Guido Piovene Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/guido-piovene/ un blog di approfondimento culturale Mon, 03 Oct 2016 13:04:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Guido Piovene Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/guido-piovene/ 32 32 Parise, Poeta https://minimaetmoralia.it/letteratura/parise-poeta/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/parise-poeta/#respond Thu, 07 Apr 2016 12:30:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30473 Questo pezzo è uscito sull'ultimo numero di Sofà. Quadrimestrale dei sensi nell'arte: ringraziamo la testata e l'autore.

GOFFREDO PARISE, POETA. Così, tutto in maiuscolo, come farebbe un writer che volesse ingentilire il caseggiato, come fece Parise, che avvertì rovinarsi, nel giro di quel “decennio di ideologismo verbale incontrollato e permanente” che seguì il Sessantotto, quasi una cultura intera, la nostra, e compose i Sillabari, un libro che si assentò dal proprio tempo e che ebbe accesso alla classicità, a quello status invidiato, fin da subito; tutti in maiuscolo,come andrebbero scritti i titoli delle «poesie in prosa» che stanno a sillabare i sentimenti elementari di cui quel libro è l’itinerario, l’avventura misericordiosa.

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero di Sofà. Quadrimestrale dei sensi nell’arte: ringraziamo la testata e l’autore.

GOFFREDO PARISE, POETA. Così, tutto in maiuscolo, come farebbe un writer che volesse ingentilire il caseggiato, come fece Parise, che avvertì rovinarsi, nel giro di quel “decennio di ideologismo verbale incontrollato e permanente” che seguì il Sessantotto, quasi una cultura intera, la nostra, e compose i Sillabari, un libro che si assentò dal proprio tempo e che ebbe accesso alla classicità, a quello status invidiato, fin da subito; tutti in maiuscolo,come andrebbero scritti i titoli delle «poesie in prosa» che stanno a sillabare i sentimenti elementari di cui quel libro è l’itinerario, l’avventura misericordiosa.

Bisognerebbe fare molti passi indietro, ma non so se è il caso, quando il caso è Goffredo Parise, uno che pigliava le questioni dalla punta, proprio quando le questioni erano le vite (e le opere) degli artisti, degli amici: uno specializzato negli addii, nel sancire per mezzo scritto quel «possesso signorile di una realtà che siamo sul punto di lasciare per sempre» che è la ragione segreta dei Sillabari, secondo Cesare Garboli. Li ricordava uno per uno, gli amici, e più volte: dinanzi a tutti, quei cinque membri della last generation italiana – non lost: last –, quelli che, ultimi, ebbero un’esistenza integralmente letteraria: Comisso, l’«amico artista» e pazzo che egli aveva a Treviso, e Gadda, poi, Piovene, Montale e Moravia, che non fece in tempo a salutare.

Della propria generazione, invece, considerava se stesso e Pasolini e Calvino, e li definiva «ibridi», giovani sopravvissuti di un’età passata e vecchi superflui del presente che preferisce il futuro: quando lo scritto perderà la propria supremazia artistica. Postille: la tradizione ammetterà qualche contestazione, se è vero che, nei confronti della diade Pasolini-Calvino, ogni timore o terrore reverenziale era bandito da Parise, e che una terza via sarebbe possibile, forse, che era la sua.

Trent’anni dopo, quel condizionale non riusciamo a deporlo, come non accettiamo l’ingiustizia che «la poesia va e viene, vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi e non ha discendenti»: non è di tutti, la poesia, non è molto social, non risponde ai richiami, non si fa comandare e mette in imbarazzo chi non ce l’ha, chi non (ce) la fa – la poesia, che è l’interesse di Parise esclusivo e sufficiente, che non è definibile dalle ideologie critiche letterarie, oltrepassa tutti i generi e che sarebbe l’arte stessa, poi, ma che non è lo stile, perché «per fare dello stile si può anche essere insinceri, anzi, si deve essere insinceri, ma non per tentare di fare dell’arte. L’arte è più difficile dello stile».

Di nuovo, «se lo stile ha degli eredi, l’arte è come una farfalla, senza eredi e capricciosa, si posa dove e quando vuole lei»: rimodulare l’urgenza di questa consapevolezza non dà anche sollievo? Disparità e sollievo, durante la rincorsa affannata all’espressione artistica che avrebbe da essere, nella furia del risentimento democratico, alla portata di tutti. Se così fosse, ci toccherebbe dare ragione a chi annunciava l’epoca della riproducibilità tecnica dell’arte – Parise: «(ma ho i miei dubbi)». Ah, ecco, basta non ribadire la svista di Benjamin: riproducibile non è l’arte, ma lo stile – l’arte è salva, difficile e salva.

Il peccato che costava l’espulsione dalla casa disordinata ma solida dei padri-amici di Parise, l’essere replicabili: un’occhiata a Frederic Prokosch condannò altri due scrittori, Somerset Maugham e Truman Capote, perché si veniva a scoprire, così, che essi sono «facilmente imitabili», tanto che il primo riusciva a fare il verso agli altri due e la lettura dei loro libri non sarà più la stessa, allora. Persa quella loro singolarità, perdono fascino, a Parise passa un po’ la voglia di frequentare le loro pagine, il loro trucco è scoperto – era proprio un trucco.

Di chi non si può imitare, invece, si deve essere amici, conviene, anche se Natalia Ginzburg confessava proprio quella tentazione, la volontà del libero sfogo alla capacità germinativa dei Sillabari, che chiamano ai contagi «fecondi e benefici», all’eventualità che«simili fermenti di imitazione» non vengano tenuti a bada e che si dia il via a quella possibile rianimazione poetica della narrativa che, chissà, potrebbe condurre il romanzo fuori dalle secche dell’inutilità in cui si era arenato, già sul finire degli anni cinquanta, secondo Parise.

Dedica poco tempo ai nemici, Parise, di fronte al poco tempo che, da sempre, resta, come se, avendo il becco e sorvolando vasti panorami, fiutasse per acciuffare e rilasciasse ogni preda: Barthes, Borges, Chomsky e Lacan, che «dominano la scena culturale mondiale» – si era nel 1984 –, perché la loro «è una razza di piccoli e grandi fabbricanti di mitologie ingannevoli, un po’ come i tessitori fantasma della favola di Andersen del re nudo».

