Grecia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/grecia/ un blog di approfondimento culturale Sat, 12 Jun 2021 08:43:41 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Grecia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/grecia/ 32 32 Negli abissi luminosi. Sciamanesimo, trance ed estasi nella Grecia antica https://minimaetmoralia.it/altro/negli-abissi-luminosi-sciamanesimo-trance-ed-estasi-nella-grecia-antica/ https://minimaetmoralia.it/altro/negli-abissi-luminosi-sciamanesimo-trance-ed-estasi-nella-grecia-antica/#respond Mon, 14 Jun 2021 07:00:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48879 Pubblichiamo un estratto dall'introduzione di Angelo Tonelli al volume Negli abissi luminosi. Sciamanesimo, trance ed estasi nella Grecia antica, di cui è anche il curatore. Ringraziamo l'autore e la casa editrice per la gentile concessione.

L'articolo Negli abissi luminosi. Sciamanesimo, trance ed estasi nella Grecia antica proviene da Minima et Moralia.

]]>
Pubblichiamo un estratto dall’introduzione di Angelo Tonelli al volume “Negli abissi luminosi. Sciamanesimo, trance ed estasi nella Grecia antica“, di cui è anche il curatore. Ringraziamo l’autore e la casa editrice per la gentile concessione.

di Angelo Tonelli

Nella nostra epoca – contrassegnata dal trionfo della tecnica e della scienza sempre più saldate in un binomio che esalta la dimensione della razionalità funzionale – è già in atto una scissione dell’interiorità, che è destinata a crescere esponenzialmente con la rivoluzione cibernetica in corso di intensificazione, rivoluzione che costringe e costringerà sempre di più gli umani a potenziare il “pensiero meccanico”, ovvero un lógos riduttivo e segmentato, privato del suo respiro cosmico, a tutto svantaggio di quella che Jung chiamava anima, e di quello che i Greci chiamavano noûs. Per non dire degli effetti devastanti della gestione plutotrogloscientistica dell’epidemia di Coronavirus, che rischia di diventare occasione per una dittatura tecnocratica e vieppiù disanimante su un’umanità già disumanizzata oltre misura.

Questo libro vuole essere un contributo alla ricomposizione di questa unità interiore individuale e collettiva. In altri termini, in Occidente e nel resto del mondo assoggettato al modello occidentale, si è assistito nel corso della storia e negli sviluppi della cultura, ovvero della mente collettiva, a un progressivo “furto d’organo”: ovvero a una castrazione antropologica dell’umanità, vale a dire all’amputazione del centro più profondo degli individui che li connette all’armonia segreta del cosmo. Ciò è avvenuto attraverso il silenziamento, o la caricatura o la ghettizzazione di tutte le esperienze mistiche, iniziatiche, sapienziali ben radicate nel nostro Occidente greco e magnogreco, a sua volta originariamente connesso con il sostrato sciamanico e sapienziale eurasiatico.

In questo consiste l’inattuale attualità delle esperienze sciamaniche, mistiche e sapienziali di cui qui si tenta di offrire una significativa sintesi al lettore che non si accontenti di una politematica escursione nell’antropologia del mondo antico, ma miri a cogliere vertici coscienziali e abissi luminosi e numinosi che i nostri padri e madri spirituali sapevano elicitare ora in lampeggiamenti e folgorazioni estatiche, ora in vertigini mistiche e iniziatiche. E condensarle nelle voci più alte della Sapienza, da Pitagora a Eraclito a Empedocle a Parmenide. E altri ancora.

E altre: nonostante ci siano giunti ben pochi nomi di sciamane e donne di Sapienza (la Diotima maestra di Socrate sulle cose dell’eros, e Saffo, insieme poetessa orfica e guida spirituale di un tiaso consacrato ad Afrodite, per indicare le più conosciute), abbiamo testimonianze cospicue su cerchie iniziatiche femminili (le Baccanti, sciamane di Dioniso, e le Pizie, sciamane profetiche delfiche2), e su feste sacre dedicate a divinità femminili e officiate prevalentemente da donne, come le Afrodisie, le Agrionie, celebrate dalle Baccanti, le Alee e le Arreforie in onore di Atena, le Anteforie, dedicate a Demetra e Persefone, le Artemisie, le Carie e le Brauronie per Artemide, le Koree e le Demetree per Kore e Demetra, e così via. Tutto questo rinvia a una grande tradizione sciamanica e sapienziale matriarcale precedente il patriarcato, secondo gli studi di Bachofen e Marija Gimbutas e più recentemente di Heide Goettner-Abendroth e Ingrid Straube.

Per i Greci il noûs, già in Parmenide, Eraclito, Empedocle, e poi in Aristotele, Platone, e ancora più tardi in Plutarco, negli Oracoli caldaici e nel Neoplatonismo, è l’intuizione profonda, l’“occhio dell’anima”, il fulcro dell’interiorità individuale che tutto connette e ricompone nel Grande Uno. È il distillato sapienziale di esperienze – e non percorsi intellettuali – sciamaniche, meditative, contemplative che coinvolgono sangue e sentire, pensiero ed emozione dilatando i confini dell’organismo psicocorporeo ed egoico (il luogo del principium individuationis) fino a traboccare – nella trance dionisiaca, nell’ékstasis apollinea – in un Oltre che è interiorità profonda del singolo che si rovescia in profonda cosmicità del medesimo: coscienza oceanica, luogo in cui il singolo coincide con l’Uno, o meglio in cui l’Assoluto che è nel singolo è ipso facto l’Assoluto che è nell’Uno e di cui l’Uno è nome, perché dell’Assoluto non si può predicare nulla.

A questo stato di coscienza approssimano lo sciamanesimo e le esperienze di trance ed estasi della Grecia antica, ma anche musica e danza e poesia, con diversi gradi di intensità, e diversi approcci.

[…]

Ovunque, dall’India alla Cina, al Tibet, all’Africa, alle Americhe, all’Australia, all’Europa, negli albori della civiltà, prima ancora dell’affermarsi della scrittura, compaiono le figure dello sciamano e della sciamana, uomini e donne dello spirito, mediatori e mediatrici tra il visibile e l’invisibile per conto della comunità, guaritori e guaritrici, esperti di farmaci e incantamenti, guide spirituali.

Lo sciamanesimo non è una religione, ma un insieme di pratiche e credenze che gravitano intorno a varie tecniche dell’estasi, cerimonie e rituali che favoriscano il contatto diretto con essenze soprannaturali allo scopo di recare benefici ai singoli e alla comunità di cui lo sciamano o la sciamana fanno parte: lo sciamano, sempre benefico, è medicine man, che diagnostica malattie grazie all’aiuto degli spiriti, e sempre grazie al loro ausilio favorisce la guarigione, volando con il corpo astrale in altre dimensioni per recuperare l’anima del malato rubata dalle entità sfavorevoli; oppure, se il malato ha subìto l’intrusione da parte di uno spirito, si adopera per liberarlo dall’intruso, con il soccorso dei suoi spiriti adiutori che spesso hanno forma di animali, o degli antenati. È anche capace di divinare il futuro, accompagnare, in qualità di psicopompo, i defunti nell’aldilà, di propiziare magicamente il buon esito della caccia, di sovrintendere a riti sacrificali.

L'articolo Negli abissi luminosi. Sciamanesimo, trance ed estasi nella Grecia antica proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/altro/negli-abissi-luminosi-sciamanesimo-trance-ed-estasi-nella-grecia-antica/feed/ 0
Vivere in Grecia durante la crisi: intervista a Petros Markaris https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-petros-markaris/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-petros-markaris/#comments Wed, 30 Aug 2017 05:00:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16625 Dal nostro archivio, un pezzo di Graziano Graziani apparso su minima&moralia il 25 novembre 2013.

Questa intervista, uscita su Lo Straniero di ottobre, fa parte del materiale raccolto in Grecia lo scorso giugno per il radio-documentario Odissea Grecia. Viaggio ai tempi della crisi, che raccoglie storie di persone che hanno reiventato il loro lavoro e i loro consumi a causa della crisi. Dalla sanità alle fabbriche, dai mercati solidali alle precarietà degli artisti e dei lavoratori della conoscenza. Il documentario sarà in onda da lunedì 25 a venerdì 29 novembre, alle 19,45, per il programma Tre Soldi. Si può riascoltare in streaming o podcast alla pagina www.3soldi.rai.it. (Foto: Ilaria Scarpa.)

Alcuni anni fa, quando Petros Markaris ha annunciato che avrebbe scritto una trilogia sulla crisi in Grecia, una giovane giornalista gli aveva domandato se era davvero convinto che la congiuntura economica negativa sarebbe durata così a lungo. Oggi che «La resa dei conti», l’ultimo dei tre romanzi, è uscito già da alcuni mesi in molti paesi d’Europa, Markaris ha cominciato a scrivere un quarto romanzo che costituirà l’epilogo della sua trilogia. Una coda necessaria, perché secondo lo scrittore greco ci troviamo oggi – nel 2013 – nel momento di apice della crisi, nonostante ci venga raccontato il contrario. E non c’è segnale credibile che la situazione possa migliorare a breve.

Nel suo ultimo romanzo ritrae una Grecia dove padri e figli sono su fronti contrapposti, impegnati in un conflitto insanabile. È davvero così?

È il terzo libro della trilogia, con il quale volevo provare a fare una “resa dei conti”. Noi in Grecia odiamo fare bilanci e rese dei conti. Nemmeno dopo la guerra civile del 1949 siamo stati in grado di farlo, di guardare davvero a cosa avevamo fatto e cosa non avevamo fatto. La stessa cosa avviene con la generazione del Politecnico, quella che ha guidato la protesta contro la dittatura dei Colonnelli. Invece è importante capire dove ha sbagliato la generazione del Politecnico, che oggi guida la Grecia e all’epoca, invece, era il simbolo della resistenza. Quella generazione ha conquistato i ruoli chiave nel Paese, soprattutto per quanto riguarda l’amministrazione pubblica, l’università e i sindacati, guadagnando sempre più potere. Ma ha usato le istituzioni in modo sbagliato, per guadagni e tornaconti personali o di partito. È stato questo il suo grande errore, quello ci ha portato alla Grecia di oggi. Il risultato di tutto questo è che i figli di quella generazione si trovano ad affrontare una disoccupazione giovanile del 55%. Quanto pensiamo che ci vorrà prima che questi ragazzi chiederanno conto ai loro padri di ciò che hanno fatto? È uno scontro che prima o poi avrà luogo. Questo racconta il mio libro.

L'articolo Vivere in Grecia durante la crisi: intervista a Petros Markaris proviene da Minima et Moralia.

]]>
ilaria-scarpa_markaris

Dal nostro archivio, un pezzo di Graziano Graziani apparso su minima&moralia il 25 novembre 2013.

***

Questa intervista, uscita su Lo Straniero di ottobre, fa parte del materiale raccolto in Grecia lo scorso giugno per il radio-documentario Odissea Grecia. Viaggio ai tempi della crisi, che raccoglie storie di persone che hanno reiventato il loro lavoro e i loro consumi a causa della crisi. Dalla sanità alle fabbriche, dai mercati solidali alle precarietà degli artisti e dei lavoratori della conoscenza. Il documentario sarà in onda da lunedì 25 a venerdì 29 novembre, alle 19,45, per il programma Tre Soldi. Si può riascoltare in streaming o podcast alla pagina www.3soldi.rai.it. (Foto: Ilaria Scarpa.)

Alcuni anni fa, quando Petros Markaris ha annunciato che avrebbe scritto una trilogia sulla crisi in Grecia, una giovane giornalista gli aveva domandato se era davvero convinto che la congiuntura economica negativa sarebbe durata così a lungo. Oggi che «La resa dei conti», l’ultimo dei tre romanzi, è uscito già da alcuni mesi in molti paesi d’Europa, Markaris ha cominciato a scrivere un quarto romanzo che costituirà l’epilogo della sua trilogia. Una coda necessaria, perché secondo lo scrittore greco ci troviamo oggi – nel 2013 – nel momento di apice della crisi, nonostante ci venga raccontato il contrario. E non c’è segnale credibile che la situazione possa migliorare a breve.

Nel suo ultimo romanzo ritrae una Grecia dove padri e figli sono su fronti contrapposti, impegnati in un conflitto insanabile. È davvero così?

È il terzo libro della trilogia, con il quale volevo provare a fare una “resa dei conti”. Noi in Grecia odiamo fare bilanci e rese dei conti. Nemmeno dopo la guerra civile del 1949 siamo stati in grado di farlo, di guardare davvero a cosa avevamo fatto e cosa non avevamo fatto. La stessa cosa avviene con la generazione del Politecnico, quella che ha guidato la protesta contro la dittatura dei Colonnelli. Invece è importante capire dove ha sbagliato la generazione del Politecnico, che oggi guida la Grecia e all’epoca, invece, era il simbolo della resistenza. Quella generazione ha conquistato i ruoli chiave nel Paese, soprattutto per quanto riguarda l’amministrazione pubblica, l’università e i sindacati, guadagnando sempre più potere. Ma ha usato le istituzioni in modo sbagliato, per guadagni e tornaconti personali o di partito. È stato questo il suo grande errore, quello ci ha portato alla Grecia di oggi. Il risultato di tutto questo è che i figli di quella generazione si trovano ad affrontare una disoccupazione giovanile del 55%. Quanto pensiamo che ci vorrà prima che questi ragazzi chiederanno conto ai loro padri di ciò che hanno fatto? È uno scontro che prima o poi avrà luogo. Questo racconta il mio libro.

Le tre vittime del killer del suo romanzo, con le loro biografie, disegnano questa situazione in modo esemplare. Sono rispettivamente un imprenditore edile che fa affari con la politica, un barone universitario e un sindacalista spregiudicato. Tutti e tre hanno partecipato all’occupazione del Politecnico e sono diventati uomini di potere. Se questa generazione, che incarnava lo spirito rivoluzionario della Grecia, si è rivelata corrotta, esiste però una parte sana della Grecia? Qual è?

Esiste. Sono quelli che hanno perso. È la classe media, i piccolo borghesi che hanno veramente pagato la crisi, e la generazione dei giovani che la sta pagando in modo ancor più pesante. Questa è la parte sana. Se questa parte della Grecia non si riprende, la Grecia non può riprendersi.

Lei immagina che nel 2014 la Grecia, assieme alla Spagna, all’Italia e al Portogallo, lascino l’euro per tornare alla valuta precedente. È uno scenario possibile?

È uno scenario su cui occorre lavorare. Prendiamo tre paesi come Grecia, Spagna e Portogallo. Sono tre paesi usciti dalle dittature più di recente. Cosa hanno detto all’epoca questi Paesi? Entriamo in Europa per stare in una famiglia più grande e dare corpo in questo modo al nostro futuro. La stessa cosa l’hanno detta i paesi del blocco sovietico quando l’Unione Sovietica è caduta. Se chiediamo a un greco, a un italiano o a un portoghese “Perché non torniamo alle nostre monete precedenti?”, riceveremo quasi sicuramente una risposta del tipo “Ma se matto? Andrebbe ancora peggio!”. Probabilmente avrebbero ragione. Il problema però è che questo ragionamento non ha a che vedere con una prospettiva, ma con la scelta del male minore. Non si può tenere assieme 17 paesi attraverso la politica del male minore.

Qual è oggi il sentimento dei greci rispetto all’Europa?

La gente non crede più nell’Europa. La colpa è dei politici: il modo in cui si comportano ha creato una frattura e oggi la gente non crede più in loro. Questo a portato a un grave contraddizione: la gente oggi non crede nell’Europa ma allo stesso tempo ha paura di cosa potrebbe accadere se la Grecia uscisse dall’Euro. Il male di questa contraddizione è l’odio che si sta spargendo in Europa. Ci odiamo gli uni gli altri. Quest’odio, anche se usciremo dalla crisi, probabilmente resterà. Questo è il pericolo maggiore.

In passato dalle crisi di queste dimensioni si usciva con le guerre. Oggi la guerra sembra non essere più un’opzione, almeno sul suolo europeo. E allora che cosa accadrà? Ad esempio, nel suo romanzo, si immagina un’Atene afflitta da continui scontri di piazza.

Dovremmo sempre ricordarci che il progresso che abbiamo avuto dopo la seconda guerra mondiale poggia sopra i 50 milioni di morti di quella guerra. Lo ha detto Umberto Eco ed ha assolutamente ragione. Io non penso che avremo una guerra, dove la gente muore di morte violenta; penso, però, che per uscire da questa crisi avremo tantissimi “morti economici”, ovvero decessi dovuti alla crisi stessa, all’abbassarsi della qualità della vita. La domanda che dobbiamo porci, dunque, non è come evitare un risvolto violento della crisi, ma come evitare queste morti dovute all’economia.

Pensa alla qualità del cibo? All’accesso alla sanità pubblica che sta diventando sempre meno universale?

Guardi, in questo stesso momento in Spagna – come per altro anche in Grecia – ci sono bambini nelle scuole che soffrono di malnutrizione. L’altro giorno parlavo con un un’insegnate di scuola elementare, che ha dovuto allertare i genitori di alcuni bambini perché questi svenivano dalla fame. E le famiglie non sapevano come far fronte alla cosa, perché non hanno soldi. Questa situazione porterà a breve tempo a dei “morti economici” che peseranno sulla società ma anche sul futuro di questi bambini. È un fenomeno greco, spagnolo, portoghese e non va sottovalutato.

Se oggi si riuscisse a bandire la corruzione dalle istituzioni pubbliche le cose in Grecia cambierebbero, oppure siamo di fronte a una situazione così compromessa che un’inversione di rotta, da sola, non è più sufficiente?

Se le istituzioni funzionassero la crisi ci sarebbe stata comunque, ma i suoi effetti non sarebbero stati così disastrosi, come sono oggi. Uno dei più grandi errori della generazione del Politecnico sta nel fatto che ha creato un “mostro pubblico” perché gli era comodo politicamente. Non scherziamo: la Grecia ha fatto dei grossi errori, i tedeschi non hanno completamente torto. Molti greci oggi pensano che la crisi sia solo l’effetto delle misure di austerità imposte dalla Germania. Fa molto comodo pensarlo, ma non è così.

