Guido Ceronetti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/guido-ceronetti/ un blog di approfondimento culturale Wed, 27 May 2020 09:56:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Guido Ceronetti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/guido-ceronetti/ 32 32 Uomo, dove sei? https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/uomo-dove-sei/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/uomo-dove-sei/#comments Fri, 29 May 2020 12:00:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43438 di Caterina Orsenigo “Dove sei?”, chiede Dio a Adamo. “Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto»”. (Genesi 3,9-10). Nel piccolo e splendido libro Il cammino dell’uomo, Martin Buber spiega così questo passo della Bibbia: “Ogni volta che Dio pone una domanda di questo genere […]

L'articolo Uomo, dove sei? proviene da Minima et Moralia.

]]>
di Caterina Orsenigo

“Dove sei?”, chiede Dio a Adamo. “Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto»”. (Genesi 3,9-10).

Nel piccolo e splendido libro Il cammino dell’uomo, Martin Buber spiega così questo passo della Bibbia: “Ogni volta che Dio pone una domanda di questo genere non è perché l’uomo gli faccia conoscere qualcosa che lui ancora ignora: vuole invece provocare nell’uomo una reazione suscitabile solo attraverso una simile domanda”. Ciò che gli sta veramente chiedendo – e che chiede a ogni uomo – è infatti: “Dove sei nel tuo mondo? Dei giorni e degli anni a te assegnati ne sono già trascorsi molti: nel frattempo tu fin dove sei arrivato nel tuo mondo?”.

E “Adamo si nasconde per non dover rendere conto, per sfuggire alla responsabilità della propria vita. Così si nasconde ogni uomo, perché ogni uomo è Adamo e nella situazione di Adamo”.

Eccoci nascosti nelle nostre case, mentre fuori insieme al virus infuria questa domanda. Uomo, dove sei?

L’uomo si nasconde perché ha mangiato all’albero dell’arroganza e si vergogna. Sa di aver estratto dalla terra ogni sua risorsa, di aver preso e non dato, di aver preteso sempre più comodità e velocità e beni e quantità, di aver reso l’aria inquinata e deboli i propri polmoni, di aver minato la biodiversità del pianeta e in questo modo lasciato a virus e malattie provenienti dagli animali la strada libera per abbattersi sulla nostra specie, proprio come quando si taglia un bosco e la slavina che sempre era stata trattenuta dagli alberi viene a distruggere un villaggio.

Così, non appena è arrivato il virus a fargli da specchio, l’uomo s’è guardato, s’visto nudo, indifeso, pulite le mani ma sporca la coscienza, e si è barricato in casa, vergognoso come non ricordava di potersi sentire.

E se gli giunge, anche solo dal fondo della propria coscienza o attraverso qualche eco lontana, senza bisogno di scomodare un dio, la domanda: “Dove sei? Che cosa hai fatto?”, non riesce a dire altro che “non è colpa mia”: “Rispose l’uomo: «la donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero»” (Genesi 3,12).

E intanto con le mani dietro la schiena arraffa nelle spazzature del potere qualche mezzo di fortuna per rappezzare lo squarcio enorme che tenta di celare col proprio misero corpo, come un bambino che creda di nascondere il bagno allagato, asciugando con una spugnetta e mettendosi davanti alla porta, e contro ogni evidenza affermando “Non sono stato io”.

Trova a tentoni mascherine usa e getta, meschine criminalizzazioni di condotte perfettamente innocue, e poi guanti monouso, scudi di plexiglass che accrescano le fila della nostra immondizia (e ci consentano di nasconderci anche quando man mano si esce di casa) e applicazioni di tracing che se non inquinano l’aria inquinano l’anima. Elargisce disposizioni che indicano uno per uno i parenti fino al sesto grado che si possono o no incontrare, agisce sull’infimo dettaglio, dettagli che spesso non hanno più nulla a che fare col virus, diversivi infantili, perché, preso dallo spavento di essere stato colto in fallo, non sa come muovere quelle mani tremanti dietro la schiena. E non vuole, soprattutto non vuole, smettere il gioco, cambiare profondamente la produzione, interrogarsi su che cosa, a monte, sia andato storto. Al massimo parlerà più spesso di ecologia, cambierà qualcosa, perché tutto rimanga com’è.

Guido Ceronetti, nella postfazione all’edizione Adelphi del Libro di Giobbe, scriveva: “Se ci sono per la condizione umana prospettive terrificanti, è perché abbiamo progettato e attuato ogni specie di soluzioni finali contro mali, veri o inventati, di qualsiasi natura: mosche, popoli, interdetti sacri, distanze, ec.”. Questo, in senso lato, è l’albero dell’arroganza a cui abbiamo mangiato: soluzioni finali contro le distanze, la fatica, forse addirittura la morte, finora sempre a spese di chi stava fuori dal perimetro del nostro orizzonte, questa volta a spese anche nostre.

Alla domanda, uomo dove sei? che la vita sta ponendo a tutti in questo momento, potremmo rispondere semplicemente “sono qui”, uscendo dal nostro nascondiglio, senza coprire i nostri errori e le nostre nudità, senza cercare pezze meschine per rammendare crepe troppo profonde, reprimendo qualsiasi istintivo “non sono stato io” ma senza affliggersi per le presunte colpe, sarebbe inutile. Uscire, magari in silenzio, rimboccarsi le maniche e, facendosi umili, sporcarsi le mani, nutrire la terra, alleggerire le città sovraccariche, le autostrade zeppe di camion che portano, da un lato all’altro del pianeta, merci (forse macchiate di lavoro sottopagato, fame, malattie, estrattivismo) e magari anche virus. Uscire dal nascondiglio e, come tanti già fanno dal basso, darsi da fare per “riparare il mondo”, con la speranza di liberarsi di questa piaga e soprattutto di scongiurarne di future. Al concetto di riparare il mondo in ebraico corrisponde l’espressione ‘Tiqqun ‘Olam: è la responsabilità sociale, la missione dell’uomo, l’impegno di ciascuno a riparare ogni equilibrio spezzato, ogni torto commesso verso qualcuno o qualcosa.

Solo a settembre Greta Thumberg richiamava a questa responsabilità. Sembrano passati secoli.

Alcuni giorni fa Mariana Mazzucato, economista del University College London e attuale membro della Task Force del Governo, ha detto in un’intervista su Repubblica che “L’Italia deve tornare presto alla normalità per quel che riguarda le scuole, il lavoro, il tempo libero. Ma per l’economia non deve avere come obiettivo la situazione di prima, perché quella situazione è ricca di difetti”.

Sta ai governi, ma sempre anche e soprattutto a ciascuno, rispondere a questi appelli: “sono qui”.

Ora che stiamo uscendo dalle nostre case, che la piaga del virus ci sta lasciando forse un po’ respirare, ora c’è da rispondere. E l’uomo risponde “sono qui” quando si prende le responsabilità di questa crisi, quando sceglie di non tornare al “mondo di prima” e ribalta le priorità, quando riesce a mantenere umanità in mezzo alla paura, quando giudica lucidamente ogni situazione e non si limita a obbedire, e non si limita a essere contro, quando accetta che la vita per sua natura sia intrisa di rischio, quando sa che la libertà comporta il rischio, quando impara che non si può avere tutto, e nulla di quello che abbiamo sempre avuto è scontato, quando porta la spesa a sconosciuti in quarantena invece di starsene al sicuro a casa, quando raccoglie le arance cadute di un’anziana che non si può piegare anche se le regole non lo permettono, quando usa gentilezza, quando fa un’eccezione, quando ricorda che il distanziamento può essere fisico ma non deve mai essere sociale, quando spende soldi e energie non per app invadenti e ritardatarie ma per impegnarsi in coraggiose reinvenzioni ecologiche, quando non schiaccia i diritti civili sotto gli interessi economici, quando invece di varare norme inutili sul numero di metri percorribili e parenti visitabili vara misure intelligenti e ad ampio respiro, quando coi propri mezzi, ognuno facendo al meglio ciò che meglio sa fare, cerca di riparare il mondo, anche se non è stato lui a romperlo.

(Foto)

L'articolo Uomo, dove sei? proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/uomo-dove-sei/feed/ 12
Ceronetti “Fedele d’Amore”. La presenza della Tradizione Occidentale nelle sue opere https://minimaetmoralia.it/ritratti/ceronetti-fedele-damore-la-presenza-della-tradizione-occidentale-nelle-sue-opere/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/ceronetti-fedele-damore-la-presenza-della-tradizione-occidentale-nelle-sue-opere/#comments Fri, 14 Sep 2018 10:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38040 Ricordiamo Guido Ceronetti con un intervento di Daniele Capuano, uno dei più assidui frequentatori dell'opera ceronettiana, tenuto durante una conferenza celebrativa dei 90 anni dell'autore, organizzata dal cenacolo culturale PerìArχôn. L'intervento si sofferma sul suo ruolo di "maestro del '900" e sulla sua profonda connessione con la spiritualità del movimento eretico dei Catari, confermata dalla richiesta dello scrittore di ricevere in punto di morte il loro sacramento.

di Daniele Capuano

È fin troppo facile dire che Ceronetti è l’unico vero cataro della letteratura italiana contemporanea. Ma è bene intenderlo come una affiliazione religiosa in senso proprio, non come una timida e insostanziale simpatia o una generica congenialità.

L'articolo Ceronetti “Fedele d’Amore”. La presenza della Tradizione Occidentale nelle sue opere proviene da Minima et Moralia.

]]>
IMG_20180914_112139

Ricordiamo Guido Ceronetti con un intervento di Daniele Capuano, uno dei più assidui frequentatori dell’opera ceronettiana, tenuto durante una conferenza celebrativa dei 90 anni dell’autore, organizzata dal cenacolo culturale PerìArχôn. L’intervento si sofferma sul suo ruolo di “maestro del ‘900” e sulla sua profonda connessione con la spiritualità del movimento eretico dei Catari, confermata dalla richiesta dello scrittore di ricevere in punto di morte il loro sacramento.

di Daniele Capuano

È fin troppo facile dire che Ceronetti è l’unico vero cataro della letteratura italiana contemporanea. Ma è bene intenderlo come una affiliazione religiosa in senso proprio, non come una timida e insostanziale simpatia o una generica congenialità.

Tutti i temi della gnosi dualistica sono presenti nella sua opera, con la necessaria torsione imposta da un apprendistato umano e artistico inimitabile. Vi è l’idea della sostanza luminosa catturata dalla fame impura della tenebra, che appare da quasi ogni punto di vista più potente della luce, del Pneuma, sebbene la gloria dello Spirito lavori al suo segreto trionfo con sinuosa sottigliezza, con sacrificale magnificenza ed ermetica elusività.

Vi è il Patibilis Jesus omni suspensus e ligno del manicheo Fausto di Milevo, maestro di Agostino, ovvero il gran mito della sostanza cristica crocifissa (anzi tarologicamente appesa) in ogni frammento di materia: è la chiave per accedere a uno dei suoi capolavori, Il silenzio del corpo, e per comprendere il suo vegetarianismo non sentimentale, la sua esibita kasherut pitagorica.

Vi è l’idea del gemello celeste come compagno erotico, che ci inizia alla sua pienezza portando all’atto la nostra molle e cedevole potenzialità: qui si radica la visione dell’eros squadernata in tutte le sue opere. Un eros che è visione e aborre dalla generazione carnale, perché, come insegna Merežkovskij, “il fine dell’amore sessuale non è la propagazione della vita, ma la resurrezione dei morti”.

Vi è il dramma di Sophia, l’ultimo eone o ente spirituale del Pleroma divino, che si smarrisce nell’abisso esterno della physis e misura l’incubo del tempo sul passo del suo pellegrinaggio di espiazione e conoscenza:  questo è il bordone ronzante e roccioso di tutti i suoi libri di viaggio.

Vi è infine, come tensione antinomica costitutiva, la vivace contraddizione tra un nichilismo di specie mistica e un senso contemplativo ed epicureo del particolare, una mesotes insieme virginiana e post-socratica; tra una sensibilità quasi marcionita che oppone radicitus l’illuminazione silenziosa del Dio spirituale alla rivelazione tumultuosa, imperfetta e maligna del Demiurgo veterotestamentario, e un amore uterino, prelogico, per la carnalità del popolo di Israele e per la carne della Scrittura ebraica; tra una rivendicazione tutta occidentale, eretica e moderna, delle libertà individuali, e un nativo orrore per tutto ciò che è estremistico e radicale nell’azione umana (ad equilibrare un altrettanto nativo estremismo speculativo) – come ben mostra la sua silloge “turca”, Il gineceo, di cui diremo più avanti.

I semi e le barbe del pessimismo di Ceronetti sono nella “tristezza di fine decimonono”, come la chiama in un suo saggio memorabile: nel positivismo tragico, transito possente e umbratile insieme del trionfale scientismo ottocentesco verso la sua nemesi karmica nelle più intricate selve della medianità e della visione. Forte e continuo il suo legame spirituale, esistenziale, con il Quindici-Diciotto come evento che fu Innere Erlebnis, apocalisse del disperato ottimismo tecnologico-materialistico e suo potlatch sacrificale, magico-teurgico.

Da questa zolla morbida e ricca fiorisce l’eros gnostico di Ceronetti, “fedele d’Amore” non per scolorito accostamento ma per accurata pesatura dell’archetipo e affinità essenziale: tanto che il suo Dante, citato con discrezione e intensità, è ovviamente quello cataro-templare, eretico e clandestino, di Margarete Lochbrunner.

Lo gnostico è anche e soprattutto un viandante ermetico, all’incrocio, anche qui, tra la flânerie della città tardo-ottocentesca e il pellegrinaggio tardo-medievale del Fool dei Tarocchi, con i suoi stracci e il suo cane petulante, e anche dell’Eremita con il suo lume severo. Sulle vie della Vergine è il suo ultimo titolo e la sua prima chiamata, la vocatio mai tradita di un ricercatore nato nel primo decano della Vergine zodiacale, che Ibn Ezra dipinge così: fanciulla avvolta in un mantello, con vesti lise, che regge una brocca e vuole tornare alla casa del Padre – perfetta immagine di Sophia espulsa dal Pleroma divino, intenta alla sua silenziosa ed enigmatica epistrofè. Il Mercurio virginiano è nel suo domicilio notturno, è terrestre, “meticoloso” (aggettivo che Ceronetti applica a Cristina Campo, traendolo da una sua prosa su Marianne Moore, il cui apprendistato è definito meticoloso, specioso e inflessibile, tutte qualità trasferibili al blasone ceronettiano): con questa signatura zodiacale stampata su un transito storico determinato e determinante, la sostanza nervosa si protende verso la scintilla mercuriale nel folto dello scavo ossessivo, nella misura asciutta e assoluta, totalitaria, del frammento-aforisma, della glossa, dell’amplificazione-epifania, del midrash.

Così alla gnosi dualistica attribuiamo la connivenza di uno scetticismo-nichilismo simile a quello di un Giuseppe Rensi, spinozista perplesso, e di una gnosi frammentaria: connivenza che è di per sé una chiave per accedere alla sostanza spirituale del “secolo lungo” avviato dalla fiammata del 1848 e concluso dall’angoscia del 1945. Ceronetti è maestro non solo nell’educarci all’aisthesis in generale, alla percezione instancabile dei nessi sottili, delle germinazioni occulte, ma anche, in particolare, alla sensibilità per quel tipo spirituale, per l’uomo europeo del Secolo Lungo, il secolo dei nostri prossimi maiores.

Darwin e Haeckel, Hugo e Baudelaire continuavano a dialogare fittamente nelle e con le anime di un surrealista belga, di un personaggio bicromo di Carné o di Murnau, di un critico della società nell’entre-deux-guerres, mentre gli uomini della generazione di mio padre o della mia (nonostante le illusioni del cuore proprie dell’adolescenza, in cui ci sentiamo, come orfani, contemporanei di tutto il passato), per accostarsi al temperamento e alla temperatura interiore di un Rimbaud e di uno Zola, o anche di un Weininger, devono farli emergere dalla terra dei morti con la bacchetta di un rabdomante o il baquet di un mesmerizzatore.

Anche lo stile di Ceronetti è illuminato dal faro occulto della gnosi dualistica occidentale, fermento di tutte le nostre eresie feconde: una peculiarissima proporzione di visceralità e intellettualità, di piagata ostensione rituale del lamento e del grido e paziente politura della pietra dell’illuminazione, della condensazione speculativa; di trepida fragilità sentimentale e sicura robustezza conoscitiva, anche. All’artigianato dello stile letterario, come pure dello stile interiore, del carattere, giovano non poco le fisime e le ossessioni, i lineamenti bizzarri e contorti dell’individualità, quando da deformazione dei tratti si fanno rughe di meditazione, incisione (charaktèr, appunto) del mondo sulla cera di un volto e di una tavoletta da scrittura.