Non sopportava che, culturalmente, lo prendessero in giro,tanto quanto gli piaceva giocare con gli altri – col presunto serioso Gadda, per esempio –, esserne giocato, e sembrava aver fretta, scrivendo e leggendo, cioè scrivendo delle proprie letture, come se i libri scottassero e bisognasse prenderli e gettarli lontano, scrivendo con gli occhi quasi chiusi, tirando colpi a caso e che vanno tutti a segno, fortunosamente, un po’ come quelli di Comisso, nella cui stesura era Silvio Ramat a rilevare quella «sbadatezza» inedita della prosa che era «quasi il dire di una voce malinconica, nostalgica e svagata», l’espressione di un «disinteresse»che «è solo apparente: il modo di trovare le cose, di dirle, pare noncurante, e non è». Quando si sta attenti, ci si somiglia tutti, ed è nella distrazione dalle paranoie analitiche e stilistiche, diversamente, che avremmo da guadagnare un volto, simpatia, libertà, o poesia, se le va.

La domanda critica legittima di Parise era una sola, e non è quella ufficiale della letteratura feticizzata sulle condizioni stilistiche della pagina: riguarda, invece, le condizioni primarie dell’irruzione della poesia nella vita, che si verificano quando si ritrova se stessi, al netto di ogni ossessione e previsione, «in quel particolare stato d’animo non facile da descrivere che non è necessariamente felice, ma non può e non deve essere assolutamente infelice. Deve essere una specie di limbo, di lieve e soffusa esaltazione, in cui, nel suo complesso ti piace la vita e ne hai al tempo stesso nostalgia». La vita, già, la quale «ha i suoi tempi, la sua lingua, le sue armonie, le sue pause, i suoi punti, e punti e virgola, e a capo».

Difficile, però, riprendere la parola, dopo un «a capo»come quello di Parise.

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Scrittore, a tua madre tornerai https://minimaetmoralia.it/interviste/scrittori-e-madri/ https://minimaetmoralia.it/interviste/scrittori-e-madri/#respond Wed, 11 Jun 2014 08:54:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21366 Pubblichiamo la versione integrale di un articolo di Andrea Cirolla apparso su Pagina 99.

Sarà vero che sempre alla madre torna, la scrittrice, lo scrittore, come al ricordo più antico? Che non ne parli o che ne celebri il culto a ogni pagina, davvero non può fare a meno di sceglierla? Ma poi, perché parlare proprio di scrittori e di scrittrici? Perché non domandarsi della madre del broker finanziario, ad esempio, o del lavavetri sui grattacieli, o del disoccupato?

Servirà resistere al giudizio che vede banalità nel riferimento, e superare il dubbio di una corrispondenza scontata, perché se è evidente che scrivere non basta a rendere speciale il proprio rapporto con la madre, sarà pure necessario ammettere che solo uno scrittore potrà dire qualcosa della sua relazione dicendo al tempo stesso qualcosa anche della relazione degli altri; se non altro per una questione di mestiere. In altre parole: attraverso la “lente” dello scrittore ci si aspetta di vedere qualcosa di più; o al limite di vedere le stesse cose, ma più chiaramente. E allora, e al di là di tutto, e anche fuori dai libri, chi sono queste madri, qual è il loro volto?

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Pubblichiamo la versione integrale di un articolo di Andrea Cirolla apparso su Pagina 99. (Nella foto: Silvana Mauri e Pasolini. Fonte immagine)

Sarà vero che sempre alla madre torna, la scrittrice, lo scrittore, come al ricordo più antico? Che non ne parli o che ne celebri il culto a ogni pagina, davvero non può fare a meno di sceglierla? Ma poi, perché parlare proprio di scrittori e di scrittrici? Perché non domandarsi della madre del broker finanziario, ad esempio, o del lavavetri sui grattacieli, o del disoccupato?

Servirà resistere al giudizio che vede banalità nel riferimento, e superare il dubbio di una corrispondenza scontata, perché se è evidente che scrivere non basta a rendere speciale il proprio rapporto con la madre, sarà pure necessario ammettere che solo uno scrittore potrà dire qualcosa della sua relazione dicendo al tempo stesso qualcosa anche della relazione degli altri; se non altro per una questione di mestiere. In altre parole: attraverso la “lente” dello scrittore ci si aspetta di vedere qualcosa di più; o al limite di vedere le stesse cose, ma più chiaramente. E allora, e al di là di tutto, e anche fuori dai libri, chi sono queste madri, qual è il loro volto?

È una delle domande che ho rivolto a dieci figli, tra scrittori e scrittrici. In cinque (uomini) hanno preferito non rispondere: troppo intimo, no grazie. Gli altri hanno accettato, con grande generosità: Teresa Ciabatti, Helena Janeczek, Aldo Nove, Maria Pace Ottieri e Valeria Parrella.

«Di notte la sogno: all’inizio è lei, poi si trasforma in me, poi in mia sorella, in mia nonna, infine in mia figlia. Mia figlia che ha appena quattro anni. Abbiamo tutte gli stessi capelli castani, e gli stessi occhi scuri, siamo alte uguali, abbiamo denti bianchissimi. Ci siamo ancora tutte. Tutte nello stesso corpo». Questa è Teresa Ciabatti. Sua madre si chiamava Francesca: «era anestesista, ma ha smesso di lavorare poco dopo la nascita mia e di mio fratello (siamo gemelli). Era ansiosa. E mi trasmetteva ansia. La sua morte è stata un dolore infinito e anche una liberazione. Ho capito che la mia più grande angoscia era che lei morisse. Non riuscivo a staccarmi per troppo tempo da lei, quasi presidiassi la sua morte. Avvenuta quella, non avevo più niente da temere. Niente più ansie e paure. Dopo la sua morte ho lasciato per la prima volta qualcosa di mio nella casa di campagna. Un pigiama e due golf. La mia casa ora può essere ovunque».

Quando chiedo a Valeria Parrella in che relazione stia con sua madre, che ora non è più con lei, «ti sbagli di grosso» mi risponde: «lei è con me è in me, io sono lei. Questa è la nostra relazione». Davanti alla stessa domanda, Helena Janeczek racconta questo episodio: «qualche mese fa, forse poco prima che trascorresse un anno dalla sua morte, ho scritto una poesia indirizzata a Antonella Anedda sulla base comune delle madri che ci hanno segnato a vita; anche se, nel caso di sua madre, non c’era stata la catastrofe collettiva di un genocidio a aver determinato quella sofferenza estrema che aveva investito pure la figlia. In quei versi, parlo della “cattiveria straziante delle vittime” che però “non l’hanno mai fatto apposta”. Dico che i nostri tentativi di riparare a quel male – subito e inconsapevolmente inflitto – non sono stati inutili, “ma la salvezza, signora mia / è un’altra stoffa”. Aggiungo solo: vorrei che la pietas enorme che provavo per mia madre negli ultimi anni e che mi ha dato la possibilità di starle vicino sino alla fine, potesse accogliere anche me e la mia vita futura».