Nel 2013, secondo lei, la crisi è migliorata o peggiorata?

Oggi la crisi è nel suo momento peggiore. Il problema della crisi, ed è un problema storico in Grecia, è che la politica propone dei falsi immaginari al popolo. In questo caso ogni anno viene detto alla gente: quest’anno va così, ma l’anno prossimo migliorerà. Cosa c’è di male in questa logica? Che la gente non fa nulla per adeguarsi. I greci non erano preparati a una crisi di questo tipo. Ogni volta veniva detto loro che la situazione sarebbe migliorata e ogni volta, puntualmente, si verificava l’opposto: nuove tasse, nuovi tagli, nuova crisi. Il popolo era senza difese e questo è stato un doppio male: da una parte a ogni nuovo avvenimento i greci hanno subito la crisi violentemente, dall’altra parte la gente ha perso completamente la fiducia nel sistema politico. È questo è un effetto disastroso, perché la democrazia senza sistema politico non può esistere.

Quali sono gli aspetti più visibili e quelli meno visibili della crisi?

Deve andare a fare un giro a viale Patission, qui ad Atene. Era la strada commerciale della classe media e piccolo borghese, dove la gente faceva acquisti. Vedrà solo negozi chiusi e nient’altro. Ne sono rimasti pochissimi aperti, il resto è in decadenza. Io vivo molto vicino a quel viale e quando mi capita di passarci cammino con lo sguardo basso, cercando di non guardarmi né a destra né a sinistra, perché mi fa male vede quel disastro. Mi fa male vedere la persona che fanno la conta dei soldi per capire quali beni di prima necessità comprare. L’altro giorno, in un supermercato, c’era una signora in fila alla cassa prima di me. Prima che la cassiera cominci a battere la merce, la signora le chiede: “Per favore, può farmi il conto di quando spenderei per vedere se ho soldi a sufficienza?”. La cassiera glielo fa e lei comincia a togliere articoli dalla spesa perché non le bastava il denaro. Erano tutti beni di prima necessità. Siamo arrivati a un punto in cui la gente non è in grado di provvedere alle proprie esigenze primarie.

Ovviamente ci sono zone di Atene dove tutto questo non si vede. Per due motivi. Da un lato perché la classe dei ricchi non è stata toccata dalla crisi, e dall’altra parte perché questo incredibile sistema pubblico greco ha creato un para-stato, che si alimenta di clientele ma anche di denaro nero, di capitali che sfuggono al fisco. Voi in Italia avete uno scrittore esperto di questi meccanismi che è Roberto Saviano: se venisse a fare qualche indagine in Grecia uscirebbe fuori di testa!

A partire dagli anni Ottanta, in Grecia come in Italia, c’è stato un grande accumulo di soldi che ha prodotto anche un forte cambio di mentalità, spostando l’asse dei valori verso l’individualismo e l’edonismo. Così facendo, però, è andata perduta quella rete di solidarietà che caratterizzava le società più povere e che oggi, in tempo di crisi, sarebbe utile. È possibile recuperare questo aspetto?

La Grecia, fino agli Ottanta, era un paese poverissimo ma aveva un livello molto elevato di cultura. Questa cosa l’ho chiamata “cultura delle povertà”. C’è chi mi ha detto: ma i grandi poeti greci, Giorgos Seferis, Odysseus Elytis, non erano affatto poveri. E io rispondo: andate ad ascoltare il Rebetiko e vedrete che versi meravigliosi ci sono nelle canzoni. Sono state scritte da persone che non avevano finito nemmeno le scuole elementari. Questo era possibile perché l’alto livello di cultura che c’era in Grecia prima degli anni Ottanta permeava anche loro. Questa “civilizzazione della cultura” aveva dei valori molto forti, tra cui la solidarietà. Quando sono arrivati gli anni Ottanta e la Grecia ha visto una quantità di soldi che non aveva mai visto prima, cos’è successo? Ci siamo disfatti della povertà ma anche dei suoi valori. Oggi, invece, ci troviamo al punto in cui stiamo tornando indietro nella povertà ma senza disporre più dei suoi valori. Questo è il nostro grande problema.

E che effetti produce?

In primo luogo la perdita della solidarietà nei grandi centri urbani. Nelle società più piccole ancora esistono reti di solidarietà. Il dominio dell’individualismo, nella crisi, si sta traducendo in un atteggiamento da “mors tua, vita mea”. Quello che la gente non ha capito è che, invece, o ci salveremo tutti o moriremo tutti insieme.

Lei ha scritto che i compromessi politici non sono adatti a gestire la crisi, perché si prendono le decisioni in ritardo. Ma senza compromessi tra i paesi Europei, l’Europa è in grado di sopravvivere come progetto politico?

L’Europa politica è stata fondata sui compromessi, che hanno prodotto anche degli arretramenti su alcuni principi importanti. Non si poteva fare diversamente, perché non puoi mettere insieme 27 paesi, oggi 28, senza operare qualche compromesso. La crisi, però, non può essere gestita senza prendere decisioni immediate e radicali. Questo è un problema. Perché l’Europa non può prendere queste decisioni a causa della sua stessa natura. Che succede, allora? Che si agisce poco e lentamente.

È l’ennesima contraddizione che stiamo vivendo: oggi un singolo paese può prendere delle decisioni rapide ma poi a livello europeo non avviene altrettanto. È un problema di tenuta democratica, tanto più che in Europa le decisioni non sono prese da organi democraticamente eletti ma da rappresentati dei singoli paesi. Jean Monet, prima di morire, ha ammesso di aver sbagliato: “Se potessi ricominciare a lavorare sulla fondazione dell’Europa, partirei dalle strutture politiche e dalla cultura, non dal mercato comune”. Fondare l’Europa a partire dal mercato è un errore intrinseco, genetico dell’Europa. Oggi continuiamo con questo stesso errore: guardiamo ai numeri e stiamo perdendo di vista gli uomini.

Se ne può uscire?

L’Europa deve sviluppare delle proprie istituzioni democratiche, che non ha. Ma soprattutto ha bisogno di capire che la cultura, la civilizzazione, è un processo dinamico che crea diverse modalità di pensiero. Non possiamo convivere se non teniamo in conto la diversità di pensiero degli altri. Questa è una questione di cultura e non di economia.

Due settimane fa ha chiuso il servizio pubblico radiotelevisivo greco, l’ERT. Cosa ne pensa?

L’ERT è l’esempio perfetto dell’ipocrisia politica che regna in Grecia. I politico dicono che chiudono l’ERT perché è un’azienda corrotta che spreca molti soldi, ma sono i politici stessi gli artefici della corruzione e dello spreco. Ora vogliono apparire come i moralizzatori, ma conta ad esempio che la persona che ha annunciato la chiusura della tv pubblica è stato per anni il direttore dei telegiornali della ERT ed è stato uno di quelli che, all’epoca, ha combattuto con ogni mezzo contro qualunque riforma della ERT stessa. Questo governo non è in grado di produrre un vero cambiamento e così ha preso la decisione più sbrigativa, la chiusura, per far vedere che è un governo decisionista. Per altro il presidente del consiglio ha già fatto una parziale marcia indietro, dichiarando che delle 2600 persone licenziate dal servizio pubblico ne saranno riassunte duemila per la nuova società. E allora perché l’anno chiusa?

Che effetto le ha fatto la chiusura del segnale?

Ne ho sentito parlare dai giornali e ho preferito non accendere la tv. Non voglio vedere il segnale oscurato, non voglio vedere il nero. Quello che però mi ha fatto letteralmente uscire fuori di testa a causa dell’ipocrisia del nostro stato. Anche oggi, che la gente non sa più come vivere, le uniche risposte che hanno sono improntate all’ipocrisia. E poi si domandano perché la gente non crede più alla politica. Tutti sono ipocriti. Mi spiace dirlo: sono un uomo che è uscito dalla sinistra e quando vedo la sinistra di oggi mi viene da strapparmi i capelli. Che cosa c’entro io con questa sinistra?

Nel suo romanzo sembra che le parole della politica, soprattutto della sinistra, siano completamente vuote, senza significato.

Purtroppo è così.

Ma è possibile fondare un nuovo lessico politico?

Ci vorrà del tempo. Tempo fa parlavo con un funzionario dell’Ambasciata Tedesca. che mi chiedeva se secondo me le imposizioni dell’Europa avrebbero aiutato la Grecia a uscire dalla crisi. Gli ho risposto che la vita di un uomo può cambiare in una sola notte, ma la mentalità ha bisogno di decine di anni per cambiare. Non è facile, non si cambia mentalità facilmente. Per trent’anni ha dominato una certa politica che ha anche forgiato questa mentalità che abbiamo oggi: è impossibile sradicarla da un giorno all’altro.

Quindi, i cambiamenti più urgenti sono economici o culturali?

Le due cose si influenzano. La situazione economica è quella che è, non può essere negata, anche se noi siamo in disaccordo con l’Europa. Però abbiamo bisogno soprattutto di cultura e di educazione per continuare a lottare e per cambiare davvero questa situazione. Solo la cultura e l’eduzione potranno modificare questa cultura politica che abbiamo oggi. Il problema è che la cultura è un primo piatto che i politici servono all’ultimo, come se fosse un dolce. Nei periodi di ricchezza, quando ci si abbuffa, il dolce diventa superfluo; nei periodi di povertà, quando non puoi permetterti un pasto completo, viene sacrificato per le altre pietanze. La cultura però non è affatto un dolce, ma una “fasolada” (piatto nazionale greco, Ndr.).

L'articolo Vivere in Grecia durante la crisi: intervista a Petros Markaris proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-petros-markaris/feed/ 2
La mia piccola estate austriaca (al Lido di Venezia) https://minimaetmoralia.it/interventi/la-mia-piccola-estate-austriaca-al-lido-di-venezia/ Thu, 23 Jul 2015 08:31:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27892 Tra qualche animo facile allo spavento, ha destato scandalo il fatto che, subito dopo la vittoria dello Strega, rispondendo alle tante domande dei giornalisti, a un certo punto mi sia trovato a parlare anche di Grecia. Parlare di politica – abbagli compresi – fa parte della tradizione letteraria europea, a cui può capitare che io non mi sottragga.

L'accusa di un doppio binario (usare codici diversi, a seconda che si scriva un romanzo o si intervenga sulla vita pubblica) la scaglia di solito chi ama più un'ideologia che la letteratura. Sempre che della letteratura si conoscano i meccanismi. E sempre che l'ideologia non sia quella di un sé ferito, verso la quale ho sempre comprensione.

Faccio un esempio. Matteo Salvini, che sulla pagina di un quotidiano attaccherei in modo deciso (mi interessano in quel caso i valori e le idee di cui si fa portatore, non l'uomo in sé), se fosse invece il personaggio di un mio romanzo diventerebbe subito un mio simile, un fratello. Cercherei di diventare io stesso, Matteo Salvini ("Matteo Salvini c'est moi"), pur di renderlo letterariamente credibile. Ci vuole dello spirito, del resto, per dire "sono una cretina" (Flaubert su Bovary).

A ogni modo, in questa estate mi ha fatto compagnia il Majakovskij di Serena Vitale. E poi, sollecitato da Marco Belpoliti per gli amici di Doppiozero, ho denunciato altre mie letture estive. Eccole. L'autodenuncia non merita almeno un'attenuante? Buone giornate.

di Nicola Lagioia

Nell'estate del disfacimento dell'idea di Europa per come l'avevamo immaginata, mi rifugio da settimane in ciò che fu il cuore del nostro continente prima del doppio suicidio – le due guerre mondiali – che pose fine alla modernità. Nell'estate del 2015 provo a inseguire il fantasma dell'Austria, sempre che io ne sia degno, lo spettro di due autori in particolare: Trakl e Musil.

L'articolo La mia piccola estate austriaca (al Lido di Venezia) proviene da Minima et Moralia.

]]>
Tra qualche animo facile allo spavento, ha destato scandalo il fatto che, subito dopo la vittoria dello Strega, rispondendo alle tante domande dei giornalisti, a un certo punto mi sia trovato a parlare anche di Grecia. Parlare di politica – abbagli compresi – fa parte della tradizione letteraria europea, a cui può capitare che io non mi sottragga.

L’accusa di un doppio binario (usare codici diversi, a seconda che si  scriva un romanzo o si intervenga sulla vita pubblica) la scaglia di solito chi ama più un’ideologia che la letteratura. Sempre che della letteratura si conoscano i meccanismi. E sempre che l’ideologia non sia quella di un sé ferito, verso la quale ho sempre comprensione.

Faccio un esempio. Matteo Salvini, che sulla pagina di un quotidiano attaccherei in modo deciso (mi interessano in quel caso i valori e le idee di cui si fa portatore, non l’uomo in sé), se fosse invece il personaggio di un mio romanzo diventerebbe subito un mio simile, un fratello. Cercherei di diventare io stesso, Matteo Salvini (“Matteo Salvini c’est moi”), pur di renderlo letterariamente credibile. Ci vuole dello spirito, del resto, per dire “sono una cretina” (Flaubert su Bovary).

A ogni modo, in questa estate mi ha fatto compagnia il Majakovskij di Serena Vitale. E poi, sollecitato da Marco Belpoliti per gli amici di Doppiozero, ho denunciato altre mie letture estive. Eccole. L’autodenuncia non merita almeno un’attenuante? Buone giornate.

di Nicola Lagioia

Nell’estate del disfacimento dell’idea di Europa per come l’avevamo immaginata, mi rifugio da settimane in ciò che fu il cuore del nostro continente prima del doppio suicidio – le due guerre mondiali – che pose fine alla modernità. Nell’estate del 2015 provo a inseguire il fantasma dell’Austria, sempre che io ne sia degno, lo spettro di due autori in particolare: Trakl e Musil.

Nelle notti umide e caldissime di una piccola stanza d’albergo al Lido di Venezia, schiaccio zanzare, sento salire la gommosa putredine dell’acqua nei canali (mi sono convinto faccia bene alla pelle, alla nostra reminiscenza di anfibi), controllo che il gatto bianco con cui spero di aver stretto amicizia si accoccoli sul vano finestra a piano terra della costruzione di fronte, poi mi rigiro nel letto e sfoglio un’altra pagina. Tra qualche minuto crollerò. Il libro che scivola sul pavimento mi risveglierà per un istante. Più spesso L’uomo senza qualità o il volumetto Garzanti con le poesie di Trakl mi ricade sul petto. Apro gli occhi senza mettere a fuoco niente. È l’ultimo cerchio del sasso scagliato in uno stagno nero, già si richiude e io precipito in un sonno di catrame fino alle sei del mattino. Al risveglio leggo un altro po’, mi metto in calzoncini e vado a correre sul lungomare, faccio doccia, colazione, alle nove sono pronto a varcare la soglia nel Palazzo del cinema. Così negli ultimi due mesi.

È per me la terza estate di seguito trascorsa a guardare film dieci ore al giorno. Lavoro come selezionatore alla Mostra del Cinema di Venezia, il che significa che dalla fine di maggio sono qui insieme ai miei colleghi. Si legge nei ritagli di tempo, prima di addormentarsi, subito dopo il risveglio, o ancora tra le sette e le otto di sera, prima di vestirsi e andare a cena, sempre in albergo, o meglio approfittando dell’ora trascorsa circondati dagli oblò della lavanderia a gettoni dove andiamo una volta a settimana. Da un lato le porte magiche di Malamocco. Sull’altro l’acciaio scintillante di Porto Marghera.

Musil è una compagnia, una sfida e una consolazione dai tempi dell’università. Trakl lo leggo di continuo dagli ultimi quattro o cinque anni. Non conosco il tedesco, allora uso l’originale come un geroglifico, la traduzione a fronte come la soluzione parziale di un problema troppo vasto, e me – i mei nervi, e quel po’ di spirito che trattengono – come una malfunzionante stele di Rosetta e un sismografo (anche quello poco affidabile) nel peggiore dei casi.

Il fatto è che la Cacania di Musil, che ho sempre visto come una summa inarrivabile della nostra stupidità di specie organizzata, mi è sembrata in questi mesi sovrapponibile in maniera paurosa alla geografia interiore dell’Unione Europea man mano che il caso Grecia infiammava le pagine dei giornali, i listini di borsa, le discussioni nei bar, gettava un intero paese nel caos e altri diciotto in una farsa da cui tirarsi fuori è impossibile anche a tragedia rimandata.

Un’istituzione che celebra se stessa in modo sempre più vuoto e vanaglorioso mentre la catastrofe incombe: è questa la Cacania di Musil, così come l’Azione Parallela pretende di farsi portatrice di valori quali la pace universale e la solidarietà tra i popoli, ritrovandosi a sua insaputa tra le braccia della Prima guerra mondiale. Mentre tornavo per l’ennesima volta sulle avventure di Ulrich e Diotima, del capo sezione Tuzzi e di Gerda Fischel, di Moosbrugger internato nel manicomio criminale e – sul capo opposto – della meravigliosa Agathe, e mi inoltravo (senza capire come al solito se andassi scendendo o salendo i gradini di una scala gigantesca e invisibile) tra le prime stanze del Regno Millenario, pensavo stupefatto che a nessun continente come all’Europa è stato dato di pensare se stesso in termini così comicamente umani (cos’è, da Cervantes a Flaubert a Musil, questo lungo discorso sulla stupidità, se non una pietosa constatazione dei nostri limiti?) e insieme così vertiginosi (la messa in tensione di quegli stessi limiti fa scoccare certe volte una scintilla in grado di trascendere la scimmia alfabetizzata in cui ci rinchiudiamo, trasformandoci in dei veri mostri o, finalmente, in esseri colmi di amore e comprensione, e anche su questo la grande letteratura europea è stata in grado di non chiudere gli occhi, o forse di aprirne miracolosamente un terzo).