Pur leggendo con devozione filiale i libri e gli articoli di Ceronetti sin dagli anni del liceo, mi è capitato di chiosare con meticolosità (anche se non, purtroppo, con speciosità e inflessibilità) solo due dei suoi testi, che le antologie future chiameranno minori e che pure mi sembrano dei varchi tremuli e gentili sulla cella interna della sua visione: il commento alla traduzione del Cantico dei Cantici e la raccolta di liriche Il gineceo, attribuita a un singolare eteronimo turco, Mehmet Gayuk.

La preparazione alla gnosi erotica del Cantico è la lunga meditazione sul “silenzio del corpo”, titolo di una delle sue più ammalianti rapsodie di aforismi e note al margine. Emil Cioran, amico e sodale arietinamente irruente, definisce questo Ceronetti un “eremita sedotto dall’inferno del corpo”. Certo, allo sguardo manicheo, il labirinto di hyle appare l’impronta capovolta (Quod est inferius est sicut quod est superius) delle gerarchie pneumatiche e celesti: la scintilla di Sophia, della Vergine errante, attraversa la valle e la foresta della carne tenendo ben salda nella bianca mano una lampada, la cui luce è un’attenzione irremissibile e la cui fiamma è un eros bhaktico e compassionevole. Nel commento al Cantico biblico, che la tradizione attribuisce alla sapienza di Salomone, Ceronetti schiarisce un mistero biblico con un verso osceno di Verlaine, accosta una nota di fisiologia settecentesca a un sogno mistico e qabbalistico. Flâneur dell’esegesi, il Fool della Vergine raccoglie il suo bizzarro e ricchissimo bric-à-brac dalla rigatteria del tempo umano, e compone collages e découpages che non nascondono la violenza del ritaglio, della dissezione, dell’anatomia satirica e surreale, ma fanno emergere dalla scena del massacro e della corruzione un lucore lunare di ironia contemplativa, di consapevolezza timorosa e dolorante. Così la cankered Muse, la “musa cancerosa” della satira secondo Pope, lascia intravedere, fra gli interstizi delle sue piaghe profetiche e oscene, il sorriso esperto (nel senso dell’experience di Blake) di una rivelazione d’amore più segreta e più alta.

Dalla inesauribile raccolta Il silenzio del corpo vorrei estrarre una pietruzza dal passo sul cunnilinctus, unica squisita meditazione della letteratura italiana e forse occidentale su una pratica erotica che per l’uomo è descensus ad inferos, catabasi nel puro yin, tributo di devozione. Un testo di erotologia che nella sua delicata e idiosincratica compattezza e originalità sembra accogliere in sé la vibratile flessuosità delle lettere profane e mistiche di Persia, la secca attitudine classificatoria dell’India, la pennellata umida della prosa di un journal francese, il labor limae estenuante e succoso degli zibaldoni medici ed ermetici di Thomas Browne, e ovviamente il mito gnostico con il suo correlativo opus erotico “a due vasi”. Sentiamo: “A tutti sarà accaduto di sentirsi, in un cunnilinctus prolungato, altrove (come Narada quando va a prendere l’acqua per Vishnu), in un paesaggio ignoto, e di domandarsi: ‘Dove sono? Perché mi trovo qui? Quanto tempo è passato?’. Si perde, col volto e il nome, anche il luogo e il tempo. Questo non succede nella fellatio: la fellatrix non viaggia nell’indeterminato e nel passivo, è legata a un palo attivo, l’atto è regolato da un tempo brevissimo, il pene gli fa da bussola, Nord fisso dell’Io (simbolo, ma anche troppo ruota del carro individuale perché ci sia tuffo nella Maya); il volto è più vicino e pende amorosamente sulla bocca che succhia. Chi pratica il cunnilinctus deve cercare di non perdere mai il contatto con l’umano e l’individuale, perché il divino, in qualunque modo lo s’incontri, stravolge e oscura”. In queste righe di tantra vespertino, occidentale, l’uomo di luce lotta per non dissolversi nelle tenebre esteriori, pur assorbendone la forza creatrice, la magia liminare, con più generosità di Ulisse che si tura le orecchie e si attacca all’albero della nave degli eroi.

Nella sua traduzione del Cantico, Ceronetti fa emergere con apparente crudezza la sostanza erotica che le poche parole ebraiche del testo sacro porgono appena velata, ma al contempo tesse un altro velo, una pelle psichica di amplificazioni gnostiche, di risonanze esoteriche che esaltano il carattere di sogno lucido dell’operetta. Offro un esempio, il versetto quarto del secondo capitolo: è la Sposa che parla. La Vulgata latina lo rende così: Introduxit me in cellam vinariam, ordinavit in me caritatem. Il testo masoretico ebraico, tradotto alla buona, dice più o meno: “Mi ha fatto entrare nella casa del vino, e la sua bandiera su di me è amore”.* Ceronetti fa esplodere un grido di viscere femminili assetate: “Portami nella cantina – piantami il tuo stendardo amore”. La bandiera che i Fedeli d’Amore isseranno sulle loro confraternite cavalleresche e templari si svela qui come l’asta virile denudata in un incontro clandestino, nella “casa del vino”: e Amore che fa inorridire il giovane Dante nella prima delle sue visioni rituali, quando gli annuncia che sarà d’ora in poi e per sempre il suo Dominus, è qui un vocativo lasciato cadere in un gemito di abbandono, eterno magnetismo della recitata passività femminile.

Trovo assai significativo che Ceronetti abbia volto in versi italiani eccellenti i due ketuvim o scritti sapienziali, l’Ecclesiaste e il Cantico dei cantici, che i vecchi monaci della Tebaide e del deserto di Nitria ruminavano per addestrarsi ai due gradini successivi dell’iniziazione spirituale, rispettivamente la conoscenza della natura o physiologhia e la conoscenza di Dio o theologhia. Tra il vortice nero del Qohelet-Ecclesiaste e il “laghetto oscuro” del Cantico, “punto di acqua notturna”, “luogo di transito di figure, nomi, culti femminili, una vendetta di Astarte contro la virilità esclusiva di Iah Qannà, il Signore della Scrittura”, si plasma il destino del Fedele d’Amore, che come il Giordano Bruno degli Eroici Furori nella prefazione a sir Philip Sidney si raggela e accende con la satira inorridita del corpo fisico, oggetto della concupiscenza dei volgari, per preparare l’anima alle fiamme degli amori disincarnati ma non estranei al corpo, perché al corpo che è celiniana “putredine in sospeso” sostituiscono un corpo veggente e ancor più poroso ai terrori e alle glorificazioni. Qohelet-Ecclesiaste dice, e sembra guidare il coro degli Schopenhauer e dei Weininger di ogni tempo: “Un uomo tra mille lo trovo – una donna fra tutte non la trovo”. Ceronetti commentando il Cantico glossa: “Una donna su mille si trova, nonostante Qohelet rabbioso neghi, una mystica margarita su diecimila no. Nel Cantico la polvere di un sogno femminile sta al posto di Dio. È questo che attira”.

Quando Calasso pubblicò Il gineceo, di ignotissimo autore turco, quasi tutti i lettori colti mangiarono la foglia, anche se pochi ricordavano, per dire, l’anteprima sulla rivista Poesia, di Crocetti, con il nome del Nostro ben in chiaro. L’eteronimo Mehmet Gayuk è un funzionario del crepuscolo ottomano, kemalista pensoso: un po’ alter ego, un po’ yeatsiano anti-self. Ceronetti-Gayuk, fedele al Cristo gnostico e al sufi cristico al-Hallaj (il cui motto, “Distruggi la Ka‘ba e ricostruiscila vivente tra gli angeli”, lo condurrà al martirio), demolisce con trasporto redentivo giacobino l’harem visibile per ritrovarne l’essenza eternamente custodita nel cuore. Il muro altissimo che separa uomini e donne, rendendole ḥarām, sacrae (proibite e inviolabili), è la barriera carnale, storica e scritturale su cui premono mani e sensi veggenti, desolati, per conoscere la luminosa tristezza dell’eros (e qui dialogano huzn levantino e tristezza “di fine decimonono”), fatta di congedi che sono amplessi sottili e incontri furtivi che sono compenetrati di lonantanza, di lucreziana amechania, ironica mimesi simbolica di un coito divino per sempre inattingibile. Vi è qui una confessione, ovviamente indiretta e tortuosa, ma specialmente preziosa, del dualismo ceronettiano, un socchiudersi di porte sulla sua officina spirituale. Leggiamone qualche verso:

“Per scale e scale di pena indicibile
Al Gineceo si accede supplichevoli

Guasti e abbandono, corridoi di polvere,
La via è d’incroci di selvoso sudore

Eccoci soli e scalzi e nessuna voce ci guida!
Celati restano per astuzia i guardiani

Le traghettanti allo scoglio acustico dei morti [riferimento all’Isola dei Morti del quadro di Arnold Böcklin]
Sono queste le donne?

Le sommesse del canto in fondo ai pozzi
Sono queste le donne?

Le donne sono le tacite dietro le porte
Figlie coi seni in bocca a un padre cieco [riferimento al tema ermetico della “carità romana”]

Il più guardato arcano del Gineceo
È un miele che arde in gola ai ragionanti

Abbacinati da luci di felicità inesprimibili
In celle di condannati passiamo la notte gemendo

La bramosia si attenua quando si sveglia il gallo
Per cantare il tasbīḥ” [riferimento alla leggenda islamica del gallo cosmico, angelo di Dio, che al mattino canta le lodi del Creatore]

Ceronetti parte da un grande hadith del Profeta dell’islam (“Nel rapporto sessuale di ognuno di voi c’è una ṣadaqa”,** un atto di carità), per ritornare al suo Ecclesiaste e alla sua gnosi d’amore: “Finirò mai di commentare Qohelet? Se mar mi-m-mawet et-ha-isshah (‘la donna è più amara della morte’), l’opera carnale la disamareggia, dice il hadith. Il non trovare di Qohelet solo per i superficiali e i claustrofili è misogino: in realtà è il Gineceo di Gayuk, non meno introvabile, a scioglierne, avanzando il proprio, l’enigma: introvabile è la donna perché il suo luogo è nel sogno insondabile dell’uomo, e nella misura in cui l’uomo è capace di sognare ha esistenza, durata, immortalità. (Non è oscuro il mio aforisma in Pensieri del Tè: la donna è immortale, l’uomo muore, perché il portatore di sogno… è mortale, muore: il sogno no, è immortale)”. Pare una chiosa ironicamente moderna alla Vita nuova di Dante: la donna-angelo sembra morire, ma non muore, perché è l’atto, la pienezza dell’uomo; l’uomo sembra vivere in lei, in realtà muore in lei, perché solo in lei sussiste: e tuttavia Dante, incoronato e mitriato sopra se stesso, resta uomo proprio nel suo trasumanare celeste; mentre Gayuk-Ceronetti permane solo al margine del testo erotico, che la donna è, e di cui è anche il vivente commento.

Le mura del gineceo sono cadute, siano benedetti i Voltaire, i Robespierre, gli Atatürk: ma la cortina d’acqua dell’apartheid erotica, tristezza e preservazione delle essenze, andrà continuamente fatta rizampillare nell’immaginazione, affinché non manchino il lamento di Sophia e la sequela del Viandante, la certezza contemplativa dell’antico e la perplessità lunare e stralunata del moderno, la sollecitudine fraterna per la carne flagellata e l’altissimo sguardo angelico aruspice delle sue convulsioni.

______

* Hevianì el bet-ha-yyàin/ we-diglò ‘alay ahavàh.
** Fi buḍ‘i aḥadi-kum ṣadaqa.

L'articolo Ceronetti “Fedele d’Amore”. La presenza della Tradizione Occidentale nelle sue opere proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/ritratti/ceronetti-fedele-damore-la-presenza-della-tradizione-occidentale-nelle-sue-opere/feed/ 1
L’incomprensibilità del mondo: la poesia di William Blake https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/mondo-la-poesia-di-william-blake/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/mondo-la-poesia-di-william-blake/#comments Fri, 26 Aug 2016 06:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31812 Il 12 Agosto è ricorso l'anniversario della scomparsa, nel 1827, di William Blake. Ricordiamo il poeta inglese con un pezzo di Adriano Ercolani e due illustrazioni inedite di Tuono Pettinato e Manuelle Mureddu. Tuono Pettinato ha rappresentato il poeta sconvolto dalle sue proverbiali visioni, ironizzando sul luogo comune del poeta "pazzo". Manuelle Mureddu mostra invece l'altro aspetto interiore del poeta, l'estasi innocente del mistico, rifacendosi ai versi de Il Pifferaio.

Poeta, pittore e incisore, Blake è stato uno dei più illuminanti filosofi dell’era moderna, se conferiamo al termine il valore etimologico di “amico/amante della Sapienza”, e non quello post-illuminista di philosophe (indagatore scientifico-razionale del reale).

L'articolo L’incomprensibilità del mondo: la poesia di William Blake proviene da Minima et Moralia.

]]>
blake_manuelle

Il 12 Agosto è ricorso l’anniversario della scomparsa, nel 1827, di William Blake. Ricordiamo il poeta inglese con un pezzo di Adriano Ercolani e due illustrazioni inedite di Tuono Pettinato e Manuelle Mureddu. Tuono Pettinato ha rappresentato il poeta sconvolto dalle sue proverbiali visioni, ironizzando sul luogo comune del poeta “pazzo”. Manuelle Mureddu mostra invece l’altro aspetto interiore del poeta, l’estasi innocente del mistico, rifacendosi ai versi de Il Pifferaio.

Poeta, pittore e incisore, Blake è stato uno dei più illuminanti filosofi dell’era moderna, se conferiamo al termine il valore etimologico di “amico/amante della Sapienza”, e non quello post-illuminista di philosophe (indagatore scientifico-razionale del reale).

Un poeta spesso accusato di essere ostico e oscuro, in realtà autore di versi così semplici e potenti da divenire canti popolari: la sua poesia Jerusalem, musicata da Hubert Parry, è cantata in Inghilterra prima di ogni evento sportivo e da anni è considerata una sorta di inno nazionale ufficioso.

La figura di Blake è stata, spesso, vittima di triti luoghi comuni scolastici (il poeta “folle”,“romantico”, anticipatore dei maudits francesi) o, peggio, di sensazionalistiche etichette deformanti (pensiamo soprattutto alle cialtronate sataniste di Crowley e dei suoi goffi epigoni).

In prossimità della ricorrenza, Roma ha tributato un omaggio forse senza precedenti al poeta inglese, almeno in Italia.

L’evento Blake in Rome, infatti, organizzato dall’associazione Inner Peace presso la Tenuta degli Alfei, non ha soltanto offerto uno sguardo critico sull’opera del poeta, ma ha celebrato i suoi versi con un concerto in suo onore.

Protagonista il cantautore inglese Victor Vertunni, accompagnato dal gruppo Voice of the Deep, che da oltre vent’anni si è dedicato a un intenso e rispettoso corpo a corpo con l’opera di Blake, nel tentativo arduo e nobile di tradurre in musica i versi del poeta.

Del resto, fu il poeta stesso a battezzare le sue poesie Songs, ovvero canzoni.

Uno dei leitmotiv della serata è stato, appunto, il desiderio di sgombrare il campo dagli stereotipi “maledetti” che hanno infestato la conoscenza dell’opera blakeana, per far emergere uno sguardo filologicamente più profondo.

Durante il confuso fermento culturale degli anni ’60 si è assistito ad una imponente rinascita dell’interesse nei confronti di Blake, figlia però di un equivoco di comodo.

Blake è divenuto, in breve, il Bardo a posteriori degli esperimenti psichedelici, della condotta di vita sex, drugs & rock ‘n’roll, mentre il percorso spirituale delineato dalle sue visioni è molto più consapevole e ispirato.

Come molti sanno, Jim Morrison fu ispirato per il nome del suo gruppo da The Doors of Perception (Le porte della Percezione) di Aldous Huxley, coraggioso testo in cui il geniale scrittore testimoniò la sua ricerca nell’ambito delle droghe psichedeliche (inventando ad hoc questa definizione poi destinata ad una grande diffusione).

Huxley si era a sua volta ispirato ad un verso di Blake, pregno di sapienza gnostica, tratto da Il Matrimonio del Cielo e dell’Inferno: “Se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinito”.

Nella stessa sezione (i Proverbi Infernali) dell’opera appariva un’altra celebre sentenza, destinata, per la sua suprema ambiguità, a divenire erroneamente un mantra distorto per la vita dissoluta di Morrison: “La via degli eccessi conduce al Palazzo della Saggezza”.