Con Nina, cinquant’anni dopo «quel giorno», Helena affrontò il viaggio in Polonia da cui nel ’97 trasse il romanzo Lezioni di tenebra. «Glielo feci leggere in prima o seconda stesura. Non l’avrei pubblicato senza il suo beneplacito». Come la prese? «La prese – come si può riscontrare nel testo finale – intervenendo: i dialoghetti in corsivo nei quali lei dice cosa correggere, omettere, aggiungere, sono frutto di quella sua lettura, sono rielaborazioni del suo parlato. Più in generale la prese in modo ambivalente: da un lato era grata che avessi voluto prendere il testimone;  era anche orgogliosa di trovarsi protagonista assoluta di un libro assai premiato e elogiato dalla critica. Dall’altro, mi faceva talvolta sapere che certe amiche o conoscenti (mai lei direttamente) erano stupite che lei mi avesse concesso una pubblicazione che la ritrae così negativamente».

Come nacque il romanzo?

«Lezioni di tenebra nacque dalle prime pagine buttate giù come reazione al programma televisivo di cui parlo proprio all’inizio. Poi mi resi conto che potevo (o dovevo) proseguire; la storia di chi si trova l’abnormità dell’Olocausto mediata quotidianamente dalla normalità di un rapporto madre-figlia (la normalità che prevede il conflitto) sinora non l’aveva raccontata nessuno, almeno non in Italia. L’idea principale era quella di sfruttare la posizione mediana e mediatrice dell’io narrante per avvicinare i lettori il più possibile a quel buco nero assoluto della storia umana:intraprendere insieme questo viaggio verso la tenebra, fin dove risultasse esplorabile e esperibile».

A tutti ho rivolto la stessa domanda: tua madre ti leggeva?

«Certo» risponde Maria Pace Ottieri, «mi leggeva, ma era pudica, capivo che i miei libri erano una soglia su cui si tratteneva, c’erano troppe implicazioni, mio padre era più aperto, più a suo agio. Credo che mia madre considerasse quella di scrivere una scelta coraggiosa, perfino audace, destinata forse a crearmi conflitti. Ma io in fondo non ho mai scelto di scrivere, ogni libro è un’avventura a sé che mi capita, più che essere inseguita, o così mi dico. Invidio i grandi scrittori come Melville o Conrad che traevano la scrittura dalla loro vita sulle navi…».

«Mi leggeva» è la risposta anche di Valeria Parrella, «e in genere le piaceva tutto, a volte le piacevano così tanto i miei libri, che mi ringraziava, come fanno i fan… Poi veniva a vedere i miei spettacoli teatrali e si spellava le mani negli applausi. Se pensava qualcosa della mia scelta di essere scrittrice non l’ho mai saputo, perché approvava ogni mia scelta».

Le chiedo cosa c’è di sua madre in ciò che scrive: «nel mio ultimo libro (Tempo di imparare, NdR) c’è un albero di fantasia, che prende il nome da un gioco enigmistico che si chiama il logogrifo. Ecco, mamma è là, bella radicata nella pagina».

Anche Teresa Ciabatti era letta da sua madre, ma non voleva sentire i suoi commenti. E in ciò che scrive non c’è solo sua madre, dice, «ci sono tutti. Tutti i miei morti. C’è una foto nel giardino della casa al mare. L’unica foto dove ci siamo tutti: mamma, papà, nonna, mia sorella, la mia tata, mio fratello. Io e mio fratello abbiamo sei anni e saremo gli unici superstiti. Ma al momento della foto nessuno lo sa. Io sorrido senza immaginare che presto le persone attorno saranno solo fantasmi. Le mie assenze. Per sempre. Ogni cosa che scrivo gira intorno a loro. Chissà che sia un modo per riportarli in vita, finire discorsi interrotti, chiarire misteri, confessarsi quel che non si è confessato. Ogni tanto sento che mi manca la vecchiaia dei miei genitori. Non potermi prender cura di loro. Poi però penso che non sarei stata all’altezza. Troppo egoista. E per un attimo questo dolore immenso, questo senso di mancanza perpetua, questa certezza che la felicità sia già tutta avvenuta, si placa. Ma è un attimo».

Aldo Nove racconta che sua madre, prima di morire, fece a tempo a sentire una sua «orrenda poesia sul natale. Tutto il resto è venuto dopo la sua morte. Scrivere è stato un modo per riprendere il dialogo con lei quando la morte lo ha interrotto. [In ciò che scrivo] c’è il suo spirito. Antico e allo stesso tempo “rivoluzionario”: quello di una ragazza che veniva da un paese arcaico della Sardegna ancora immersa in uno spirito del luogo senza tempo che ha vissuto tutte le utopie degli anni Sessanta».

Da quel paese arcaico, negli anni Sessanta, da sua madre contadina, morta di parto («sarebbe stato il suo quarto figlio»), Gianna scappò a quindici anni. «Era molto bella, e tutti i ragazzi del suo paese la corteggiavano. Lei si innamorò di mio padre e io sono il risultato di quell’amore. Era diplomata infermiera, e lavorò un po’ in un ospedale psichiatrico svizzero. [Aveva occhi] castani. Molto profondi. Mi guardava con grande profondità, facendomi sentire nudo». Gli chiedo come definirebbe il loro rapporto – «Abissale» – e che ricordo emerge se ripensa al suo nome: «Un prato. Io e lei da soli a fare le capriole. È un immagine ripresa dal film La vita oscena di Renato De Maria, che uscirà a ottobre, e dove mia madre è interpretata da Isabella Ferrari».