Se Musil concepì il suo capolavoro dopo la fine della guerra, Georg Trakl “anticipava le catastrofi mondiali”. Le sue poesie anteriori al 1914 (Trakl morì suicida nel novembre di quell’anno, dopo aver partecipato alla battaglia Grodek) continuano a essere per me uno dei grandi misteri della letteratura mondiale. In apparenza semplici, hanno doppi e tripli fondi che si estendono nascosti per chilometri. A volte, leggendolo, ho la sensazione di aggirarmi in una di quelle case di Lovecraft dove, aperta la porta di una cantina, ci si ritrova dentro un mondo sotterraneo molto più vasto di quello che dovrebbe contenerlo. Solo che il mondo di Trakl è sotterraneo, cosmico e interiore al tempo stesso. Mentre canta semplicemente di villaggi, covoni di grano che riposano nei campi, cascine, mosto a fermentare all’ombra di modeste case rurali, corvi che solcano l’azzurro profondo del cielo, il risultato è che tu vedi un mostro. Non la guerra di trincea e la macelleria meccanica che Trakl all’epoca non sapeva di dover vedere coi suoi occhi, ma una sorta di equivalente mistico. Il quale contiene anche dell’altro.

Se ci pensate, l’esito è molto più grandioso – per quanto più discreto – rispetto a ciò che, pochi anni dopo, seppero fare i maestri del cinema espressionista tedesco. C’è un libro di Siegfried Kracauer (Da Caligari a Hitler) che lo racconta bene. Lang, Murnau, Wegener, Lubitsch, Wiene videro il nazismo prima che arrivasse. Solo che mentre il loro potere profetico fu giocato su equivalenti diretti – il golem, Nosferatu, Faust… mostruosità immaginarie per mostruosità reali prossime venture – in Trakl l’equivalente è rovesciato. Pace per guerra. Idillio per catastrofe. Cieli azzurri per terra insanguinata. Canti d’uccelli per silenzio finale. Con il risultato che, mentre leggi le più belle delle sue composizioni, ti sembra che quella tragedia storica che lui vede senza ancora sapere precisamente di che si tratti, sia legata a una tragedia più vasta, una malattia dello spirito (di un genius loci grande quanto un continente) e della creazione per come l’abbiamo decifrata. E, insieme alla sua ineluttabilità (Gavrilo Princip quale agente della somma degli eventi accumulati da generazioni di europei), ti lascia intravedere ciò che sarebbe il vero antidoto di questo male, la sua cura reale e irraggiungibile.

Così, nelle ultime settimane, mentre sfogliavo giornali e blateravo coi miei amici di Grecia e di Merkel e di Tsipras e di Schäuble, mentre dalla putredine dei canali del Lido veniva fuori un insetto che sollevava una minuscola goccia in cui si rifletteva una scaglia di luce subito disfatta nel niente arroventato, sentivo pure, confusamente, che sotto la paccottiglia di menzogne bassi istinti retorica e stupidità con cui affondavano le speranze di una comunità dove valesse la pena di vivere, c’era un pericolo più antico e devastante, e, poco lontano, l’antidoto che è stato dato solo a noi di immaginare, ma su cui ancora (“ed è tardi, sempre più tardi”) non riusciamo ad allungare le dita.

L'articolo La mia piccola estate austriaca (al Lido di Venezia) proviene da Minima et Moralia.

]]>
La vita oltre la fine (del bancomat). Leggere noi e la Grecia attraverso la letteratura. https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-vita-oltre-la-fine-del-bancomat-leggere-noi-e-la-grecia-attraverso-la-letteratura-2/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-vita-oltre-la-fine-del-bancomat-leggere-noi-e-la-grecia-attraverso-la-letteratura-2/#comments Wed, 15 Jul 2015 17:34:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27830 Pubblicai la prima volta questo articolo nel 2012 su "La Repubblica". Purtroppo è tutto ancora più attuale. Consiglio sempre il libro di Christos Ikonomou, il quale sarà al festival di Mantova nel prossimo autunno.

Sono mesi che guardiamo alla Grecia nel tentativo di leggere (e scongiurare) il nostro futuro prossimo. Si tratta di un’osservazione non senza ostacoli anche di ordine emotivo: gli economisti simulano pubblicamente il terrificante effetto domino che potrebbe innescare l’abbandono dell’euro da parte di Atene, mentre le istituzioni invitano alla solidarietà continentale parlando una lingua che rischia spesso di cementare la distanza. Così, se vogliamo una finestra aperta sulla crisi che generi empatia prima che panico o qualunquismo, è alla letteratura che dobbiamo rivolgerci ancora una volta.

L'articolo La vita oltre la fine (del bancomat). Leggere noi e la Grecia attraverso la letteratura. proviene da Minima et Moralia.

]]>
greece2a1

Pubblicai la prima volta questo articolo nel 2012 su “La Repubblica”. Purtroppo è tutto ancora più attuale. Consiglio sempre il libro di Christos Ikonomou, il quale sarà al festival di Mantova nel prossimo autunno.

Sono mesi che guardiamo alla Grecia nel tentativo di leggere (e scongiurare) il nostro futuro prossimo. Si tratta di un’osservazione non senza ostacoli anche di ordine emotivo: gli economisti simulano pubblicamente il terrificante effetto domino che potrebbe innescare l’abbandono dell’euro da parte di Atene, mentre le istituzioni invitano alla solidarietà continentale parlando una lingua che rischia spesso di cementare la distanza. Così, se vogliamo una finestra aperta sulla crisi che generi empatia prima che panico o qualunquismo, è alla letteratura che dobbiamo rivolgerci ancora una volta.

Qualcosa capiterà, vedrai, di Christos Ikonomou (Editori Internazionali Riuniti, traduzione di Alberto Gabrieli, 224 pp., 15 euro) è una delle più toccanti cronache sulla recessione che sia dato di leggere da quando la Grecia è diventato il piano inclinato verso cui rischiamo di scivolare. Organizzato come un arcipelago di racconti comunicanti tra di loro (spesso il protagonista di una storia fa capolino nella successiva), il libro dà voce alle vittime del debito sovrano: disoccupati, famiglie senza casa o decimate dalle morti bianche, ex attivisti politici alle prese con un mondo divenuto incomprensibile. Si potrebbe pensare che un filo leghi tematicamente queste storie alle grandi narrazioni della Depressione, da Faulkner e Steinbeck in giù. Ma le cose stanno in maniera diversa. Lì era un mondo rurale e non di rado aristocratico a fare i conti con le proprie macerie. Qui va in scena il dramma della classe media cui crolla sotto i piedi la piattaforma di garanzie, diritti e giustizia sociale che si era data per scontata.

I bassifondi della crisi si aprono in questo modo su un mondo completamente nuovo, dove la minaccia è scandita dagli avvisi delle banche mentre un crepuscolare quadro urbano è rischiarato da bancomat che all’improvviso rifiutano le nostre tessere magnetiche. Le storie d’amore finiscono il giorno in cui si decide di derubare il partner di una somma ridicola fino a pochi mesi prima (“800 euro, quasi 900″) e la morte di un genitore diventa una gara a tempo per pagarne i funerali. Il tutto, senza il sostegno del dio ucciso nel secolo passato e con in bocca il balbettio di una lingua (quella del sindacato, del partito, dell’assistenza sanitaria o pensionistica) che non apre più alcuna serratura.

A voler fare il gioco delle differenze tra noi e gli eroi di Ikonomou, ci accorgiamo che la prima vittima della crisi nel suo massimo epicentro è il narcisismo. Il misero lusso con cui ancora travestiamo la vergogna – cattiva eredità – del perdere continuamente posizioni, è assente nei racconti dello scrittore greco. Tutto è ridotto all’osso della lotta per la sopravvivenza. Sembra di muoversi in un Ottocento tecnologico che non senta più alle spalle la spinta del 1789 e non veda all’orizzonte una “primavera dei popoli”. Eppure, nel nuovo contesto in cui si svolge la lotta tra civiltà e barbarie, non ci sono solo ombre. Se il pericolo maggiore è che, vaporizzata la coscienza di classe, le difficoltà scatenino una definitiva guerra fra poveri, chi non si fa distruggere dallo sconforto conserva intatto il proprio nucleo irriducibile. Ad esempio tornando a raccontare storie. Ecco la prima vittoria etica di Ikonomou. L’indistruttibilità dell’uomo (questa sì davvero faulkneriana) viene testimoniata in un racconto dove cinque anziani, stanchi e malati, si ritrovano di notte fuori da un poliambulatorio nella speranza di ricevere i farmaci di cui hanno bisogno prima che vadano esauriti. Per non soccombere al freddo accendono un fuoco come in un racconto di Jack London. E intorno al fuoco, per ricevere conferma della propria dignità di specie, raccontano storie. In un altro racconto, una donna che ha rimproverato a suo marito di non avere più niente, neanche i soldi per la gita in barca che le aveva promesso, si pente e ci ripensa: “Non intendevo questo. Che non hai niente. Hai una bella parlantina. E fantasia. Avanti, allora, ti ascolto. Che barca sarebbe questa?”

Il secondo merito di Ikonomou (che usa una lingua sghemba e povera di mezzi proprio come i suoi protagonisti) è considerare il potere osceno in senso etimologico. I potenti nella sua raccolta non sono rappresentati. E questo non per consumare una vendetta o per ricompensare ingenuamente gli sconfitti. Proprio come nella Storia della Morante (o nel vertiginoso paradosso di Primo Levi che riteneva i testimoni più attendibili quelli che dal disastro non erano tornati, o che erano tornati muti), Ikonomou assegna ai perdenti il massimo valore conoscitivo. In certi casi, addirittura, le difficoltà trasformano i personaggi dei suoi racconti in una strana razza di veggenti. Come l’uomo che, morta l’amata moglie, invita suo figlio a bruciare le vecchie lettere di lei per conservarne il ricordo, poiché in un futuro dove “tutto sarà archiviato dai computer” il tempo stesso rischierà di collassare: “pensaci. La memoria senza vuoti non è memoria. È morte. Esci fuori e bruciale. Bada solo a non sporcarmi i panni”.

Se il centro del potere è come l’occhio di un ciclone (fermo e inabitato) chi porta addosso le stimmate del proprio tempo è colui che meglio può farcelo indagare. Ascoltare i vinti servirebbe a chi sta ancora a galla per capire che non si salverà da solo.

L'articolo La vita oltre la fine (del bancomat). Leggere noi e la Grecia attraverso la letteratura. proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-vita-oltre-la-fine-del-bancomat-leggere-noi-e-la-grecia-attraverso-la-letteratura-2/feed/ 2
La Grecia è quel posto dove si discute invece di fidarsi delle semplificazioni mediatiche https://minimaetmoralia.it/politica/la-grecia-e-quel-posto-dove-si-discute-invece-di-fidarsi-delle-semplificazioni-mediatiche/ https://minimaetmoralia.it/politica/la-grecia-e-quel-posto-dove-si-discute-invece-di-fidarsi-delle-semplificazioni-mediatiche/#comments Sat, 04 Jul 2015 17:27:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27674 Atene.

La guerra civile greca va in scena al caffè Esplanade di Varkiza all’una del sabato. Sono sei amici. Condividono da venticinque anni la compagnia e gli scherzi, gli aperitivi, i pranzi in riva al mare. Ma adesso che si tratta di votare e di dividersi fra i due corni del dilemma, iniziano a litigare. Si chiamano Odysseas, Giannis, Stelios, Nikos, Lucas, e del sesto non so il nome perché, dopo pochi minuti, prende tutto e se ne va. Cosa è successo? Odysseas, che tiene le fila della compagnia, ride e mi spiega: “Non siamo mica politici! Non sappiamo mediare”. E la mediazione in cosa consisteva? “Nulla. Non si sente rappresentato da quel che dice Stelios”. Cosa stesse dicendo Stelios di diverso da lui però è difficile capirlo, perché qui a Varkiza, sul mare meridionale di Atene, tra i quartieri più ricchi e più conservatori della capitale, i sei amici sceglieranno tutti lo stesso voto, un bisillabico ben ponderato: Ochi. No.

L'articolo La Grecia è quel posto dove si discute invece di fidarsi delle semplificazioni mediatiche proviene da Minima et Moralia.

]]>
Atene.

La guerra civile greca va in scena al caffè Esplanade di Varkiza all’una del sabato. Sono sei amici. Condividono da venticinque anni la compagnia e gli scherzi, gli aperitivi, i pranzi in riva al mare. Ma adesso che si tratta di votare e di dividersi fra i due corni del dilemma, iniziano a litigare. Si chiamano Odysseas, Giannis, Stelios, Nikos, Lucas, e del sesto non so il nome perché, dopo pochi minuti, prende tutto e se ne va. Cosa è successo? Odysseas, che tiene le fila della compagnia, ride e mi spiega: “Non siamo mica politici! Non sappiamo mediare”. E la mediazione in cosa consisteva? “Nulla. Non si sente rappresentato da quel che dice Stelios”. Cosa stesse dicendo Stelios di diverso da lui però è difficile capirlo, perché qui a Varkiza, sul mare meridionale di Atene, tra i quartieri più ricchi e più conservatori della capitale, i sei amici sceglieranno tutti lo stesso voto, un bisillabico ben ponderato: Ochi. No.

Non è facile raccontare quel che sta succedendo in questi giorni in Grecia. Mentre arrivavo a Varkiza, dal capolinea della metro Ellinikò (il vecchio aeroporto, una immensa zona svenduta dalla gestione Samaras a prezzi ridicolmente inferiori al suo valore), il mio amico Dimitris guidava lungo il viale infuocato e finalmente ho visto file ai bancomat cittadini. Sei sette persone al massimo, in fila composta. Dimitris mi diceva che cinquanta euro al giorno significano 1500 euro al mese, quel che pochi guadagnano, dunque non una condanna ma certo una noia, una noia che in molti hanno preso piuttosto come una sfida. Mi diceva anche che la guerra civile di cui parlano i giornali è un concetto grottesco e che le immagini di scontri a Syndagma, ieri, durante la manifestazione pacifica e tranquilla e gioiosa del NO, rappresentano la classica vergogna della propaganda televisiva.

IMG-20150704-WA0004

In effetti, chiamare in causa temi come la guerra civile, oggi in Grecia, non è una buonissima idea. E soprattutto non lo è in questo caso. Quando il NO e il SI al referendum indetto per domani sull’ultimatum imposto dai creditori e l’Eurogruppo, si stanno dividendo i consensi in maniera trasversale, dunque del tutto lontana dalle divisioni che spaccarono il paese dopo la seconda guerra mondiale. Ci sono infatti uomini e donne di destra che voteranno NO, così come ci sono uomini e donne di sinistra che voteranno SI.

I litigi, le discussioni, le improvvise scenate che culminano in grida, abbandoni, ritorni teatrali, non hanno nulla a che fare con gli odii politici che si scatenarono durante la tragica guerra civile. Appartengono piuttosto allo spirito greco, uno spirito per natura facile all’ira, all’espressione più sfacciata dell’orgoglio e alla solenne incazzatura con tanto di promesse finali che è possibile veder ritirate pochi minuti dopo in abbracci pieni di emozione e brindisi con le lacrime agli occhi. Il caso dell’Esplanade, da questo punto di vista, è straordinario. E anche unico. Perché i cinque uomini che restano al tavolo mi spiegano come siano tutti, tranne uno (ma non quello che se n’è andato via), tradizionali votanti di Nea Demokratia, il partito conservatore, tutti delusi dalle politiche di Samaras, tutti sedotti da Tsipras, tutti pronti a votare NO domani e tutti certi della vittoria del NO e della vittoria della Grecia e della loro dignità e del loro futuro.

Odysseas, settantenne che da poco ha lasciato la guida di un’industria navale, dice che “i danni di Samaras (ex premier conservatore) sono stati enormi. Le soluzioni le sta offrendo Syriza e il suo giovane presidente di cui mi fido al cento per cento. Un uomo onesto. La sua battaglia in Europa è qualcosa che ci fa onore. Il referendum per il NO agli ultimatum vincerà con percentuali superiori alle aspettative. L’Unione Europea dovrà rispettare il nostro voto e dovrà finalmente confrontarsi con la nostra storia e la nostra cultura. Fino a oggi nessuno ha cercato di capire il nostro modo di vivere e lavorare e questo ha costituito un enorme ostacolo sulla via delle trattative”.

Come in un antico simposio, la parola passa a Nikos, da una parte all’altra del tavolo, bevendo e parlando in cerchio. “Anche io votavo Nea Demokratia finché mi è parso chiaro che il mio partito, assieme al Pasok, continuava a spartirsi potere, favori e corruzione. La possibilità del cambiamento è arrivata. Un’occasione per far crescere la nostra democrazia, una democrazia che va nutrita come un figlio. E l’occasione definitiva è questo referendum. Dire un no forte e deciso perché nessuno può intromettersi nella nostra politica e nessuno può farci la lezione su quale strada prendere per uscire dalla crisi. Sono nato libero e voglio morire libero”.

Tutti applaudono. Odysseas, come un simposiarca, passa la parola al prossimo, l’unico che non ha mai votato a destra, Lucas, veterinario: “Le istituzioni (la vecchia troika che nessuno più vuol chiamare in quel modo) vogliono far passare sotto il nome di Europa le loro stesse opinioni senza rispettare le nostre che considerano antieuropee. Ma in che senso? Noi siamo molto più europeisti di loro. Noi vogliamo un’Europa forte e democratica. Quella che Schaeuble e i suoi amici non possono sopportare”. Sulla Germania gli animi s’infiammano e il giro salta. Stelios non si trattiene. Cinquantanovenne mediatore marittimo, sostiene che “quel che i tedeschi hanno fatto qui durante l’occupazione è quel che continuano a fare oggi con le armi dell’economia”. Giannis, serafico ottantenne ex sub e grande seduttore, dice di aver visto molte persone uccise dai nazisti “come ora ne muoiono altrettante: suicidi, malati senza copertura medica, uomini e donne stroncati da una guerra economica senza precedenti. Voterò NO. Non mi aspetto nulla. Solo di preservare la mia dignità”.