Versi dalla fiammeggiante potenza profetica, che nel calderone sincretico di fine anni’60 hanno smarrito il loro significato iniziatico per divenire superficiali slogan di autodistruzione.

Tuono Blake

Se si leggono con profondità le opere di Blake, apparirà evidente come egli fosse consapevole erede, e fiero prosecutore, di una sotterranea tradizione sapienziale che ha attraversato l’Occidente, relegata nel recinto dell’eresia all’ombra dei dogmi teologici, come un fiume segreto a cui hanno attinto i grandi ispiratori del poeta: Dante, Michelangelo, Milton.

Il grande lavoro filologico e musicale di Victor Vertunni è volto proprio a sgombrare il campo da questi equivoci, restituendo alla luminosa figura di Blake il suo profondo valore filosofico.

In particolare, nella serata romana sono stati riproposti in chiave musicale i Canti dell’Innocenza.

Come scrive, con chirurgica precisione, Guido Ceronetti in Blake e la Tigre, stentoreo capitoletto del suo catalogo di malinconie gnostiche Cara Incertezza (Adelphi): “Quel che Blake sonda, sperimenta, verifica, intorno a sé e in se stesso, è la doppia faccia di tutto, centro dell’incomprensibilità, dell’inaccettabilità del mondo: bene-male, luce-tenebra, gioia-dolore, cielo-inferno, acqua-fuoco”. Non è un caso che uno studioso come Daniele Capuano abbia definito Blake “il più grande poeta gnostico occidentale”.

Parole che fanno eco a quelle di Elémire Zolla, nel suo saggio su L’Androgino Alchemico: “William Blake diede voce a una tradizione diffusa e particolarmente viva presso gli alchimisti, immaginando che la materia visibile sia preceduta da una fermentazione invisibile, nel corso della quale il principio maschile della luce e del tempo ruota come una “spada fiammeggiante” entro il velo di neve e ghiaccio del principio femminile, che rappresenta l’essenza dello spazio. Il gelido velo o la solida crosta dell’aspetto femminile della materia primordiale costituisce l’aspetto visibile del reale, l’illusione cosmica o maya”.

Sorprenderà molti pensare come un maestro spirituale indiano quale Shri Mataji Nirmala Devi sia arrivata a definire William Blake, addirittura una figura “angelica”, nel senso etimologico di “messaggero”, avendo schiuso nella poesia e nell’arte occidentale le porte di una conoscenza iniziatica.

Credo sia interessante riportare anche il parere di un grande poeta, e critico, come T.S.Eliot, per alcuni versi distante, ma per altri grande erede del profeta di Lambeth.

Specificamente sulla raccolta dei Canti d’Innocenza, l’autore di The Waste Land chiosa: “Blake sapeva che cosa lo interessava, e perciò presenta solo l’essenziale, o meglio, presenta soltanto ciò che si può presentare e che non ha bisogno di essere spiegato. E poiché non si lasciava distrarre, o turbare, o assorbire da nessun altro interesse, oltre a quello della precisa definizione delle cose, egli capiva. Era nudo, e vedeva l’uomo nudo, e dal centro del cristallo suo proprio.”

L'articolo L’incomprensibilità del mondo: la poesia di William Blake proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/mondo-la-poesia-di-william-blake/feed/ 9
Ceronetti in fuga https://minimaetmoralia.it/letteratura/ceronetti-in-fuga/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ceronetti-in-fuga/#respond Tue, 26 Jul 2016 06:00:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31651 Pubblichiamo la versione estesa di un articolo uscito su Succede Oggi (fonte immagine).

di Paolo Bonari

Intanto, sembra difficile che Guido Ceronetti abbia dedicato “trenta e più anni di saltuaria stesura” a Per le strade della Vergine, perché questo diario comincia nel gennaio del 1988 e siamo al 2016, no? Poi, da Ceronetti ci si può aspettare di tutto, anche che lui, le sue giornate, sappia descriverle in anticipo, che il suo passaggio terrestre sia una profezia che non può che auto-avverarsi, eh.

È anche vero, però, che ciò che possiamo aspettarci non è altro che l’usuale e minuzioso ricamo a filo nero che, da decenni, egli va depositando attorno a noi – mai creduto che la variabilità sia indice di chissà che, se non della noia di sé dell’autore, a volte. Perciò, ben venga il solito Ceronetti, che affida alla carta una decina d’anni della propria vita, fino all’aprile del 1998.

L'articolo Ceronetti in fuga proviene da Minima et Moralia.

]]>
ceron

Pubblichiamo la versione estesa di un articolo uscito su Succede Oggi (fonte immagine).

di Paolo Bonari

Intanto, sembra difficile che Guido Ceronetti abbia dedicato “trenta e più anni di saltuaria stesura” a Per le strade della Vergine, perché questo diario comincia nel gennaio del 1988 e siamo al 2016, no? Poi, da Ceronetti ci si può aspettare di tutto, anche che lui, le sue giornate, sappia descriverle in anticipo, che il suo passaggio terrestre sia una profezia che non può che auto-avverarsi, eh.

È anche vero, però, che ciò che possiamo aspettarci non è altro che l’usuale e minuzioso ricamo a filo nero che, da decenni, egli va depositando attorno a noi – mai creduto che la variabilità sia indice di chissà che, se non della noia di sé dell’autore, a volte. Perciò, ben venga il solito Ceronetti, che affida alla carta una decina d’anni della propria vita, fino all’aprile del 1998.

Pagine un po’ faticose, queste, di carattere paratattico e nominale, nelle quali si avverte, più che nelle altre, numerose opere dell’autore, qualche rischio di maniera: i tempi di Albergo Italia sono lontani (anche se non così tanto, se si pensa al contenuto del diario e non alla presente pubblicazione), e non è nemmeno un viaggio, questo, quanto una fuga. Chi non viene voglia di continuare a incontrare, però,lungo tutti questi pellegrinaggi, finisce per esserelo stesso Ceronetti, al quale, spesso, basta nominare, affinché sul creato visibile si estenda lo schifo, quel sentimento salvifico che differenzierebbe l’autore dalla legione degli insensibili: “L’unico segreto che degli altri arriviamo a penetrare un poco è il vuoto che hanno in testa, la loro assenza dal pensiero, la loro orfanezza di consistenza mentale”.

Una fuga in Italia, dall’Italia: “Roma, dirne tutto il peggio che si può è ancora poco. Ormai tutti sentono il peso del mostro sul respiro. Appena messo piede, voglia di fuggirne e di non tornarci più”. Altro giro, altra città: “Una vera orripilazione, non goyesca, di merda, è Firenze, sudicia oltre ogni limite, di turismo, di droga, di piombo, di rumore, una brutta bestia chimerica urbana di fango putrido da cui emergono incongrue cupole”.

Quello di Ceronetti è un Paese dal quale si vuole e non si può scappare, e scendere al Sud non fa da tregua, anzi: “Uscire da Firenze come da una galera. (Viaggio orrendo, tutto occupato da barbari meridionali, nessuno che mi ceda il posto neppure per qualche minuto, popoli senza civiltà, egoisti lerci). Il Sud: la massima riserva nazionale di disumanizzazione giovanile, la maggiore industria nazionale della Vittima”.

Il fatto è che questo schifo è piuttosto facile, o lo è diventato, si è facilitato, nel corso dei decenni, e scatta così, senza tentennamenti, in automatico: “Liceo M. di Roma. Ora di uscita. Umanità già segnata dal nulla…”. A quanti è capitato di pensarlo, osservando le generazioni successive alla propria…“Ragazzi dei due sessi con le teste rase, o semirase, scatole vuote in movimento. Con quel che li aspetta, il nulla endocranico è la migliore difesa. Chi dentro ha qualcosa si spezzerà prima. Un generico barlume è già vulnerabilità, debolezza, via d’entrata del morso della tenebra”. Tutto molto vero, o molto falso – la variazione dovrebbe dipendere da chi la sorte ci mette davanti –, tutto molto facile, addirittura gratuito. “Da loro usciva una specie di urlìo fetido, bocche come fenditure di un suolo marcio”: viene quasi la curiosità di andare a interrogare i ragazzi, per ribaltare l’accusa e permettere anche a loro di esprimere, con pari creatività d’immagini, la loro opinione su Ceronetti, quei ragazzi che “ridono senza ragione, freneticamente, hanno sguardi di ubriachi. È come passeggiare nel cortile di un istituto per deficienti”.

Di nuovo, innumerevoli saranno state le volte in cui ci siamo trovati a condividere osservazioni del genere: “È sera di sabato, tutto fermenta orribilmente, bande di giovani senza volto né gangheri, le loro voci sono peggio dei motori e dei clacson, incessantemente il buio vomita facce su facce senza realtà umana… lemuri…”. Poi, però, abbiamo resistito e non abbiamo scritto un rigo.

Forse, una forma più severa aiuterebbe, perché il salto ininterrotto dall’appunto quotidiano all’aforisma definitivo rende la lettura un tour de force estenuante e poco remunerativo, e permetterebbe anche di superare la sensazione della sopravvenuta indistinguibilità dei libri di Ceronetti, il cui protagonista è così di successo che non può che funzionare, sempre, di fronte a qualsiasi epifenomeno della Caduta. Optare per la forma dell’aforisma e lasciar perdere il diario?

In tal caso, bisognerà produrre sentenze un po’ più appuntite di questa, però: “Quel che c’è di più prospero, nella società del benessere, è il malessere”. Diversamente, si viene a perdere ogni pretesa conoscitiva, tanto che tutto sembra lo stesso, ogni volto un muso, la corsa di un bambino il trascinarsi di un malato.

“Mi vedo riflesso nella vita idiota degli altri e mi vergogno da non poterne più. È vergogna vivere in questo modo, mangiare e crepare, guadagnare denaro e spenderlo, e peggio di tutto procreare. Sono felice di non aver avuto figli, li avrei visti sguazzare in una simile miseria di vita”: Ceronetti dovrebbe rendersi conto che, così, è esposto alla possibilità di essere imitato, quando non sbeffeggiato, perché quello che apparecchia è un meccanismo a vincere del quale l’unico padrone è lui, che ha inevitabilmente ragione, che tiene il banco delle scommesse sul peggio, requisendo tutta la posta in gioco, ogni volta.

Il mondo non può che rispondere al nostro schifo con il proprio, come a comando, di fronte a uno sguardo tanto impietoso. Peccato che il giudizio personale non sia quello universale e che càpiti di notare che certe clemenze nei confronti di sé stessi non vengano, poi, elargite ed estese. Il giudice implacabile sembra, alla fine, uno che non perdona agli altri quelle colpe che, con minor scrupolo, non nota nei propri comportamenti: prima, nella passeggiata, avverte “odori di urina fortissimi”, cioè il prodotto dell’aggirarsi di quegli umani nauseabondi, ma bastano ventotto pagine e piscia, proprio lui, “contro un uscio, amichevolmente”, e non sarà l’unica volta – ecco, la nostra voglia di fare conoscenza con il proprietario di quell’uscio e di verificare la reciproca amicizia. Che succederebbe a Ceronetti, se incontrasse un altro Ceronetti? Come farebbero a riconoscersi, nel caso e nel caos umano?

Un certo tono canagliesco sarebbe anche simpatico, se non andasse a darsi sfogo con chi il tempo presente si è già premurato di rimuovere dal proprio orizzonte culturale, perché inservibile e non riducibile al medio canone e che così viene salutato: “Moravia nei necrologi: giudicato maestro, educatore incomparabile, sommo artista, sommità in tutto. Mancava di genio, di stile, di pensiero, di pudore, di simpatia umana, era anche brutto”.

Sorprenderà colui che si fermi di fronte al motteggiare ceronettiano il suo antileopardismo: “pesante armatura medioevale, lingua con polvere di secoli…”, quella del recanatese, il quale “ha cessato di fare luce. Ci sono poeti che si esauriscono come pile elettriche. È una poesia che non possiamo più utilizzare perché troppa povera di mistero, di energia magica. È un illuminista, dunque non illuminato”. (Quanti dubbi restano sull’illuminismo di Leopardi, nonostante una tale assertività? Tanti). Io vedo il rispetto del copione, invece: (uno come) Cioran è funzionale al disegno ceronettiano, ma Leopardi è renitente a qualsiasi stilizzazione e non va bene, di lui non fa che restare “fuori” qualcosa, qualcosa che non si presta e non si piega alla riduzione. Se uno volesse “ceronettizzare” le Operette morali, resterebbe fuori l’Elogio degli uccelli, per esempio, che non permette la creazione di un personaggio a tutto tondo, una commercializzazione letteraria priva di spigoli.

“La fondamentale spietatezza e ottusità delle donne si rivela nella mancanza di rimorsi per aver partorito esseri umani. Di tutto arrivano a pentirsi, di questo mai”: ma sarà il caso di prendere sul serio Ceronetti, di farlo sempre? I frequentissimi incontri e appuntamenti femminili di questi dieci anni, e l’intenerimento conseguente, in che rapporto stanno con aforismi del genere? Le donne che curano Ceronetti di dove hanno tratto la propria eccezionalità? Le vezzeggiate Laurina, Chiarina… Chi sono e chi è che muove queste angeliche guaritrici? Che cosa, insomma, se non la ricerca del tonfo, dello scoppio, regola il ritmo invincibile del calamaio dell’autore? E non è questa una logica mediatica altrettanto deprecabile di quella televisiva, se dà luogo a un’umanità amputata delle proprie (vane)speranze, perché il personaggio che si è voluto stilizzare non è in grado di riceverle e mostrarle?

Ah: il libro è quasi un capolavoro, certo, se ci si mette a raschiare e si lasciano in campo le sole forze che hanno la meglio e la peggio, il cancro e la vita futura, se si rintraccia la storia di Guido e di Michèle e si bada a loro due, ai segni evidenti della vittoria del tumore, a quelli più timidi della resistenza dell’amore e del dolore, quando Ceronetti lascia perdere sé stesso per un po’, e si dedica all’unica sconfitta che conta, non quella di una civiltà, ma quella di un uomo e di una donna.

L'articolo Ceronetti in fuga proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/ceronetti-in-fuga/feed/ 0
Un libro inattuale: “Tragico tascabile” di Guido Ceronetti https://minimaetmoralia.it/libri/tragico-tascabile-di-guido-ceronetti/ https://minimaetmoralia.it/libri/tragico-tascabile-di-guido-ceronetti/#comments Sun, 16 Aug 2015 05:00:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28053 Questo articolo è uscito in forma più breve su Alias / il manifesto. (Fonte immagine) Gli osservatori più lucidi dell’attualità sono, spesso, scrittori radicalmente inattuali. E oggi più di ieri occorre, forse, un certo grado inattualità per non rimanere abbagliati dagli idoli del presente e, dunque, per non soggiacervi. Ecco perché Guido Ceronetti continua a […]

L'articolo Un libro inattuale: “Tragico tascabile” di Guido Ceronetti proviene da Minima et Moralia.

]]>
guido-ceronetti2

Questo articolo è uscito in forma più breve su Alias / il manifesto. (Fonte immagine)

Gli osservatori più lucidi dell’attualità sono, spesso, scrittori radicalmente inattuali. E oggi più di ieri occorre, forse, un certo grado inattualità per non rimanere abbagliati dagli idoli del presente e, dunque, per non soggiacervi. Ecco perché Guido Ceronetti continua a rappresentare una presenza tanto disturbante quanto necessaria nel panorama sempre più uniforme e uniformato della cultura italiana. Potremmo definire Ceronetti l’ultimo grande Malpensante, per usare una parola inventata, non a caso, da un autore a lui molto caro, Giacomo Leopardi.

Se nei primi decenni della sua attività Ceronetti si scontrava contro le ideologie allora dominanti, oggi, in tempi di postmodernità liquida, prende soprattutto di mira i dogmi del politicamente corretto. È ciò che accade, per l’appunto, nel suo nuovo libretto, Tragico tascabile (Adelphi, pp. 215, € 14,00), che raduna una serie di acuminate meditazioni incentrate perlopiù su temi di stringente attualità. Il filo conduttore è, come dal titolo, il tragico in forma tascabile, cioè contemporanea: si tratta, a detta dell’autore, di un tragico «più complicato o più esteso, ma non inferiore al dionisiaco o a Shakespeare». Nel suo precedente volumetto aforistico, L’occhio del barbagianni (sempre Adelphi, 2014), Ceronetti aveva affermato che oggi: «Molti vivono nel tragico, e se ne nutrono, ci abitano: ma non avendo il Senso del Tragico (el sentimento trágico de la vida), il tragico non li può redimere o illuminare – né dargli più vita. Il tragico si rattrista di non poter far nulla per loro».

