H. P. Lovecraft Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/h-p-lovecraft/ un blog di approfondimento culturale Tue, 02 Feb 2021 11:58:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg H. P. Lovecraft Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/h-p-lovecraft/ 32 32 Lw’nafh ng yar, ovvero: tutto quello che avreste sempre voluto sapere su H.P. Lovecraft / Seconda Parte https://minimaetmoralia.it/interviste/lwnafh-ng-yar-ovvero-tutto-quello-che-avreste-sempre-voluto-sapere-su-h-p-lovecraft-seconda-parte/ https://minimaetmoralia.it/interviste/lwnafh-ng-yar-ovvero-tutto-quello-che-avreste-sempre-voluto-sapere-su-h-p-lovecraft-seconda-parte/#respond Tue, 02 Feb 2021 13:00:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47791 Un’intervista di Francesco Gallo a Gianfranco Calvitti, Providence Press: qui la prima parte. di Francesco Gallo 1920-1928: l’arco di tempo preso in considerazione da questo secondo volume della biografia di ST JOSHI racchiude una parte importantissima della produzione letteraria lovecraftiana di finzione. Partiamo dal novembre del 1921: dopo essere stato rifiutato per ben due volte […]

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Un’intervista di Francesco Gallo a Gianfranco Calvitti, Providence Press: qui la prima parte.

di Francesco Gallo

1920-1928: l’arco di tempo preso in considerazione da questo secondo volume della biografia di ST JOSHI racchiude una parte importantissima della produzione letteraria lovecraftiana di finzione. Partiamo dal novembre del 1921: dopo essere stato rifiutato per ben due volte da “Weird Tales” e “Fantasy Magazine”, HPL pubblica sulla rivista amatoriale “The Wolverine” un racconto intitolato The Nameless City. Giungiamo all’agosto del 1928, quando HPL porta a termine la prima stesura di The Dunwich Horror, uno dei suoi lavori più suggestivi. (E remunerativi: Farnsworth Wright, l’editore di “Weird Tales”, gli stacca un assegno di 240$, equivalenti a circa 3500$ attuali.)

Nel mezzo, HPL scrive storie come The Music of Erich Zann [1921], Herbert West-Reanimator [1922], Cool Air [1926] e The Case of Charles Dexter Ward [1927]. Il ciclo dei Miti di Cthulhu, tuttavia, inizia qualche anno prima. Dopo alcuni juvenilia (The Little Glass Bottle [1898-99], The Mysterious Ship [1902], The Mystery of the Grave-Yard [1898-99], nel luglio del 1917 HPL scrive due storie: si tratta di esperimenti narrativi scritti con un piglio decisamente adulto. Si intitolano The Tomb e Dagon.

Quest’ultimo, contenente un essere mostruoso dedito al culto della divinità marina omonima (la ritroveremo in The Shadow over Innsmouth [1931]), spalanca le porte di uno dei cicli narrativi più fantastici della storia della letteratura. Come se non bastasse, la pubblicazione su The Vagrant prima, e su Weird Tales poi, fornisce a HPL l’opportunità di scrivere In Defence of “Dagon”.
Di che si tratta? E in che modo ST JOSHI ricostruisce la questione?

In Defence of Dagon (in italiano In Difesa di Dagon) è il titolo collettivo di una serie di tre saggi (La parola alla difesa! del gennaio 1921, Arringa della difesa! dell’aprile 1921, e Parole conclusive del settembre 1921) che Lovecraft diffuse tramite il Transatlantic Circulator, un sorta di “circolo” di corrispondenti che si scambiavano storie e poesie tra Stati Uniti e Inghilterra sottoponendole a un fuoco incrociato di analisi critica. Questi saggi rappresentano, in quel momento, i suoi scritti filosofici più brillanti: Lovecraft li scrisse per difendere la sua metafisica etica e la sua filosofia etica.

S.T. Joshi cita molto spesso stralci dei tre saggi (il cui nome collettivo venne in realtà ideato anni dopo da R.H. Barlow) per sottolineare quella che era la filosofia di Lovecraft all’epoca della stesura, anche se avrebbe mantenuto alcune di quelle convinzioni fino alla fine della sua vita.
Per esempio, all’epoca Lovecraft aveva fatto sua la “dottrina” del materialismo puro come  letta nel libro Modern Science and Materialism il cui autore, l’inglese Hugh Elliot, la imperniava su tre principi. Ebbene, Lovecraft spiega e chiarisce questi principi secondo la sua visione, e rimarrà loro fedele per sempre. Ma questo è soltanto uno dei passaggi.

Questi saggi, però, sono importanti perché illustrano quelle convinzioni di Lovecraft che ritroviamo riflesse poi nei racconti.

Il 22 febbraio 1921 HPL si trova a Boston per assistere a una conferenza. Ha trentun anni e sta per trascorre la sua prima notte fuori casa. L’episodio, già di per sé straordinario, ha il merito di dare il via a una lunga serie di viaggi. Nell’aprile del 1922 HPL è a New York. A luglio esplora la “regione delle streghe”. Ad agosto visita Cleveland. Nell’estate del 1930, dopo essere stato a Quebec in Canada per una gita di tre giorni, lavora a un reportage lungo centotrentasei pagine intitolato A Description of a Town of Quebeck. Sarà pubblicato da Donald M. Grant, Publisher, nel 1976, a cura dello scrittore L. Sprague de Camp. (A proposito: c’è la possibilità di leggerlo qui in Italia, prima o poi?) HPL, tuttavia, evita quegli spostamenti in grado di imprimere una sterzata decisiva alla sua vita.

Nel 1924 gli viene proposta la direzione della rivista “Weird Tales”, ma HPL rifiuta perché dovrebbe trasferirsi a Chicago. L’anno successivo, invece di seguire sua moglie nel Midwest, decide di restare a Brooklyn.

Quali sono le ragioni che S.T. Joshi individua in questo suo atteggiamento così ambivalente? C’entra qualcosa la sua famiglia, per caso?

Per quanto riguarda la direzione di Weird Tales e il trasferimento a Chicago, in quel caso influirono più fattori: il disgusto di Lovecraft per la città, le difficoltà che avrebbe potuto incontrare sua moglie Sonia nella ricerca di lavoro, il fatto che Henneberger (uno dei proprietari di Weird Tales e colui che gli aveva fatto l’offerta) fosse pesantemente indebitato — il che significava, in quel momento, la mancanza di garanzie che la rivista non avrebbe chiuso. Accettare la direzione sarebbe stato un salto nel vuoto e New York rimaneva il luogo ideale per chi, come Lovecraft, avesse voluto entrare a far parte, in un modo o nell’altro, del mondo editoriale.

A Lovecraft piaceva viaggiare, soprattutto visitare località “antiquarie”, dove ritrovare l’architettura e le atmosfere del passato (ecco perché amava Quebec e Charleston, in Virginia, per esempio). Tutto questo per dire che Lovecraft non era assolutamente restio agli spostamenti, ma non ebbe, in realtà, molte occasioni di farlo per dare una svolta alla sua vita. E poi, chiaramente, c’era il suo attaccamento all’amata Providence, e quando ebbe l’occasione di tornarvi dopo i due terribili anni a New York non se la fece sfuggire. 

Forse è solo qui che interviene malamente la famiglia (e cioè le due zie), e questo intervento, unitamente a un atteggiamento discutibile di Lovecraft, impedì che Sonia potesse seguire il marito a Providence (tutti i dettagli nel secondo volume di Io Sono Providence).

(Vuoi leggere A Description of a Town of Quebeck? Guarda, dopo tre volumi per circa 1800 pagine complessive di biografia lovecraftiana, terrò la saggistica lontana da me con una pertica lunga tre metri. Ma i lettori potranno trovare la storia del viaggio a Quebec nelle prime pagine del terzo volume di Io Sono Providence).

“The oldest and strongest emotion of mankind is fear, and the oldest and strongest kind of fear is fear of the unknown.” Nel novembre del 1925, durante un viaggio a New York, HPL inizia a comporre quello che nel giro di un paio di anni diventa L’orrore soprannaturale nella letteratura: si tratta molto probabilmente del primo saggio critico sulla letteratura dell’orrore. Grazie ai volumi custoditi all’interno della New York Public Library (inaugurata trent’anni prima), HPL tratteggia i confini di una mappa incredibilmente vasta, ma ricca di dettagli.

Prende le mosse da testi antichissimi, come il Libro di Enoch (un manoscritto risalente al I secolo a.C.) e il Clavis Salomonis (un grimorio del XV secolo a.C.). Analizza le opere più importanti degli autori gotici (Horace Walpole, Ann Radcliffe, Charles Brockden Brown). Tributa un intero capitolo a Edgar Allan Poe. Passa in rassegna i maestri contemporanei: Arthur Machen (1863-1947), Algernon Blackwood (1869-1951), Lord Dunsay (1878-1957) e M.R. James (1862-1936). (Nota triste: con l’eccezione di quest’ultimo, tutti gli sopravvivranno.) Il lavoro di HPL, pubblicato per la prima volta su rivista, e ampliato tra il 1933 e il 1935 su The Fantasy Fan, impressiona anche Edmund Wilson, celebre critico letterario americano, noto detrattore dei racconti di HPL.

Per quale motivo HPL scrive questo testo?

Il tutto parte da W. Paul Cook (un amico e collega di Lovecraft nel mondo del giornalismo amatoriale) che gli chiede “un mio articolo sugli aspetti del terrore & del bizzarro nella letteratura” (come scrive Lovecraft in una lettera) da pubblicare sulla rivista da lui curata, il Recluse. Cook non aveva specificato il senso dell’articolo: fu lo stesso Lovecraft a decidere l’impostazione cronologica e storica del saggio, e gli occorrerà circa un anno e mezzo per completarlo dopo le maratone di lettura alla Biblioteca Pubblica di New York.

Come giustamente dici, L’orrore soprannaturale nella letteratura è un’opera fondamentale in quel periodo, perché lo studio del genere era praticamente inesistente: c’era stato The Supernatural in the Modern English Fiction (1917), che Lovecraft lesse solo negli anni ’30 bollandolo giustamente come troppo schematico e schizzinoso di fronte ad alcuni autori troppo “spaventosi”, mentre Lovecraft riesce a realizzare un’analisi puntuale e cronologica che raggiunge il suo apice negli ultimi sei capitoli del suo saggio, con un profondo excursus che va dal post-gotico al contemporaneo.

Ma l’altra grande ragione d’importanza di questo saggio è che in esso Lovecraft non solo difende il weird come forma letteraria dignitosa (qui troviamo la nota citazione di apertura “L’emozione più antica e più forte dell’umanità è la paura, e il tipo di paura più antica e più forte è la paura dell’ignoto”), ma cerca anche di definire cosa sia il racconto weird. E tutto questo partendo, se vogliamo, da ciò che aveva già scritto negli altri tre saggi In Difesa di Dagon.

Il 3 novembre 2020 si sono tenute le 59me elezioni presidenziali degli Stati Uniti d’America. A detta di molti esponenti dello stesso partito repubblicano, Donald Trump è stato uno dei peggiori presidenti della storia. Tra le questioni affrontate dalla sua amministrazione (sempre in maniera scellerata, secondo me) c’è anche quella relativa alle «fake news». Durante la notte del 16 ottobre 2020, dopo aver contribuito a diffondere una notizia notoriamente falsa a proposito del suo avversario, Joe Biden (responsabile, secondo un articolo, della messa in scena dell’uccisione di Osāma bin Lāden), a un’intervistatrice che gliene chiedeva le ragioni Trump ha risposto: «That was a retweet, I’ll put it out there. People can decide for themselves.»

Pur restando convinto che l’uomo più potente del mondo dovrebbe saper mettere in pratica un atteggiamento assai più cauto nei confronti di quello che pensa, dice e fa, per primo mi rendo conto che un concetto come «verità», inteso come «proprietà di ciò che esiste in senso assoluto e non può essere falso», stia diventando sempre più difficile da gestire. HPL, però, si divertiva a mescolare le carte!
Nel 1927 scrive, come fosse autentica, la History of the Necronomicon, cioè la cronologia posticcia del suo più celebre pseudobiblion. Nel 1929, tra le righe del racconto The Call of Cthulhu, inserisce l’indirizzo reale («the Fleur-de-Lys Building in Thomas Street») di un critico e vivace corrispondente di HPL sulle pagine del “Providence Journal”, forse per ripicca personale.

