Graham Greene Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/graham-greene/ un blog di approfondimento culturale Wed, 21 Sep 2016 22:48:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Graham Greene Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/graham-greene/ 32 32 In difesa dell’ambientazione https://minimaetmoralia.it/letteratura/in-difesa-dellambientazione/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/in-difesa-dellambientazione/#comments Thu, 22 Sep 2016 06:00:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32032 “Yahoo Answers”: pare che nessuno sia ancora riuscito a cogliere in castagna gli instancabili utenti che, giorno dopo giorno, rispondono a tutte, tutte, le domande più strampalate, fornendo informazioni con aplomb e serietà documentale, anche di fronte all’assurdo. “Romanzi ambientati sulla Costa Azzurra”, oppure “a Venezia”, addirittura “a Koufonisia” – potrà mai essere? –: questo sono io che digito, e che confido nelle capacità investigative della comunità.

Che brutte abitudini che ho, e le confesso pure: specialmente nell’approssimarsi di un viaggio o nelle ore più malinconiche dei ritorni, mi metto lì e vado alla ricerca di romanzi ambientati nei posti che immagino o ricordo. L’accusa: quella che io cerco non è la letteratura, ma la cartolina, perché sono un fanatico del pittoresco, dei piccoli borghi dipinti dall’occhio lucido di qualche visitatore un po’ naïf, magari straniero.

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“Yahoo Answers”: pare che nessuno sia ancora riuscito a cogliere in castagna gli instancabili utenti che, giorno dopo giorno, rispondono a tutte, tutte, le domande più strampalate, fornendo informazioni con aplomb e serietà documentale, anche di fronte all’assurdo. “Romanzi ambientati sulla Costa Azzurra”, oppure “a Venezia”, addirittura “a Koufonisia” – potrà mai essere? –: questo sono io che digito, e che confido nelle capacità investigative della comunità.

Che brutte abitudini che ho, e le confesso pure: specialmente nell’approssimarsi di un viaggio o nelle ore più malinconiche dei ritorni, mi metto lì e vado alla ricerca di romanzi ambientati nei posti che immagino o ricordo. L’accusa: quella che io cerco non è la letteratura, ma la cartolina, perché sono un fanatico del pittoresco, dei piccoli borghi dipinti dall’occhio lucido di qualche visitatore un po’ naïf, magari straniero.

Scrittori che scendono dal Nord e che hanno scelto lo sfondo italiano, come i britannici Michael Dibdin e Magdalen Nabb, il primo proveniente dalle Midlands occidentali e l’altra dal Lancashire, accomunati da scritture giallistiche di cui l’ambientazione (esclusivamente fiorentina, nel caso della seconda) costituisce buona parte del fascino: trasferitisi a vivere nel nostro Paese, a legarli è stata anche una numerologia infausta, che ha portato entrambi, nati nel 1947, a morire nel 2007, ad appena sessant’anni, quando le vicende di Aurelio Zen e del Maresciallo Guarnaccia avevano ancora notevoli possibilità di sviluppo.

Sarà addirittura Simenon a scomodarsi, nel caso della Nabb, indirizzandole una lettera in cui prospettava che le sarebbe accaduto “quello che è successo a me: non avrà più bisogno di usare la parola giallo, sarà semplicemente una grande scrittrice…”. Comunque, a parte rari casi del genere, il rischio di cadere nelle accoglienti e morbide braccia del kitsch sub-letterario per turisti americani in vena di romanticherie mediterranee e nozze nel Vecchio Continente è altissimo, e decidere di costeggiarlo non è da furbi: perché non darsi finalmente un tono? Carrère è là, ha una facciotta buffa, le orecchie a sventola, mi sorride. Invece, di nascosto, passo la moneta al tipo della bancarella dei libri usati ed ecco Nantas Salvalaggio, di nuovo, uno degli ormai pochissimi suoi libri che mi mancava – tutti letti, nessuno lasciato lì ad arredare.

Poi, ogni anno, ricomincia Montalbano, e con lui ricominciano i miei sensi di colpa, perché finisco a far parte del mucchio, mi unisco ai milioni di italiani che, come me, saranno alla ricerca di “romanzi ambientati in Sicilia” e delle loro traduzioni televisive;poi, ogni anno, tutti a domandarsi il perché del suo trionfo d’ascolti: e che ci vuole? Innanzitutto, la libertà: Montalbano non esita a far perdere le proprie tracce, pur di non affrontare gli obblighi sociali del veglione di Capodanno e tira una bisettrice tirrenica che lo colleghi a Livia, dalla Sicilia a Boccadasse, disegnata sull’amore e basta, sulla lontananza, sull’indipendenza; tanti vorrebbero, come lui, far parte del “club” di quelli che non parlano a tavola, e tanti vorrebbero mandare gli altri, sì, a fare le ore piccole e andare a letto presto, loro, proprio nella notte più indiavolata dell’anno.

Inoltre, “tutto il resto”: tempo fa, Roberto Costantini, autore di un’apprezzata trilogia noir, se l’è un po’ presa, lamentando che, nelle vicende del commissario di Vigàta, non sia l’indagine a contare, bensì “tutto il resto”, ovvero “i personaggi e l’ambientazione”, che produrrebbero emozioni quasi narcotiche, la “progressiva sensazione di rilassamento che ci accompagna dolcemente per due ore”, nonché quella “di ritrovarsi in famiglia”.

A seguire, apologia di Montalbano da parte di Silvia Sereni (pubblicata su “Ho un libro in testa”), la quale individuava nelle “riprese di case, chiese, stradine di campagna, terrazze” alcuni dei motivi del meritato successo della fiction e non teneva conto, però, della zampata finale di Costantini, che invitava l’italiano medio a pretendere qualcosa di civilmente più elevato, a farsi “più consapevole”: “Lo so, lo so, quest’ultima cosa fa un po’ paura…”. Ecco: posto il “legittimo desiderio di intrattenimento” (grazie), il Sistema ci propina Montalbano per addormentarci e per renderci poco reattivi. C’è da verificare come l’abbia presa Camilleri, che non risulta esattamente un moderato.

Viene fuori, così, lo scontro: “tramisti” contro “ambientalisti” (“ambientazionalisti”?) su opposti fronti, nella narrativa contemporanea, in particolare poliziesca. “In generale penso che la ragione per cui vai avanti a leggere, nei libri, non dovrebbe essere che vuoi arrivare in qualche posto, ma che vuoi rimanere in quel posto lì”: quando uno come Alessandro Baricco esplicita la propria preferenza di modesto lettore di gialli, manifesta anche tutto il disinteresse per le vicende di sangue e l’identità dell’assassino. Certo, apprezza Chandler, ma aggiunge la postilla: “mai capito niente dell’intreccio”.

Esalta Simenon: “Così io leggo e sto a Parigi, annuso portinerie, sfioro letti sfatti, sorseggio Armagnac e prendo il vento sui ponti: il nome del colpevole mi è a ogni pagina più indifferente (talvolta anche a lui, Maigret)”. Già Pier Vincenzo Mengaldo si domandava chi altro, come Simenon, riuscisse a “trasmettere sinesteticamente l’immagine di un ambiente attraverso il pungere degli odori”. Cesare Garboli, invece, notava il ruolo quasi epistemologico del mangiare, nelle inchieste del commissario del Quai des Orfèvres, grazie al quale “il lettore si sente protetto, riscaldato, passa di sapore in sapore, gode di quel senso della realtà, di quella certezza di esistere che niente come il cibo riesce a garantire”.

