Guido Gozzano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/guido-gozzano/ un blog di approfondimento culturale Thu, 14 May 2020 18:07:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Guido Gozzano Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/guido-gozzano/ 32 32 Avvicinare Emily Dickinson #1 https://minimaetmoralia.it/poesia/avvicinare-emily-dickinson-1/ https://minimaetmoralia.it/poesia/avvicinare-emily-dickinson-1/#comments Fri, 15 May 2020 06:00:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43315 Rileggendo questa poesia, mi figuro Emily Dickinson nel 1864. La ritrovo vestita di bianco, come in tutti i libri in cui il suo nome è sussurrato come un mistero. Ha più o meno trentaquattro anni. I capelli raccolti. Le labbra carnose. Una fossetta sul mento. Un problema agli occhi. Molto probabilmente soffre di qualche forma di epilessia. Nottetempo scrive poesie su dei foglietti che poi ricuce in fascicoli con ago e filo. Da qualche anno ha preso la decisione irrevocabile di non uscire più di casa. «Tentare di parlare di ciò che è stato, sarebbe impossibile. L'abisso non ha biografi», scrive in una lettera del 1884. Tanto più la vedo stendere i piedini sulle assi del pavimento, e camminare lentamente, cautamente, di notte, mentre tutti dormono.

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Pubblichiamo la prima puntata di una serie dedicata alla poesia di Emily Dickinson, curata da Giuseppe Zucco.

Avanzavo di asse in asse
un lento e cauto cammino
le stelle intorno al capo percepivo
intorno ai piedi il mare –

Nulla sapevo se non che il successivo
poteva essere il mio centimetro finale –
Questo mi dava quell’andatura incerta
che chiamano esperienza alcuni –
(da Uno zero più ampio, di Emily Dickinson, a cura di Silvia Bre, Einaudi)

Rileggendo questa poesia, mi figuro Emily Dickinson nel 1864. La ritrovo vestita di bianco, come in tutti i libri in cui il suo nome è sussurrato come un mistero. Ha più o meno trentaquattro anni. I capelli raccolti. Le labbra carnose. Una fossetta sul mento. Un problema agli occhi. Molto probabilmente soffre di qualche forma di epilessia. Nottetempo scrive poesie su dei foglietti che poi ricuce in fascicoli con ago e filo. Da qualche anno ha preso la decisione irrevocabile di non uscire più di casa. «Tentare di parlare di ciò che è stato, sarebbe impossibile. L’abisso non ha biografi», scrive in una lettera del 1884. Tanto più la vedo stendere i piedini sulle assi del pavimento, e camminare lentamente, cautamente, di notte, mentre tutti dormono.

Forse qualcosa la agita, forse non riesce a prendere sonno, forse per questo allunga con infinita discrezione i piedini sulle assi del pavimento – magari le assi scricchiolano, e non vuole svegliare nessuno con quegli scricchiolii. «Perché vegli? Uno deve vegliare, dicono. […] Uno deve essere presente». Sono parole di Kafka, eppure se qualcuno dei suoi familiari si fosse levato dal letto, trovandola in piedi per casa, forse Emily Dickinson avrebbe risposto così.

Però non la vedo camminare genericamente dentro casa, la vedo avanzare in uno spazio ancora più ridotto, al secondo piano della grande villa paterna, dentro la sua camera da letto, di asse in asse, al buio. Ma, paradossalmente, più lo spazio intorno a Emily Dickinson si restringe, più i suoi passi si infittiscono. Così che, dopo un gran volgere di passi, la sua camera da letto si spalanca, le pareti cadono allargando più estremi confini – e anche Emily Dickinson cresce vertiginosamente. E se prima, come un uccellino in gabbia, la sua figura bianca e minuta era contenuta dal soffitto, ora si leva lassù, nello spazio profondo, intorno alla sua testa ci sono le stelle, intorno ai suoi piedi il mare.