IMG-20150704-WA0005

A placare gli animi arrivano l’ouzo, le birre, piatti da accompagnare all’alcol. Nikos parla troppo a lungo di Varoufakis, esaltando in termini irriferibili l’invidia che susciterebbe nei suoi colleghi europei. Viene interrotto. La clessidra immaginaria segna la fine del suo intervento e mentre lui si azzittisce Giannis dice che non ama Varoufakis, che è troppo narcisista. Gli altri si danno di gomito. “Invidioso” gli dicono. Stelios sostiene che il Ministro delle finanze dovrebbe esternare con più misura. Odysseas elogia la semplicità con cui racconta problemi complessi, la sua capacità di rendere comprensibili questioni che prima sembravano confinate in un altro pianeta. Lucas è convinto che, comunque vada, la storia premierà l’uomo perché per primo Varoufakis ha martellato su un’idea, ossia che il problema non è greco ma europeo, anzi globale. I turni rischiano di saltare un’altra volta. Finché non si ricomincia a parlare del referendum.

Sarà l’effetto dell’alcol ma qualcuno comincia a preoccuparsi che il NO possa perdere. Allora si passa a esaminare l’effetto della propaganda mediatica, il terrorismo che è stato portato avanti in maniera massiccia dalle tv private, “tv oligarchiche che hanno sempre cercato di influire il risultato elettorale” dice Nikos “e a cui i greci sono ormai abituati e in gran parte vaccinati”. Il vaccino di Odysseas “è stato Umberto Eco. I suoi libri mi hanno insegnato a proteggermi dalla propaganda e dal terrorismo della tv”. Il vaccino di Giannis è la dignità. Quello di Lucas “la verità. Le immagini trasmesse per descrivere negativamente la manifestazione di ieri del NO sono un esempio che svela con chi abbiamo a che fare. Fascisti”.

Si è andati ormai oltre la misura. Odysseas dichiara chiusa la discussione. Si brinda tutti insieme alla salute nostra e alla salute della Grecia. Stelios nel frattempo telefona all’amico che ha lasciato il tavolo e ci comunica che non è affatto arrabbiato: “doveva partire in fretta per Epidauro, dove vota domani”. Tutti uniti in un solo voto. Tutti benestanti di Varkiza che furono conservatori e che non si dichiarano certo di sinistra ora, tranne Lucas, ma “orgogliosi del loro paese e difensori della sua identità”. Applausi, risate, altri brindisi.

Comunque la si voglia vedere, ce ne sono di argomenti per chi, come hanno ripetuto oggi tutti quanti seguendo il più possibile il loro turno, “non conosce la Grecia, non conosce i greci, non conosce la loro storia e il loro spirito”. Forse è questo il tema più importante con cui dovrà fare i conti chiunque voglia tornare a un tavolo dei negoziati, dopo la consultazione elettorale. Conoscere il paese e le persone con cui si ha a che fare. Mentre me ne torno al centro di Atene, lontano una ventina di chilometri da queste periferie benestanti, penso e ripenso proprio a questo. E una volta ancora mi viene da dire che se uomini e donne delle “Istituzioni”, politici europei, commentatori e analisti trovassero almeno il tempo di guardare i cinque minuti finali di Zorba il greco, molte cose sarebbero diverse oggi. Ma non è ancora tardi.

L'articolo La Grecia è quel posto dove si discute invece di fidarsi delle semplificazioni mediatiche proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/politica/la-grecia-e-quel-posto-dove-si-discute-invece-di-fidarsi-delle-semplificazioni-mediatiche/feed/ 3
Perché la stampa italiana racconta la Grecia in modo apocalittico? https://minimaetmoralia.it/giornalismo/perche-la-stampa-italiana-racconta-la-grecia-in-modo-apocalittico/ https://minimaetmoralia.it/giornalismo/perche-la-stampa-italiana-racconta-la-grecia-in-modo-apocalittico/#comments Thu, 02 Jul 2015 17:42:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27642 di Matteo Nucci Atene. Federico Fubini è il vicedirettore del Corriere della Sera. Non lo conosco e non l’ho mai incontrato. La prima volta che ho letto e riletto la sua firma è stato pochi mesi fa quando scriveva per Repubblica. Il suo era un pezzo di apertura su Cernobbio e Varoufakis e le sue […]

L'articolo Perché la stampa italiana racconta la Grecia in modo apocalittico? proviene da Minima et Moralia.

]]>
di Matteo Nucci

Atene.
Federico Fubini è il vicedirettore del Corriere della Sera. Non lo conosco e non l’ho mai incontrato. La prima volta che ho letto e riletto la sua firma è stato pochi mesi fa quando scriveva per Repubblica.
Il suo era un pezzo di apertura su Cernobbio e Varoufakis e le sue parole marcavano la prima pagina del quotidiano. Si apriva così: “Yanis Varoufakis usa meno cravatte ma più profumo della media dei ministri finanziari dell’area euro”. Perché l’inviato di Repubblica in prima pagina parla del profumo del Ministro delle Finanze ellenico (che peraltro, profumo o meno, ebbe un certo successo a Cernobbio)? Non potevo credere ai miei occhi. Ma poiché molti giornalisti sono ormai propensi alle note di colore, passai oltre. Ho dimenticato quelle parole fino a stamattina.
Sono arrivato a Atene nella notte. La città non dormiva, ma era presto per tirare le somme. Code ai bancomat. Gente impazzita. Popolazione allo stremo. Pensionati distrutti. La scelta “folle” di Tsipras di indire un referendum mi inseguiva sui titoli dei quotidiani da giorni. E siccome vengo in Grecia, amo la Grecia, studio la Grecia da più di vent’anni, non potevo crederci. Ma stamattina sono rimasto di stucco.

IMG-20150702-WA0009

Federico Fubini comincia così il suo articolo sul Corriere della Sera di oggi: “Nessuno sale più all’Acropoli. Da ieri ormai non ci salgono i turisti, i cui torpedoni sono scomparsi dai piedi della salita al tempio di Atena con l’approssimarsi dell’atto finale di questo dramma”. Intitolato “Grecia, il piano segreto di Varoufakis: una moneta parallela all’euro”, l’articolo racconta una serie di retroscena su Tsipras, Varoufakis, Syriza, Dragasakis (vice Premier moderato); e lascia intendere che Syriza è spaccata, che Tsipras è allo sbando e Varoufakis neanche a parlarne. Giocando sul filo di rimandi alla classicità di cui credo che Fubini non sappia granché, l’articolo si conclude con un’allusione al suicidio politico di Tsipras. Nulla di ciò che racconta Fubini è confermato da fonti. Può darsi che sia molto ben informato su Syriza e sulle sue dinamiche interne. Può darsi. Ho sentito persone interne a Syriza, oggi, che smentiscono drasticamente le sue ricostruzioni, ma può darsi che abbia ragione perché è possibile che le smentite non abbiano alcun valore, come è noto in questi casi.
Ci sono soltanto due dati che è possibile controllare di questo articolo. Il primo è l’Acropoli vuota che già ho citato. Il secondo eccolo: “Non c’è più tempo: i pagamenti nel Paese stanno collassando, i pensionati senza bancomat hanno diritto a ritirare non più di 120 euro ogni tre giorni e navi turistiche da 500 posti partono ormai dal Pireo per le Cicladi con 20 passeggeri a bordo.”

IMG-20150702-WA0006

E così sono sceso al centro di Atene, mi sono infilato a Monastiraki e ho percorso la stradina che costeggia l’Agorà intitolata a Adriano. Bar zeppi di turisti, bancomat solitari e senza fila, sono entrato all’Agorà e ho domandato se l’affluenza al sito fosse cambiata in questi giorni. “In nessun modo” mi hanno risposto. Forse però Fubini è salito su, nel caldo, sulla roccia dell’Acropoli. Sono uscito dall’Agorà su Apostolou Pavlou e sono arrivato alla piazzola dei torpedoni sotto l’Acropoli. Zeppa come sempre. Un pullman si è allontanato pieno e un altro ha preso il suo posto. Dove era stato Fubini? Sono salito su per la via disegnata da Dimitris Pikionis. Alle biglietterie la fila sotto il sole cocente. I Propilei affollati. Il Partenone come sempre accerchiato da turisti che scattano foto: giapponesi, francesi, italiani, inglesi, americani, greci. Non ho mai amato l’Acropoli affollata di gente. Il mio maestro, Gabriele Giannantoni, si svegliava alle sei per essere sotto il Partenone alle otto in punto, all’apertura. Sono cresciuto imparando a apprezzare il silenzio. Ma stavolta ero felice. Cosa aveva visto Fubini?
Me ne sono tornato a Monastiraki, ho preso la metro per il Pireo, l’ “elettrico” come chiamano qui il primo mezzo che percorse la capitale, un treno elettrico per metà esterno e per metà sotterraneo. Ho attraversato la strada aggirando il ponte aperto per le Olimpiadi e dall’anno scorso chiuso per lavori mai iniziati. Il porto pullulava di turisti. Due americane non sapevano nulla del “corralito” ma erano felici per non aver dovuto pagare i mezzi pubblici. Un gruppo di ragazzi se la rideva all’ombra fumando sigarette. Tutto come sempre. Ho domandato se ci fosse qualche cambiamento. Niente di rilevante, forse un lieve calo – mi hanno detto. È inizio luglio. Solo turisti. In mezzo alla settimana quasinessun greco. Forse qualcuno ha deciso di rinunciare? Difficile dirlo. Lo sanno gli albergatori.

IMG-20150702-WA0005

Forse Federico Fubini è salito all’alba all’Acropoli e poi al Pireo ha trovato una nave che partiva con venti passeggeri a bordo? Ne dubito. Se anche fosse, non è questa la norma nei giorni più importanti in cui un referendum decisivo è alle porte. Le sue informazioni non raccontano la realtà. Come ci si può fidare di lui sui retroscena politici, se gli unici fatti che ha raccontato non sono reali?
Il mio mestiere non è quello del giornalista. Ma quando scrivo reportage dai paesi in cui viaggio, la regola è quella che mi hanno insegnato: raccontare ciò che vedo, domandare, controllare i dati. Si tratta della regola più importante per chiunque abbia la possibilità di essere letto anche solo da pochi lettori avidi di informazioni. Figurarsi su questioni di così grande importanza e su quotidiani letti da migliaia di persone. Così, sull’Acropoli ho tirato fuori il mio tesserino di pubblicista e ho scattato foto alla folla così come davanti ai bancomat solitari e vuoti e davanti al porto brulicante di viaggiatori.

Poi me ne sono andato a pranzo con una reporter che da anni racconta la Grecia per un grande quotidiano straniero. Abbiamo parlato, mi ha raccontato. Viene in Grecia e parla greco da una trentina di anni. Conosce il popolo e i suoi politici. La grandezza e la miseria greche. La tragedia. Il radicalismo. L’intelligenza. La predisposizione al dibattito. Eravamo in una taverna. Si sono uniti due greci a discutere di politica. Abbiamo chiacchierato fino alle quattro. Non so se lei scriverà di quel che abbiamo vissuto oggi a pranzo. So che a me piacerebbe se i lettori italiani potessero leggere i suoi magnifici articoli.

IMG-20150702-WA0003

In Grecia, in questi giorni, si decidono molte cose. Per il Paese e per l’Europa stessa. La campagna mediatica ha raggiunto qui proporzioni inaudite. Si sa bene quanto le tv private che dominano il panorama informativo greco siano tutte senza esclusione da una parte. L’informazione europea potrebbe mostrare un’altra via, una via se non imparziale (ché l’imparzialità è un’utopia), ma perlomeno documentata e il più possibile fedele alla realtà. È sconcertante dover ammettere il contrario.

L'articolo Perché la stampa italiana racconta la Grecia in modo apocalittico? proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/giornalismo/perche-la-stampa-italiana-racconta-la-grecia-in-modo-apocalittico/feed/ 93
Occupy Troika https://minimaetmoralia.it/politica/occupy-troika/ https://minimaetmoralia.it/politica/occupy-troika/#comments Thu, 25 Jun 2015 17:26:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27550 di Francesca Coin

A prendere l'iniziativa è stato un gruppo di attivisti, accademici e sindacalisti irlandesi chiamato Greek Solidarity Committee che, complice la centralità del negoziato greco nel dibattito irlandese, qualche ora fa ha occupato gli uffici dell'Unione Europea a Dublino per dare un segnale chiaro di solidarietà europea dal basso alla Grecia. L'azione arriva in un momento cruciale dei negoziati e per una volta la stampa nazionale e internazionale ne sta dando notizia.

Quello che sta avvenendo in queste ore a Bruxelles non è un normale negoziato.

Paul Krugman ha fugato ogni dubbio con un articolo di qualche ora fa sul New York Times nel quale poneva una domanda secca alle istituzioni europee: “ma cosa si credono di fare”? Krugman si riferisce alla giornata di negoziati di ieri nella quale la proposta greca alle istituzioni è stata rifiutata.

L'articolo Occupy Troika proviene da Minima et Moralia.

]]>
di Francesca Coin

A prendere l’iniziativa è stato un gruppo di attivisti, accademici e sindacalisti irlandesi chiamato Greek Solidarity Committee che, complice la centralità del negoziato greco nel dibattito irlandese, qualche ora fa ha occupato gli uffici dell’Unione Europea a Dublino per dare un segnale chiaro di solidarietà europea dal basso alla Grecia. L’azione arriva in un momento cruciale dei negoziati e per una volta la stampa nazionale e internazionale ne sta dando notizia.

Quello che sta avvenendo in queste ore a Bruxelles non è un normale negoziato.

Paul Krugman ha fugato ogni dubbio con un articolo di qualche ora fa sul New York Times nel quale poneva una domanda secca alle istituzioni europee: “ma cosa si credono di fare”? Krugman si riferisce alla giornata di negoziati di ieri nella quale la proposta greca alle istituzioni è stata rifiutata. A causare l’indignazione del Nobel dell’Economia sono state in particolare le cause di tale rifiuto in netto antagonismo con le priorità espresse dalle stesse istituzioni nel corso degli scorsi cinque mesi. La proposta presentata ieri dal Governo greco alle istituzioni, da molti definita una sorta di programma d’austerità di sinistra, descriveva, infatti, un compromesso che con difficoltà andava incontro alle richieste dei creditori senza gravare troppo sui redditi bassi e medi. Un compromesso lontano, dunque, dal programma iniziale di Syriza, che tuttavia si faceva carico di ridurre la distanza con le richieste dei creditori nel tentativo di uscire da un’impasse durata diversi mesi e di consentire alla Grecia di fare ciò che il Governo greco ha sin dall’inizio tentato di fare: liquidare i creditori e proteggere le fasce deboli della popolazione senza esacerbare una situazione di agonia sociale già esasperata. Ed è qui che l’articolo di Krugman si fa impietoso. “Non siamo al liceo”, scrive il Nobel. “E ora sono i creditori, ben più che i greci, a cambiare le regole del gioco. Che cosa stanno facendo? Intendono spaccare Syriza? Intendono forzare la Grecia verso un disastroso default?”

Le domande di Krugman non sono isolate.

Durante l’intera giornata di ieri sulla stampa internazionale si vociferava di prassi inconsuete a Bruxelles. Una tra tutte, il fatto che mentre Tsipras incontrava Draghi, Lagarde e Junker, il Commissario per gli affari economici Moscovici incontrava i partiti di opposizione del governo greco a pochi metri di distanza. Ieri il Segretario di To Potami Stavros Theodorakis in un comunicato faceva proprie le richieste dei creditori esortando Tsipras a seguirle, mentre addirittura il Financial Times oggi riportava in copertina il volto di Theodorakis, quasi a mettere in primo piano l’insidia che punta al cuore di Syriza. È più chiaro ora il senso della domanda di Krugman: “cosa si credono di fare i creditori”? La risposta la dava già Tsipras ieri in due tweet, nei quali evidenziava come la decisione dei creditori di rifiutare la proposta greca potesse derivare solo da due possibilità: “o non vogliono trovare un accordo o stanno servendo interessi specifici”. Quasi a rievocare il fantasma di George Papandreou, rimosso dalle istituzioni europee quando ha richiesto un referendum, o altri casi storici anch’essi ripresi oggi dalla stampa internazionale come il Presidente Cileno Salvador Allende rimosso dal colpo di stato di Pinochet, ciò di cui si vocifera in queste ore è, infatti, un tentativo di regime change in Grecia. La Repubblica stessa oggi ne dava notizia, sottolineando come queste voci così insistenti ieri nei corridoi di Bruxelles, sebbene si tratti solo di indiscrezioni, rimandino a un piano preciso: sostituire Syriza con un governo più conciliante e obbediente. Per essere ancora più precisi, scrive Repubblica, il tentativo sarebbe di procastinare, esasperare e rinviare le negoziazioni sino al 30 giugno, data in cui la Bce potrebbe sospendere l’Ela, il Programma di Liquidità di Emergenza che tiene in vita le banche greche, forzando la Grecia non solo al default ma al Grexit. Non a caso Krugman chiudeva il suo articolo con la constatazione che non si può più, oramai, parlare di“Graccident”: se il Grexit avverrà con buona probabilità avverrà per volontà dei creditori.

È evidente che la questione è seria perché il problema del negoziato greco è molteplice. Da un lato si tratta di una questione politica: sino a che punto è accettabile l’intrusione dei creditori nelle decisioni democratiche greche? A quanto riportato da Reuters la Merkel stessa ha dichiarato oggi che la risoluzione della crisi non spetta ai governi europei bensì ai Ministeri delle Finanze, a ribadire il primato della scienza economica sulla volontà dei processi elettorali. Il problema è che, a guardare l’affare greco nella sua interezza, la posta in gioco non è nemmeno “solo” la democrazia ma questioni più complesse sul piano finanziario e geopolitico. Il timore di contagio nei mercati finanziari nel caso di un default e l’inevitabile balcanizzazione d’Europa che seguirebbe alla Grexit consentono, infatti, di riformulare quanto sta avvenendo in un modo ancor più radicale. Dovessimo prendere sul serio l’analisi di Krugman e l’avvertimento di Tsipras, i creditori starebbero facendo un gioco ancora più pericoloso, intimando al debitore di obbedire alle proprie condizioni perché il collaterale che verrà a saltare nel caso di insolvenza sono l’Europa e la tenuta stessa dei mercati finanziari. Una posta in palio altissima, dunque, quasi folle, che giustifica l’apprensione di quanti, negli ultimi giorni non riescono a staccare l’attenzione dai negoziati greci. Siamo certi, infatti, che possiamo noi stessi accettare di essere scambiati come posta in palio in una negoziazione che ha già portato un popolo all’agonia e all’umiliazione?

