Guido Calza Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/guido-calza/ un blog di approfondimento culturale Wed, 17 Apr 2019 23:58:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Guido Calza Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/guido-calza/ 32 32 Storie dal 1929: “La versione della cameriera” di Daniel Woodrell https://minimaetmoralia.it/recensioni/storie-dal-1929-la-versione-della-cameriera-daniel-woodrell/ https://minimaetmoralia.it/recensioni/storie-dal-1929-la-versione-della-cameriera-daniel-woodrell/#comments Fri, 19 Apr 2019 05:30:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40073 Siamo nel Missouri a West Table, un ragazzino va a passare l’estate con sua nonna. La nonna è Alma DeGeer Dunahew. L’estate che passano insieme è un periodo che concorre alla ricostruzione del rapporto tra Alma e uno dei suoi tre figli. Ti mando Alek, ti tengo io Alek, mettiamo a posto le cose.

Nel 1929 a West Table ci fu un’esplosione nella sala da ballo, molti morti, feriti, mutilati. Tra i morti Ruby, la bellissima sorella di Alma.

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Siamo nel Missouri a West Table, un ragazzino va a passare l’estate con sua nonna. La nonna è Alma DeGeer Dunahew. L’estate che passano insieme è un periodo che concorre alla ricostruzione del rapporto tra Alma e uno dei suoi tre figli. Ti mando Alek, ti tengo io Alek, mettiamo a posto le cose.

Nel 1929 a West Table ci fu un’esplosione nella sala da ballo, molti morti, feriti, mutilati. Tra i morti Ruby, la bellissima sorella di Alma.

Le mani le fecero sempre male fin dai vent’anni, le articolazioni sporgenti, le nocche gonfie, e furono quelle mani dolenti e distorte che appoggiò, calde e distese, su ciascuna delle ventotto bare radunate nella palestra della scuola.

Alma racconta ad Alek questa storia, la sua versione della storia. Alma racconta di vita e di morte, di miseria, di cibo nascosto in un secchio, di avanzi portati ai tre figli. Alma dice di un marito debole e sempre ubriaco. Alma parla di Ruby, della sua bellezza, della sua maniera infallibile di far cadere gli uomini e i loro cuori. Alma mostra i ricchi da cui andava a servizio, il suo essere degna di fiducia. Il suo essere confidente, il suo successivo passare per pazza. Alma e i suoi capelli non tagliati più. Alma e la sua memoria profonda, il cuore da vecchia, l’occhio profondo di chi ha visto tutto. Alma che ha sempre parlato poco. Alma la dura, Alma che sa.

Alma e la storia della sala da ballo, del colpevole mai trovato, delle tante versioni. A ciascuno la sua. In mezzo il dolore della perdita, la voglia di dimenticare, le ferite che non si rimarginano. L’America terribile e stupenda, ancora una volta, al di fuori delle grandi metropoli. I signori e i poveri, gli avidi e i benefattori. I morti minori, la storia di sempre. Ciò che è bene dire, ciò che è meglio celare. Alma e il suo ritmo, Alma e tutta una vita che viene fuori un’estate. Alma la sera si siede sul letto e racconta. Nipote mio ecco la mia versione dei fatti.

La versione della cameriera (NN editore, traduzione di Guido Calza) è bello e straordinariamente efficace perché Daniel Woodrell l’ha costruito come se fosse un coro; Alma racconta una storia ma non lo fa direttamente, lo scrittore sceglie il nipote come narratore, voce narrante, che a sua volta si sottrae lasciando salire dal passato i personaggi, che entrano ed escono dai capitoli, che si parlano a decenni di distanza. Ognuno entra e mostra un pezzo della propria esistenza, un frammento di ciò che dice si interseca a quella sera del 1929. Molte di quelle persone non sono mai morte, molte altre continuano a ballare.

Si badi, questo è un libro di spettri senza essere un horror; è invece una grandissima commedia umana. La tragedia è l’avvenimento ma il suo restare senza colpevole è il finale di tutte le storie dell’uomo. Woodrell ci ricorda che il povero muore e che il ricco la fa franca, tutto qui, la sua bravura sta nel trovare un modo nuovo.

La cittadinanza era rappresentata da cima a fondo, poiché il disastro non aveva risparmiato nessun ceto e nessun credo, ma intaccato ogni quartiere e comunità, e disseminato tristezza senza un obiettivo preciso.