Questa crescita impetuosa me ne ricorda un’altra. Anche Alice nel paese delle Meraviglie, dopo aver mangiato la torta, cresce a dismisura. Tanto che Alice, guardando il suo corpo allungarsi come il più grande telescopio mai esistito, constatando che mai più potrà calzare di scarpe i suo piedi così lontani, dirà «Dio mio! com’è tutto strambo oggi! E ieri le cose andavano come sempre. Mi chiedo: che sia stata scambiata nella notte? Lasciami riflettere: quando mi sono alzata la mattina, ero la stessa? Quasi quasi mi par di ricordare che mi sentivo un po’ diversa. Ma se non sono la stessa, la domanda seguente è: chi diavolo sono io? Ah, eccolo il grande rompicapo!»

Alice è sempre stata maestra di tutti noi. Istericamente, con il suo fare da bambina, ci ricorda che questa piccolissima cosa che chiamiamo io altro non è che una fantasmagoria, un’oscillazione perenne tra un sapere modesto e un non sapere smisurato, una maschera di cartapesta che i momenti di crescita squarciano brutalmente, rivelando ai nostri occhi che la vita è molto più ampia e contraddittoria rispetto a «quello che fingo d’essere e non sono!», come scrive Guido Gozzano.

Ma Emily Dickinson è una maestra più grande e più austera. Ed è strano, poiché tutta questa sua reclusione, questo suo vestirsi di bianco, questo suo tenersi al riparo da ogni contatto, ne fanno una figura folle, scissa, completamente sconnessa dalla vita, e invece dalla sua stanza, da questo suo osservatorio minuto, riesce a scorgere in profondità ciò che in un altro modo forse non sarebbe mai riuscita a vedere. Osserva dietro una finestra il lento stendersi delle foglioline degli alberi al sole, e intuisce le leggi della natura. Coglie improvvisamente il dorato saettare di un’ape, e ritrova il movimento sconsiderato che lega tutte le cose, dagli atomi ai pianeti. Allunga di notte dei passettini di asse in asse, e nel suo brevissimo percorso ricapitola e riformula l’avventura quotidiana di tutti noi.

Scrive Rilke, «Nella vita non c’è una classe per principianti, da noi si pretende sempre il più difficile». E cos’è questo difficile che Emily Dickinson riesce a scorgere così bene? Che la vita, al di là dei nostri piani, in questo suo immenso accadere, è un lento e cauto movimento su assi che non sappiamo, su assi che ci precedono, su assi che inventiamo e rendiamo reali solo con il nostro avanzare nel buio. É il nostro movimento a generare altro movimento, è il nostro movimento a dispiegare lo spazio che abbiamo intorno, è il nostro movimento a spalancare i giorni più chiusi, riconnettendoci alle ragioni profonde che fanno brillare le stelle e ondeggiare il mare.

Nella versione di Emily Dickinson, perfino la nostra finitezza appare un errore di prospettiva. Se dentro la sua piccola stanza riesce a percepire intorno a sé le stelle e il mare, allora tutte le convenzioni saltano, e non c’è più una stanza chiusa e il cielo aperto, e non c’è più un interno e un esterno, ma tutto è un unico ambiente, e ogni cosa richiama un’altra, ogni cosa respira nell’altra, e perfino la nostra vita interiore, riflettendo l’evoluzione del cosmo infinito e prendendovi parte, sembra uno strano gorgogliante abisso da cui affiorano continuamente eventi, sensazioni, visioni, astri pulsanti.

Ma se la nostra finitezza produce un infinito, è vero anche il contrario. Emily Dickinson vede per tutti noi come solo muovendoci, avanzando di asse in asse, noi generiamo come un orizzonte, il nostro «centimetro finale», l’ultima asse su cui metteremo i piedi. E sappiamo che c’è, e tuttavia non abbiamo idea di quando la toccheremo, e questa tremenda incertezza è l’unica certezza di cui disponiamo.