È forse questa la domanda che ha spinto attivisti di Vienna e Dublino ad occupare gli uffici dell’Unione Europea a Dublino in solidarietà con la Grecia. Nel loro comunicato stampa delle ore 16 di oggi scrivevano:

“rifiutiamo le azioni dei nostri governi e dei creditori e il disinteresse da loro dimostrato nei confronti della volontà espressa nelle elezioni di Gennaio dalla popolazione greca di porre fine all’austerità. Forzare il Governo greco a firmare un accordo inaccettabile per il Parlamento e per la popolazione è un atto anti-democratico come lo è invitare i leader dell’opposizione a Bruxelles per sovvertire un governo democraticamente eletto. Come è chiaro a tutti coloro che seguono il negoziato, Syriza sta difendendo gli interessi della popolazione in Grecia e le fondamenta della democrazia in Europa. Chiediamo a tutta la popolazione europea di respingere il comportamento delle élite e di mobilitarsi per difendere la democrazia e supportare la popolazione greca”.

È forse tempo di occupare gli uffici dell’Unione Europea anche in Italia.

L'articolo Occupy Troika proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/politica/occupy-troika/feed/ 5
Tutto sta funzionando molto bene per i ricchi e potenti – Noam Chomsky a Roma https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutto-sta-funzionando-molto-bene-per-i-ricchi-e-potenti-noam-chomsky-a-roma/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutto-sta-funzionando-molto-bene-per-i-ricchi-e-potenti-noam-chomsky-a-roma/#comments Sat, 25 Jan 2014 10:12:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17881 Questa sera , all’Auditorium Parco della Musica di Roma, per il Festival delle Scienze, in collaborazione con Radio3 Scienza, ci sarà una lectio magistralis di Noam Chomsky dal titolo “Il linguaggio come organo della mente”. Quella che segue è una versione abbreviata e  leggermente rivista di un’intervista a Chomsky apparsa sul giornale greco “Avgi”, vicino […]

L'articolo Tutto sta funzionando molto bene per i ricchi e potenti – Noam Chomsky a Roma proviene da Minima et Moralia.

]]>
Questa sera , all’Auditorium Parco della Musica di Roma, per il Festival delle Scienze, in collaborazione con Radio3 Scienza, ci sarà una lectio magistralis di Noam Chomsky dal titolo “Il linguaggio come organo della mente”.

Quella che segue è una versione abbreviata e  leggermente rivista di un’intervista a Chomsky apparsa sul giornale greco “Avgi”, vicino a Syriza. Ringraziamo il sito Z Net Italy per averla tradotta e messa on line.

C.J.Polychroniou e Anastasia Giamali: L’ideologia neoliberista afferma che lo Stato è un problema, che la società non esiste e che ciascuno è responsabile del proprio destino. Tuttavia le grandi imprese e i veri ricchi si affidano, come sempre, all’intervento dello Stato per conservare la loro presa sull’economia e per godersi una fetta maggiore della torta economica. Il neoliberismo è un mito, una costruzione ideologica?

Noam Chomsky: Il termine neoliberismo è un po’ fuorviante. Le dottrine non sono né nuove né  liberali. Come dite voi, le grandi società e i ricchi si affidano estesamente a quello che l’economista Dean Baker chiama “lo Stato balia conservatore” che essi a propria volta nutrono. Ciò è vero in modo spettacolare nel caso delle istituzioni finanziarie. Un recente studio del FMI attribuisce i profitti delle grandi banche quasi interamente all’implicita polizza di assicurazione del governo (“troppo grandi per fallire”). Non parliamo soltanto dei salvataggi ampiamente pubblicizzati, ma dell’accesso al denaro a basso costo, e altre condizioni favorevoli determinate dalla garanzia dello Stato. Lo stesso vale per l’economia produttiva. La rivoluzione informatica si è storicamente affidata, per ricerca e sviluppo, a meccanismi statali di approvigionamento. E’ la proscecuzione di uno schema che risale alla prima industrializzazione inglese.

Tuttavia né il “neoliberismo” né la sua versione precedente nota come “liberismo” sono dei miti. Certamente non per le loro vittime. Queste dottrine sono, in misura sostanziale, un “mito” per i ricchi e i potenti, che ideano molti sistemi per proteggersi dalle forze del mercato, ma non per i poveri e i deboli che sono sottoposti alle loro devastazioni.

Che cosa spiega la supremazia del dominio incentrato sul mercato e della finanza in un’era che sta sperimentando la crisi del capitalismo più distruttiva dopo la Grande Depressione?

La spiegazione di fondo è la solita: tutto sta funzionando benissimo per i ricchi e i potenti. Negli Stati Uniti, ad esempio, decine di milioni sono disoccupati, altri milioni sono usciti distrutti dalla crisi, e i redditi e le condizioni di vita sono in larga misura stagnanti o declinanti. Ma le grandi banche, che sono state responsabili della crisi più recente, sono più grandi e più ricche che mai, i profitti di certe imprese stanno battendo tutti i record, una ricchezza superiore ai sogni di ogni cupidigia si sta accumulando presso quelli che contano. Il sindacato è indebolito da politiche che lo aggrediscono e dalla “crescente insicurezza dei lavoratori”, per prendere a prestito l’espressione usata da Alan Greenspan per spiegare il grandioso successo dell’economia che lui ha gestito quando era ancora “Santo Alan”, forse il più grande economista dopo Adam Smith, prima del collasso della struttura che aveva amministrato, insieme alle sue fondamenta intellettuali. Dunque di che cosa c’è da lamentarsi?

La crescita del capitale finanziario è collegata al declino del tasso di profitto nell’industria e alle nuove opportunità di distribuire in modo diffuso la produzione in luoghi dove la manodopera è più facilmente sfruttata e i limiti al capitale sono ancora più ridotti, mentre i profitti sono distribuiti in luoghi con le aliquote fiscali più basse. Il processo è stato agevolato dagli sviluppi tecnologici, i quali hanno spinto la crescita di un “settore finanziario fuori controllo” che “sta divorando la moderna economia di mercato (cioè l’economia produttiva) dall’interno, proprio come la larva della vespa divora l’ospite in cui è stata deposta”, per mutuare l’espressione suggestiva di Martin Wolf sul Financial Times, forse il corrispondente finanziario più rispettato del mondo di lingua inglese.

A parte ciò, come segnalato, il “dominio mercatocentrico” impone una dura disciplina ai molti, ma i pochi che contano se ne proteggono in modo molto efficace.

Cosa pensi della tesi sul dominio di una élite transnazionale collegata alla fine dello stato nazione, specialmente tenendo conto che chi la propone afferma che questo Nuovo Ordine Mondiale ci dominerebbe già?

C’è qualche verità in questo enunciato, ma non andrebbe esagerata. Le multinazionali continuano a contare sullo Stato per la protezione economica e militare, e anche concretamente per l’innovazione. Le istituzioni internazionali restano largamente sotto il controllo degli stati più potenti e in generale l’ordine globale stato-centrico resta ragionevolmente stabile.

L’Europa si sta approssimando sempre più alla fine del “contratto sociale”. Questo sviluppo ti sorprende?

In un’intervista Mario Draghi ha informato il Wall Street Journal che “il tradizionale contratto sociale del continente” – forse il suo maggiore contributo alla civiltà contemporanea – “è obsoleto” e va smantellato. E lui è uno dei burocrati internazionali che sta facendo il massimo per proteggere quel che ne resta. Il mondo degli affari ha sempre disdegnato il contratto sociale. Ricordate l’euforia della stampa finanziaria quando la caduta del “comunismo” offrì una nuova forza lavoro – istruita, addestrata, sana e persino bionda e con gli occhi azzurri – che poteva essere utilizzata per minare il “lussuoso stile di vita” dei lavoratori occidentali? Non è la conseguenza di forze inesorabili, economiche o d’altro genere, bensì un disegno politico basato sugli interessi di quelli che l’hanno progettato, che è molto più probabile siano banchieri e direttori generali piuttosto che gli addetti alle pulizie dei loro uffici.

Uno dei problemi più grossi che hanno oggi di fronte molti stati del capitalismo avanzato è il fardello del debito, pubblico e privato. Nelle nazioni della periferia dell’eurozona, in particolare, il debito sta avendo effetti sociali catastrofici poiché “è sempre il popolo a pagare”, come hai esplicitamente sostenuto in passato. A beneficio degli attivisti di oggi, spiegheresti in che senso il debito è “un costrutto sociale e ideologico”?

Ci sono molti motivi. Uno è stato colto bene da un’espressione del direttore esecutivo statunitense del FMI, Karen Lissakers, che ha descritto l’istituzione come “il gendarme della comunità del credito”. In un’economia capitalista se tu mi presti dei soldi e io non ti rimborso, il problema è tuo. Non puoi chiedere che siano i miei vicini a pagare il debito. Ma poiché i ricchi e potenti si proteggono dalla disciplina del mercato, le cose vanno diversamente quando una grande banca presta soldi a debitori a rischio, dunque a tassi di interesse e con profitti elevati, e poi questi ultimi non sono in grado di rimborsarli. Allora il “gendarme della comunità del credito” accorre in soccorso, assicurando che il debito sia rimborsato, con la responsabilità trasferita all’intera cittadinanza mediante programmi di aggiustamento strutturale, austerità e politiche simili. Quando ai ricchi non va di pagare quei debiti, possono dichiararli “odiosi”. Una enorme quantità del debito è “odiosa” in questo senso, ma pochi possono appellarsi a istituzioni potenti perché li salvino dai rigori del capitalismo.

C’è una quantità di altri meccanismi. La JPMorgan Chase è stata multata per 13 miliardi di dollari (per la metà fiscalmente deducibili) per quello che può essere considerato un comportamento penalmente rilevante: piani di mutuo fraudolenti.

L’ispettore generale del programma di salvataggio del governo statunitense, Neil Barofksy, ha fatto notare che a quel punto è intervenuto ufficialmente un accordo legislativo: le banche, che erano colpevoli, dovevano essere salvate, e le loro vittime, persone che perdevano la casa, dovevano ricevere una qualche protezione e un sostegno limitato. Come egli stesso spiega, è stata onorata seriamente solo la prima parte dell’accordo, e il piano è diventato un “regalo ai dirigenti di Wall Street”, senza sorpresa per nessuno di quelli che capiscono come funziona il “capitalismo concretamente esistente”.

Nel corso della crisi, i greci sono stati presentati in tutto il mondo come pigri e corrotti evasori fiscali cui piace soltanto manifestare. Questa idea è diventata dominante. Quali sono i meccanismi usati per convincere l’opinione pubblica? Si possono contrastare?

Ritratti come questo sono presentati da quelli che dispongono della ricchezza e del potere per plasmare il dibattito pubblico. La distorsione e l’inganno si possono contrastare soltanto minando il loro potere e creando organi di potere popolare, come per tutti i casi di oppressione.

Quali sono le tue idee su quello che sta succedendo in Grecia, in particolare a proposito delle costanti richieste della “troika” e dell’intransigente desiderio tedesco di promuovere la causa dell’austerità?

Pare che lo scopo ultimo delle richieste tedesche ad Atene, nell’ambito della gestione della crisi del debito, sia la “cattura” di tutto ciò che in Grecia abbia un valore. Alcuni, in Germania, appaiono intenzionati a imporre ai greci condizioni di virtuale schiavitù economica.

E’ piuttosto probabile che il prossimo governo in Grecia sarà un governo della Coalizione della Sinistra Radiale. Quale dovrebbe essere il suo approccio nei confronti dell’Unione Europea e dei creditori della Grecia? Inoltre, un governo di sinistra dovrebbe mostrarsi rassicurante nei confronti dei settori più produttivi della classe capitalista, o dovrebbe adottare un’ideologia operaia tradizionale?

Si tratta di questioni pratiche difficili. Sarebbe facile per me abbozzare ciò che mi piacerebbe accadesse, ma considerata la realtà qualsiasi percorso ha rischi e costi. Anche se io fossi in condizioni di valutarli correttamente – e non lo sono – sarebbe irresponsabile sollecitare una politica senza serie analisi e prove.

Nei tuoi scritti recenti presti una crescente attenzione alla distruzione dell’ambiente. Pensi che sia davvero in gioco la civiltà umana?

Penso sia in gioco una sopravvivenza umana decente. Le prime vittime sono, al solito, i più deboli e i più vulnerabili. Ciò è risultato evidente anche al vertice globale sul cambiamento climatico che si è concluso a Varsavia, con scarsi risultati. Gli storici del futuro – se ce ne sarà uno – osserveranno con stupore lo spettacolo attuale. Alla guida del tentativo di evitare una catastrofe probabile ci sono le cosiddette “società primitive”. O comunque quelle meno ricche. I popoli indigeni nell’America Meridionale e così via in tutto il mondo. Si pensi alla lotta per il salvataggio e la protezione dell’ambiente che ha luogo oggi in Grecia, dove i residenti di Skouries a Chalkidiki stanno opponendo una resistenza eroica sia agli scopi predatori della Eldorado Gold sia alle forze di polizia che sono state mobilitate dallo stato greco a sostegno della multinazionale.

Quelle che guidano entusiasticamente la corsa alla caduta nel precipizio sono le società più ricche e più potenti, come gli Stati Uniti e il Canada. Esattamente l’opposto di quello che vorrebbe la razionalità, esclusa la razionalità folle della “democrazia capitalista concretamente esistente”.

Gli Stati Uniti rimangono un impero mondiale e, secondo la tua spiegazione, operano in base al “principio mafioso”, cioè che il padrino non tollera una “disobbedienza impunita”. L’impero statunitense è in declino? In tal caso, questo pone una minaccia maggiore alla pace e alla sicurezza globali?

L’egemonia globale statunitense ha toccato un picco storico senza eguali nel 1945 e da allora è declinata costantemente. Anche se resta ancora molto grande, e anche se il potere sta divenendo più diversificato, non c’è all’orizzonte un vero concorrente. Il tradizionale principio della mafia è sensatamente invocato ma la capacità di metterlo in atto è più limitata. La minaccia alla pace e alla sicurezza è reale. Per fare un esempio, la campagna dei droni del presidente Obama è di gran lunga l’operazione terroristica più vasta e distruttiva attualmente in corso. Gli Stati Uniti e il loro vassallo Israele violano la legge internazionale con assoluta impunità, ad esempio, minacciando di attaccare l’Iran (“tutte le opzioni sono aperte”) in violazione dei principi chiave della Carta dell’ONU. La più recente Revisione della Posizione Statunitense sul Nucleare ha un tono più aggressivo di quelle che l’hanno preceduta, un avvertimento da non ignorare.

Per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese tu hai sempre detto che il dibattito su uno o due stati è irrilevante.

Il dibattito su uno o due stati è irrilevante perché quella di uno stato non è un’opzione. E’ peggio che irrilevante: è una distrazione dalla realtà.

Le opzioni reali sono o (1) due stati o (2) una prosecuzione di ciò che Israele sta facendo con il sostegno degli Stati Uniti: mantenere Gaza sotto un assedio devastante, separata dalla West Bank, e impossessarsi sistematicamente di ciò che trova di valore nella West Bank integrandolo nel contempo più strettamente a Israele, impossessarsi di aree con non molti palestinesi ed espellere silenziosamente quelli che ci vivono. I contorni sono chiarissimi nei programmi di sviluppo e di  espulsione.

Considerata l’opzione (2) non c’è motivo per cui Israele o gli Stati Uniti debbano acconsentire alla proposta di uno stato unico che non ha neppure sostegno internazionale. Fino a quando non sarà riconosciuta la realtà della situazione in evoluzione, parlare di uno stato unico (lotta per i diritti civili, contro l’apartheid, il “problema demografico”, ecc.) è soltanto un diversivo, che presta implicitamente sostegno all’opzione (2). Questa è la logica essenziale della situazione, piaccia o no.

Hai detto che gli intellettuali d’élite sono quelli che ti mandano più in bestia. 

Gli intellettuali d’élite, per definizione, godono di molti privilegi. I privilegi offrono opzioni e conferiscono responsabilità. I più privilegiati sono in una posizione migliore per ottenere informazioni e per agire in modi che influenzino le decisioni politiche. Ne consegue l’immediata valutazione del loro ruolo.

Penso che le persone dovrebbero essere all’altezza delle loro responsabilità morali elementari. E le responsabilità di chi vive in una società più libera e aperta sono maggiori di quelle di chi può trovarsi a pagare dei costi più alti per la propria onestà e integrità. Se gli intellettuali dell’Unione Sovietica che accettavano di sottomettersi al potere statale potevano almeno invocare come attenuante la paura, i loro omologhi in società più libere e aperte possono appellarsi solo alla codardia.

Ti è piaciuto il documentario a cartoni animati di Michel Gondry ‘Is the Man Who Is Tall Happy?’  (Sottotitolo: “una conversazione a cartoni animati con Noam Chomsky”)?

L’ho visto. Gondry è davvero un grande artista. Il film è realizzato con delicatezza e intelligenza e riesce a cogliere alcune idee importanti in un modo molto semplice e chiaro, anche con tocchi personali che mi sono sembrati molto ben fatti e ponderati.

L'articolo Tutto sta funzionando molto bene per i ricchi e potenti – Noam Chomsky a Roma proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutto-sta-funzionando-molto-bene-per-i-ricchi-e-potenti-noam-chomsky-a-roma/feed/ 1
Di cosa parliamo (nel 2013) quando parliamo di democrazia https://minimaetmoralia.it/economia/di-cosa-parliamo-nel-2013-quando-parliamo-di-democrazia/ https://minimaetmoralia.it/economia/di-cosa-parliamo-nel-2013-quando-parliamo-di-democrazia/#comments Sun, 17 Nov 2013 09:17:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16411 Qualche tempo fa Dan Ariely (professore di Behavioural Economics presso la Duke University del North Carolina) e Mike Norton (professore di economia presso la Harvard Business School) hanno domandato a un campione rappresentativo di cittadini statunitensi quale livello di uguaglianza vorrebbero. Hanno anche chiesto agli interpellati qual è secondo loro (in eventuale contrasto con ciò […]

L'articolo Di cosa parliamo (nel 2013) quando parliamo di democrazia proviene da Minima et Moralia.