Quello con sua madre, Maria Pace Ottieri lo descrive come un rapporto «di grande amore reciproco, esplicito e dichiarato quasi quotidianamente da lei, camuffato e conflittuale da parte mia. Per tutte le ragioni che ho descritto, rendeva difficilissimo staccarsi da lei e questo induceva alla ribellione che era proporzionata alla fatica del distacco. I viaggi, girare per l’Africa da sola, ospite di amici africani, nei villaggi e in città, immedesimarmi nelle loro vite, è stato il mio modo il di allontanarmi da lei, con le sue stesse inclinazioni». La sua determinazione materna, allegra e cocciuta («Mia madre era diabolica» riconosce la figlia), emerge da un aneddoto: «Ricordo che una volta, in quei tempi pre- cellulari, satelliti, Skype, riuscì a scovarmi perfino in un albergo di Nouakchott, in Mauritania, dove passavo l’ultima sera prima della partenza per l’Italia e non sapevo nemmeno io che ci avrei dormito. Sentii dalla mia camera al primo piano il portiere dell’albergo che avevo lasciato addormentato dietro il banco, urlare Ottiri, Otteri, e dissi: mi ha trovato! Metteva di mezzo tutte le sue conoscenze e le mie, per ricostruire i miei spostamenti. Quando è morta mi è mancata moltissimo, sono rarissime le persone in grado di capire tutto, ma proprio tutto, ogni sfumatura della vita, come lei e di saperci ridere e piangere insieme».

Chiedo a Teresa del suo rapporto con la madre, Francesca. «Pieno di astio» risponde, «risentimento, rabbia, sensi di colpa e accuse. Era l’unica persona con cui litigando urlavo. Non l’abbracciavo mai. Eppure quando è nata mia figlia, quando mia madre la teneva in braccio, sentivo di esserci anch’io in quell’abbraccio. Ammetto: ho fatto un figlio per lei. E sono diventata madre dopo la sua morte, quando la bambina aveva tre anni». Le chiedo qual è la prima immagine che le torna in mente pensando a lei: «Io che faccio le capriole in piscina e lei dal bordo, con l’asciugamano tra le mani, che mi dice di uscire: è troppo tempo che sto dentro».

La prima immagine che emerge in Valeria Parrella? «Una volta che stavamo a casa mia, e guardavamo tutte e due dai vetri, la città, in silenzio». Il luogo in cui più amavano stare insieme era «una casa di campagna in Lucania».

Helena Janeczek torna alle «ultime passeggiate al lago o al parco, io che la tenevo per mano, lei che si trascinava con passetti sempre più piccoli e mi diceva di non correre troppo perché avevo le gambe più lunghe delle sue. Il suo godersi il sole sulla pelle».

A Nina «piaceva l’idea di avere una figlia scrittrice (se fossi stata più di successo, sarebbe stato meglio) – raccoglieva recensioni ecc. per poterle mostrare all’occorrenza. Sapeva che per me» ricorda Helena, «leggere era da sempre vitale e quindi non si era stupita del mio passaggio alla scrittura. Però, come quasi tutte persone che svolgono un mestiere pratico, non sapeva come rapportarsi alla persona seduta davanti al computer o al quaderno. Immagino sia anche questione di gender: se sei un uomo è più facile che le persone più vicine accettino e rispettino come un lavoro quest’attività immobile e svolta in casa. Se sei una figlia (madre, moglie) quello spazio – la stanza tutta per sé di cui parla Virginia Woolf – resta tutt’altro che inviolabile, anche se esiste. Vale a dire che nei periodi in cui c’era mia madre in casa, riuscivo a scrivere solo se era uscita o se dormiva». Alla domanda se avesse mai voluto confrontarsi apertamente con lei di quel che scrisse nel suo libro, «la risposta è negativa: Mai».

Quella di genere è una questione che «non è possibile tralasciare» aggiunge Parrella. «Mia madre era una femminista, e lo sono anche io. Alla sua emancipazione e al suo esempio devo tutta la forza con cui oggi vivo».

La madre di Valeria nacque «da nonna Ada, casalinga di origini russe, e nonno Michele, operaio alle ferrovie della provincia di Napoli. Mamma amava molto sua madre, che le aveva consentito di studiare ed emanciparsi; si chiama Annamaria – una sola parola – perché la nonna aveva perduto un figlio prima di avere lei, così aveva votato la sua gravidanza alla madonna e a sua madre, che è la protettrice delle partorienti. Molto di questo l’ho raccontato nella prima parte di Lettera di dimissioni cambiando qualcosa, ovviamente, ma nella sostanza in quel libro c’è parecchio della mia discendenza».

Annamaria era quella che «a Napoli si direbbe “una femmina esagerata”, una donna intelligente, viva e molto molto radicata al Sud, al suo portato culturale. Mamma ha sempre saputo parlare con tutti, l’ho vista raccontare a Bill Clinton dei lavori che aveva condotto nei giardini di Pompei [era una biologa, NdR] e servire a tavola il pranzo a dei giardinieri che avevano lavorato a quegli stessi giardini. Era rotondetta e canuta, molto rassicurante fisicamente. E aveva delle mani bellissime».

La mamma di Maria Pace Ottieri aveva «un viso triangolare da gatta, che esprimeva un’intelligenza luminosa e uno straordinario umorismo. Riusciva a conciliare una visione del mondo molto comica con la sua natura profondamente tragica, di chi vive con la percezione di essere sempre sull’orlo di una catastrofe imminente. Ho una sua foto intorno ai quarant’anni» aggiunge Maria Pace, «e per quanto non me la ricordi così, è quella l’immagine che conservo di lei».

«Ha condizionato il mio immaginario», dice Teresa Ciabatti di sua madre. «Da piccoli io e mio fratello in macchina ci picchiavamo sempre, poi stavamo male, e vomitavamo. Che fa mamma? Si compra un Fiorino. Dietro mette la gommapiuma e giocattoli, tanti giocattoli. C’infila lì e noi giochiamo per l’intero viaggio (da adulta le rinfaccerò: “ci trattavi come cani”). Lei, la nostra vita è stata un’alternanza di gioco e dolore. Di conquista e perdita. La mia missione di scrittrice è quella di conciliare queste due anime. Quando ci riuscirò, scriverò un grande libro. Per adesso sono solo tentativi».

Scrivevano, queste madri? E cosa leggevano?

«Mamma leggeva gialli», risponde Parrella. «Agata Christie, Camilleri, Simenon. E poi solo saggistica. Il giorno in cui mi sono laureata mi ha regalato un abbeccedario. Ha scritto tantissimo, centinaia di articoli scientifici e decine di libri. Quando indissero un concorso interno al ministero nel quale lavorava, i libri di testo previsti dall’esame li aveva scritti lei, e la commissione si rifiutò di farle domande, perché era composta da persone che avevano studiato sui suoi libri…».

