https://minimaetmoralia.it/cinema/i-giovani-e-il-mito-di-james-dean-a-partire-dal-nuovo-libro-di-goffredo-fofi/ https://minimaetmoralia.it/cinema/i-giovani-e-il-mito-di-james-dean-a-partire-dal-nuovo-libro-di-goffredo-fofi/#respond Thu, 10 Dec 2020 13:01:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47332 In "Il secolo dei giovani e il mito di James Dean" Goffredo Fofi analizza la parabola dei giovani nel Novecento, la figura tragica e l'eredità di James Dean

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    Il titolo del nuovo libro di Goffredo Fofi, Il secolo dei giovani e il mito di James Dean (pubblicato da La nave di Teseo), svela tutta la sua intelligente problematicità sin dalle prime pagine, dove Fofi si chiede se si possa definire “secolo dei giovani” il Novecento, che ha falcidiato milioni di persone, soprattutto giovani, in due guerre talmente estese da poter essere definite “mondiali”, e dove gli «immensi progressi della scienza e della tecnica» si sono concretizzati, tra le altre cose, nell’invenzione del secolo, la scissione dell’atomo, usata sotto la forma di una bomba dagli effetti devastanti. Chi ha definito il Novecento “secolo dei giovani”, riferendosi così al loro nuovo protagonismo, chiude gli occhi volontariamente sui modi attraverso i quali questa spinta spontanea è stata volta volta neutralizzata per farla rientrare nel grande alveo dei modelli occidentali e capitalisti: «il dominio parte sempre dai giovani, si serve dei giovani» chiosa Fofi.

    Eppure resta indubitabile che nel Novecento, soprattutto a partire dalla violenta presa di coscienza a seguito della Prima e della Seconda guerra mondiale, i giovani hanno avuto un ruolo centrale di opposizione rispetto al mondo borghese – e basta pensare, per esempio, al mondo delle avanguardie artistiche e letterarie –, ma il rischio è sempre stato quello di una normalizzazione successiva destinata a sopire ogni spirito rivoluzionario. Un ripiegamento individuale, nel periodo tra la seconda guerra mondiale e gli anni Settanta, ha in un primo momento dato ai giovani gli strumenti per conoscere dove andare, quale strade percorrere per dare seguito a un desiderio di centralità nel mondo, dire “io” e rifiutarsi di «asservire la propria ispirazione alla ragion di stato»: questa generazione del secondo dopoguerra, come sottolinea Fofi nel libro, fu mossa «da un individualismo ben lontano da quello cui oggi assistiamo (dominato da un”io” chiuso e conformista)», arrivando a unire questa spinta dell’io «con quelle di un’epoca, di una generazione, degli oppressi». In questo senso il Novecento è stato allora il secolo dei giovani, che ebbe però una vita breve lunga qualche decennio, prima che il culto del «narcisismo», inteso in chiave ampia come nelle definizioni ancora ineluttabilmente profetiche di Christopher Lasch, segnasse una sconfitta definitiva e «l’attenzione spasmodica del capitale alle forme della comunicazione e del controllo compissero l’opera».

    All’interno di questo scenario, che Fofi tratteggia con consueta e spietata precisione nella prima parte del libro, si inserisce la vicenda di James Dean, tra gli anni Cinquanta che lo vedono attore iconico, il futuro Sessantotto fino alle sconfitte degli anni Settanta e Ottanta dove diventerà il simbolo che resiste ancora oggi. Nato nel 1931 dentro la furia della Grande Depressione e morto nel 1955 a seguito di un incidente stradale con la sua macchina da corsa diventando ancora di più l’emblema di una rivolta adolescente, l’attore americano figura nell’argomentazione di Fofi come esempio rivelatore di questo movimento, per la sua esistenza tormentata dentro una società che faceva del benessere il suo vessillo principale. Oltre a ricostruire il significato del cinema americano negli anni Cinquanta, nominare attori, produttori e registi protagonisti di questa fase di “evasione” della storia del cinema («il cinema “tira”, la novità è che ormai “parla” e la gente fa le code per distrarsi sognando») e ripercorrere le fasi iniziali delle carriere di Marlon Brando e di Montogomery Clift, Fofi racconta i primi ruoli di James Dean (tutti e tre gli attori ebbero a che fare con Elia Kazan, altro protagonista del libro), gli incontri con registi che sapevano leggere in lui un disagio che necessitava di essere accompagnato, la sua incapacità di entrare in un mondo in cui non si riconosceva e come i suoi personaggi suggerissero ai giovani degli anni Cinquanta «una psicologia e un’immagine, modi di muoversi, gestire, parlare ed esprimere una propria diversità».

    Il disagio avvertito dai giovani in quegli anni, spinta ai movimenti che li resero i protagonisti di quei decenni, ha un debito verso le immagini di questi attori proposti dal cinema, come suggerito anche da Paul Goodman, autore che insieme a Lasch compare spesso in queste pagine, in Gioventù assurda (il titolo in lingua originale, Growing up absurd suona ancora più incisivo) dove il sociologo analizza il disagio di una generazione e le potenzialità di rivolta collettiva. Nei film con Dean protagonista – ma anche in Fiume rosso dove Clift si ribella alla padre interpretato da John Wayne –, La valle dell’Eden (incentrato sulle incomprensioni tra l’introverso e «mal amato» Cal Trask/James Dean e il padre) e, soprattutto, l’iconico Gioventù bruciata, con quell’identificazione tra l’attore e il personaggio che «ha qualcosa di morboso che si comunica allo spettatore, figuriamoci dunque a uno spettatore adolescente», emerge l’immagine di una famiglia che non comprende i suoi figli e della frustrazione che nasce da questa incomprensione (e sempre Lasch in Rifugio in un mondo senza cuore. La famiglia in stato d’assedio avverte sui pericoli nella dissoluzione della famiglia, ultimo rifugio). In Gioventù bruciata, nonostante la questione “giovanile” non abbia un ruolo preponderante, viene descritta con arguzia, e con un attore che vive quasi in maniera mitica la parte, il disagio che nasce da «un’adolescenza senza più modelli famigliari e comunitari accettabili, in una società dove la retorica e il consumo hanno sostituito l’attenzione alla formazione del carattere e alle stesse possibilità di maturare».

    In apertura a un suo libro di quasi trent’anni fa, Benché giovani, incentrato sulla «difficoltà di crescere» negli anni Novanta, ma ricco di esempi a cui guardare, Fofi scriveva: «è difficile parlare di giovani o a giovani senza paternalismo, senza nulla nascondere delle brutture del mondo, eppure senza spingere al cinismo o alla disperazione, alla paura. […] Nello stesso tempo occorre però reagire e molti di noi reagiscono». Quest’ultimo piccolo libro su James Dean, oltre a essere una miniera di informazioni sull’attore e sul cinema americano degli anni Cinquanta, prosegue questo discorso nella convinzione che possibili modi di reagire esistono e che sia possibile farli propri restando in guardia rispetto agli errori e le furie del passato, perché speranze nel futuro devono sempre esserci e «anche quando non ce ne fossero, è dalla disperazione che può e deve nascere la ribellione». Edgar Morin ha scritto, in un libro citato da Fofi, I divi, dove trova spazio anche un’analisi della figura mitologica di James Dean, che «l’adulto delle società burocratiche e imborghesite è colui che accetta di vivere poco per non morire molto, il segreto dell’adolescenza è che vivere significa rischiare la morte, che la rabbia di vivere è l’impossibilità di vivere» e sta in questo, sicuramente, il segreto e la forza simbolica dell’adolescenza.

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    Città distrutte, le biografie infedeli di Davide Orecchio https://minimaetmoralia.it/letteratura/citta-distrutte-davide-orecchio/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/citta-distrutte-davide-orecchio/#comments Wed, 02 May 2018 05:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37082 “Certo, sono una città distrutta. Se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite”

    Leggere (per la seconda volta) Città distrutte di Davide Orecchio, appena ripubblicato da Il Saggiatore, con postfazione di Goffredo Fofi (il libro uscì per la prima volta nel 2011 per Gaffi), illumina con la certificazione del senno di poi anche la lettura dei due romanzi successivi: Stati di grazia (Il Saggiatore 2014); Mio padre la rivoluzione (minimum fax, 2017).

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    “Certo, sono una città distrutta. Se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite”

    Leggere (per la seconda volta) Città distrutte di Davide Orecchio, appena ripubblicato da Il Saggiatore, con postfazione di Goffredo Fofi (il libro uscì per la prima volta nel 2011 per Gaffi), illumina con la certificazione del senno di poi anche la lettura dei due romanzi successivi: Stati di grazia (Il Saggiatore 2014); Mio padre la rivoluzione (minimum fax, 2017).

    Quando lessi le sei biografie infedeli contenute nel libro, per la prima volta, ne fui profondamente colpito, non sapevo nulla di Davide Orecchio. Rimasi affascinato dalla prosa chiara ma non banale, dal ritmo, dalla bravura nella gestione dei tempi verbali e dei tempi, nel senso di date, nel senso di andare e venire, nel senso di raccontare una vita con delle verità storiche ma reinventandola, nel senso di mischiarla ad altre. I sei personaggi, o le sei persone se preferite, che fossero esistiti o meno, rendevano comprensibile la storia vera accaduta in un dato luogo, in un dato momento. E il luogo poteva essere l’Argentina, e il luogo poteva essere la Sicilia, e il luogo poteva essere l’Unione Sovietica, e il luogo poteva essere Roma, e il luogo poteva essere il Molise. E il tempo poteva essere quello della dittatura di Videla, e il tempo poteva essere quello del fascismo, e il tempo poteva essere quello del sindacato e del PCI. Il tempo e il luogo potevano essere lo spazio della poesia e del cinema; e ancora del compiuto e dell’irrisolto.

    […] le si forma una ruga che le attraversa verticalmente la guancia e come una punizione appare solo quando ride, occupa il tempo tra gli agrumi del padre e immergendosi in bagni caldi, a causa di una psoriasi deve tagliare i capelli, indossa camicie a maniche lunghe e biancheria intima di cotone, ha molto tempo per leggere e s’appassiona all’opera di Mario Benedetti[…].

    Non scrissi nulla del libro allora, ma pensai con la speranza del senno di prima chissà cosa e come avrebbe scritto Orecchio, chissà quando. Ora anche la speranza ha la sua giusta certificazione, perché Davide Orecchio ha scritto tre libri in cui la letteratura si nutre della storia, la usa come concime, ne prende possesso, ci va a braccetto a prendere un gelato, a togliere la polvere.

    Pensate a un volume d’archivio, pensate a quel librone gigantesco tirato giù da uno scaffale, pensate a qualcuno che lo porti davanti a una finestra e che alla luce nuova del sole lo sfogli, ci annoti a matita qualcosa, aggiunga un nome, una vita e da quel nome, da quella vita che non c’era, ma che ora c’è, racconti quello che invece c’è stato. A quel punto un torturatore mai vissuto o vissuto con altra faccia potrà mostrare per mano dello scrittore l’orrore della tortura e del sopruso.

    È questo il senso profondo della scrittura di Davide Orecchio. C’è un lavoro mostruoso di ricerca e di documentazione che compie lo scrittore romano, e riconosciamo la pazienza dello storico, la precisione dell’archivista, la curiosità dello studioso e del giornalista; tutto questo fuso a un talento per la prosa per il quale provo ammirazione e non riesco a trovare paragoni, e nemmeno ho voglia di cercarli.

    Il tempo non esiste se non per misurare. Al di fuori di noi c’è solo spazio. Maturare, crescere, cambiare: cosa c’entrano le lancette? Decomporsi e morire, non c’è calendario che lo spieghi.

    Se il tempo non esiste, esiste però la sospensione di queste sei storie, una dimensione in cui fantasia e cronologia possono stare insieme, così come l’orrore e la grazia, è di questo che è fatta la vita, è così che si è accumulata la storia, anno per anno, secolo per secolo. Troveremo qui Éster Terracina a Buenos Aires negli anni della dittatura, donna coraggiosa e ribelle, donna che lotta e che sa amare, donna dal passo a cui molti non potranno mai ambire, la vedremo in carcere, torturata, preda e rifugio del suo torturatore, donna capace d’amore e capace di salvare. Incontreremo Eschilo Licursi, il cui percorso è raccontato per intralci, ma ne vediamo le debolezze ma anche le capacità politiche, le sconfitte e le rinunce, vedremo il fascismo e la guerra, vedremo la solitudine, vedremo i contadini e la campagna, vedremo quello che è stato del socialismo e quello che non è stato.

    “È famoso. Questo lo porterà a Roma, dove non fece nulla se non morire. Il più tragico degli atti mancati, la morte invece del compimento”.

    E poi ci si parerà davanti un regista straordinario che non si compie che non può compiersi, che sarà inconcludente ma geniale, forse perché troppo conclusa è la terra da cui viene, compiuta nel bene e nel male la sua saga familiare e sarà “un cosmonauta che non può rientrare alla base”; Mosca non lo vuole, Roma e il cinema non sanno che farsene. Arriverà l’incredibile storia di Pietro Migliorisi, poeta, fascista, comunista, padre senza figlio, marito senza moglie. Un uomo che insegue per tutta la vita i suoi tormenti.

    “Veniva fuori il poeta, quello che avrebbe voluto riempire l’uomo per intero ma non ci riuscì”.

    E più avanti Betta Rauch, e la sua vita destinata a correre, a immaginare, ad amare, a trovare e a perdere, ma a scrivere pure, a determinare e a essere allontanata e ad allontanare. Così come fa la vita, così come vuole la storia. E Kauder infine e il sogno di lasciare libri che gli sopravivranno, accadrà? Non accadrà? Ci saranno intanto viaggi, lettere  e qualcosa che somiglia a una vita.

    Ognuna di queste biografie ha in fondo una nota di Orecchio, che spiega se necessario ma che aggiunge bellezza. Quello che sorprende da sempre di Davide Orecchio è il vortice in cui tutto si compie a un ritmo che accompagna come un miraggio, come davanti a un panorama che abbiamo conosciuto ma che ci pare cambiato, che ci sembra più bello. L’incanto della letteratura rende più sopportabile la storia? Direi di no, ma di certo la rende più comprensibile facendo lumi tra i sentimenti che a volte sfuggono agli archivi.