Paradossale, che il relax per mezzo narrativo si raggiunga, oggi, quasi unicamente dalla lettura di romanzi dove i morti ammazzati si affastellano uno sull’altro: oppure no, oppure questo è il risultato di qualcosa che è avvenuto, nella narrativa “d’autore”, negli ultimi decenni. Da un Piero Chiara, per esempio, mi sento accolto cordialmente, e sto incuriosito al gioco, seguo la sua bella parlantina, desidero frequentare quegli ambienti lacustri, quelle cittadine sonnacchiose, con tutto il contorno di personaggi da paese, abitudinari e sfaticati.

Lo stesso succede con Mario Soldati, e non è un caso che si tratti di due rimpatriati: il primo, ancora minorenne, si trasferì prima in Francia e finì poi in Svizzera, dove fu internato nel ’44 e dalla quale fece ritorno dopo la Liberazione; il secondo traversò l’Oceano, ma decise di abbandonare il dream, avendo come parziale ricompensa la pubblicazione di “America primo amore”. Rientrare significava riaccasarsi nell’Italia di cui disprezzavano i vizi, ma amavano i costumi: tuttavia, vedersi riconosciuta la dignità di classici del Novecento italiano non è stato affatto semplice, per i due.

Per dire: a Chiara sono serviti trent’anni esatti (di morte), prima di guadagnarsi l’accesso ai Meridiani Mondadori, perché a lungo sembra essere durata un’indecisione relativa al suo effettivo valore, non meno che per altri romanzieri domestici e d’ambientazione, dalla prosa liscia e superficialmente inoffensiva, tutti giallisti mancati come Graham Greene, Somerset Maugham e Soldati, “il quale quando produce al meglio sfiora sempre il giallo”, secondo Cesare Garboli: basta osservare le tentazioni “di genere” che hanno subito e dalle quali, salvo rapidi sconfinamenti, si sono infine tenuti lontani.

Certe volte, la meticolosità descrittiva nell’ambientazione della vicenda romanzesca sembra derivare da una vera e propria ossessione geografica, che trova concretezza nella predilezione di Soldati per “la rossa” sfotticchiata da Cesare Cases, all’apparizione de “L’attore”:

“Guardai ancora, nella guida del Touring che avevo meco, la piantina di Bordighera”. Ma era in taxi, dopo che aveva passato la notte a giocare al casinò di San Remo, aveva vinto un mucchio di soldi, aveva avuto incontri sconvolgenti, aveva fatto una passeggiata fino all’alba, aveva scritto una lettera, aveva perfino dormito un po’ e poi era balzato sul predetto taxi. Chi mai in simili frangenti si sarebbe ricordato di prender seco la guida del Touring, specie avendo come mèta una città così poco tentacolare come Bordighera e recandovisi per ragioni nient’affatto turistiche? Lui, sì.

Non che, oggi, si producano romanzi immobili, tutt’altro: ricordo un reading molto partecipato durante il quale il plot che provocava sussulti nei presenti riusciva a svolgersi, nel giro di un paio di pagine, prima a Bologna, poi in Svezia, per terminare nell’immancabile Barcellona – un Erasmus narrativo che è, d’altronde, la quotidianità europea delle giovani generazioni. Ma resta una differenza che mi sembra anzitutto d’atteggiamento, di rapporto con il lettore, che non si realizza più in quella volontà narrativa di farlo sentire protetto, a casa, oppure trasportato in luoghi che rispondano alle richieste del suo immaginario, proprio grazie alle possibilità offerte da una calda ed efficace descrizione degli ambienti o dalle svelte chiazze impressionistiche di un Simenon.

Ovvero: in tante pagine contemporanee avverto un giacobinismo di fondo che richiede adesione ideologica, un occhio che passa in rassegna, scruta e giudica il vizio, o il ghigno muto della sentenza implicita che discrimini un lettore dall’altro e riservi affetti e complicità al proprio simile, ostilità o freddezza ai restanti. Se nella narrativa “di genere” che, senza tanti sofismi, badano al sodo, il sodo è la trama che sia stata liberata dagli orpelli dell’ambientazione,molti romanzi “d’autore”, specie se scritti da under 70, avvelenano il piacere del testo con dosi di risentimento (sociale) e/o denuncia (sociale) e/o promozione (sociale) che non si è sempre disposti a mandar giù, e va a finire che ci si butta sui gialli, in mancanza di quella “terra di mezzo” popolata da tipi come Chiara e Soldati.

Si diceva del giacobinismo di fondo: ma che c’entra la politica? Poco, qualora ci si limiti a schieramenti poveramente parlamentari: ma ricreare ambienti confortevoli, riuscire a far sentire a casa il proprio lettore, fosse anche all’altro capo del mondo, rendere familiare ciò che non lo era, sembra avere a che fare con una certa inclinazione conservatrice, che la si prenda più bassa o che si vada a scomodare Heidegger e l’heimlichkeit. Per un Vincenzo Consolo che sosteneva essere il giallo in quanto tale conservatore e “tipico di una società capitalistica”, poiché lo svelamento finale contribuirebbe alla restaurazione della serenità necessaria al nostro modo di produzione, c’è anche chi, come Camilleri e Petros Markaris (uno che, snocciolando lo stradario di Atene, tira su romanzi), non nasconde il proprio impegno politico di sinistra, passato o presente, e tuttavia esprime un amore per culture e costumi passati: non si tratta di smuovere e riattizzare il dibattito che seguì, quasi tre lustri fa, all’articolo in cui Giovanni Raboni ribaltava la vulgata dell’egemonia progressista – ricordo la reciproca soddisfazione dei contendenti, con la sinistra che annuiva, leggera come dopo essersi liberata di una responsabilità schiacciante, e la destra che aveva ottenuto la tanto attesa considerazione.

Di sinistra, ma conservatori: si pensi al socialista Gianni Brera, al Soldati nostalgico delle bottiglie senza etichetta di “Vino al vino” anch’egli più volte candidato del PSI, l’ultima delle quali a ottant’anni compiuti, a Piero Chiara, animatore del PLI varesino, al Simenon conservatore senza partito, ma anche al suo sodale Federico Fellini, del tutto insofferente ai posizionamenti, tranne rarissime eccezioni:

Credo che chi ha una certa inclinazione artistica sia naturalmente conservatore e abbia bisogno di ordine attorno; il chiasso, i canti, i cortei, gli spari, le barricate, danno fastidio, disturbano, bisogna chiudere le finestre. (…) Ho bisogno di ordine perché sono un trasgressore, anzi mi riconosco un trasgressore, e per esercitare la trasgressione ho bisogno di un ordine molto rigido, con molti tabù, contravvenzioni a ogni passo, moralismi, processioni, sfilate e cori alpini. Ed essere poi premiato dalle autorità costituite, dal sindaco, dal cardinale: come un trasgressore che si è fatto onore.