È giusto dire che il rapporto di HPL tra “vero” e “falso”, ma anche tra la “fiction” e “non fiction” e tra “realtà” e “sogno”, non sia mai stato risolto?

Per quanto riguarda la narrativa, la risposta è anche forse troppo semplice, e te la faccio dare direttamente da Lovecraft, che affermò: “nessuna storia weird può davvero generare terrore a meno che non sia concepita con tutta la cura & la verosimiglianza di un vero e proprio imbroglio.” Quindi il falso diventa vero proprio per acquisire una sua forma di realtà che è quella che, poi, deve causare la reazione del lettore.

Il rapporto realtà/sogno è più complesso, sia dal punto di vista pratico che, se vogliamo, filosofico. Nel primo caso, sappiamo che molte opere di Lovecraft sono state ispirate da sogni vividissimi che lui aveva anche il pregio di ricordare perfettamente. Ma questo va a incidere anche sul secondo punto. Cosa sappiamo effettivamente della realtà, a parte ciò che ci ha svelato la scienza? È davvero tutto qui? Forse Lovecraft avrebbe detto di sì, ma sappiamo anche che il sogno ci permette di visitare mondi completamente diversi, “alieni”, che potrebbero avere qualche influenza sulla realtà stessa anche solo nella misura in cui mettiamo su carta quello che abbiamo sognato. Razionale com’era, credo che Lovecraft considerasse il sogno semplicemente un altro aspetto della realtà. Non saprei neanche se, perciò, “risolto” sia un termine che possiamo usare. Da un certo punto di vista, è una questione che non avrà mai una risposta.

Nell’estate del 1921, a Boston, frequentando i congressi della NAPA (National Amateur Press Association), HPL conosce Sonia Haft Greene, una ragazza di trentotto anni con il pallino degli affari (a New York gestisce un negozio di cappelli) e la passione per la scrittura (pubblica poesie, racconti e opere teatrali). Tre anni dopo, HPL e Sonia si sposano. Vanno a vivere nell’appartamento di lei al n. 259 di Parkside, Brooklyn. Il matrimonio, però, ha breve durata. Due anni dopo la coppia si separa. Il 25 marzo 1929 HPL si reca alla Corte Superiore di Providence per presentare un’istanza di divorzio.

Nell’unica lettera a noi pervenuta indirizzata a Sonia [la si può leggere in L’età adulta è l’inferno, Lettere di un orribile romantico, a cura di Marco Peano], HPL scrive: “Il vero amore fiorisce ugualmente bene nella presenza come nell’assenza, dando così prova di essere una forza più alta e immaginativa, diretta verso la parte più eterna, spirituale ed esteticamente sensibile della personalità.”

Cosa ha rappresentato Sonia Greene per HPL? E in che modo questo matrimonio ha segnato la sua produzione?

Sicuramente Sonia fu importante per lui per una certa affinità intellettuale e credo che Lovecraft le volesse bene sinceramente. Ma non era un uomo per cui la vita matrimoniale potesse avere uno stimolo o un significato. Forse si sposò perché è una cosa che i gentiluomini fanno (e per lo stesso motivo non voleva divorziare, anzi era più che disponibile a portare avanti un matrimonio a distanza, lui a Providence e Sonia a New York). Forse, se la coppia avesse vissuto a Providence, le cose sarebbero andate diversamente e probabilmente le opere scaturite sarebbero state molto diverse dalla scarna produzione narrativa di quei due anni newyorchesi. Ma lì Lovecraft si trovò anche in una situazione economica disagevole unita ai rovesci economici patiti da Sonia, e la necessità di trovare lavoro nonché un ambiente cittadino che detestava frenarono la sua creatività. E tutto questo influì molto più del matrimonio.

Durante i primi mesi della pandemia ho letto, con piacere e ammirazione, due testi: Leggere la terra e il cielo. Letteratura scientifica per non scienziati, di Francesco Guglieri, e Essere senza casa. Sulla condizione di vivere in tempi strani, di Gianluca Didino. Per meglio approfondire certi argomenti, entrambi gli autori hanno fatto ricorso all’immaginario lovecraftiano: Guglieri quando rende omaggio a Stephen Jay Gould, celebre biologo e storico della scienza, Didino quando parla di Mark Fisher, filosofo, critico musicale e blogger britannico.

Fisher, in effetti, è stato il primo a sfruttare la carica immaginativa dei racconti di HPL per mettere a punto alcune categorie fondamentali per la comprensione del mondo contemporaneo. «Le storie di Lovecraft,» scrive Fisher nel suo ultimo libro The weird and the eerie, «si concentrano in maniera ossessiva su ciò che sta al di là: un esterno che irrompe per mezzo d’incontri con entità anomale provenienti dal remoto passato, stati alterati di coscienza, bizzarri contorcimenti nella struttura del tempo. L’incontro con l’esterno si conclude spesso con il crollo e la psicosi.»

L’«entità anomala» con la quale stiamo attualmente facendo i conti, però, non è giunta in mezzo a noi dall’esterno, come accade al fattore Nahum Gardner nel racconto The Colour Out of Space, ma, sulla base di quanto ha spiegato (addirittura preconizzato) lo scrittore David Quammen in Spillover. L’evoluzione delle pandemie, in mezzo a noi c’è sempre stata; nascosta in una grotta, magari nel corpicino di un pipistrello, ma qui, sulla Terra. 

L’influenza spagnola, l’epidemia che tra il gennaio 1918 e il dicembre 1920 causò 50.000.000 di morti, arrivò anche negli Stati Uniti. Lovecraft se n’è mai occupato? Il freddo razionalismo che caratterizzava il suo pensiero si basava su quale concezione del pianeta?

La sua concezione di un universo che obbediva alle leggi della Natura si rifà al materialismo meccanicistico citato all’inizio. Questo lo portò fin dall’inizio a considerare il genere umano quasi con l’occhio di un entomologo che studia le formiche e, di conseguenza, a vedere il pianeta semplicemente come un ingranaggio di un meccanismo sconfinato. Ecco perché noi siamo irrilevanti ed ecco perché non ha alcun senso parlare di un dio interessato alle faccende degli uomini. È quello che è stato definito il “cosmicismo” di Lovecraft.

Quanto sopra è una sintesi anche fin troppo scarna del pensiero di Lovecraft. In realtà le sue posizioni sull’argomento sono molto ricche di argomentazioni, esempi, sfumature. Nella biografia, Joshi analizza tutto questo nel dettaglio fornendo un ritratto particolareggiato della ricchezza della filosofia di Lovecraft che, anche se si collocò su queste posizioni fin da giovanissimo, ebbe sempre una mente aperta e una visione delle cose in costante evoluzione, sia con le nuove teorie scientifiche (in quegli anni nacque anche la Teoria della Relatività che mise in crisi la fisica classica e con cui anche Lovecraft dovette fare i conti per poterla inserire nella sua filosofia) sia con i modi di vedere la realtà delle correnti artistiche di inizio Novecento.

Nelle sue lettere, Lovecraft cita diverse volte l’epidemia di spagnola che si abbatté anche sugli Stati Uniti e fece centinaia di vittime anche nel Rhode Island e a Providence. Non saprei dirti quanto questo abbia in qualche modo suggestionato Lovecraft (non ho approfondito la questione), fatto sta che, per esempio, in Herbert West, Rianimatore troviamo cadaveri causati da un’epidemia, e magari la visione dei morti accatastati in fosse comuni nella sua città proprio a causa dell’impatto dell’epidemia può aver influenzato alcuni dei primi lavori di Lovecraft. Secondo alcuni critici è avvenuto proprio questo.

Tra il 1920 e il 1928, lo abbiamo detto, HPL scrive soprattutto racconti. Interrompe la scrittura di lavori scientifici. (L’ultimo suo lavoro in questo ambito resta The Truth about Mars [1917].) Rallenta la stesura di saggi di argomentazione filosofica. (Restano importanti: Nietzscheism and Realism [1922], East and West Harvard Conservatism [1922] e The Materialist Today [1926].) Mantiene costante il componimento di poesie. Si concentra maggiormente sugli scritti giornalistici, seppure pubblicati in ambito amatoriale; durante la nostra precedente chiacchierata, in effetti, avevi già spiegato come a un certo punto HPL fosse diventato «un vero e proprio “gigante” di quell’ambiente». Negli stessi anni, tuttavia, HPL dà il via ad alcune importantissime corrispondenze. Il 12 agosto 1922 inizia il carteggio con lo scrittore e poeta Clark Ashton Smith.

Quattro anni più tardi è la volta di August W. Derleth. È anche il periodo in cui inizia a intensificarsi una seconda attività, purtroppo per HPL sempre più indispensabile per ragioni economiche: la revisione, e in certi casi la vera e propria scrittura, di manoscritti altrui. Tra i nomi più celebri a beneficiare del talento di HPL, c’è stato anche Harry Houdini, il famoso illusionista.
Come è nato l’incontro tra i due? È vero che dovevano scrivere un libro?

Houdini aveva proposto a Lovecraft di scrivere un libro (assieme a C.M. Eddy) intitolato The Cancer of Superstition, che doveva essere una lunga critica nei confronti delle superstizioni di ogni tipo e che fosse permeato di un certo rigore accademico. Di questo libro è rimasto solo uno schema delineato da Lovecraft e un’introduzione scritta quasi certamente da Eddy, ma il progetto si bloccò perché Houdini morì improvvisamente e sua moglie non volle portarlo avanti.

Subito prima, Houdini aveva incaricato Lovecraft (pagandolo in anticipo) di scrivere un articolo che attaccasse l’astrologia. Non sappiamo se Lovecraft lo abbia mai fatto: questo articolo non è mai spuntato fuori.

Il primo “incontro” tra Lovecraft e Houdini avvenne tramite il sopracitato Henneberger. Poiché Weird Tales non andava bene, Henneberger reclutò Houdini, allora all’apice della fama, affinché scrivesse per la rivista pulp (anche se in realtà i racconti di Houdini vennero scritti da alcuni ghostwriter). Quindi Henneberger si rivolse a Lovecraft per fargli mettere su carta una storia che Houdini voleva far passare per vera (quella che sarebbe diventata Sotto le Piramidi). Houdini fu entusiasta del racconto e invitò Lovecraft ad andarlo a trovare (non si sa se questo accadde), e in seguito cercò anche — senza successo — di dargli una mano nella sua ricerca di lavoro.

Non so te, ma io ho un problema con le trasposizioni cinematografiche delle opere di HPL. Sul grande schermo i suoi orrori cosmici mi paiono rimpicciolirsi, farsi grossolani e posticci.
L’anno scorso il regista Richard Stanley ha girato Color Out of Space, ma, a parte la scriteriata mimica facciale di Nicolas Cage nel ruolo del protagonista, l’ho trovato un film piuttosto mediocre. Anche il thriller fantascientifico Underwater [2020] devo considerarlo un film lovecraftiano “ufficiale”: il mostro che appare nelle sequenze finali, ha svelato il regista, non presenta soltanto delle somiglianze con Cthulhu. È proprio lui! Il Sognatore Immenso di R’lyeh. Peccato la pellicola sia stata un’altra occasione mancata.

Le storie lovecraftiane che preferisco sono quelle che trattano HPL in maniera obliqua. Penso a In the Mouth of Madness [1994] di John Carpenter, con la storia di John Trent, un investigatore privato che si perde negli oscuri labirinti narrativi dello scrittore dell’orrore Sutter Cane. Mi viene in mente The Lighthouse [1919] di Robert Eggers, una storia di violenza maschile, isolamento e creature marine presa, in realtà, da un racconto incompiuto di Edgar Allan Poe.