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    Buon compleanno, Goffredo https://minimaetmoralia.it/cultura/buon-compleanno-goffredo/ https://minimaetmoralia.it/cultura/buon-compleanno-goffredo/#comments Sat, 15 Apr 2017 10:17:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34168 Oggi Goffredo Fofi compie ottant'anni: tanti auguri dalla redazione di minima&moralia, con tutto l'affetto del caso. Per l'occasione, riproponiamo un suo testo tratto da Elogio della disobbedienza civile (Nottetempo). (fonte immagine)

    La cultura

    La cultura […] è diventata la merce fondamentale della distrazione, e chi ne vive accetta molto tranquillamente il proprio stato di sudditanza, contento che lo si lasci scrivere e fare cose inoffensive nella sostanza – le seconde perfino più delle prime, senza rapporto, si direbbe, con le idee dichiarate. Peraltro, si viene eletti e si va al governo grazie alle diverse forme di pubblicità che il potere mette in campo, e di questo noi italiani dovremmo saperne molto, reduci da trent’anni prima craxiani e poi berlusconiani – con la sinistra che è andata assumendo gli stessi modelli e di fatto si è suicidata, divenendo né più né meno che una fiacca variante della destra.

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    fofi

    Oggi Goffredo Fofi compie ottant’anni: tanti auguri dalla redazione di minima&moralia, con tutto l’affetto del caso. Per l’occasione, riproponiamo un suo testo tratto da Elogio della disobbedienza civile (Nottetempo). (fonte immagine)

    La cultura

    La cultura […] è diventata la merce fondamentale della distrazione, e chi ne vive accetta molto tranquillamente il proprio stato di sudditanza, contento che lo si lasci scrivere e fare cose inoffensive nella sostanza – le seconde perfino più delle prime, senza rapporto, si direbbe, con le idee dichiarate. Peraltro, si viene eletti e si va al governo grazie alle diverse forme di pubblicità che il potere mette in campo, e di questo noi italiani dovremmo saperne molto, reduci da trent’anni prima craxiani e poi berlusconiani – con la sinistra che è andata assumendo gli stessi modelli e di fatto si è suicidata, divenendo né più né meno che una fiacca variante della destra.

    La cultura, anche quella che si vuole migliore, perfino elitaria, è ridotta a merce, a intrattenimento e a mero consumo […] La sua funzione emancipatrice è da tempo una mera finzione – così come quella della scuola nei suoi vari ordini.

    La cultura non è mai stata super partes, tutt’altro – ci sono sempre state una cultura dei ricchi e una dei poveri, una di destra e una di sinistra, una religiosa e una laica, una maschile e una femminile, una bianca e una nera eccetera –, ma oggi lo è meno che mai, ed esiste una cultura iper-maggioritaria che è di fatto unica e servile, oppressa e negata dalla sua stessa superficiale varietà, dalla sua onnipresenza e, alla prova dei fatti (dei comportamenti di chi la consuma), dalla sua inconcludenza, ché un’idea vale l’altra, ed è ben raro che a un’idea buona consegua una qualche pratica “antagonista”. La cultura universitaria si morde la coda dentro a un suo limbo isolato, tra norme astruse e carriere esecrabili, e tutto fa fuorché emancipare i suoi studenti, anche se qualche professore riesce ancora a rispettarli e a proporre antidoti alla stupidità dilagante – favorita invece da pressoché tutta la cultura giornalistica, che ha finito, seguendo il modello offerto dalla televisione, per non depositare in nessuna coscienza la comprensione della gravità dei tempi e per fare invece di tutto, anche delle nostre paure, spettacolo e merce. E la televisione è, per lo meno in Italia, la fogna della cultura. È almeno dal trentennio in questione che non si vedono differenze sostanziali tra i suoi programmi, né si trovano tra i suoi dirigenti persone rispettabili e di libero pensiero,  né tra i suoi dipendenti qualcuno che sembri rendersi conto delle proprie responsabilità, e tanto meno delle proprie colpe – anche se molti di loro sapevano una volta che uccidere le possibilità di intelligenza e di sensibilità presenti in ognuno non è meno grave che uccidere i corpi. Il giornalismo in genere (quotidiani e settimanali, mensili e riviste specializzate), assumendo gli stessi modelli della comunicazione televisiva, ha proposto al più nuovi divi e divetti della “cultura”, imbonitori del “popolo dei lettori” – e di quello degli spettatori e degli ascoltatori – la cui funzione è sempre di tranquillizzare e mai di inquietare.

    Gli inizi

    La disobbedienza civile è uno strumento a cui tutti i cittadini possono ricorrere. Nel 1946, Gandhi lesse Thoreau e individuò molto chiaramente quale dev’essere il fulcro di ogni azione di disobbedienza:

    “Ogni violazione di una legge comporta una punizione. Una legge non diviene ingiusta semplicemente perché io lo affermo, tuttavia a mio parere essa rimane ingiusta. Lo stato ha il diritto di applicarla finché è contemplata nei codici, io devo resistere a essa in modo nonviolento. E lo faccio violando la legge e sottomettendomi pacificamente all’arresto e all’imprigionamento”.

    Come aveva accettato di fare Thoreau nella sua breve esperienza, molti decenni prima.

    Il nodo della questione è tutto qui, ieri come oggi. Riguarda sia Thoreau che Gandhi ed è un nodo di civiltà che il ’900 ha voluto disattendere nella duplice convinzione – infine unificata sotto il dominio della seconda – dell’“assoluto dello Stato” e dell’“assoluto del benessere”, secondo la distinzione di Capitini, e che il 2000 sembra semplicemente ignorare, nelle ideologie unificanti e nello stesso sistema “globale” di dominio che caratterizzano i nostri anni, cui si contrappongono soltanto fondamentalismi non meno oppressivi.

    È il nodo, in definitiva, del rapporto dell’individuo con lo Stato, che, oltre alla presenza di Stati particolarmente oppressivi, contempla la contemporanea importanza delle ragioni di Antigone e di quelle di Creonte: della irrinunciabilità, contro lo Stato che non li rispettasse, dei diritti-doveri che appartengono alla sfera della morale e dell’umanità e di cui ogni individuo dovrebbe essere partecipe e difensore; e dell’adesione dell’individuo a quelle leggi che, riguardando tutti, permettono nei fatti un’armonica convivenza, nel rispetto di regole comuni stabilite con il concorso delle maggioranze pensanti e non manipolate, per il rispetto e la difesa degli interessi comuni. Anche se una “minoranza di uno” può e deve, se così ritiene, ribellarsi a una legge particolare.

    Una soluzione definitiva a questo dilemma non esiste. In uno Stato che si rispetti, il conflitto tra Antigone e Creonte non può che ripetersi all’infinito, ma un modo di avvicinarsi a una soluzione dovrebbe poter stare proprio nel rigore morale con cui Antigone e Creonte assumono i propri ruoli, si assumono le proprie diverse responsabilità.

    Si può scegliere la parte di Antigone o la parte di Creonte, a seconda delle proprie più profonde convinzioni morali ma, appunto, esse devono essere davvero morali. E rispettare il diverso punto di vista, la diversa scelta e convinzione. Diceva Guido Calogero richiamandosi a Socrate (su un numero del Mondo del 1960) che si tratta di “scegliere fra il dovere di obbedire e il dovere di insorgere”, e che questa scelta è sempre “grave e perenne”. Non è detto che ciò non sia avvenuto, o non possa avvenire, in un deciso confronto tra le ragioni dell’obbedienza e quelle della rivolta, anche se è certamente difficile, ed e` oggi più difficile che mai, per due opposte constatazioni:

    1) la crescente miseria morale dello Stato, sempre più, sia pure con forme diverse, un terreno occupato dai grandi potentati economici. In quasi tutti i paesi e anche nel nostro.

    2) la crescente miseria intellettuale e morale dei popoli, trasformati in generici consumatori dai potentati economici e dai loro servitori (la politica e i media).

    Gandhi

    L’insegnamento politico di Gandhi – metodi di lotta assolutamente limpidi; rispetto per il nemico, secondo una lezione che è stata di tanti, dai cristiani migliori agli anarchici migliori  (si combatte il peccato e non il peccatore, le idee e le pratiche che ne conseguono e non i loro singoli portatori) – è stato di individuare un metodo che mettesse radicalmente in discussione le idee e le pratiche correnti e che, basato su convinzioni etiche o religiose, chiedesse al ribelle e al militante di trasformarsi in persuaso. Fini e mezzi: la stessa cosa. Nelle grandi lotte come nelle piccole, nella vita quotidiana come in quella associativa, nel villaggio come nella grande nazione, come in tutto il pianeta. Solo così, intuisce e afferma Gandhi, e con lui altri profeti, si può cambiare il mondo non accettandone la china discendente, la caduta nella barbarie, la tentazione della fine.

     

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    60 anni da Marcinelle https://minimaetmoralia.it/libri/60-anni-da-marcinelle/ https://minimaetmoralia.it/libri/60-anni-da-marcinelle/#comments Mon, 08 Aug 2016 15:56:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31747 8 agosto 1956.

    Il cielo è limpido sul distretto minerario di Charleroi. Lì dove piove sempre e il grigio è ormai il colore che avvolge tutto, quell’azzurro suona come un augurio di qualcosa di nuovo, di qualcosa di buono. Ma alle otto una nube inizia ad oscurarlo. Non è pioggia. La nube arriva dal basso, dalle viscere della terra. Le donne prendono per mano i bambini. Si avvicinano ai cancelli. Nessuno le fa passare. Capiscono subito che qualcosa sta succedendo, è successo. Ma nessuno dice niente.

    Dentro i cancelli, all’ingresso del pozzo si teme il peggio.

    Antonio Iannetta è un ingabbiatore molisano, risale in superficie, dice: “è colpa mia”.

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    8 agosto 1956.

    Il cielo è limpido sul distretto minerario di Charleroi. Lì dove piove sempre e il grigio è ormai il colore che avvolge tutto, quell’azzurro suona come un augurio di qualcosa di nuovo, di qualcosa di buono. Ma alle otto una nube inizia ad oscurarlo. Non è pioggia. La nube arriva dal basso, dalle viscere della terra. Le donne prendono per mano i bambini. Si avvicinano ai cancelli. Nessuno le fa passare. Capiscono subito che qualcosa sta succedendo, è successo. Ma nessuno dice niente.

    Dentro i cancelli, all’ingresso del pozzo si teme il peggio.

    Antonio Iannetta è un ingabbiatore molisano, risale in superficie, dice: “è colpa mia”.

    Ma la sua voce viene sommersa dalle grida dei soccorritori, delle mogli, e poi silenzio. Subito si capisce che non c’è più niente da fare. 262 minatori sono rimasti intrappolati, sono tutti morti.

    Si consuma la tragedia, inizia l’indagine.

    La testimonianza di Iannetta viene raccolta subito dalle locali autorità, ma non ha seguito. Dopo poco tempo Iannetta viene mandato in Canada, con una casa e un lavoro.

    Ma chi è? Ne ricostruisce la storia Paolo Di Stefano, giornalista del “Corriere della Sera” in La catastrofa (Sellerio, 2011).

    (l’articolo sulla morte di Iannetta è ripreso da micciacorta): “Antonio Iannetta arriva a Marcinelle da Bojano il 14 novembre 1952, a 28 anni, con la moglie Maddalena e due figli, Carmela e Donato.

    Anche lui rientra nell’accordo fra il governo italiano e il governo belga, uomini per carbone. Lavoro da schiavi, lavoro a cottimo. Che Iannetta non parli né italiano né francese ma solo il suo dialetto molisano, non è un inutile dettaglio, perché dopo aver fatto il perforatore e il manovale, gli viene chiesto di occuparsi dell’ingabbiamento. Compito delicato: inserire nell’ascensore il vagonetto pieno di carbone e nel contempo spingere fuori, dall’altra parte, quello vuoto; quando l’operazione è compiuta, informare il tiratore di superficie, con tre colpi di campanella o per telefono, che l’ascensore può risalire. Da qualche mese Iannetta è ingabbiatore a 975 metri sotto terra quando la mattina dell’8 agosto 1956, alle 7, scende con altri 273 minatori per il solito turno di otto ore. Lavora alla «cache» con un anziano compagno belga, Gaston Vaussort.

    Dopo mezz’ora, un carrello rimane incastrato, ma l’ascensore parte, non si sa bene perché, tranciando, due o tre metri più in alto, le condutture dell’olio, i tubi dell’aria compressa e i cavi dell’alta tensione. Il fuoco divampa in un attimo.

    Vaussort corre da una parte, Iannetta fugge dall’ altra, raggiunge un ascensore e arriva in superficie urlando che la miniera è in fiamme: i soccorsi saranno lenti e inadeguati.

    Le mogli e i figli hanno visto una nuvola densa che oscurava il cielo quel giorno insolitamente azzurro, sono corsi subito al cancello della miniera aspettando giorni e giorni, finché due settimane dopo un soccorritore italiano esce dal pozzo gridando: «Tutti cadaveri».

    262 morti, 136 dei quali italiani. Tra le vittime c’è anche Vaussort, che aveva cercato riparo dalla parte sbagliata.

    Iannetta è morto a Toronto l’11 febbraio del 2012, a 87 anni. (qui)

    “Era l’unica persona che avrebbe potuto raccontare esattamente come andarono le cose, perché i processi non hanno chiarito nulla, ma era malato di Alzheimer da tre anni e la memoria chissà in quale miniera del suo cervello era sepolta. Il minatore timido e impaurito, come viene ricordato ancora oggi dai suoi compagni, sparì pochi mesi dopo l’ incidente, in novembre.

    Aveva cambiato sette versioni nel suo racconto. Ma il processo era ancora in corso, quando ottenne il permesso dalle autorità belghe di andarsene in Canada, che era il suo sogno di ragazzo povero. Solo nel ’76, per il ventennale della tragedia, sarebbe riemerso, intervistato a Toronto dalla tv belga: parlava ancora la sua strana lingua incomprensibile, che forse gli serviva per mascherare la verità. Balbettava e piangeva.

    Il 25 settembre 2000, Nino Di Pietrantonio, il figlio di una vittima di Marcinelle, ostinato più di altri, bussa alla porta di una casetta a schiera di Bellwoods Avenue a Toronto. Gli apre un vecchietto pelato con la camicia azzurra chiusa al collo fino all’ ultimo bottone. È Iannetta, circondato dai suoi nipotini. Nino si sente dire varie cose che lo sconvolgono: in quei giorni dell’estate 1956 un ingegnere aveva chiesto al minatore molisano di provocare un piccolo incidente, in modo da convincere l’amministrazione a chiudere quella maledetta miniera, ma il piccolo incidente divenne una «catastròfa».

    Nino si sente dire che era stato un intervento diplomatico a permettergli di fuggire e che Iannetta ancora percepiva un’entrata mensile extra-pensione senza riuscire a capire perché. Nino si sente dire che gli ingegneri, il giorno dopo, avrebbero offerto a Iannetta una casa in regalo. In regalo perché? Qualcuno insinua che in realtà il viaggio senza ritorno in Canada sarebbe stato un compenso all’uomo che si era assunto tutte le responsabilità, non sue, dell’incidente.