«Sa di polvere – il mondo / quando ci fermiamo per morire», scrive Emily Dickinson in un’altra poesia – eppure, qui, dopo avere intravisto il metallico luccichio dell’ultima asse, il mondo non collassa, né si disfa in polvere. Anzi, sembra quasi che le assi si moltiplichino sotto i suoi piedi, e che la sua avventura continui a persistere ogni oltre limite.

Venendoci incontro dalla sua stanza, sfiorandoci per un istante, e poi passando oltre, ecco cosa ci consegna in dono Emily Dickinson. Una delle più profonde e toccanti immagini dell’esperienza umana. «Quell’andatura incerta», quel muoversi incertamente, quell’accogliere il mondo nel segreto della propria carne, traducendolo poi in una postura del corpo, in un movimento del corpo, in una lunghissima scansione di passi. Qui è come se Emily Dickinson ci stesse dicendo che l’esperienza, prima ancora di divenire coscienza, pensiero, memoria, altro non è che il modo attraverso cui il nostro corpo assorbe il mondo e lo riformula e lo reinventa.

Così, è come se la vita e l’esperienza della vita coincidessero, tanto che non si finisce mai di fare esperienza, non si finisce mai di fare esperimento di se stessi e del mondo. E se nulla è dato una volta per tutte, poiché dipenderà sempre da come il nostro corpo accoglierà e restituirà il mondo, si va di asse in asse avendo ormai consapevolezza che «l’esperimento ci accompagna fino alla fine», come scrive Emily Dickinson in una lettera del 1870.

Ma anche ora che è andata via, proprio mentre non riesco a scorgere più il suo vestito bianco, ho ancora la vaga sensazione di sentirla camminare, come se i passi di Emily Dickinson fossero dei sassolini che cadono sul pavimento nel buio. Avanzare di asse in asse genera non solo uno spazio, ma anche una cadenza, un ritmo. E forse non è del tutto azzardato pensare che la vita, l’avventura, l’esperienza, la poesia, hanno questo in comune. Un sorprendente ritmo in cui tutto accade. Nel buio, scoprendo una per una tutte le assi che seguiranno, ecco i nostri passi emettere un intermittente pulsante bagliore.

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[Bibliografia:  Uno zero più ampio, di Emily Dickinson, a cura di Silvia Bre, Einaudi. Tutti i racconti, di Franz Kafka, a cura di Ervino Pocar, Oscar Mondadori. Le avventure di Alice nel paese delle Meraviglie, di Lewis Carroll, traduzione di Alessandro Ceni, Einaudi. I quaderni di Malte Laurids Brigge, di Rainer Maria Rilke, a cura di Furio Jesi, Garzanti. Lettere, 1845-1886, di Emily Dickinson, a cura di Barbara Lanati, Einaudi. Tutte le opere, di Emily Dickinson, a cura di Giuseppe Ierolli (www.emilydickinson.it)]

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“Il mondo intero è gremito di storie”. In memoria di Sebastiano Vassalli https://minimaetmoralia.it/estratti/in-memoria-di-sebastiano-vassalli/ https://minimaetmoralia.it/estratti/in-memoria-di-sebastiano-vassalli/#comments Tue, 28 Jul 2015 13:01:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27946 Sebastiano Vassalli ci ha lasciato nella notte tra il 26 e il 27 luglio. Lo ricordiamo pubblicando l'incipit de La notte della cometa, il romanzo-inchiesta sul poeta Dino Campana uscito per Einaudi nel 1984, e con un estratto dal libro-intervista Un nulla pieno di storie, scritto con Giovanni Tesio per Interlinea, che ringraziamo.