Le tragedie contemporanee si annidano nella quotidianità della cronaca nera: in recenti ed eclatanti episodi, come il delitto di Novi Ligure, o in storie ormai dimenticate, come il controverso caso di Rosa Vercesi e dell’omicidio della sua giovane amica, del quale Ceronetti si era già occupato in un fortunato libro (pubblicato da Einaudi nel 2000), a cui, in questo volumetto, aggiunge dei sapidi paralipomena.

Come la maggior parte delle raccolte di scritti ceronettiani, Tragico tascabile è un libro che si può percorrere in più direzioni: si può leggerlo linearmente dal’inizio alla fine, o sceglierne un singolo frammento scorrendo l’indice, oppure, ancora, aprirlo a caso, a caccia di folgoranti gemme aforistiche.

La cronaca politica odierna ci stimola a soffermarci con particolare attenzione sulle pagine riguardanti la Grecia, a cui l’autore dedica, fra l’altro, questa ineccepibile riflessione: «Fa sorridere sentir parlare di debito greco! Tutto il genere umano è debitore verso la Grecia. L’Europa per prima, naturalmente, e la Germania prima dei primi: per il suo sistema nominale, per l’inaudita energia irradiata attraverso la sua filosofia e la ricostruzione del suo messaggio ellenico attraverso i suoi filologi». Se, da un lato, Ceronetti rifiuta nettamente il bieco economicismo imperante, dall’altro, non risparmia i suoi strali neanche ai greci di oggi: «potrei dire che, nonostante l’identità nominale, la Grecia ha rinnegato l’Ellade». Del resto, il suo discorso non propugna certamente l’uscita dall’euro quale panacea della crisi: «L’euro è rifugio antiatomico: è scomodo, ci si sta stretti, ma fuori è peggio». Più in generale, al contrario dei politici di professione, Ceronetti non spaccia soluzioni a buon mercato, non alimenta false speranze, attuabili in un futuro più o meno prossimo («I venditori di futuro sono anime vendute»). Per tali ragioni il pensiero di questo Filosofo Ignoto risulta scomodo sia per la destra, sia per la sinistra, e non può essere asservito a nessuna causa ideologica.

Nel libro si affrontano anche molti altri argomenti: ci sono polemiche tipicamente ceronettiane contro la pervasività della tecnologia, la fecondazione artificiale, la «bancarotta ecologica», il potenziale demoniaco della musica rock, ma anche una inaspettata dichiarazione di simpatia nei riguardi di Obama, e incursioni varie tra il presente e la storia passata, specie novecentesca. Atri brani hanno la forma di modeste proposte alla Swift, come quella che suggerisce di introdurre un servizio erotico volontario per soddisfare le esigenze sessuali degli anziani: «Per disabili e carcerati, in paesi civili, qualcosa si è mosso e si sta muovendo, ma per i vecchi – maschi, eterosessuali, coniugati o soli (quelli di cui posso conoscere meglio e condividere le sciagure della longevità) si muoverà mai qualcuno?».

Con Ceronetti si può anche non concordare su nessun punto, ma è difficile negare di trovarci di fronte a un raro esempio di libertà intellettuale. Ormai, purtroppo, sempre più inattuale.

L'articolo Un libro inattuale: “Tragico tascabile” di Guido Ceronetti proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/tragico-tascabile-di-guido-ceronetti/feed/ 4
La breve vita felice di Rocco Carbone https://minimaetmoralia.it/estratti/rocco-carbone/ https://minimaetmoralia.it/estratti/rocco-carbone/#comments Sat, 18 Jul 2015 08:29:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27860 Il 18 luglio 2008 moriva Rocco Carbone. Lo ricordiamo pubblicando l'introduzione di Emanuele Trevi al romanzo di Rocco Carbone Per il tuo bene (Mondadori). (Fonte immagine)
Era una di quelle persone destinate ad assomigliare al proprio nome ― sempre di più con l’andare del tempo. Rocco Carbone, in effetti, sembra l’esito di una perizia geologica. E molti lati del suo carattere per niente facile suggerivano un’ostinazione, una rigidità da regno minerale. A patto di ricordare, con gli antichi alchimisti, che non esiste in natura nulla di più psichico delle pietre e dei metalli.

Collaborava certamente a questa impressione la fisionomia spigolosa, a metà tra il marinaio di lungo corso e l’investigatore privato di un noir francese. Folta e compatta, la massa dei capelli si sarebbe detta modellata e dipinta sulla testa come quella delle marionette. In venticinque anni che l’ho frequentato – sui quarantasei della sua vita – era cambiato ben poco. Forte di braccia, gran camminatore, da ragazzino era stato cintura nera di judo. Sempre più che sobrio nel vestire. Anche le losanghe di un maglione erano capaci di metterlo un po’ in imbarazzo, mi ha confidato una volta. Nell’ultima casa abitata a Roma, quella di Monteverde Vecchio, nemmeno più un quadro, una qualsiasi immagine alle pareti. I mobili ridotti all’essenziale. Gli piacevano i legni scuri, i rivestimenti di cuoio. Neppure il lavoro che si era scelto, insegnante in un carcere, fa eccezione – nel senso che gli assomiglia pure quello. Lo si può capire bene percorrendo uno di quei viali dall’interminabile prospettiva, come angosciose creazioni oniriche, che circondano il quadrato di Rebibbia. La bellezza come risultato di una sottrazione: questo gli parlava, lo commuoveva.

L'articolo La breve vita felice di Rocco Carbone proviene da Minima et Moralia.

]]>
rocco_carbone

Il 18 luglio 2008 moriva Rocco Carbone. Lo ricordiamo pubblicando l’introduzione di Emanuele Trevi al romanzo di Rocco Carbone Per il tuo bene uscito nel 2009 per Mondadori. (Fonte immagine)

di Emanuele Trevi

Non è facile rinunciare a una persona come

Ravelstein e lasciare che la morte se lo porti via

Saul Bellow, Ravelstein

1

Era una di quelle persone destinate ad assomigliare al proprio nome ― sempre di più con l’andare del tempo. Rocco Carbone, in effetti, sembra l’esito di una perizia geologica. E molti lati del suo carattere per niente facile suggerivano un’ostinazione, una rigidità da regno minerale. A patto di ricordare, con gli antichi alchimisti, che non esiste in natura nulla di più psichico delle pietre e dei metalli.

Collaborava certamente a questa impressione la fisionomia spigolosa, a metà tra il marinaio di lungo corso e l’investigatore privato di un noir francese. Folta e compatta, la massa dei capelli si sarebbe detta modellata e dipinta sulla testa come quella delle marionette. In venticinque anni che l’ho frequentato – sui quarantasei della sua vita – era cambiato ben poco. Forte di braccia, gran camminatore, da ragazzino era stato cintura nera di judo. Sempre più che sobrio nel vestire. Anche le losanghe di un maglione erano capaci di metterlo un po’ in imbarazzo, mi ha confidato una volta. Nell’ultima casa abitata a Roma, quella di Monteverde Vecchio, nemmeno più un quadro, una qualsiasi immagine alle pareti. I mobili ridotti all’essenziale. Gli piacevano i legni scuri, i rivestimenti di cuoio. Neppure il lavoro che si era scelto, insegnante in un carcere, fa eccezione – nel senso che gli assomiglia pure quello. Lo si può capire bene percorrendo uno di quei viali dall’interminabile prospettiva, come angosciose creazioni oniriche, che circondano il quadrato di Rebibbia. La bellezza come risultato di una sottrazione: questo gli parlava, lo commuoveva.

Mi ricordo una mattina d’estate che eravamo a Parigi e ci siamo dati appuntamento davanti al Musée d’Orsay. Era il 1995, e da poche settimane lo Stato francese era entrato in possesso dell’Origine del mondo di Courbet, il quadro più scandaloso della storia dell’arte. L’ultimo proprietario privato era stato Jacques Lacan, che si divertiva a intrattenere i suoi ospiti con una specie di rituale di svelamento. Durante la cerimonia di acquisizione, l’allora ministro della cultura, cattolico ed ex sindaco di Lourdes, aveva dovuto fare delle vere e proprie contorsioni per evitare di essere immortalato in tv accanto a quella vagina socchiusa, ricoperta unicamente della sua peluria fulva. Tra le opere di dimensioni immense che occupano le pareti della sala dei Courbet al pianterreno del museo, l’Origine, con la sua cinquantina di centimetri per lato, può sembrare addirittura minuscola. Ma come una calamita attrae la limatura di ferro, così gli sguardi dei visitatori finiscono per convergere lì. Rocco era estasiato.

Molti anni dopo, ancora si ricordava di quella visita come di un momento capitale della sua educazione estetica ― e della nostra amicizia (assieme a noi c’era anche Pia Pera, la traduttrice dell’Onegin, autrice di un diario apocrifo della Lolita di Nabokov). Della potenza erotica di quell’immagine, però, del suo scandalo, non gli importava assolutamente nulla. Era semmai l’assenza di spessore del segno ad affascinarlo: la trasparenza del legame fra l’oggetto e i mezzi della sua rappresentazione. In altre parole, quella che si può definire la suprema libertà di Courbet: non nel dipingere una fica, ma nel farlo senz’ombra di retorica.

Si ha un bel dire che quella trasparenza, quella libertà sono delle utopie: Rocco ne era consapevole, eppure aveva bisogno di muoversi verso l’essenza, la nitidezza, la concentrazione. Chi lo conosceva, sapeva che in ballo c’era qualcosa di più profondo, necessario e vincolante di un certo gusto estetico. Le Furie che lo braccavano da quando era al mondo, fra tregue e nuovi assalti, prosperavano nel manierismo, nella complicazione, nell’incertezza delle forme e dei loro significati.

2

Era nato a Reggio Calabria, nel 1962, ma parte della sua infanzia l’aveva trascorsa in un piccolo paese dell’Aspromonte, Consoleto. La maestra elementare, lì, era sua madre ― fatto che gli procurava una ben giustificata sofferenza. Quando l’ho conosciuto, nell’inverno del 1983, era arrivato a Roma da poco tempo. Si era iscritto a Lettere e aveva seguito un corso di drammaturgia tenuto da Eduardo De Filippo (che gli era stato decisamente antipatico). A quei tempi, abitava in un collegio di preti, i padri Silvestrini, che accoglievano studenti fuori sede (lasciandoli sostanzialmente liberi di fare quello che volevano) in un vecchissimo palazzo di via Santo Stefano del Cacco, all’incirca a metà strada fra piazza della Pigna e la Minerva. Era – ed è ancora – uno di quei posti di Roma sui quali il tempo si stende come una muffa, qualcosa di addirittura palpabile e dotato di un odore particolare. Per citare Patrick Leigh Fermor, scrittore molto amato da Rocco negli ultimi tempi: “una vertigionosa ed esaltante antichità, una magnifica sensazione di ragnatele”.

A sinistra dell’entrata del collegio, c’è la facciata della chiesetta di Santo Stefano Protomartire, fra le più antiche di tutta la città, costruita direttamente sui resti di un tempio di Iside. Quella era stata da sempre una zona fitta di culti ed effigi egiziane: anche lo stranissimo “Cacco” che dà il nome alla strada viene da macaco o macacco, come era stata ribattezzata dal popolino una statua del dio Thot eretta nei pressi. Se ben ricordo, per salire fino alla camera di Rocco bisognava affrontare una specie di buia scala a chiocciola. Non c’era nessun tipo di sorveglianza. Assieme ai tolleranti Silvestrini e ai loro ospiti, si diceva che vivessero in quel palazzetto fradicio d’anni innumerevoli fantasmi – non cattivi, semmai inclini ai soliti dispetti.

La stanza di Rocco, ordinatissima e già simile a tutte le stanze abitate in seguito, godeva di una vista spettacolare sul mare di tetti di quel ventre di Roma. Come due astronavi di pianeti nemici pronti a sferrare l’estremo attacco, si vedevano fronteggiarsi la cupola del Pantheon e il campanile di Sant’Ivo alla Sapienza del Borromini. In quella zona del centro, dominata dall’immensa mole del Collegio Romano, anche durante le sere d’estate, quando folle innumerevoli invadono le strade, regna un silenzio d’altri tempi, e le ombre, quasi fossero cariche dell’umidità di fiumi e laghi sotterranei, sembrano dotate di una consistenza maggiore che altrove. Il dottor Ingravallo, l’eroe del Pasticciaccio, lavorava proprio lì, nel commissariato che ancora oggi è dominato dallo spigolo posteriore di Palazzo Altieri. Ogni volta che rileggo il capolavoro di Gadda, mi immagino Rocco nei panni di Ciccio Ingravallo. Stranamente, non riesco nemmeno a immaginare l’altro grande eroe di Gadda, l’infelicissimo Gonzalo della Cognizione del dolore, senza sovrapporgli immediatamente i lineamenti spigolosi di Rocco. E a favore di questa seconda identificazione, gli argomenti non mancavano nemmeno in quegli anni lontani e per tanti aspetti spensierati. Il titolo di Gadda gli si addiceva, come un indumento che calzasse a pennello: il dolore come metodo, e insieme come contenuto della conoscenza.

Come definire ciò di cui soffriva Rocco? Per quello che ne sapeva lui, nemmeno l’infanzia era stata del tutto al sicuro da questo compagno segreto, da quest’ombra vanificatrice. Ma le prime manifestazioni serie erano arrivate un po’ più tardi, negli anni del liceo. Quel suo grandissimo, quasi stupefacente talento per l’amicizia si era formato molto precocemente, creandogli i primi legami importanti. A scuola era molto bravo, gli piaceva leggere, suonava la chitarra classica, frequentava l’unico cineclub della città. Ma questa costellazione di fatti positivi, o perlomeno normali, si disponeva attorno a una specie di buco nero, capace di assorbire al suo interno ogni energia vitale, trasformandola in un greve, inerte, disperato fastidio di esistere, nel quale il futuro gli appariva come l’irrimediabile ripetizione di un presente insopportabile. Lo assalivano sciami di pensieri, come cavallette della maledizione biblica, di cui non si riusciva a liberare in nessun modo. Molto precocemente, il sonno gli era diventato difficilissimo, e a vent’anni aveva gli orari di quei vecchi già in piedi alle cinque di mattina. Per quanto si spingesse indietro nel passato, la memoria non riusciva a catturare un’immagine di felicità che non fosse insidiata, accerchiata, contaminata da quell’oscura potenza.

3

Si era identificato con un detto di Eraclito, che ripeteva spesso ― l’anima secca è di tutte la migliore e la più saggia. “Secca” non significa arida, incapace di dare frutti. L’aggettivo semmai si riferisce alla natura ignea dell’anima, che quando è libera dagli impedimenti arde e sale verso l’alto. Spesso mi sono immaginato quest’anima che, al momento dell’incidente che l’ha ucciso, schizzava in su come un proiettile, con tutta l’energia della sua forza compressa.

4

La prima volta che l’ho incontrato, eravamo in un corridoio della facoltà di Lettere. Non so perché, ma ricordo esattamente la prima cosa di cui l’ho sentito parlare, col suo vocione dignitoso e pacato: le terribili memorie storiche che si annidano in una parola in apparenza inoffensiva come questionario. Nell’antico francese, infatti, la question era l’interrogatorio con il quale si ottenevano facili confessioni mediante la tortura. Quando era all’università, tutti gli amici pensavano che Rocco avesse davanti a sé una carriera da studioso capace di portarlo chissà dove. In quei fatui, tumultuosi, ingenui anni Ottanta si usciva tutte le sere, e si faceva tardi. Rocco ebbe anche una prima storia d’amore importante, e burrascosa come quelle che seguirono. Ma di mattina presto era già sui libri.