    Nino si sente dire che nelle bare non ci sono i resti dei cadaveri ma solo sassi, perché i cadaveri non erano recuperabili. Nino scrive ai vari presidenti della Repubblica, ai presidenti delle Camere, persino a papa Wojtyla. Vorrebbe capire. Ma adesso è davvero troppo tardi. Alle vittime dell’8 agosto si è aggiunta la morte per vecchiaia dei testimoni che per decenni hanno combattuto contro la silicosi”.

    Leggete il libro di Di Stefano, andatelo a comprare oggi e leggetelo: “Di Stefano ha incontrato dei vecchi – i minatori – e delle vedove, ma anche dei figli, persone che avevano pochi anni o anche giorni di vita ma la cui vita è stata segnata da quell’avvenimento. La vivacità delle trascrizioni, la varietà degli accenti che par di sentire rimanda alla durezza del vivere di quei tempi, e ogni racconto ha la sua particolarità, la sua individualità. «A Marcinelle si viveva con gli amici e per gli amici. Me, da veneto, andavo d’accordo con tutti, anche con quei sacramenti di abruzzesi…», dice Vittorio. E la distanza che molti belgi stabilivano con gli italiani scomparve, dicono tutti, di fronte alla tragedia.

    Ci sono storie bellissime, in questo libro, che vengono abilmente intrecciate con le testimonianze desunte dagli atti processuali. E c’è la chiara coscienza di un rapporto con la “madre patria”, e che madre e che padre, di un dare tanto senza avere in cambio niente. È anche questa la ragione per cui i più hanno preferito allora rimanere in Belgio, diventare belgi. «Con il nostro lavoro e con i soldi che mandavamo al paese abbiamo rimontato l’Italia e siamo stati pure maltrattati», dice Geremia. «Eravamo 50 mila in tutto il Belgio, eravamo 30-40 mila solo nella Vallonia. Prima però c’è da dire che il Belgio per mille operai ricevuti regalava all’Italia da 2.500 a 5.000 tonnellate di carbone. Non so se mi spiego, non so. Ora ne viene uno che ha bisogno dello psichiatra, come il senatore Bossi, a dire che noi del Sud siamo parassiti: non sanno che noi, dopo la guerra, abbiamo messo in piedi l’Italia!», dice Vincenzo.

    Sono dei vecchi che ricordano e che sanno, che hanno capito sulla propria pelle come va il mondo, cioè come funzionava l’Italia della ricostruzione e come tuttora funziona l’Italia della politica in mano a classi dirigenti perfino peggiori di quelle di allora. Siano o no “buoni” gli operai di oggi, certamente sono, come quelli di ieri, degli sfruttati da pochi ricchi incuranti della “cosa pubblica”.

    Dà conferma economica di tutto questo un importante saggio storico diAndreina De Clementi, Il prezzo della ricostruzione. L’emigrazione italiana nel secondo dopoguerra (Laterza), ricco di notizie e dati, di prove. Anche per questo La catastròfa è un libro da leggere, perché ci ricorda la necessità della “lotta di classe”, le sue eterne ragioni” (Goffredo Fofi).

    Ha scritto Corrado Stajano “I processi finirono malamente, fu condannato a una lieve pena per omicidio colposo soltanto l’ingegnere capo dei lavori di fondo e non fu ordinato dal tribunale alcun risarcimento giudiziario. Le vittime e i loro familiari furono trattati senza umanità, imbrigliati nelle più assurde pastoie burocratiche. Racconta Camilla, abruzzese, nata il giorno dei funerali di suo padre: «L’Italia ci ha abbandonato senza mai chiedere che cosa è successo a quelle povere donne e agli orfani come noi… Ci hanno promesso, ai figli quando diventeranno grandi, posti di lavoro di qua e di là e invece non ci hanno dato niente […] Chi è mai venuto almeno a vedere che fine hanno fatto tutti questi poveretti?». Di Stefano è andato a vedere, a Marcinelle, a Pescara, a Manoppello, altrove, ha chiesto, ascoltato, visto i documenti, si è calato nella mente delle vittime e dal suo libro è uscito un affresco doloroso della nostra Italia povera, di allora e anche di oggi.

    Racconta Peppe, agrigentino, l’uomo dai due cuori, come diagnosticarono i medici: «Lo sapete che cosa ha detto il ministro del Belgio dopo il disastro? Ha detto: “Voi italiani siete buoni solo a venire a crepare chez nous, da noi”. […] Ora però io dico che ormai anche in Italia, al paese mio, sono addiventati tutti ministri del Belgio, un paese di ministri. Ci abbiamo dimenticati quanto siamo stati miserabili e oggi siamo tutti ministri che dicono: voi africani e zingari e albanesi siete buoni solamente a venire a crepare chez nous. Abbiamo ubliato la memoria di quanto siamo stati miserabili nel mondo». Spesso fa rabbrividire La catastròfa, tra furori e anche dolcezze, tra parole amare e piccole memorie conservate, la medaglietta del minatore, la lanterna, il caschetto, una fotografia sbiadita di tempi felici. Gli uomini-carbone.

    Nel 1946 il governo italiano firmò un accordo con quello belga senza alcuna garanzia di sicurezza: manodopera in cambio di tonnellate di carbone secondo la produzione. Furono 867 i minatori italiani morti nelle miniere belghe dal 1946 al 1963. È ricco di storie umane, il libro. I padri tornano a casa dopo il lavoro neri come il carbone e i loro bambini non li riconoscono; il razzismo: «macaronìs», «ni chiens ni italiens»; «ci chiamavano con il numero non con il nostro nome, io ero il 709»; l’orrore che videro i soccorritori, i morti soffocati, gonfi e neri; la bara leggera leggera del minatore abruzzese: «Che fa Donato mio, sta a ballà dentro la cascia?»; gli orfani che vanno al cimitero e non sanno se vanno a pregare sulla tomba del loro padre o su un pezzo di carbone messo lì dentro.

    E poi Nino che non si è mai rassegnato, che non crede nelle versioni ufficiali del disastro, che non accetta la morte di suo padre Emidio venuto in Belgio dall’Abruzzo. Aveva nove anni, nel 1956, quando morì. Nino voleva vedere Antonio Iannetta, parlargli, sapere. Risparmiò tutta la vita per andare in Canada. Nel 2000 incontrò l’uomo dei vagonetti. Non servì. «Non ha pace, Nino, e non ne avrà», scrive Paolo Di Stefano. Lui come tanti altri orfani”.

    La catastrofe di Marcinelle segue di due anni quella di Ribolla, è un pozzo nero nella storia dell’Italia repubblicana, ci ricorda il prezzo pagato per la ricostruzione, perché ogni uomo emigrato in Belgio ha consentito a un elettrodomestico di funzionare il Italia, non metaforicamente ma materialmente: uomini per carbone.

    Un elettrodomestico. Come la TV.

    L’8 agosto del 1956, sessanta anni fa, oggi, la televisione esiste da appena due anni. E i contadini abruzzesi e molisani ascoltano increduli la notizia del disastro che avrebbe coinvolto i loro cari.

    Non vogliono, non possono crederci: a quel piccolo cubo in bianco e nero non danno retta perché i loro uomini emigrati hanno colori, e forma e profondità. Partono allora per capire per vedere per credere.

    Sarà l’ultima volta.

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    Uomini e cinghiali: una conversazione tra Goffredo Fofi e Giordano Meacci https://minimaetmoralia.it/interviste/una-conversazione-tra-goffredo-fofi-e-giordano-meacci/ https://minimaetmoralia.it/interviste/una-conversazione-tra-goffredo-fofi-e-giordano-meacci/#comments Fri, 03 Jun 2016 07:28:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31159 Pubblichiamo una conversazione tra Goffredo Fofi e Giordano Meacci apparsa sul numero di maggio della rivista Lo Straniero. Oggi, venerdì 3 giugno, Giordano Meacci, candidato al Premio Strega con Il Cinghiale che uccise Liberty Valance, è ospite della Repubblica delle Idee in una conversazione con Nicola Lagioia sul tema L'amore in cinghialese. L'incontro è alle 23 allo Spazio D del museo Maxxi di Roma: ingresso libero fino a esaurimento posti. Si può prenotare un posto online qui.

    di Goffredo Fofi

    Il romanzo di Giordano Meacci Il Cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax) è, insieme a quello di Simona Vinci di cui si dice in altra parte della rivista, uno dei rari italiani belli e profondi di questa stagione. Sempre per minimum Meacci ha pubblicato da poco una raccolta di scritti “pedagogici” che parte da Pasolini professore, mentre uno dei bei film recenti, Non essere cattivo, porta il suo nome tra i principali collaboratori del compianto Claudio Caligari. Ma è il romanzo, credo, la sua opera più personale e più pensata, più ambiziosa.

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    Pubblichiamo una conversazione tra Goffredo Fofi e Giordano Meacci apparsa sul numero di maggio della rivista Lo Straniero. Oggi, venerdì 3 giugno, Giordano Meacci, candidato al Premio Strega con Il Cinghiale che uccise Liberty Valance, è ospite della Repubblica delle Idee in una conversazione con Nicola Lagioia sul tema L’amore in cinghialese. L’incontro è alle 23 allo Spazio D del museo Maxxi di Roma: ingresso libero fino a esaurimento posti. Si può prenotare un posto online qui. (Fonte immagine)

    di Goffredo Fofi

    Il romanzo di Giordano Meacci Il Cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax) è, insieme a quello di Simona Vinci di cui si dice in altra parte della rivista, uno dei rari italiani belli e profondi di questa stagione. Sempre per minimum Meacci ha pubblicato da poco una raccolta di scritti “pedagogici” che parte da Pasolini professore, mentre uno dei bei film recenti, Non essere cattivo, porta il suo nome tra i principali collaboratori del compianto Claudio Caligari. Ma è il romanzo, credo, la sua opera più personale e più pensata, più ambiziosa. Un romanzo strano, che racconta un piccolo paese, Corsignano, a cavallo tra Umbria e Toscana, dalle parti del Trasimeno, uno “strapaese” di cui racconta gli abitanti e le loro personali follie, l’incontro e scontro tra i loro caratteri e i loro desideri, in questi anni, alcuni più bizzarri di altri ma tutti molto credibili, ma mettendoli a confronto con un branco di cinghiali braccati dai cacciatori, uno dei quali riesce a capire la lingua degli umani, e li compatisce nel mentre cerca di difendere, da eroe pellerossa di western alla Kociss, da ultimo apache, la sua tribù dal massacro perpetrato dagli umani…

    È il mondo di un Cassola riletto da un Faulkner, mi sono detto. Ma partiamo da Corsignano, l’italico micrcosmo in cui ambienti la tua invenzione…

    Corsignano è la mia vera ossessione. Tutto nasce nel 2000, quando ho cominciato a immaginare una storia in questo che è la summa dei paesi della mia infanzia. Io sono nato a Roma, a Monteverde Nuovo, ma mio padre viene da Valiano di Montepulciano, Toscana, e mia madre da Piegaro, Umbria. Mio padre è approdato a Roma negli anni cinquanta ma ha continuato ad avere degli amici nel Senese. Io sono nato nel 1971; e per i primi sei anni della mia vita ho passato metà dell’anno tra i luoghi che poi sono diventati Corsignano e la Roma di cui, tuttora, non posso fare a meno. Diviso in due. Corsignano, tra l’altro, è il nome antico di Pienza; e mi piaceva che in questo universo diffratto (non il nostro: un universo parallelo leggermente discosto da qui), potesse esistere un paese – anche se poi ho spostato lo stesso confine tra Toscana e Umbria – che aveva un nome perduto e non un nome inventato.

    Hai bisogno di un territorio, di radicare le tue storie in un ambiente preciso, lo stesso bisogno che avevano gli scrittori di una volta, che hanno inventato luoghi diventati poi mitici, come meriterebbe di diventare anche Corsignano… La cosa curiosa è l’aspetto iper-italiano di questa provincia, un paese dell’umile Italia, l’Italia centrale dei contadini, degli artigiani, e dei principi e del rinascimento, una super Italia. Per questo mi è venuto di pensare a Cassola, a Bassani… anche se poi la tua scrittura è totalmente diversa… C’è insomma un bisogno di radici, anche se dopo uno vola, delira, va dove vuole ma poi sente il bisogno di tornare al borgo, alle radici…

    Dopo aver vissuto le mille città di Roma mi interessava quel tipo di borgo. Il fatto di ambientare la mia storia tra il 1999 e il 2000 ha un significato, anche se all’inizio anche a me sembrava casuale, legato più ad altri esperimenti letterari privati… Però: interrogandomi, mi sono accorto che è accaduto per la scelta della data quello che è successo per il luogo… Quel tipo di luogo non ci sarà mai più se non nelle reinvenzioni che mi posso regalare; così com’è stata spazzata via l’idea che possa esserci un futuro che è un èsito lineare di quel passato trascorso… Quel tipo di mondo si portava con sé una serie di personaggi che per me bambino erano assai più intriganti dell’interesse che nutrivo, e continuo a nutrire, per il soprannaturale, per i fantasmi… Quei personaggi avevano ognuno una storia e una caratura che mi piaceva sondare e raccontare…

    La mia ossessione per i corsivi e per il cambio di suono del dialogato è perché parto dal presupposto che nessuno di noi ha un tono solo, neanche nel corso di una stessa giornata. Rendere questi suoni sulla carta era una sfida; senza fare nessuno sperimentalismo, dovevo tenere a bada il dèmone della pagina nera, non quello della pagina bianca… L’universo circoscritto di Corsignano serviva perché mi dava un lìmite; e perché, come ti ho detto, non fa esattamente parte di questo nostro mondo intorno. Però. Considera che sono “entrato” a Corsignano nell’estate del 2000 e fino al Cinghiale non ne sono uscito mai, pure se ho prodotto un migliaio di pagine…

    Sai come nasce il Cinghiale? Nasce perché Giorgio Vasta mi chiese di scrivere per :duepunti un racconto su un animale; ho cominciato a scrivere e a un certo punto il Cinghiale è entrato a Corsignano; e mi sono detto… non finirà mai, non uscirò mai da Corsignano… E ho continuato a scrivere questo racconto anche dopo che la collana di Giorgio non c’era più… Un giorno mi ha chiamato Nicola Lagioia per chiedermi cosa stessi facendo, e io: “Sto finendo il racconto per Giorgio Vasta”. E lui “Ma quale racconto? La collana è finita! Quante pagine hai scritto?” “185 delle mie” (che, per manie private sono di solito il doppio delle cartelle normali). E lì ho capito che era stato un trucco dell’inconscio: perché io avevo portato Corsignano nel racconto credendo di scrivere un racconto; e invece il Cinghiale s’è portato Corsignano con sé…

    Il borgo di Faulkner e l’orso di Faulkner, i due poli della sua letteratura, la comunità come un insieme di persone ognuna con le sue caratteristiche e la natura intorno, ancora minacciosa…

    La forza centrifuga è servita a progettare Corsignano; la forza centripeta serve a tenere a bada i personaggi per non farli precipitare in una voragine… In realtà c’è anche molto Amarcord di Fellini in questo romanzo, ma il paradosso è che è l’amarcord di un bambino che racconta il presente che vede. Quando mi sono messo a scrivere il cinghialese è venuto da sé; era all’inizio un gioco vero: ma anche un puntello esterno che mi faceva capire gl’impacci di chi non ha abbastanza materiale linguistico per spiegare le cose che capisce ai suoi fratelli. Il problema del Cinghiale è quello di dover spiegare il linguaggio umano a chi non ha strumenti per capire… Cerca di insegnare una forma di guerriglia solo per preparare al meglio la vita della comunità. Ha una consapevolezza totalmente animale, quasi inconscia: il paradosso, davvero, di una consapevolezza preterintenzionale. La fatica è trovare le parole per raccontare tutto questo a sé stesso… Che poi… Per la prima volta, dopo tanti anni di racconti (a cui tengo, per vari motivi) mi sono trovato per la prima volta a voler bene a un personaggio in modo fisico, ho un trasporto affettivo per un personaggio, lo considero una parte di me. È una forma di narcisismo? In realtà spero di no, perché io lo vedo come fosse esterno.