Marradi, settembre 1983. Il dépliant del Ristorante Albergo Lamone, dove alloggio da una settimana, dice: «Albergo moderatamente attrezzato. Cucina tradizionale e genuina. Specialità gastronomiche tosco-romagnole. Servizio accurato per matrimoni, banchetti, comitive ecc. Cacciagione, trote, funghi, pecorino marradese, torta di marroni. Vini tipici tosco-romagnoli». Le camere, distribuite su due piani, affacciano da un lato sullo scalo della stazione ferroviaria e dall’altro su un viale d’ippocastani intitolati a un tale Baccarini ma denominato, nell’uso, «viale della stazione».

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Sebastiano Vassalli ci ha lasciato nella notte tra il 26 e il 27 luglio. Lo ricordiamo pubblicando l’incipit de La notte della cometa, il romanzo-inchiesta sul poeta Dino Campana uscito per Einaudi nel 1984, e con un estratto dal libro-intervista Un nulla pieno di storie, scritto con Giovanni Tesio per Interlinea, che ringraziamo.

Marradi, settembre 1983. Il dépliant del Ristorante Albergo Lamone, dove alloggio da una settimana, dice: «Albergo moderatamente attrezzato. Cucina tradizionale e genuina. Specialità gastronomiche tosco-romagnole. Servizio accurato per matrimoni, banchetti, comitive ecc. Cacciagione, trote, funghi, pecorino marradese, torta di marroni. Vini tipici tosco-romagnoli». Le camere, distribuite su due piani, affacciano da un lato sullo scalo della stazione ferroviaria e dall’altro su un viale d’ippocastani intitolati a un tale Baccarini ma denominato, nell’uso, «viale della stazione».

In una di queste camere il poeta Dino Campana e la scrittrice Sibilla Aleramo trascorsero la notte di Natale dell’anno 1916: forse in questa stessa dove io ora mi trovo, forse in un’altra. Chissà. L’albergo, rimaneggiato nei muri divisori ma intatto nella struttura, molto probabilmente è coetaneo della ferrovia Firenze-Faenza: che s’inaugurò nel 1893 con grandi feste popolari e con l’intervento di Sua Altezza il Duca di Genova in rappresentanza di Umberto I di Savoia, Re d’Italia «per grazia di Dio e per volontà della Nazione».

Di Marrani le guide turistiche dicono poco: 328 metri sul livello del mare, cinquemila abitanti (ma all’inizio del secolo erano molti di più, quasi il doppio), qualche santuario nei dintorni, qualche resto di torre medioevale… In pratica, un paese attraversato da una strada, senza particolari connotazioni culturali o linguistiche. Soltanto gli edifici di piazza Scalelle parlano ancora di un’epoca in cui Marradi fu la piccola capitale della «Romagna toscana» alla frontiera di due Stati: il Granducato e lo Stato della Chiesa. Il paesaggio, gradevole, non presenta scorci o caratteristiche di particolare rilievo. Il profilo dei monti è «dolce» e insieme «severo», come diceva Campana; il cielo è luminoso, la vegetazione è varia: ma ciò che rientra nella generale bellezza del paesaggio appenninico e italiano. L’Italia è tutta un incanto.

 

 

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Il richiamo dei luoghi  

Io credo che la pianura tenda ad essere un non-luogo
letterario perché la più grande tra le sue storie non
raccontate è la sua stessa storia o, se si preferisce, quella
del suo paesaggio. […] La storia di questo paesaggio,
tra i più artefatti e manipolati dall’uomo che ci
siano nel mondo, riassume e compendia in sé tutte le
altre storie; le sovrasta come il Monte Rosa, il «macigno
bianco» di Dino Campana, sovrasta e domina la
pianura; le rende piccole e sostanzialmente inutili.
Ogni fatto che è accaduto in questi luoghi, anche il
più importante e drammatico, è una parola o una frase
di un romanzo che nessuno mai scriverà, ma che
chiunque, in una bella giornata, può vedere, andando
in treno o in automobile da Milano a Torino o viceversa.
A fronte della grandiosità di quella storia, gli scrittori
sono disarmati: e la nostra letteratura, inevitabilmente,
finisce per essere una letteratura di bozzetti, di
atmosfere, di frammenti di paesaggio e di “figurine”.
(Il mio Piemonte)

Nato a Genova un po’ a pigione e trapiantato forzosamente a Novara, come ti consideri regionalmente parlando?