Così, con noncuranza, non è da tutti riuscire ad allestire quasi un’ambientazione intera, a metterci voglia d’abitarla: le sfilate, i cori alpini, il sindaco, il cardinale…Paesaggio con figure umane, insomma: raramente avvengono, nei romanzi “ambientalisti”, rapimenti estatici di fronte a spettacoli naturali, i quali, di per sé stessi, non sembrano modificare più di tanto la disposizione dei personaggi; ciò che più spesso si avverte è la volontà “immersiva” degli stessi, che provano il desiderio improvviso di vivere dove e come vedono vivere gli altri attori umani della vicenda, coloro che a quell’ambiente appartengono, essendone felici o sembrando tali – “immersiva”, di conseguenza, si fa anche la volontà del lettore.

Se uno scrittore giacobino non può sapere in quali mani sia capitato il suo libro, se in quelle di un nemico ideologico o di un famigerato lettore-massa, sembra più consequenziale, per un conservatore, puntare sulla comune umanità del proprio pubblico, appellandosi ad appartenenze e sentimenti più elementari, meno culturalistici: la vita popolare, i piaceri della tavola, le ambientazioni già presenti nella memoria visiva nazionale, e sarà da intendersi duplice la misericordia evocata dal programma artistico del cattolico Graham Greene: “Il ruolo di uno scrittore è quello di suscitare nel lettore simpatia verso quegli esseri che ufficialmente non hanno diritto alla simpatia”. Cioè, colui che sta impugnando la pistola, ma anche quell’essere che sta impugnando il libro, il lettore, che ha da essere pietoso, bendisposto, simpatico a sé stesso.

Diversamente, nella “Millennium Trilogy” di Stieg Larsson: l’iper-progressismo di Mikael Blomkvist e Lisbeth Salander mi sembrò sospetto e non desiderabile, anche perché quei due non fanno altro che mangiare tramezzini, tramezzini e basta per migliaia di pagine, niente a che vedere con le delizie di mare freschissime della trattoria San Calogero, o con la progressione di spuntini fuori orario di Maigret, che Garboli ricostruiva così: “E ora un cognacchino, ora il panino e la birra, e il pernod, e il caffè, e magari le salsicce, le acciughe, certi formaggi freschi, o piccanti…”.

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In morte del console onorario https://minimaetmoralia.it/ritratti/in-morte-del-console-onorario/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/in-morte-del-console-onorario/#comments Thu, 28 May 2015 11:09:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27045 Questo pezzo è uscito su Il Foglio. (Immagine: una scena del film Il console onorario di John Mackenzie)

D'ambasciatori celebri son piene la storia e la letteratura; e di consoli, anche, illustri e letterari: Nathaniel Hawthorne a Liverpool; Stendhal a Civitavecchia, James Fenimore Cooper a Lione; di consoli onorari meno, poiché meno prestigiosi, perché il rango è quello infimo della diplomazia, come codificato dalla Convenzione di Vienna del 1963. Emissari low cost, scelti tra emigrati che ce l'hanno fatta, dunque mercanti arrivati, senza stipendio, senza marsina, immunità se non quella misera dell'archivio (ma cosa mai dovranno archiviare?).

Eppure, che fascino esotico per questa carica: tutta colpa di Graham Greene, e del suo romanzo del 1953 poi portato al cinema da un film di categoria esotica con Michael Caine e Richard Gere?

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Questo pezzo è uscito su Il Foglio. (Immagine: una scena del film Il console onorario di John Mackenzie)

D’ambasciatori celebri son piene la storia e la letteratura; e di consoli, anche, illustri e letterari: Nathaniel Hawthorne a Liverpool; Stendhal a Civitavecchia, James Fenimore Cooper a Lione; di consoli onorari meno, poiché meno prestigiosi, perché il rango è quello infimo della diplomazia, come codificato dalla Convenzione di Vienna del 1963. Emissari low cost, scelti tra emigrati che ce l’hanno fatta, dunque mercanti arrivati, senza stipendio, senza marsina, immunità se non quella misera dell’archivio (ma cosa mai dovranno archiviare?).

Eppure, che fascino esotico per questa carica: tutta colpa di Graham Greene, e del suo romanzo del 1953 poi portato al cinema da un film di categoria esotica con Michael Caine e Richard Gere?

È morto a fine febbraio Marco Vancini, console onorario d’Italia a Malindi, in quella strana località arcitaliana, via di fuga per italiani dropout con maglioncino sulle spalle. E “Ways of Escape” è anche una raccolta di reportage di Greene, che in Kenya venne a raccontare la rivolta dei Mau Mau; ma il suo “Console onorario” era poi ambientato in Sudamerica. E non aveva l’aplomb britannico di Caine, Vancini, piuttosto la vitalità da bell’uomo in fuga di Gere. Aveva sessant’anni, il capello argenteo, lo sguardo inquieto, il demone muliebre, quella “virtù dell’infedeltà” che Greene rivendicava per sé stesso.  Il console onorario d’Italia è morto su un modesto fuoristrada lanciato a centocinquanta all’ora in uno strano frontale contro un camion, un mattino. La notizia non ha preso che poche righe sui quotidiani nazionali italiani, mentre in quella strana bolla di expat che è Malindi ha provocato strazi e retropensieri. Gli italiani piangono e discutono il loro console onorario. Piangono e discutono una morte che pare un suicidio, e se suicidio è, va detto, è dei più discreti, suicidio da gran signore pragmatico e silenzioso quale era il Vancini; un incidente è un incidente, come sa chi abbia frequentato (chi non lo ha fatto), in qualche momento, l’ipotesi d’andarsene senza lasciar sensi di colpa, lasciando a chi resta solo la scelta di cosa pensare.

Non aveva cinture di sicurezza né airbag, il Vancini, sullo stradone che da Malindi porta alla capitale Mombasa, in prossimità del bivio per Watamu. E già dal mezzo di trasporto iniziano le stranezze di questa morte consolare; perché il Vancini amava le belle macchine e i mezzi di trasporto non minimalisti: a Milano (era milanese) appariva ai creditori e finanziatori (era mercante, imprenditore) con una Rolls Royce bianco latte. Ma erano altri tempi, anni del grande successo come immobiliarista a Malindi, e con appartamento di rappresentanza in Galleria Vittorio Emanuele. Oppure appariva su una Harley, con la quale batteva personalmente la Macroregione portando ai creditori e finanziatori rotoli di banconote con cui saldava con percentuali del sette per cento cash. Ecco soprattutto perché era stato un tempo eroe kenyota e ultimamente eroe triste il Vancini: da decenni garantiva rendimenti robusti su investimenti esentasse per lombardi affluenti che approfittavano di un posto al sole lontano da Entrate, Equitalia, Imu e Tasi. Ma anche dai prezzi della Sardegna. Un interesse del sette per cento e signorilità a manciate, ville con tetto in makuti, quello conico di paglia che prende fuoco con niente, e tanta servitù, al prezzo di un monolocale in Brianza.

Era arrivato negli anni Settanta a Malindi, il Vancini, impiegato e poi animatore in un hotel a trazione bergamasca. Poi aveva scalato e edificato, aveva costruito i villaggi più immaginifici della cittadina. Aveva acquistato il Kiwulini Resort e poi quello più elegante, il Lawford, un vecchio avamposto inglese, dove ancor oggi al bar ci sono i grandi orologi con lancette ferme sulle cinque, perché gli antichi ufficiali britannici di stanza a Malindi non potevano cominciare a bere prima di quell’ora.