    L’animale rappresenta anche una minaccia, pensa a Gli uccelli di Hitchcock…

    Sì, una minaccia. Ma anche una qualche speranza… Una speranza interrogativa… Nella guerriglia tentata da Apperbohr c’è forse anche un’assonanza metaforica sottotraccia con quello che sta succedendo all’umanità… il paradossale rapporto per cui l’1% della popolazione detiene maggior ricchezza del restante 99%… Com’è possibile che miliardi di persone non si mettano d’accordo e dicano che questa forbice è (a dir poco) esageratamente allargata? E poi mi viene anche in mente una considerazione di Vonnegut sugli esseri umani: “solo perché alcuni di noi sanno leggere e scrivere e far di conto, questo non vuol dire che meritiamo di conquistare l’Universo”.

    L’ambiente di Corsignano rimanda anche a una tradizione di racconti boccacceschi, e da commedia all’italiana…

    Il problema è che la percezione che un paese ha di certi fatti viene ammortizzata, finisce nel dimenticatoio. Penso per esempio alla morte per impiccagione di Davide… mentre altre cose vengono ingigantite, come una qualche storiella d’amore che si perderebbe nei rivoli della città e che diventa invece in un paese materiale narrativo deformato per un secolo…

    Succede nel tuo romanzo come nella letteratura di fantascienza americana, quando nella piccola comunità arrivano gli alieni.

    Un riferimento assoluto per me è Stephen King, che si è inventato il Maine raccontando gli archetipi del fantastico, dèmoni e presenze oscure: ma collocandoli all’interno di piccole comunità strutturate. Il quotidiano impazzisce per qualcosa che in realtà è sempre stato là, nascosto e presente. Il mio tentativo era mettere storie grottesche e anche “monicelliane”, se vuoi, nel quotidiano. Anche questo è l’eterno, le strutture economiche che ti inchiodano in un ambiente… E allora resta solo il mito, le crociate, i grandi viaggi mai fatti…

    La frattura è avvenuta, credo, con la mia generazione (per quello che vuol dire un termine così perentorio). Perché negli anni settanta è avvenuto il passaggio da un mondo analogico a un mondo che non ha ancora capito il digitale… I luoghi dell’infanzia in cui mi rifugiavo rispetto alla Roma dell’infanzia di piombo erano in ritardo… quando si sono uniti si sono frantumati in una cosa che non esisteva, diluendosi nella parvenza di qualcosa d’altro di cui non riusciamo a dare una corretta definizione. Per questo il Cinghiale io lo vivevo come un totem che mi avrebbe protetto, mentre non sono stato in grado di proteggerlo io e lui è diventato ancora più perturbante.

    Nella lingua che usi hai il dialetto cioè le radici, la televisione e l’italiano di Scalfari e hai l’animale e la sua alterità.

    Vivendo io le cose per grammatiche pensavo che scrivere una nuova grammatica fosse una speranza di contatto tra i due universi; ma alla fine il cinghialese è solo una delle tante parti del romanzo. Il fatto è che il mio Cinghiale non sopravvive a sé stesso. Il paradosso è che non muore mai, per la struttura del romanzo, proprio morendo in quanto cinghiale già dall’inizio…

    Delle molte forme in cui si esprime oggi la cultura di massa, mi è piaciuto che non ci fosse il calcio che ormai finisce dappertutto, e che siano invece i tarocchi, il cinema, le canzonette…

    Anche se io sono un grande tifoso! Il calcio in realtà compare nel derby strapaesano… in parte ricondotto anche al gioco della palla; a un gioco di piazza… Secondo me tutto dipende da come lo racconti. Libri in cui il calcio diventa un pretesto letterario ce ne sono. Per esempio il libro di Francesca Serafini è un bellissimo romanzo di formazione. Le canzonette… le canzonette sono una memoria collettiva che va dalla semplicità alla poesia per musica, argomenti che mi piacciono molto. Quanto ai tarocchi… l’idea di un linguaggio dei segni mi ha sempre affascinato. Io che non sono credente mi diverto molto con le combinazioni dei tarocchi anche nelle forme della cabala un po’ cialtronesca di Giordano Bruno. Un autore che ho sempre amato per quel suo tentativo di inarcare la frase fino allo sfinimento.

    Questa cosa dei tarocchi c’è perché mi è sempre piaciuta l’idea che attraverso le figure si possano raccontare storie; storie che cambiano a partire da uno schema fisso. Io mescolo i tarocchi con le nuove icone che vengono dal cinema. Molto spesso ragiono cinematograficamente, è un’altra ossessione. Da bambino per addormentarmi – meglio: per combattere la paura del buio – mi ripetevo a memoria le battute dei film che amavo; e quei film mi proteggevano, come se le battute inventate in altri universi mi servissero nella vita reale, una forma di sciamanesimo…

    Una cosa che mi ha incuriosito è, pensando a Levi, la compresenza dei tempi che secondo lui caratterizzava l’Italia, e quella dei morti e dei viventi secondo Capitini…

    Quando ho letto Cent’anni di solitudine, per me non era strana la compresenza dei morti e dei vivi. Dalle mie parti c’è sempre stata l’idea che i morti sono eternamente presenti: e i sogni in cui i morti sono protagonisti sono alla stessa stregua dei fatti narrati. Dire che ho visto mio nonno l’altro ieri perché l’ho sognato è come dire che “il nonno quand’ero bambino mi ha accompagnato a vedere il ghiaccio”. Questa compresenza di morti e vivi fa parte di me da sempre… C’è un momento in cui il cinghiale vuole raccontare la musica ai suoi antenati; non sa come fare eppure ci prova. Volevo che il capitolo deviasse dalla musica verso il fatto che si rende conto che ci sono stati miliardi di cinghiali prima di lui che non avevano consapevolezza del tempo. Parlare con i morti è una cosa che accade continuamente, in letteratura…

    Il tuo cinghiale diventa una specie di profeta contadino…

    Il mio modo per arrivarci è stato quello di raccontare una finta tragedia greca; cercando di scandirla con i ritmi dell’epica, per far capire quanto fosse grottesca la situazione ma anche quanto solo Apperbohr se ne rendesse conto.

    La tragedia del cinghiale come profeta, è quella di essere troppo umano per gli animali, e troppo animale per gli umani, una cerniera che finisce come capro espiatorio degli uni e degli altri…

    Lui capisce gli umani ma non può parlarci… dall’inizio mi sono detto “se Apperbohr parla non può mettersi sulla scia di Au hasard Balthazar, si ritrova in quella di Francis il mulo parlante. Il fatto che lui potesse capire ma non potesse comunicare – perché qualsiasi essere umano sente solo dei grugniti – è stata la chiave per cui alla fine penso a Apperbohr come a un impresentabile: un disadattato in entrambi gli ambienti. E la condanna è che se non avesse avuto l’illuminazione probabilmente sarebbe stato meno consapevole ma più felice; benché poi senza la cognizione di cosa è “felicità” e cosa “infelicità”.

    Non so spiegarti perché vedendo proprio L’uomo che uccise Liberty Valance capisca delle cose… Posso ripeterti un racconto fatto varie volte parlando del romanzo. Io ho capito che esisteva qualcosa che ancora non chiamavo così ma che poi ho capito essere l’arte-per-me quando, bambino, grazie a Lunedì-Film su Raiuno, vidi un film con Katharine Hepburn, Improvvisamente l’estate scorsa. Forse nel romanzo è finito proprio quel turbamento lì.

    Io non amo il corsivo, di cui tu fai invece un grande uso, e però ha un senso, vuol dire accanirsi su una parola…

    Ho tentato di differenziare le parole e dare tre o quattro valori diversi al corsivo, insieme a quello normale. Io amo molto Hemingway, ma quando mi metto a scrivere mi sembra sempre che il modo migliore per raccontare sia un altro. Volevo mettere la lingua al servizio della storia perché era l’unico modo per ritrovare la polifonia che avevo in testa; le arcate sintattiche si trovano anche nei vicoli ciechi… i progetti linguistici volevo rimanessero compatti anche se si spezzavano; e quindi dovevo creare discorsi indiretti liberi capaci di filtrare nel parlato spezzettandosi. Nel massimo di presenza ingombrante di Corsignano che parla vedevo il massimo di fuga da me. è come se la lingua fosse le mura di Corsignano. Avevo paura di epigonizzarmi da me; e volevo inventare una lingua che mi desse serenità. Il lettore sa che c’è questa lingua da sùbito, ma io volevo che questa lingua fosse accogliente.

    Un’ultima domanda, le date: 1999 e 2000, un continuo avanti e indietro. In un film questo altalenare è comprensibile perché vedibile, nel romanzo è spesso faticoso.

    A me serviva per rendere la storia di Apperbohr non lineare. Al lettore volevo dare una serie di informazioni narrative però diffratte, appunto; mi serviva che il tempo che vive Apperbohr fosse scomposto e fatto a pezzi, quasi fosse la metafora esatta di quello che gli capiterà. E per non fare una narrazione lineare dovevo per forza andare avanti e indietro in questo modo qui.

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    Fabrizia Ramondino e i misteri di Althénopis https://minimaetmoralia.it/letteratura/ramondino-e-i-misteri-di-althenopis/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ramondino-e-i-misteri-di-althenopis/#respond Thu, 19 May 2016 12:28:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31036 Questa recensione è uscita sul Corriere del Mezzogiorno, che ringraziamo.

    Althénopis è innanzitutto la città benedetta per il gran numero dei suoi poveri. Compare quasi subito nel romanzo di Fabrizia Ramondino a cui dà il titolo, e che viene ora ristampato da Einaudi a 35 anni dalla sua prima edizione. Appare come un ventre caldo da cui si è fuggiti, ma che continua a formare e a determinare le proprie viscere, il proprio istinto, le proprie parole, i propri pensieri.

    Althénopis, come scrive Fabrizia in una nota-digressione a margine di una delle prime pagine del libro, è «il nome della mia città natale. In origine il suo nome significava occhio di vergine. Ma pare che i tedeschi, durante l’occupazione, trovandola così imbruttita rispetto alle descrizioni di Mozart (riferite anche in una novella di Mörike) e di Goethe, le mutarono il nome in Althénopis, che starebbe appunto a significare occhio di vecchia. Alcuni letterati apologeti della nostra città accampano l’interpretazione occhio di saggio; contro questa interpretazione però si oppone da un lato la constatazione che i barlumi di saggezza sono ancora troppo tenui nella nostra città, come altrove, per essere considerati duraturi; dall’altro il dizionario tedesco stesso, dove saggio suona weise e non alt».

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    fabriziaramondino

    Questa recensione è uscita sul Corriere del Mezzogiorno, che ringraziamo.

    Althénopis è innanzitutto la città benedetta per il gran numero dei suoi poveri. Compare quasi subito nel romanzo di Fabrizia Ramondino a cui dà il titolo, e che viene ora ristampato da Einaudi a 35 anni dalla sua prima edizione. Appare come un ventre caldo da cui si è fuggiti, ma che continua a formare e a determinare le proprie viscere, il proprio istinto, le proprie parole, i propri pensieri.

    Althénopis, come scrive Fabrizia in una nota-digressione a margine di una delle prime pagine del libro, è «il nome della mia città natale. In origine il suo nome significava occhio di vergine. Ma pare che i tedeschi, durante l’occupazione, trovandola così imbruttita rispetto alle descrizioni di Mozart (riferite anche in una novella di Mörike) e di Goethe, le mutarono il nome in Althénopis, che starebbe appunto a significare occhio di vecchia. Alcuni letterati apologeti della nostra città accampano l’interpretazione occhio di saggio; contro questa interpretazione però si oppone da un lato la constatazione che i barlumi di saggezza sono ancora troppo tenui nella nostra città, come altrove, per essere considerati duraturi; dall’altro il dizionario tedesco stesso, dove saggio suona weise e non alt».

    Althénopis esce per la prima volta nel 1981. Napoli, la città “occhio di vecchia”, è stata appena sventrata dal terremoto che segna il passaggio radicale da un’epoca all’altra, facendo quasi del tempo del dopo (il dopo-terremoto, il dopo le macerie) una condizione prolungata in cui si avviluppano regressioni pubbliche e private.

    Scriveva Fabrizia Ramondino, come ricorda Silvio Perrella nella sua bella introduzione, che a differenza del dopoguerra e della Liberazione non regnava affatto l’allegria dopo il terremoto del 1980 a Napoli: «I primi mesi che lo seguirono furono come un eterno ’43, senza né fine né inizio…» È in quel contesto che Fabrizia scrive Althénopis. E nel chiamare la città con un altro nome è evidente il tentativo di porsi a qualche centimetro di distanza dalla realtà, per provare a guardare di sbieco se stessi e la propria storia. Ciò da cui si proviene.

    Sino ad allora Fabrizia (nata nel 1936) aveva fatto politica più che scrivere, riuscendo a incarnare lo spirito migliore del ‘68 e del post-68 napoletano, quello meno ideologico e più attento al fare, all’incontro reale tra le persone, le classi, i generi, le generazioni, e all’utopia di trasformare ognuna di quelle relazioni.

    Nel 1977 aveva scritto per Feltrinelli un’inchiesta sui disoccupati organizzati, commissionata da Goffredo Fofi, altro testo che oggi andrebbe riletto per capire origine e limiti di una stagione cruciale per la città e per il Mezzogiorno. Quattro anni dopo (ma sono quattro anni in cui, tra l’uccisione di Moro, il terrorismo, le stragi di mafia e il terremoto, l’Italia tutta è sconquassata, e ogni utopia appare una ferita aperta, se non addirittura pura illusione) aggiunge a quel “fare inchiesta” il guardare dentro se stessi della letteratura.