Su West Table, Daniel Woodrell ha scritto altri romanzi, li leggeremo fra un po’ sempre nel catalogo di NN editore. Capita sempre più spesso di incontrare romanzi che non esauriscano la loro storia con la parola fine, ma che invece abbiano un seguito, più che della storia del luogo. Abbiamo letto della Grouse County di Tom Drury, della ormai celeberrima Holt di Kent Haruf, della Bull Mountain di Brian Panowich. Personaggi che ritornano, territori selvaggi, poco abitati, la comunità chiamata a parlare, che sa uccidere e perdonare.

Nessuno è mai solo, nessuno è mai salvo. Il lettore finisce per affezionarsi ai luoghi, al suono che fanno le frasi, ai movimenti di una ragazza, alla durezza di un uomo. Lo scrittore ci incatena al luogo e fa sì che diventi un po’ nostro, non importa che il luogo esista o meno, noi dobbiamo solo portarci una sedia da casa e metterci ad ascoltare.

«Io penso che tutto quel dolore l’abbia mandata in crisi; detto questo, senza dubbio capirà che lui con la disgrazia non ha avuto niente a che fare. Niente a che fare».
«Io so quel che so, signora, e non posso più fingere di non saperlo».

Nei fatti di questo romanzo i colpevoli forse sono un po’ innocenti, gli innocenti non possono dichiararsi esenti da colpe. Il vigliacco tiene per mano il coraggioso, così come la bella e sfortunata Ruby tiene per mano Alma, anche dopo la morte. Arthur e Corinne Glennclose, per i quali proveremo pena, un po’ di disprezzo, ne capiremo qualche ragione, li ammireremo perché lo scrittore, come tutti gli altri, li ha perfettamente disegnati.

Poche mirabili descrizioni, pagine dalle quali paiono saltare fuori gli odori e i colori, la voce di Freddy Poltz che cambia tono e registro man mano che gli eventi accadono, che gli anni passano.

Guido Calza, il traduttore, mi pare abbia fatto un lavoro mirabile, davanti a un’opera non facile da tradurre, sempre in bilico tra il tono basso e il guizzo, tra la lingua del povero e l’orpello del benestante.

La versione della cameriera titolo da noir senza averne l’aria, è una storia cupa e vitale. Daniel Woodrell racconta di nuovo la miseria della condizione umana e le grandi opportunità che il destino offre e sottrae, lo fa con una nuova luce, cambia il punto di vista, ci insegna a guardare un’altra volta, meglio.

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“Censimento”, il viaggio di Jesse Ball https://minimaetmoralia.it/libri/censimento-viaggio-jesse-ball/ https://minimaetmoralia.it/libri/censimento-viaggio-jesse-ball/#comments Mon, 10 Dec 2018 06:30:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38908 “Pensai fra me: non posso essergli di alcuna utilità. Una volta sognavo che ce ne saremmo andati insieme, come su una zattera. Mia moglie, mio figlio, io. E invece, questo io deve andarsene prima. Mio figlio deve andare altrove, incontro a un buon inizio, in un luogo dove si possa stare. Non esiste forse un luogo simile?
Allora pensai fra me: è possibile, il bene è possibile. Per forza.”

Questo libro è un viaggio, ma prima di essere un viaggio è un cerchio, una sorta di circonvallazione dell’anima che parte dal circolo più esterno per arrivare all’ultimo, il più piccolo. L’ultimo punto per qualcuno non prevede un ritorno, per un altro è una nuova andata.

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“Pensai fra me: non posso essergli di alcuna utilità. Una volta sognavo che ce ne saremmo andati insieme, come su una zattera. Mia moglie, mio figlio, io. E invece, questo io deve andarsene prima. Mio figlio deve andare altrove, incontro a un buon inizio, in un luogo dove si possa stare. Non esiste forse un luogo simile?
Allora pensai fra me: è possibile, il bene è possibile. Per forza.”

Questo libro è un viaggio, ma prima di essere un viaggio è un cerchio, una sorta di circonvallazione dell’anima che parte dal circolo più esterno per arrivare all’ultimo, il più piccolo. L’ultimo punto per qualcuno non prevede un ritorno, per un altro è una nuova andata. La direzione è la vita per il secondo, la migliore ipotesi possibile circa il futuro; la direzione è la morte, ovviamente, per l’altro. Chi muore è un padre, chi continuerà a vivere è un figlio. Quello che entrambi metteranno insieme è quanto di più vicino ai concetti di speranza e di amore che mi sia capitato di incrociare in un libro da parecchio tempo  a questa parte.