Mi considero, e sono, piemontese. Pur essendo metà lombardo per parte di padre, e metà toscano per parte di madre. Il Piemonte, e specificatamente la pianura ai piedi delle Alpi: la pianura del riso (inteso come cereale) è, se non proprio la terra dei miei avi, il paese dove sono vissuto sempre. È il mio orizzonte fisico e mentale, che comprende e racchiude in sé ogni altro orizzonte.

La pianura, dici. E le valli?

Ho un rapporto speciale con la Valsesia: una valle chiusa, dominata dal massiccio imponente del Monte Rosa. Varallo è una piccola città d’arte, dove hanno operato, nel corso dei secoli, pittori scultori e architetti di grande talento. Di questa valle, e delle sue meraviglie sepolte nel tempo, ho parlato nel mio recente romanzo: Le due chiese.

Non sono gli unici luoghi in cui tu abbia ambientato le tue storie. Ne hai ambientate anche altrove, di certo più in là. Ti sei occupato degli «italiani trasparenti» del Sud Tirolo.

Sì, ho amato altri luoghi delle Alpi. Nelle Dolomiti, che conoscevo poco, ci sono dovuto andare all’inizio degli anni ottanta per un servizio giornalistico. Ho conosciuto Bolzano e Merano e le valli annesse fino al Brennero. Ho dovuto calarmi nella realtà di una terra dove gli italiani, in passato, hanno mostrato la loro faccia peggiore, quella “forte e vincente”: e ora cercano di riparare una situazione che non cesserà di essere difficile finché gli altri (i sud-tirolesi) non metteranno un poco di buona volontà per venirgli incontro. Le vie dell’odio sono fin troppo facili da percorrere; le altre richiedono pazienza e intelligenza. Due cose rare.

Hai anche ambientato buona parte del romanzo Marco e Mattio nella valle di Zoldo.

È vero, sono tornato nelle Dolomiti: nella valle di Zoldo, per raccontare la storia di un uomo, Mattio Lovat, che doveva salvare il mondo e che forse lo salvò davvero. Chissà! (Visto che si sacrificò per realizzare quell’impresa, concediamogli almeno il beneficio del dubbio). Con Mattio Lovat e con Ludovico Manin, che fu l’ultimo dei dogi, ho conosciuto Venezia. Non la città medievale e rinascimentale, splendida d’arte e di ricchezze. La Venezia in cui io sono arrivato, e di cui ho percorso le calli, stava vivendo il momento del suo declino; era la vuota spoglia di una città grande e splendida, destinata a diventare l’ombra di sé stessa. Una finzione per i turisti dei secoli a venire.

La notte della cometa non può certo dirsi ambientata in Piemonte.

Con Dino Campana ho camminato sulle strade del Mugello e sono andato a piedi al santuario della Verna. Insieme a lui ho conosciuto la Firenze del primo Novecento: i suoi caffè, le sue case editrici, i suoi personaggi alla moda. Ho rivissuto, nell’Alcova elettrica, il processo a “Lacerba”. Passatisti contro futuristi. Una storia futile e grottesca, come la battaglia dei topi e delle rane cantata da Omero e da Leopardi. Ricordi? «Antica lite io canto, opre lontane, / la battaglia dei topi e delle rane». Ma con il canonico Giovan Battista Cavagna sono anche sceso nelle catacombe di Roma alla fine del Cinquecento, per cercare le reliquie dei santi da portare a Novara al vescovo Bascapè: uno dei protagonisti della Chimera. Poi ho conosciuto la Palermo di Emanuele Notarbartolo, di Raffaele Palizzolo e di “don Piddu” Fontana, che sarebbe diventato uno dei capi della Mano Nera in America. Ho conosciuto – e ne abbiamo
appena parlato – la Sicilia. La Sicilia è un luogo della terra pieno di bellezze e di bruttezze, di pregi e di difetti, con una caratteristica unica: che quando la conosci ci resti coinvolto. O la ami, o la odi; l’indifferenza nei suoi confronti non è possibile.