    Ne esce un libro come Althénopis, caleidoscopio di narrazioni, e quindi persone, luoghi, fatti, aneddoti, rammemorazioni, che rivela subito la grandezza della scrittura di Fabrizia Ramondino. La sua densità, la sua ariosità, la sua visceralità, la stessa che emerge in tutti i suoi romanzi e in tutti i suoi racconti successivi.

    Al centro di Althénopis si affastellano piani differenti. In tempo di guerra, la metropoli rimane sullo sfondo. Una famiglia approda in un paese della Costiera, qui chiamato Santa Maria del Mare. Quel mondo nuovo, misterioso e selvaggio che costituisce il rovescio di Althénopis, è il cuore delle reminiscenze dell’io narrante, che ricorda il suo essere stata bambina accanto a due donne fortemente segnate dalla vita: la madre e la nonna.

    Lo scavo di quelle relazioni, di ciò che è infinitamente e minutamente umano al fondo di esse, un ordito femminile sovente al di qua del mondo dei maschi, è il compito che Fabrizia si dà. Come scrive a un certo punto «ognuno di noi ha un altro se stesso sepolto, che attende, con coperte faville, il suo giorno». Solo nella letteratura può essere afferrato ciò che nella politica, o in altre forme di scrittura, non può essere forse neanche sfiorato. Solo attraverso quello sguardo può emergere il peregrinare della vita.

    Non solo i traumi e i lutti, ma anche gli eccessi, la gioia, l’amore. E poi i luoghi. Per Fabrizia – in Althénopis come nei romanzi e nei racconti successivi – non fanno mai da mero sfondo alla scena. Sono carne viva che entra in uno stato di simbiosi perfetta con gli uomini e le donne che li popolano. A Napoli, e altrove.

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    La luce (e l’ombra) nello sguardo di Teju Cole https://minimaetmoralia.it/fotografia/la-luce-e-lombra-nello-sguardo-di-teju-cole/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/la-luce-e-lombra-nello-sguardo-di-teju-cole/#respond Tue, 26 Apr 2016 12:00:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30718 Questo pomeriggio al Maxxi (ore 18.30), Teju Cole presenterà il suo nuovo libro Punto d'ombra, insieme a Goffredo Fofi. Domani lo scrittore sarà invece a Milano, negli spazi di Forma Meravigli, dove verrà inaugurata una mostra che rimarrà aperta fino al 29 giugno. Il pezzo che segue è uscito sul Venerdì (fonte immagine).

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    Questo pomeriggio al Maxxi (ore 18.30), Teju Cole presenterà il suo nuovo libro Punto d’ombra, insieme a Goffredo Fofi. Domani lo scrittore sarà invece a Milano, negli spazi di Forma Meravigli, dove verrà inaugurata una mostra che rimarrà aperta fino al 29 giugno. Il pezzo che segue è uscito sul Venerdì (fonte immagine).

    Memoria e sguardo si incontrano in un magnifico libro dello scrittore nigeriano-newyorchese (Città aperta; Ogni giorno è per il ladro) e critico fotografico per il New York Times Magazine Teju Cole.

    Il volume si chiama Punto d’ombra (Contrasto, traduzione di Gioia Guerzoni, introduzione di Siri Hustvedt, pagg. 166, euro 22, dal 5 maggio in libreria), nasce da un’idea della casa editrice Contrasto, e la sua uscita è accompagnata da un’omonima mostra fotografica (la prima di Cole, dal 28 aprile al 19 giugno a Milano, alla Fondazione Forma Meravigli), e da un incontro con l’autore al Museo Maxxi di Roma (oggi 26 aprile alle 18.30 in dialogo con Goffredo Fofi).

    Il libro è una sequenza di testi e foto che da un primo scatto a Tivoli (stato di New York, maggio 2015) si muovono avanti e indietro nello spazio e nel tempo, costruendo una singolare ed esatta memoria geografia e storica di eventi privati e collettivi.

    Gli accostamenti e la sequenzialità di parole e immagini sono imprevedibili, più guidati dall’inconscio che dal caso, onirici ma illuminati dalla luce del sole. Accanto a un muro di mattoni coperto dal cellofan in Germania, Cole chiude un ragionamento su Tommaso, Gesù e Caravaggio citando inaspettato un altro T0mmaso, il poeta Tomas Tranströmer che scrive: “Sembriamo quasi felici alla luce del sole, mentre sanguiniamo a morte per ferite che non sappiamo di avere”.

    Nella pagina successiva è Cole a scrivere: “La vulnerabilità di un oggetto alla luce del sole”. E poi scrive: “Devi fidarti di te stesso”. Applicato alla fotografia diventa: fidati del tuo sguardo, di quello che vede, di cosa decide di inquadrare, di quell’unica foto che ritiene migliore o indicativa di un intero paesaggio, per istinto o ragionamento.

    Lo sguardo crea la memoria – la nostra, quella degli altri – e la memoria guida lo sguardo, gli permette di riconoscere lì dove non sa di conoscere. Per certi versi, lo rende meno vulnerabile. Che è anche quello che succede nei sogni. Ancora Cole, accanto alla foto di un pullman che ha su una fiancata l’immagine di una nave da crociera: “Il mondo dei sogni si mette in moto quando il cervello razionale conquista il libero accesso al deposito di immagini dell’immaginazione”.

    È lì che stanno le foto di Cole, nel mondo dei sogni e dell’immaginazione, come gli insetti che il poeta Tranströmer catturava e collezionava da bambino per costruire un mini museo segreto. Avrebbe scritto anziano nelle sue memorie: “Ma sono sempre lì, gli insetti. Come se aspettassero il loro momento”.

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    L’uomo del futuro: Eraldo Affinati sulle strade di don Milani https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/luomo-del-futuro-eraldo-affinati-sulle-strade-di-don-milani/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/luomo-del-futuro-eraldo-affinati-sulle-strade-di-don-milani/#comments Fri, 19 Feb 2016 08:00:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30021 Eraldo Affinati sostiene che spesso per distinguere il buono dal cattivo maestro, basta vedere negli occhi dei suoi scolari: se brillano, oppure restano spenti. Due anni fa gli occhi dello scrittore brillavano, quando nel corso di un'intervista accennò alla personale ricerca di don Lorenzo Milani, suo riferimento culturale fondamentale. La visione e le gambe per camminare, assumendo il senso del limite: «don Milani continua a essere inafferrabile: è una domanda inevasa, la spina nel nostro fianco, un pensiero in movimento. Non ci lascia un'opera, una filosofia, un sistema, un progetto, ma energia allo stato puro. L'inquietudine che c'è prima dell'azione. Come se non fosse possibile tenerlo fermo per esaminarlo, sfugge a qualsiasi definizione», scrive Affinati.

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    donmilanifoto

    Eraldo Affinati sostiene che spesso per distinguere il buono dal cattivo maestro, basta vedere negli occhi dei suoi scolari: se brillano, oppure restano spenti. Due anni fa gli occhi dello scrittore brillavano, quando nel corso di un’intervista accennò alla personale ricerca di don Lorenzo Milani, suo riferimento culturale fondamentale. La visione e le gambe per camminare, assumendo il senso del limite: «don Milani continua a essere inafferrabile: è una domanda inevasa, la spina nel nostro fianco, un pensiero in movimento. Non ci lascia un’opera, una filosofia, un sistema, un progetto, ma energia allo stato puro. L’inquietudine che c’è prima dell’azione. Come se non fosse possibile tenerlo fermo per esaminarlo, sfugge a qualsiasi definizione», scrive Affinati.

    Da qualche giorno nelle librerie è arrivato L’uomo del futuro (Mondadori, 177 pagine, 18 euro): dieci capitoli in seconda persona nei luoghi e nel fuoco della controversia accesa dal priore, e altrettanti capitoli per i diari di viaggio dal Gambia a Volgograd in soggettiva sulle tracce dello spirito di Barbiana. Con la scelta della seconda persona l’autore sembra mettersi di fronte a sé stesso, però a corta distanza, nel tentativo di fondere azione e riflessione. È un testimone della propria esperienza: «Un amico mi ha detto che in questo modo è come se avessi fatto un esame di coscienza. Per me scrivere e leggere significa anche questo. Ecco perché nei miei testi c’è spesso una bibliografia: serve a lasciare le tracce del cammino che ho compiuto», spiega. Barbiana oggi si propone in chiave multiculturale con la questione posta da Milani con radicalità: l’uguaglianza delle posizioni di partenza, che non assomiglia neanche un po’ all’egualitarismo e al solidarismo retorico.

    Affinati ci illustra ancora una volta la propria idea di letteratura che vive sull’esperienza e in cui la scrittura rappresenta l’elaborazione, il momento ultimo. Come credi possibile che una terza persona, per di più esterna, quale sei tu, possa riuscire a percepire, se non a raccogliere un lascito incredibile?, si domanda. E risponde: «D’istinto quasi schiacci il pulsante interiore dei tuoi vent’anni: la letteratura serve a questo, altrimenti non avrebbe senso né leggere, né scrivere».

    Stavolta la traccia è un’esistenza che non è scomparsa. Ridefinisce la sconcertante attualità del carisma pedagogico di don Milani: «Non vuoi ammettere che ogni cosa finisce in polvere? No, altrimenti non potresti trovare la forza di scrivere». Ritroviamo la sintassi di Romoletto, lo spirito primigenio de La città dei ragazzi e quell’urgenza di paternità mai sopita. La solitudine della propria adolescenza, che ancora interroga, quella dello scrittore, impastate nella coralità vivificata dalla scuola di Barbiana. Il lavoro che più lo appassiona, ce lo ripete: «Cercare i rapporti, ricucire gli strappi; mettere in relazione libri e destini».

    Questo testo, che non percorre la scorciatoia del romanzo, commuove dopo la lettura non solo Aldo Bozzolini, il più piccolo fra gli allievi del priore, ma chiunque sia nato o abbia deciso di rinunciare al privilegio per condividere il cammino sul lato polveroso della strada, della vita. Il maestro, scrittore, politico, educatore; prete ribelle e rispettosissimo rinunciò innanzitutto ai privilegi della propria estrazione sociale alto borghese, senza sostituire l’aristocrazia materiale con quella morale. Lacerare i tessuti, rovesciare i banchi del tempio: è la necessità per immaginare di poter guardare chi non è come te, per guardare dentro a Il quartiere di Vasco Pratolini.

    «Certe fotografie del piccolo Lorenzo fanno impressione: le camicette immacolate, le scarpette bianche, i capelli ben pettinati. Egli, sin dalla più tenera età, sentì tutto questo come una zavorra insopportabile, altrimenti non avrebbe chiesto al fattore di Montespertoli, dove la sua famiglia aveva una lussuosa residenza, di far entrare in quel giardino dorato i bambini poveri», racconta Affinati. Non fu dunque una conversione sulla via di Damasco, ma già percepibile nelle stagioni dell’infanzia e dell’adolescenza.

    Visitando la Tenuta La Gigliola, casa di campagna della famiglia Milani, distante dieci chilometri da Firenze, si sofferma sul campo da tennis posto accanto alla villa padronale, dove Lorenzo pare che spingesse a giocare a pallone i suoi amici. Qui evoca un confronto con Giorgio Bassani e il Giardino dei Finzi Contini: «Sì, mi ha procurato una serie di risonanze emotive e culturali sulle quali ho lavorato. Insomma la rivoluzione bisogna farla prima dentro noi stessi: ecco cosa ci dice il priore».

    Quando uno liberamente regala la sua libertà è più libero di uno che è costretto a tenersela, scrisse Milani alla madre. Per essere veramente liberi s’incarna un limite, quale nucleo di ogni vera tensione pedagogica. Andare oltre l’efficacia; a scuola si cerca l’efficacia prima della giustizia.

    Quando anche la vostra rivoluzione avrà trionfato, scrive nella lettera a Pipetta, il comunista di San Donato di Calenzano, il mio posto sarà sempre al fianco degli assetati e degli affamati della giustizia. Il senso della sconfitta storicizzata del mito novecentesco dell’uguaglianza non è ragione sufficiente per smettere di essere una spina nel fianco del privilegio che fa scandalo.

    Ci emancipa dallo stereotipo di don Camillo e Peppone. Nella prefazione di Esperienze spirituali l’Arcivescovo di Camerino, Giuseppe D’Avack, evidenzia come: «La doverosa e urgente difesa dai pericoli del comunismo ateo ha trascinato molti nella politica in senso tecnico, o addirittura in senso deteriore. Talvolta ci si è convinti che oggi la cosa a cui occorre dare ogni energia, a cui occorre tutto coordinare e subordinare e perfino sacrificare, è la questione elettorale, e la politica; e per far questo efficacemente è necessario – si dice – prendere le difese del governo e della DC e del suo operato, e dei suoi uomini. E Lei ci dice che tutto questo occorre abbandonarlo!» Affinati riporta una frase di don Milani: «Abbiamo fornicato col liberalismo di De Gasperi, coi congressi eucaristici di Franco».

     La pretesa di giustizia milaniana si realizza nel qui e ora, nell’insegnamento della lingua, nel farsi carico dello sguardo dell’altro e nel far entrare nella Storia gli esclusi, rompendo il conformismo didattico. Il priore considerava povertà la mancanza di parole indispensabili per sciogliere i nodi dell’esistenza: «Io ho insegnato loro soltanto a esprimersi, mentre loro mi hanno insegnato a vivere». Fare scuola ai diseredati vuol dire raddrizzare le strade storte. A Barbiana la scuola riguadagnava il senso del tempo. Dodici ore al giorno, 365 giorni all’anno. Nella nota Lettera ai Giudici leggiamo:

    «La mia è una parrocchia di montagna. Quando ci arrivai c’era solo una scuola elementare. Cinque classi in un’aula sola. I ragazzi uscivano dalla quinta semianalfabeti e andavano a lavorare. Timidi e disprezzati. Decisi allora che avrei speso la mia vita di parroco per la loro elevazione civile e non solo religiosa. Così da undici anni in qua, la più gran parte del mio ministero consiste in una scuola. Quelli che stanno in città usano meravigliarsi del suo orario. Prima che arrivassi io i ragazzi facevano lo stesso orario (e in più tanta fatica) per procurare lana e cacio a quelli che stanno in città. Nessuno aveva da ridire. Ora che quell’orario glielo faccio fare a scuola dicono che li sacrifico. La questione appartiene a questo processo solo perché vi sarebbe difficile capire il mio modo di argomentare se non sapete che i ragazzi vivono praticamente con me. Riceviamo le visite insieme. Leggiamo insieme: i libri, il giornale, la posta. Scriviamo insieme». Tutto si legava dentro la vita del maestro e dei suoi allievi, piccoli montanari da non tradire. Era un modo nuovo di vivere. Stare giù in basso, alla maniera di Simone Weil quando lavorava nelle officine Renault di Boulogne Billancourt, scrive Affinati.