Silvana Mauri, da cui nacque Maria Pace, è nota alle cronache letterarie per l’amicizia con Pasolini, ma le andrebbe invece tributato il lungo, invisibile lavoro alla Bompiani, e il talento di scrittrice «involontaria», per citare il titolo del suo unico libro. «Era una scrittrice orale…» spiega la figlia. «Della scrittura la spaventava non solo la concentrazione ma la selezione, che cosa scegliere di raccontare e come nell’infinita materia della vita». Silvana viveva l’atto di scrivere come una forzatura. «La passione più grande di mia madre erano le persone e i rapporti con le persone. Aveva una capacità straordinaria di entrare nella vita degli altri, di indurre chiunque ad aprirsi, a confidarsi, anche al primo incontro, cogliendo di ognuno il punto più cedevole, non per invadenza, per autentica empatia, partecipazione, finendo così col diventare necessaria. Applicava senza saperlo o volerlo la regola aurea della seduzione, far credere all’altro di essere l’unico, ma in assoluta buonafede.

Diceva spesso di non conoscere il senso dei propri confini, dei confini della propria vita rispetto a quella degli altri. Gli altri potevano essere una persona del suo mondo, aveva moltissime amicizie profonde e durature, maschili e femminili, o un vicino d’aereo, o un tassista. Le sue agende traboccavano di indirizzi di ogni tipo, dal vescovo cinese incontrato in un aeroporto al giovane poeta rumeno, con i quali a volte nascevano lunghe corrispondenze, come quella con la poetessa americana Carol Geyser, che ho trovato dopo la sua morte e da cui ho tratto un libro Promettimi di non morire, una amicizia durata tutta la vita anche se non si erano più riviste dopo essersi conosciute e frequentate a Roma negli anni Sessanta. Ma le bastava uscire di casa per tornare carica di incontri e di storie che raccontava in famiglia o al telefono ai fratelli o alle innumerevoli amiche».

Chiedo a Maria Pace Ottieri di commentare l’atteggiamento con cui sua madre si accostava alla scrittura, e quale sia invece la sua propria idea.

«Sì, è necessaria l’ossessione, concordo con mia madre, e l’immaginazione, sapersi staccare dal reale, ma io ho bisogno della realtà, di partire da un’esperienza, e infatti non sono una romanziera, ma conosco l’ossessione di inseguire un’idea, o un’ipotesi e doverla verificare, o di raggiungere un luogo, una situazione per raccontarli. A differenza di lei a un certo punto mi sono messa a scrivere, durante un soggiorno in Africa, unica bianca per mesi immersa in una vita africana. Non pensavo assolutamente di scrivere, mi pareva una montagna altissima impossibile per me da scalare, per mio padre scrivere era la vita, valeva più di ogni altra cosa, non era un mestiere, ma una necessità, piena tuttavia di insidie, di tormenti, di fatica. Scrissi un diario durante quel soggiorno africano, molto avventuroso, sia in modo concreto che dal punto di vista intellettuale. Al ritorno lo feci leggere a Valentino Bompiani, mio prozio, che vegliava sui talenti di tutta la famiglia allargata, figlie, nipoti, pronipoti e lui mi disse “è un libro”, non c’è da cambiare nemmeno una parola. L’argomento, il tentativo di una ragazza europea di entrare nella “mente” di una cultura così diversa, era allora nuovo; il libro (Amore Nero, uscito per Mondadori nel 1984) andò bene, i giovani scrittori erano una novità, (avevo ventotto anni), vinsi il Premio Viareggio Opera Prima. E poi mi bloccai per molti anni, di nuovo di fronte alla montagna.

Mi pareva impossibile aver scritto un libro senza soffrire, anzi con grande divertimento e naturalezza. Il giornalismo, i lunghi articoli per Diario della settimana e per l’Unità, mi ha aiutato e così ho ripreso a scrivere libri in forma di reportage narrativi, da artigiana, su un argomento che avevo esplorato a fondo, così come facevo in Africa, l’immigrazione. E sono andata avanti poi con altri temi senza più pensare al confronto con mio padre, o con altri scrittori “veri” dominati dalla pura ossessione letteraria.

La madre di Helena Janeczek «aveva un rapporto molto pragmatico con le diverse lingue in cui soleva esprimersi: non scriveva. Il suo attivismo e la sua impazienza le rendevano difficile rilassarsi a casa nel tempo libero, ma qualche volta leggeva (a differenza del guardare un film o un programma in tv). Ci teneva che quei pochi libri all’anno fossero buone letture. Mi chiedeva consigli e anche rifornimenti: mi portò via diversi tascabili di Joseph Roth e di  Canetti, per esempio». Quanto al ruolo giocato da Nina sulla scelta della figlia di diventare scrittrice, Helena risponde: «sì e no. Ha avuto un ruolo determinante nel farmi diventare quella che sono. Ma cominciai a scrivere sin dall’adolescenza e la raccolta di poesia con cui esordii nel 1989 per Suhrkamp contiene una sola lirica a lei dedicata. Lezioni di tenebra nacque quando avevo già accumulato quasi due decenni di scritture – abbozzi di romanzi fantasy (giuro), un lungo racconto di un amore infelice popolato di fantasmi, quaderni e quaderni pieni di poesie. Alla fine direi più no che sì».

È un caso simile quello di Maria Pace Ottieri. Sulla sua scelta «non ha giocato nessuna particolare influenza, se non quella di essere stata una madre sempre incoraggiante. La sua presenza la riconosco in molti tratti del mio carattere che le somigliano, l’interesse per le vite altrui, la capacità di empatia e di entrare in comunicazione anche con le persone più lontane, il sapere ascoltare».

La madre di Aldo Nove «leggeva giornali femminili e romanzi rosa», e l’edicola che gestiva col marito, «una sorta di bazar, come accadeva nelle edicole di paese di quegli anni», fu la prima biblioteca del figlio, che pescò lì «le solite letture da ragazzi. Verne e Salgari su tutti. Ma anche Rodari».

Teresa Ciabatti ricorda il primo libro che le regalò sua madre: «un libro con le figure dalla copertina rosa. Era la storia di una bambina maschiaccio a cui regalano una bambola, Mary Elle: boccoli biondi, occhi azzurri, ginocchia non sbucciate. E piano piano la bambina comincia a scambiarsi pezzi con la bambola, finché diventa la bambola, la bellissima bambola bionda, solo che ora non può più correre, saltare, rotolarsi a terra. Per rimanere bella deve essere immobile».