Lo scorso agosto è arrivata Lovecraft Country della HBO. Tratta da un romanzo dello scrittore Matt Ruff, la serie, prodotta da Jordan Peele (regista di Get Out [2017] e di Us [2019]), narra la vicenda di Atticus “Tic” Freeman, un ex soldato impegnato a ritrovare il padre negli Stati Uniti degli anni 50 durante la segregazione razziale. Un’ironia davvero beffarda e perfetta: la prima trasposizione televisiva (quindi: popolare) dell’universo cosmico di HPL ha per protagonista un uomo afrodiscendente!

Quali credi che siano i limiti e i meriti delle trasposizioni cinematografiche di HPL? Come mai i suoi orrori continuano ad affascinare?

Gli orrori di Lovecraft toccano più livelli. A quello più elementare, li possiamo concepire quasi come una sfida dei “buoni” contro i “mostri malvagi venuti dallo spazio esterno”, quindi una sorta di contrapposizione tra bene e male che però era qualcosa di completamente distante dalla filosofia di Lovecraft e dalla sua visione dell’universo (anche se poi queste concezioni tornano lo stesso nella sua narrativa). A livello più elevato, quello che accade è che i vari protagonisti delle storie di Lovecraft si trovano di fronte qualcosa che mette in crisi il loro concetto di realtà, qualcosa che dimostra l’irrilevanza del genere umano e dei suoi obiettivi, che perdono significato di fronte alle incarnazioni dell’ignoto del cosmo. Ecco perché molti dei personaggi di Lovecraft, nel migliore dei casi, perdono il senno: non solo perché si ritrovano a fronteggiare l’inconcepibile, ma anche perché il risultato finale è che il loro sistema di valori e di credenze è andato in pezzi, e non potrà mai tornare integro.

Questa è la parte che il cinema fa fatica a mostrare. Ci sono state eccezioni (Il Seme della Follia che citi, ma aggiungerei anche qualcosa come Fog e Il Signore del Male, sempre di Carpenter, e anche l’Alien di Ridley Scott), ma credo che derivi in parte dai limiti narrativi del mezzo e in parte dall’assenza di registi in grado di interpretare la filosofia di fondo di Lovecraft (l’unico a riuscirci è stato Carpenter, a mio avviso).

Il progetto della Providence Press, costellato da libri proiettati verso “un orizzonte sconosciuto, dove perdersi e dal quale, forse, mai più tornare”, continua a proporre opere interessanti. Confermate l’amore per Robert E. Howard, il creatore di Conan il Cimmero, pubblicando un secondo volume di racconti con protagonista il detective del macabro Steve Harrison, e una seconda raccolta di storie con al centro il personaggio di Francis Xavier Gordon, ovvero: El Borak. Avete pubblicato da poco un’antologia di racconti weird di guerra, Weird War Tales, e Il ragno del tempo, il nuovo romanzo del Premio Urania Maico Morellini. Avete dato alle stampe un libro-game, Malice della Valle di Mezzo di David Sharrock, e presto toccherà al sesto numero della vostra rivista di saggi e racconti, Providence Tales.

Augurando a te e a tutta la tua squadra di poter andare oltre i limiti delle pubblicazioni programmate, ti chiedo se ci sono ancora dei testi o magari degli autori che vorresti introdurre nel panorama editoriale italiano.

Tra le ultime uscite ci sono il secondo volume di El Borak (che sarà un balenottero di 488 pagine dove un centinaio sono dedicate al carteggio tra Howard e Lovecraft), il sesto numero di Providence Tales (incentrato sui racconti horror a sfondo natalizio) e anche il volume di Flaxman Low, uno dei primi detective dell’occulto pubblicato originariamente a fine Ottocento e che precede anche i più famosi John Silence e Carnacki.

Tra febbraio e maggio arriveranno Aylmer Vance di Alice & Claude Askew, ancora un altro detective dell’occulto (il libro è già pronto ma in questi ultimi mesi abbiamo fatto molte uscite e non volevamo esagerare), il settimo Providence Tales (quasi esclusivamente dedicato all’horror marittimo), e il primo volume di una collana dedicata alle scrittrici di horror e fantastico (la prima sarà un’autrice americana molto poliedrica che ha scritto una piccola antologia secondo noi molto valida). A fine anno, sperando di riuscire a chiudere in tempo il terzo e conclusivo Io Sono Providence, ci sarà un altro scrittore americano misconosciuto ma autore di piccoli gioielli straordinari e, forse, un altro detective dell’occulto, anche lui creato da un autore americano.

E dopo un 2021 di matrice quasi esclusivamente yankee, ci concentreremo su un 2022 di stampo britannico. Ci sarà sicuramente un volume di Algernon Blackwood e presumibilmente un paio di volumi di ghost stories dal sapore tipicamente inglese. 

Non menzionerò gli autori, ma posso garantire che saranno collection assolutamente intriganti. E poi chissà, di autori e progetti ne abbiamo anche troppi… Se purtroppo o per fortuna, devo ancora capirlo. 

Permettimi, in queste ultime righe, di ringraziare te per lo spazio che ci hai dedicato e tutti i lettori che ci seguono e che, dopo quattro anni e poco più di una trentina di uscite, ci permettono di continuare a presentare storie e autori ingiustamente dimenticati o trascurati. E poiché siamo stoici come gli eroi di Robert E. Howard, non abbiamo intenzione di fermarci.

 

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La Providence Press è una casa editrice indipendente specializzata nella pubblicazione di testi, soprattutto racconti, appartenenti al genere fantastico e “dimenticati”: importanti, ma poco noti al grande pubblico.

Ecco quindi i lavori di William Chambers Morrow, o di Barry Pain e Bessie Kyffin-Taylor. Ed ecco le storie di Steve Costigan e Buckner J. Grimes — due dei personaggi meno noti di Robert E. Howard, l’inventore di Conan il barbaro.
Omaggiando già nel nome il creatore dei Miti di Cthulhu, la Providence Press ha quindi deciso — e, personalmente, non la ringrazierò mai abbastanza per il coraggio — di colmare un vuoto editoriale italiano secondo me enorme pubblicando la monumentale biografia Io sono providence: la vita e i tempi di H.P. Lovecraft di S. T. Joshi, il più grande esperto mondiale dello scrittore.

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HP-Lovecraft

di Francesco Gallo

La Providence Press è una casa editrice indipendente specializzata nella pubblicazione di testi, soprattutto racconti, appartenenti al genere fantastico e “dimenticati”: importanti, ma poco noti al grande pubblico.

Ecco quindi i lavori di William Chambers Morrow, o di Barry Pain e Bessie Kyffin-Taylor. Ed ecco le storie di Steve Costigan e Buckner J. Grimes — due dei personaggi meno noti di Robert E. Howard, l’inventore di Conan il barbaro.
Omaggiando già nel nome il creatore dei Miti di Cthulhu, la Providence Press ha quindi deciso — e, personalmente, non la ringrazierò mai abbastanza per il coraggio — di colmare un vuoto editoriale italiano secondo me enorme pubblicando la monumentale biografia Io sono providence: la vita e i tempi di H.P. Lovecraft di S. T. Joshi, il più grande esperto mondiale dello scrittore.

Suddivisa in tre volumi — ma già la prima edizione inglese, edita dalla Hippocampus Press (2010), ne prevedeva due —, oltre a rappresentare un testo estremamente erudito, nonché immancabile per ogni appassionato, costituisce un’utilissima bussola per orientarsi in uno degli universi narrativi più vasti che siano mai stati creati. E se prima pensavamo di sapere tutto, ma proprio tutto a proposito di HPL, adesso veniamo a sapere, tra le altre cose: che da piccolo è stato un appassionato cinefilo, che assieme a certi suoi amici suonava lo zobo (uno strumento musicale a fiato), e che a segnare la sua carriera di scrittore di narrativa è stato quasi sicuramente l’incontro con W. Paul Cook, figura di primo piano nell’ambiente del giornalismo amatoriale.

Dettagli, potrebbe rispondere qualcuno.
Dettagli. Già. Ma cosa sarebbero le storie senza i dettagli?
Per orientarmi in questo (già) vastissimo primo capitolo, ho fatto due chiacchiere con il fondatore della casa editrice, Gianfranco Calvitti.

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D. Cominciamo dal razzismo. Lovecraft – su questo non credo possano esserci dubbi – è stato un razzista. Celebre il suo componimento: On the Creation of Niggers (1912), dove, a un certo punto, la voce narrante dice: “When, long ago, the gods created Earth / […] A beast they wrought, in semi-human figure / Filled it with vice, and called the thing a Nigger.” Tuttavia, nel razzismo di HPL ci sono state eccezioni. O se vogliamo delle incoerenze.HPL sposerà una donna, Sonia Greene, di origine ucraino-ebraica, e sarà per lungo tempo amico di Samuel Loveman, poeta di origine ebraica. Tutto ciò Joshi non lo ha mai negato. Neppure ha cercato di edulcorarlo.
Piuttosto, dov’è andato a rintracciare l’origine di questo razzismo?
E che idea se n’è fatto?

R. Joshi affronta la questione del razzismo in Lovecraft fin dai primi capitoli della sua monumentale biografia, e non solo non lo edulcora in nessuna maniera ma anzi lo approfondisce in più punti dell’opera, contestualizzandolo e andando a rintracciarne i riferimenti precisi nella cultura e nel pensiero dell’epoca.

Tu citi giustamente la nota poesia On the Creation of Niggers, del 1912, ma bisogna ricordare che il primo documento esplicitamente razzista dello scrittore di Providence è una precedente poesia, De Triumpho Naturæ: The Triumph of Nature over Northern Ignorance, del luglio 1905, l’unico sopravvissuto dei suoi componimenti poetici tra Poemata Minora e le diverse poesie scritte proprio nel 1912.

Come già si intuisce dal titolo, la poesia è una critica della Guerra civile provocata dalla “ignoranza nordista” che, contro le leggi di natura e “la volontà di Dio” — in cui, per inciso, al momento del componimento di questa poesia Lovecraft aveva già cessato definitivamente di credere da tempo— ha voluto l’emancipazione dei neri, senza rendersi conto che così facendo ne provocherà proprio l’estinzione.Questa singolare teoria Lovecraft la mutua da The Color Line: A Brief in Behalf of the Unborn (1905), libro di William B. Smith — a cui la poesia è dedicata —, professore universitario di matematica e soprattutto sostenitore dell’inferiorità biologica (e non culturale) dei neri, una convinzione che Joshi ci ricorda fu propria dello stesso Lovecraft per tutta la vita, e senza ripensamenti.Se è inevitabile che il razzismo sia una delle componenti della complessa figura di Lovecraft uomo e scrittore che più facilmente smuovono l’emotività dei suoi lettori, è altrettanto vero che esso prese molte forme differenti nel corso della sua vita.Joshi non edulcora e non censura nulla di questo, e ne affronta tutti gli aspetti con equilibrio e accuratezza critica collocando l’atteggiamento e il pensiero dello scrittore nel contesto culturale e intellettuale del suo tempo, e della sua famiglia — significativamente, le lettere in cui dà sfogo più violentemente ai propri pregiudizi razziali sono quelle scambiate con la zia Lillian, negli anni ’20.

Sicuramente i pregiudizi razziali dello scrittore — verso i neri e gli stranieri in generale — avevano radici antiche, e la loro origine si può facilmente rintracciare sia all’interno della famiglia che nell’ambiente benestante e chiuso in cui crebbe, e che erano ampiamente diffuse nel “suo” New England (per ragioni soprattutto economiche e sociali).Al contempo Joshi sottolinea come la formazione intellettuale e culturale del giovane Lovecraft, che tra le diverse forme attraverso cui diede voce al suo profondo amore per la storia vi furono appassionate ricerche sulle origini della propria famiglia — legandole indissolubilmente al suo amore per il Rhode Island e il New England —, passò anche attraverso la frequentazione di tutta una letteratura contemporanea che esaltava il tempo passato e i suoi “valori”, a cominciare da molta letteratura apertamente razzista che nobilitava il Vecchio Sud prima della Guerra civile.

