Guy de Maupassant Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/guy-de-maupassant/ un blog di approfondimento culturale Tue, 12 Jul 2016 06:47:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Guy de Maupassant Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/guy-de-maupassant/ 32 32 Il racconto dei volti in letteratura https://minimaetmoralia.it/letteratura/le-facce-degli-eroi-il-racconto-dei-volti-in-letteratura/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/le-facce-degli-eroi-il-racconto-dei-volti-in-letteratura/#comments Mon, 11 Jul 2016 05:30:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31528 Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Un uomo seduto a un caffè di Londra osserva la moltitudine che gli sfila davanti finché la sua attenzione si concentra su un vecchio dalla fisionomia così perturbante che l'uomo si alza e prende a seguirlo in giro per la città.

L'uomo della folla di Edgar Allan Poe può essere considerato la metafora di ciò che accade quando la scrittura, irretita da un viso, si getta al suo inseguimento e lo pedina, una parola dopo l'altra, provando a svelarne il mistero. Perché il volto – varco d'ingresso privilegiato al personaggio letterario, luogo della differenza e della permanenza, spazio fisico di continue metamorfosi generate dal tempo e da tutto ciò che accade – è un magnete che costringe ogni tentativo di descrizione a confrontarsi con l'indescrivibile.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Un uomo seduto a un caffè di Londra osserva la moltitudine che gli sfila davanti finché la sua attenzione si concentra su un vecchio dalla fisionomia così perturbante che l’uomo si alza e prende a seguirlo in giro per la città.

L’uomo della folla di Edgar Allan Poe può essere considerato la metafora di ciò che accade quando la scrittura, irretita da un viso, si getta al suo inseguimento e lo pedina, una parola dopo l’altra, provando a svelarne il mistero. Perché il volto – varco d’ingresso privilegiato al personaggio letterario, luogo della differenza e della permanenza, spazio fisico di continue metamorfosi generate dal tempo e da tutto ciò che accade – è un magnete che costringe ogni tentativo di descrizione a confrontarsi con l’indescrivibile.

In Il volto raccontato. Ritratto e autoritratto in letteratura (Raffaello Cortina, pp. 270, euro 16) Patrizia Magli, docente di semiotica a Bologna e a Venezia, indaga le circostanze fisiognomiche della letteratura. E lo fa da un lato passando in rassegna i nodi cruciali della «resa verbale del volto» – nella consapevolezza, con Foucault, che «vanamente si cercherà di dire ciò che si vede», e che dunque dare le parole a un’esperienza sensoriale provando a trasformare il vedere in dire è uno dei paradossi, e delle grandi sfide, della letteratura; dall’altro Magli descrive le molteplici strategie alle quali gli scrittori ricorrono quando vogliono dare esistenza a un personaggio.

Attraverso un movimento inverso a quello che conduce dal «detto» al «visto», per esempio dalla parola che descrive alla matita che trasforma le parole in lineamenti (qualcosa che conosciamo attraverso la pratica dell’identikit), il «volto di carta» costruito dal narratore ha un suo versante oggettivo e condivisibile – le frasi che gradualmente o in un lampo gli danno forma – e un versante soggettivo e imperscrutabile – il modo in cui la lingua viene metabolizzata e modificata dall’immaginazione del lettore.

Per verificare come la messinscena del viso sia sempre decisiva limitiamoci a considerane una singola parte. Quando all’inizio di Uno, nessuno e centomila viene detto a Vitangelo Moscarda che ha il naso storto, la sua identità comincia a sgretolarsi; il naso dell’assessore di collegio Kovalèv, nel racconto di Gogol’, si rende così autonomo da decidere di andarsene via, mentre Edmondo Rostand enfatizza quello di Cirano facendone il suo emblema («È una rocca… È un picco!… Un capo affatto. Ma che! L’è una penisola, in parola d’onore»).

E pensiamo alla bocca deformata in ghigno di Gwynplaine in L’uomo che ride di Victor Hugo (un personaggio tragico suo malgrado tragicomico), agli occhi di Gerty nell’Ulisse di Joyce – «del più puro azzurro irlandese» –, alla bruttezza ammaliante di Fosca in Tarchetti, alla bellezza aureolata di spilli di Lucia nei Promessi sposi, al sembrare «tutta luce» di Mrs Dalloway e alla maschera che rende giovane il vecchio in Le Masque di Maupassant.

I’ll be your mirror/Reflect what you are, in case you don’t know cantavano i Velvet Undeground offrendo una sintesi – nota ancora Magli – di quello che la letteratura dice al volto: sarò il tuo specchio; fedele, trasfigurato, allusivo, opaco, frantumato, rivelatore.

Ma sarò uno specchio irrequieto: se mi passi davanti mi alzerò, ti fisserò, comincerò a seguirti.

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Nelle terre selvagge di Horacio Quiroga https://minimaetmoralia.it/letteratura/horacio-quiroga/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/horacio-quiroga/#respond Mon, 11 Apr 2016 05:30:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30497 L'articolo che segue è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

“Dopo quindici anni di vita urbana, l’uomo ritorna alla selva. A essa lo legano indissolubilmente il suo modo di essere, di pensare, di agire. Un giorno ha lasciato la selva con la stessa drastica urgenza con cui oggi ci torna”.

