Gregorio Magini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gregorio-magini/ un blog di approfondimento culturale Mon, 18 Jun 2018 11:34:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Gregorio Magini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/gregorio-magini/ 32 32 Slittamenti di significato e coscienza. Su “Cometa” di Gregorio Magini https://minimaetmoralia.it/letteratura/cometa-gregorio-magini/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/cometa-gregorio-magini/#comments Mon, 18 Jun 2018 12:30:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37554 di Stefano Felici

C’è uno sfiancante sottofondo da realismo isterico nella lingua, nella mente, e quindi nelle peripezie raccontate dalla voce narrante di Raffaele, ed è il sottofondo che apre Cometa – il nuovo romanzo di Gregorio Magini uscito per Neo  con le sue Pseudologie Fantastiche; un'apertura di romanzo il cui nome è ben lontano dall’essere una garanzia.

L'articolo Slittamenti di significato e coscienza. Su “Cometa” di Gregorio Magini proviene da Minima et Moralia.

]]>
1cometa (2)

di Stefano Felici

C’è uno sfiancante sottofondo da realismo isterico nella lingua, nella mente, e quindi nelle peripezie raccontate dalla voce narrante di Raffaele, ed è il sottofondo che apre Cometa – il nuovo romanzo di Gregorio Magini uscito per Neo  con le sue Pseudologie Fantastiche; un’apertura di romanzo il cui nome è ben lontano dall’essere una garanzia.

«I miei genitori scopavano sempre e mi piaceva guardarli. Il mio primo ricordo è mamma in ginocchio che sussulta sotto i colpi del bacino di papà. Mi godevo lo spettacolo e mi succhiavo le gengive. C’è chi sostiene che non posso avere ricordi così lontani, e argomenta con certi dati sullo sviluppo della guaina mielinica degli assoni neuronali, ma è gente insulsa che nella vita non gli è mai capitato niente, hanno sprecato la prima infanzia fissando il fiore di legno sopra la culla, sporadicamente osando avventurare lo sguardo fino al soffitto, ma era già troppo imprudente, gli dava un senso di vertigine».

Sono ricordi vividissimi e improbabili, e via via, lasciando scorrere l’incipit, varcando la soglia della prima decina di pagine, sempre più dettagliati, inautentici, ponderati, deviati: si entra nel grottesco eloquio isterico di un impostore, che vuole a tutti i costi aderire a un’idea di realtà ricreata a posteriori. Il motivo? Forse quello di qualsiasi mitomane: non lasciare che il vuoto abbia la meglio.
La parabola infantile di Raffaele prende l’avvio in un racconto dove le colonne portanti, ovvero i suoi genitori, sono figure indefinite e destinate alla dissolvenza: per motivi e con modalità diverse, Raffaele ben presto rimarrà solo – fatta eccezione per la macchiettistica figura di un nonno burbero e benevolo; l’unica costante ereditata sarà quest’esser votato egli stesso, quasi a ripercorrere le orme genitoriali, a una vaga volontà di annichilimento, di dispersione, eppure al tempo stesso disperata ricerca di un’identità che sembra inafferrabile – sempre un passo oltre, ma in una dimensione sconosciuta. Raffaele arriva a ricordare, o a immaginare, o forse, chissà, un misto fra le due cose, le indefinite esperienze sessuali dei suoi genitori, spesso aggrovigliati in interminabili orge cui egli stesso prestava attenzione, come incantato. E così, con questo moto di rarefazione e condensazione della propria identità, Raffaele fa il suo ingresso nel mondo usando il sesso come vettore, servendosene come strumento per riuscire a raccapezzarsi nel rapporto tra sé e l’esistenza, tra l’io e gli altri. Un’oscillazione che per inerzia lo porterà a decentrarsi costantemente in ogni segmento della sua vita: infanzia, adolescenza, età adulta.

Poi, in parallelo, arriva Fabio.

Se per Raffaele il sesso è il mezzo per porsi qualsiasi domanda e accedere – le poche volte che ci riesce – a qualsiasi risposta, per Fabio il processo è quasi inverso. Fabio è un bambino chiuso in se stesso. Talmente chiuso che il punto di vista del narratore si pone accanto a lui: non lo lascia parlare a ruota libera, come nel caso di Raffaele. Fabio vive il sesso quasi fosse un’inutile, o comunque una non necessaria, attività del vivere; preferisce rimanere entro le proprie costruzioni mentali; il suo è un principio di autismo, che lo porta a trovare gioie isolate in mondi fantastici da lui stesso creati. Mentre Raffaele parte in giro per l’Europa cercando sfogo alla sua smania principale, Fabio crea uno spazio fantascientifico in cui si crede un esploratore di galassie. E tanto gli basta.