Sicuramente Lovecraft è stato razzista, ma il suo razzismo deve essere contestualizzato all’epoca e a un contesto sociale e culturale in cui soprattutto tra i bianchi il razzismo era ancora ampiamente diffuso, e comunque percepito in maniera molto difforme da come lo intendiamo oggi.Non si deve comunque prendere il razzismo di Lovecraft come vincolante, a cominciare dalla vita privata, dove è sempre stato capace di nutrire rapporti civili o di amicizia o sentimentali in base alle proprie simpatie a prescindere da queste criticabili idee.

Il New England.Il New England che, tra le tante cose, significa: Henry David Thoreau e Ralph Waldo Emerson. Significa Edgar Allan Poe e Nathaniel Hawthorne. Significa Louisa May Alcott. Significa Sylvia Plath. Significa Jack Kerouac, Annie Proulx, John Cheever, John Irving. Significa Stephen King. Alcuni tra i più importanti e celebri filosofi, poeti e scrittori d’America sono nati qui, in questa regione che mette assieme ben sei Stati – Connecticut, Maine, Massachusetts, Rhode Island, Vermont – e si estende per un totale di 186.458 km2.(Poco più di metà dell’Italia.) Non ti nascondo che oggi, leggendo alcuni dei racconti di HPL, i passaggi che preferisco sono quelli in cui l’interesse per la storia, la geografia e il folklore del territorio procede di pari passo con il suo periodare meticoloso, indolente e lussureggiante.A proposito di Cape Cod (un’esile penisola che si ripiega a mo’ di uncino sull’Oceano Atlantico), Thoreau ha scritto: “Un uomo può starsene lì e gettarsi tutta l’America dietro le spalle”.

In un certo senso, HPL ha fatto la stessa cosa: ha dato le spalle all’America, ma soltanto per scrutarne meglio le profondità, là dove il passato imbibisce le proprie radici nel sangue. (Mi viene in mente il racconto Pickman’s Model (1926), nel quale il narratore scopre che i soggetti mostruosi ritratti dall’artista Richard Upton Pickman esistono e vivono in una rete di gallerie nella città di Boston.)

Come nasce e si sviluppa il rapporto di HPL con il New England?

Il New England significa per Lovecraft, in prima battuta, la solidità — e il senso di sicurezza che ne può derivare — di una tradizione, tanto storica quanto familiare, di cui rivendicò per tutta la vita con orgoglio l’appartenenza. Se il Lovecraft “genealogista”, come scoprirà il lettore, era soprattutto preoccupato (con relativo successo, in verità) di rintracciare le origini della sua famiglia in una vagheggiata “pura, piccola nobiltà inglese” trapiantata in America, egli era altrettanto consapevole e fiero nel ricordare che i suoi antenati — in particolare da parte materna — si erano stabiliti nel New England, e proprio nel Rhode Island fin dalla sua colonizzazione, e lì con lui ancora dimoravano.Questo legame è da ricercare anche in quella che è stata la formazione personale di Lovecraft. Cresciuto leggendo i libri della biblioteca del nonno, tuffandosi prima nel mondo greco-romano e poi in quello del Diciottesimo secolo, Lovecraft ha iniziato a maturare un amore profondo per il passato in tutte le sue forme, che lo avrebbe accompagnato nel corso della vita. E il New England rappresentava sia il passato “classico” degli Stati Uniti, sia il cordone ombelicale con quella che egli riteneva la sua vera madrepatria, l’Inghilterra.

Ad attrarmi maggiormente della figura di HPL credo sia stata una sua peculiare ostinazione a percepirsi — e, di certo: a farsi percepire — come un essere umano proveniente da un altro tempo. Il suo amore per il mondo classico l’ha portato a preferire nella scrittura l’uso di termini di origine greca oppure latina rispetto all’inglese colloquiale: per The Tomb (1917) scelse “tomb”, appunto, al posto di “grave”. Ed è anche questo che l’ha portato a firmare alcune delle sue lettere con una serie di buffi pseudonimi. Se a tutto ciò aggiungiamo la passione per la letteratura fantastica, nutrita fin da piccolo, l’interesse per le scienze nonché un’oggettiva difficoltà a integrarsi tra i suoi coetanei, il ritratto che mi pare venga fuori è quello di un… nerd! Ma di un nerd come lo si poteva intendere negli anni ’80. O prima ancora. E penso al Peter Parker delle storie firmate da Stan Lee e Steve Dikto. Molto, molto distante, comunque, dallo stereotipo rappresentato da Leonard Hofstadter in The Big Bang Theory… Leggere HPL significava, e significa ancora, per me: essere HPL. Legittimare quella parte di me che più si appassionava ai fumetti dell’orrore, ai videogame, ai giochi da tavola… a tutta quella roba, insomma, che, simile a un’ingombrante zavorra, negli anni della mia prima infanzia e adolescenza mi ha impedito di fare amicizia con la maggior parte dei miei coetanei.
In che modo Joshi racconta la formazione intellettuale di HPL?

È stata veramente una formazione atipica, la sua, oppure è più corretto dire che ogni formazione (intellettuale e non) è atipica a modo suo?

Questa domanda mi dà modo, innanzi tutto, di smentire la questione del “Solitario di Providence”. Lovecraft non fu mai un recluso, come viene praticamente sempre definito, se non per un breve periodo della sua vita (1908-1913), conseguente all’abbandono della scuola, e del quale si sa molto poco. In quei cinque anni evitò la compagnia altrui (anche se non totalmente), rimanendo chiuso in casa o dedicandosi presumibilmente ad attività solitarie, come andare a teatro o al cinema (Lovecraft vide molti film e nella biografia potrete leggere il curioso episodio della sua brevissima “carriera” di critico cinematografico). Lovecraft si potrebbe in parte definire un bambino prodigio. Un genio che già in tenera età da autodidatta leggeva il latino, per esempio, o si formò sull’inglese del Diciottesimo secolo.

Di certo la formazione fu particolare, perché non tutti a quell’età avevano a disposizione la ricca biblioteca di nonno Whipple. Ma era anche una questione di disposizione mentale.Per esempio, quando giocava da solo in casa, Lovecraft costruiva scenari che utilizzava per raccontare le “sue” storie, rappresentazioni “animate” se vogliamo anche di quanto leggeva sui libri, e anche questo incise sulla sua formazione futura di narratore. Ma non fu poi così atipica per altri versi. Da ragazzino, Lovecraft aveva i suoi compagni di giochi con i quali scorrazzava in bicicletta (cosa che fa pensare al film I Goonies (1985), giocava insieme a loro facendo l’investigatore della Providence Detective Agency (che dirigeva portando con sé una pistola vera), si esibiva come percussionista e suonatore di zobo nella banda musicale dei “monelli” dei dintorni. Quindi una infanzia molto normale, sebbene, parallelamente, continuasse a dedicarsi ai suoi esperimenti chimici (rischiò anche di perdere un dito) o alle osservazioni astronomiche.

HPL deve ancora compiere dieci anni quando si appassiona a discipline come la chimica e l’astronomia.(Tra l’altro, è una sua lettera pubblicata nel 1906 sullo Scientific American a suggerire la presenza di Plutone; pianeta scoperto nel 1930 da Clyde Tombaugh.)Il suo atteggiamento adulto e consapevole nei confronti della scienza si riflette a mo’ di tematica nella maggior parte delle sue storie: esemplare, in questo senso, l’incipit di The Call of Cthulhu (1928). “The most merciful thing in the world, I think, is the inability of the human mind to correlate all its contents.” Molti personaggi di HPL, incapaci di mettere assieme i “contenuti del mondo”, finiscono per smarrire il lume della ragione. Altri, invece, decidono di soccombere dinanzi alle mostruosità indescrivibili che essi stessi hanno contribuito a evocare.(Tanto per dirne una: Herbert West, protagonista del racconto eponimo, giunto alla fine della sua parabola “alla Frankenstein” accetta di farsi divorare da un esercito di non morti.) Controparte di tanta lucidità: la follia; un gorgo limaccioso e oscuro in fondo al quale sprofondano alcune delle persone più importanti e vicine a HPL.A cominciare da suo padre, Winfield Scott Lovecraft.

Per Joshi, quanto peso ha avuto questa tragedia nella sua vita?

Lovecraft era talmente piccolo quando suo padre si ammalò — di quella che quasi sicuramente oggi possiamo identificare come sifilide — che non è facile individuare con precisione quali siano state le possibili conseguenze di questo tragico evento nella sua produzione. Anche se ciò non toglie che il piccolo Lovecraft fosse ben consapevole che stesse accadendo qualcosa di grave, e forse questa tragedia innescò quelli che sarebbero stati alcuni dei tormenti del futuro scrittore: i “quasi-esaurimenti” che lo colsero più volte nel corso della sua giovinezza. Forse il reale effetto fu anche quello di innescare attaccamenti verso altre figure famigliari, in particolar modo suo nonno paterno Whipple e suo zio Franklin Chase Clark, il medico che aveva sposato Lillian, la zia di Lovecraft. La scomparsa del nonno paterno poco dopo non solo privò il giovane Lovecraft di significative figure maschili di riferimento ma contribuì anche al dissesto finanziario della famiglia, altro aspetto che influì sull’evoluzione della vita e della scrittura di Lovecraft. Anche una madre ossessiva e paranoica influì ulteriormente sulla propria visione del mondo. Infine, la presa di coscienza di Lovecraft dei propri limiti nel padroneggiare la scienza matematica, che gli avrebbero sempre impedito reali sviluppi accademici nell’astronomia, deve essere stato il reale colpo fatale alla sua autostima (già minata dalla madre sul lato estetico): i folli di Lovecraft, non a caso, scivolano nella follia proprio quando entrano in contatto con mondi le cui regole sfuggono totalmente alle loro capacità di comprensione.

Nell’introduzione a un pregevole libretto dal titolo L’età adulta è l’inferno (2018) – dedicato alla corrispondenza tra HPL e sua moglie, Sonia Greene –, tra le prime cose che lo scrittore Marco Peano chiarisce c’è il fatto che HPL impiegò molte delle sue energie (creative e non) nel portare avanti un vastissimo epistolario, a furia di missive lunghe anche una settantina di pagine; 118.000 lettere, dicono i bene informati – tra cui il suo primo biografo, lo scrittore Lyon Sprague de Camp. Non solo. Ad accrescere il numero dei contatti – nomi e cognomi che raramente si sono trasformati in persone in carne e ossa cui HPL ha potuto stringere la mano –giunse anche l’attività di revisore di manoscritti altrui. Per impellenti ragioni economiche. Ma questo è risaputo. Così come è risaputo che le tante difficoltà affrontate per sbarcare il lunario abbiano ridotto drasticamente la portata creativa di HPL: mi capita ancora oggi di pensare che 118.000 lettere di HPL sarebbero potute essere, in un mondo ideale, 118.000 racconti. Contratto prestissimo il virus della grafomania, tra il 1906 e il 1908 HPL scrive sul Providence Morning Tribune e sul Providence Evening Tribune, mentre nel 1912, all’età di ventidue anni, inizia a collaborare con un’associazione di scrittori dilettanti, la United Amateur Press Association (UAPA).

In articoli vari e biografie, il mondo del giornalismo dilettantesco – la UAPA, in effetti, è stata fondata da un gruppo di adolescenti – è sempre stato un aspetto poco trattato, ma che ho sempre trovato interessantissimo.
Joshi come lo racconta?

Joshi analizza molto compiutamente la storia di Lovecraft nel suo avvicinarsi al giornalismo amatoriale. Anzi, fu proprio questa attività che fece uscire Lovecraft dal suo isolamento del periodo 1908-1913. Nel 1913 il nostro HPL diede inconsapevolmente vita a una schermaglia sulla rima e sulla poetica sulle pagine di Argosy, che si sarebbe trascinata per alcuni mesi. Fu questo che lo porterà a entrare in contatto con figure che lo faranno unire ai ranghi al giornalismo amatoriale, nel cui bacino intreccerà alcune delle sue più significative amicizie anche epistolari. Tra queste è stata probabilmente decisiva quella con W. Paul Cook che, dopo quasi un decennio, spronò nuovamente Lovecraft a dedicarsi alla scrittura di racconti (a questo periodo si deve Dagon, per esempio).