Nell’età della ribellione, essendo cresciuta dentro un mondo letterario, differenziarsi dalla madre e dal padre significò per Maria Pace Ottieri cominciare «a leggere tardi, all’università, prima saggi di antropologia a cominciare da Levi Strauss, Tristi Tropici mi aveva folgorato, poi scrittori che loro non leggevano, africani, o francesi viaggiatori, Griaule, Leiris. Capii di essermene andata davvero di casa, qualche anno dopo averlo fatto, quando le chiesi di prestarmi la Recherche in francese (non gliel’ho più restituita), lingua che avevo imparato sul campo in Africa. Nel corso del tempo, ho letto e amato scrittori e scrittrici italiani, scoperti per ultimi, in ordine di tempo, dopo africani, russi, americani, israeliani, che mia madre leggeva con grande interesse, Corrado Alvaro, Paolo Volponi, Lalla Romano, Alberto Savinio, Guido Piovene, o Moravia e Pasolini. Con alcuni aveva lavorato alla Bompiani, dove è stata dai diciotto anni ai cinquanta, fino a quando la casa editrice fu venduta e la nuova proprietà epurò i parenti».

L’episodio della Recherche ci riporta alla domanda iniziale. Sarà vero che sempre alla madre torna, la scrittrice, lo scrittore, come al ricordo più antico? Forse è proprio così: sempre alla madre si torna. A lei, con cui costituimmo un intero. A lei che ci donò la misura, rompendo l’assoluto per trasformarlo in relazione. Lei, da cui imparammo ad amare e a odiare, a ricercare negli altri l’intero perduto, perché (cito Yeats) «nulla può essere unico o intero che non sia stato lacerato».

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Come fu temprato il vino di D’Alema https://minimaetmoralia.it/societa/il-vino-di-dalema/ https://minimaetmoralia.it/societa/il-vino-di-dalema/#comments Thu, 20 Feb 2014 07:29:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18514 Michele Masneri dopo l'esordio con Addio Monti si è rifugiato in campagna, nel cuore del Paese. Non si è occupato però di delitti a sangue freddo, come Truman Capote, ma di un vino molto misterioso nel cuore dell'Umbria...

Questo pezzo è uscito su IL a ottobre 2013. Oggi alle 19 Michele Masneri presenta Addio Monti alla libreria Gogol& Company di Milano con Federico Sarica e Mario De Santis.

Intanto i nomi. La tenuta si chiama La Madeleine, e uno si aspetterebbe di veder spuntare dai filari qualche Guermantes, o almeno una marchesa di Villeparisis, o un Saint-Loup: e comunque sfarzo, lusso e voluttà. Il vino più importante della produzione si chiamerà Sfide – un cabernet in purezza di cui si faranno 3.000 bottiglie l'anno. Poi l'enologo prescelto, Riccardo Cotarella, presidente ma per estensione "Re" degli enologi italiani, secondo la vulgata, già consulente di Berlusconi e Clooney.

Insomma, da questa tenuta Madeleine di Massimo D'Alema ci si aspettano grandi cose. Messa su nel 2009, sono quindici ettari tra Narni e Otricoli, nel sud dell'Umbria, a un'ora e qualcosa da Roma. Non solo la collaborazione col Re degli enologi ma anche l'inserimento della Madeleine in un ambizioso Wine Research Team per fare vini naturali rivoluzionari d'alta gamma senza l'uso di solfiti. Al progetto aderiscono altre 25 tenute tra cui le araldiche Conte Leone de Castris e Domaine du Comte de Thun.

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Michele Masneri dopo l’esordio con Addio Monti si è rifugiato in campagna, nel cuore del Paese. Non si è occupato però di delitti a sangue freddo, come Truman Capote, ma di un vino molto misterioso nel cuore dell’Umbria…

Questo pezzo è uscito su IL a ottobre 2013. Oggi alle 19 Michele Masneri presenta Addio Monti alla libreria Gogol & Company di Milano con Federico Sarica e Mario De Santis.

 

Intanto i nomi. La tenuta si chiama La Madeleine, e uno si aspetterebbe di veder spuntare dai filari qualche Guermantes, o almeno una marchesa di Villeparisis, o un Saint-Loup: e comunque sfarzo, lusso e voluttà. Il vino più importante della produzione si chiamerà Sfide – un cabernet in purezza di cui si faranno 3.000 bottiglie l’anno. Poi l’enologo prescelto, Riccardo Cotarella, presidente ma per estensione “Re” degli enologi italiani, secondo la vulgata, già consulente di Berlusconi e Clooney.

Insomma, da questa tenuta Madeleine di Massimo D’Alema ci si aspettano grandi cose. Messa su nel 2009, sono quindici ettari tra Narni e Otricoli, nel sud dell’Umbria, a un’ora e qualcosa da Roma. Non solo la collaborazione col Re degli enologi ma anche l’inserimento della Madeleine in un ambizioso Wine Research Team per fare vini naturali rivoluzionari d’alta gamma senza l’uso di solfiti. Al progetto aderiscono altre 25 tenute tra cui le araldiche Conte Leone de Castris e Domaine du Comte de Thun.

Alla Madeleine, si apprende, oltre al cabernet sono impiantati anche il merlot, il pinot nero e i sofisticati Marselan e Tennat. Del resto, studiando, si scopre che le grandi passioni dalemiane sono per i grandi cru francesi. Scrive Giuseppe Salvaggiulo ne Il peggiore, odiografia del lider maximo uscita qualche mese fa per Chiarelettere, che in un volo di Stato l’ex presidente del Consiglio mostrò a uno steward affascinato la sua perfetta conoscenza dei vitigni francesi, derivata dallo studio di ponderosi saggi. Inoltre, «negli anni Novanta, D’Alema impazziva per il Sauternes, una volta aveva conosciuto uno dei più grandi e autorevoli produttori, un barone, che gli regalò una bottiglia invecchiata vent’anni».

Passioni naturalmente strumentalizzate: accanto alla sua famosa barca Ikarus, qualche anno fa furono fotografate casse vuote di Moët&Chandon, con relative polemiche e addirittura un’apertura di prima pagina del Giornale: «Ma quanto champagne beve D’Alema?». E anche in questi giorni, commenti invidiosi sul fatto che l’esperienza georgica sia stata effettuata qui in Umbria e non nell’amata Puglia. Su Brindisi Report si fa dello spirito su «l’ex deputato di Gallipoli», chiedendosi se in futuro «nella cantina D’Alema ci sarà spazio anche per un Negramaro o un Primitivo» (Il Primitivo, a Manduria, lo produce invece Bruno Vespa, che condivide lo stesso enologo di D’Alema, e ha comprato una masseria, scegliendo, lui, la strada filologica e a chilometri zero). Ma lui non si preoccupa. «Faremo un rosso, anzi un grande rosso», ha detto col tono che ci piace ai microfoni di NarniOnline durante la festa dell’Unità del paese. E dunque ci si aspettano grandi cose da questo Château Mouton-D’Alema: tenimenti prestigiosi, un’antica magione, feudalità.