Fabio e Raffaele sono destinati a incontrarsi. Il loro è un procedere a spirale, ma che non si incrocia mai: si conoscono per caso, per un breve periodo portano avanti un progetto folle: un social network che dia la possibilità a spiriti affini di incontrarsi – ma non a chiunque, non il solito puttanaio alla Facebook o alla Badoo: solo spiriti affini, ricercati e trovati grazie a elaborati e precisissimi algoritmi.

Raffaele la mente creativa, Fabio il braccio, il tecnico: una coppia simile a quella dei sogni, Jobs-Wozniak, ma in questo caso del tutto inconcludente, strampalata, dove non c’è sinergia se non per alcuni momenti in cui le coscienze si dilatano sotto l’effetto benefico di qualche droga; tutto il resto è un girarsi intorno, come suggerisce anche l’andamento e l’alternanza dei capitoli, dove inzialmente prende voce Raffaele, in prima persona, poi di nuovo Fabio, ma da osservato speciale, un oggetto strano da descrivere; poi di nuovo la voce di Raffele; e così via.

La cifra linguistica di Cometa è altrettanto eclettica, isterica – a volta in linea, a volte sfalsata rispetto alla narrazione. Nelle confessioni, nei racconti di Raffaele, l’andamento dà l’impressione di non essere formalmente controllato – ma è solo un impressione: cambi di registro, lessico e frasi ricercate si innalzano per poi ricadere in una sequela di accostamenti secchi e beceri. Gravitando spesso intorno al sesso, certi passaggi portano l’eco libertino di una scrittura tondelliana; eppure, nel complesso, si ha a che fare con una scrittura molto più autoconsapevole, quindi sarcastica e disincatata: una stesura da giovane Holden dei nostri tempi, al passo con i picchi nozionistici del postmoderno.

Nei momenti che riguardano Fabio, la virata appare in una lingua incentrata sul patetico, sul mimetico-infantile, ma senza dimenticare la lezione ironica – anche in questo caso – di molti autori postmoderni, che creano una sensazione di distacco che rende Fabio stesso quasi un agente del comico.

Cometa risulta un oggetto tanto difficile da incasellare quanto da contenere mentalmente. Le sue strutture linguistiche e narrative sono scalene, i momenti decisivi all’evoluzione della trama sembrano sfuggire, e non si capisce se si gira in tondo o, col solito movimento a spirale, si sale o si scende verso l’alto, verso il basso. È un gioco illusorio tipico delle realtà virtuali: c’è un meccanismo dietro che opera per disorientarci, per porre un enigma. In questo, Cometa riesce perfettamente: certe insistite concretizzazioni materiali intorno al sesso hanno, come già accennato, la funzione di portare il lettore su un piano altro, e via via sempre più astratto, impalpabile, diradato. Si arriva infine allo smarrimento di significato. Come quando si osserva uno di quei precisi e geometrici screensaver di Windows, e a slittare in una lucida allucinazione senza nemmeno accorgersene basta un niente.

L'articolo Slittamenti di significato e coscienza. Su “Cometa” di Gregorio Magini proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/cometa-gregorio-magini/feed/ 3
I difetti fondamentali – intervista a Luca Ricci https://minimaetmoralia.it/racconti/difetti-fondamentali-intervista-luca-ricci/ https://minimaetmoralia.it/racconti/difetti-fondamentali-intervista-luca-ricci/#comments Mon, 30 Jan 2017 14:00:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33456 È appena uscito il tuo nuovo libro I difetti fondamentali. Non solo un libro di racconti con una major, nel 2017, ma addirittura un libro di racconti sugli scrittori. Come hai fatto a convincere Rizzoli?

Nell’autunno 2015 si è svolto un pranzo di lavoro a Milano, tra me e due figuri che si sono qualificati come Michele Rossi (responsabile narrativa italiana Rizzoli) e Stefano Izzo (editor narrativa italiana Rizzoli). Di lavorare insieme a un «libro di racconti»- espressione che è l’equivalente culturale di «Frau Blücher» in Frankenstein Junior, insomma fa imbizzarrire gli editori- me l’hanno proposto loro. Io sulle prime ho pensato a uno scherzo, poi invece mi è arrivato addirittura un contratto. Le questioni tra editore e scrittore sono storie d’amore, e Rizzoli ha saputo corteggiarmi, non c’è dubbio.

L'articolo I difetti fondamentali – intervista a Luca Ricci proviene da Minima et Moralia.