E tu?

Io sono stato tentato di odiarla; poi, invece ho finito per amarla.

Il tuo rapporto con Novara?

A vent’anni, mi sono sforzato di odiare Novara, la città «quasi brutta» e «priva di lusinghe» come la signorina Felicita di Gozzano, dove il destino mi ha fatto approdare in tempo di guerra. Non ci sono riuscito, e ci sono rimasto per tutta la vita.

Del resto di Novara hai lungamente parlato nei romanzi La chimera e Cuore di pietra.

Questa piccola città ha una storia nascosta: una grande storia, che probabilmente nessuno mai riuscirà a raccontare. La coltivazione del riso, di cui è stata ed è il centro, ha impiegato nei secoli migliaia di schiavi, come la coltivazione del cotone in America. L’unica differenza con l’America è che gli schiavi del riso non viaggiavano sulle navi e non venivano dall’Africa. Non avevano la pelle nera: erano bianchi, come gli uomini che li facevano lavorare a suon di frustate. Venivano dalle valli alpine o anche dai villaggi della pianura. Erano i disgraziati che più disgraziati non si può: gli storpi, i gozzuti, gli handicappati, i vecchi ormai inabili a qualsiasi altro lavoro, e morivano di stenti e di malaria, secondo ciò che riferiscono le “gride” degli spagnoli, senza che nessuno si occupasse di loro…

Una città sorprendentemente gremita di storie.

Il mondo intero è gremito di storie: anche se non tutte sono così grandi e così dolorose come l’epopea degli schiavi del riso. (Che non a caso è stata sepolta e “rimossa” nell’inconscio collettivo).
Novara non ha grandi tradizioni culturali; non è una ex capitale né una città d’arte, ma è un luogo che ha visto compiersi nel tempo molte più storie di quante io ne potrei raccontare. È un teatro, come ho scritto in Cuore di pietra, su cui gli dei vengono ad affacciarsi per assistere alle nostre vicende; e se loro se ne accontentano anch’io posso accontentarmene. Non ti pare?

Anche a Napoli hai trovato il modo di guardare.

Napoli l’ho vista con gli occhi di Giacomo Leopardi, seduto a un tavolino del Caffè delle Due Sicilie, poi Caffè d’Italia; o intento a scrivere sulla terrazza della villa (che in realtà non era una vera villa, ma la sua dépendence) ai piedi del Vesuvio, dove lui abitò con Ranieri durante l’epidemia di colera. Forse nessuno se ne è accorto, ma io ho finito per raccontare l’Italia fuori dai particolarismi e dai localismi. L’ho raccontata a nord, a sud, a est e a ovest.

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miniTube #2 La poesia di Attilio Bertolucci https://minimaetmoralia.it/cinema/minitube-2-poesia-attilio-bertolucci/ https://minimaetmoralia.it/cinema/minitube-2-poesia-attilio-bertolucci/#comments Sun, 02 Dec 2012 10:36:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11811 Giovedì pomeriggio sono stata alla Casa del Cinema alla presentazione di una nuova edizione (scrigno con libro e dvd edito dalla Cineteca di Bologna) del romanzo in versi di Attilio Bertolucci La camera da letto. La sala era piena, e la presentazione è cominciata proiettando due capitoli dello straordinario (omonimo) film dal romanzo in versi di Bertolucci girato nel 1991 da Stefano Consiglio e Francesco Dal Bosco. Nel film c’è Attilio Bertolucci tra stanze e giardino, dentro e fuori la casa di famiglia a Casarola, paesino dell’Appennino Emiliano. Legge integralmente La camera da letto. I prologhi ai canti li legge Laura Morante. Quarantasei canti, nove ore in tutto ed è una meraviglia.