]]>
Qualche tempo fa Dan Ariely (professore di Behavioural Economics presso la Duke University del North Carolina) e Mike Norton (professore di economia presso la Harvard Business School) hanno domandato a un campione rappresentativo di cittadini statunitensi quale livello di uguaglianza vorrebbero. Hanno anche chiesto agli interpellati qual è secondo loro (in eventuale contrasto con ciò che auspicano) il livello di disuguaglianza reale nella distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti. Ottenuti i risultati del sondaggio, i due studiosi li hanno messi a confronto con il reali valori di disuguaglianza presenti nel paese. Ciò che emerge è sufficiente a far sorgere (o a confermare) i peggiori dubbi sul tipo di sistema in cui viviamo, ed è molto ben spiegato e documentato in questo video.

Praticamente il 40% dei cittadini americani meno abbienti (circa 120 milioni di individui, una fetta enorme di popolazione che va dai disoccupati, agli operai, agli insegnanti, a non pochi professionisti) possiede lo 0,3% della ricchezza. L’1% al vertice della piramide sociale concentra nelle proprie mani una quantità di ricchezza di molto superiore alla somma della ricchezza di tutto il primo 80%. Altro dato interessante è che il 93% degli elettori democratici e il 90,5% degli elettori repubblicani vorrebbero (come si vede nella clip) un sistema di distribuzione della ricchezza completamente diverso da quello reale. Anche questo fa sorgere dubbi sull’ipotesi che i regimi democratici sotto determinati profili siano sempre più una questione di onomastica. L’Italia. In Italia si va per famiglie e non per individui. In Italia il 10% delle famiglie più ricche detiene il 50% della ricchezza nazionale. La Grecia. Quante famiglie, quanti milioni di individui ha distrutto e fatto soffrire la crisi greca? Il patrimonio personale dei primi cinque o sei uomini più ricchi del pianeta coprirebbe il debito greco. L’Europa. “L’aspetto realmente triste è che l’euro avrebbe dovuto avvicinare i paesi europei, in modi sia sostanziali che simbolici. Avrebbe dovuto incoraggiare rapporti economici più stretti, e promuovere un senso di identità comune. Invece ha determinato un clima di risentimento e di sdegno, sia da parte dei debitori che dei creditori”, Paul Krugman, recentemente sul «New York Times».

Se la democrazia è bloccata o in certi suoi ingranaggi semplicemente non è più tale, con quali mezzi si può evitare che il mondo torni un luogo dove la linea di confine principale separa gli schiavi dai padroni?

Secondo gli ultimi sondaggi, Alba Dorata è oggi il partito più popolare in Grecia.

L'articolo Di cosa parliamo (nel 2013) quando parliamo di democrazia proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/economia/di-cosa-parliamo-nel-2013-quando-parliamo-di-democrazia/feed/ 9
Notizie da un’emittente occupata https://minimaetmoralia.it/televisione/televisione-pubblica-grecia/ https://minimaetmoralia.it/televisione/televisione-pubblica-grecia/#respond Tue, 12 Nov 2013 15:06:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16347 Qualche giorno fa la polizia ha sgomberato la sede della tv pubblica greca, occupata da giugno. Pubblichiamo un reportage  di Graziano Graziani uscito sul giornale brasiliano Opera Mundi subito dopo l'occupazione. (Fonte immagine)

A Salonicco, davanti alla sede della ERT 3, il terzo canale della radio-televisione pubblica greca, c’è una sorta di presidio permanente in solidarietà ai lavoratori. Si è formato spontaneamente a partire dall’11 giugno, giorno in cui il governo ha deciso l’immediata chiusura dell’emittente, annunciandola in diretta tv alle cinque del pomeriggio. Il segnale, che secondo le parole del ministro avrebbe dovuto cessare alla mezzanotte di quello stesso giorno, è stato oscurato un’ora prima, alle undici, senza preavviso ulteriore. L’effetto, dal punto di vista simbolico, è stato dirompente. Soprattutto nelle zone più remote del paese, dai villaggi e dalle isole, hanno cominciato a chiamare. C’è chi pensava a una guerra, chi a un colpo di stato; fatto sta che per alcune ore l’oscuramento della televisione e della radio pubbliche ha gettato migliaia di greci nel panico. La parola più usata è “choc”. Poi si è diffusa la voce di quello che stava succedendo e molte persone si sono riversate in strada, radunandosi sotto le sedi della televisione ad Atene e Salonicco. I più anziani ripetono che nemmeno sotto la dittatura il servizio pubblico aveva mai sospeso il segnale. Quello che non è riuscito al regime dei colonnelli è stato realizzato dall’austerity greca, invocando come giustificazione le indicazioni della “Troika”. Settantacinque anni di servizio pubblico sono stati silenziati dall’oggi al domani, anzi, in una manciata di ore.

L'articolo Notizie da un’emittente occupata proviene da Minima et Moralia.

]]>
tvpubblicagrecia

Qualche giorno fa la polizia ha sgomberato la sede della tv pubblica greca, occupata da giugno. Pubblichiamo un reportage  di Graziano Graziani uscito sul giornale brasiliano Opera Mundi subito dopo l’occupazione. (Fonte immagine)

A Salonicco, davanti alla sede della ERT 3, il terzo canale della radio-televisione pubblica greca, c’è una sorta di presidio permanente in solidarietà ai lavoratori. Si è formato spontaneamente a partire dall’11 giugno, giorno in cui il governo ha deciso l’immediata chiusura dell’emittente, annunciandola in diretta tv alle cinque del pomeriggio. Il segnale, che secondo le parole del ministro avrebbe dovuto cessare alla mezzanotte di quello stesso giorno, è stato oscurato un’ora prima, alle undici, senza preavviso ulteriore. L’effetto, dal punto di vista simbolico, è stato dirompente. Soprattutto nelle zone più remote del paese, dai villaggi e dalle isole, hanno cominciato a chiamare. C’è chi pensava a una guerra, chi a un colpo di stato; fatto sta che per alcune ore l’oscuramento della televisione e della radio pubbliche ha gettato migliaia di greci nel panico. La parola più usata è “choc”. Poi si è diffusa la voce di quello che stava succedendo e molte persone si sono riversate in strada, radunandosi sotto le sedi della televisione ad Atene e Salonicco. I più anziani ripetono che nemmeno sotto la dittatura il servizio pubblico aveva mai sospeso il segnale. Quello che non è riuscito al regime dei colonnelli è stato realizzato dall’austerity greca, invocando come giustificazione le indicazioni della “Troika”. Settantacinque anni di servizio pubblico sono stati silenziati dall’oggi al domani, anzi, in una manciata di ore.

Una quota importante di lavoratori ha però scelto di continuare ad andare a lavoro, perché considerano la decisione del Governo illegale e anticostituzionale. Poiché un intervento della polizia non è da escludere, molti di loro restano anche di notte, dormendo negli uffici. “Però non vogliamo usare la parola occupazione”, mi spiega Panos, uno dei giornalisti di ERT 3. “Sarebbe un’occupazione se il provvedimento dei Governo avesse corso legale, ma non è così: loro non possono chiudere dall’oggi al domani la televisione. Per questo, assieme ai nostri legali, stiamo studiando il modo per restituire il Trattamento di Fine Rapporto che la direzione dell’ERT ha versato ai lavoratori, in previsione dello scioglimento. Il nostro rapporto di lavoro non è affatto finito, anche dal punto di vista legale, e noi abbiamo deciso di continuare a trasmettere”.

In effetti l’ERT prosegue con la programmazione. Giornalisti e tecnici hanno studiato il modo di continuare a trasmettere, nonostante il governo abbia mandato la polizia a prendere possesso delle antenne principali. La scelta più ovvia e immediata è stata trasmettere via web, un sistema che permette ai lavoratori di capire quante persone li stanno seguendo. “Sono più di quattro milioni di utenti che, nelle ultime settimane, ci seguono attraverso il web”. A spiegarlo è Alexandros Kanter Bax, direttore del palinsesto di ERT 3, che è rimasto al suo posto accanto ai lavoratori in agitazione. “L’importante è far capire al popolo greco che ci siamo, che possiamo continuare a trasmettere”, mi spiega, accogliendomi nel suo ufficio. “Quello che è successo è totalmente illegale. Quasi 2.600 persone licenziate di colpo, ma con l’indotto della televisione saranno quasi in diecimila ad avere pesanti ripercussioni sulla propria vita. Una cosa gravissima in un periodo così complicato per la Grecia. Anche perché si tratta di una decisione esclusivamente politica. Non sono certo gli stipendi dei lavoratori ad aver creato il grande buco economico della televisione. Il Governo vorrebbe farci credere che il problema è economico, ma la nostra risposta è che ogni cosa è politica. In Grecia si stanno formando un monopolio nel settore dell’informazione, in mano al settore privato. Pur con i suoi difetti, il servizio pubblico è essenziale per la tenuta democratica del paese. La verità è che non vogliono un’informazione libera”.

In molti, tuttavia, ricordano che il servizio pubblico è sempre stato molto acquiescente con le politiche governative e che la sua voce era fortemente influenzata dalla politica. Lo stesso Kanter Bax ammette che fino alla settimana prima della chiusura il suo telefono squillava in continuazione: erano ministri, parlamentari, politici che gli chiedevano di mandare avanti questa o quella persona, questo o quel contenuto. “È vero, il servizio pubblico non sempre era davvero libero, ma chiuderlo non è la soluzione. Perché non riformarlo, piuttosto?”. A chiederselo è Stavros, uno dei giornalisti di ERT 3 che stanno lavorando ai nuovi programmi, sperimentando contenuti più partecipati. “La prima reazione che ho avuto, quando ho appreso della chiusura dell’emittente, è stata di grande rabbia. Ma poi, pensandoci sopra, ho anche provato un senso di liberazione. Ora stiamo sperimentando un’informazione più libera, e possiamo criticare senza mezzi termini le scelte del governo. È come se fosse saltato un tappo. Spero che il nostro lavoro possa servire a immaginare un servizio pubblico più aperto. E che possa convincere il pubblico che giustamente ci criticava di essere troppo soft con le scelte governative che è possibile prendere un’altra direzione”.

Alla sede dell’ERT 3, per certi versi, si registra un grande entusiasmo. Ci sono persone che discuto in assemblea, altri che mangiano assieme sulle scrivanie, e all’entrata ci sono molti disegni di bambini che ricoprono per intero la parete: su molti di essi svetta il simbolo della televisione pubblico. Sono il segno tangibile del sostegno che le famiglie dei lavoratori stanno dando ai loro cari. Ma di qui a poco tempo il problema economico si farà sentire. “Come faranno adesso le nostre famiglie?”, si domanda Dimitri, un giornalista radiofonico con venticinque anni di carriera alle spalle. Si accarezza la folta barba e mi guarda sospirando. “I più giovani di noi hanno ancora l’opportunità di emigrare, di tentare di andarsene. Io non posso, ho dei figli piccoli, devo restare qui. Mi toccherà cambiare mestiere, dopo tutti questi anni”.

Nelle condizioni di Dimitri si trovano in molti. Anche questo spiega perché, all’inizio, la mobilitazione ha coinvolto i lavoratori nella loro totalità. Ma è stato un momento di coesione che è durato poco. Il Governo ha annunciato che a settembre verrà costituita una nuova società che gestirà il nuovo servizio pubblico.. questa società impiegherà meno di un quinto delle persone che impiegava ERT. I giornalisti televisivi più visibili, quelli che guadagnano molto di più dei loro colleghi, hanno cominciato una trattativa separata con il Governo e si sono ritirati dalla mobilitazione. Sono rimasti i giornalisti radiofonici, i tecnici e una parte dei giornalisti televisivi: per loro non c’è alcuna garanzia per il futuro. “Quando abbiamo chiesto se i lavoratori di ERT  saranno riassorbiti in qualche modo ci hanno risposto: mandate il vostro curriculum e vediamo che succede”.

Pia è una giornalista radiofonica greco-italiana. Nella radio culturale, Radio 9.58, conduceva un programma musicale. “Per me era un piccolo paradiso, era il lavoro che sognavo. E lo facevo per passione, non certo per i soldi. Molti di noi, in radio ma anche in televisione, guadagnavamo appena mille euro al mese. C’era anche chi non lavorava tutti i mesi, e chi lavorava a singhiozzo. Insomma, le situazioni economiche erano molto diverse, e solo una piccola parte di giornalisti guadagnava cifre da capogiro. Oltre, ovviamente, alle consulenze, che erano spesso inutili e venivano imposte proprio dai politici. Per questo provo una grande rabbia quando i politici dicono che l’ERT era corrotta: la fonte della corruzione erano i politici stessi!”.

Una fetta della popolazione, secondo Machi, una giornalista televisiva, ha creduto alla propaganda dei media e dei giornali privati, che dipingono il settore pubblico come un posto pieno di parassiti che non lavorano. “Si tratta di una strategia che mira a mettere un pezzo della società contro l’altro. Ma il problema è di tutto il popolo Greco. Dopo il settore dell’informazione ci aspettiamo un intervento del Governo sulla sanità pubblica e sull’istruzione. Licenzieranno medici, insegnanti, chiuderanno scuole e ospedali, e ovviamente si faranno schermo con le richieste della Germania, dell’Europa, della Banca Centrale. A quel punto il dado sarà tratto: non esisterà più uno stato sociale e la qualità della vita peggiorerà drasticamente. E assieme ad essa, peggiorerà la qualità della democrazia, che già oggi in Grecia non gode affatto di buona salute”.

L'articolo Notizie da un’emittente occupata proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/televisione/televisione-pubblica-grecia/feed/ 0
La vita oltre la fine (del bancomat). Leggere noi e la Grecia attraverso la letteratura https://minimaetmoralia.it/libri/la-vita-oltre-la-fine-del-bancomat-leggere-noi-e-la-grecia-attraverso-la-letteratura/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-vita-oltre-la-fine-del-bancomat-leggere-noi-e-la-grecia-attraverso-la-letteratura/#comments Wed, 29 Aug 2012 08:43:07 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8587 Questo pezzo è uscito sul quotidiano La Repubblica.

Sono mesi che guardiamo alla Grecia nel tentativo di leggere (e scongiurare) il nostro futuro prossimo. Si tratta di un'osservazione non senza ostacoli anche di ordine emotivo: gli economisti simulano pubblicamente il terrificante effetto domino che potrebbe innescare l'abbandono dell'euro da parte di Atene, mentre le istituzioni invitano alla solidarietà continentale parlando una lingua che rischia spesso di cementare la distanza. Così, se vogliamo una finestra aperta sulla crisi che generi empatia prima che panico o qualunquismo, è alla letteratura che dobbiamo rivolgerci ancora una volta.

L'articolo La vita oltre la fine (del bancomat). Leggere noi e la Grecia attraverso la letteratura proviene da Minima et Moralia.

]]>

Questo pezzo è uscito sul quotidiano La Repubblica.

Sono mesi che guardiamo alla Grecia nel tentativo di leggere (e scongiurare) il nostro futuro prossimo. Si tratta di un’osservazione non senza ostacoli anche di ordine emotivo: gli economisti simulano pubblicamente il terrificante effetto domino che potrebbe innescare l’abbandono dell’euro da parte di Atene, mentre le istituzioni invitano alla solidarietà continentale parlando una lingua che rischia spesso di cementare la distanza. Così, se vogliamo una finestra aperta sulla crisi che generi empatia prima che panico o qualunquismo, è alla letteratura che dobbiamo rivolgerci ancora una volta.

Qualcosa capiterà, vedrai, di Christos Ikonomou (Editori Internazionali Riuniti, traduzione di Alberto Gabrieli, 224 pp., 15 euro) è una delle più toccanti cronache sulla recessione che sia dato di leggere da quando la Grecia è diventato il piano inclinato verso cui rischiamo di scivolare. Organizzato come un arcipelago di racconti comunicanti tra di loro (spesso il protagonista di una storia fa capolino nella successiva), il libro dà voce alle vittime del debito sovrano: disoccupati, famiglie senza casa o decimate dalle morti bianche, ex attivisti politici alle prese con un mondo divenuto incomprensibile. Si potrebbe pensare che un filo leghi tematicamente queste storie alle grandi narrazioni della Depressione, da Faulkner e Steinbeck in giù. Ma le cose stanno in maniera diversa. Lì era un mondo rurale e non di rado aristocratico a fare i conti con le proprie macerie. Qui va in scena il dramma della classe media cui crolla sotto i piedi la piattaforma di garanzie, diritti e giustizia sociale che si era data per scontata.

I bassifondi della crisi si aprono in questo modo su un mondo completamente nuovo, dove la minaccia è scandita dagli avvisi delle banche mentre un crepuscolare quadro urbano è rischiarato da bancomat che all’improvviso rifiutano le nostre tessere magnetiche. Le storie d’amore finiscono il giorno in cui si decide di derubare il partner di una somma ridicola fino a pochi mesi prima (“800 euro, quasi 900”) e la morte di un genitore diventa una gara a tempo per pagarne i funerali. Il tutto, senza il sostegno del dio ucciso nel secolo passato e con in bocca il balbettio di una lingua (quella del sindacato, del partito, dell’assistenza sanitaria o pensionistica) che non apre più alcuna serratura.