     Un’alleanza senza confondere i ruoli. «Quella non è una scuola, è una pubblica piazza. Ognuno tira per la sua strada disinteressandosi del prossimo. Vi siete forse illusi di poter fare una scuola democratica? È un errore. La scuola deve essere monarchica assolutista ed è democratica solo nel fine, in quanto il monarca che la guida costruisce nei ragazzi i mezzi della democrazia». Così Milani si rivolse al professore Marcello Inghilesi, che aveva organizzato una proiezione di Roma città aperta, invitando gli allievi di Barbiana. Non gli era piaciuto il rumore di sottofondo degli studenti delle medie.

     Lo scrittore insegnante non imbalsama colui che chiama profeta. La perfezione inaridisce, l’elogio dell’errore come quello del ripetente alimenta i don Milani inconsapevoli sparsi per il mondo. I beni non spesi perdono valore. Affinati scrive quel che sa, quello che sperimenta alla Scuola Penny Wirton con i ragazzini egiziani sperduti, che nella lingua rincorrono un orientamento. Gettarsi nella mischia, ferirsi, prima dei registri, prima dei voti. «La scuola ha un problema. I ragazzi che perde», argomentava Milani. Respiriamo a polmoni aperti, sottraendoci alla logica binaria scuola od officina.

    La rivoluzione è aspettare i ritardatari: un’utopia? Andare a cercarsi i ragazzi uno per uno, far scattare una scintilla, essere autentici, fare sul serio: non salverà il mondo, ma dona vite. «C’è un punto in cui l’educatore accetta la propria impotenza, esce dal tribunale della storia e torna alla lavagna chinando il capo. Fu in seminario che Lorenzo cominciò a capire come si dovrebbe sentire chi insegna agli adolescenti difficili: un po’ sconfitto, un po’ vittorioso. Non significa forse questo essere padri?»

    Illuminano in questo senso gli appunti del viaggio nei bassifondi dell’ex Berlino est. All’Arca di Marzahn l’incontro tra lo scrittore, in visita presso la struttura fondata da un pastore metodista per adolescenti feriti, e Manfred, dipendente dalla droga, figlio di una prostituta, senza padre, si conclude con un emozionante: «Adios papa».

    Nell’ottobre del 1941 Lorenzo aveva fatto domanda d’iscrizione all’Accademia di Brera. Si sottrasse alla condizione dell’artista isolato per un’opera collettiva. Affinati percorrendo le pagine di Lettera a una professoressa aggredisce i nodi tuttora irrisolti. Il babbo di Gianni a 12 anni andò a lavorare da un fabbro e non finì neanche la quarta. A 19 anni andò partigiano. Non capì bene quello che faceva. Ma certo lo capì meglio di voi. Sperava in un mondo più giusto che gli facesse eguale almeno Gianni. Gli ostacoli che l’articolo tre dovrebbe rimuovere lui ce li ha addosso.

    Poi c’è Pierino, l’alter ego del priore. Il dottore e sua moglie sono gente in gamba. Leggono, viaggiano, ricevono gli amici, giocano col bambino, hanno il tempo di stargli dietro. La casa è piena di libri e di cultura. A cinque anni Gianni maneggia la pala con maestria. Pierino il lapis. «Pierino non veniva mai respinto. Passava sempre, anche senza studiare. Sarebbe dovuto diventare un professore. Questo era, ed è ancora oggi, il destino di tutti i Milani, in senso lato: cattedratici, scienziati, eruditi, mantenuti dai loro stessi inservienti. Gente che non si sporca le mani. Quelli che prima lavorano gratis, raffinato sistema per escludere chi non se lo può permettere, poi salgono in cattedra, come se fosse un podio, quindi si sposano e tirano su altri figli uguali a loro. Più Pierini che mai.» Chi spezza il circolo dell’esclusione?

    Dall’ateismo al seminario, dall’agiatezza alla povertà. Consacrato sacerdote nell’ottobre 1947 a San Donato di Calenzano, capire don Milani significa anche contestualizzare l’unicità nel clima del cattolicesimo fiorentino pre e post conciliare di padre Ernesto Balducci, don Giulio Facibeni e Giorgio La Pira. Conciliarista ante litteram, Milani, come asserisce Affinati, getta scompiglio nel rapporto con le istituzioni ecclesiastiche senza tradire un solo principio sul quale si fondava la comunità. Nella Lettera ai Giudici, sulla quale torneremo più avanti, conosciuta anche come L’obbedienza non è più una virtù, Milani risalta proprio una delle conquiste conciliari, rispetto alla non violenza che non era ancora la dottrina ufficiale di tutta la Chiesa: «Il Concilio invita i legislatori ad avere rispetto per coloro i quali o per testimoniare della mitezza cristiana, o per riverenza alla vita, o per orrore di esercitare qualsiasi violenza, ricusano per motivo di coscienza o il servizio militare o alcuni singoli atti di immane crudeltà cui conduce la guerra».

    Monsignor Mario Tirapani, insegnante di Sacre scritture al seminario, nelle vesti di vicario generale dell’arcidiocesi, lo fece trasferire nella chiesetta sperduta di Sant’Andrea a Barbiana. La periferia avrebbe dovuto condannare all’oblio anche quel “pretino di famiglia mezza ebrea” dallo spirito indipendente, dal gran temperamento che non si lasciava certo irretire dall’indecisione. Inconsapevolmente il monsignore gli aveva aperto una distanza strepitosa da coprire, al contempo minima e sterminata, fra la cupola del Brunelleschi, fra una capitale della cultura e il terzo mondo della collina di Barbiana senza strade, luce, acqua e telefono. Il sottoproletariato agricolo destinato a estinguersi nell’agglomerato indistinto della città rivelò invece tutte le potenzialità inespresse.

    È interessante, in questo senso, la recensione di Luciano Bianciardi su Esperienze pastorali citata nel testo: «Un moralismo che noi non accettiamo nei suoi fondamenti dottrinari, ma che tuttavia auspichiamo di veder emergere fra chi accetta la dottrina cristiana, e con il quale siamo certi di poter discutere con reciproco frutto». All’epoca la Congregazione all’Arcivescovo di Firenze suggerì di ritirare dal commercio per ragioni di prudenza, di non ristampare o tradurre il libro di don Milani, scritto nel 1954 e pubblicato nel 1957. Le parole di Ernesto Balducci ne sintetizzano la portata: «Venuto dal di fuori aveva colto subito il punto di inerzia che intercettava e falsificava i contatti tra chiesa e mondo e ne fece un’analisi spregiudicata nel suo primo libro, Esperienze pastorali». Balducci lo definisce radicalismo illuministico: «La qualità di quelle pagine mette allo scoperto gli assunti di un apparato in cui le intenzioni ideali e le pratiche reali riuscivano a convivere in tranquillissima contraddizione». Discorso e testimonianza coincidono in Milani, che si considerava «parte viva della Chiesa, anzi suo ministro», malgrado l’incomprensione di quest’ultima.

    Incarnare un limite, oggi più che mai questo aspetto dello spirito milaniano potrebbe esserci utile di fronte alla deflagrazione del desiderio cui assistiamo, dice Affinati. «Esperienze pastorali è un’inchiesta straordinaria su un paese, l’Italia, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e il “miracolo economico”. Non ha niente da invidiare a nessuna inchiesta sociologica contemporanea e successiva. Ha il vantaggio di una necessità che viene dagli scopi che l’autore si proponeva: di conoscenza e riflessioni attive finalizzate a un intervento religioso e sociale. È probabilmente l’opera più ricca del suo autore piena di indicazioni la cui attualità è andata crescendo. È esplosa nella nostra società che ha fatto dello spettacolo, del divertimento, del tempo libero il proprio fulcro ideologico e, attraverso i media, il principale strumento in mano alle classi dirigenti per la propria perpetuazione e per il controllo delle coscienze», scrive Goffredo Fofi (La Ricreazione, e/o). Giuseppe D’Avack elogiò l’utilizzo della statistica da parte di don Milani, che caratterizzerà anche Lettera a una professoressa.

    Solo nel 2014 è stato tolto dalla Chiesa il veto alla ristampa di Esperienze pastorali: «Torna a diventare un patrimonio del cattolicesimo italiano e in particolare della Chiesa fiorentina, un contributo alla riflessione ecclesiale da riprendere in mano e su cui confrontarsi. La valorizzazione della persona e dell’opera di don Milani è iniziata nella Chiesa da tempo, e un particolare ruolo lo ha svolto quella stessa Civiltà cattolica da cui era uscita la voce più critica subito dopo la pubblicazione di Esperienze pastorali. Sull’Osservatore Romano è apparso un articolo di grande evidenza nel quale si esaltava la figura di don Lorenzo Milani quasi a contraltare dell’articolo che invece nel 1958 metteva in guardia dalla lettura di Esperienze pastorali», ha dichiarato nell’aprile 2014 il cardinale Betori a Toscana Oggi.

    A quasi cinquant’anni dalla morte di don Milani, Affinati ci ricorda il fuoco espressivo delle sue lettere. Un patrimonio straordinario del quale si nutre L’uomo del futuro: «Come si fa a negare valore letterario, per fare un solo esempio, alla Lettera ai Giudici? Solo un pregiudizio di marca crociana potrebbe impedirci di collocare Milani fra i più notevoli scrittori del suo tempo, di stampo epistolare, nel solco più puro della letteratura italiana. Con una differenza essenziale: che lui, non ricopiando in bella, gettava un’ombra lunga sull’autonomia dell’opera, conferendole valore intoccabile. Anche in questo senso è stato un profeta. Uno fra i più misteriosi scrittori italiani fra quelli che si sono nascosti dietro il proprio talento per cause di forza maggiore, ha negato sé stesso con pervicacia degna dell’ultimo Tolstòj».

    Sull’altura del Mamajev Kurgan, dove si riuniscono i soldati russi in licenza dalla Cecenia, Affinati ha incontrato Ivan, che ha smarrito le ragioni, l’euforia della scelta di arruolarsi. Lo scempio di Groznyj, che Anna Politkovskaya ci raccontava, l’ha reso antimilitarista. L’obiettore Ivan affronterà la cella. Si appellerà all’articolo 59.3 della Costituzione. Un taccuino di viaggio che ci rivela ancora l’attualità di don Milani. Il 12 febbraio del 1965 una minoranza, autoproclamatasi maggioranza, dei Cappellani militari in congedo della Toscana redasse un comunicato, diffuso poi da La Nazione, nel quale sostanzialmente si associò l’obiezione di coscienza a un insulto alla patria. Né le autorità religiose, né quelle civili avevano reagito al testo. Circa venti giorni più tardi Milani pubblicò una lettera di risposta, stampata in mille copie, e successivamente, nel mese di marzo, ripresa da Rinascita.

    Reclamò, tra l’altro, contro l’uso distorto del concetto di patria: «Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia patria, gli altri i miei stranieri».

    A Barbiana giunsero insulti e minacce di stampo fascista. Un gruppo di ex combattenti denunciò Milani e la rivista per apologia di reato. Impossibilitato a recarsi in tribunale, a causa della malattia che poi lo spense, preparò una Lettera ai giudici, che sta lì dove stanno le stelle da rimirare. In che modo un cittadino può reagire all’ingiustizia?

    «È l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè di senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione). La tragedia del vostro mestiere di giudici è che sapete di dover giudicare con leggi che ancora non son tutte giuste. In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate».

    Lui a scuola aveva esclusivamente figlioli di contadini e di operai. Lo Stato la luce elettrica a Barbiana l’aveva appena portata, ma le cartoline di precetto arrivavano a domicilio fin dal 1861. Ai giudici scrive che si è impegnato, si è sforzato nel cercare sui libri di storia la categoria di guerra giusta, tuttavia non l’ha trovata in regola con l’articolo 11 della Costituzione italiana:

    «Ci è stato però di conforto tenere sempre dinanzi agli occhi quei trentuno ragazzi italiani che sono attualmente in carcere per un ideale. Vi ho dunque dichiarato fin qui che se anche la lettera incriminata costituisse reato, era mio dovere morale di maestro scriverla egualmente. Ma è poi reato? L’assemblea costituente ci ha invitati a dar posto nella scuola alla Carta costituzionale “al fine di rendere consapevole la nuova generazione delle raggiunte conquiste morali e sociali”. Una di queste conquiste è l’articolo 11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”.

    Noi gente della strada diciamo che la parola ripudia è molto più ricca di significato, abbraccia il passato e il futuro. È un invito a buttar tutto all’aria: all’aria buona. La storia come la insegnavano a noi e il concetto di obbedienza militare assoluta come la insegnano ancora. A Norimberga e a Gerusalemme sono stati condannati uomini che avevano obbedito. Condannare la nostra lettera equivale a dire ai giovani soldati italiani che non devono avere una coscienza, che devono obbedire come automi».

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    Walter Tevis: la scrittura come cura https://minimaetmoralia.it/estratti/solo-il-mimo-canta-al-limitare-del-bosco-walter-tevis/ Thu, 29 Oct 2015 07:00:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28881 Pubblichiamo la prefazione di Goffredo Fofi a Solo il mimo canta al limitare del bosco, romanzo di Walter Tevis in libreria per minimum fax con una nota di Jonathan Lethem (traduzione di Roberta Rambelli) ringraziando l’autore e l’editore. di Goffredo Fofi Non sono pochi gli autori di romanzi di genere che hanno scritto per sfogare […]

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    Pubblichiamo la prefazione di Goffredo Fofi a Solo il mimo canta al limitare del bosco, romanzo di Walter Tevis in libreria per minimum fax con una nota di Jonathan Lethem (traduzione di Roberta Rambelli) ringraziando l’autore e l’editore.

    di Goffredo Fofi

    Non sono pochi gli autori di romanzi di genere che hanno scritto per sfogare le loro nevrosi, la loro solitudine, la loro disperazione. La scrittura come analisi, come cura. Ne ricordo due tra i più amati maestri del noir, Cornell Woolrich e David Goodis, e, nella fantascienza, il più geniale e malato di tutti, Philip K. Dick.

    Walter Tevis appartiene a questo gruppo, e lo ha mostrato in particolare nei racconti contenuti in Lontano da casa, dove ha spregiudicatamente – non è possibile pensare che lo facesse ingenuamente – confessato l’origine delle sue insicurezze ma anche della sua ispirazione: un edipo grande come una casa e di conseguenza una libido, come si diceva un tempo, mal fissata. La fantascienza gli ha permesso di dichiararli, con le mediazioni e i veli dell’immaginario, del futuribile, dell’estremo altrove e, nella confusione dei tempi storici, di vedersi coetaneo e amante della propria madre o di inventarsi femmina invece che maschio.