Censimento, è questo il titolo del libro, uscito in autunno per NN editore, tradotto da Guido Calza, è un viaggio, come ho scritto, a bordo di un’automobile (che diventerà anche casa) in un territorio che non esiste, che non viene mai identificato. Jesse Ball, l’autore, ci dice solo che padre e figlio vanno verso nord. Un nord identificato con la lettera Zeta, un nord da raggiungere a cominciare dal luogo che corrisponde alla lettera A. Un padre che ha scoperto che sta per morire, un figlio down, una madre morta qualche tempo prima, una madre che faceva il clown.

Se l’inizio del tondo è la scoperta della malattia e un figlio down da affidare a chi se ne dovrà prendere cura in seguito, la macchina che parte con i due a bordo è il motore della memoria e del sentimento che vengono trasferiti dal padre al figlio e – si badi bene – dal figlio al padre.

Sono morti, non sono da nessuna parte, dico sempre io. A questo aspetto non bada. Per lui, loro sono in qualche posto, ci sono quando racconto le loro storie e spariscono quando smetto. È piuttosto semplice.

Come si attraversa un cerchio? Si taglia in mezzo, ci spiega Ball, si fanno pendii in discesa, si va di casa in casa, si guardano alberi, si dorme in macchina, si canta.

Jesse Ball ha avuto un fratello down e nell’introduzione al libro spiega: “Avrei fatto un libro cavo. Al centro avrei messo lui, e poi gli avrei scritto attorno. Così lui ci sarebbe stato.”

E così è stato. Jesse Ball è anche un poeta questo lo agevola nel creare associazioni per immagini che si ampliano via via che il cerchio si restringe, ed è anche questo il motivo per cui il libro è scritto in brevi frammenti, che agevolano la lettura veloce e ammettono molte più pause. In ognuna di quelle pause entra il lettore a scrivere la parte del libro che Ball gli assegna. La parte del riconoscimento, la parte della riconoscenza.

Il padre è un medico, quando scopre di avere poco tempo da vivere decide di cambiare lavoro e di fare il rilevatore per il censimento; un censimento che nell’idea di Ball è una vera mappa di certificazione dell’umano. Si parte da A e si arriva a Zeta, ogni lettera è un luogo, ogni luogo è un mistero. Chi verrà censito dovrà ricevere un tatuaggio su una costola, ma non è il tatuaggio il punto.

Il punto è l’incontro con gli altri, è la comunicazione, è fare le domande giuste. Domande che inizialmente sono quelle di routine per la rilevazione statistica, ma poi diventano veri e propri racconti, diventano le storie che stanno dietro ai volti, che stanno dentro le case in cui padre e figlio vengono fatti entrare.

Ci sarà l’uomo che parlerà di una moglie perduta, una donna che racconterà per la prima volta di due figlie avute e poi morte da un altro matrimonio. Figlie di cui l’attuale marito non sa nulla, figlie di cui solo il nostro rilevatore verrà a conoscenza. Un uomo giocherà a dama con il ragazzino. Poco prima due sorelle strane e brillanti.

Ci saranno case evitate e altre case in cui non sarà concesso entrare. Ci saranno piatti caldi e rifiuti. Ci sarà la gentilezza più estrema, la cosa più necessaria di tutte. Ci saranno malori e perdite di sensi.

Il guaio dell’agricoltura, mi disse un uomo mentre lo tatuavo, è che: va tutto storto. Fare l’agricoltore significa abituarsi al fatto che andrà tutto storto, dalla prima all’ultima cosa. Gli agricoltori sono gli unici a capire cos’è la giustizia.

Viaggiando da una lettera all’altra ci sarà la memoria trasferita. Il padre ci racconterà del passato, del grande amore per sua moglie, della responsabilità di accudire un figlio down, del modo naturale e amorevole in cui lui e sua moglie lo hanno fatto; delle cose straordinarie che hanno imparato dal ragazzino, delle cose che sono riuscite a insegnarli.

Chi sono tutti gli uomini e le donne che accolgono e comprendono? Dove stanno le strade con i confini che sfumano, con le giornate che evaporano? Qual è il coraggio di un padre che sa di dover morire? Cosa c’è di più bello di regalare al figlio tutto il suo passato e di mettergli in tasca il futuro?

Jesse Ball mette in scena quello che ognuno di noi potrebbe essere: una persona migliore. Lo fa usando un linguaggio potente e semplice, il più difficile da rendere. Lo fa colmando le ferite che il dolore fisico e morale lasciano con la sutura dell’amore, con il bendaggio della memoria trasferita. Me ne vado, dice il protagonista, ma tutto ciò che ho vissuto, tutto ciò che è stato con te e prima di te ora è tuo.