A nulla servono le dichiarazioni colme di understatement, anzi è una conferma: «Sono passato dalla passione alla produzione di vino – ha dichiarato a WineNews –, ma senza velleità di diventare un grande produttore. Si tratta di un’esperienza che voglio condurre con lo spirito prima di tutto di amante del vino insieme a mia moglie Linda». La vulgata narra che la tenuta sia stata comprata vendendo il mitologico Ikarus; nel settembre 2011, nel fondo di pagina 282 del mensile specializzato Nautica, si leggeva un malinconico annuncio: «Vendesi Ikarus, pluripremiata imbarcazione per lunghe crociere veloci. Coperta in teak, attrezzature Harken con winch elettrici. Interni in ciliegio con 4 cabine, 3 bagni».

Il passaggio dalla marineria alla terra l’ha svelato nel 2011 Alberto Gentili su Il Messaggero commentando la vendita del natante: «La decisione l’ha presa prima dell’estate a causa del pressing della moglie Linda Giuva. Una sorta di aut aut: “Non ci possiamo permettere la barca e l’azienda agricola. Devi scegliere tra l’una e l’altra”», questa la ricostruzione. Alla festa democratica di Ostia del 2011, invece, come ricorda sempre Salvaggiulo ne Il Peggiore, parla lui: «Siamo pieni di debiti. Ho messo su una piccola azienda agricola, i titolari sono i miei figli. Cose abbastanza normali, ma tutti si impicciano degli affari miei. Prima, siccome ho la passione per il mare, ho venduto una casa in campagna che mi aveva lasciato mio padre. Poi a un certo punto mia moglie ha detto: “Basta, noi dobbiamo dare qualcosa ai nostri figli”.

Abbiamo preso un pezzo di terra e abbiamo fatto un mutuo. Ma siccome questo mutuo è piuttosto oneroso, un mutuo trentennale da un milione di euro perché non avevamo soldi per comprare ‘sta cosa e il rateo è alto, mia moglie ha detto: “Qui la barca non ce sta, la dobbiamo vendere”. Tutto questo è normale, non capisco perché mi debbano rompere le scatole, oltretutto è la testimonianza che ho una vita assolutamente normale». Noi però non ci facciamo ingannare. Vogliamo i feudi. Vogliamo i vitigni francesi, e D’Alema in versione Guermantes. La segretezza accresce le aspettative.

La Madeleine è blindatissima, mai è stata visitata da alcun giornalista, ed è difficilissima da trovare: il numero di telefono è introvabile, forse non esiste nemmeno; non c’è sito internet, non la conosce nessuno. Casualmente, la gita si effettua un giorno di fine settembre in cui viene annunciata la vendita di Telecom agli spagnoli, dunque memorie poco proustiane di tutti i capitali coraggiosi e privatizzazioni a bordo del panfilo Britannia: e sempre casualmente il 3G Tim quel giorno è assente su tutto il circondario, dunque non funzionano i navigatori (in un accesso di esaltazione si arriva a sospettare l’oscuramento Copasir del segnale sui feudi dalemiani). Non si hanno naturalmente mappe geografiche, e arrivando in autostrada occorre ingegnarsi, si supera Narni e un castelletto e una centrale idroelettrica, su una strada un po’ da Twin Peaks con un’atmosfera sinistra; si circumnaviga più volte il paese di Otricoli, l’antica Ocriculum già glorificata da Goethe nel suo Viaggio in Italia – «Valli e valloni, da presso e da lontano, tutto è delizioso. Giace su un colle ghiaioso, accumulato dalle antiche correnti; costruita con pietre di lava».

Si passano zone industriali e viene in mente il commento scettico di un altro viaggio in Italia, quello di Guido Piovene, sulla vicina Terni, «l’unica città veramente industriale e operaia dell’Umbria. Nulla qui è somigliante alle industrie di qualità, così tipiche della regione, belle come musei e fiorenti come oasi. Mi ha fatto pensare a certi innesti di materia organica che non riescono ad attecchire su corpi poco inclini ad assimilarli. Vi ho trovato un’atmosfera agitata e apprensiva». Anche noi siamo agitati e apprensivi. Perché il posto non si trova. Si fa tappa dunque a Otricoli, paese molto risorgimentale con una piazza Garibaldi e tante vie che ricordano le guerre di indipendenza, una Cernaia, e una Via Venti Settembre, una Cavour; sulla via Roma invece una targa anche esplicativa: «Nel settembre del 1845, Massimo d’Azeglio sostò in una locanda del borgo. Il colloquio con un cameriere fu l’inizio di un sondaggio sulle idee dei sudditi dello Stato pontificio, riferite poi a Carlo Alberto, in un incontro divenuto famoso perché definito il prologo del risorgimento».

Anche D’Alema faceva i sondaggi coi sudditi come il suo collega marchese e presidente del Consiglio – tra l’altro somigliante, con baffi simili. Però ultimamente, li ha diradati, i sondaggi: la signora Mafalda, macellaia sul corso e fine politologa, nota che D’Alema, che amava molto passeggiare qui e parlare coi locali, ultimamente viene meno perché ci si è presa troppa confidenza, forse. La signora Mafalda vota Pdl ma apprezza molto l’ex presidente Ds: cui fornisce costate e salsicce per i barbecue di cui si incaricherebbe personalmente il leader, che – ci viene detto – ama anche molto i carciofini.

Ci vengono date le informazioni geopolitiche: la tenuta è esattamente all’incrocio tra i comuni di Narni e di Otricoli; viene fatto notare che il primo è a guida Pd, il secondo, preferito da D’Alema, Pdl (qui il sindaco è l’imprenditore delle pompe funebri Nico Nunzi). Si apprende che con spirito da larghe intese il nome di un altro vino della Madeleine è proprio NarnOt, crasi di Narni, Otricoli, e un rimando a Merlot. (C’è pure un NerOsé, un brut ottenuto con pinot nero, che secondo D’Alema «ha già ottenuto importanti riconoscimenti», anche se il nome sembra un po’ da lingerie; ma il naming vinicolo dalemiano potrebbe assurgere a materia di studio di nicchia in futuro, forse).