Frequentavamo insieme i corsi di Emilio Garroni, un vero sapiente nel senso più nobile, che commentava parola per parola la Critica del giudizio, lamentandosi di un’antiquata traduzione italiana (“è bello ciò che piace senza concetto”), in un’aula gremitissima di Villa Mirafiori, l’elegante dimora aristocratica, circondata dal suo malinconico parco, che Vittorio Emanuele II aveva regalato all’amante, la “bella Rosina”. Rocco prendeva appunti in modo meticoloso, su quaderni dalla copertina invariabilmente nera, con quella sua bellissima scrittura regolare e puntuta, che aveva la perfezione della legna bruciata. A quei tempi, all’università si potevano seguire le lezioni di grandi maestri di tantissime materie. Oltre a Garroni, tenevano i loro corsi studiosi del livello di Aurelio Roncaglia, Giorgio Raimondo Cardona, Carmelo Samonà… Ma l’aspetto più stimolante era un altro: una notevole quantità di talenti precocissimi, già versati in sapienze da iniziati a poco più di vent’anni, e stimati come meritavano dagli stessi professori. Ragazzini che conoscevano a menadito la storia delle eresie medievali, o le vicende più umbratili della pittura barocca a Roma, o ancora la metrica di Eugenio Montale, le lotte intestine dei partiti comunisti europei, il pensiero di Paul Ricoeur…

In quell’élite di studenti, Rocco godeva di un grandissimo rispetto. Già prima di laurearsi, pubblicava saggi e recensioni. Collaborava a tutte le riviste importanti quando ancora le riviste erano importanti: “alfabeta”, che era il non plus ultra dell’epoca, “Nuovi Argomenti”, “Strumenti Critici”, “Linea d’ombra”… Nel frattempo, si era specializzato in un ramo di conoscenze allora molto in voga nelle università, la semiotica applicata all’analisi dei testi narrativi. Con grande scorno del suo professore, che gli voleva bene e voleva spedirlo a Catania a compulsare il manoscritto dei Malavoglia, Rocco puntò i piedi, e lo convinse a farsi assegnare una tesi sulla semiotica del mito comparata a quella del romanzo, pura e algida teoria che divenne il suo primo libro pubblicato. Era un linguaggio che non riuscivo nemmeno a decifrare, e mi chiedevo perché mai Rocco volesse diventare un emulo di Gérard Genette. Questo era l’argomento di innumerevoli discussioni tra noi. «Ma che ci trovi, in quella roba?» E lui, imbozzolato nelle sue convinzioni: «Sono cose importanti». «E perché?», «Perché ti insegnano a capire», «Ma che devi capire?» E così via, all’infinito.

Oltre all’assoluta impossibilità di fargli cambiare una decisione che gli sembrasse giusta, in Rocco si notava spesso un’apparente chiusura stagna alle idee altrui. Come tutte le apparenze, anche questa impermeabilità non era del tutto vera, e nemmeno del tutto falsa. In quella testaccia di granito poteva darsi che le idee altrui si scavassero un loro carsico tragitto, finendo addirittura per mascherarsi da convinzioni personali. Ma potevano passare anni. Quanto alla teoria semiotica o semiologia, devo anche dire che certe bibbie del Rocco ventenne mi sono capitate per le mani, facendomi del tutto ricredere. Erano veramente libri capaci di educare lo spirito quelli su cui si era formato con tanta ostinazione, appuntandone il succo nei suoi quaderni neri: la Morfologia della fiaba di Propp, nell’edizione Einaudi con l’introduzione di Lévi-Strauss, i Saggi di linguistica generale di Jakobson, la Semantica strutturale di Greimas, i tre volumetti verdi delle Figure di Genette. Nel mio rifiuto giovanile, confondevo la grandezza dei maestri con la stoltezza degli epigoni che prosperavano negli atenei italiani. Ma più che un’iniziazione tardiva alle gioie dell’analisi strutturale, quelle letture mi sono valse un supplemento di conoscenza di Rocco.

Quell’impervia e spesso arida filosofia era un mezzo per fronteggiare il caos, una diga buona a respingere l’oceano da quel territorio sempre a rischio di inondazione che era la sua mente. In seguito, ci sarebbe stato bisogno di strumenti di difesa più complessi e raffinati. Ma al termine di un’adolescenza sotto molti aspetti difficilissima, segnata dai primi sintomi seri di quel disagio, di quel mal di vivere che lo avrebbe accompagnato tutta la vita, aveva incontrato un modo di pensare in grado di mettere ordine, di andare all’osso. Se ci si pensa bene, l’esigenza emotiva fondamentale nascosta dietro la sua prosa, così scabra ed essenziale, così priva di fronzoli simbolici, è della stessa razza. Il disordine che non ha mai smesso di minacciarlo, d’altra parte, era di quelli con cui non si scherza. Uno di quei nemici oscuri, senza forma, che godono del supremo vantaggio di essere sempre lì ― e se danno requie, è solo perché hanno tutto il tempo di aspettare.

5

Un’ombra. Un avversario. Un compagno segreto. Un sabotatore che agisce dall’interno, lavorando anche quando dormiamo. Cerco di definire il male che minacciava Rocco, variando e ripetendo parole ed espressioni che mi sembrano, un attimo dopo averle formulate, del tutto stupide. C’è sempre qualcosa di assente che mi tormenta, diceva Camille Claudel, la nipote folle e talentuosa di Rodin. Quelche chose d’absent. Se è dunque assente, colpisce da lontano, come Apollo che fa strage degli Achei con le sue frecce. Al contrario di Dioniso che infetta con il contatto, la promiscuità. Forse queste cose fanno parte della vita di ognuno, e c’è chi ci fa più caso, e chi meno. In una certa misura, se questo è vero, la felicità dovrebbe consistere in una sempre minore attenzione a se stessi. Quello che ho sempre augurato a Rocco, nei tanti anni della nostra amicizia, è stato un minimo di inconsapevolezza in più. Ma questa è davvero una forma di saggezza sovrumana. Lui, invece, faceva quello che è possibile fare agli esseri umani: opponeva resistenza. E non si accontentava di cavarsela, voleva una vita degna di essere vissuta, ricca di significato e di piacere.

Presa la laurea, si trasferì a Monti, un altro luogo in cui le “ragnatele” non facevano certo difetto, e ci restò molto tempo, tra via Baccina e un solaio di via del Boschetto, dove il tetto era così spiovente che tutti gli amici, prima o poi, rimediavano almeno una terribile testata su una delle enormi e nodose travi, come fosse un rito d’iniziazione a qualche confraternita. Lì dentro, Rocco continuava a studiare. Vinse un concorso per insegnare a scuola e poi un dottorato a Parigi, che per anni gli avrebbe consentito di dedicarsi alle sue ricerche. All’ardua tesi semiologica, seguì uno studio su certe lezioni di estetica di Giovanni Pascoli. Ma era un lavoro condotto in maniera ormai visibilmente svogliata. Me ne accorsi subito e ne rimasi stupito. Ma come? Una monografia su Pascoli era il passo decisivo verso la cattedra all’università, o perlomeno un posto da ricercatore! Il fatto è che Rocco era impegnato in un decisivo e inaspettato cambio di rotta. Ne parlammo tanto, passeggiando avanti e indietro per via dei Serpenti, al telefono, nella pause per la sigaretta di fronte all’entrata della Biblioteca Nazionale. Aveva capito che la sola idea di una vita da studioso lo gettava nel più profondo sconforto. All’improvviso, di Vladimir Propp e Roman Jakobson non gli importava più nulla.

Il modo di vita accademico, ipocrita e gerarchico, non era fatto per lui. Ne avrebbe approfittato per passare un po’ di tempo a Parigi, compilando una tesi di dottorato su Alberto Savinio, ma voleva essere libero di dedicarsi a ciò che più lo interessava. Aveva sempre scritto poesie, brevi e fulminanti strofette di tre, quattro versi, ma era la prosa narrativa che aveva calamitato con prepotenza ogni sua ambizione. Era inutile obiettargli che molti professori universitari conducevano una vita tranquilla che permetteva loro, se lo desideravano, di comporre tutti i romanzi che volevano: storici, erotici, fantascientifici. In fondo, chi aveva scritto Il nome della rosa? «Non sto cercando un hobby» rispondeva invariabilmente.

Una volta presa una decisione, Rocco la rafforzava bruciando tutti i ponti alle sue spalle. Si sentiva, e voleva sentirsi, come un giocatore che punta tutto su un solo numero. Si fidava solo delle vocazioni capaci di risucchiarlo al loro interno in maniera totale. In questo delicato periodo di transizione, Rocco era stato profondamente influenzato dalla scoperta dei saggi di Cesare Garboli. Mi citava spesso il finale memorabile dell’introduzione ai Diari di Antonio Delfini (“Era un uomo pieno di gioia”) e la Cronologia premessa all’edizione delle Trenta poesie famigliari di Pascoli ― che è forse l’apice dell’inimitabile talento narrativo di Garboli. Condividevo senza riserve questa ammirazione, e Cesare ben presto ci aprì le porte di casa sua ― quell’incredibile casa di Vado di Camaiore, onirica e labirintica come una fantasia di Magritte o Delvaux, così diversa dalle dimore di campagna degli intellettuali italiani. Ci raccontava scena per scena qualche opera di Shakespeare che stava traducendo (ricordo un intero, piovoso pomeriggio di dicembre passato a smontare la delicata orologeria di Misura per misura), oppure ci calcolava l’ascendente, basandosi sull’ora della nostra nascita, sfogliando un libretto che teneva in cucina, sopra il frigorifero. Garboli amava punzecchiare Rocco, ma gli voleva un gran bene, era divertito dai suoi puntigli e ammirato dalla sua determinazione. Col suo intuito psicologico infallibile, aveva anche capito qualcosa della natura di quelle Furie che, se in genere si tenevano a debita distanza, pure non smettevano di seguire Rocco dovunque andasse. «Meno pensieri» gli diceva sempre, «meno fiducia nell’efficacia dei pensieri». Ma questo invito a un certo grado di inconsapevolezza e di dimenticanza era proprio il più difficile da realizzare per Rocco.

I pensieri proliferavano nella sua testa come funghi nel bosco dopo un acquazzone. Si infittivano, e si ripetevano, come colpi di martello: trasformandosi in manie, in ossessioni. È per questo motivo che Garboli non vedeva affatto di buon occhio l’intenzione di Rocco di intraprendere una carriera di narratore. Non era certo questo il rischio maggiore che Rocco avrebbe corso nella vita, ma in un certo senso aveva ragione. Molto più del poeta, mettiamo, o dell’erudito, il romanziere dipende dall’altrui giudizio. Non è detto che debba per forza scalare le classifiche, ma una certa euforia nei rapporti con il prossimo è indispensabile. Senza minimamente sottoporne a discussione il talento, Garboli pensava che Rocco non avesse la stoffa, o meglio la corazza emotiva, del romanziere. Mi ricordo che, appena uscì il primo romanzo di Rocco, mi chiamò per commissionarmi una recensione su “Paragone”. Aveva capito che il libro non avrebbe riscosso molto favore altrove, e voleva che almeno dalle pagine della sua rivista uscisse qualcosa che lo facesse contento. Del tutto gratuite, e per giunta espresse da un uomo che aveva fama di cattiveria, queste premure gli facevano onore. «Abbonda in elogi» mi disse, e io obbedii volentieri. Ma poi, riuscì lo stesso a far saltare la mosca al naso a Rocco, mettendo al mio articolo un titolo per nulla attraente: Per un libro sconfortato, o qualcosa del genere.

6

Dopo un limbo editoriale che lo aveva frustrato e innervosito, il libro d’esordio di Rocco, intitolato Agosto, era uscito nel 1993 per Theoria. Anche se la casa editrice romana era già avviata verso il viale del tramonto, era ancora un’ottima collocazione, all’interno di un catalogo “alla moda”, noto per ospitare molti esordi importanti, dal Diario di un millennio che fugge di Marco Lodoli a Per dove parte questo treno allegro di Sandro Veronesi. Rocco aveva appena oltrepassato la linea d’ombra dei trent’anni, e come ho già detto considerava la pubblicazione di quel libro una specie di Rubicone. “In ogni inizio c’è l’eternità” ha detto un grande poeta. Quel primo romanzo contiene in sé tutta la sua letteratura successiva: la tonalità emotiva fondamentale, l’atteggiamento stilistico, l’organizzazione del racconto. Trascrivo le prime parole, perché mi sembrano un autoritratto artistico e insieme un oroscopo. “La luce ha invaso tutti gli angoli, cancella le ombre e rende ogni cosa di un colore uniforme”. Avevo iniziato questo ricordo evocando la coesione e la somiglianza di tratti del carattere, gusti e abitudini di Rocco. Ma l’elenco sarebbe viziato da un buco troppo vistoso se non vi si aggiungesse questo modo di scrivere, che procedeva lento e regolare, anno dopo anno, al ritmo di due pagine al giorno.

Attribuita alla luce estiva nella frase che ho citato, l’uniformità è il principio basilare della scrittura di Rocco. Un ordine imperturbabile regna sulla struttura della frase, escludendo ogni riflesso emotivo, ogni perdita del controllo. Sia che i personaggi parlino in prima persona, sia che ne vengano raccontate le vicissitudini in terza, la narrazione, letteralmente, non batte ciglio, anche sporgendosi su abissi incommensurabili di angoscia e dolore, su lutti e privazioni e spiacevoli scoperte. Anzi, la sfida è sempre la stessa: oppore al caos, alla forza del negativo, a quelle che già più di una volta ho chiamato le Furie, la certezza di un controllo razionale, di per sé non molto diverso dagli schemi e dalle griglie delle analisi semiotiche del periodo universitario. Per parte sua, il lessico è ridotto ai minimi termini, e qualunque imitazione dell’oralità è esclusa a priori. Frutto di innumerevoli rinunce, e di un’implacabile ortopedia, la lingua di Rocco è una lingua totalmente scritta, non più vicina al magma della realtà, in fin dei conti, del latino di un umanista.

Posso a questo proposito testimoniare la profonda impressione che su Rocco, ai tempi dell’università, aveva esercitato l’introduzione di Giorgio Agamben a una ristampa del Fanciullino di Pascoli. Un bellissimo saggio in cui Agamben, prendendo le mosse da certe intuizioni di Contini, si soffermava a lungo sull’”aspirazione a operare in una lingua morta” testimoniata dall’uso fatto da Pascoli non solo del latino, ma anche e ancor di più dell’italiano. Allo stesso modo, Rocco era affascinato dal francese di Beckett e Kundera, o dall’inglese di Nabokov: lingue artificiali, lingue morte anch’esse all’interno delle quali la voce umana, con le sue inflessioni e pronunce, continua a esistere solo in qualità di finzione e figura retorica. Come si può intuire da questi brevissimi accenni, questo è un nodo decisivo non solo per l’estetica letteraria di Rocco. L’orrore del parlato va inquadrato in una strategia sempre rivolta al tenere a bada, ammansire, allontanare la potenza dell’irrazionale, dell’imprevedibile. Ne risulta anche una specie di astrazione perpetua. A Rocco non interessa nemmeno nominare le città dove si svolgono le sue vicende. Scherzando, a volte gli dicevo che il mondo dei suoi libri mi sembrava quello delle illustrazioni dei rebus sulla “Settimana Enigmistica”. Tutte le cose erano riconoscibili, reali, ma facevano un passo indietro rispetto alla loro concretezza. Armato di un invisibile piumino, Rocco scuoteva via da ogni suo oggetto la polvere dell’esperienza. Era un mondo, insomma, di nomi comuni: strade alberi chiese negozi automobili elettrodomestici.

Vorrei notare, per inciso, che proprio nel momento in cui Rocco esordisce come narratore, la tendenza fondamentale nella prosa narrativa italiana è diametralmente opposta. Gli scrittori di maggior successo, a metà degli anni Novanta, al contrario di Rocco sono tutti più o meno compromessi con un progetto di rappresentazione verbale del parlato, della lingua viva. I risultati artistici vanno valutati caso per caso, ma il timbro degli scrittori più letti in quel momento (come i cosiddetti Cannibali) è il frutto di un adeguamento del respiro della frase ai ritmi, alla durata, alla concretezza del parlato. E ovviamente, visto che il parlato da imitare è quello che circola in una società massificata, dove imperano desideri e consumi, la letteratura che ne derivava era intessuta di nomi propri: toponimi, marche di ogni tipo di utensili, specialità alimentari, titoli di dischi e film, tanto meglio se radunati in lunghe enumerazioni.

Un libro dopo l’altro, in Rocco crebbe un senso di isolamento sul quale si arrovellava a lungo. Eppure, i quattro libri successivi all’esordio hanno avuto ottimi editori e lettori convinti. Con cadenza quasi regolare, specchio della tenacia con cui si metteva al lavoro ogni giorno, sono usciti per Feltrinelli Il comando nel 1996 e L’assedio nel 1998, e per Mondadori L’apparizione nel 2002 e Libera i miei nemici nel 2005. Lo sconforto di Rocco, bisogna ammettere, non era del tutto infondato. Cercherò di spiegarmi, perché si è trattato di un fattore importante nella vita emotiva del mio amico. Le date della sua bibliografia sono anche quelle di un cambiamento epocale nella maniera stessa di intendere la letteratura, la sua forza di persuasione, il suo prestigio all’interno della società.

Come tutti i nostri coetanei, Rocco e io siamo cresciuti all’interno di una società letteraria moderna che funzionava all’incirca alla stessa maniera dai tempi di Diderot e Voltaire. Quello che non sapevamo, è che eravamo gli ultimi. All’interno di quella società letteraria, il successo era tutt’altro che facile, ma prescindeva totalmente dal mercato. Intendiamoci: nulla sarebbe più sbagliato del pensare che ci fosse qualcosa di più nobile nell’aria di ieri che in quella di oggi. È solo un effetto ottico, ciò che è passato ci sembra preferibile solo perché privo della pesantezza e delle preoccupazioni del presente. La puzza umana è sempre la stessa. Ma è pur vero che il vendere non era l’unica condizione d’esistenza, di visibilità e leggibilità di un’opera e del suo autore. Coerentemente, il romanzo non era l’unico genere letterario su cui si giocava la partita.