Ma il suo quartier generale era sulla Silver Sand, la spiaggia che in realtà pare più dorata che argentea. Il Coral Key, albergone-villaggio candido per affluenti lombardi che fino a pochi mesi fa arrivavano in regime di soft o full all-inclusive, oggi è sbarrato, i portici bianchi tra Messico e Costa Smeralda costruiti con tanta sabbia e poco cemento, per risparmiare, perdono pezzi di intonaco che cascano nelle piscine blu enormi piene di cloro. Gli houseboy hanno smesso di deporre sui candidi copriletti degli ospiti, sotto le zanzariere, le composizioni tradizionali di benvenuto, fatte di palme e fiori e frutti, segnali di benvenuto arcimboldesco per portatori di euro.

È affacciato sulla spiaggia più malinconica d’Italia, il Coral Key, villaggio di lussi crepuscolari; i nostri Caraibi in provincia di Brescia. La spiaggia, popolata dai beach boys, ragazzi che offrono manufatti, souvenir, gite, servizi vari, tutto in italiano anzi in dialetto: sanno soprattutto il bolognese, il bergamasco e il bresciano. Hanno nomi per far ridere italiani dal cuore semplice: si chiamano: “Albero di Natale”; “Francesco Totti”; “Barcaiolo”; ti chiedono il tuo, di nome, e poi ti propongono: un safari Masai Mara; una gita su isolotti che compaiono solo con la bassa marea, luoghi chiamati “Sardegna 2”, per far sentire a casa il turista di Busto Arsizio, perché il turismo non è altro che l’avventura organizzata, il caos addomesticato.

Il caos ha preso d’un tratto la vita del console d’Italia: la crisi, crisi europea ed esogena, la fine di cumenda e padroni e padroncini pronti ad affidare cifre anche importanti all’edificator gentile della costa kenyota. Prendeva in prestito, costruiva, garantiva ritorni ormai da sogno nell’Europa dei tassi a zero; offriva rifugi dalle nebbie padane. L’inizio della scalata era stato balzachiano e rombante: con la moglie aveva costruito, cementificato, urbanizzato, in quella Cinisello sur Mer popolata di tuc tuc (le apette-risciò) e con quel caratteristico microclima di gas di scarico, copertoni bruciati e salsedine oceanica.

Ultimamente aveva una nuova compagna, e una figlia adorante che adorava, il console onorario. Ma la crisi, come si dice, si avvitava: sempre meno turisti, anche per rapimenti e minacce terroristiche in crescita. L’impossibilità di pagare creditori e finanziatori, ansiosi del loro sette per cento netto anche in tempi di magra. Fallimento: fine dunque del console palazzinaro, palazzinaro gentile, anche oggi che finanziatori e creditori pur preoccupati di “rientrare”, non riescono a trovare parole cattive per chi gli ha dato una “sòla” anche milionaria. E tutti presenti al funerale, nella chiesa di Sant’Antonio a Malindi, come si vuole gremita, tra l’ambasciatore d’Italia, questa sì una feluca importante, e il governatore locale, e un’Ave Maria e i canti swahili, e tutti i dipendenti del Coral, e poi un ometto piccolo – narrano le cronache locali – un anziano giriama, la tribù kenyota tra le più antiche, col vestito della festa; era un falegname che molto aveva operato per il Vancini.

Perché fino a pochi mesi fa, il console d’Italia vegliava sulla piccola comunità del Coral, per offrire Africa e mistero calmierati agli italiani, euro e dollari ai locali: robusti guardiani di sera spuntavano a vigilare con grossi bastoni, che la linea d’Ombra dall’Oceano e dal Caos non sconfinasse nel comfort brianzolo. Qui, non solo turisti, ma molti che avevano comprato appartamenti e ville e multiproprietà. Imprenditori e professionisti in cerca di clima caldo e secco per cuori, arterie, reumi; e rendimenti esentasse, fughe da mogli o mariti, risparmi sul riscaldamento o sul tedio. Signore in chemisier e brillanti, gare di beneficenza al meritevole orfanotrofio locale. Partite di bridge, acquisti di pesce lamentandosi che è diventato sempre più caro. Nori Corbucci, l’ex deputato Pci Colajanni, Gino Paoli, si aggiravano; un elegante avvocato bresciano sosia di Philip Roth, una ereditiera del tondino con marito self made man rustico, famoso per certi tomi di filosofia orientale letti allo Yachting (la parte più prestigiosa del Coral), per darsi un tono; e domestiche di casati lombardi molto liquidi che venivano molto riverite, dando party separati nei propri alloggi considerati assai più chic di quelli dei padroni.

Su questa piccola umanità il Vancini regnava senza immunità, come da Convenzione di Vienna; silenzioso, elegante, molto diverso antropologicamente dal vicino e amico Briatore, vegliava sui suoi ospiti-esiliati che qui vivevano anche sei mesi al l’anno, coi mali di vivere lasciati all’aeroporto di Mombasa (il piccolo aeroporto di Malindi è chiuso da anni ai voli commerciali, ci atterra solo Berlusconi col suo Gulfstream, sempre più di rado). Un’atmosfera tra Piero Chiara e Amici miei, però africana: per ingannare la noia, zingarate, pettegolezzi, sciarade: industriali che per scherzo minacciano di far rinchiudere l’amico cumenda in carcere per una notte (basta pagare 500 euro alla polizia locale, approfittando di un sistema statuale molto elastico e disintermediatore). E anche i casi più epici locali, Claudio Martelli e Edoardo Agnelli, arrestati e sputtanati per sostanze, qui venivano sbrigati con una alzata di sopracciglio: pare che non avessero capito la fluidità del sistema, coi ragazzi della spiaggia che offrono, e il poliziotto dietro le canne pronto a richiedere l’obolo. Non s’era compresa la filiera, a chilometri zero. Pare si fosse finiti invece nel più increscioso e inopinato “lei non sa chi sono io” e “chiamate la mia ambasciata”.

Ai tempi d’oro, Edoardo Agnelli beveva i suoi gin tonic al bancone del White Elephant, hotel confinante col Coral. Il Vancini si trovava invece in uno dei due bar del suo feudo, quello più discreto, prima di cena, in conversazione con bellezze lombarde o emiliane, mentre i baristi versavano alcolici col tot-measure, eredità britannica, il misurino metallico a clessidra. La cena era annunciata da un jingle che appariva malinconico nel disperato tentativo di essere giovane. Dalle casse sotto i makuti arrivava un riff artigianale: “e siamo tutti qui/ al Coral Key” faceva questa musica incisa da chissà chi, sulle note del più celebre Ymca dei Village People, e il contrasto con la strofa originale “It’s fun to stay at the Ymca”, “è divertente stare al Ymca”, e l’attacco, “Young Man!”, con allusioni ad allegre scorribande in alloggi adolescenziali, sembrava un’esortazione patetica, tra questi maglioncini sulle spalle da Cocoon sull’Oceano, e tante famiglie. A cena, Vancini poi non si vedeva spesso, forse scomparendo per alcune delle sue missioni romantiche; c’era un protocollo preciso, anche, si favoleggiava: la prescelta del momento veniva invitata sul suo aeroplanino, il famoso Cessna bianco monomotore pilotato da un arabo silente; e portata in gita al parco nazionale dello Tsavo, un’ora di volo da Malindi. Mentre l’arabo pilotava, Vancini eseguiva il suo rituale d’amore aeronautico. Per le più fortunate, poi, c’era anche un invito transfrontaliero, mesi dopo, all’appartamento in Galleria, a Milano. Ma la doppietta tra il Kenya e l’Area C era riservata soltanto alle più ambite (e le altre si offendevano molto).