Intanto, all’unica trattoria aperta di Otricoli si mangiano i manfricoli (grossi spaghetti fatti con acqua e farina), si leggono i giornali locali e si parla: e tutti raccontano che questa sarà una grande annata, e una gran vendemmia. Sul Giornale dell’Umbria si legge di un progetto turistico di alta gamma – titolo «L’Umbria del lusso apre le porte ai nuovi ricchi cinesi» per portare i nuovi affluenti nelle «bellezze degli agriturismi e le spa più lussuose», mentre la Urbani Tartufi, altra eccellenza locale, ha aperto un Urbani Truffles a Manhattan e ha appena lanciato una linea di sushi al tarfufo. Un erede Fendi ha aperto un relais poco lontano da qui. Ci si ricorda che Gianfranco Vissani col suo ristorante di Baschi è a soli ventinove chilometri da qui; e per di più in autostrada ci ha superato una vecchia e gloriosa Rolls Royce Silver Shadow. Tutto concorre a farci sognare una Falcon Crest dalemiana.

Allora si riparte, con le indicazioni orali, per questa Madeleine, posta in una «strada di Montini», che però non dovrebbe centrar nulla con papa Paolo VI, quello secondo cui «sono più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono». Questo è invece uno stradone polveroso e largo, assolato, sotto il centro storico del paese. Lo si percorre tutto e si arriva in una tenuta molto ducale o comitale, con casale e arcate in pietra, trattori John Deere verdi e filari di Cabernet a perdita d’occhio; dei suv parcheggiati targati Roma, e molte Ford Fiesta e scooter targati invece Romania (sono i lavoranti per la vendemmia); fotografe cinesi con zoom che scattano tra i filari. Si crede subito di aver fatto lo scoop, e di poter avvistare a breve il leader su un trattore, magari maltrattante con cipiglio le maestranze; si provano gli stessi brividi di Mario Brenna quando fotografò in Sardegna il bacio tra Diana e Dodi Fayed. Invece niente: sono solo i vicini di casa, un agriturismo per affluenti forse asiatici. La tenuta del leader sta accanto.

Un agronomo gentile ci guida fino al posto giusto, e lì però crescono timori e tremori. Ci lascia davanti a un vialetto, e saliamo, e però, subito, siamo sicuri di esserci sbagliati, non può essere quella, la Madeleine: su un poggetto, però un poco avvallato, in una posizione così così: una villetta rossa, moderna; su due piani, con dei balconcini, e un padellone satellitare sul tetto, però piccolo. Non può essere, non ci si crede. Si prosegue, dunque: un altro casaletto, però con un’aura un po’ più antica, «rudero tirato al fino» come direbbe Franca Valeri in Parigi o Cara. Spuntano due golden retriever, e dunque si pensa di aver centrato l’obiettivo, almeno il casale ha una sua solennità, guarda tutta la vallata. Invece no, questa tenuta qui si chiama Telos, cioè “fine”, in greco, ed è proprio alla fine della strada, e ci viene detto che non c’è niente da fare, i vigneti dalemiani son proprio quelli sotto, sullo stradone.

Si torna giù, e si osserva questa landa. Due piani fuori terra, un seminterrato (con tavernetta?) gli infissi monovetro; saranno un duecento metri quadri, non di più. Sembra Milano 2, manca solo il lago dei cigni. Invece, intorno, una rete, e molti alberi da frutto, nuovi, che non fanno ombra. Un fico un po’ riverso e assetato, una carriola rovesciata; dei mucchi di letame; una cassetta della posta graziosa, da ferramenta, da Brico: senza nome. Niente citofono, ma un cancello (elettrico, moderno) non ancora collegato. Dei peri, nuovi. Un comignolo segnavento, di ferro battuto, da Cassago Brianza. Un gazebo Unopiù, sormontato da pannelli fotovoltaici. Niente piscina. Coppi nuovi nuovi, nemmeno a imitazione dell’antico. Non si intuisce la mano di alcuna archistar nemmeno locale, forse piuttosto geometri a chilometri zero. Subito però parte davvero l’effetto Madeleine: qui si è già stati; ci si ritrova infatti in certe villette bifamiliari di elettricisti e piccoli industriali del peltro che ce l’avevano fatta, a Brescia, negli anni Ottanta. Caminetti di marmo, e lo spiedo la domenica, con gli amici, ma tutto molto sobriamente, nella città di papa Montini, appunto. Certi marmi, scale lucide, proporzioni modeste.

Pavimenti di grès porcellanato e clinker, e porte in noce nazionale, anche mobili in stile, forse faretti incassati (c’eravamo immaginati colombaie e magioni turrite: è invece il trionfo del cemento a presa rapida). Si vedono però i famosi vigneti, arroccati proprio sotto il cimitero di Otricoli, che domina la vista (e mentre si arrivava, si sono passati i comuni di Morte, e Nera Montoro, e una casa di riposo Villa Carla, e insomma un’atmosfera un po’ così, poca gioia di vivere, un po’ Garlasco). Nella Madeleine adesso c’è un lavorante che sta spargendo degli anticrittogamici su alcuni ulivi. Poi arrivano altri due, sono sporchi di calce: stanno piastrellando la cantina, che è piccola anche quella, un altro casaletto sempre rosso – la cantina non è ancora operativa e le vendemmie per ora portano l’uva agli impianti di Cotarella, poco lontano da qui. Accanto alla piccola costruzione, un silos di malta Fassa Bortolo, per i lavori in corso.

Ci sono tre cani corsi, che tentano un’aria feroce. L’ordine è di non fare entrare nessuno, però il custode giovane Vittorio si informa di quale testata siamo, valuta e apprezza il prestigioso quotidiano milanese, chiede un numero di telefono, e riferirà comunque alla Famiglia (è l’unico momento Falcon Crest della gita. Massimo D’Alema, poi si scopre, è a New York per partecipare alla Clinton Global Initiative in qualità di presidente della fondazione ItalianiEuropei). Ce ne andiamo molto delusi. Un altro vicino ci dice perfino che non è vero niente, che il 2013 non è una grande annata perché «ha piovuto tanto e la vite è siccitosa, ha bisogno di soffrì», con lo stesso accento di Monica Bellucci ne I mitici (1994). Nel vallone intanto sta scendendo il sole, e giriamo la macchina tra i cipressetti nuovi da vivaio che circondano la villetta, proprio sotto il cimitero di Otricoli. Qui, ricordi di virtù georgiche e marinare. Una lapide antica celebra un «Domenico Dell’Orso, agricoltore sobrio benefico», e un’altra un «Ciccotti Guido, scomparso nell’affondarsi della nave Conte Rosso». Il comune è gemellato con Mstow, nella Polonia meridionale.

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