Alla fine del cerchio ce ne andiamo anche noi con una sorta di benessere indossato, come fosse il cappotto che il ragazzino tanto ama, e con una calma nostalgia che abbiamo forse qualche volta provato, se siamo stati fortunati.

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La guerra di Brian Turner https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-guerra-brian-turner/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-guerra-brian-turner/#respond Wed, 07 Dec 2016 07:00:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33008 Esistono tre modi di approcciarsi a un romanzo scritto da un non-scrittore. Il primo, che parrebbe il più diffuso, prevede un’immersione sincera e appassionata, e un senso di fiducia che assolve, esaltandoli, eventuali attentati alla struttura. È l’approccio, questo, che spinge i dylaniani a non accettare che un amico stimato abbia letto Tarantula con serietà e impegno, ma senza innamorarsene; che fa strabuzzare gli occhi di chi crede (soprattutto adesso) in Leonard Cohen, quando scorge Beautiful Losers tra i libri “da consultazione” dei propri contatti su Anobii – bello, importante, da riprendere, sì, ma in un altro momento. È l’approccio numero due: considerare il romanzo scritto da un non-scrittore alla stregua di quelle persone che stimiamo ma che scegliamo di non frequentare, se non in precise occasioni.

L’approccio numero tre, infine, è l’abbandono senza appello, il rifiuto fantozziano. Ora, questi tre approcci non sono una regola assoluta, e riguardano una categoria che a ben vedere è un’anti-categoria, e cioè: chi non fa lo scrittore di mestiere o chi, per meglio dire, non è per prima cosa scrittore (à la Hemingway).

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Esistono tre modi di approcciarsi a un romanzo scritto da un non-scrittore. Il primo, che parrebbe il più diffuso, prevede un’immersione sincera e appassionata, e un senso di fiducia che assolve, esaltandoli, eventuali attentati alla struttura. È l’approccio, questo, che spinge i dylaniani a non accettare che un amico stimato abbia letto Tarantula con serietà e impegno, ma senza innamorarsene; che fa strabuzzare gli occhi di chi crede (soprattutto adesso) in Leonard Cohen, quando scorge Beautiful Losers tra i libri “da consultazione” dei propri contatti su Anobii – bello, importante, da riprendere, sì, ma in un altro momento. È l’approccio numero due: considerare il romanzo scritto da un non-scrittore alla stregua di quelle persone che stimiamo ma che scegliamo di non frequentare, se non in precise occasioni.

L’approccio numero tre, infine, è l’abbandono senza appello, il rifiuto fantozziano. Ora, questi tre approcci non sono una regola assoluta, e riguardano una categoria che a ben vedere è un’anti-categoria, e cioè: chi non fa lo scrittore di mestiere o chi, per meglio dire, non è per prima cosa scrittore (à la Hemingway). Anche i poeti, soprattutto i poeti. Quelli che non rispettano il racconto, cioè, o se lo rispettano ne minacciano almeno l’equilibrio, inzeppandolo di lirismo; peccando – forse – di eccessiva bellezza.

Brian Turner è un poeta americano, ha un viso che ricorda vagamente Brian Cox, è stato un soldato e ha scritto, con estrema intelligenza, un romanzo per frammenti sulla guerra. Centellinando, senza troppa fatica, quella bellezza senza ordine che spaventa gli amanti delle immagini. Il risultato è questo: ‹‹I soldati entrano nella casa, i soldati entrano nella casa. I soldati, determinati e annoiati e brucianti di adrenalina, entrano nella casa fra grida e bestemmie e lampi d’arma da fuoco, miccia detonante e munizioni a palla da 5,56mm. I soldati entrano nella casa con il camuffamento pixellato, le manette flessibili, luci chimiche, segni sulle porte, nastro isolante. […] I soldati entrano nella casa con la bandiera del loro paese cucita sulla manica dell’uniforme››.

È un momento abbastanza centrale di La mia vita è un paese straniero, pubblicato in Italia da NN per la collana La Stagione e tradotto, onore al merito, da Guido Calza. Sta a metà strada fra un ritorno e un raid, ed è l’ossessione del sergente Turner: la guerra in casa, la casa in guerra, e lui ubiquo, scomposto tra l’Iraq e l’àncora fedele del letto di sua moglie. Come uno dei tanti corpi smembrati su cui, nelle descrizioni, Turner indugia, quasi ritenesse la separazione – sia organica che emotiva – una pena più grave della morte, che pure i soldati ben frequentano. A modo loro.