    Sono più mediati gli ottimi romanzi nei quali sfogò la sua passione per il biliardo – un’arte insegnatagli da ragazzo, dopo una lunga malattia e un’estrema solitudine affettiva, da un amato coetaneo – e per gli scacchi. Al biliardo dedicò un romanzo, Lo spaccone, che ebbe la fortuna di essere trasposto nel 1961 nell’omonimo film, bellissimo ed «hemingwayano», diretto da Robert Rossen con Paul Newman e Jackie Gleason (allievo e rivale-maestro), mentre il suo seguito fu preso in mano da Scorsese (meno convincente, meno profondo e meno chiaro nel giudizio sulla società che va mostrando) nel Colore dei soldi, con Paul Newman e Tom Cruise (maestro e allievo).

    Alla sua seconda passione dedicò invece La regina degli scacchi, che ha una protagonista dalla psicologia non meno complessa e malata degli «eroi» degli altri romanzi. Per restare al cinema, l’altro grande romanzo di fantascienza di Walter Tevis, L’uomo che cadde sulla Terra, fu tradotto in film da Nicholas Roeg ed ebbe come protagonista il cantante David Bowie, fisicamente perfetto per il ruolo di un fragile extraterrestre che si confronta con il perfido mondo degli umani dominato dal potere del denaro, dal capitale.

    C’è chi, come me, preferisce a quel romanzo il meno noto Solo il mimo canta al limitare del bosco (1980) per il fondo di tenerezza che lo muove, per una difficoltà e una disperazione che ormai non appartengono solo ai più nevrotici fra i nostri simili, e per una sorta di lucidità «politica». Il mockingbird del titolo, il «mimo», è peraltro l’«uccello beffatore» cui si riferisce il titolo originale del Buio oltre la siepe di Harper Lee (To Kill a Mockingbird), che uscì nel 1960 e che Tevis non poteva ignorare, dal momento che il suo Mimo è di vent’anni dopo. In un’edizione mondadoriana del 1983 gli diedero un titolo davvero qualsiasi, Futuro in trance.

    Walter Tevis non ha scritto molto, né nel genere né altrove, ma quel che ha scritto è certamente il frutto di lunghi pensamenti e, credo lo si possa affermare, di molte sofferenze, non soltanto fisiche. Attirato dalle droghe e dall’alcol (che affliggono molti suoi protagonisti), fisicamente e psichicamente fragile, proprio grazie a questo ha però visto giusto sui mali del mondo – a cominciare da quello cui apparteneva, gli Stati Uniti, dominati dall’arroganza e dalla manipolazione dei potenti e dall’ossessione del denaro e del successo – ed è noto che molti grandi scrittori, pensatori e profeti hanno avuto infanzie da malati, con molto tempo per pensare al senso della vita e alle sue incongruenze. Senza mai essere geniale, è tuttavia la sua onestà ad attrarci e talvolta a commuoverci.

    È anche lui un continuatore dell’opera demistificatrice degli Orwell, degli Huxley e degli Zamjatin, come gli altri grandi della fantascienza, Vonnegut e Ballard in testa, ma anche Wyndham, Matheson, Sheckley, Silverberg, Christopher, Simak e tutti quelli che seppero partire dalle tre grandi opere dei primi – 1984, Il mondo nuovo e Noi – condividendone le analisi, le preoccupazioni, le paure. A tutto questo Tevis ha aggiunto di suo una particolare forma di delicatezza, di malinconia, di dolore. Solo il mimo canta al limitare del bosco è un racconto al futuro, ma parla anche del passato da cui è nato, su cui Tevis dà informazioni asciutte e chiare e niente affatto banali.

    Tutto parte dalla Morte del Petrolio, «quando la benzina era diventata più cara del whisky, e quasi tutti se ne stavano a casa»; è allora che si cominciarono a costruire i robot, «in nome di un cieco amore per la tecnologia». L’azione del romanzo ha luogo in un mondo in cui la tecnica ha avuto il sopravvento e sembra andare avanti per conto suo, dominando malamente i comportamenti dei robot come degli umani; senza più guide forti, una società allo sbando viene retta da imposizioni che sembrano portare all’estremo alcune tendenze che già ora, nel nostro presente, sono in atto da tempo, ma con una tipica accelerazione che la fantascienza aveva previsto, basata su nuove e più radicali mutazioni. La linea di tendenza oggi rimane però la stessa di quando il romanzo venne scritto e pubblicato.

    Due leggi sovrastano e indirizzano i comportamenti umani, e vengono chiamate diritto alla Privacy e all’Individualismo – di fatto l’imposizione della solitudine e di norme a cui è impossibile sfuggire, secondo parametri che risalgono, per quel che Tevis ce ne fa capire, a una visione autoritaria e centralizzatrice di stampo religioso, tipica del più truce protestantismo wasp. Le droghe sono la forma iperlegale dei condizionamenti, sono modi di dimenticare più che di dimenticarsi, e il suicidio, consentito e favorito, individuale o di gruppo, è una pratica propagandata e comune. In quel che resta di un contesto le cui radici sono profonde – e hanno per noi e forse anche per Tevis un nome preciso, capitalismo – gli uomini hanno finito per contare meno dei robot, ma non si può certo dire che i robot, in particolare quelli più elaborati, siano felici.

    Il tormento di uno dei tre protagonisti del romanzo, il robot Spofforth, è duplice: avere dei sentimenti (è stato costruito avendo come modello un cervello umano) ma non avere un sesso e non poter dunque fare l’amore e procreare; non potersi uccidere, perché quando tenta di farlo quest’impulso è frenato dai condizionamenti inseriti nella macchina che egli è: potrà morire solo quando sarà morto l’ultimo degli umani. Spofforth sa di appartenere a una specie che è una «parodia dell’umanità».

    Il secondo personaggio, Bentley, è un umano inquieto e sofferente, ricercante, che a tratti ha nostalgia della sua «vita passata di autentico figlio del mondo moderno»:

    volevo, agognavo i miei sopor e la mia marijuana e le altre droghe che facevano fiorire la mente, e la mia Serenità Chimica e l’esperienza televisiva e le preghiere ai «Direttori», qualunque cosa fossero, e il sonno dolce e drogato nella mia stanzetta di permoplastica, ad aria condizionata, silenziosa, protetta dalla confusione, dai desideri, dalle inquietudini e dalla disperazione di cui era fatta la mia nuova vita. Non volevo vivere più con la realtà; era un peso troppo grande. Un peso doloroso, opprimente.

    (A questo quadro sembra mancare solo il computer, solo internet, solo la «rete».)

    Un’altra citazione è opportuno fare, sulle «cause del declino della popolazione », per insistere sull’intelligenza del nostro autore; anche se sappiamo che la popolazione del pianeta aumenta e non diminuisce, non è detto che in futuro l’ipotesi avanzata da Tevis non possa vincere. Essa è in ogni caso molto utile a comprendere il fondo teorico su cui è costruito il romanzo.

    Le cause sono:

    1. paura della sovrappopolazione
    2. perfezionamento delle tecniche di sterilizzazione
    3. scomparsa della famiglia
    4. diffusione dell’interesse per le esperienze «interiori»
    5. perdita dell’interesse per i bambini
    6. desiderio generalizzato di evitare le responsabilità.

    Il romanzo è diviso in capitoli che alternano le storie (e i punti di vista) di Spofforth e di Bentley: le prime vengo­no narrate in terza persona, oggettive perché non è facile entrare nella testa di un robot; le seconde in prima persona (e Bentley è ovviamente l’alter ego dell’autore). Si aggiunge più tardi un’altra voce, quella di Mary Lou, una sorta di ultima donna che sa ragionare e sa scegliere. Intelligente, volitiva e anarcoide, apprezza la virtù – da tutti aborrita – della disubbidienza.

    L’irrequieto Bentley impara a leggere, su mandato di Spofforth, a partire (trovata curiosa, da cinefilo) dalle didascalie dei film muti e arriva a leggere la Bibbia per una piccola comunità di sopravvissuti piuttosto ottusi e fondamentalisti. «Quando era morta l’arte di leggere, era morta anche la storia», dice questo erede del Montag di Ray Bradbury (Gli anni della fenice, del 1953, più noto come Fahrenheit 451). Leggere vuol dire ragionare, interrogarsi, capire (ma oggi, per i più, vuole ancora dire questo?).

    L’aspetto forse più conturbante del romanzo di Tevis è nelle riflessioni teologiche che egli attribuisce al suo protagonista a partire dalla lettura della Bibbia. «Nessuno degli ingegneri» che hanno costruito i robot e il mondo in cui si è costretti a vivere «credeva che esistesse un dio», e Bentley (cioè Tevis) propende a pensare che all’origine della vita e della Terra ci sia un dio sadico e crudele, anche se diversa è la sua considerazione di Gesù che «sembra sapesse cose che gli altri non sapevano, e non fosse affatto uno sciocco come le persone di Via col vento» – che è il libro tra quelli letti da Bentley che secondo lui ha i personaggi più idioti! – «e neppure ambizioso e spietato, come i presidenti americani» di cui ha letto le azioni. (Per Mary Lou, «quello che hanno tutti in testa è un filmetto scadente».)

    Allontanato da Mary Lou, Bentley sperimenta il carcere, l’amicizia di un uomo e di un gatto, l’evasione, l’amorosa scoperta di quel che resta della natura, la vita in una comunità umana appartata e sopravvissuta ma non meno condizionata da quella metropolitana, un amore infelice, il dialogo con un autobus pensante e fedele. Parallelamente, Mary Lou sperimenta l’amore impossibile con Spofforth, ma non può dimenticare quello concreto con Bentley. Ed è proprio insieme a lui che riuscirà a dare al robot una via di fuga dall’immortalità cui è condannato.

    Ai discendenti di Bentley e Mary Lou sarà invece demandato un futuro ancora più difficile, in un mondo in cui i robot ripetono meccanicamente e sempre peggio quel che gli hanno insegnato uomini irresponsabili. Il centro di tutto è una poesia, che Bentley e Mary Lou imparano ad amare perché esprime quello che essi pensano. Si tratta di alcuni famosi versi di Eliot, più volte ricordati nel romanzo e che troviamo declamati anche da Marlon Brando-Kurtz in Apocalypse Now di Coppola, un anno prima che questo libro venisse dato alle stampe.

    Certamente Tevis li conosceva da tempo, e forse è da lì che è nata l’ispirazione del suo romanzo. Parlano di «uomini vuoti», di «uomini impagliati». E concludono:

    È così che il mondo finisce
    è così che il mondo finisce
    è così che il mondo finisce non con uno schianto ma con un gemito.

    © minimum fax 2015

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    Nicola Lagioia vince il premio Strega con La ferocia https://minimaetmoralia.it/estratti/nicola-lagioia-premio-strega/ https://minimaetmoralia.it/estratti/nicola-lagioia-premio-strega/#comments Fri, 03 Jul 2015 00:28:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23462 Il nostro Nicola Lagioia ha vinto il premio Strega 2015 con il romanzo La ferocia, edito da Einaudi. Lo festeggiamo ripubblicando l'incipit del romanzo.

    di Nicola Lagioia

    Una pallida luna di tre quarti illuminava la statale alle due del mattino. La strada collegava la provincia di Taran­to a Bari, e a quell’ora era di solito deserta. Correndo ver­so nord la carreggiata entrava e usciva da un asse immagi­nario, lasciandosi alle spalle uliveti e vitigni e brevi file di capannoni simili ad aviorimesse. Al chilometro trentotto compariva una stazione di servizio. Non ce n’erano altre per parecchio, e oltre al self-service erano da poco attivi i distributori automatici di caffè e cibi freddi. Per segna­lare la novità, il proprietario aveva fatto piazzare uno sky dancer sul tetto dell’autofficina. Uno di quei pupazzi alti cinque metri, alimentati da grossi motori a ventola.

    Il piazzista gonfiabile ondeggiava nel vuoto e avrebbe continuato a farlo fino alle luci del mattino. Più che altro, dava l’idea di un fantasma senza pace.

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    lagioia

    Il nostro Nicola Lagioia ha vinto il premio Strega 2015 con il romanzo La ferocia, edito da Einaudi. Lo festeggiamo ripubblicando l’incipit del romanzo.

    di Nicola Lagioia

    Una pallida luna di tre quarti illuminava la statale alle due del mattino. La strada collegava la provincia di Taran­to a Bari, e a quell’ora era di solito deserta. Correndo ver­so nord la carreggiata entrava e usciva da un asse immaginario, lasciandosi alle spalle uliveti e vitigni e brevi file di capannoni simili ad aviorimesse. Al chilometro trentotto compariva una stazione di servizio. Non ce n’erano altre per parecchio, e oltre al self-service erano da poco attivi i distributori automatici di caffè e cibi freddi. Per segna­lare la novità, il proprietario aveva fatto piazzare uno sky dancer sul tetto dell’autofficina. Uno di quei pupazzi alti cinque metri, alimentati da grossi motori a ventola.

    Il piazzista gonfiabile ondeggiava nel vuoto e avrebbe continuato a farlo fino alle luci del mattino. Più che altro, dava l’idea di un fantasma senza pace.

    Superata la strana apparizione il paesaggio continuava piatto e uniforme per chilometri. Sembrava quasi di avanzare nel deserto. Poi, in lontananza, un diadema sfrigolan­te segnalava la città. Oltre il guardrail c’erano invece campi incolti, alberi da frutto e poche ville ben nascoste dalle siepi. Tra quegli spazi si muovevano gli animali notturni.

    Gli allocchi tracciavano nell’aria lunghe linee oblique. Planavano fino a sbattere le ali a pochi palmi dal suolo, in modo che gli insetti, spaventati dalla tempesta di arbusti e foglie morte, venissero allo scoperto decretando la propria stessa fine. Un grillo disallineava le antenne su una foglia di gelsomino. E impalpabile, tutt’intorno, simile a una grande marea sospesa nel vuoto, una flotta di falene si muoveva nella luce polarizzata della volta celeste.

    Identiche a se stesse da milioni di anni, le piccole creature dalle ali pelose erano tutt’uno con la formula che garantiva la stabilità del loro volo. Attaccate al filo invisibile della luna, perlustravano il territorio a migliaia, ondeggian­do da un lato all’altro per evitare gli attacchi dei rapaci. Poi, come accadeva ogni notte da una ventina d’anni, al­cune centinaia di unità staccarono i contatti con il cielo. Credendo di avere ancora a che fare con la luna, puntarono i faretti di un piccolo gruppo di ville. Avvicinandosi alle luci artificiali, l’inclinazione aurea del loro volo si spezza­va. Il movimento diventava un’ossessiva danza circolare che solo la morte poteva interrompere.