]]>
writing

È appena uscito il tuo nuovo libro I difetti fondamentali. Non solo un libro di racconti con una major, nel 2017, ma addirittura un libro di racconti sugli scrittori. Come hai fatto a convincere Rizzoli?

Nell’autunno 2015 si è svolto un pranzo di lavoro a Milano, tra me e due figuri che si sono qualificati come Michele Rossi (responsabile narrativa italiana Rizzoli) e Stefano Izzo (editor narrativa italiana Rizzoli). Di lavorare insieme a un «libro di racconti»- espressione che è l’equivalente culturale di «Frau Blücher» in Frankenstein Junior, insomma fa imbizzarrire gli editori- me l’hanno proposto loro. Io sulle prime ho pensato a uno scherzo, poi invece mi è arrivato addirittura un contratto. Le questioni tra editore e scrittore sono storie d’amore, e Rizzoli ha saputo corteggiarmi, non c’è dubbio.

Il libro è molto compatto tematicamente, formalmente e stilisticamente: come hai lavorato? Sapevi da subito che tutti quei racconti sarebbero stati destinati a una raccolta unitaria o i primi sono nati in modo più sparso? Come hai stabilito, poi, l’ordine dei racconti nel libro finito?

Avevo un bel po’ di materiale che ancora non aveva trovato un indirizzo preciso, sapevo solo che era buono. Ho cominciato a lavorare da lì, una volta stabilito il filo conduttore degli scrittori immaginari. E poi ti dico una cosa che manderà in estasi gli appassionati di novelle, racconti e short stories. Tra questo materiale c’erano anche un paio di romanzi, che non ho esitato a smembrare. Cioè ti rendi conto? Sono l’unico scrittore al mondo che invece di allungare racconti per ottenere dei romanzi, taglia dei romanzi per fare dei racconti.

Cosa hai provato nel farlo? Ti sei sentito restituito al ruolo di “raccontista” e quindi è stato liberatorio, oppure hai sofferto e mediti di riprenderli in mano un giorno?

Dei romanzi fatti a pezzi non ho nessun rimpianto: funzionano molto meglio i racconti che ne ho tratto. Sai cos’è? Uno scrittore di racconti si pone sempre il problema della noia, sto lucaricciannoiando o no?, mentre le scritture più lunghe, con ampie variazioni narrative, suddivise in corposi capitoli, con digressioni e sottotrame, diciamo che hanno nel loro statuto un certo grado di noia, cioè la noia diventa quasi obbligatoria, e persino funzionale al raggiungimento dello scopo narrativo (se non proprio del risultato estetico). Poi, certo, la scrittura è come il maiale, non si butta via niente. Non è detto che dai brandelli avanzati di quei romanzi non nasca qualche altro racconto.

Nonostante tutti i personaggi dei suoi racconti siano scrittori, I difetti fondamentali finisce per rappresentare molto bene l’Italia di oggi: c’entrerà proprio la famosa storia secondo cui tutti gli italiani sotto sotto scriverebbero?

“Quanto è attuale il romanzo che ho scritto?” sembrano chiedersi costantemente molti di noi. Mentre una domanda fondamentale, rovesciando i termini del discorso, potrebbe essere: “Quanto è inattuale?”. Il potere delle storie, di qualunque storia, non può infatti prescindere da un certo grado di trascendenza e universalità. È valido cioè nella misura in cui disintegra la realtà, più che tentare di ricostruirla con puntigliose ricostruzioni storiche. Un libro di narrativa non può non essere attuale nella misura in cui nessuno di noi scriventi può fuoriuscire dal periodo storico che gli è toccato in sorte. Un altrove storico dal quale scrivere opere fuori dal tempo non esiste, perciò perché preoccuparsi di voler essere contemporanei a tutti i costi?

Del ”problema” dell’editoria italiana con la forma breve mi è capitato di scrivere, anche con le tue opinioni, allora apriamo il discorso: cosa consiglieresti a un aspirante scrittore che vuole dedicarsi solo ai racconti?

munroL’unica cosa che paga in ambito letterario – e credo in tutto il resto – è la perseveranza, tenendo però ben presente che gli scrittori di racconti non costituiscono una setta. Pochissimi sono gli specialisti puri, così su due piedi mi vengono in mente Poe, Čechov e Munro. C’è poi una seconda categoria spuria di scrittori di racconti che hanno voluto scrivere anche qualche romanzo, e qui penso a Maupassant, Kafka e Buzzati. Infine c’è la categoria (affollata) degli scrittori che hanno saputo eccellere in ambedue i campi, Melville, Verga, Murakami. Direi così: diffido degli scrittori che non hanno saputo scrivere almeno un racconto memorabile.