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Giovedì pomeriggio sono stata alla Casa del Cinema alla presentazione di una nuova edizione (scrigno con libro e dvd edito dalla Cineteca di Bologna) del romanzo in versi di Attilio Bertolucci La camera da letto. La sala era piena, e la presentazione è cominciata proiettando due capitoli dello straordinario (omonimo) film dal romanzo in versi di Bertolucci girato nel 1991 da Stefano Consiglio e Francesco Dal Bosco. Nel film c’è Attilio Bertolucci tra stanze e giardino, dentro e fuori la casa di famiglia a Casarola, paesino dell’Appennino Emiliano. Legge integralmente La camera da letto. I prologhi ai canti li legge Laura Morante. Quarantasei canti, nove ore in tutto ed è una meraviglia.

Dopo la proiezione hanno parlato Valerio Magrelli, Bernardo Bertolucci, Enrico Ghezzi, Gian Luca Farinelli, Francesco Dal Bosco, Stefano Consiglio e Gabriella Palli Baroni. Di Attilio Bertolucci hanno raccontato frammenti. Sommi, poeticissimi frammenti. Del titolo La camera da letto, il figlio Bernardo ha raccontato di come lui e il fratello Giuseppe alla domanda “che cosa scrivi?” ottenessero dal padre per risposta “la bedrum!” Anni dopo avrebbero scoperto che la “bedrum” era la bedroom, la camera da letto in inglese. Dei giorni delle riprese Consiglio ha raccontato di come lui e Dal Bosco fossero giovani. Giovani e totalmente immersi nella poesia. Chiamavano al telefono Attilio Bertolucci, e invece di dirsi “pronto, come va?” si dicevano “pronto, come va Leopardi?”

A fine proiezione e presentazione hanno mostrato dieci minuti di extra (non contenuti nel dvd, e così il momento più prezioso della serata). In quei dieci minuti ci sono spezzoni di fuori onda in cui c’è quasi sempre Attilio Bertolucci. Spesso sorride. Parla con i registi. Chiede cosa faranno nel pomeriggio. Ascolta la musica.

Poi sono tornata a casa, e ho subito cercato Attilio Bertolucci su YouTube.

Quando ancora in tv si facevano le sfide di poesia. È la seconda edizione del premio Poeti in gara, ideato e curato da Giorgio Weiss per la trasmissione l’Aquilone di Raiuno. In questo episodio del 24 novembre 1989 si incontrano i poeti Attilio Bertolucci e Toti Scialoja. Attilio Bertolucci legge Guido Gozzano.

Ancora Poeti in gara, stessa edizione, episodio del 2 febbraio 1990. Attilio Bertolucci, che ha battuto Scialoja, sfida Edith Bruck. Bertolucci legge sempre Gozzano. Vincerà anche questa volta. In un episodio successivo (del marzo 1990, si trova sempre su YouTube) sfiderà Elio Filppo Accrocca e Ariodante Marianni.

È sempre la Rai, ma la trasmissione è Pickwick, e l’anno è il 1994. Attilio Bertolucci è stato invitato da Alessandro Baricco a parlare di poesie d’amore. Le domande non sono granché, le risposte sono straordinarie. Comincia con Baricco che domanda: chi ha scritto le più belle poesie d’amore? E Bertolucci risponde: secondo me Catullo, e poi anche Petrarca. Finisce con Bertolucci che dice: l’amore si nutre di musica. questo è vero, no? e la musica si nutre d’amore. E poi, rivolto a Baricco: ha l’aria di non essere molto d’accordo… Subito dopo parte l’orchestrina.

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