    Un mucchio nerastro di insetti giaceva nella veranda della prima di queste abitazioni.

    Si trattava di una villa con piscina, una costruzione su due livelli dalle linee regolari. Ogni sera, prima di andare a letto, i proprietari lasciavano accese tutte le luci ester­ne. Erano convinti che un giardino illuminato scoraggiasse i ladri. Lampade a muro in veranda. Grandi ovali in ter­moplastica ai piedi delle rose. Una serie di tenui diffusori verticali segnava il percorso fino alla piscina.

    Questo teneva il ciclo delle falene a uno stato di im­manenza: carcasse in veranda, agonizzanti sulla plastica bollente, in volo tra i cespugli di rosa. A pochi metri di distanza, come era successo la notte prima e quella prima ancora, un giovane gatto randagio si muoveva circospetto sul prato all’inglese. Confidava in un’altra busta d’immon­dizia dimenticata fuori. Sotto le fronde dei rododendri, un aspide tendeva le mascelle nel tentativo di ingoiare un topo ancora vivo.

    La pesante barriera di foglie che separava la villa dalla gemella iniziò a scuotersi. Il gatto tese le orecchie, portò una zampa verso l’alto. Soltanto le falene continuavano indisturbate la loro danza nell’aria primaverile.

    Fu sullo sfondo dell’impalpabile nuvolaglia grigio-verde che la ragazza fece il suo ingresso nel giardino. Era nuda, e pallida, e ricoperta di sangue. Aveva le unghie dei piedi laccate di rosso, belle caviglie dalle quali partiva un paio di gambe slanciate ma non secche. Fianchi morbidi. Un seno dritto e pieno. Avanzava un passo dietro l’altro – lenta, barcollante, tagliando il prato in due.

    Non era molto oltre la trentina, ma non poteva ave­re meno di venticinque anni a causa dell’intangibile rilasciamento dei tessuti che trasforma la sveltezza di certe adolescenti in qualcosa di perfetto. La carnagione chiara metteva in evidenza le strisciate lungo le gambe, mentre le ecchimosi su fianchi e braccia e fondoschiena, simili a macchie di Rorschach, sembravano raccontare tutta una vita interiore attraverso la superficie. Il volto gonfio, le labbra solcate da un profondo taglio verticale.

    Era normale che gli animali si fossero messi in allerta. Molto più strano che non l’avessero mantenuta. L’aspide ripiombò sulla sua preda. I grilli frinivano di nuovo. La ragazza aveva cessato di preoccuparli. Più che l’innocuità, sembravano avvertirne il conclusivo trascinarsi verso il punto che fa crollare le differenze di specie. La ragazza calpestò la superficie erbosa circondata da questa sorta di indifferenza atavica. Venne percorsa dal manto sfavillante col quale la piscina si rifletteva sui muri della villa. Superò la bici abbandonata nel vialetto. Poi, come era apparsa in quel piccolo angolo di mondo, ne venne fuori. Attraversò la siepe sul lato opposto. Iniziò a perdersi nella sterpaglia.

    Ora avanzava per i campi sotto i raggi della luna. Lo sguardo assente e tuttavia legato al rocchetto che le face­va seguire un tragitto uguale e contrario rispetto a quello delle falene: un passo dietro l’altro, ferendosi quando i pie­di schiacciavano rami e sassi aguzzi. Così per dei minuti.

    La sterpaglia diventò una distesa farinosa. Dopo nean­che cento metri la pista si restrinse. Uno strato nero, molto più compatto. Se fosse stata in piena comunicazione con i suoi centri nervosi, la ragazza avrebbe avvertito l’indurimento dei polpacci man mano che affrontava la salita, il vento libero e sferzante sulla pelle. Superò la complanare e non sentì neanche la fredda potenza metallica da 500 watt che rivelò di nuovo la svasatura dei suoi fianchi.

    Cinque minuti dopo camminava sull’asfalto, nel cen­tro esatto della statale. I lampioni erano alle spalle. Se avesse sollevato lo sguardo avrebbe visto oltre le curve l’insegna della stazione di servizio, il patetico profilo dello sky dancer lanciato verso l’alto. Seguì la carreggia­ta che piegava a destra. La strada tornò dritta. Fu in que­sto modo – una pallida figura equidistante dalle linee del guardrail – che dovette riflettersi nelle pupille dell’animale.

    Un gigantesco topo di fogna era arrivato fin lassù e adesso la guardava.

    Aveva il pelo ispido, la testa squadrata. Gli incisivi gial­lastri lo costringevano a tenere la bocca semiaperta. Pesava più di quattro chili e non veniva dalle campagne circostan­ti. Risaliva dai putridi pozzetti di raccolta da cui si dipartivano le gallerie che giungevano alle prime zone urbane. Non era spaventato dalla ragazza che continuava ad avanzare. La guardava anzi con curiosità, tendendo i baffi sul muso spiraliforme. Si sarebbe quasi detto che la puntasse. Poi l’animale avvertì una vibrazione nell’asfalto e si paralizzò. Il silenzio fu riempito dal rombo di un motore sempre più vicino. Due fari bianchi illuminarono il profilo femminile, e finalmente gli occhi della ragazza si rispecchiarono nello sgomento di un altro essere umano.

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    Elogio della disobbedienza civile https://minimaetmoralia.it/estratti/elogio-della-disobbedienza-civile/ https://minimaetmoralia.it/estratti/elogio-della-disobbedienza-civile/#comments Thu, 07 May 2015 04:00:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26543 Qual è la differenza tra disobbedienza civile e nonviolenza? Quando i cittadini hanno il dovere di opporsi a uno stato ingiusto e come? E come farlo nell'Italia e nel mondo del XXI secolo?

    È da poco uscito in libreria, per nottetempo, Elogio della disobbedienza civile di Goffredo Fofi. Dai tempi Thoreau a quelli Gandhi, dal "trentennio berlusconiano" alla nuova età della crisi: una mappa per chi oggi voglia ancora lottare. Riproduciamo qui qualche brano, ringraziamo editore e autore, e vi invitiamo a comprare e leggere questo libro.

    Da Elogio della disobbedienza civile di Goffredo Fofi

    La cultura

    La cultura [...] è diventata la merce fondamentale della distrazione, e chi ne vive accetta molto tranquillamente il proprio stato di sudditanza, contento che lo si lasci scrivere e fare cose inoffensive nella sostanza – le seconde perfino più delle prime, senza rapporto, si direbbe, con le idee dichiarate. Peraltro, si viene eletti e si va al governo grazie alle diverse forme di pubblicità che il potere mette in campo, e di questo noi italiani dovremmo saperne molto, reduci da trent’anni prima craxiani e poi berlusconiani – con la sinistra che è andata assumendo gli stessi modelli e di fatto si è suicidata, divenendo né più né meno che una fiacca variante della destra.

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    Qual è la differenza tra disobbedienza civile e nonviolenza? Quando i cittadini hanno il dovere di opporsi a uno stato ingiusto e come? E come farlo nell’Italia e nel mondo del XXI secolo?

    È da poco uscito in libreria, per nottetempo, Elogio della disobbedienza civile di Goffredo Fofi. Dai tempi Thoreau a quelli Gandhi, dal “trentennio berlusconiano” alla nuova età della crisi: una mappa per chi oggi voglia ancora lottare. Riproduciamo qui qualche brano, ringraziamo editore e autore, e vi invitiamo a comprare e leggere questo libro.

    Da Elogio della disobbedienza civile di Goffredo Fofi

    La cultura

    La cultura […] è diventata la merce fondamentale della distrazione, e chi ne vive accetta molto tranquillamente il proprio stato di sudditanza, contento che lo si lasci scrivere e fare cose inoffensive nella sostanza – le seconde perfino più delle prime, senza rapporto, si direbbe, con le idee dichiarate. Peraltro, si viene eletti e si va al governo grazie alle diverse forme di pubblicità che il potere mette in campo, e di questo noi italiani dovremmo saperne molto, reduci da trent’anni prima craxiani e poi berlusconiani – con la sinistra che è andata assumendo gli stessi modelli e di fatto si è suicidata, divenendo né più né meno che una fiacca variante della destra.

    La cultura, anche quella che si vuole migliore, perfino elitaria, è ridotta a merce, a intrattenimento e a mero consumo […] La sua funzione emancipatrice è da tempo una mera finzione – così come quella della scuola nei suoi vari ordini.

    La cultura non è mai stata super partes, tutt’altro – ci sono sempre state una cultura dei ricchi e una dei poveri, una di destra e una di sinistra, una religiosa e una laica, una maschile e una femminile, una bianca e una nera eccetera –, ma oggi lo è meno che mai, ed esiste una cultura iper-maggioritaria che è di fatto unica e servile, oppressa e negata dalla sua stessa superficiale varietà, dalla sua onnipresenza e, alla prova dei fatti (dei comportamenti di chi la consuma), dalla sua inconcludenza, ché un’idea vale l’altra, ed è ben raro che a un’idea buona consegua una qualche pratica “antagonista”. La cultura universitaria si morde la coda dentro a un suo limbo isolato, tra norme astruse e carriere esecrabili, e tutto fa fuorché emancipare i suoi studenti, anche se qualche professore riesce ancora a rispettarli e a proporre antidoti alla stupidità dilagante – favorita invece da pressoché tutta la cultura giornalistica, che ha finito, seguendo il modello offerto dalla televisione, per non depositare in nessuna coscienza la comprensione della gravità dei tempi e per fare invece di tutto, anche delle nostre paure, spettacolo e merce. E la televisione è, per lo meno in Italia, la fogna della cultura. È almeno dal trentennio in questione che non si vedono differenze sostanziali tra i suoi programmi, né si trovano tra i suoi dirigenti persone rispettabili e di libero pensiero,  né tra i suoi dipendenti qualcuno che sembri rendersi conto delle proprie responsabilità, e tanto meno delle proprie colpe – anche se molti di loro sapevano una volta che uccidere le possibilità di intelligenza e di sensibilità presenti in ognuno non è meno grave che uccidere i corpi. Il giornalismo in genere (quotidiani e settimanali, mensili e riviste specializzate), assumendo gli stessi modelli della comunicazione televisiva, ha proposto al più nuovi divi e divetti della “cultura”, imbonitori del “popolo dei lettori” – e di quello degli spettatori e degli ascoltatori – la cui funzione è sempre di tranquillizzare e mai di inquietare.

    Gli inizi

    La disobbedienza civile è uno strumento a cui tutti i cittadini possono ricorrere. Nel 1946, Gandhi lesse Thoreau e individuò molto chiaramente quale dev’essere il fulcro di ogni azione di disobbedienza:

    “Ogni violazione di una legge comporta una punizione. Una legge non diviene ingiusta semplicemente perché io lo affermo, tuttavia a mio parere essa rimane ingiusta. Lo stato ha il diritto di applicarla finché è contemplata nei codici, io devo resistere a essa in modo nonviolento. E lo faccio violando la legge e sottomettendomi pacificamente all’arresto e all’imprigionamento”.

    Come aveva accettato di fare Thoreau nella sua breve esperienza, molti decenni prima.

    Il nodo della questione è tutto qui, ieri come oggi. Riguarda sia Thoreau che Gandhi ed è un nodo di civiltà che il ’900 ha voluto disattendere nella duplice convinzione – infine unificata sotto il dominio della seconda – dell’“assoluto dello Stato” e dell’“assoluto del benessere”, secondo la distinzione di Capitini, e che il 2000 sembra semplicemente ignorare, nelle ideologie unificanti e nello stesso sistema “globale” di dominio che caratterizzano i nostri anni, cui si contrappongono soltanto fondamentalismi non meno oppressivi.

    È il nodo, in definitiva, del rapporto dell’individuo con lo Stato, che, oltre alla presenza di Stati particolarmente oppressivi, contempla la contemporanea importanza delle ragioni di Antigone e di quelle di Creonte: della irrinunciabilità, contro lo Stato che non li rispettasse, dei diritti-doveri che appartengono alla sfera della morale e dell’umanità e di cui ogni individuo dovrebbe essere partecipe e difensore; e dell’adesione dell’individuo a quelle leggi che, riguardando tutti, permettono nei fatti un’armonica convivenza, nel rispetto di regole comuni stabilite con il concorso delle maggioranze pensanti e non manipolate, per il rispetto e la difesa degli interessi comuni. Anche se una “minoranza di uno” può e deve, se così ritiene, ribellarsi a una legge particolare.

    Una soluzione definitiva a questo dilemma non esiste. In uno Stato che si rispetti, il conflitto tra Antigone e Creonte non può che ripetersi all’infinito, ma un modo di avvicinarsi a una soluzione dovrebbe poter stare proprio nel rigore morale con cui Antigone e Creonte assumono i propri ruoli, si assumono le proprie diverse responsabilità.

    Si può scegliere la parte di Antigone o la parte di Creonte, a seconda delle proprie più profonde convinzioni morali ma, appunto, esse devono essere davvero morali. E rispettare il diverso punto di vista, la diversa scelta e convinzione. Diceva Guido Calogero richiamandosi a Socrate (su un numero del Mondo del 1960) che si tratta di “scegliere fra il dovere di obbedire e il dovere di insorgere”, e che questa scelta è sempre “grave e perenne”. Non è detto che ciò non sia avvenuto, o non possa avvenire, in un deciso confronto tra le ragioni dell’obbedienza e quelle della rivolta, anche se è certamente difficile, ed e` oggi più difficile che mai, per due opposte constatazioni:

    1) la crescente miseria morale dello Stato, sempre più, sia pure con forme diverse, un terreno occupato dai grandi potentati economici. In quasi tutti i paesi e anche nel nostro.

    2) la crescente miseria intellettuale e morale dei popoli, trasformati in generici consumatori dai potentati economici e dai loro servitori (la politica e i media).

    Gandhi

    L’insegnamento politico di Gandhi – metodi di lotta assolutamente limpidi; rispetto per il nemico, secondo una lezione che è stata di tanti, dai cristiani migliori agli anarchici migliori  (si combatte il peccato e non il peccatore, le idee e le pratiche che ne conseguono e non i loro singoli portatori) – è stato di individuare un metodo che mettesse radicalmente in discussione le idee e le pratiche correnti e che, basato su convinzioni etiche o religiose, chiedesse al ribelle e al militante di trasformarsi in persuaso. Fini e mezzi: la stessa cosa. Nelle grandi lotte come nelle piccole, nella vita quotidiana come in quella associativa, nel villaggio come nella grande nazione, come in tutto il pianeta. Solo così, intuisce e afferma Gandhi, e con lui altri profeti, si può cambiare il mondo non accettandone la china discendente, la caduta nella barbarie, la tentazione della fine.

     

     

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