Non solo, grazie alla sua erudizione, la sua vis polemica e le sue capacità narrative, Lovecraft sarebbe presto diventato una figura di spicco del mondo del giornalismo amatoriale — anzi, un vero e proprio “gigante” di quell’ambiente. Tutte le sue attività nel campo vengono documentate da Joshi in maniera assolutamente esauriente, soprattutto perché ci fanno vedere come, un passo alla volta, Lovecraft emerga sia come figura intellettualmente superiore, sia in maniera pratica, perché furono queste attività a farlo uscire dal suo guscio per incontrare (a Providence, come pure in altri luoghi) i suoi “colleghi” del mondo del dilettantismo. Inoltre, come racconta Joshi, sin da piccolo Lovecraft era solito stamparsi da sé i suoi primi lavori (poesie, “saggi” scientifici, ecc.) che poi vendeva a familiari e conoscenti inventandosi anche dei marchi editoriali. Era, insomma, anche un piccolo “tipografo” e praticamente aveva già sperimentato sulle proprie spalle (senza ovviamente conoscerlo) quello che era il piccolo mondo del giornalismo amatoriale diffuso nel paese.

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Nel 1908, a seguito di un giudizio negativo da parte di sua madre (che per il figlio desiderava un avvenire da poeta), HPL brucia la maggior parte dei suoi lavori in prosa. Inspiegabilmente, dal fuoco appiccato se ne salvano cinque. Saranno fondamentali.Poesie ne aveva scritte — il suo primo tentativo, ispirato all’Odissea di Omero, risale al 1897 – e continua a scriverne. Di duecento componimenti, soltanto trentotto (contando anche quelli postumi) vedranno la luce su carta stampata. Gli unici celebri: i trentasei sonetti dei Fungi from Yuggoth, ispirati a una serie di esperienze oniriche.Quando HPL inizia a spedire i suoi racconti ai pulp magazine, le cose non migliorano. La maggior parte dei suoi lavori viene rifiutata. Le storie che non vengono rifiutate vengono drasticamente editate. Le modifiche riguardano quasi sempre il lessico che viene giudicato troppo ostico. HPL ripristinava di suo pugno, sulle copie delle riviste in suo possesso, le versioni originali. La bocciatura di alcune delle sue opere più ambiziose,come ad esempio At the Mountains of Madness, costituiranno per lui delle cocenti delusioni.

Prima di arrivare a questo, però: nella fase della sua vita presa in esame da questa prima parte della biografia, che cos’è per HPL la scrittura?

A parte qualche racconto giovanile — modellato per lo più sullo schema e lo stile dei dime-novel ottocenteschi —, il Lovecraft di questo primo scorcio è soprattutto poeta e saggista in erba. Lovecraft era consapevole di essere un poeta scadente. Lui stesso si definisce, alla fine, un “meccanico metrico” (che è anche il titolo di uno dei capitoli di questo volume), cioè qualcuno in grado di applicare perfettamente la costruzione formalmente impeccabile dei versi, modellandone la struttura e la rima, ma sapeva di essere carente di un vero afflato poetico.Le altre passioni come la chimica, l’astronomia, le esplorazioni antartiche lo portarono invece a scrivere articoli e piccoli saggi su questi argomenti. Poi, con l’ingresso nel mondo del giornalismo amatoriale, questi scritti cominciarono ad avere altri temi: la politica, l’interventismo nella Prima Guerra Mondiale al fianco dell’Inghilterra, i metodi per diffondere l’“amateurdom” e di elevarlo letterariamente, e così via.

Forse tutto questo costituiva per lui una via di fuga e un rifugio rispetto a una società contemporanea in cui non era abile nel collocarsi. Preso atto del proprio fallimento nella scienza, proprio la narrativa ha costituito per lui il più grande sentiero per tentare di coronare quella che Joshi stesso, attraverso le parole di Lovecraft, sottolinea come una sua grande “ambizione”: quella di mostrarsi all’altezza di grandi maestri come Poe. In una lettera del 1915, Lovecraft testimonia di non essere in grado di scrivere narrativa. Avrebbe ripreso più avanti e, forse, fu l’aver scoperto Dunsany e averlo sentito così affine a se stesso a fornire a Lovecraft la spinta decisiva a impegnarsi come scrittore di narrativa.

Una cosa che mi ha sempre colpito dei racconti di HPL è la pressoché totale assenza di fantasmi. Intendo proprio gli spettri, quelli che appaiono nelle storie dell’orrore più classiche. Ciononostante, Lovecraft ne è considerato un maestro. Secondo alcuni critici questo è da attribuire alla concezione di un mondo – da parte di HPL –, travolto da un’ondata di progresso scientifico, dentro al quale tutto ciò che esiste e che si manifesta molto semplicemente “è”. Per questo, forse, la maggior parte delle entità mostruose create da HPL non hanno origini paranormali, bensì cosmiche. Nonostante questo restare ancorato alla realtà, per HPL scrivere del mondo onirico, ovvero: di questa misteriosa, impalpabile dimensione esistenziale, è sempre stato indispensabile.

Quand’è che Joshi fa iniziare questo rapporto di HPL con i sogni? E quali differenze porta alla luce tra i sogni raccontati nelle lettere e i sogni usati come ispirazione per i racconti da scrivere?

Il rapporto tra mondo onirico — inteso sia come dimensione esistenziale che come esperienza reale — e costruzione letteraria di un “orrore cosmico”, attraverso la creazione di entità mostruose soverchianti il tempo e lo spazio dell’uomo, è in Lovecraft più precoce di quanto non si pensi.

Il 26 gennaio 1896 un grave lutto colpì la famiglia Phillips Lovecraft, la morte della nonna materna Robie Alzada Place Phillips. Se da un lato Lovecraft non sembra essere stato molto legato a questa figura familiare in particolare, diversamente che al nonno materno, Whipple van Buren Phillips — che tanta e costruttiva parte ebbe invece nell’educazione e nella formazione dello scrittore nei primi dieci anni di vita, prendendo il più egregiamente possibile il posto del padre Winfield —, dall’altro la morte della nonna gettò la casa in una tristezza da cui non si riebbe mai completamente (sono parole dello stesso Lovecraft).

Questo lutto, in sé comune a ogni famiglia, avrebbe forse avuto un effetto meno decisivo su un bambino dalla partecipazione emotiva agli eventi e all’ambiente circostante meno acuta e profonda di Lovecraft, che di lì a poco — come ricorderà anni dopo in una famosa lettera a Rheinhart Kleiner (16 novembre 1916) — sarebbe stato visitato nei suoi sogni da cose ripugnanti e terrorizzanti, che prese a chiamare “Magri Notturni”, una parola da lui composta per cercare di dare un nome a questi esseri mostruosi che angosciarono a lungo le sue notti di bambino.

Per Joshi inizia letteralmente qui la carriera di Lovecraft come uno dei più grandi “sognatori di incubi” della storia della letteratura, e anche se sarebbero effettivamente passati ancora molti anni prima che lo scrittore impiegasse i Magri Notturni nei suoi lavori, tuttavia per lo studioso americano è evidente che i semi concettuali della costruzione di un orrore letterario ad un tempo grandioso e assolutamente originale si ritrovano già in questi, precoci e a loro modo “preziosi” incubi.In particolare, vi ritroviamo alcuni aspetti poi caratteristici dei suoi lavori più maturi: uno scenario grandiosamente cosmico; la peculiare “alterità” e bizzarria delle sue entità maligne, appunto tanto diverse dalle entità più tradizionali della letteratura dell’orrore, a cominciare dai fantasmi; e infine il senso di infinita impotenza dei protagonisti dei suoi racconti, in balia completa di forze (realtà) cosmiche non solo “altre” ma anche “oltre” la condizione e le forze dell’uomo.

Le più importanti opere di letteratura fantastica che vedono la luce tra il 1890 e il 1920 – l’arco di tempo preso in esame da questo primo volume della biografia di Joshi – sono: The Time Machine (1895), The Island of Dr. Moreau (1896) e The War of the Worlds (1897) di H. G. Wells; Dracula (1897) di Bram Stoker e The Turn of the Screw (1898) di Henry James. Il XX secolo, poi, si apre con The Wonderful Wizard of Oz (1900) di Lyman Frank Baum, Peter Pan in Kensington Gardens (1906) di James Matthew Barrie, e nell’anno della morte di HPL, The Hobbit (1937) di J.R.R. Tolkien.

Arthur Machen, Algernon Blackwood e Lord Dunsany, i maggiori scrittori di genere fantastico al momento della nascita di HPL, gli sopravvivono. HPL era essenzialmente ignoto ai contemporanei, ma Lord Dunsany ha avuto un’influenza capitale – soprattutto, per The Gods of Pegāna (1905), l’opera di Lord Dunsany che quasi sicuramente ha ispirato a HPL la creazione di un pantheon di creature il più originale possibile.

A tutto questo, cosa aggiunge Joshi?

Questa lista sintetizza perfettamente il panorama letterario in cui si sviluppa la vita di Lovecraft. Del resto, Joshi stesso parte proprio dalle dirette parole di Lovecraft — rintracciate dalle più svariate fonti in modo certosino — per svolgere la “narrazione” della vita e dei tempi dello scrittore. Sicuramente uno dei primi a influenzare Lovecraft fu Edgar Allan Poe (anzi, si può dire che fu il principale ispiratore). È troppo lungo spiegare qui cosa colpì tanto il giovane Lovecraft, ma senza il visionario di Boston forse non ci sarebbe stato un HPL così come noi lo conosciamo. Ma le suggestioni furono molteplici: Il Vecchio Marinaio di Coleridge, le Mille e Una Notte, gli autori del Diciottesimo secolo. Andando più avanti nel tempo, Joshi ci fa scoprire quanto Lovecraft adorasse Sherlock Holmes, ma anche che apprezzava Edgar Rice Burroughs (anche se poi lo avrebbe rinnegato) e Zane Grey (il leggendario autore western). Una cosa che andrebbe rimarcata è che Lovecraft era un avido lettore della letteratura popolare dell’epoca — le riviste pre-pulp, se vogliamo usare un termine sintetico anche se forse non correttissimo, e i dime-novel quando era giovanissimo — e, in qualche modo, anch’esse influirono sulla narrativa dello scrittore. Aggiungerei una piccola postilla. Le Montagne della Follia non nascono “casualmente”. Lovecraft provava un forte interesse per le esplorazioni antartiche e aveva letto tutta le letteratura disponibile sull’argomento.

Mi viene in mente un fatto accaduto un po’ di tempo fa.Nel 2012 la Disney portò nei cinema di mezzo pianeta un film, John Carter, che si ispirava al romanzo Under the Moons of Mars (1917) di Edgar Rice Burroughs – creatore, tra l’altro, del personaggio di Tarzan. Il film, che tutto sommato a me non dispiacque, si rivelò uno dei più grandi fallimenti economicinella storia del cinema. Perché e per come, adesso, ho difficoltà a ricostruirlo. Ricordo, però, che molte delle critiche muovevano intorno al fatto che la storia e il suo protagonista sembravano troppo… derivativi! Invece era vero il contrario: erano stati gli altri a copiare le idee e le intuizioni di Burroughs.

Augurandoci, ovviamente, che alle vostre scelte editoriali non accada nulla di tutto ciò: in un momento in cui grandi case editrici pubblicano volumi che raccolgono intere saghe fantasy o fantascientifiche, la vostra volontà di lavorare su pochi testi scelti che risposta sta dando? E che reazioni riceve dai lettori?