Horacio Quiroga scoprì il suo dovere di uomo nel 1903, a venticinque anni, accompagnando a Misiones il celebre poeta Leopoldo Lugones. Era stato, fino allora, uno scrittore di talento e un dandy inseguito dall'ombra della tragedia, ma lontano dalla selva non aveva ancora trovato se stesso. Aveva cercato di inserirsi negli ambienti letterari con alterne fortune.

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quiroga

L’articolo che segue è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

“Dopo quindici anni di vita urbana, l’uomo ritorna alla selva. A essa lo legano indissolubilmente il suo modo di essere, di pensare, di agire. Un giorno ha lasciato la selva con la stessa drastica urgenza con cui oggi ci torna”.

Horacio Quiroga scoprì il suo dovere di uomo nel 1903, a venticinque anni, accompagnando a Misiones il celebre poeta Leopoldo Lugones. Era stato, fino allora, uno scrittore di talento e un dandy inseguito dall’ombra della tragedia, ma lontano dalla selva non aveva ancora trovato se stesso. Aveva cercato di inserirsi negli ambienti letterari con alterne fortune.

Era partito per il classico viaggio di formazione a Parigi con l’eredità ricevuta dal patrigno suicida e tuttavia era tornato indietro senza nulla, senza neppure la più blanda illusione, solo una barba destinata a renderlo famoso. Il 1900 era dietro l’angolo. Ma Quiroga doveva perdere ancora due fratelli uccisi dalla febbre tifoidea e doveva uccidere accidentalmente il suo migliore amico pulendo una pistola, per decidersi a lasciare l’Uruguay dove era nato nel 1878 a Salto.

Il richiamo della foresta pluviale però doveva ancora attendere. Era cresciuto su Edgar Allan Poe, soprattutto, ma anche su Kipling e Maupassant. Aveva affinato le armi di uno stile sobrio, naturalista e modernista. Ma imparò a renderle definitivamente incisive nella selva. Qui, come scrive Ernesto Franco, introducendo la magnifica raccolta di racconti che appare in libreria (Tigre per sempre. Racconti 1917-1935, trad. e cura Jaime Riera Rehren, Einaudi, pp. 349, euro 24), Quiroga scoprì che “per poter accedere alla “vita integrale” è necessario diventare “padrone delle parole” che possono definirla.

Le parole, prima ancora di essere belle, “consonanti o assonanti”, devono essere vere. Non è una volontà estetica, in quei territori, ma una “necessità vitale”. Le parole dei trentatré racconti contenuti in questo libro ce lo mostrano di continuo. Costituiscono un esempio celebrato da infiniti autori, su tutti Cortázar. Ci troveremo dentro il nucleo della tragedia umana, scavando nel misterioso intreccio che lega animali umani e uomini animali, passando dai famosi racconti in cui gli animali parlano e si comportano come uomini a quelli in cui gli uomini parlano e si comportano come animali.

Del resto l’ombra della tragedia non smise di accompagnare Quiroga. Nella selva dove aveva portato a vivere la prima moglie, dovette ritrovarla suicida. Era il 1915 e con i due figli Quiroga tornò a Buenos Aires, vide crescere la propria fama, visse nella precarietà, si innamorò di una compagna di classe della figlia, la sposò, tornò ancora nella selva nel 1932, visse l’abbandono della seconda moglie, si ammalò.

All’inizio del 1937 fu ricoverato a Buenos Aires. Fece in tempo a scoprire nei sotterranei dell’ospedale un uomo affetto da mostruose deformazioni che lo rendevano spaventosamente inumano, quasi animale. E fu di fronte a lui, dopo aver costretto i medici a liberarlo dalla prigionia, che ingurgitò una tazza di cianuro e andò incontro al suo destino.

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Seminario sui luoghi comuni https://minimaetmoralia.it/scrittura/seminario-suoi-luoghi-comuni-2/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/seminario-suoi-luoghi-comuni-2/#comments Tue, 18 May 2010 08:22:13 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2418 18. Coprimi di soldi Un notaio in ristrettezze legge un annuncio sul giornale: «Signorina carina, bene educata, onesta, sposerebbe uomo distinto, portandogli in dote due milioni e cinquecentomila franchi netti. Esclusi intermediari». Decide di contattarla fingendo di rappresentare un cliente che preferisce rimanere inizialmente nell’anonimato. Al principio di questo racconto di Maupassant, intitolato «Divorzio», scopriamo […]