Quando eravamo giovani, il nostro firmamento era fitto di autori che godevano di una considerazione immensa, pur non avendo mai superato qualche migliaio di copie di vendita, se gli era andata bene. Avevamo il culto di Andrea Zanzotto, di Guido Ceronetti, di Cristina Campo, di Sandro Penna. Rocco convinse Sellerio a ristampare Arturo Loria, superbo stilista rintanato in una piega della Firenze ermetica. Quanto ai più giovani, Milo De Angelis era considerato il più grande in maniera unanime ― a venticinque anni, era già un classico. Mi ricordo che con Rocco una notte d’estate andammo a sentirlo a un festival di poesia sulla terrazza del Pincio. Leggeva dei brani della sua traduzione del Ratto di Proserpina di Claudiano. Ci sarà stata, quella sera, una cinquantina di fan romani del poeta milanese. È difficile anche solo da spiegare a una persona più giovane, ma allora quelle persone bastavano e avanzavano, per consacrare un’opera.

Detto tutto questo, c’era sempre anche chi vendeva, chi stava in cima alle classifiche di allora: Eco e Calvino e Citati, ma anche Tondelli e Busi. La cosa non destava particolari curiosità. Nei decenni precedenti, lo stesso era accaduto a Elsa Morante, a Tomasi di Lampedusa, a Moravia. Solo un cretino avrebbe potuto disprezzare questi scrittori per il fatto che vendevano. Ma non stavano lì il successo, la considerazione, l’importanza di ciò che si faceva. E mentre anche noi scalpitavamo per salire sulla giostra, e mettere finalmente alla prova il nostro talento, non potevamo immaginare che la situazione sarebbe cambiata in maniera così drastica e fulminea. Del resto, la caratteristica essenziale del Vecchio Mondo sembra essere stata, verso la fine, l’incapacità di prevedere il Nuovo.

Ricorderò sempre che all’università andavo a lezione di Storia moderna da Franco Gaeta, un ottimo studioso del Rinascimento e di Machiavelli, che ci assicurava che il Muro di Berlino sarebbe rimasto lì ancora per un bel po’, dolorosa ma necessaria esigenza della democrazia. E al novembre del 1989 mancavano solo pochi mesi. Per tornare alla letteratura, la trasformazione fu rapidissima e irreversibile. E coincise proprio, all’incirca, con l’esordio di Rocco, questo scrittore così all’antica e, per dirla tutta, così invendibile. Tutti rimasero spiazzati dal nuovo andazzo, nei primi anni Novanta. Ma era inutile nascondersi dietro un dito: addio riviste, addio cenacoli e accademie ― il nuovo giudice, il nuovo arbitro dell’eleganza, il nuovo conferitore di realtà era diventato il mercato. Era giù per quell’imbuto che tutto, ormai, sarebbe passato.

Se mi dilungo su questo tema, è semplicemente perché il numero di ore che ho passato a sceverare il problema con Rocco, senza giungere a nessuna conclusione utile, mi sarebbe bastato a prendere un’altra laurea. Mi ricordo, ai tempi in cui era sposato, che percorrevamo in lungo e in largo lo stupendo parco che circonda la villa della sua ex moglie, nella campagna fra Pisa e Livorno. Al confine del parco, iniziava un bosco antico, fitto d’ombre, ariostesco dove abitavano centinaia di daini. Arrivavamo fino a una remota recinzione e poi tornavamo indietro, in direzione della villa, la cui rarità era quella di possedere una pianta veneta in terra toscana. Anche mentre camminava, si accendeva una sigaretta dietro l’altra. In quel periodo, ovunque mi capitasse di passare del tempo con lui, raramente lo vedevo sereno, capace di godersi pienamente quello che la vita, quasi a dimostrare un teorema morale, continuava a regalargli.

Proprio Garboli, in quello scritto su Delfini che piaceva tanto a Rocco, dice che in ogni amicizia c’è un rimorso. Sicuramente, il mio è stato quello di non aver offerto a Rocco nessuna vera sponda per quell’insoddisfazione. Da un certo punto di vista, avevo tutte le ragioni. Vuoi vendere? Almeno prova a inventare situazioni meno cupe. Imita un poco il modo di parlare della gente. Ficcaci dentro un delitto, una scopata interessante. Un qualunque elemento di stupore. Non è detto che vada, ma almeno ci avrai provato. Ma la vera ragione della mia sordità è che ero deluso da Rocco. Davvero non sopportiamo di vedere in certe figure, che abbiamo sempre immaginato forti, tratti di debolezza fin troppo simili a noi.

Com’era possibile che la frustrazione letteraria lo trasformasse – lui che era un vero duro, un uomo con le palle – in una specie di soccombente? Quante volte ci eravamo detti, durante le nostre nottate di apprendisti stregoni, che tutto ciò che non fosse la propria vocazione andava disprezzato, relegato ai margini del visibile? Insomma, andava a finire che Rocco mi chiedeva aiuto, e invece litigavamo tra noi, come i capponi di Renzo. E in questo non sono stato un buon amico, perché mi sono fermato alle ragioni apparenti, dichiarate, di quella delusione che mi manifestava. Dimenticando che ogni delusione, quale che sia il suo motivo di superficie, procede sempre dal fondo più oscuro di se stessi, e il suo unico motivo reale è l’esistere, l’essere vivi in un mondo inospitale, incapace di consolarci. Sono parole che non avrei mai voluto scrivere: ma a quel punto, arrabbiato per la sua ingenuità, ho voltato le spalle al mio amico, proprio nel momento in cui più avrebbe avuto bisogno di me.

Devo dire che era sempre più difficile parlarci. Non che sragionasse, ma dava sempre meno l’idea di comprendere ciò che gli veniva detto, e durante una conversazione continuava a seguire la propria rotta come se l’altro non esistesse. Tenute a bada per tanto tempo, le Furie avevano ricominciato, in una situazione così propizia, il loro assedio alla fortezza. L’errore peggiore di Rocco, all’approssimarsi della crisi, fu quello di bere sempre di più. Continuando la metafora dell’assedio, si può dire che l’alcol svolse il ruolo del traditore che apre le porte al nemico.

7

Come dice quella terribile ma verissima frase di Flannery O’Connor, la malattia è un posto dove nessuno, per quanto ti ami, ti può accompagnare. È pure vero che molto di quello che Rocco ha vissuto e patito sta nei suoi libri, a saperli interrogare. Quest’affermazione è insieme vera e falsa per tutti coloro che hanno scritto dei libri. Non si esce da un vicolo cieco: tutto ciò che si scrive in qualche modo è autobiografico; tutto ciò che si scrive, nello stesso tempo, è una menzogna. Ma nei libri di Rocco c’è qualcosa in più, che ci permette di liberarci della sconfortante genericità di questi assiomi. Perché non si tratta di riconoscere questo o quel particolare autobiografico all’interno dei suoi libri, ma di osservare l’efficacia di un metodo. Lo definirei senza remore un metodo allegorico, capace di rendere i suoi romanzi profondi e originali, diversi da ogni altro.

Per comprendere quello che dico bisogna cercare, per prima cosa, di stabilire quale sia il luogo in cui si svolgono i fatti raccontati. A un primo sguardo, questo luogo è uno scenario normalissimo, contemporaneo, perfettamente riconoscibile. Ci sono automobili, palazzi, uffici, negozi. Paesi e città, centri e periferie. Persone che interagiscono tra loro. È solo dopo un po’ che ci rendiamo conto che quello che stiamo leggendo non è un romanzo come tanti altri. Perché quel mondo esterno, in realtà, non esiste se non nella mente del personaggio. O meglio, è uno spazio mentale, una proiezione, quella che gli induisti chiamano una maya. E certo, la maya è una magia potente, un attributo degli dèi. Il mondo ci inganna facendoci credere nella sua sussistenza, nel suo esistere al di fuori di noi ― e lo stesso fa il romanziere. Ma in realtà, ciò che sembra agitarsi là fuori, si agita all’interno di una singola coscienza. Illusione lei stessa, la sua attività non smette di produrre illusioni.

In altre parole, la coscienza racconta, e questo processo narrativo è essenzialmente un processo di differenziazione. Così come il candore della luce si scompone nello spettro dei colori, lo spazio mentale si suddivide in una pluralità di personaggi, che nei loro moti di attrazione e repulsione danno vita a una certa trama. Gli scrittori della tarda antichità e poi del Medioevo avevano addirittura un termine tecnico per designare questa specie di pluralità illusoria: psicomachia. La tipica psicomachia può essere una battaglia tra virtù e vizi: Lussuria duella contro Castità, Avarizia contro Carità eccetera. Alla fine, il senso morale di questo tipo di opere è che tutte queste entità fanno parte di una sola realtà psichica, di un solo individuo, di cui ognuna personifica una caratteristica, un’inclinazione particolare. La somma di tutti i vizi e di tutte le virtù dà come risultato la singola anima del cristiano che lotta per la sua salvezza.

Non c’è nemmeno bisogno di dire che nella narrativa di Rocco questo schema di rappresentazione sopravvive in modo puro, privo di qualunque finalità teologico-morale. Ma si provi a leggere attraverso questa lente Per il tuo bene: non sono forse i due protagonisti, con le loro caratteristiche opposte e simmetriche, le due metà di un carattere che la storia cerca disperatamente di ricomporre, in una straziante lotta contro il tempo? In tutti i libri di Rocco, a partire da Agosto, mi sembra di poter riconoscere l’impronta del medesimo schema. L’apparire dell’altro non è l’epifania di una reale alterità, ma significa l’emergere di una parte nascosta, o rimossa, della coscienza.

Il miglior commento a questa maniera di interpretare il mondo l’ho trovato in un saggio di Carl Gustav Jung. “Ci sono persone” osserva il grande psicologo, “e ci sono sempre state, che non possono far a meno di ritenere che il mondo e quel che vi si esperimenta siano di natura allegorica e rappresentino esattamente quel che giace profondamente nascosto nel soggetto stesso, nella sua propria realtà trans-soggettiva”.

8

Al centro del metodo di rappresentazione allegorico, dunque, sta il procedimento della personificazione. Non solo le potenze e le inclinazioni che si contendono il governo dell’individuo, ma ogni sorta di emozione, perturbamento, desiderio può essere raffigurato nelle sembianze di una persona. Nei termini della filosofia classica, l’immaginazione letteraria e artistica è autorizzata a trattare un accidente come fosse una sostanza. Non altrimenti, nelle decorazioni plastiche delle chiese romaniche, le virtù avevano l’aspetto di un gruppo di belle donne, e i vizi di individui laidi, spiacevoli alla vista. Queste figure così piene di significato ci assomigliano, e nello stesso tempo sono più potenti e perfette di noi. Anche nel caso in cui esprimano un solo aspetto tra i tanti di un individuo, le loro sono prerogative di dèi, o di demoni.

Scrivendo L’apparizione, che per molti versi è il suo capolavoro, Rocco ha raggiunto il limite di efficacia di questa sua poetica conferendo l’aspetto di una specie di divinità, muta e sfuggente, al disturbo mentale che mina l’esistenza del protagonista. Ciò che è nato all’interno della psiche, viene immaginato nelle vesti di qualcuno che arriva dal di fuori e, appunto, appare. È un ragazzino dall’aspetto normale, vestito con una tuta da ginnastica, che si aggira in una casa di campagna e viene scambiato per un ladro. Quel ragazzino è la mania che si impossessa della sua vittima fino a condurla all’estinzione, in un crescendo tragicamente ineluttabile e privo di antidoti che consente, per essere riferito, solo l’uso della terza persona. Frutto di un lungo e stremante lavoro di lima, le pagine che descrivono questa teofania possono davvero considerarsi perfette.

Rocco ci aveva messo tutto se stesso nel senso letterale dell’espressione. Si trattava dell’episodio fondamentale della sua letteratura in quanto era stato l’episodio fondamentale della sua vita, l’esperienza diretta di quel Tremendo che non era più stato in grado, dopo tante resistenze, di respingere e differire. Viva e palpitante materia autobiografica, dunque: come negarlo? Molto di ciò che è descritto nel libro trova ahimè puntuale riscontro nella vita di Rocco in quell’oscuro periodo. Ma nello stesso tempo, proprio nell’occhio di ciclone della verità più scrupolosamente riferita, l’apparizione allegorico-mitologica determina un salto mortale, un giro di vite, un inaudito allargamento di significati.

9

Nell’inverno del 2002, appena letta L’apparizione, avevo cercato Rocco al telefono per fargli i complimenti. Come ho già detto, pur senza mai perderci di vista completamente, proprio durante quel periodo così difficile le nostre orbite avevano toccato il punto di massima lontananza. Senza poter minimamente paragonare i guai miei a quelli di Rocco, anch’io ero appena uscito da un brutto periodo della mia vita, e ritrovarsi fu bello per tutti e due. Gli avevo detto che, mentre leggevo, mi era venuta in mente l’immagine poetica del naufrago di Dante che, raggiunta la riva “con lena affannata”, contempla il mare in tempesta e il pericolo scampato per un soffio. A Rocco piacque il paragone, e con la sua solita precisione mi citò esattamente la terzina del primo canto dell’Inferno. Accanto a una breve frase della Guida della Grecia di Pausania (“Per gli esseri umani solo la realizzazione dell’amore vale la vita”) in esergo all’Apparizione si legge una lunga citazione del celebre e autorevole Dsm, ovvero Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders dell’American Psychiatric Association. Si tratta della definizione di episodio maniacale, “periodo durante il quale vi è un umore anormalmente e persistentemente elevato, espanso o irritabile”. A questa condizione si accompagna spesso “un aumento della libido”, e la tendenza dell’individuo a intraprendere “diverse nuove avventure senza curarsi dei rischi apparenti o della necessità di completare in modo soddisfacente ogni avventura”. Detta così, non sembra nemmeno una cosa tanto grave. In realtà, un episodio maniacale può equivalere a una catastrofe, come racconta Rocco nel suo libro dopo averlo sperimentato sulla propria pelle.

La lettura dell’Apparizione mi aveva riempito di gioia in base al presupposto che, se sei in grado di raccontare un tale disordine, una tale follia, in qualche modo ti sei salvato. Qualcosa si rifiutava all’identificazione totale con il male, e in questo rifiuto c’era il germe di un punto di vista, e dunque di una storia. Chiesi a Rocco se interpretava la scrittura del libro come una specie di guarigione. Mi rispose di aver pensato a una cosa del genere non tanto durante la stesura, ma adesso che il libro era stato pubblicato ed era diventato un manufatto con il suo prezzo e la sua immagine di copertina (un bizzarro particolare di Odilon Redon) ― un oggetto in fin dei conti che si poteva comprare, o regalare. Si era reso conto di non essersi mai spinto così avanti nel territorio selvaggio e pericoloso della Verità.

A parte una manciata di pagine all’inizio e alla fine, che pagano il loro tributo a una costruzione “romanzesca”, la maggior parte del libro consiste in un referto spietato di un caso di mania. L’uso della terza persona non fa che rendere ancora più lucidi e netti i contorni di un mondo interiore che va in frantumi a tappe forzate, senza la possibilità che intervengano rimedi autentici ed efficaci. Convinto di vivere una grande storia d’amore che in realtà esiste solo nella sua mente, Iano, il protagonista, distrugge da capo a fondo la sua esistenza, come se la sua concretezza non fosse stata che un’illusione, una sottilissima parete di carta che lo aveva separato dalla follia e che bastava un soffio per buttare a terra. Angosciosa e implacabile nelle sue tappe, la patografia che ne risulta è una lettura indimenticabile, e un risultato artistico di prim’ordine. Rocco era consapevole che l’esperienza, di per sé, non è che una materia amorfa, priva di dimensioni, esteticamente irrilevante. Una volta che hai doppiato il tuo Capo Horn, di qualunque cosa si tratti, il lavoro è ancora tutto da iniziare.