Le risposte che riceviamo dai nostri lettori sono per lo più positive. Il problema (non solo nostro, ovviamente) è che i lettori sono pochi. Con la decisione di non voler essere distribuiti in libreria, sicuramente non raggiungiamo il lettore casuale e al momento il nostro bacino di aficionados raggiunge al massimo un centinaio di unità. Inutile dire che sono troppo pochi per pensare di proseguire con una certa tranquillità. Providence Press nasce con un budget che ipotizzava (e anche sperava in) un nucleo più folto. Questo significa semplicemente che, terminato il budget, il ciclo si chiuderà, com’è nella natura delle cose. Ma fino al 2022 andremo avanti certamente, per portare avanti i progetti in corso e qualcosa di nuovo. Nell’immediato futuro, tutto questo si traduce in una diluizione e un rallentamento delle uscite, nonché il tentativo di esplorare nuovi mercati (a fine novembre/inizio dicembre, per esempio, faremo uscire il nostro primo libro-game: abbiamo comunque cercato di selezionare, oltre alla meccanica puramente ludica, un libro che raccontasse una storia bella e potente). Sicuramente non torneremo a essere distribuiti in libreria. I meccanismi abominevoli della distribuzione libraria italiana non fanno per noi (e questa non è la sede per spiegare o esplicitarne i motivi). Abbiamo provato strade alternative, ma non abbiamo avuto riscontro. Vedremo cosa sarà possibile fare, ma al momento la situazione resta invariata e chi è interessato ai nostri titoli potrà acquistarli solo sul nostro sito.Permettimi di chiudere ringraziando tutti coloro che hanno contribuito alla nascita dell’edizione italiana di Io Sono Providence, in primis Giuseppe Lippi senza il quale questo volume non ci sarebbe mai stato. E grazie a Giacomo Ortolani, Francesco Brandoli, Pietro Guarriello, Teodoro Farinaccio, Elena Cervi e Lara Baldini. E, last but not least, tutti i nostri lettori che si seguono e ci sostengono fin dal primo giorno.

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Mark Fisher, il weird e l’eerie. Conversazione con Gianluca Didino https://minimaetmoralia.it/interviste/mark-fisher-weird-leerie-conversazione-gianluca-didino/ https://minimaetmoralia.it/interviste/mark-fisher-weird-leerie-conversazione-gianluca-didino/#comments Fri, 26 Oct 2018 05:04:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38412 Conversazione con Gianluca Didino, che ha curato la postfazione a "The weird and the eerie" di Mark Fisher (pubblicato in Italia da minimum fax, con la traduzione di Vincenzo Perna).

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Non potendone parlare col diretto interessato, ossia l’autore – Mark Fisher si è suicidato il 13 gennaio del 2017 – ho pensato che non sarebbe stata una cattiva idea approfondire The weird and the eerie con Gianluca Didino, a cui è stata affidata la preziosa postfazione all’edizione italiana del libro (pubblicato ad agosto 2018 da minimum fax, con traduzione di Vincenzo Perna). Gianluca, per chi non lo avesse incontrato sulle pagine di minima&moralia, ha scritto anche per Internazionale, Studio, Esquire, Pagina99 e Il Mucchio Selvaggio. Nel corso degli ultimi dieci anni ho seguito la sua scrittura con enorme piacere, soprattutto per la sua capacità di passare da un argomento all’altro – principalmente letteratura, filosofia, città – con grande lucidità e chiarezza. Per questo sono stato molto felice di trovare il nome di Gianluca sulla copertina di un libro, quello di Mark Fisher, per certi versi di culto, sicuramente seminale. Quella che segue è la nostra conversazione, in cui si è parlato, tra le altre cose, anche di Geoff Dyer, Simon Reynolds e… Luca Morisi.

Per iniziare, mi chiedevo se avessi mai sperimentato una sensazione di weird o di eerie in prima persona e ce la volessi raccontare, prescindendo per un attimo dal libro. Lo stesso Mark Fisher scrive che “è possibile sperimentare la sensazione del weird e dell’erie ‘dal vivo’, senza ricorrere a specifiche forme di mediazione culturale”.

Credo che chiunque abbia mai avuto un attacco di panico, provato ansia o avuto momenti di depressione anche passeggeri abbia sperimentato sensazioni di weird o eerie. Non dobbiamo dimenticarci che questi due termini, per quando indichino sentimenti diversi, hanno una radice comune, quella che Fisher chiama sulla scorta di Heidegger “demondificazione”, il processo in cui il tuo mondo (inteso come un costrutto di senso) diventa un non-mondo (qualcosa che non riesci più ad afferrare con le categorie mentali che usi tutti i giorni). Heidegger in Essere e tempo spiega come questo processo sia intimamente legato proprio al sentimento dell’angoscia, che per lui è sì terribile ma anche iniziatico, nel senso che segna l’inizio di un percorso di ricerca che può portare alla scoperta di un’identità più autentica. Non sono certo che Fisher concordasse su questo punto, però, anche perché nella sua lettura weird e eerie sono sentimenti decisamente più “impersonali”. Io trovo interessante la lettura di Fisher ma per mia formazione sono più heideggeriano a riguardo, diciamo che la mia posizione si situa da qualche parte nel mezzo.

Passiamo al libro. Lo stile di Fisher – gran ritmo e capacità affabulatoria – è piuttosto accessibile, qualità che non gli impedisce di imbastire ragionamenti molto raffinati. Leggere The weird and the eerie significa anche provare il piacere di reimmergersi in opere che abbiamo amato, raccontate spesso con uno sguardo diverso. A proposito di Interstellar, ad esempio, Fisher ribalta le critiche al “sentimentalismo kitsch” del film di Nolan facendone il perno della sua riflessione sull’eerie; mentre a proposito di Tempo fuori di sesto mette in luce alcuni aspetti dell’arte di Philip K. Dick che forse erano sfuggiti anche al Carrère di Io sono vivo, voi siete morti.

Il libro di Fisher raccoglie saggi e analisi precedentemente pubblicate altrove, su riviste accademiche o sul suo blog k-punk. Questo si vede riflesso dalla struttura del libro che è diviso in capitolo “verticali” dedicati a uno o più libri, film, dischi eccetera. Dall’altro lato Fisher si è occupato di weirdness e speculative fiction fin dai suoi esordi, basti pensare che la sua tesi di dottorato era – in pieno stile CCRU – dedicata al “materialismo gotico e alla theory-fiction cibernetica” (quest’ultima mi piacerebbe capire cos’è, dovrei leggere la tesi). Quindi in buona sostanza ha riflettuto, scritto e raccolto materiali su questi temi per tutto il corso della sua vita. Infine alcuni temi, discorsi, testi o autori, come ad esempio Nolan, che citi, o Shining, o ancora il post-punk, sono vere e proprie ossessioni fisheriane, che tornano più e più volte nel corso della sua opera – ad esempio ci sono saggi bellissimi dedicati al rapporto tra The Caretaker e Shining o a Inception nell’altra raccolta di saggi pubblicata da Fisher quand’era in vita, Ghosts of My Life. Questo per dire che sì, hai certamente ragione: uno degli aspetti più interessanti e anche più piacevoli per il lettore di The weird and the eerie è il fatto di ripercorrere brani di “testualità” contemporanea, letteraria, filmica o musicale, e di vederli filtrati dallo sguardo molto personale di Fisher. Ma d’altronde credo che questo è esattamente quello che un critico culturale dovrebbe fare, e Mark Fisher è stato un grandissimo critico culturale.

A proposito di eerie, ho trovato un parallelo con alcune storie di Geoff Dyer. Sebbene Dyer non citi mai The weird and the eerie, mi sembra che in alcuni momenti di Sabbie bianche metta quasi in scena le teorie sull’eeriness di Fisher. Penso alle pagine sul dipinto The Questioner of the Sphinx di Elihu Vedder, ma anche a quelle sul campo da calcio abbandonato in Polinesia o sullo Spiral Jetty e il Lightning Field. Per certi versi Dyer si spinge addirittura oltre, applicando il filtro eerie alla Fisher a opere e monumenti di una civiltà – la nostra – le cui “strutture simboliche che conferivano un senso” non si sono ancora estinte: immaginando insomma un’eeriness futura a partire dalle nostre macerie.

Vedo due possibili risposte alla tua domanda. Da un lato c’è sicuramente una specificità britannica che Fisher e Dyer condividono, perché anche se si tratta di autori molto diversi condividono grossomodo una generazione (Dyer ha dieci anni più di Fisher), un certo substrato culturale direi post-marxista e post-punk e un interesse per la weirdness (pensa a Zona di Dyer, che è il racconto di Stalker di Tarkovskij, un film che sarebbe stato benissimo in The weird and the eerie). Quindi sicuramente c’è una sensibilità comune. In secondo luogo Dyer è un grandissimo narratore di sensazioni. Se dovessi dire cosa mi rimane dei suoi libri direi che mi rimangono essenzialmente delle sensazioni, prima ancora che delle storie o delle idee: se penso a Sabbie bianche ad esempio quello che ricordo è la eeriness del campo di calcio abbandonato in Polinesia, la potenza numinosa dei luoghi sacri, l’angoscia latente del viaggio in auto con il (presunto) evaso o la nostalgica bellezza dell’ultima notte cinese nel testo che apre la raccolta. Fisher è naturalmente più teorico di Dyer, e certo molto meno svagato e sarcastico, ma a sua volta è molto bravo a cogliere e lavorare con le sensazioni: alla fine dei conti, concetti come quello di “realismo capitalista” o di “hauntology” funzionano non solo perché il loro valore teorico, ma anche perché sono capaci di cogliere sensazioni come l’assenza di alternative o la strana fine del futuro che tutti noi abbiamo provato molte volte prima di essere in grado di dar loro un nome. Nel caso di weirdness e eeriness è se possibile ancora più vero.

Ancora a proposito di rappresentazione di teorie altrui e di weird, stavolta. Sono molto interessanti le pagine su Lovecraft e Borges. Secondo Fisher, Lovecraft avrebbe concretamente messo in scena la finta erudizione storico-letteraria di Borges: il Necronomicon è la versione credibile, che si stacca dalle pagine per diventare mito reale nel mondo del lettore, di ciò che in Borges resta pura affabulazione letteraria (il Don Chisciotte di Pierre Menard).

Qui devo dire che concordo solo in parte con Fisher, nel senso che capisco il punto (ci torno tra un attimo) ma non condivido la comparazione tra Lovecraft e Borges che finisce a scapito del secondo. Personalmente trovo Lovecraft immensamente interessante, ma spesso anche un po’ noioso da leggere (tutte le dichiarazioni di ineffabilità degli esseri di cui racconta puntualmente smentite da descrizioni minuziose degli stessi esseri mi infastidiscono un po’) mentre penso che potrei continuare a rileggere Borges per sempre. Insomma per me Borges è uno scrittore molto migliore di Lovecraft, mettiamola così. Ma come dicevo capisco quello che Fisher vuole dire, ed è un punto molto interessante: in pratica si tratta di equiparare l’attitudine postmoderna e quella ipermoderna alla realtà, e in questo con il senno di poi Lovecraft si è rivelato più precursore dei tempi persino di Borges, che già precorreva i suoi tempi pre-postmoderni, se mi passi l’espressione. Mentre Borges, come tutti i sudamericani della sua generazione – e direi anche come i bibliotecari, per deformazione professionale – non dà molto peso alla realtà, ma preferisce le descrizioni della realtà (atteggiamento questo tipicamente postmoderno), Lovecraft è indubbiamente un realista, nel senso che le sue creature innominabili e i suoi mostri venuti dallo spazio esistono proprio nella stessa dimensione in cui esiste la sonnolenta provincia del New England in cui sono ambientati tanti racconti. Il piano ontologico è lo stesso, non ci sono realtà dentro realtà o mondi dentro mondi o realtà che sono sogni e sogni che sembrano la vita ma la cruda brutalità dell’inconcepibile e dell’innominabile che squarcia la stessa realtà che viviamo tutti i giorni. Questo credo sia l’aspetto più interessante dell’opera di Lovecraft e sicuramente è un aspetto molto in linea con il realismo della nostra epoca.

Come spieghi nella postfazione, l’influenza di Mark Fisher nella cultura contemporanea è sterminata: accelerazionismo, vaporwave, meme come strumento di propaganda. Mi chiedevo: hai dato un’occhiata al curriculum vitae di Luca Morisi? Scorrendolo non ho potuto fare a meno di pensare che il deus ex machina della Bestia, specie ora che è al Ministero dell’Interno, dev’essere una sorta di accelerazionista infiltrato che sta portando il sistema al collasso per azzerare tutto e ripartire da capo. (È un paradosso, ma non troppo.)