Nella tradizione anglosassone il racconto è sempre stato rispettato anche perché ha sempre avuto palchi a grande diffusione: penso al New Yorker, a cui ti rifai anche per il titolo di un tuo corso di scrittura breve, all’Atlantic o alla Paris Review, ma anche al fatto che riviste più generaliste, come GQ o addirittura Playboy, ospitavano e ospitano racconti. In Italia sarebbe possibile secondo te avviare un discorso di questo genere?

La scuola può giocare un ruolo fondamentale nell’educazione al racconto, anche se il fatto che sia una modalità un po’ clandestina, da leggere sottobanco, continua a piacermi ancora di più. Però al liceo sperimentale che ho frequentato io, tra le materie opzionali c’era uno splendido corso sul «racconto fantastico», e credo che abbia avuto su di me un influsso importante. Il racconto non è figlio di un Dio minore, e qualche nuova rivista adesso prova a dirlo con forza. Penso a The FLR ad esempio, diretta dal mai domo Alessandro Raveggi, che presenta scrittori italiani con traduzione inglese a fianco, per aprirsi a quei mercati e quegli scenari che sul racconto hanno un’educazione migliore della nostra.

Uno dei racconti più divertenti del libro è ambientato allo Strega, un premio che non smette di stuzzicare l’immaginario dei nostri scrittori, penso a I pappagalli di Filippo Bologna, a un racconto come Vita e opere di Enzo Siciliano di Gregorio Magini, allo stesso romanzo-memoir La polveriera di Stefano Petrocchi… Credo sarebbe troppo facile attribuire ciò al solo fatto che il premio è molto ambito dagli scrittori, ci devono essere anche delle ragioni di costume: sbaglio?morante3_MGTHUMB-INTERNA

Proprio perché I difetti fondamentali non è un libro di satira su certo milieu artistico romano e italiano – Vade retro Satana –, ho dedicato al costume solo “Lo stregato”, anche perché onestamente sarebbe stato impossibile nel caso del Premio Strega disgiungere la narrazione dal suo rituale divinamente mondano e cafone, intellettuale e bestiale, metafisico e viscerale. Più in generale il costume non c’entra per niente, e il set è sempre funzionale allo scrittore in primo piano, che viene come ritagliato con un paio di forbicine letteraria in modo che possa distaccarsi nettamente dallo sfondo. Ecco cos’è (anche) I difetti fondamentali: il tentativo di restituire un poco d’importanza, di preminenza, perfino di autorialità agli autori.

In un racconto come “L’invidioso”, però, inquadri, e con precisione, sia un universale – il rapporto tra scrittori e mercato – sia uno specifico italiano-e-contemporaneo, anzi due, speculari: il complesso dei giallisti di successo nei confronti degli autori “letterari” (che sfocia non di rado in tentativi “alti” che di solito non funzionano) e il complesso – tutto economico – degli autori letterari nei confronti dei giallisti di successo (che pure a volte sfocia in commissari ben scritti ma poco convinti, sovente altrettanto poco funzionanti dei tentativi dei primi)…
100_2134
Sì, hai saputo inquadrarlo perfettamente, dentro “L’invidioso” c’è anche una battaglia tra intrattenimento e letteratura, una situazione che si è creata proprio a causa della cultura bestsellerista che ha suddiviso e parcellizzato le storie in generi merceologici ancora prima che letterari: se pensi ai thriller, ai chick-lit o agli young-adult, non ti vengono in mente questioni formali o estetiche, ma solo target di riferimento. A proposito dello scontro odierno tra intrattenimento e letteratura mi viene sempre in mente quell’aforisma di Flaiano (che dentro al libro viene ampiamente celebrato): “Oggi anche il cretino è specializzato”. Nel senso che tutta la grande letteratura è sempre stata anche un intrattenimento formidabile: basta leggere Ionesco ad alta voce per rendersene conto.

Mai statoAdamo_Basettoni tentato di inventarti uno sbirro?

Anche in questo caso siamo morti di specializzazione. La letteratura è sempre stata un thriller (l’incredibile e incalzante interrogatorio poliziesco dell’Edipo Re…), del resto la parola storia significa ricerca, indagine. L’egemonia del giallo è interessante da un punto di vista sociale e, direi, antropologico, per il resto sogno un giallo definitivo (gore-splatter) in cui tutti questi commissari fatti con lo stampino – inflessione dialettale italianizzata per essere comprensibile e fare simpatia, vita privata tormentata e qualche sottoposto mascotte o cagacazzi – si uccidono tra di loro.