Tutto questo prima che l’appartamento, così come la Rolls Royce e l’aereo, se ne andassero, con la crisi, e con l’arrivo dei debiti insolubili.

Si ricorderanno i decolli e gli atterraggi, del Vancini, un romanticismo aviatorio, con questo monoplano del tutto simile a quello della Mia Africa (la baronessa Blixen visse, amò e intraprese non lontano da qui). Ma senza il tema struggente del film, la musica strappacuore di John Barry. Altre musiche ugualmente struggenti sono state composte proprio al Coral Key: “In Africa”, pezzo di Memo Remigi, grande amico del Vancini che prese le sue difese quando nel 2012 improbabili ambientalisti kenyoti accusarono il non ancora console d’essere “un palazzinaro”, come se si potesse essere qualcosa d’altro a queste latitudini. Remigi, già autore di “Innamorarsi a Milano”, prese pubblicamente le difese dell’amico e ospite. Ma Malindi ha ispirato anche cantautori dei più impegnati: Roberto Vecchioni, che aveva casa da queste parti (poi acquistata da Giovanna Melandri, kenyota riluttante) compose un intero album, Rotary Club Malindi: (“Ma quando all’ora del gabbiano tutto se ne va/ e nel silenzio si addormenta il sole/ ti prende in fondo una tristezza che non sai”). 

Non solo padroni e padroncini tipo Cgia di Mestre, dunque, alla corte del Vancini, ma anche società civili in trasferta: Pietro Calabrese, scomparso direttore del Messaggero, affezionato dei luoghi, nel suo memoir triste “L’albero della vita” ricordò un capodanno al Coral Key nel bungalow dei Colajanni, presenti Riccardo Manfredi, uno dei proprietari dell’Ultima Spiaggia di Capalbio; e poi Chicco Testa, e Armando Tanzini, scultore e proprietario del White Elephant; tutti insieme all’amico Vancini. E il Coral Key, per qualche strano cortocircuito tropicale, diventava così anche una Capalbio africana: coi gestori dell’Ultima spiaggia a rifugiarsi qui, per mesi, dopo le fatiche maremmane. Tutti insieme, cumenda e intellettuali e ex butteri e ex parlamentari Pci, andavano poi a bere il caffè italiano al Karen Blixen, bar-ristorante con maxischermo tv per partite e sceneggiati Rai in una piazzetta circolare simil Porto Rotondo o Milano Tre, con portici.

Ma la crisi, che è arrivata a Malindi da anni, e che ha ucciso il suo console, aveva già dato dei segnali. Qualche anno fa, in tanti al Karen Blixen già prendevano in affitto la Gazzetta o il Corriere della Sera per mezzora, al costo di cinquanta scellini, invece dei trecentocinquanta necessari per l’acquisto. Piccole economie, piccoli cedimenti, come quelli degli intonaci bianchi del Coral Key che lentamente si sfaldavano e non venivano rinfrescati. Nessuno però avrebbe previsto il fallimento dell’impero vanciniano. Tantomeno la morte violenta. Se scompariva, il Vancini, lo si sarebbe visto planare in volo sul suo Cessna, o ricomparire a Milano in Rolls Royce. In fondo, anche la baronessa Blixen era andata fallita con la sua piantagione di caffè, aveva sbaraccato dal Kenya ed era tornata a casa. Il console onorario d’Italia invece non ha potuto: o non ha voluto.

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Patrick Fermor, lo scrittore d’avventura https://minimaetmoralia.it/libri/patrick-fermor/ https://minimaetmoralia.it/libri/patrick-fermor/#comments Sun, 17 Aug 2014 05:00:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22823 Questo pezzo è uscito sul Venerdì.

Nel settembre del 2007, mentre la Grecia finiva di spegnere gli immensi incendi che si erano propagati ovunque a fine agosto, il venerdì mi inviò a raccontare la più immane tragedia, quella che si era abbattuta sul Peloponneso. Dovunque andassi, guidando in un paesaggio spettrale, dove ci si abituava a riconoscere le infinite sfumature del nero, i vecchi ripetevano una parola, “maledizione”, e poiché mi sembrava che ci fosse dietro tutta la storia del Peloponneso, fin dai miti fondativi della maledizione che colpì Pelope e i suoi figli, pensai che se c’era una persona in grado di rispondermi l’avrei trovata in un non greco più greco dei greci che viveva a Kardamili, dove si apre il dito centrale della penisola, il Mani.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì. (Fonte immagine)

Nel settembre del 2007, mentre la Grecia finiva di spegnere gli immensi incendi che si erano propagati ovunque a fine agosto, il venerdì mi inviò a raccontare la più immane tragedia, quella che si era abbattuta sul Peloponneso. Dovunque andassi, guidando in un paesaggio spettrale, dove ci si abituava a riconoscere le infinite sfumature del nero, i vecchi ripetevano una parola, “maledizione”, e poiché mi sembrava che ci fosse dietro tutta la storia del Peloponneso, fin dai miti fondativi della maledizione che colpì Pelope e i suoi figli, pensai che se c’era una persona in grado di rispondermi l’avrei trovata in un non greco più greco dei greci che viveva a Kardamili, dove si apre il dito centrale della penisola, il Mani.

Si trattava di un inglese coltissimo e dalla vita zeppa di peripezie e viaggi, Patrick Fermor, forse il più grande scrittore di viaggi vivente, uno capace di passare dalle antichità del mito alla contemporaneità tracciando un lieve colpo d’ali sulla pagina. Di lui e della casa in cui viveva metà dell’anno in Grecia da decenni, sapevo molte cose e soprattutto che alla sua tavola riceveva chiunque, dagli intellettuali più inavvicinabili ai lavoratori più disparati, dai nobili ai mendicanti. Metteva insieme le persone meno comuni e con loro divagava su qualsiasi argomento, magari cantando canzoni greche della tradizione popolare che lui, come pochissimi Greci ormai, conosceva a menadito. “O Patrick torna domani o dopodomani” mi dissero usando l’articolo “O” di fronte al nome e solo il nome, i padroni della casa accanto, contadini suoi amici. Mi invitarono a sedere e a mangiare una sublime minestra di lenticchie di fronte al mare, a scrivergli una lettera se non potevo aspettarlo (“O Patrick ama leggere lettere”), e poi mi raccontarono di lui.