A voler fare il gioco delle differenze tra noi e gli eroi di Ikonomou, ci accorgiamo che la prima vittima della crisi nel suo massimo epicentro è il narcisismo. Il misero lusso con cui ancora travestiamo la vergogna – cattiva eredità – del perdere continuamente posizioni, è assente nei racconti dello scrittore greco. Tutto è ridotto all’osso della lotta per la sopravvivenza. Sembra di muoversi in un Ottocento tecnologico che non senta più alle spalle la spinta del 1789 e non veda all’orizzonte una “primavera dei popoli”. Eppure, nel nuovo contesto in cui si svolge la lotta tra civiltà e barbarie, non ci sono solo ombre. Se il pericolo maggiore è che, vaporizzata la coscienza di classe, le difficoltà scatenino una definitiva guerra fra poveri, chi non si fa distruggere dallo sconforto conserva intatto il proprio nucleo irriducibile. Ad esempio tornando a raccontare storie. Ecco la prima vittoria etica di Ikonomou. L’indistruttibilità dell’uomo (questa sì davvero faulkneriana) viene testimoniata in un racconto dove cinque anziani, stanchi e malati, si ritrovano di notte fuori da un poliambulatorio nella speranza di ricevere i farmaci di cui hanno bisogno prima che vadano esauriti. Per non soccombere al freddo accendono un fuoco come in un racconto di Jack London. E intorno al fuoco, per ricevere conferma della propria dignità di specie, raccontano storie. In un altro racconto, una donna che ha rimproverato a suo marito di non avere più niente, neanche i soldi per la gita in barca che le aveva promesso, si pente e ci ripensa: “Non intendevo questo. Che non hai niente. Hai una bella parlantina. E fantasia. Avanti, allora, ti ascolto. Che barca sarebbe questa?”

Il secondo merito di Ikonomou (che usa una lingua sghemba e povera di mezzi proprio come i suoi protagonisti) è considerare il potere osceno in senso etimologico. I potenti nella sua raccolta non sono rappresentati. E questo non per consumare una vendetta o per ricompensare ingenuamente gli sconfitti. Proprio come nella Storia della Morante (o nel vertiginoso paradosso di Primo Levi che riteneva i testimoni più attendibili quelli che dal disastro non erano tornati, o che erano tornati muti), Ikonomou assegna ai perdenti il massimo valore conoscitivo. In certi casi, addirittura, le difficoltà trasformano i personaggi dei suoi racconti in una strana razza di veggenti. Come l’uomo che, morta l’amata moglie, invita suo figlio a bruciare le vecchie lettere di lei per conservarne il ricordo, poiché in un futuro dove “tutto sarà archiviato dai computer” il tempo stesso rischierà di collassare: “pensaci. La memoria senza vuoti non è memoria. È morte. Esci fuori e bruciale. Bada solo a non sporcarmi i panni”.

Se il centro del potere è come l’occhio di un ciclone (fermo e inabitato) chi porta addosso le stimmate del proprio tempo è colui che meglio può farcelo indagare. Ascoltare i vinti servirebbe a chi sta ancora a galla per capire che non si salverà da solo.

L'articolo La vita oltre la fine (del bancomat). Leggere noi e la Grecia attraverso la letteratura proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/la-vita-oltre-la-fine-del-bancomat-leggere-noi-e-la-grecia-attraverso-la-letteratura/feed/ 13
Testamento https://minimaetmoralia.it/poesia/testamento/ https://minimaetmoralia.it/poesia/testamento/#comments Sun, 19 Aug 2012 07:24:48 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9064 Questa poesia del greco Kriton Athanasulis (Tripoli, Arcadia 1917 - Atene 1979) è una delle sue poche tradotta in italiano (da Filippo Maria Pontani). Uscì per la prima volta nella raccolta Due uomini dentro di me (1957) e ringraziamo Miriam Capaldo per avercela ricordata.

Non voglio che tu sia lo zimbello del mondo.
Ti lascio il sole che lasciò mio padre a me.
Le stelle brilleranno uguali e uguali ti indurranno
le notti a dolce sonno.
Il mare t’empirà di sogni. Ti lascio
il mio sorriso amareggiato: fanne scialo
ma non tradirmi. Il mondo è povero
oggi. S’è tanto insanguinato questo mondo
ed è rimasto povero. Diventa ricco
tu guadagnando l’amore del mondo.
Ti lascio la mia lotta inc

L'articolo Testamento proviene da Minima et Moralia.

]]>

Questa poesia del greco Kriton Athanasulis (Tripoli, Arcadia 1917 – Atene 1979) è una delle sue poche tradotta in italiano (da Filippo Maria Pontani). Uscì per la prima volta nella raccolta Due uomini dentro di me (1957) e ringraziamo Miriam Capaldo per avercela ricordata.

Non voglio che tu sia lo zimbello del mondo.
Ti lascio il sole che lasciò mio padre a me.
Le stelle brilleranno uguali e uguali ti indurranno
le notti a dolce sonno.
Il mare t’empirà di sogni. Ti lascio
il mio sorriso amareggiato: fanne scialo
ma non tradirmi. Il mondo è povero
oggi. S’è tanto insanguinato questo mondo
ed è rimasto povero. Diventa ricco
tu guadagnando l’amore del mondo.
Ti lascio la mia lotta incompiuta
e l’arma con la canna arroventata.
Non l’appendere al muro. Il mondo ne ha bisogno.
Ti lascio il mio cordoglio. Tanta pena
vinta nelle battaglie del mio tempo.
E ricorda. Quest’ordine ti lascio.
Ricordare vuol dire non morire.
Non dire mai che sono stato indegno, che
disperazione mi ha portato avanti e son rimasto
indietro, al di qua della trincea.
Ho gridato, gridato mille e mille volte no,
ma soffiava un gran vento e pioggia e grandine
hanno sepolto la mia voce. Ti lascio
la mia storia vergata con la mano
d’una qualche speranza. A te finirla.
Ti lascio i simulacri degli eroi
con le mani mozzate,
ragazzi che non fecero a tempo
ad assumere austera forma d’uomo,
madri vestite a bruno, fanciulle violentate.
Ti lascio la memoria di Belsen e di Auschwitz.
Fa’ presto a farti grande. Nutri bene
il tuo gracile cuore con la carne
della pace del mondo, ragazzo, ragazzo.
Impara che milioni di fratelli innocenti
svanirono d’un tratto nelle nevi gelate
in una tomba comune e spregiata.
Si chiamano nemici; già. I nemici dell’odio.
Ti lascio l’indirizzo della tomba
perché tu vada a leggere l’epigrafe.
Ti lascio accampamenti
d’una città con tanti prigionieri,
dicono sempre sì, ma dentro loro mugghia
l’imprigionato no dell’uomo libero.
Anch’io sono di quelli che dicono di fuori
Il sì della necessità, ma nutro, dentro, il no.
Così è stato il mio tempo. Gira l’occhio
dolce al nostro crepuscolo amaro,
il pane è fatto pietra, l’acqua fango,
la verità un uccello che non canta.
È questo che ti lascio. Io conquistai il coraggio
d’essere fiero. Sforzati di vivere.
Salta il fosso da solo e fatti libero.
Attendo nuove. È questo che ti lascio.

L'articolo Testamento proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/poesia/testamento/feed/ 3
Grecia: Pasqua senza resurrezione https://minimaetmoralia.it/reportage/grecia-pasqua-senza-resurrezione/ https://minimaetmoralia.it/reportage/grecia-pasqua-senza-resurrezione/#respond Sun, 06 May 2012 08:30:35 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7758 Mentre in Grecia si stanno svolgendo le elezioni, pubblichiamo un reportage di Matteo Nucci uscito sul «Venerdì di Repubblica».

Atene. “Siamo qui perché il suicidio di Dimitris Christoulas, è il simbolo di una nuova resistenza. Non potevamo lasciarlo solo stanotte”. Ha quasi cinquant’anni, Spyros. Insieme a un amico è in piazza Syndagma, venti minuti prima che suoni la mezzanotte. La Pasqua ortodossa in Grecia è una festa che supera Natale e Capodanno. Si fanno i conti con quel che è stato, si fanno progetti. Le famiglie si riuniscono in casa. Si festeggia dal giovedì al lunedì e di sabato si aspetta che i fuochi artificiali riempiano il cielo mentre le campane suonano la mezzanotte, la resurrezione. Atene è deserta. Le chiese sono illuminate da migliaia di candele. I celebri cani randagi della città spadroneggiano per le vie profumate di cera e fiori d’arancio. Spyros e il suo amico meditano davanti all’albero dove Christoulas, pensionato settantasettenne si è ucciso platealmente, scrivendo parole di fuoco contro il governo “collaborazionista” che tra pochi giorni porterà il Paese alle urne: “una fine dignitosa prima di essere costretto a rovistare nella mondezza”. Non c’è nessun altro nella piazza degli indignati e delle grandi proteste.

L'articolo Grecia: Pasqua senza resurrezione proviene da Minima et Moralia.

]]>

Mentre in Grecia si stanno svolgendo le elezioni, pubblichiamo un reportage di Matteo Nucci uscito sul «Venerdì di Repubblica».

Atene. “Siamo qui perché il suicidio di Dimitris Christoulas, è il simbolo di una nuova resistenza. Non potevamo lasciarlo solo stanotte”. Ha quasi cinquant’anni, Spyros. Insieme a un amico è in piazza Syndagma, venti minuti prima che suoni la mezzanotte. La Pasqua ortodossa in Grecia è una festa che supera Natale e Capodanno. Si fanno i conti con quel che è stato, si fanno progetti. Le famiglie si riuniscono in casa. Si festeggia dal giovedì al lunedì e di sabato si aspetta che i fuochi artificiali riempiano il cielo mentre le campane suonano la mezzanotte, la resurrezione. Atene è deserta. Le chiese sono illuminate da migliaia di candele. I celebri cani randagi della città spadroneggiano per le vie profumate di cera e fiori d’arancio. Spyros e il suo amico meditano davanti all’albero dove Christoulas, pensionato settantasettenne si è ucciso platealmente, scrivendo parole di fuoco contro il governo “collaborazionista” che tra pochi giorni porterà il Paese alle urne: “una fine dignitosa prima di essere costretto a rovistare nella mondezza”. Non c’è nessun altro nella piazza degli indignati e delle grandi proteste.

“Simbolo di una nuova resistenza”. È difficile capire di che tipo di resistenza si stia parlando. Il radicalismo greco si è incrinato. La lunghezza dell’assedio sta stroncando ogni certezza e Atene, per la prima volta, mi sembra stanca, allo stremo. I segni sono tanti. Alcuni sono stati ampiamente “celebrati” ma è difficile abituarsi. I cartelli bianchi con la scritta rossa “affittasi” sono ovunque. Solo nei cinquanta metri di Valaoritou, la prima stradina che in questa magnifica città divenne pedonale, se ne contano nove. Ovunque, nei parchi, nelle strade, negli androni delle case sfitte, si accalcano i nuovi poveri, con i loro cartoni a proteggersi dal freddo. L’eroina gira a cielo aperto per le strade, i reietti s’infilano nelle metropolitane, di notte sembrano fantasmi. Davanti alle decine di mense che hanno aperto in città, sfilano centinaia di greci in attesa del loro pasto. A Sophocleous, la piccola arteria del quartiere centrale a più alta percentuale d’immigrazione, la mensa comunale ha deciso di distinguere doppi turni: immigrati e greci. “Non riuscivano a sopportarsi. È difficile accettare questa condizione” dicono gli addetti. “Eppoi erano troppi”. Ma ci sono altri segnali, meno drammatici e più sconcertanti. Gli uomini dall’aspetto il più possibile dignitoso che raccolgono cicche di sigarette sperando di non essere visti. Quelli che, di fronte ai bar, aspettano il momento giusto per ritirare con mano discreta il biscotto gratuito abbandonato accanto alla tazzina di caffè. Quelli che sbirciano nei cassonetti e infilano il braccio dopo essersi tirati su la manica.

Atene è stravolta. Giannis, 35 anni, vari lavori nel mondo della musica, non viene pagato da mesi, come moltissimi. Mi spiega che la spirale porta via tutto. C’è chi non può pagare davvero, ma c’è anche chi potrebbe e non lo fa, approfittando del clima. Si professa ex-anarchico e racconta con occhi brillanti della città in fuoco, durante le ultime proteste. Anche il vigore di quelle lotte però sembra essere diventato fine a se stesso. Come se non ci si aspettasse più nulla. Del resto, chi vorrebbe mantenere l’ordine non manda più a rimuovere le scritte e a rimettere a posto le vetrate incrinate. I palazzi bruciati sono come le ferite aperte di una guerra. A piazza Syndagma i marmi all’ingresso della metropolitana non li rimette a posto nessuno. Troppe volte sono diventati pietre per combattimenti in cui ormai è difficile capire chi sia il nemico. Nelle scuole gli insegnanti gridano contro la malnutrizione dei bambini. Negli ospedali i medici – non pagati – non hanno farmaci. Chi accusare? I politici. Il Fondo Monetario Internazionale. La Germania. E dunque il governo “collaborazionista”. Anche il partito di estrema destra di chiare simpatie nazistoidi (Chrisì Avgì, ossia Alba d’oro) ha rimosso dal suo immaginario qualsiasi relazione con la Germania. Entreranno in parlamento, secondo i sondaggi. Come parecchi altri partitini. Dovrebbero crollare i due grandi responsabili del disastro (i socialisti del PASOK e i conservatori di Nea Demokratia). Ma è difficile fare previsioni. Nessuno immagina con che governo se ne uscirà, né con quali prospettive. Ottantenne, un grande campione di pallacanestro che non vuole si scriva il suo nome e preferisce essere chiamato “l’uomo di Cheronea”, mi accompagna a fare la spesa nel supermercato sociale che gli offre 25 euro da spendere alla settimana. Vive con una pensione di 360 euro al mese. Dice che una Grecia come la Svizzera significherebbe la morte. “Lavorare tutta la vita e tutto il giorno non ha senso”. Mi porta con sé in un caffè che conosce al centro per festeggiare la Pasqua. Paghiamo solo da bere. La zuppa pasquale che in Grecia si chiama “maghiritsa” la offre la cuoca-proprietaria. “Nei momenti difficili ci si unisce” dice lei. “Ma anche nei momenti facili” ride l’uomo di Cheronea.

L'articolo Grecia: Pasqua senza resurrezione proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/reportage/grecia-pasqua-senza-resurrezione/feed/ 0
Teach Me To Dance https://minimaetmoralia.it/reportage/teach-me-to-dance/ https://minimaetmoralia.it/reportage/teach-me-to-dance/#comments Tue, 28 Feb 2012 10:49:29 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6744 Questo reportage su ciò che sta accadendo negli ultimi tempi in Grecia è uscito per il «Riformista».

“Che guerra è mai questa?” ha chiesto a un tratto Panagiotis, pensionato di settantacinque anni, seduto a uno dei caffè di Emanuel Benaki, la stretta via che sale verso Exarhia, il quartiere anarchico di Atene. Era luglio. Davanti a noi, un uomo di mezza età camminava lentamente. Faceva un movimento innaturale con un lungo bastone. Vestito di tutto punto, come un intellettuale d’altri tempi, andava avanti un passo alla volta, con il bastone inforcava le cicche spente in terra e le infilava con nonchalance dentro una bustina. Si procurava tabacco e nascondeva la vergogna in un movimento che aveva cercato di rivestire di improbabile normalità. “Che guerra è mai questa?” Con Panagiotis stavo parlando di Papoutsis, l’allora Ministro dell’Ordine Pubblico, principale “indiziato” dopo le giornate di battaglia che avevano distrutto Atene. Ma osservando la dignità scalfita dell’uomo che raccoglieva scarti di tabacco, Panagiotis parlava di guerra e non di battaglia e si riferiva a ben altro rispetto al fuoco della piazza, tanto che non mi veniva da dire nulla. Pensavo a quel che raccontava mio nonno, passeggiando nella Roma dei primi anni Settanta, quando cercava di evocare in me bambino le immagini del dopoguerra: la fame, la povertà, e le cicche raccolte in terra, da lui e suo fratello, entrambi fumatori. Panagiotis continuava a guardare l’uomo con i suoi occhi quasi decolorati, ricoperti com’erano da una specie di patina acquosa. Poi gli ho chiesto: “Ma quanto durerà?” e lui ha alzato la mano nell’aria senza neppure sbuffare.

L'articolo Teach Me To Dance proviene da Minima et Moralia.

]]>

Questo reportage su ciò che sta accadendo negli ultimi tempi in Grecia è uscito per il «Riformista».

“Che guerra è mai questa?” ha chiesto a un tratto Panagiotis, pensionato di settantacinque anni, seduto a uno dei caffè di Emanuel Benaki, la stretta via che sale verso Exarhia, il quartiere anarchico di Atene. Era luglio. Davanti a noi, un uomo di mezza età camminava lentamente. Faceva un movimento innaturale con un lungo bastone. Vestito di tutto punto, come un intellettuale d’altri tempi, andava avanti un passo alla volta, con il bastone inforcava le cicche spente in terra e le infilava con nonchalance dentro una bustina. Si procurava tabacco e nascondeva la vergogna in un movimento che aveva cercato di rivestire di improbabile normalità. “Che guerra è mai questa?” Con Panagiotis stavo parlando di Papoutsis, l’allora Ministro dell’Ordine Pubblico, principale “indiziato” dopo le giornate di battaglia che avevano distrutto Atene. Ma osservando la dignità scalfita dell’uomo che raccoglieva scarti di tabacco, Panagiotis parlava di guerra e non di battaglia e si riferiva a ben altro rispetto al fuoco della piazza, tanto che non mi veniva da dire nulla. Pensavo a quel che raccontava mio nonno, passeggiando nella Roma dei primi anni Settanta, quando cercava di evocare in me bambino le immagini del dopoguerra: la fame, la povertà, e le cicche raccolte in terra, da lui e suo fratello, entrambi fumatori. Panagiotis continuava a guardare l’uomo con i suoi occhi quasi decolorati, ricoperti com’erano da una specie di patina acquosa. Poi gli ho chiesto: “Ma quanto durerà?” e lui ha alzato la mano nell’aria senza neppure sbuffare.

