Gravity Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gravity/ un blog di approfondimento culturale Fri, 18 Oct 2013 09:25:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Gravity Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gravity/ 32 32 Nuovo cinema paraculo: Grèviti https://minimaetmoralia.it/cinema/nuovo-cinema-paraculo-greviti/ https://minimaetmoralia.it/cinema/nuovo-cinema-paraculo-greviti/#comments Thu, 17 Oct 2013 12:03:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15878 Attenzione: ci sono degli spoiler e sono forse l'unica parte interessante del pezzo.
In questi giorni la gente va al cinema, si mette gli occhialetti 3D, si vede un’ora e mezza di telecamera fluttuante nel vuoto, ed esce contenta. Questo processo viene definitosuccesso del film Gravity. Se anche voi avete contribuito al processo, sapete di cosa parlo. Ma soprattutto se voi avete assistito attoniti a questo processo, spero possiate far sentire meno solo uno come me che si è andato a spulciare tutte le strapositive recensioni italiane e straniere per trovarne una che minimamente gli resistuisse un briciolo di condivisione, salvato in extremis da questa solitudine da spettatore intergalattica da quella di Richard Brody sul New Yorker che sancisce in una riga e mezza la logline del film: “But the movie involves a far more menacing emptiness than the physical void of outer space: the absence of ideas.”

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Attenzione: ci sono degli spoiler e sono forse l’unica parte interessante del pezzo.

In questi giorni la gente va al cinema, si mette gli occhialetti 3D, si vede un’ora e mezza di telecamera fluttuante nel vuoto, ed esce contenta. Questo processo viene definito successo del film Gravity. Se anche voi avete contribuito al processo, sapete di cosa parlo. Ma soprattutto se voi avete assistito attoniti a questo processo, spero possiate far sentire meno solo uno come me che si è andato a spulciare tutte le strapositive recensioni italiane e straniere per trovarne una che minimamente gli restituisse un briciolo di condivisione, salvato in extremis da questa solitudine da spettatore intergalattica da quella di Richard Brody sul New Yorker che sancisce in una riga e mezza la logline del film: “But the movie involves a far more menacing emptiness than the physical void of outer space: the absence of ideas.”

Quello che dovrebbe essere “un film di fantascienza che tocca le corde delle più profonde questioni esistenzialiste” mi ha fatto effettivamente crescere fotogramma dopo fotogramma un senso di noia sartriana, di ennui rimbaudiano, di angst musiliano, di scazzo tomasmiliano, di puro e semplice senso di atroce insopportabilità di fronte a una storia che fondamentalmente è un mero ricatto di due persone smarrite nello spazio con l’ossigeno e la benzina che sta finendo. È tipo vedere uno che ha fatto un incidente stradale e non sai se arriva l’ambulanza in tempo. È tipo quando sei sulla tangenziale tornando a casa con la riserva che lampeggia dal giorno prima. Questo è il cosiddetto thrilling.

Di contorno, riprese meravigliose 3d, immagini della Nasa: grazie, verrebbe da dire. Anche se è vero che se uno si va a spulciare il sito della Nasa e si vede le immagini originali di Hubble e si mette in cuffia un disco di Messiaen ha bell’e fatto un lavoro cinematografico più complesso di Alfonso Cuaròn. Considerando anche che il regista messicano è artefice, oltre che della regia, anche della sceneggiatura insieme al figlio (videoludicodipendente?), rispetto alla quale il primo commento all’uscita del film potrebbe essere : “Ma dov’è l’ha trovata, sta storia, nelle patatine?”. Ossia come gli è venuto in mente il plot di tre tizi agganciati a una stazione orbitale che vengono investiti dai detriti meteoriti simili a proiettili di videogiochi che (forse) sopravviveranno lottando contro gli elementi, legati con dei tubi tipo megaflebo alle stazioni orbitanti, e sbalzati come delle palline nel flipper da un rottame del satellite all’altro? Com’è riuscito a fare arrivare a un’omotermia con lo spazio, allo zero kelvin, la dimensione interiore dei suoi protagonisti? Come gli è venuto di pensare che in una situazione di emergenza pre-morte le battute che si scambiano Sandra Bullock e George Clooney sono quelle di due cinquantenni un po’ newage ma con la fregola, con Clooney che mentre sta forse per finire a naufragare nello spazio profondo continua a buttare là vecchi aneddoti da rimorchio al bar e boutade tipo pubblicità del Nespresso, intervallati da commenti da Luca Sardella interstellare: “Certo che il Gange visto da quassù…”

E questa recitazione ha fatto gridare all’Oscar per la Bullock: una che le espressioni migliori dei film le fa quando ha il casco integrale in testa? E il 3d utilizzato come in una di quelle sale-proiezioni per turisti che ti “riportano all’antica Roma o negli abissi di Atlantide”? Con i bulloni dell’astronave distrutta che vengono sparati verso lo spettatore, così come le lacrime di Sandra Bullock che galleggiano nell’aria verso di noi, fino a temere che anche l’urina o le feci della Bullock possano a un certo punto fuoriuscire dal suo corpo e puntare verso i nostri occhialetti, anche perché lei contrariamente a qualunque realismo lei non indossa un pannolone – come qualunque astronauta nello spazio -, ma quando si sveste se ne va in giro con un completo canotta e slip con cui può mostrare un fisico botulinicamente muscolare.

Una bella donna, con un passato doloroso che ogni tanto, tra un flipper e l’altro, riaffiora; e che sorride alle battute da vaccaro del suo collega Clooney anche quando quest’ultimo gli riappare in sogno (in sogno!) in un momento di sceneggiatura degno di un mashup tra Ralph supermaxieroe e Supervicki, per offrirgli della vodka. (Ah, i russi=vodka; i cinesi=racchette da ping-pong: il lavoro di documentazione va citato). Una bella donna, che mantiene il suo viso tonico fino alla fine del film, quando precipita direttamente in un altro set, in una specie di rimasugli di fondali di Apocalypso per risorgere come una Venere dalle acque, pronta per una settimana di massaggi rilassanti ai fanghi orientali.

Insomma questo è il film che i critici paragonano a Kubrick!

La speranza è che prima o poi Cuaròn, galvanizzato da questo successo, ne faccia un remake: Bullock e Clooney, invecchiatissimi ma ancora arzilli e alleprati, che rimbalzano da una parte all’altra di una casa di cura, mentre i tubi delle flebo li intorcinano e l’ossigeno delle maschere sta finendo. 2001 Odissea nell’ospizio. Giusto così, un’idea.

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