Gli amici inglesi lo chiamavano Paddy. Chatwin non poteva invidiarlo, tanto era l’affetto che provava nei suoi confronti. I paesani gli chiedevano lumi sulla situazione internazionale. Ma lui preferiva le piccole cose, anche perché le grandi cose che si era conquistato erano seguite sempre alle più piccole inezie in cui si era lasciato portare. Era bello come un attore d’altri tempi. Del resto, in altri tempi era nato. Nel 1915, sua madre, poco dopo il parto, aveva deciso di raggiungere il marito geologo in India e aveva lasciato il piccolo a una famiglia di contadini in Northamptonshire. Così, crebbe indipendente e libero, vide i genitori la prima volta a quattro anni e stabilì con loro rapporti più stretti durante la prima adolescenza definendoli con grazia “beautiful strangers”. Le scuole che frequentava gli andavano strette. Dalla King’s School di Canterbury fu espulso perché visto mano nella mano con la figlia di un fruttivendolo. Brutte pagelle, giudizi sferzanti (“un pericoloso miscuglio di sofisticazione e spericolatezza”), a 18 anni decise di partire. Non fu una semplice partenza. L’idea era quella di attraversare l’Europa a piedi senza accettare passaggi se non quando il tempo fosse davvero brutto, e arrivare fino alla città chiamata allora come i Greci non hanno mai smesso di fare: Costantinopoli.

Pochi vestiti, molte lettere di presentazione che andarono aumentando via via che il cammino cresceva, due libri – le Odi di Orazio e l’Oxford Book of English Verse – il viaggio si concluse a gennaio del 1937. Poco dopo, Fermor entrò nelle Irish Guards e, vista la sua conoscenza perfetta del greco, fu mandato sul fronte albanese e poi in Grecia, a Creta. Fu qui che divenne autore di una delle azioni più memorabili. Visse per 18 mesi fingendosi un pastore greco, poi emerse dalle montagne e rapì il Generale Heinrich Kreipe, comandante delle truppe naziste, trasportandolo in Egitto e con lui declamando versi latini.

La storia, raccontata in un libro firmato da chi organizzò il rapimento, l’Ufficiale W.S. Moss – Ill Met by Moonlight – fu portata sul grande schermo in Colpo di mano a Creta, un film in cui l’attore che impersona Fermor non sembra sfiorarne l’aura mitica benché si tratti di Dirk Bogarde. Dopo la guerra, Fermor continuò a viaggiare ma soprattutto cominciò a scrivere. Un libro tra isole caraibiche nel 1950, un romanzo nel ’53, un racconto di vita monacale nel ’57, e poi nell’anno seguente il libro che molti di noi hanno tenuto in tasca come una piccola Bibbia assieme all’antico Pausania, girando il Peloponneso: Mani. Viaggi nel Peloponneso (pubblicato in Italia da Adelphi).

La prosa di Fermor in questa straordinaria perla è già quella che avrebbe incantato migliaia di adepti. Storie semplici, calore umano, divagazioni che esplorano la storia, la letteratura, la società, parentesi che diventano racconti e che si trasformano in analisi antropologiche e che tornano storie di ordinaria quotidianità. Miti, leggende, versi, personaggi e una quantità di raffinate digressioni che affabulano, stordiscono, stregano e infine restano sospese in una dimensione di ironica levità.

Dopo Roumeli del 1966 sempre in Grecia (ancora non tradotto), Fermor fu preso da un’idea apparentemente irrealizzabile, spinto dal ritrovamento di minuscoli e approssimativi diari che aveva dato per persi nel suo lungo viaggio da diciottenne affamato di vita come “una foca nei confronti dell’aringa che le viene lanciata”. È così che uscirono i libri che raccontano quel lungo attraversamento di un’Europa perduta. Tempo di regali fu pubblicato nel ’77 e Fra i boschi e l’acqua uscì nell’86 e da pochissimo è stato tradotto sempre per Adelphi (trad. A. Bottini e J. M. Colucci, pp. 291, euro 19). Dall’Inghilterra al ponte di Mária Valéria, tra Cecoslovacchia e Ungheria, il primo. Dallo stesso ponte fino alle Porte di Ferro, tra Carpazi e Balcani, il secondo. Dimore nobiliari dove il giovane Fermor dimentica il tempo (e si appassiona a sontuose feste alcoliche), paesaggi rurali percorsi a cavallo, cittadine, confini, uomini e donne che parlano lingue capaci di restituire mondi antichissimi, gitani, nomadismo, addii e amori. Mentre Hitler ha preso il potere, ancora c’è tempo per sognare una vita idilliaca. “Tutte le parti d’Europa che avevo fin lì attraversato sarebbero state dilaniate e distrutte dalla guerra” chiosa il Fermor scrittore sempre pronto a ricongiungersi al Fermor attore di quel viaggio benché sia passato mezzo secolo.

Fra i boschi e l’acqua si chiude così: “Un marinaio si sporse sopra il parapetto e lanciò la cima come un lazo fra i gabbiani. CONTINUA”. Al terzo desideratissimo volume Fermor dedicò gli ultimi anni. Per esso imparò addirittura a battere a macchina. Sua moglie Joan, bella come lui, incontrata al Cairo nel 1944 e sposata nel ’68, lo aveva lasciato novantunenne nel 2003. Lui aveva continuato con i soliti ritmi e il suo editore possiede il manoscritto quasi terminato del terzo volume. Non sappiamo se vedrà mai la luce. Forse i viaggi, i grandi viaggi, non possono finire mai?

Fermor non rispondeva a domande di questo genere. Aveva quell’atteggiamento di sospensione assolutamente inglese benché fosse ormai così greco e, come il suo amico Katsìmbalis (il poeta che è il “colosso” raccontato da Henry Miller in Il colosso di Maroussi), fosse invincibile in qualsiasi sfida di ouzo, anche nelle più sordide taverne del Pireo. La BBC lo aveva descritto come “un incrocio fra Indiana Jones, James Bond e Graham Greene” ma è un quadro che potrebbe andar bene solo per chi non ne ha mai sentito il nome e soprattutto non ha mai letto i suoi libri.

Non era Byron, del resto, e non era Chatwin. Chatwin morendo aveva chiesto che le proprie ceneri fossero sparse accanto a una chiesetta peloponnesiaca a Exochori, poco lontano da Kardamili. Fermor, malato da tempo e novantaseienne, quando capì che non c’erano più lettere da battere sulla macchina da scrivere e non c’erano più TO BE CONTINUED da vergare, lasciò la casa di pietra di Kardamili e prese un aereo per tornare dove era nato. Il giorno dopo il suo arrivo, in Worcestershire, salutò tutti. Era l’11 giugno del 2011. I giornali italiani lo hanno quasi ignorato. È sepolto accanto alla moglie Joan nel cortile della chiesa di Dumbleton in Gloucestershire.

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Il lungo sguardo di Elizabeth Jane Howard sulla vita a due https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-lungo-sguardo-elizabeth-jane-howard/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-lungo-sguardo-elizabeth-jane-howard/#comments Wed, 02 Jul 2014 05:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21890 Pubblichiamo un articolo di Annalena Benini apparso su Il Foglio ringraziando l'autrice e la testata.

di Annalena Benini

Sua madre, che buttava via tutte le lettere della figlia ma conservava quelle dei fratelli maschi, e che non la mandò a scuola perché non la considerava abbastanza intelligente, le disse due cose soltanto, due insegnamenti per l’età adulta: “Non rifiutare mai tuo marito” e “Quando avrai un bambino, non devi fare rumore”. Non fare rumore per ventiquattr’ore quasi uccise Elizabeth Jane Howard, quando nacque la figlia Nicola e lei aveva vent’anni, sposata con il primo che passava per fuggire dal padre che a quindici anni la baciò alla francese, dalla madre che le ripeteva quanto fosse insignificante, stupida, bruttina (era già una scrittrice importante, premiata, famosa, un suo romanzo era diventato una serie televisiva, quando la madre rispose al fratello che ne lodava la scrittura: “Peccato che Jane non abbia niente da scrivere”).