‹‹Freyja è la dea dell’amore e della fertilità, della battaglia e della morte. Freyja ha diritto a metà dei guerrieri morti eroicamente in battaglia […]. Quando, posizionato sulla curva liscia del grilletto, il polpastrello del dito indice invita il proiettile a uscire nel mondo, è Freyja che udiamo nel colpo di fucile. Nello sparo delle armi leggere udiamo gli antichi tamburi che chiamano dal palazzo in mezzo al prato, da quell’accampamento eterno, il campo militare in cui risiedono i guerrieri morti››.

Ma la guerra secondo Turner, che ha all’attivo le raccolte di poesie Here, Bullet (2005) e Phantom Noise (2010), non è affatto ultramondana, anzi, è una scappatoia personale, un’esperienza che non ha ragioni politiche ma solo vita individuale, tanta vita (da perdere), che viaggia sulle labbra secche, sulle bottiglie colme d’urina, sui tipi, per un profano davvero sorprendenti, di cicatrici che causano la morte. L’autore riserva il lirismo per aspetti come questi, che ironicamente non lo richiedono, e leviga ciò che è veramente forte, ovvero le emozioni. Frammento 126: ‹‹Ricordo mia madre che domanda: “Insomma, se non ti spiace dirmelo, che pillole devi prendere, tesoro?”››. Frammento 114: ‹‹Come fa uno a lasciarsi alle spalle una guerra, quale che sia, e a riprendere il cammino della vita che gli resta?››. Domande senza risposta immerse in pagine stranianti, prive di numerazione. Le uniche risposte del sergente Turner risalgono a prima delle guerre, e riguardano – come tutto – la costruzione di sé, per come ci si immagina.

‹‹Firmai il foglio e mi arruolai in fanteria perché a un certo punto della vita dell’eroe, l’eroe deve dire Giuro››. E, nel caso di Turner, onorare la memoria di suo padre e di suo nonno, e di suo bisnonno e di un suo trisavolo, tutti impegnati in una guerra diversa ma sempre americana, quasi a comporre un’unica vita trascorsa, come da titolo, in un paese straniero. Brian, Callimaco a Mosul, percepisce questa vita stratificata come un cammino che porta verso lui, e pazienza se il suo vessillo è la guerra. Di notte, si immagina drone che sorvola l’Europa, il Giappone, il Vietnam, registrando battaglie sovrapposte, un territorio piagato che sembra il corpo dei suoi compagni d’armi – o la sua mente, a seconda.

Il territorio come i corpi, due ferite che si fondono. È un’altra tematica del libro, ma vissuta da osservatore, perché riguarda – appunto – i paesi stranieri: gli altri. ‹‹[…] il sangue cominciò a fluire fra le crepe, nelle strade e nei parchi di Istanbul. Inondò tutto, traboccò nelle aiuole, si sparse fra i cimeli e le statue e le opere esposte al Museo archeologico, dove Polimnia si portava un dito alle labbra e ammutoliva. Il sarcofago di Alessandro si rovesciò e il sangue ne rivestì l’interno. Il sangue si riversò nella antica Cisterna Basilica sotto la città, dove, nell’acqua tiepida, una testa marmorea di Medusa alla base di una colonna guardò negli occhi i pesci, che mutati in pietra si inabissarono trovando la morte››. E così via, il sangue continua a scorrere. Come scorre il sangue di José Arcadio in Cent’anni di solitudine, o l’olio che sembra piscio del demonio in Mille anni che sto qui di Mariolina Venezia: l’inondazione, il liquido scrosciante, in letteratura è sempre simbolo di una perdita disperata, un’emissione minacciosa che trasforma chi ne segue il flusso. In Turner, in più, ricorda che la ferita inferta ai civili è una ferita inferta al vecchio mondo, evocando, ben lontano dal pensare di Eisenhower, un riscatto morale dell’America militare.

Bellicosa, sì, anzi bellica. L’America di Brian Turner, scagliata contro i mondi da cui si è formata, riflette coscientemente su se stessa e ritrova, se non le cause, quantomeno gli effetti – che, lo sappiamo, sono le cause del futuro. I suoi soldati sono gli uomini che creano il mondo. Che hanno creato il mondo che quest’epoca conosce, l’Europa libera e il Medio Oriente in ginocchio, ergendo, su tutto, il tendone del capitalismo. Sono persone semplici, colme di insicurezze e di incoscienza, ma, all’improvviso, diventano ‹‹giganti che osservano la vita di qualcun altro in scala. Stanno fermi nel grande flusso della Storia – passata, presente e futura – e lo risucchiano tutto››.

Poi, nel caso di Brian Turner, tornano uomini per riempirlo con le giuste parole. Attingendo all’altro flusso, quello del Racconto, che è testimonianza e restituzione.

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