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18. Coprimi di soldi

Un notaio in ristrettezze legge un annuncio sul giornale: «Signorina carina, bene educata, onesta, sposerebbe uomo distinto, portandogli in dote due milioni e cinquecentomila franchi netti. Esclusi intermediari». Decide di contattarla fingendo di rappresentare un cliente che preferisce rimanere inizialmente nell’anonimato. Al principio di questo racconto di Maupassant, intitolato «Divorzio», scopriamo com’è stato concluso in primo luogo il matrimonio: si parla della bellezza del denaro, dei problemi che può risolvere, delle emozioni che può suscitare. Denaro valutato dal punto di vista di un uomo pratico che ne ha viste tante, che per mestiere sa capire la proporzione tra valore delle persone e valore del denaro. Intorno ai due milioni e mezzo di franchi si sviluppa un gioco fra reale e irreale, tipico della potenzialità del denaro. Con precisione, Maupassant da un lato fa sviluppare l’aspetto pratico della cosa: «noialtri, che conosciamo tutte le offerte di questa specie, siamo abituati a proposte di matrimonio accompagnate da sei, otto, dieci e anche dodici milioni. La cifra di dodici milioni è piuttosto frequente. Piace»; dall’altro, le fantasie: il notaio si immagina 1) come la somma risolverebbe molti suoi problemi, e soprattutto: 2) cosa può nascondere un annuncio del genere, con le sue incongruenze: perché una donna ricca deve ricorrere a un annuncio sul giornale per trovare marito? Probabilmente è una figlia illegittima: «Ecco qui: una ragazza, figlia naturale di un arricchito e di una cameriera, dopo avere improvvisamente ereditato dal padre, aveva saputo anche l’onta della sua nascita e, per non doverla svelare all’uomo che l’avesse amata, si appellava agli sconosciuti».
In Maupassant si trova sempre un erotismo del denaro che mette a nudo i personaggi e i loro sentimenti: da un lato li fa sbilanciare nei loro pensieri, ritraendoli in posa nel momento di misurare i propri desideri e le proprie ambizioni; dall’altro, con una incessante valutazione delle condizioni sociali di ogni personaggio talmente precisa da poter rendere conto della porosità delle classi sociali, del rapporto fra amore carnale e mobilità sociale. Il mondo di letterario di Maupassant, come un’ultima ricapitolazione della letteratura borghese prima del modernismo, non è magari spericolata, sperimentale, geniale, ma fa tesoro dello spirito classificatore dell’epoca positivista non abbandonandosi mai alla tentazione di raccontare la Persona, il Mensch, l’Essere Umano, l’Universale, ma sempre la Provinciale, il Notaio, l’Orfana, l’Arrampicatore, il Particolare.

Da «Divorzio»
di Guy de Maupassant

Fu in quel momento che pensai, per la prima volta molto seriamente, alla signorina coi due milioni e mezzo. Chi era? Perché non scriverle? Perché non sapere?
Insomma, signore, la faccio breve. Per quindici giorni quell’idea mi tormentò, mi ossessionò, mi torturò. Tutti i fastidi, le piccole miserie che continuamente sopportavo quasi senza accorgermene, ora mi ferivano come tanti aghi, e ogni volta mi facevano pensare alla damigella da due milioni e mezzo.
Finii con l’immaginarmi tutta la sua storia. Quando si desidera una cosa, signore, la si costruisce sempre secondo la nostra speranza.
Certo, non era tanto naturale che una ragazza di buona famiglia, e con una dote così consistente, cercasse marito attraverso i giornali. Ma era possibilissimo che si trattasse d’una persona onorata e sventurata.
Intanto, quel patrimonio di due milioni e mezzo di franchi non mi aveva affatto abbagliato come una cosa fantastica. Noialtri, che conosciamo tutte le offerte di questa specie, siamo abituati a proposte di matrimonio accompagnate da sei, otto, dieci e anche dodici milioni. La cifra di dodici milioni è piuttosto frequente. Piace. So bene che noi non crediamo che simili promesse siano vere. Ma intanto numeri così alti ci entrano nella mente e, fino a un certo punto, rendono verosimili alla nostra credulità distratta i valori prodigiosi che rappresentano, portandoci a considerare una dote di due milioni e mezzo come possibilissima e onestissima.
Ecco qui: una ragazza, figlia naturale di un arricchito e di una cameriera, dopo avere improvvisamente ereditato dal padre, aveva saputo anche l’onta della sua nascita e, per non doverla svelare all’uomo che l’avesse amata, si appellava agli sconosciuti con un mezzo molto usato che in se stesso includeva una sorta di confessione d’una tara originaria.
Era una supposizione stupida. Ma mi ci aggrappai ugualmente. Noi notai non dovremmo mai leggere romanzi; e io ne ho letti tanti.
Scrissi dunque come notaio, a nome d’un cliente, e aspettai.

Leggi le precedenti puntate del Seminario sui luoghi comuni
17. Un uomo serio
16. La matrice
15. But I Degress
14. Amore e morte
13. Come sfruttare orribilmente tua sorella e uscirne sconfitto
12. Se la montagna non va a Maometto
11. La livella
10. Prima che il gallo canti mi avrai frainteso tre volte
9. La realtà nonostante l’autore
8. Scene di lotta di classe
7. Pettegolezzi
6. Culto della personalità
5. Il giovane moralista
4. Le leggi della fisica
3. Idiosincrasie di un protagonista
2. Compassione per la comparsa
1. Il viale per lo struscio

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