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Pubblichiamo un articolo di Annalena Benini apparso su Il Foglio ringraziando l’autrice e la testata. (Nella foto: Martin Amis, Elizabeth Jane Howard e Kingsley Amis. Fonte)

di Annalena Benini

Sua madre, che buttava via tutte le lettere della figlia ma conservava quelle dei fratelli maschi, e che non la mandò a scuola perché non la considerava abbastanza intelligente, le disse due cose soltanto, due insegnamenti per l’età adulta: “Non rifiutare mai tuo marito” e “Quando avrai un bambino, non devi fare rumore”. Non fare rumore per ventiquattr’ore quasi uccise Elizabeth Jane Howard, quando nacque la figlia Nicola e lei aveva vent’anni, sposata con il primo che passava per fuggire dal padre che a quindici anni la baciò alla francese, dalla madre che le ripeteva quanto fosse insignificante, stupida, bruttina (era già una scrittrice importante, premiata, famosa, un suo romanzo era diventato una serie televisiva, quando la madre rispose al fratello che ne lodava la scrittura: “Peccato che Jane non abbia niente da scrivere”).

Jane aveva già in mano una storia, la sua storia, e la storia dell’infelicità di sua madre, chiusa dentro un matrimonio che le aveva impedito di diventare una ballerina e aveva annientato tutti i talenti che credeva di avere, con la beffa crudele di venire abbandonata dal marito, poi, per l’amante di vecchia data. Erano storie di silenzi, bugie, tradimenti, di come le persone si adattino a stare in bilico tra potere e dolore. “Se vuoi che le cose vadano bene con una persona, comincia a tenergli nascosto qualcosa”.

Storie di quel misterioso, spesso infelice equilibrio tra ciò che volevamo e ciò che siamo diventati, in un attimo oppure in vent’anni, e di una sola, assoluta verità: non c’è davvero limite a quello che si può provare l’uno per l’altra. L’amore, la paura, l’affetto, il risentimento, l’indifferenza, il desiderio, l’odio, e a volte, dopo molti anni, in matrimoni speciali, un sentimento che contiene tutti questi sentimenti. Kingsley Amis, padre di Martin Amis, morto nel 1995 pieno di rancore verso Jane Howard, aveva giurato di amarla, aveva lasciato la prima moglie, madre dei suoi figli, per lei: fu una storia, e un matrimonio, durato diciotto anni (per lei fu il terzo, per certi versi disastroso, o forse il migliore matrimonio della sua vita, aveva quarant’anni ed era bellissima, “una dea” pensò Martin Amis adolescente quando la vide per la prima volta) ma durò in realtà tutta la vita, nel risentimento di Kingsley, e nelle cose molto cattive che scrisse di Jane Howard, che nel 1980, esasperata e infelice, lo lasciò, con un biglietto consegnato all’avvocato in cui diceva solo: non torno.

Lui era alcolizzato e lei rischiava di diventarlo, lui si alzava dal letto, sbronzo e arrabbiato, e si sedeva a scrivere, non sapeva bollire un uovo, aveva paura del buio, le diceva che era più importante che fosse lui in primo piano, e lei in secondo, una scrittrice per donne magari, una bellissima donna che prepara la cena, il pranzo, che guida l’automobile, invita gli amici nel fine settimana, offre a tutti quella meravigliosa aura bohémienne a una casa di scrittori, e si occupa dei figli di lui (come ha raccontato Martin Amis, la sua “eccezionale matrigna” lo tolse dal torpore dell’adolescenza ficcandogli in mano i libri che non aveva letto: Jane Austen, Charles Dickens, Francis Scott Fitzgerald, Evelyn Waugh, Graham Greene, William Golding).

Kingsley Amis diceva a Jane: “Le cose devono restare così”, e lei diceva: “Perché?”. “Perché io sono più vecchio, più importante e guadagno più soldi”. Anche se aveva comprato lei le case in cui vissero, e quando Jane lasciò Amis, Amis ebbe una crisi tale che la sua prima moglie, con il nuovo compagno, dovette occuparsi di lui giorno e notte, e da allora non volle mai più incontrare Jane (si videro per caso due volte, a un party e in un ristorante, lui obeso per l’alcol, viola in faccia e ancora inferocito, disse: “Ecco mia moglie, quindi io me ne vado”. Lei sentì le ginocchia cedere per il dispiacere.

Ma quando stavano ancora insieme, ed erano a un pranzo in Scozia, Kingsley Amis ubriaco disse a Claudio Abbado che Abbado “non sapeva niente di Mozart”, e Jane si imbarazzò moltissimo). Per avere lasciato Kingsley Amis, per essersi sposata tre volte, per avere raccontato in “The Cazalet Chronicles”, di grande successo anche televisivo, la storia disfunzionale della sua famiglia, per avere avuto molti amanti (tra cui i mariti delle sue migliori amiche), e perfino per avere lasciato sua figlia, a tre anni, alla tata per diventare una scrittrice, per avere posto fine a tutti i suoi matrimoni con la fuga, Elizabeth Jane Howard, morta lo scorso gennaio a 91 anni nella sua casa di campagna, mentre scriveva il suo quindicesimo romanzo, circondata da amici, animali, nipoti e rimpianti, è l’immagine della donna libera (nata nel 1923!), indipendente, di cui gli uomini, incontrandola e corteggiandola, dicevano: “Nessuna donna della sua bellezza è così brava a scrivere”. Nessuna donna della sua bellezza ha uno sguardo così preciso sulla natura umana, così penetrante sull’infelicità, sullo scarto tra quello che diciamo e quello che pensiamo, sui dettagli delle relazioni, sulle trame dei matrimoni.

Una bella ragazza tradisce la propria grettezza dalla “egoistica quantità di sugo” che mette nel piatto, una donna si spazzola i capelli con la testa reclinata sopra il bordo del letto, pietrificata da un dolore che non mostrerà mai, un’altra aspetta, nuda a letto, che il marito vada da lei, e immagina di resistergli, pomeriggio dopo pomeriggio, sconfitta ogni giorno, senza dovere resistere a niente che non sia la somma di tre sentimenti insopportabili: l’amore, il desiderio e l’indifferenza.

Adesso che Fazi ha acquistato i diritti dei romanzi di Elizabeth Jane Howard, ed è appena uscito in libreria “Il lungo sguardo”, pubblicato la prima volta nel 1956 (Jane aveva trentatré anni) che racconta a ritroso la storia e i silenzi di un matrimonio, dal 1950 al 1926, l’anno del primo incontro, quando le speranze erano ancora intere, vorremo avere già letto anche tutti gli altri romanzi, soprattutto l’autobiografia che Martin Amis la incitò a scrivere (“The Cazalet Chronicles”) per capire, attraverso tutte queste vite degli altri, un po’ più della nostra vita. E di quei dettagli, che spiegano il mondo e i matrimoni molto più dei princìpi.