Nell’Apparizione, l’elaborazione artistica inizia proprio nel momento in cui l’anatomia della follia cerca una strada diversa da quella del linguaggio psichiatrico. La citazione del Dsm suona quasi antifrastica, rispetto alle intenzioni e alla strategia di Rocco. Non è che la letteratura sia più “elegante”, o più “metaforica” della psichiatria ― meno che mai le si può attribuire d’ufficio un maggiore grado di “autenticità” o “profondità”. Vale più mezza pagina di uno scritto minore di Freud di intere biblioteche di romanzetti intimisti. E nemmeno si può dire che sia una questione di competenze, di orizzonte culturale. Ma una differenza esiste, e si potrebbe dire che è una delle chiavi più importanti dell’opera di Rocco, considerata nel suo complesso. La psichiatria, che è un modello di conoscenza che ha lo scopo di formulare diagnosi e stabilire terapie, per essere efficace deve astrarre, ridurre la molteplicità dei casi e dei sintomi a delle costanti, creare delle definizioni: isteria, paranoia, depressione, episodio maniacale…

Al contrario, la letteratura deriva la sua stessa ragion d’essere dal rifiuto di ogni generalizzazione: è sempre la storia di quella persona, murata nella sua unicità, artefice e prigioniera della sua singolarità. È Ettore, il figlio di Priamo, che muore sotto i colpi di Achille; è l’impiegato Gregor Samsa a risvegliarsi trasformato in scarafaggio. E dunque la letteratura, se parla di una malattia, non potrà che trasformarla in una malattia senza nome, l’unica che si possa commisurare degnamente a quell’irripetibile intreccio di destino e carattere, contingenza e necessità che dà vita a un personaggio.

10

Devo riferire di un fatto accaduto durante quella telefonata, in cui parlammo a lungo dell’Apparizione. Era ancora inverno e il sole calava presto. Mentre ascoltavo la voce di Rocco, per caso, guardando fuori dalla finestra, mi è caduto l’occhio su un uccellino sospeso a mezz’aria nella luce del tramonto. Aveva dato due ultimi colpi d’ala, e poi era precipitato giù come un corpo morto, come se fosse stato colpito da un infarto, o trafitto da un dardo invisibile scagliato da qualche spirito cacciatore della sera. Di fronte a cose così strane, tutte le spiegazioni appaiono più o meno verosimili ma mai del tutto affidabili alla mente che vorrebbe solo accantonarle, dimenticarle. Stavo per interrompere Rocco e informarlo di quello strano evento, un uccellino stramazzato in pieno volo, ma un istinto successivo mi disse di tenermi la cosa per me. Se era un presagio, non era per forza infausto. Un’intuizione repentina mi aveva portato a interpretare la scena come se l’uccellino fosse una specie di capro espiatorio, che si caricasse definitivamente su di sé tutto il male patito, lasciandoci liberi di goderci la vita che ci restava. Ma a parte i presagi e i capri espiatori, di una cosa sono sicuro: tra le tante fortune della mia vita, una delle più grandi e inestimabili è l’aver potuto recuperare e godere l’amicizia di Rocco ancora per qualche anno, fino a quando la sorte ce l’ha strappato via non meno rapidamente di quell’uccellino, averlo ritrovato, essere riuscito a dirgli quanto gli volevo bene.

Da quando abitavo con Chiara, era molto spesso a casa nostra. Sentiva che eravamo contenti di averlo lì, proprio come una persona di famiglia con la quale puoi dividere all’ultimo momento la cena preparata per te, senza cerimonie. All’inizio mi ero ingelosito per il rapporto che aveva intrecciato con Chiara, fatto di assoluta confidenza e calabrese devozione (“la faccia mia sotto i piedi tuoi”, le aveva scritto in un sms, una volta che avevano litigato). Poi, lentamente, avevo capito: nell’ultimo periodo della sua vita Rocco andava in cerca, più di ogni altra cosa, di una certa temperatura affettiva nei suoi rapporti. Forse tra noi era rimasta qualche impalcatura intellettuale, o l’ombra di una competizione ― cose che con Chiara non potevano esistere. È stata lei, dopo infinite discussioni, a convincere Rocco a trasformare in Per il tuo bene il titolo dell’ultimo libro, che in origine era La bontà.

Non posso dire che Rocco fosse diventato meno rompicoglioni, e che le discussioni molto spesso, com’era sempre accaduto, non finissero in litigi. A volte si rendeva conto di aver condotto il suo puntiglio spagnolesco oltre il limite di tolleranza, e lui per primo ci rimaneva male. Avevamo escogitato, senza mai parlarcene apertamente, un piccolo rito di pacificazione, per andarcene a dormire tranquilli. Prima di tornare a casa, mi accompagnava a fare un giro dell’isolato con il nostro cane. «Sai» iniziava accennando a scusarsi, «con il carattere di merda che ho sempre avuto…»

11

Che cos’è un presentimento? In che misura il dopo stinge sul prima, lo deforma, lo immerge a forza nell’aura, nel clima irrespirabile del magico e del sovrannaturale? Ho parlato l’ultima volta con Rocco, al telefono, il pomeriggio del 17 luglio 2008, poche ore prima che morisse, schiantandosi con il motorino su una macchina parcheggiata in doppia fila, a pochi metri dall’impassibile statua equestre di Giorgio Castriota Scanderbeg, in piazza Albania, ai piedi dell’Aventino. Era appena tornato a Roma dopo aver trascorso due settimane in America, da amici di Providence ― una vacanza felice, mi aveva detto. Quella sera, dovevamo andare insieme a cena al Biondo Tevere, un ristorante molto popolare sulla via Ostiense, famoso perché fu l’ultima tappa in cui i testimoni videro ancora vivo Pier Paolo Pasolini, la notte del suo assassinio all’Idroscalo.

Qualche mese prima, ero stato proprio io a suggerire a Rocco di scrivere una specie di reportage su quel luogo, circa a metà strada tra la piramide di Caio Cestio e la basilica di San Paolo, per le pagine romane della “Repubblica”. Ne era venuto fuori un pezzo molto bello, che oggi si trova appeso in cornice – quasi come una reliquia – su una parete del ristorante. Poco prima dell’ora di cena, Rocco si fece vivo con un sms: si era ricordato di un altro impegno, dovevamo rimandare la cena all’indomani. Niente di grave. Noi riteniamo che sia sempre possibile rimandare le cose al giorno dopo, e questa illusione ci protegge. Per non cedere al terrore, dobbiamo essere convinti di avere, per ogni cosa, una vita davanti. Volendo approfittare della splendida luce calante della sera di luglio, sono sceso con il cane nel parco sotto casa, accomodandomi su una panchina a fumare una sigaretta. Pensavo a Rocco, con un’intensità e una commozione da congedo, che mi stupì. Ma perché pensavo tanto a Rocco, quella sera, mentre trascorrevano le sue ultime ore in questo mondo?

Se ci rifletto, ancora adesso che ne scrivo, mesi e mesi dopo, mi vengono i brividi. Ogni tanto la mente si fissa su certe filastrocche verbali, su certe associazioni di parole prodotte, per la maggior parte, più dai suoni che dai significati. Quella settimana di luglio vendevano in edicola un libretto, un racconto di Hemingway con il testo in inglese a fronte, La breve vita felice di Francis Macomber. Ebbene, dal momento in cui era saltato il nostro appuntamento al Biondo Tevere, la mia mente era assillata da un titolo immaginario, che suonava: La breve vita felice di Rocco Carbone. Il racconto di Hemingway, uno dei suoi capolavori, è ambientato in Africa, ma è una specie di parabola morale senza spazio né tempo, la storia di un uomo che realizza se stesso e acquista una sua piena dignità pochi minuti prima di morire.

In un certo senso, quella mia filastrocca ossessiva, La breve vita felice di Rocco Carbone, accennava a una verità. Credo che gli ultimi anni della vita del mio amico siano stati in assoluto i più felici. È molto difficile che si possa mai veramente guarire, o rinascere. Ma di sicuro si può imparare ad accarezzare il cane dal verso del pelo ― ad accettare, con ironia e stupore, ciò che si è. Ho detto all’inizio di queste pagine che in venticinque anni era cambiato ben poco. Eppure, un cambiamento importante si era verificato: il suo sguardo si era addolcito. Tutto ciò è stato colto alla perfezione da Chiara, in un articolo pubblicato poche ore dopo la sua morte, dal quale voglio citare alcune righe che hanno la precisione di una fotografia.

“In un universo letterario chiuso e asfittico come quello italiano, Rocco, per come era fatto, si era circondato solo di persone come lui. Che erano in realtà moltissime. Diverse da tutto, nel bene e nel male. Strutturalmente incapaci di stare al mondo: e consapevoli di questo al punto di prenderla a ridere. Affaticate dagli altri e per gli altri piuttosto faticose. Persone che sentivano di avere qualcosa che non andava. E a cui invece Rocco, più o meno implicitamente, e con l’esempio lampante della sua stessa esistenza, sembrava dire: è proprio quella cosa che di te pensi non vada, quella che più funziona”. [Chiara Gamberale, Il riscatto delle nostre imperfezioni, la lezione di Rocco Carbone, in “il Riformista”, 21 luglio 2008]

12

Nei mesi successivi alla morte di Rocco ho patito uno strano malessere, di natura indubbiamente psicosomatica, ma non per questo poco fastidioso. Ogni volta che prendevo sonno, sia di notte che per un breve riposo durante il giorno, passavano pochi minuti e mi risvegliavo con il cuore che batteva fortissimo, ricoperto di sudore. Era una sensazione così brutta che per tutta l’estate ho cercato in ogni modo di arrivare esausto al momento di addormentarmi, aspettando le prime luci dell’alba. Così facendo, a volte lo sfinimento mi risparmiava quegli attacchi. In quel periodo io e Chiara avevamo affittato una casa in Grecia, sulla costa meridionale di Samo.

Una notte, dopo essermi risvegliato di soprassalto almeno cinque volte, stravolto e sudato avevo deciso di sistemarmi sulla spiaggia sotto la casa, per godermi il fresco aspettando l’aurora. Il paesaggio era stupendo. La luce della luna faceva letteralmente brillare le migliaia di ciottoli della spiaggia, e tracciava una pista argentata sulla superficie del mare, fino all’orizzonte. Abbandonato su una sedia a sdraio, mi godevo un torpore parziale, cercando di non richiudere gli occhi per non cadere nella solita trappola. Ed è stato così che mi è venuto in testa un pensiero, che ho riconosciuto come vero ancora prima di comprenderne il senso. Quel malessere, quel sintomo così fastidioso legato al sopraggiungere del sonno, non era una conseguenza dello shock dovuto alla morte improvvisa di Rocco, come avevo pensato fin dall’inizio. No, non si trattava di un semplice riflesso psicologico: era Rocco stesso. Ancora incerto sulla direzione da prendere, forse incapace di realizzare ciò che gli era accaduto, smarrito e spaventato di fronte al Grande Buio, il suo spirito si era insediato nel mio sonno. Sabotandolo, chiedeva aiuto, attenzione, memoria. Come sempre aveva fatto nella vita, voleva accertarsi che qualcuno gli volesse bene. E così, per mesi, mi sono adattato a quel lungo congedo. Per quanto resistessi, prima o poi chiudevo gli occhi, e scivolavo nel sonno; a quel punto, una forza portentosa mi riportava indietro. Mi sentivo come una strada percossa da innumerevoli zoccoli di cavalli al galoppo.

Poi, un giorno, senza nessun preavviso, sono riuscito a sognare Rocco, e da quel momento mi sono addormentato senza problemi. Eravamo in una macchina che aveva da giovane, un’utilitaria bianca con il bagagliaio completamente occupato dall’impianto Gpl. Percorrevamo un lunghissimo viale di periferia, bordato da platani. Sapevo che Rocco era già morto, perché aveva la ferita sul mento che lo ha ucciso sul colpo nell’incidente, ed era pallido. Ma a differenza di come l’avevo immaginato l’estate precedente, quella notte in Grecia, non mi sembrava più smarrito, o in pena per qualcosa. Ero arrabbiato con lui, perché guidava a una velocità da incosciente, senza fermarsi ai semafori e agli incroci di quel viale interminabile. Lui sorrideva, non aveva paura di nulla. In realtà, non c’era rischio di andare a sbattere, perché in quel viale e nelle sue traverse non c’era nessuno a parte noi. Senza nemmeno bisogno di svegliarmi e meditarci un po’ sopra, già durante il sogno mi ero reso conto che quella velocità sconsiderata era un simbolo della dimenticanza. Avrei dovuto iniziare presto a scrivere su Rocco, a trattenerne qualcosa prima che fosse troppo tardi.

Come fiori di melo toccati dalla brezza, anche i ricordi di chi più abbiamo amato, e conosciuto, si staccano e volano via con rapidità inconcepibile. Pensiamo di averne accumulati tantissimi, così numerosi e vividi da durare per sempre ― e invece in mano ci resta poco più di un pulviscolo di immagini incerte e fuggitive. Tutto l’onere della prova, in questi casi, ricade sulle spalle di chi resta. Sarà davvero esistita una persona come Rocco, così vera, così bizzarra, così ostinata e fedele nell’amicizia? Non è stato solo un’illusione quel Don Chisciotte all’incontrario, che scambiava tutti i giganti per mulini a vento, ancora più temibili di qualunque gigante?

Roma, Pasqua 2009

L'articolo La breve vita felice di Rocco Carbone proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/estratti/rocco-carbone/feed/ 9
Ceronetti e Quinzio, anticonformisti divisi dalla fede https://minimaetmoralia.it/libri/guido-ceronetti-e-sergio-quinzio/ https://minimaetmoralia.it/libri/guido-ceronetti-e-sergio-quinzio/#comments Thu, 14 Aug 2014 14:30:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22827 Questo articolo è uscito su Europa.

Nel dicembre 1968, Guido Ceronetti, dopo aver terminato la lettura di Cristianesimo dell'inizio e della fine di Sergio Quinizio, uscito quell'anno da Adelphi, scrive un'intensa lettera all'autore, esordendo così: «ho finalmente letto tutto il libro [...]. L'ho riempito di sottolineature e ho seguito il filo con totale interesse. Con moltissime analisi concordo [...]. La differenza resta nel fondo: nel non sentirmi cristiano». La distanza, anzi l'abisso, che separava il non-cristiano Ceronetti dal suo corrispondente non impedì la nascita di una profonda e duratura amicizia (venne interrotta soltanto dalla morte di Quinzio, avvenuta nel 1996), documentata da un folto, interessantissimo carteggio, pubblicato da Adelphi sotto il titolo Un tentativo di colmare l’abisso. Lettere 1968 - 1996 (prefazione di G. Ceronetti, a cura di G. Marinangeli, pp. 444, euro 34).

L'articolo Ceronetti e Quinzio, anticonformisti divisi dalla fede proviene da Minima et Moralia.

]]>
i-due

Questo articolo è uscito su Europa.

Nel dicembre 1968, Guido Ceronetti, dopo aver terminato la lettura di Cristianesimo dell’inizio e della fine di Sergio Quinizio, uscito quell’anno da Adelphi, scrive un’intensa lettera all’autore, esordendo così: «ho finalmente letto tutto il libro […]. L’ho riempito di sottolineature e ho seguito il filo con totale interesse. Con moltissime analisi concordo […]. La differenza resta nel fondo: nel non sentirmi cristiano». La distanza, anzi l’abisso, che separava il non-cristiano Ceronetti dal suo corrispondente non impedì la nascita di una profonda e duratura amicizia (venne interrotta soltanto dalla morte di Quinzio, avvenuta nel 1996), documentata da un folto, interessantissimo carteggio, pubblicato da Adelphi sotto il titolo Un tentativo di colmare l’abisso. Lettere 1968 – 1996 (prefazione di G. Ceronetti, a cura di G. Marinangeli, pp. 444, euro 34).

Nelle lettere i due si confrontano su molti temi di diversa natura, anche se l’argomento dominante rimane sempre la Bibbia. Del resto, nei tre decenni coperti dal carteggio Ceronetti scrisse e pubblicò le sue splendide versioni dei Salmi, del Qohélet, del Libro di Giobbe, del Cantico dei Cantici e del Libro del profeta Isaia; mentre Quinzio perparò, fra l’altro, quella che riteneva la sua opera più importante, il monumentale Commento alla Bibbia in quattro volumi. Tuttavia, le prospettive dalle quali i due autori guardano al Libro divergono radicalmente: Ceronetti rimprovera a Quinzio di infischiarsene totalmente della filologia e di servirsi di pessime traduzioni; mentre quest’ultimo accusa l’amico di tradurre i testi biblici come se fossero testi di carattere letterario, anziché religioso. Per Quinzio, tra religione e religiosità, tra sacro e sacralità, tra fede e arte c’è un divario incolmabile e soltanto i primi termini  sono veramente autentici; per Ceronetti, invece, un libro come I fiori del male di Baudelaire potrebbe essere benissimo inserito tra i testi sacri: «Che “arte” e “fede” divergano è un tuo dogma – che a me fa orrore, semplicemente» – scrive a Quinizio – «Se dovessi scegliere non esiterei a buttare la fede […]».