Mentre leggevo quel racconto mi sono venute in mente le librerie francesi, che poche righe dopo hai puntualmente citato, dove una delle certezze è che lo spazio nobile e più ampio è sempre dedicato alla literary fiction, mentre le cose più commerciali se ne stanno ben in fondo. Non credi che se, oggi, in Italia, i libri migliori difficilmente finiscono in classifica a meno di vincere o classificarsi nei premi più importanti, c’entri anche un decadimento della struttura di vendita?

C’entra soprattutto il decadimento della struttura di vendita e l’intera filiera editoriale. Lo dico senza tema di smentita. Oggi in Italia ci sono autori interessanti, libri belli, narrazioni meritorie. Penso a Giorgio Falco, Vitaliano Trevisan, Laura Pugno, Francesco Permuniam, Andrea Tarabbia, Rossella Milone… Se questa gente non va in classifica è colpa della filiera. Qualcuno dovrebbe perdere il posto con ignominia. Invece restano tutti al loro posto, di anno in anno.

Mi pare che dai tuoi racconti emerga una descrizione dell’Italia che è efficace proprio perché inattuale, ma che appartiene certamente al nostro secondo Novecento – e lo dico dal punto di vista letterario. Quali sono i tuoi riferimenti in questo senso?vila matas

Facendo un libro che parla di scrittori – cosa che per l’appunto genererà una serie infinita di fraintendimenti – non ho voluto fare l’elogio dei giochi meta-letterari, del citazionismo, di tutto quello che ha reso il postmoderno insopportabile nel giro di un paio di decenni. Insomma mentre scrivevo avevo un’unica preoccupazione, cioè non diventare un altro Enrique Vila-Matas. Non m’interessava scrivere un libro che romanticamente elogiava altri libri. M’interessava parlare di scrittori, sì, ma attingendo alla mia forza creativa primordiale, e a quasi null’altro. Ogni scrittore ha il diritto e il dovere di ricreare il mondo dal principio.

C’è almeno un racconto che ha – almeno – un sapore postmoderno, “L’eccitato”. Lo uso come punto di partenza per una domanda: in quanto raccontista, possibile non ti sia mai venuta voglia di scrivere un racconto alla Barthelme (o alla Barth)? o uno alla Borges (o alla Cortázar)?

Non proprio, e per il motivo che ho appena detto sopra. Io ho avuto dei modelli e perfino dei maestri, ma scrivendo oltre a omaggiarli ho sempre voluto anche ucciderli. È una cosa che bisogna cominciare daccapo ogni volta che si scrive un nuovo libro, omaggiarli e ucciderli, è proprio un doppio movimento, una sorta di numero di M10814equilibrismo. Per questo ti dico che no, non voglio scrivere racconti alla. Alcuni scrittori li ho amati e letti più di altri – Poe, Maupassant, Verga, Buzzati, Carver – ma cerco di scrivere i miei racconti.

Durante un incontro al Pisa Book Festival con altri scrittori toscani hai detto due cose interessanti: che noi autori toscani tendiamo a essere cani sciolti, e che sei uno “scrittore da camera”, intendendo con ciò non solo la tua predilezione per la forma breve ma anche per le ambientazioni in interni. Mi pare che tutto ciò si confermi anche in questo libro, ma dimmi tu.

Dire che la toscana è rimasta il Granducato di Toscana, con tante Città-Stato che si fanno la guerra tra loro, è quasi un’ovvietà: ma negli ultimi tempi ho cominciato a prendere questa nostra inclinazione alla sempiterna belligeranza come un pregio e non più come un difetto. Nel bene e nel male gli scrittori toscani sono più liberi e disgraziati (disgraziati perché liberi) degli scrittori di altre regioni, che a volte mi sembrano proprio rinchiudersi in clan. Per quanto riguarda la mia poetica del “chiuso”, viene ribadita molto chiaramente ne I difetti fondamentali. In un racconto come “L’affittacamere” – la storia di un aspirante scrittore che si ritrova come affittuario Andrew Wylie,  l’agente letterario più importante del pianeta – la casa viene designata come tomba dei ricordi nella quale spesso ci tumuliamo da vivi.
wilye
Un’altra cosa che dicesti era che non ti sentivi per niente uno scrittore pisano, e in effetti Pisa non si vede nei tuoi lavori, sebbene la si possa forse intravvedere in certi rimandi all’ambiente universitario. Anzi a guardar bene, nei Difetti fondamentali di rimandi all’ambiente universitario ce ne sono moltissimi, tanto nel racconto d’apertura, “Il rothiano”, quanto in quello forse più feroce e amaramente divertente, “Il manierista”. Come mai ti è rimasta così tanto addosso l’università?