Sostiene il signor Fleming, il marito silenzioso e cinico de “Il lungo sguardo”, padre indifferente, uomo deciso a silenziare il cuore e a lasciare i soldi sul comodino alle amanti, “studioso della discordia”, che nella vita non ci sono leggi fondamentali, contorni netti, verità basilari o princìpi, né per i singoli, né, meno che mai, per la società: c’è soltanto una quantità sterminata di dettagli, infiniti, disparati, e del tutto sconnessi fra loro. Lui che non torna a casa la sera, una figlia che non ha la zavorra intellettuale necessaria a governare il proprio fascino, l’amante che non si sente amata, la moglie che dice: “Tanto so che non ami quella ragazza” al marito a cui tremano le ginocchia dal dolore, e quella sensazione di correre a perdifiato per restare sempre nello stesso posto, che secondo Elizabeth Jane Howard si applica bene alla vita di una moglie (“per tali motivi non esisteva nessun ragionevole presupposto per aspettarsi che un uomo desiderasse continuare a vivere i propri giorni nella sua familiare e sfiorita compagnia”). Antonia, la bella moglie dallo sguardo preciso sul proprio dolore, che dopo vent’anni ama ancora, contro ogni evidenza, quell’equilibrio matrimoniale sopra l’infelicità, sembra Jane.

Tutte le donne sembrano Jane, anche la giovane e speranzosa amante Imogen, anche la figlia Deirdre, donne sofisticate (e di Antonia conosceremo la velocità, l’evoluzione intellettuale e interiore a ritroso negli anni: da una saggezza addolorata, distante, a un’ingenuità scomposta con lampi di ira e di fiducia totale), accomunate da una grande quantità di bellezza e un’altrettanto notevole quantità di vita spaventosa. Tutte le donne sembrano Jane, forse perché Jane, dentro la libertà e il talento, e quegli occhi distanti che penetravano il mondo, aveva uguali quantità di bellezza e di vita spaventosa. “Per motivi che senza dubbio risalgono a un’infanzia triste, Jane aveva un disperato bisogno di affetto. Ma, al tempo stesso, fece sempre scelte spaventose in fatto di uomini – ha scritto alla sua morte Martin Amis – In realtà mio padre, fonte di gioie e di dolori, probabilmente fu il migliore del suo carnet, nettamente al di sopra dell’orribile collezione di ciarlatani, teppisti e mascalzoni”. Li amava per poterne scrivere, scriveva di loro perché li aveva amati, non ha alcuna importanza. “Mi sarebbe piaciuto arrivare alla fine della mia vita sposata a qualcuno che conoscevo da tempo. Sarebbe stato fantastico, ma ho incasinato tutto, è questo che non capisco. Si paga sempre per tutto”.

Si paga per la libertà, si paga per l’assenza di libertà, si paga sempre per tutto, e lo si fa perdendo pezzetti di sé, o abbandonandoli da qualche parte, pensando che un giorno li ritroveremo, li recupereremo. Forse Jane Howard si riferiva a Kingsley Amis, a cui avrebbe voluto stare vicino almeno i giorni prima che morisse, dopo diciotto anni di matrimonio e quindici di nulla, ma lui le fece sapere che non era la benvenuta, di starsene dov’era. Lei disse: “Ho sempre sperato che Kingsley avrebbe dimenticato che l’avevo lasciato. Sempre. La seconda parte, quando è morto, è stata più dolorosa della prima perché non ci poteva più essere una soluzione”. Non si poteva recuperare alcun pezzetto, nessun errore era più cancellabile. Quando è morta stava scrivendo un romanzo intitolato “Errore umano”, dopo avere scritto: “Falling”, “Confusion”, “Mr Wrong”. Le interessavano gli errori, e le persone che li commettono. Le mogli che tacciono. Le figlie che ripetono gli sbagli delle madri. I matrimoni in cui lo sfinimento dell’infelicità si mescola con l’amore, con il desiderio di fuga, con l’orgoglio ferito, e dà vita a una condizione di reciproca indispensabilità e di pensieri circolari.

Elizabeth Jane Howard ha raccontato l’infelicità come se fosse un patto con la vita, una quantità perduta di pienezza necessaria per esistere. E ha raccontato l’impossibilità di capirsi, persino la volontà di non farlo mai, di non colmare il divario. Kingsley Amis una volta scrisse, come racconta il figlio nell’elogio funebre di Jane (che pure di Martin diceva, con amore, che non era un grande romanziere, perché non abbastanza interessato alla natura umana), che molti matrimoni seguono una specie di iter tipico: la moglie considera il marito leggermente troppo maleducato e incivile, e il marito considera la moglie leggermente troppo sofisticata e spocchiosa (“quando lui divenne villano, lei non poté fare a meno di sembrare più spocchiosa. L’infezione proliferò, si estese, e si trasformò in una guerra fredda”). Nelle cene con altre persone, di solito, inciviltà e spocchia a poco a poco crescono ed esplodono insieme, dando vita a momenti di spettacolare imbarazzo.

Ne “Il lungo sguardo”, però, il divario di un matrimonio è costituito dalle speranze infrante di lei, dal tentativo disperato di non annoiare il marito mostrandogli il proprio dolore, e dall’inquietudine di lui verso la moglie, per le cose che un tempo le aveva rivelato di se stesso, per la sensazione fastidiosa che avrebbe potuto amarla di più, e che ce n’era ancora il tempo, che non avrebbe potuto amare che lei (Antonia ha quarantatré anni quando si guarda allo specchio, nel 1950, in mezzo a tazzine di caffè e bicchieri di brandy; brandy a colazione, brandy prima di dormire, caffè per togliere il mal di testa e poi di nuovo whisky a pranzo, dopo lo sherry. E sempre molta dignità, nessuna caduta per le scale, mai volti paonazzi). Ma vivere dentro un matrimonio in crisi è come stare in piedi su due rocce distanti in mezzo al mare, ognuno con in mano l’estremità di una corda, scrive Jane Howard. Uno tira verso di sé, l’altro si sente schiacciato dalla tensione. Oppure si lascia la corda molle, un peso grave nelle mani, e comunicare diventa impossibile.

Forse per questo, perché parlava di natura umana parlando di matrimonio e di amore, la considerarono a lungo una scrittrice femminile, gli editori le offrivano Martini perché “fanno bene alle donne in fase mestruale” e sua madre una volta le disse: “Il tuo primo romanzo è il migliore”, che è come dire a un’attrice che era bravissima nelle recite scolastiche da bambina. Ma attraverso l’amore, di cui Jane Howard era davvero affamata, e che negò a sua figlia per molti anni, lei ha scoperto, e raccontato, le infinite possibilità delle relazioni fra le persone: ebbe storie importanti con i poeti Cecil Day-Lewis e Laurie Lee, mariti delle sue migliori amiche, e divenne madrina delle figlie di ciascuna coppia. “Ho preso solo un po’ di quel piacere così com’è venuto ed è stato meraviglioso, e ci conoscevamo tutti e non c’è stata mai una parola sbagliata. Voglio dire, la gente pensa che sia stato piuttosto scioccante io mi aspettavo che lo fosse ma non ci scioccò, ed eravamo noi le persone dentro quella storia”. E’ stato meraviglioso, e a volte scioccante, come la libertà di amare, di non essere amati, di soffrire ferendo e di venire feriti, di non ammettere mai che si desiderava di più, una piccola cosa in più, meno dignitosa magari, ma più vera. La libertà dolorosa di dire, alla fine: “Sono sola, e non sono felice di esserlo”.

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