I toni, spesso assai accesi, del confronto non intaccano minimamente la solidarietà emotiva tra i due interlocutori: è commovente leggere come Ceronetti si prodighi per far sì che Quinzio inizi a collaborare con “La Stampa” e come lo aiuti, anche economicamente, nei momenti di difficoltà. La solidarietà tra i due nasce anche da un comune sentimento di estraneità rispetto al proprio tempo: entrambi si sentono come dei corpi estranei all’interno dei quotidiani e dei periodici a cui collaborano (Ceronetti definisce Quinzio un «marziano sulla “Stampa”») e, più in generale, rifiutano di adeguarsi alle mode intellettuali che imperversano nell’Italia degli anni Settanta, come lo storicismo, il marxismo, l’obbligo dell’engagement politico-ideologico.

D’altra parte, questo carteggio rivela una precoce attenzione per tematiche, quali l’ecologia, l’agricoltura biologica, la medicina omeopatica, che solo molto più tardi si sarebbero imposte all’opinione pubblica. In ogni caso anche l’interesse per queste questioni oggi diventate di moda non assume quella forma fanatica tipica di alcune cerchie odierne: in una lettera esilarante del dicembre 1974, Ceronetti, pur fortemente critico nei riguardi della medicina ufficiale, afferma che l’omeopatia è «spiritual-nazista, cattolico-geddiana, papista Pio XII mistico telilardiana bramanico evoliana, con pazienti dello stesso genere… Parafrasando si può dire similes similibus».

Nel loro scambio epistolare Quinzio e Ceronetti si confrontano inoltre su questioni politiche tra le più scottanti, come l’aborto, la pena di morte, i problemi dello Stato di Israele. Le posizioni espresse ora dall’uno ora dall’altro su questi argomenti potranno risultare indigeste, provocatorie, insomma, politicamente scorrette. Comunque sia, sarebbe un errore interpretarle in chiave esclusivamente politica, dato che le riflessioni di questi autori assumono quasi sempre un’ottica metafisica.

Il carteggio è costantemente pervaso da un sentimento religioso, espresso con un’intensità che molto raramente si riscontra nei documenti religiosi ufficiali. Ma vale la pena leggere questo epistolario anche soltanto per lo smagliante stile aforistico proprio ai due autori, che trasferiscono entrambi nelle lettere la felice icasticità delle loro migliori raccolte di frammenti.

L'articolo Ceronetti e Quinzio, anticonformisti divisi dalla fede proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/guido-ceronetti-e-sergio-quinzio/feed/ 3
Missile e coltello https://minimaetmoralia.it/estratti/missile-e-coltello/ https://minimaetmoralia.it/estratti/missile-e-coltello/#comments Thu, 07 Aug 2014 19:07:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22710 È da poco uscito per Adelphi Un tentativo di colmare l’abisso, vale a dire il dialogo epistolare ultradecennale tra due intellettuali eterodossi come Guido Ceronetti e Sergio Quinzio, un confronto (e a volte un amichevole scontro) protrattosi fino alla morte di quest’ultimo. Di Ceronetti Einaudi ha anche ripubblicato da poco il bellissimo Viaggio in Italia. […]

L'articolo Missile e coltello proviene da Minima et Moralia.

]]>
È da poco uscito per Adelphi Un tentativo di colmare l’abisso, vale a dire il dialogo epistolare ultradecennale tra due intellettuali eterodossi come Guido Ceronetti e Sergio Quinzio, un confronto (e a volte un amichevole scontro) protrattosi fino alla morte di quest’ultimo. Di Ceronetti Einaudi ha anche ripubblicato da poco il bellissimo Viaggio in Italia.

Vi invitiamo (specialmente la frangia della redazione di minima&moralia che ama Ceronetti vi invita) a leggere questi libri, a leggere Ceronetti in generale. Come credito da ricompensare acquistando un suo libro (o chiedendolo in biblioteca) riproduciamo qui una poesia contenuta in Cara Incertezza (Adelphi), libro che ugualmente vi invitiamo a comprare, leggere o spulciare.

Missile e coltello

di Guido Ceronetti

Il missile trasforma in vittima una città intera, il coltello un uomo per volta.

I missili non si sa mai dove vanno a finire, il coltello arriva al cuore.

Col prezzo di un solo missile, si compera un miliardo di bellissimi coltelli.

Un vero sicario si sentirebbe disonorato, messo a servire in una batteria missilistica.

Il terrore sparso facendo una quantità di rumore non produce gli effetti squisiti di un terrorismo silenzioso.

Abbiamo sperimentato ormai le limitate possibilità del missile, mentre restano intatte nell’ombra le sempre nuove applicazioni pratiche del coltello.

Un bunker blindatissimo imperforabile da qualsiasi missile, si fonde alla vista di un coltello.

Non s’impara nulla, o ben poco, dal manovrare missili, molto invece dall’esercitarsi con coltelli.

Il missile è tenuto nascosto anche agli amici, ma ai veri amici non può essere celato nessun coltello.

Per piantare il coltello ci vogliono volontà, forza e buona disposizione; intorno al missile non c’è che un mucchietto di diplomi di laurea con lode.

Dio conosce chi uccide di coltello, ma i tecnici di missili neppure per lui hanno un nome.

Dio non dimentica le vittime dei coltelli, ma le vittime di missile svaporano dalla sua memoria.

Dio si sente sfidato da chi alza il coltello su un altro uomo, ma nella partenza di un missile verso il bersaglio non indovina nessuna volontà di provocarlo.

Satana s’immischia sempre in affari di coltello, ma abbandona i missili al loro nulla.

In un mazzo di fiori si può occultare benissimo un coltello, ma un missile infiorato è inimmaginabile.

Una potenza mondiale veramente intelligente lascia arrugginire i suoi missili teleguidati ma terrà pronti sempre, bagliori nella notte, immensi, temutissimi, arsenali di coltelli.

Un uomo che cammina di notte si guarda dai coltelli, ma pensa ai missili con perfetta indifferenza.

Sempre si racconteranno storie di coltelli; i missili esistono ma nessuno ne narra storie.

Si è orgogliosi di essere sopravvissuti a ferite di coltello, ma nessuno mostra cicatrici da missile.

Chi s’inquieta del futuro, ha da temere, più che missili, i coltelli.

 

L'articolo Missile e coltello proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/estratti/missile-e-coltello/feed/ 1
L’Italia invisibile di Guido Ceronetti https://minimaetmoralia.it/libri/un-viaggio-in-italia-guido-ceronetti/ https://minimaetmoralia.it/libri/un-viaggio-in-italia-guido-ceronetti/#comments Tue, 01 Jul 2014 15:30:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21858 Questo articolo è uscito in forma ridotta e rimaneggiata su Alias/il manifesto

A oltre trent’anni dall’uscita, Un viaggio in Italia di Guido Ceronetti - ristampato da Einaudi (pp. XVI-376, € 22,00) con una nuova premessa e una preziosa appendice inedita - ha mantenuto intatto, insieme all’intrinseco fascino letterario, tutto il suo straordinario valore di testimonianza antropologica sull’Italia contemporanea. Aveva ragione Raffaele La Capria, quando definì il Viaggio e il volume gemello Albergo Italia, oggi purtroppo quasi introvabile, «due descrizioni grandiose, e direi dantesche, da cui vien fuori tutto l'orrore del disastro italiano, […] che costituiscono […] l'ultimo definitivo capitolo di quel viaggio in Italia romanticamente iniziato da Goethe e così miseramente finito ai nostri giorni».

L'articolo L’Italia invisibile di Guido Ceronetti proviene da Minima et Moralia.

]]>
ceronetti

Questo articolo è uscito in forma ridotta e rimaneggiata su Alias/il manifesto. (Fonte immagine)

A oltre trent’anni dall’uscita, Un viaggio in Italia di Guido Ceronetti – ristampato da Einaudi (pp. XVI-376, € 22,00) con una nuova premessa e una preziosa appendice inedita – ha mantenuto intatto, insieme all’intrinseco fascino letterario, tutto il suo straordinario valore di testimonianza antropologica sull’Italia contemporanea. Aveva ragione Raffaele La Capria, quando definì il Viaggio e il volume gemello Albergo Italia, oggi purtroppo quasi introvabile, «due descrizioni grandiose, e direi dantesche, da cui vien fuori tutto l’orrore del disastro italiano, […] che costituiscono […] l’ultimo definitivo capitolo di quel viaggio in Italia romanticamente iniziato da Goethe e così miseramente finito ai nostri giorni».

Scritto in un periodo storico – la prima metà degli anni Ottanta -, in cui la sensibilità ecologista era ancora poco diffusa nel nostro Paese, il Viaggio di Ceronetti denunciò con inaudita potenza le devastazioni ambientali provocate dallo sviluppo industriale indiscriminato dell’Italia post-boom economico. Tuttavia il precoce grido di allarme lanciato da Ceronetti non ebbe carattere ideologico (il parallelismo con il Pasolini «corsaro» è, in questo senso, poco persuasivo), bensì metafisico: il libro nacque innanzitutto dalla volontà di salvaguardare non una particolare realtà storico-politica, ma l’Italia invisibileAgli amici dell’Italia invisibile» recita, non per nulla, la dedica aggiunta a questa nuova edizione).

Del resto, come afferma l’autore stesso, «L’Italia è più archetipo che nazione. Né un ispessito regno piemontese, né una repubblica poliarchica di cui sono stati, significativamente, resi incerti […] i confini orientali, sebbene rivestiti del nome Italia, corrispondono alla sua idea». La patria che Ceronetti ha in mente non è dunque lo Stato sorto dopo il processo di unificazione (su cui anzi esprime un giudizio impietoso), ma l’Italia, ancora essenzialmente virtuale, di Dante, Petrarca e Manzoni, le cui opere lo accompagnano, materialmente non meno che idealmente, nel corso del tragitto attraverso la Penisola. D’altronde, a dimostrazione dell’attualità del discorso di Ceronetti, non è forse l’Italia invisibile della letteratura, nata molti secoli prima dell’Italia politica, l’unica nazione che rimarrà davvero, l’unica nazione in grado di sopravvivere alle crisi che, secondo certi accreditati sondaggi degli economisti, rischiano di far precipitare il nostro Paese nel nulla?

La fedeltà di Ceronetti a questa idea dell’Italia emerge chiaramente fin dal Primo taccuino di viaggio (1980), pubblicato per la prima volta in questa nuova edizione, in cui Ceronetti fissò le linee-guida del viaggio che avrebbe compiuto, per scrivere il libro, tra il 1981 e 1983: «Abbiamo scioccamente scassinato l’ideologia dell’unità indivisibile giacobina, ficcandoci nell’imbuto di una unità nazionale che non poteva reggere. L’unità nazionale nell’arte soltanto era invece una mèta raggiungibile senza sforzo […]. Dopo il 1861 l’Italia savoiarda è un bordello indecifrabile per cui a Belfiore le forche resterebbero vuote. Era fatta per non esserci, non-Stato, non governo, archetipo ideale…».

Per queste ragioni il patriottismo metafisico di Ceronetti fa riferimento soprattutto al Risorgimento, eleggendo, in particolare, come mentori, figure storiche quali quella di Carlo Alberto di Savoia, morto più di dieci anni prima che l’Unità giungesse a compimento («Carlo Alberto visse gli ultimi anni in astinenza da tutto, disinfettato dal potere, mai visitato da guerre vittoriose, purificandosi, eppure anche lui uomo del destino, che apre le porte, con impaurita cautela, alla Rivoluzione, emancipa ebrei e valdesi, spinge un pochino in un’aria diversa un Piemonte inchiodato dalla bigotteria», si legge nel Taccuino).

Dietro l’Italia di oggi, «uniforme e noiosa», che Ceronetti sottopone ad una critica implacabile, si affaccia un’altra Italia, «l’Italia vera, l’Italia pneumatica e abscondita», che esorbita dagli stessi confini geografici della nazione, comprendendo anche l’ultima roccaforte catara di Montségur («Questo viaggio io volevo iniziarlo a Montségur, montagna asiatica sacrificale, vagina della più segreta Italia»). D’altra parte, Ceronetti trascura o liquida rapidamente molte delle più classiche mete turistiche del Belpaese («L’inferno turistico è tra i peggiori perché ti senti sepolto, impiramidato nella stupidità»), dedicando invece grande attenzione a luoghi apparentemente più marginali, come gli ospedali o i cimiteri. I centri cittadini che interessano all’autore non sono quelli comunemente designati come tali, bensì invece i centri metafisici, segrete propaggini di quello che René Guénon chiamò il «centro spirituale supremo»: «L’Italia non ha centri storici (così parla chi è senza centro), ha innumerevoli centri, molti dei quali sono viventi o sepolti, noti o ignoti, umbilicus mundi».

In questo viaggio iniziatico, troppo spesso etichettato a sproposito come apocalittico, non si evocano soltanto scenari degradati e soccombenti, ma anche residue scintille di bellezza («Questo grande rottame naufrago col vecchio nome di Italia è ancora, per la sua bellezza residua, un pallido aiuto alla pensabilità del mondo») e volti vivi, rari e isolati, certo, ma ancora non del tutto annientati dal male. È il caso del singolare agricoltore – simbolico custode dell’Italia invisibile –, al quale è dedicata una delle pagine più memorabili del libro: «un solitario aratore affondava l’erpice tirato da due magnifici cavalli bruni in un piccolo campo. Era certamente conscio di essere, col suo campetto e i suoi cavalli da Iliade, condannato a sparire, eppure arava, con pazienza, con disprezzo, con umiltà, con sapienza. Un Dio in incognito, un Dalai Lama in esilio, un simbolo, o più semplicemente un uomo forte e tranquillo. Non sapeva che quel suo erpice è una spada, che il luogo dove arava ha il segreto nome di Termopili».

L'articolo L’Italia invisibile di Guido Ceronetti proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/un-viaggio-in-italia-guido-ceronetti/feed/ 1
Il meglio di Pagina3: settimana dal 31 dicembre al 4 gennaio https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-31-dicembre-4-gennaio/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-31-dicembre-4-gennaio/#comments Fri, 04 Jan 2013 14:01:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12258 Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di dicembre è Nicola Lagioia; il conduttore del mese di gennaio è Edoardo Camurri. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.


Lunedì 31 dicembre:

 Aiuto, sbarcano i cannibali che ci mangiano la lingua. Da Spread a spending review, da entrance a high tech, il nostro italiano vittima della violenza anglomaniaca. Articolo di Guido Ceronetti, La Stampa, p. 27.

L'articolo Il meglio di Pagina3: settimana dal 31 dicembre al 4 gennaio proviene da Minima et Moralia.

]]>

Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di dicembre è Nicola Lagioia; il conduttore del mese di gennaio è Edoardo Camurri. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

Lunedì 31 dicembre:

 Aiuto, sbarcano i cannibali che ci mangiano la lingua. Da Spread a spending review, da entrance a high tech, il nostro italiano vittima della violenza anglomaniaca. Articolo di Guido Ceronetti, La Stampa, p. 27.

 Nel pentolone magico di Gadda. Articolo di Pietro Citati, Corriere della Sera, p. 28.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Wings for Sarah di Bob James

 

Martedì 1 gennaio:

 La cultura è diventata un lusso. Articolo di Lars Lönnroth (Traduzione di Andrea Sparacino) su presseurop.eu

 I film dell’anno di Roberto Manassero su doppiozero.com

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è  Noche de ronda di Gonzalo Rubalcaba, Charlie Haden e Pat Metheny

 

Mercoledì 2 gennaio:

 Che errore per la scuola mettere i voti online. La scuola liquida. Perché il registro elettronico è un’illusione educativa. Articolo di Mariapia Veladiano, la Repubblica, pp. 1 e 40-41.

 Montalcini, quanto ci mancherà Nostra Signora della Scienza. Articolo di Antonello Caporale, Il Fatto Quotidiano, p. 15.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Witchcraft di Duke Pearson

 

Giovedì 3 gennaio:

 Internet ha solo trent’anni (ma ne dimostra cento). Articolo di Serena Danna, Corriere della Sera, p. 24.

 Caso Limonov, si può arrestare il personaggio di un romanzo? Articolo di Cesare Martinetti, La Stampa, pp. 1 e 31.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è St. Tropez di Ray Brown e Oscar Peterson

 

Venerdì 4 gennaio:

 Come non farsi fregare dai Maya e da chi dice che il cinema è morto. Articolo di Mariarosa Mancuso, Il Foglio, p. 2.

 Mio papà era una spia della Stasi. La storia di Thomas Raufeisen. Articolo di Tonia Mastrobuoni, La Stampa, p. 30.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Etude I di Paul Motian eseguito con Charlie Haden e Geri Allen

 

L'articolo Il meglio di Pagina3: settimana dal 31 dicembre al 4 gennaio proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-31-dicembre-4-gennaio/feed/ 1