Uno dei romanzi smembrati di cui ti parlavo prima s’intitolava proprio Gli studenti di Lettere, e naturalmente le varie città senza nome e di provincia che compaiono ne I difetti fondamentali per me hanno tutte le sembianze di Pisa. L’università l’ho vissuta come un evento traumatico, come la prosecuzione angosciosa dell’esperienza liceale, di cui salvo il summenzionato corso opzionale sul «racconto fantastico» e poco altro. Questa angoscia della scuola c’entrerà sicuramente con me, con la mia biografia, e perciò non è molto importante, se non forse per il fatto che mostra chiaramente uno dei motivi per cui si scrive: per superare dei traumi, per cercare di capire quello che ci fa stare male.

Nel “Manierista” non c’è Pisa (la città di partenza potrebbe essere quella ma anche un’altra città universitaria di medie dimensioni abbastanza vicina al mare, che so, Urbino, peraltro citata altrove nel libro), ma c’è Roma, una Roma vista e rappresentata con precisione, e che fa capolino anche in altri racconti: sarà mica che ti senti uno scrittore romano?

Nessuno scrittore italiano non può non sentirsi uno scrittore romano o milanese, nel senso che storicamente il flusso migratorio del letterato è sempre stato dalla provincia alla grande città, con tutto quelle che ne è conseguito circa Grandi Speranze & Illusioni Perdute. Nel libro, spazialmente, compaiano tanti set quante sono le esigenze narrative dei singoli racconti, cioè i luoghi sono funzionali alla storia (e mai il contrario), anche molto di maniera, ma in buona sostanza tracciano appunto questo grande, sempiterno movimento: la forza centripeta esercitata dalle uniche due specie di metropoli dello Stivale.

L'articolo I difetti fondamentali – intervista a Luca Ricci proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/racconti/difetti-fondamentali-intervista-luca-ricci/feed/ 3
Scrivere in pubblico https://minimaetmoralia.it/scrittura/scrivere-in-pubblico/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/scrivere-in-pubblico/#comments Sun, 21 Oct 2012 09:57:52 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9877 di Gregorio Magini

Nel quartiere di Santo Spirito a Firenze, in un vicolo dietro la piazza che si denomina dalla chiesa che ivi si affaccia ed è dedicata alla parte divina più ineffabile che nomina il rione, c’è un piccolo locale sempre aperto fino a tardi che si chiama Caffè Notte, un bar che trent’anni fa sarebbe stato un posto come un altro, ma oggi è unico nel suo genere. La sera ci vado a scrivere con il mio socio V.; possiamo essere osservati chini sul quaderno, o impettiti sul portatile (la schiena è il nostro punto debole – presto o tardi ne avremo a soffrire – ci sforziamo di tenere una postura corretta), o stesi su una panca con un libro.

L'articolo Scrivere in pubblico proviene da Minima et Moralia.

]]>

di Gregorio Magini

Nel quartiere di Santo Spirito a Firenze, in un vicolo dietro la piazza che si denomina dalla chiesa che ivi si affaccia ed è dedicata alla parte divina più ineffabile che nomina il rione, c’è un piccolo locale sempre aperto fino a tardi che si chiama Caffè Notte, un bar che trent’anni fa sarebbe stato un posto come un altro, ma oggi è unico nel suo genere. La sera ci vado a scrivere con il mio socio V.; possiamo essere osservati chini sul quaderno, o impettiti sul portatile (la schiena è il nostro punto debole – presto o tardi ne avremo a soffrire – ci sforziamo di tenere una postura corretta), o stesi su una panca con un libro.

Si dice: la gente legge poco. La letteratura, si dice, non ha più quel posto speciale che aveva un tempo nei cuori dei popoli. Le persone tuttavia sono incuriosite da uno scrittore che scrive, forse perché non se ne vedono tanti a giro. I più, com’è naturale, scrivono in privato, vuoi perché sono dei professionisti, e si sa, il segreto giova all’arte, vuoi perché sono amatori, anime sensibili che avrebbero vergogna a lasciar trasparire sul volto, per il godimento di sconosciuti, le palpitazioni ingenue e forse un po’ sconce del travaglio creativo. I pochi che si fanno vedere, poi, non è detto che siano autentici: il tizio che si dà pena sulle pagine del Moleskine, è facile che stia affastellando rovelli nel suo diario; quell’altro imperturbabile dietro lo schermo sta forse revisionando un business plan; un’amica una volta mi disse che aveva frequentato qualche tempo un sedicente poeta che non si separava mai dal suo taccuino, e non lo mostrava mai a nessuno. Un giorno lei, morsa da curiosità, volle spiarne il contenuto: v’erano solo ghirigori e disegnini osceni.