Uno dei vantaggi di non vivere in Italia è che puoi ignorare l’esistenza di certe dinamiche politiche e vivere bene lo stesso. Quindi la mia opinione a riguardo non è molto stratificata. Ma scorrendo il CV quello che mi sembra di vedere non è un accelerazionista ma un filosofo con la passione per i media che è riuscito a fare della sua laurea qualcosa di redditizio invece che finire a lavorare come supervisore all’Ikea o farsi mantenere dai genitori mentre tenta di avviare una carriera letteraria. Quello che voglio dire è che viviamo in un mondo dove la manipolazione dell’opinione altrui è diventato un business incredibilmente redditizio. Questo è un “mestiere” a cui puoi dedicarti in maniera istituzionale, come Morisi, oppure attraverso varie forme di guerriglia mediatica come quelle che abbiamo visto dispiegarsi nel caso della campagna presidenziale di Trump, ma in entrambi i casi si tratta di una carriera vera e propria. Per venire a quello che mi sembra il punto principale della tua domanda, l’accelerazionismo per me costituisce un problema filosofico non da poco. Da un lato ammetto che lo trovo attraente nello stesso modo in cui trovo attraente Bataille, i Situazionisti o Nietzsche, per il rifiuto radicale dell’ordine borghese, l’accento sulla creatività, il futurismo eccetera. Inoltre è chiaro che un appassionato di speculative fiction come me trovi interessante questo immaginario che va a braccetto con la fantascienza (alcuni testi della CCRU, almeno quelli leggibili, sono letterariamente interessanti). Più di tutto però mi piace il senso di alternativa, di un altro mondo possibile, sotteso al pensiero accelerazionista. Detto questo, altri aspetti mi lasciano perplesso. L’idea per cui se tutto va male allora tutto va bene mi sembrava poco consistente già quando a vent’anni bazzicavo i collettivi della sinistra autonoma, ma adesso la trovo anche pericolosa: quando Žižek diceva che lui avrebbe votato per Trump ho fatto fatica a leggerla come una provocazione, mi è sembrato semplicemente un messaggio sbagliato e in fin dei conti stupido da trasmettere. Non che Žižek sia un accelerazionista, ovviamente, ma è per spiegare il concetto. Alla base del pensiero accelerazionista c’è questo luogo oscuro in cui desiderio e morte sfumano uno nell’altra, gioia creativa e nichilismo fanno parte di un unico continuum. Lo trovo affascinante, ma va preso con le pinze.

Quest’estate ho sentito Simon Reynolds rispondere a una domanda sulla xenofobia citando, come possibile antidoto, quella che ha definito la xenofilia di Mark Fisher: un genuino interesse per tutto ciò che ci è estraneo, sconosciuto. In effetti è evidente il parallelo tra l’interesse eerie di Fisher per il “fuori” e la sua ossessione per il superamento delle logiche culturali del capitalismo attuale. Anzi, credo che in Realismo capitalista si percepisse forte il desiderio, rimasto un po’ “in canna”, di mettere a fuoco una visione politica da opporre concretamente a quel terrificante eerie cry che era (ed è ancora) il “There’s no alternative” di Margaret Thatcher. Secondo te cosa c’è dopo Mark Fisher, oltre il suo sistema filosofico e la sua influenza?

Ti rispondo in due modi: sul primo punto (quello sulla xenofilia) concordo con te, sul secondo (quello sulla prospettiva politica) meno. Fisher e Reynolds erano amici e condividevano un genuino amore per il futuro, per l’innovazione, per il superamento dei nostri limiti culturali e tutto questo genere di cose. Sicuramente su questo punto il loro sguardo era aperto, inclusivo, dinamico e volto ad abbracciare la diversità quanto più possibile. L’accenno di Reynolds alla xenofilia fisheriana da questo punto di vista è molto bello, e sicuramente molto giusto: questa apertura all’esterno e all’ignoto è tra gli aspetti più vitali del pensiero fisheriano. Entrambi però hanno finito per diventare celebri con libri dedicati al passato e all’impossibilità di accedere a quel futuro promesso. Nel caso di Reynolds nessuno si fa problemi, perché in fondo è un critico musicale e ai critici musicali non si richiedono posizioni politiche forti. Invece ho sentito molte persone, alcune delle quali stimo molto dal punto di vista intellettuale, derubricare l’opera di Fisher a un generico post-marxismo sostenendo che dal punto di vista dell’elaborazione politica i suoi libri non apportino niente di nuovo. Qui si tratta anche di punti di vista, e sicuramente c’è chi la pensa diversamente da me e che ha buone ragioni di farlo perché ha conosciuto Mark Fisher di persona, a differenza mia, ma io tendo a mettere in guardia dal dare un’interpretazione troppo politica dell’opera di Fisher. Non che la dimensione politica non ci sia, figuriamoci, ma forse cercare una coerenza o un pensiero strutturato non è l’approccio migliore al suo lavoro. La scrittura di Fisher è molto personale, ed è anche questo a renderla tanto potente e affascinante. Come ogni scrittura personale lavora molto sulle proprie ossessioni, il Regno Unito del patto sociale, il post-punk, le serie di fantascienza trasmesse dalla BBC negli anni Sessanta, il paesaggio inglese, la depressione e via dicendo. Fisher ha poi la bravura e l’ampiezza di respiro di saper trarre da queste substrato molto intimo alcune categorie in cui tutti possiamo riconoscerci, come quella di realismo capitalista che citi, o quella di hauntology, o appunto il weird e l’eerie dell’ultimo libro. Ma la sua è essenzialmente la riflessione personale di un critico culturale, non un sistema filosofico o politico strutturato. Come tutti i bravi critici culturali ci aiuta a leggere il presente e il passato recente, più che presentare una proposta per il futuro.

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L'articolo Mark Fisher, il weird e l’eerie. Conversazione con Gianluca Didino proviene da Minima et Moralia.

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Flesh for Fantasy. Il romanzo ai tempi di Reddit https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/flesh-for-fantasy-il-romanzo-ai-tempi-di-reddit/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/flesh-for-fantasy-il-romanzo-ai-tempi-di-reddit/#comments Tue, 07 Jun 2016 12:23:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31212 (fonte immagine)

di Filippo Belacchi

Reddit, sì, bisogna prima provare a spiegare di cosa si tratta, come funziona e poi raccontare di questa storia macabra e strampalata che sta diventando il romanzo più interessante del 2016.

Reddit: The Front Page of Internet – questo il nome completo –  è ormai in rete da undici anni; tra i fondatori c’è stato anche Aaron Swartz. Per provare a darne un’idea si potrebbe dire: immaginate Facebook senza rumore bianco e svuotato di egomania. Pochi esibizionismi a sproposito, niente amici che postano la foto del cocktail che stanno bevendo o il selfie con il calciatore o attore incontrato per strada o nella hall di un albergo a Miami. Su Reddit gli utenti, detti redditors, girano con addosso solo un nickname. Niente foto minuscola a fianco, niente maschio, femmina o età, pochissime informazioni personali, nulle direi. Tra i redditors la tendenza è di parlare nel merito delle cose e basta, stima e rispetto se li guadagnano sul campo in base alla qualità dei loro post, degli interventi fatti e dei contenuti condivisi.

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klein

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Reddit, sì, bisogna prima provare a spiegare di cosa si tratta, come funziona e poi raccontare di questa storia macabra e strampalata che sta diventando il romanzo più interessante del 2016.

Reddit: The Front Page of Internet – questo il nome completo –  è ormai in rete da undici anni; tra i fondatori c’è stato anche Aaron Swartz. Per provare a darne un’idea si potrebbe dire: immaginate Facebook senza rumore bianco e svuotato di egomania. Pochi esibizionismi a sproposito, niente amici che postano la foto del cocktail che stanno bevendo o il selfie con il calciatore o attore incontrato per strada o nella hall di un albergo a Miami. Su Reddit gli utenti, detti redditors, girano con addosso solo un nickname. Niente foto minuscola a fianco, niente maschio, femmina o età, pochissime informazioni personali, nulle direi. Tra i redditors la tendenza è di parlare nel merito delle cose e basta, stima e rispetto se li guadagnano sul campo in base alla qualità dei loro post, degli interventi fatti e dei contenuti condivisi.

Personalmente, quando sono su Reddit a leggere post e relativi commenti ho l’impressione che il mio cervello si mescoli agli altri, i miei pensieri si amplificano, ronzano, si diramano, si nutrono a vicenda. È come se mi trovassi in testa un megacervello ribollente, denso e complicato – non necessariamente più intelligente di quello che ho –, capace di cogliere e collegare un sacco di linee di interesse, campi d’indagine, opinioni, riflessioni, intuizioni e, inevitabilmente, anche un po’ di pattume mentale.

Si diceva post, commenti e contributi, sì, ma su che cosa? Sostanzialmente su tutto. Reddit è una piattaforma, un canale che contiene altri canali che si chiamano subreddit, creati da uno o più utenti con un interesse comune. Quanti sono questi subreddit? Circa settecentomila, stando a una stima di un anno fa, quelli davvero attivi però mi pare siano seimila. Ne esiste uno per ogni cosa. Sì, anche su quella che vi è venuta in mente in questo istante. Si passa dal porno alla medicina, alla letteratura, all’ingegneria, alla matematica, alla psicologia, alle serie TV, quasi ogni serie TV, fino a toccare interessi marginalissimi, come per esempio Five heads, subreddit dedicato alla bellezza e all’orgoglio di persone dotate di fronte alta e prominente; un altro, True Reddit (stupendo), raccoglie articoli e inchieste di altissima qualità apparsi sui giornali, dagli anni 60 ad oggi. Tutto!

Quando scrivo che esistono subreddit dedicati a ingegneria, o matematica, o porno, non faccio riferimento a un subreddit che si chiama Porn o un altro che si chiama Math, ma al contrario intendo dire che un macro argomento si nebulizza e propaga sotto forma di una intimidente quantità di subreddit dedicati ad aspetti specifici inerenti quell’argomento. E quindi, per restare in tema, ci sono subreddit dedicati alla letteratura, ai romanzi, ai romanzi sci-fi, allo scrivere. Per esempio, c’è un subreddit che si chiama Prose Porn in cui vengono postati con una abbondanza indecente, pornografica appunto, brani di romanzi o racconti ritenuti dagli utenti di bellezza esemplare.

O ci sono subreddit che si chiamano Suggest Me a Book in cui utenti chiedono consigli su libri capaci di continuare una linea di interesse che stanno sviluppando, un percorso culturale ed emotivo; utenti che vogliono approfondire la conoscenza di un autore, di un genere o verso un certo modo di costruire e raccontare storie; su un altro subreddit utenti che vorrebbero fare gli scrittori si scambiano consigli, su un altro ancora, Writing Prompts, un redditor lancia l’idea per una storia e invita gli altri a proseguirla. Questo discorso sulle sotto-categorie inerenti un tema vale per ogni altra cosa. Il cinema, per esempio, il cinema inteso come film visti, ma anche come cinema da fare: luci, set, lenti, telecamere, make-up, montaggio; ce n’è una miriade, anche su biologia, informatica, coding, psicologia, studi letterari, grammatica. Una volta registrato su Reddit, passati trenta giorni, hai diritto di creare il tuo subreddit. Poi sarai tu a dovertene occupare: lo animi, lo curi, lo moderi, lo nutri e magari chiedi ad altri di darti una mano. Molti subreddit diventano niente, restano lì fermi, deserti, piccoli parchi gioco abbandonati in cui echeggiano tracce dell’euforia iniziale. Altri invece diventano punto d’incontro per appassionati di un certo argomento. E quindi, se lo si desidera, si può trovare tutto. E inoltre, non di rado, questo “tutto” è discusso da persone parecchio appassionate e competenti.