I gesti sono tutto in Grecia. Quando si deve dire “no”, si chiudono gli occhi, si alza il capo verso l’alto e si sospira. Allo straniero inconsapevole pare un segno di sospensione del giudizio. Ma basta leggere Omero per scoprire che è lo stesso cenno che fa Zeus. Si porta appresso il dolore di negare qualcosa, tanto che il “no” linguistico, in greco, è curiosamente più lungo che ovunque, un sospiro bisillabico: “òchi”. Il gesto di Panagiotis però era tutta un’altra cosa, e non starò qui a descriverlo. Perché quel che importa di quel gesto è la difficoltà di interpretarlo per chi non conosca la Grecia. È stato allora che ho capito due cose: la guerra sarà lunga e chiunque la stia combattendo contro i Greci ne uscirà sconfitto.

Certo, si potrebbe sostenere che non si tratti affatto di una guerra, che questi anni di pressanti raccomandazioni e inviti a procedere al risanamento eccetera, siano passati all’insegna di una sorta di solidarietà con un Paese che naviga a vista e che non trova il modo di risollevarsi. Può darsi. Ma comunque stiano le cose, la questione rimane la stessa. Come non si può combattere contro un nemico che non si conosce, così non si può aiutare un amico che non si conosce. E in questi anni, l’Europa, i commentatori autorevoli, la cosiddetta troika (FMI, BCE, UE), hanno manifestato costantemente una completa ignoranza delle cose greche. Si ha l’impressione che gli uomini deputati a decidere delle sorti di questo piccolo Paese così straordinariamente importante per l’Europa (senonaltro perché è qui che nacque il nome, il concetto, l’idea stessa di Europa) siano del tutto all’oscuro circa la storia della Grecia come del carattere dei Greci.

Eppure, basterebbe poco. Così poco per capire, per esempio, perché a Souflì, un piccolo paesino al confine con la Turchia, nella regione dell’Evros, ho sentito ripetere, già quasi un anno fa, che il pericolo per la Grecia non erano più i Turchi, eterno spauracchio, ma i tedeschi. Cadevo dalle nuvole. Cosa era capitato se addirittura lì si era arrivati a parlare in quel modo? Mi raccontarono quel che si leggeva su alcuni giornali americani. La concessione di una tranche di prestiti, legata a misure che l’allora governo Papandreou si era impegnato a prendere nonostante l’enorme opposizione interna, era stata rimandata di fronte al tentennamento greco nel procedere all’acquisto di sottomarini tedeschi. Chiesi conferma a un importante diplomatico. Mi disse, nello stile tipico di ogni diplomatico, che le cose stavano proprio così. Ora, non starò qui a dare numeri, cosa che in questi giorni tutti i quotidiani e riviste hanno fatto. Mi limito a ripetere che la spesa militare greca è la più alta, in relazione ovviamente al PIL, fra tutti i Paesi europei, eppure nessuno ha lasciato che i Greci procedessero a tagliarla. Si mescolano su questo fatto innumerevoli errori strategici, sia che i Greci li si voglia aiutare, sia che li si voglia combattere. Si ignora innanzitutto quanto grande, fino a oggi, sia stato il timore nei confronti dei turchi, un timore che è sfociato spesso nell’ossessione militare. Eppure basterebbe un Bignami di storia. La dominazione turca in Grecia è durata quattro secoli. L’indipendenza arrivò nel 1829. Meno di un secolo dopo, il Paese s’imbarcò in un sogno destinato al più tragico dei fallimenti: la cosiddetta “megali idea”, l’idea grandissima e tragica di riconquistare la terra su cui da secoli vivevano i coloni greci, innanzitutto l’Asia Minore. Sbaragliati dalle truppe di Ataturk, nel 1922 i greci persero tutto. Da lì in poi, le scaramucce con i turchi sono andate avanti costantemente (Cipro e un muro che ancora divide Nicosia ne sono un esempio lampante) e nei dintorni di Souflì addirittura i dodici chilometri di confine greco-turco non segnati dal fiume Evros sono stati disseminati per oltre trent’anni da venticinquemila mine greche. Nel frattempo l’unico altro invasore di fronte a cui i Greci hanno opposto la più fiera delle resistenze è stato Hitler. Possibile sottovalutare tutto questo? Pochi giorni fa la bandiera tedesca bruciava assieme alle svastiche. Possibile considerare questi fenomeni come semplici espressioni di populismo e folklore?

Una conoscenza adeguata dello spirito greco avrebbe spinto in questi mesi la troika a usare se non altri numeri almeno altre maniere. In una minuscola isola del golfo Saronico, Angistrì, ho sentito un pescatore che diceva “noi ci governiamo da soli”. Retorica anche quella? Demagogia? Davvero è difficile convincersene. C’è un carattere greco che non sfugge a chi abbia girato questo Paese di undici milioni di abitanti, con un debito pubblico che è un quinto del nostro. E dove accorgersene meglio che nel golfo in cui le navi Persiane arrivarono in blocco nel 480 a.C. per essere poi sbaragliate a Salamina? Erano gli anni in cui ad Atene nasceva l’idea stessa di democrazia. Democrazia diretta. Se il popolo greco, abituato alla dominazione, ha sviluppato un orgoglio e un’identità nazionale fortissimi, c’è un altro aspetto connaturato a questo che si sottovaluta: l’idea incisa nel dna greco che ci si debba governare da soli. Democrazia diretta e partecipazione non sono solo slogan, qui. Idee come il commissariamento, frasi come “la Grecia deve essere accompagnata” generano soltanto un rancore infinito. Gli scontri di piazza raccontano proprio questo. I greci vogliono essere artefici del loro destino.

Per lo straniero, del resto, basterebbe conoscere quello che è in fondo il carattere tipico di questo popolo, dalle origini a oggi. Quel che già in Omero era considerato alla stregua di un’istituzione: la “xenia”, ossia il rapporto di ospitalità. Patrick Fermor, straordinario scrittore inglese che viveva a Kardamili, Peloponneso, autore di uno dei più bei libri di viaggio mai scritti (Mani) lo ha spiegato meglio di chiunque. L’ospite, lo straniero (xenos) viene accolto come amico (xenos) ma se non rispetta i patti dell’ospitalità può diventare il peggior nemico (xenos). È così che oggi è visto, in Grecia, chi ha spezzato il patto. “Serve a poco discutere di numeri” mi raccontava Giannis, un ragazzo ateniese fuori da uno dei bar di Kolokotroni, a un passo da Monastiraki “Che la macchina statale fosse da riformare lo sapevamo tutti e finalmente lo si sta facendo. Quello è il cancro e adesso mi pare che abbiamo deciso di curarlo. Era meglio prevenire, ma tant’è. Però chi è che ha investito qui? Chi è che a braccetto con Karamanlis inneggiava al futuro della Grecia mentre quello truccava i conti? Chi è che ha puntato sulla Grecia delle magnifiche olimpiadi, futuro dell’Europa? Adesso tutti quelli che ci hanno regalato il credito vogliono strozzarci. Non c’è nessuna pietà nei confronti di chi t’inganna così”. Questa è la percezione che si ha in Grecia dei creditori. Amici un tempo, nemici mortali oggi.

Mentre la povertà aumenta, le strade si svuotano, giovani e vecchi raccattano nella mondezza, file interminabili si snodano dietro agli sportelli delle mense in due anni reduplicate, in queste macerie da dopoguerra, mentre la guerra è ancora in corso, mi chiedo di nuovo se, aldilà delle previsioni economiche, non ci sia qualcuno che si è domandato, in questi anni di fallimentari ricette, se non sia il caso di conoscerli, una buona volta, questi strani, vecchi greci. Pochi giorni fa, mentre Atene era di nuovo in fiamme e le tv ripetevano ossessivamente il ritornello su black bloc in azione, scrutavo il volto di Mikis Theodorakis, compositore ottantaseienne, con una benda sulla bocca per proteggersi dai lacrimogeni. Un blackbloc? Anche Mikis Theodorakis? Allora mi sono chiesto se perlomeno avessero visto Zorba il greco, questi politici che vogliono commissariare un Paese senza conoscerne la cultura. Almeno Zorba il greco. Almeno quello. Un film vincitore di tre Oscar, un film noto ovunque. Su youtube c’è per intero. È gratis. L’ho rivisto. Non ricordavo davvero l’epilogo. È straziante e spiega ogni cosa. Zorba e il suo fallimento, la distruzione del sogno costato denaro all’“investitore” inglese. Un terribile botto, il disastro. L’inglese si pulisce la polvere dal vesito bianco. Zorba lo guarda preoccupato. “Are you angry with me?” gli domanda nell’accento greco in cui Anthony Quinn è perfetto. Alan Bates scuote il capo, poi accenna un timido sorriso: “Teach me to dance. Will you?” “To dance?” grida Zorba in un vitalismo sfrenato. Parte il sirtaki finale. Insegnateci a ballare, vecchi greci. Insegnateci e perdonateci perché no, non c’è dubbio: nessuno della troika ha mai visto Zorba il greco.

L'articolo Teach Me To Dance proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/reportage/teach-me-to-dance/feed/ 4
L’uomo che voleva uccidere suo padre:ritratto di Giorgos Papandreou https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/l%e2%80%99uomo-che-voleva-uccidere-suo-padreritratto-di-giorgos-papandreou/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/l%e2%80%99uomo-che-voleva-uccidere-suo-padreritratto-di-giorgos-papandreou/#comments Fri, 25 Nov 2011 08:58:44 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5751 È come se, all’ultimo momento, sulla strada di Tebe, avessero impedito a Edipo di spronare i suoi cavalli fino al famoso bivio. Che ne sarebbe stato della storia del pensiero Occidentale se il cocchio del ragazzo non fosse sopraggiunto proprio mentre dal senso inverso procedeva il carro di suo padre Laio, re di Tebe? Se avessero impedito a Edipo di uccidere il padre. Quello che è capitato a Giorgos Papandreou nei giorni scorsi, a qualche centinaio di chilometri da quel bivio. E che ne sarà ora di lui e della Grecia? Tutto era pronto in casa Papandreou per festeggiare finalmente, davanti al popolo, il parricidio.

L'articolo L’uomo che voleva uccidere suo padre:<br>ritratto di Giorgos Papandreou proviene da Minima et Moralia.

]]>

È come se, all’ultimo momento, sulla strada di Tebe, avessero impedito a Edipo di spronare i suoi cavalli fino al famoso bivio. Che ne sarebbe stato della storia del pensiero Occidentale se il cocchio del ragazzo non fosse sopraggiunto proprio mentre dal senso inverso procedeva il carro di suo padre Laio, re di Tebe? Se avessero impedito a Edipo di uccidere il padre.

Quello che è capitato a Giorgos Papandreou nei giorni scorsi, a qualche centinaio di chilometri da quel bivio. E che ne sarà ora di lui e della Grecia?  Tutto era pronto in casa Papandreou per festeggiare finalmente, davanti al popolo, il parricidio. Certo, Andreas Papandreou è morto da quindici anni, ormai, ma chi conosce un po’ la storia turbolenta del XX secolo ellenico sa che non ha abbandonato mai davvero la sua posizione padronale. I più raffinati analisti arrivano addirittura a lasciarsi scappare che nei giorni scorsi è stato lui stesso a sfuggire al colpo che il figlio stava per lanciargli. Tocca andare con ordine, però. A sua volta figlio d’arte (il padre Georgos fu leader politico fra gli anni Venti e Sessanta in interminabili battaglie tra carcere e esilio che gli valsero l’epiteto di «padre della democrazia»), Andreas è stato il più grande uomo di potere della Grecia moderna. Nessuno, fra politici di lungo corso, colonnelli, dittatori e re, ha segnato con altrettanto carisma la storia del Paese nell’ultimo mezzo secolo. Il Movimento Socialista Panellenico – il Pasok – fu lui a fondarlo nel 1974, appena tornato dall’esilio cui lo aveva costretto la dittatura, e sul Pasok dominò indiscusso fino alla morte. Primo premier socialista (eletto con una schiacciante maggioranza nel 1981) ha cambiato il volto del Paese con oltre dieci anni complessivi di potere, rendendo l’apparato statale una gigantesca macchina inerte e sovrappeso – il vero problema con cui oggi i Greci sono costretti a fare i conti. Clientelismo spudorato: il voto in cambio dell’assunzione e della certezza di non avere più doveri, ma solo diritti.
A spartirsi il sistema del cosiddetto rusvet, dal turco ottomano che definiva il favore dell’uomo di potere nei confronti del suddito supplicante, i due partiti maggiori che si alternano ormai da quasi quarant’anni al potere in un sistema sostanzialmente maggioritario: il Pasok e Nea Demokratia, il partito conservatore. Le responsabilità di Andreas nell’edificare questo sistema sono indiscutibili. Uccidere il padre, in questi anni, significava quindi per Giorgos sostanzialmente disfare quel mondo. Ma un parricidio non è tale se non si realizza completamente. E un parricidio politico si realizza a due condizioni: innanzitutto quando il figlio è del tutto responsabile delle proprie azioni e in secondo luogo quando le sue azioni sono democraticamente accompagnate dal consenso dei cittadini. Entrambe queste condizioni sono mancate a Giorgos finché non ha deciso di spazzare via ogni dubbio con una mossa d’azzardo che gli è stata infine negata.
I fatti li abbiamo tutti sotto gli occhi: salito finalmente al potere nel 2009, Giorgos Papandreou ha dovuto far fronte alla crisi, una crisi che i numeri taroccati dalle precedenti amministrazioni avevano nascosto. Leggi finanziarie da lacrime e sangue imposte dalla cosiddetta troika (la triade di controllori: Banca Centrale Europea, Fondo Monetario Internazionale, Commissione UE) si sono accompagnate a riforme strutturali dell’apparato amministrativo e statale. Spezzare le catene della burocrazia e snellire una macchina pachidermica da anni al collasso sono stati i compiti principali del suo governo, ossia la distruzione sistematica del potere costruito dal padre. Ma il padre era retore brillante, capace di far sognare il popolo e forte di uno slogan che all’orgoglio greco suonava come canti di sirene: «La Grecia ai Greci». Giorgos ha tutta un’altra tempra. Cresciuto con la famiglia in esilio, soprattutto in America, dove ha studiato nelle migliori Università, non ha perfetta dimestichezza con la lingua. Più volte nel suo greco risuona l’eco di costruzioni anglosassoni e scivolano via pronuncia e accento d’oltreoceano. Una scarsa retorica, dunque, che concentra in sé una grande colpa, quella di apparire quasi come uno straniero pronto a consegnare la Grecia agli stranieri.
Pochi analisti, in questi ultimi mesi, hanno sottolineato l’importanza dell’orgoglio greco, il senso di identità, uno spirito patrio temprato da secoli di dominio turco e da strenue lotte per l’indipendenza. «La Grecia ai Greci» hanno ricominciato a gridare per le strade di Atene e Salonicco nei mesi di indignazione giovani e vecchi che hanno ribattezzato Pasok in Batsok, ossia più o meno: porcile di sbirri. La troika è una tutela che i Greci non riescono a tollerare, ben diversamente da quel che capiterebbe ad esempio in Italia. Per Papandreou allora spingere i Greci a sentirsi artefici del proprio destino è diventato l’obiettivo primario. Ecco il motivo che lo ha spinto alla mossa di poker: indire un referendum per mettere i cittadini di fronte a una scelta consapevole. La mossa con cui avrebbe definitivamente fatto dimenticare il padre. Ma il Pasok, zeppo di politici che non hanno nessuna intenzione di veder crollare il sistema del rusvet, si è ribellato. Il nome dell’antagonista interno lo conoscono tutti e suona assai bene perché pare uscire dall’ennesima dinastia di politici greci. In realtà Evangelos Venizelos nulla a che fare con Eleftherios, lo statista di inizio Novecento eponimo dello scintillante aeroporto, nonché di molte strade di tutta l’Ellade. Né si tratta di un uomo votato da sempre alla politica, ma piuttosto di un costituzionalista dalle grandi doti oratorie. Un’abilità che in lui scoprì proprio Andreas Papandreou, quando Venizelos lo difese da accuse di corruzione in tribunale. Il vecchio leader lo volle subito nel partito. Era il 1989. Quattro anni dopo Venizelos sarebbe diventato suo portavoce. Nel 2007 poi avrebbe tentato la scalata al partito, perdendo però la sfida con Giorgos. Oggi Venizelos ha incarnato il suo vecchio mentore, Andreas Papandreou, per certificare la fine politica del figlio e la sconfitta del sogno parricida. Rifiutando con veemenza l’idea del referendum, lo ha infatti costretto a rinunciare alla sua sfida e a dimettersi.
Che ne sarà ora? La contingenza politica la conosciamo. Governo di unità nazionale eppoi al voto. Ma quale voto potrà mai risolvere la disaffezione che ormai travalica ogni spirito di appartenenza politica? Lo stesso Samaras, leader di Nea Demokratia appare ostaggio di se stesso e della propria ambizione. Sullo sfondo, un parricidio incompiuto. Un politico rigoroso che ha cercato di far sua la lezione del Pericle raccontato da Tucidide. Il condottiero che dà fiducia al popolo quando il popolo è impaurito e gli mette paura quando è eccessivamente baldanzoso. Ma già nel V secolo a. C, agli albori della democrazia, il pericolo maggiore allignava in una specie di politico da tutti i commentatori giudicata nefasta: la specie dell’adulatore, colui che asseconda i desideri delle masse e non si propone di correggerli e indirizzarli. Con il suo debole greco, probabilmente era impossibile per Giorgos confrontarsi con Pericle e sconfiggere gli adulatori. Di lui forse si ricorderà solo un episodio relativo all’adolescenza. Era il 1967 e aveva quattordici anni. Uomini armati entrarono in casa Papandreou e si trovarono il ragazzetto davanti. Gli puntarono una pistola alla tempia. Lui non gridò non pianse, non tremò. Restò immobile mentre gli uomini gli intimavano di rispondere: «Dov’è tuo padre? Dicci dov’è tuo padre». Aspettò che smettessero di urlare eppoi mosse impercettibilmente le sopracciglia: «Tranquilli, calmi,» disse «mio padre non è in casa». Mentiva.

Questo articolo è uscito per il «Venerdì di Repubblica»

L'articolo L’uomo che voleva uccidere suo padre:<br>ritratto di Giorgos Papandreou proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/l%e2%80%99uomo-che-voleva-uccidere-suo-padreritratto-di-giorgos-papandreou/feed/ 3