Dunque per curiosità, forse, quando scriviamo in mezzo a loro, le persone allungano lo sguardo, attuano mosse di avvicinamento, secondo la loro natura invadenti o discrete: per capire di che pasta siamo fatti.

Alcuni, i più diretti, ti studiano per qualche minuto e poi ti chiedono: “Che scrivi?” A loro bisogna rispondere: “Scrivo libri.” Altri, se non hai avuto l’accortezza di metterti spalle al muro, ti spiano da dietro. Una volta, una ragazza dal rossetto sbaffato e le guance imporporite dal vino, dopo una simile operazione, non si tenne e mi aggredì col dito puntato: “Devi cambiare nome a quel personaggio.” “Perché mai, di grazia?” “Perché Erica è un nome da stronza. Una mia collega si chiama Erica: è la mia peggiore nemica. La donna con cui fuggì mio padre si chiama Erica. La segretaria dell’Università che per pura ripicca mi ha fatto laureare con un anno di ritardo si chiamava Erica.” Si placò solo quando le spiegai che anche la mia Erica era un personaggio profondamente egoista e moralmente corrotto.

C’è chi ti adocchia dalla strada, passando. Entra ed estrae dalla borsa una reflex, ti inchioda inerme al tavolo con tutto quanto in vista, gli attrezzi del mestiere, le bottiglie di birra, il tomo di Balzac che hai sciaguratamente dimenticato di riporre. Quando lo supplichi di non pubblicare quelle foto, ti risponde lanciando qua e là occhiate colpevoli e maliziose: “In realtà mi occupo di psichiatria.”

A volte accadono fatti che sembrano apologhi. Era estate, stavo seduto vicino alla porta che dà sul vicoletto per fumare di straforo sulla soglia senza dovermi alzare. A un certo punto mi accorgo che accanto a me si è accucciato qualcosa: un ragazzo. Ubriaco e barcollante, si regge con una mano al tavolo e mi guarda dietro gli occhiali tondi. “Tu sei uno scrittore, non è vero?” Annuisco. “Ci avrei scommesso. Lascia che ti dica una cosa.” Lascio dire. “Tu hai perduto la connessione con le sensazioni, il corpo e la luna, non so se mi spiego. Tutto il corteggiare, il toccare, la vera spiritualità che si dispiega solo quando si consente alla carne palpitante di parlare con la propria voce…” Non sto romanzando; parlava così come lo racconto, anzi, forse il suo discorso aveva una qualità poetica superiore alla mia capacità di riportarlo. “Allora sì che emerge il vero nesso, le parole e le cose, il cazzo e la fica, non so se mi spiego, è tutta una questione di equilibri, vite che vanno, vite che vengono, tutte con sofferenze usuali, usualissime, non lo metto in dubbio, ma è la verità ventrale a illuminare il cammino. Non le cose che dici tu, le cosette che possono venire in mente a uno come te, che stai qui a farti vedere mentre scrivi a schiena curva, e non scrivi niente, parli di niente…” Mi viene voglia di picchiarlo, ma reprimo i bassi istinti e taccio. “Fammi vedere, cosa stai scrivendo?” Guarda lo schermo, ma la sbornia gli impedisce di metterlo a fuoco. “Sei autoreferenziale. Siete tutti autoreferenziali. Ammirate il vostro ombelico e ignorate la vita reale che fanno tutti gli altri.” Reagisco timidamente: “Non sai nemmeno cosa sto scrivendo.” “Allora dimmelo.” Glielo dico, ed è la pura verità: “Un racconto. Detta in soldoni, è la storia di un giovane che lascia la sua ragazza perché si convince che non l’aveva mai amata, ma si era messo con lei solo perché aveva bisogno – parole sue – di un bagno di sano realismo.” “Cazzo, sembra la storia della mia vita,” disse il poeta, e scomparve nella notte.

Mi rendo conto di aver presentato le mie sere al Caffè Notte come se tutto quel mondo ruotasse intorno al fatto che sto lì a scrivere. In realtà, quasi nessuno mi dà retta; ci sono settimane che passo del tutto inosservato: la gente mi dà un’occhiata indifferente, l’unica considerazione che non si nega a nessuno, e poi continua a farsi gli affari suoi. Sono le volte che mi intristisco e mi chiedo per quale motivo persevero nel sacrificare la mia vita ai fantasmi dell’arte. Potrei bene godermi il Caffè Notte da semplice avventore, fare due chiacchiere, una partita a scacchi – potrei addirittura passare le mie sere da qualche altra parte! Allora monta dentro di me un rancore perverso per tutta quella gente che non si interessa a me, alle mie opere e alla mia ostinazione. “Un giorno,” mi giuro, “Un giorno sapranno chi ero.”

Qualche mese fa, per costringere tutti a essere partecipi del nostro lavoro, il mio socio e io abbiamo organizzato una serata letteraria al Caffè Notte: “TORINONASEGA”. (Si era nel periodo della Fiera del Libro). Quattro ore di declamazioni dal leggio, classici alternati a scritti personali, saletta strapiena, atmosfera euforica, tifo da Giubbe Rosse cent’anni fa. Io mi dibattevo tra accogliere il piacere delle lodi e dare retta a quella voce interiore che mi instillava il dubbio di essere applaudito per incoraggiamento, se non per commiserazione, come si fa per i bambini quando annunciano trionfanti alla tavolata di aver fatto la cacca nel vasino.

Eppure è proprio al fondo di questi rovelli meschini che riconosco la possibilità di un rapporto con i lettori, mi arrischio a dire, sano. (Lettori, perché se io sono scrittore, i lettori sono tutti gli altri). La mia vocazione segreta, come quella di tutti gli scrittori, è di farmi carico delle vanità dei lettori. Il mio dovere è di essere esemplare nel mio confronto con la solitudine, con gli eccessi dei desideri, con le velleità impacciate, con l’asprezza dei giudizi che stroncano queste velleità e con tutti gli altri terrori quotidiani (ci risparmio l’elenco completo) che sono il fardello di tutti.

Voi pochi che mi spiate, e voi moltissimi che mi ignorate, è questo che volete. E quando fate finta di disprezzare la letteratura, e spesso lo fate, è perché pensate a tutti gli scrittori che non sono vicini a voi ma anzi tradiscono il loro mestiere.

Pensate ai colleghi che si insultano e si querelano e poi ne almanaccano sui giornali come se fosse letteratura; pensate agli intellettuali che si costruiscono con il sudore delle dita i loro sacrosanti spazi di espressione e poi vanificano ogni conquista impegnando le energie residue nel fortificarli: ogni tanto si affacciano dai bastioni e gridano ingiurie contro gli abitanti del castello nemico; pensate a tutti i Lucien Chardon che si infiammano per una editor attempata alle feste delle loro case editrici; pensate ai palchi troppo illuminati su cui annegano pietosamente grandi scrittori scesi da New York, da Nuova Delhi o da Novara; pensate agli autori che alla fine di tutte quelle brighe, prese di posizione, pettegolezzi, speranze frustrate e gioie amare, restano soli davanti al computer a guardare le parole che sono sgorgate dalla loro testa, aliene e minacciose come un figlio non voluto. L’unica cosa che poteva salvarli, pensate, era la consapevolezza di quanto, correndo dietro all’illusione di sé stessi, avevano sacrificato a vantaggio di tutti gli altri.

Con questi e simili pensieri mi giustifico per la frequentazione del Caffè Notte. Ogni tanto, mi balenano nella mente gli orribili bronzi di Pessoa alla Brasileira e di Hemingway all’Iruña ma, mi dico, ho la fortuna di non essere bravo quanto loro e nessuno si sognerà mai di impagliarmi sullo sgabello. Mancava solo un passo, fino a ora, per completare la mia auto consacrazione a re della bohème di Via delle Caldaie. Dovevo sciupare tutto con una contraddizione assurda, trovare il modo di uscire in pubblico per annunciare a tutti sgangheratamente la mia inesistenza.

Eccomi qua. Venite a trovarci al Caffè Notte, se non c’è un posto come questo nella vostra città. L’invito è esteso a tutti: ai lettori in primis, ma anche agli scrittori, agli scrittori puri, gli scrittori giornalisti, scrittori magistrati, deputati, buttafuori, sindaci, operai, direttori di collane, tolkieniani, programmatori, assicuratori, educatori di ogni livello, operatori di tutti i settori. Venite al Caffè Notte. Qui c’è gente, tolto me, che vi può insegnare a scrivere quasi meglio di Baricco. Venite al Caffè Notte. Qui ci sono tutti i buoni lettori che Borges non sapeva trovare. Venite al Caffè Notte. Qui ci sono critici letterari in incognito, vi giudicheranno gratis e fra qualche anno parleranno bene di voi su tutti i social network. Uscite di casa, lasciate il lavoro, lasciate i vostri mariti, donate il vostro cappotto a un mendicante e venite al Caffè Notte. Il padrone del locale è amichevole; sarà contento se porto gente, forse mi offrirà da bere.

L'articolo Scrivere in pubblico proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/scrittura/scrivere-in-pubblico/feed/ 35