Allora, se Facebook è (anche) un modo per mettere in mostra il corpo della nostra esistenza, Reddit è invece l’intelligenza al lavoro, l’onnivora intelligenza di una comunità. Ognuno ovviamente segue i subreddit che più lo interessano costruendosi il proprio palinsesto fatto di informazioni, link e notizie e relativi commenti da parte dei redditors.

Ora, tra questi centinaia di migliaia di subreddit, ce n’è anche uno il cui nome è Mildly Interesting (circa 7 milioni di iscritti), la media di utenti presenti è di tremila. Cosa si può trovate su M.I.? Immagini, notizie e informazioni ritenute, appunto, “moderatamente interessanti” che poi, se ne hanno voglia, gli utenti commentano.

Su Mildly Interesting vengono postate immagini che secondo me hanno un che di lievemente paranoico, paranoia di pura marca americana, espressa con una leggera sfumatura perturbante. È come se tra queste notizie moderatamente interessanti si nascondesse un pattern, un plot, un senso nascosto. A scorrere le foto, a tratti si ha l’impressione di poter intravedere un disegno oscuro, la direzione misteriosa verso cui procede il mondo. Per esempio: su M.I. un utente posta la foto di una serie di cognomi sul citofono di un palazzo che forma una frase compiuta, se letta però in danese; un altro posta la foto del proprio cane e fa notare come l’ombra proiettata dal suo corpo formi la sagoma perfetta di una freccia.

E poi, il 21 aprile, un redditor posta la foto di una vecchia edizione Penguin censurata di 1984, all’epoca pubblicata con due fasce nere in copertina a coprire titolo e autore che, però, tempo e usura hanno consumato lasciando affiorare quel che coprivano: George Orwell, 1984. Ecco, sotto questo post, tra i vari commenti, un utente il cui nick è _9MOTHER9HORSE9EYES9, con i modi spampanati del troll comincia a raccontare del Progetto MKULTRA. Negli anni 50 e 60, scrive, la CIA avrebbe condotto esperimenti per mettere a punto tecniche di controllo mentale da impiegare durante gli interrogatori. Pare somministrasse LSD per lunghi periodi a persone ignare per studiarne gli effetti. Mezz’ora più tardi, alle otto di sera (UTC), su un altro subreddit, sempre lui, _9MOTHER9HORSE9EYES9, commenta ancora, poche righe dedicate all’Hamlet Strategic Plan.

Durante la guerra in Vietnam i governi americano e sud vietnamita costruiscono villaggi per i contadini con lo scopo di sottrarli dalla possibile influenza dei Vietcong. Alcuni di questi villaggi vengono isolati e agli abitanti somministrate massicce dosi di LSD, la loro realtà comincia a slittare, a liquefarsi, mescolarsi,  fino a che spunta una Flesh Interface.

Passa poco più di un’ora e _9MOTHER9HORSE9EYES9 si fa vivo con un un altro commento, questa volta in un subreddit in cui si fa riferimento alla morte di Prince (il giorno in cui questa storia comincia, tanto per aggiungere un tocco di mistero un po’ cheap, è lo stesso della scomparsa di Prince). Il narratore si chiede se le persone uccise da Erzsébet Báthory, scatenatissima serial killer ungherese, non le servissero per creare una interfaccia di carne, già quattrocento anni fa; nel 600 però l’LSD non esisteva; forse, pensa l’autore, alle sue vittime somministrava ergotina,

Per le undici di sera _9MOTHER9HORSE9EYES9 si è lasciato dietro otto commenti a post tra loro completamente scollegati. Poi compare ancora alle tre del mattino del 22 e continua con la sua storia delle interfacce di carne. Cosa racconta? Un incubo sgangherato, raccapricciante e a tratti bellissimo che avviluppa il mondo dalla seconda guerra mondiale a oggi. Dice che l’LSD somministrato per lungo tempo creerebbe mutazioni nella mente e nei corpi dando luogo a Flesh Interface, delle interfacce di carne, aperture fatte da pezzi di corpo umano sotto il mare, sotto terra o verso il cielo, verso un’altra dimensione, verso il divino.

Già dopo i primi interventi la comunità di Reddit rizza le orecchie. La storia, non facile da seguire, è molto avvincente. _9MOTHER9HORSE9EYES9 tra le altre adotta la tecnica del MacGuffin, cioè a dire: racconta in maniera febbrile ma volutamente imprecisa delle Flesh Interfaces suscitando la curiosità dei lettori di sapere, capire esattamente cosa effettivamente siano queste interfacce di carne, ma intanto altre vicende, altri narratori (sedici per il momento) si affacciano, altri luoghi e momenti storici si fanno avanti. (Il MacGuffin è un espediente narrativo che funge da motore fittizio della storia: il pubblico resta in suspense per seguire la vicenda principale – per intenderci: la valigetta di Pulp Fiction – ma di fatto segue la storia secondaria che in realtà è però quella principale).

A questo punto, se avete intuito come funziona Reddit, passa qualche settimana e un gruppetto di redditors crea The Flesh Interface Series, un subreddit che comincia a intercettare e raccogliere i commenti che _9MOTHER9HORSE9EYES9 si lascia dietro; li organizza, cerca di capire quanti sono i narratori, linka i riferimenti storici e discute quelli inventati, fa paragoni con altri autori (ovviamente Lovecraft, e poi Philip K. Dick, Burroughs, Neil Gaiman e King e Cronenberg e David Mitchell), crea un audiobook e un ebook che vengono aggiornati a ogni nuovo intervento dell’autore. E poi, utenti francesi, polacchi, italiani, brasiliani cominciano a tradurre e, in capo a un mese, The Flesh Interface Series si ritrova con seimila iscritti, ne parla il Guardian, Motherboard e qualche giorno fa anche la BBC.

Cosa sono, a cosa servono le interfacce di carne?

Tutto comincia a Treblinka tra 1943 e 44. L’esperimento per la prima volta viene condotto dal medico del campo di concentramento, un certo Dr. Engel (quasi sicuramente l’autore fa riferimento a Josef Mengele). Il Dr. Engel e i suoi aiutanti, tra cui un ebreo, somministrano ai prigionieri quella che chiamano “l’invenzione svizzera”, una sostanza chimica di recente invenzione capace di modificare profondamente il pensiero degli uomini. Dopo un po’ di tempo sotto la baracca in cui vengono condotti gli esperimenti qualcosa di vivo e ripugnante comincia a crescere. Le interfacce di carne, appunto; cavità, come l’interno di una gola o di una vagina, composte da frammenti di corpi umani, una torre di babele fatta di arti e organi, pezzi di corpo ancora vivi e pulsanti nonostante siano staccati dai corpi.

(Alcune delle parti che si svolgono a Treblinka sono bellissime, la lucidità di Grossman senza empatia e strazio, e un senso di orrendo che si dirige a velocità bestiale sulla pelle del lettore). Giusto un dialogo, un brano brevissimo, da me tradotto tra uno dei narratori, Franz Stangl, ufficiale delle SS, e l’aiutante ebreo:

«Gli chiesi della natura di questi esperimenti. Alla mia richiesta si fece più reticente. Gli era stato ordinato di non farne parola con me. Allora, in tutta tranquillità, lo informai che se non me ne avesse parlato gli avrei sparato in faccia. Alle mie parole non mostrò alcun segno di paura, mi guardò invece con un’espressione sfrontata e mi restituì un sorriso, quasi a commiserarmi. Mi disse che i dottori stavano sperimentando una sostanza chimica inventata di recente da uno scienziato svizzero, capace di produrre profondi mutamenti nel pensiero umano .

Volli sapere quali fossero questi cambiamenti. Mi rispose che quella sostanza gli aveva permesso di vedere la mente di Dio. Ovviamente gli chiesi di essere più chiaro. Mi rispose con un sorriso affettato e fece un discorso che aveva a che fare con uno specchio infranto, e poi passò a dire della tela di un ragno. Nessuno dei due esempi aveva per me alcun senso. Gli dissi che ero un uomo concreto e che i discorsi astratti non mi erano gran che utili. Rispose che dopo aver assunto quella sostanza molte volte era entrato in possesso di due menti: la sua e quella di Dio. In tutto ciò che faceva era consapevole delle intenzioni di Dio, dei piani che aveva riguardo la vita umana. Gli chiesi se era in grado di seguire il piano di Dio. Mi rispose che no, non era in grado di farlo interamente.

“Sto lottando con Dio,” mi disse criptico.

“E come si lotta con Dio? Non è forse l’Onnipotente?”

“Quando Dio spinge in avanti devi cedere, altrimenti ti distruggerebbe. Quando cede allora devi spingere avanti.”

“A me questo fa venire più in mente la danza, o il sesso.”  dissi sbuffando.

Sorrise. “Sì, solo che danzare non è così doloroso.”

“Perché lottare? Se Dio è Dio e tu conosci il suo piano perché non limitarsi a seguirlo? Questa sarebbe di certo la scelta più giusta.”

“Sì, ma non ci riesco” rispose.

Per la prima volta quell’espressione tranquilla gli scomparve dal volto e venne rimpiazzata da un’altra, piena di paura e turbamento, che gli fece tremare lo sguardo.

“Il piano di Dio è semplicemente troppo orribile”».

Finita la guerra questi azzardi con l’LSD vengono replicati da vari eserciti, quello americano, quello nord coreano, quello sovietico. Le interfacce di carne creano un passaggio che porta alle Sister-city, luogo di approdo che si trova dall’altra parte, alla fine del viaggio. Chi torna indietro da questo viaggio muore dopo pochi giorni. Più i viaggiatori selezionati sono giovani, più a lungo sopravvivono al ritorno dal viaggio. La CIA quindi comincia a selezionare viaggiatori tra i bambini.

Finché Jingles (“Cominciammo a chiamare i bambini con nomi di cani per spersonalizzali e alleviare così il nostro senso di colpa. Lo facemmo seguendo le raccomandazioni degli psichiatri della CIA, ma non andò molto bene.”), una bambina di otto anni, torna dal viaggio imbozzolata, avviluppata da una placenta intrisa di una sostanza equivalente all’acido lisergico. Le chiedono cosa abbia visto dall’altra parte, lei risponde raccontando cose confuse. Il corpo, nonostante abbia otto anni, si è trasformato in quello di una neonata, una neonata di otto anni. La incalzano e lei risponde: “Venite su queste sabbie d’oro.” E poi muore. Come unto these yellow sands è una citazione dalla Tempesta di Shakespeare.

La tipica caduta di stile dei romanzi di serie B (ma anche C), far citare Shakespeare come ultime parole prima di morire a una bambina appena tornata da un viaggio ultraterreno è una mossa letterariamente goffa, esteticamente imbarazzante, ma tutto questo riscatta, anzi è il segno dell’autenticità del vero romanziere, quello cioè di sparare delle bullshit out of proportion per impressionare gli altri e magari buttarci dentro anche Shakespeare. L’idea è quella del romanziere goffo, parvenu che sbaglia nelle maniere, sbaglia a scegliere la cravatta, ma azzecca tutto il resto.

La storia procede in mille direzioni (Michael Jackson e la sua dipendenza dal Propofol, i Nefilim, l’ingresso di Pompeo nel Sancta Sanctorum dopo la presa di Gerusalemme), l’impressione è quella di leggere un racconto enciclopedico, come se Wikipedia si fosse fatta un acido. La sensazione è anche quella di una libertà indescrivibile.

A me, tornando poi alla cosa che più mi interessa, e cioè la scrittura come espressione di sé, cioè a dire mettere la mano dentro se stessi e, con quello che si riesce a tirare fuori, ardere un fuoco per incantare gli altri; a me, dicevo, leggere queste storie che pasticciano con la Storia mi dà un’idea di cosa poteva essere scrivere una romanzo secoli fa, uno di quelli scritti alla svelta, da invasato, raccontando le bugie più sfacciate e grandi che ti vengono in mente, intrecciarle assieme e accorgersi, verso la fine, di avere combinato una magia ed essere riuscito a mettere piede, a camminare, dentro te stesso, i tuoi sogni, quello che sei, in fondo in fondo. A questo punto è inevitabile fare il nome di Moresco i cui lavori, va detto, conosco molto poco, ma un libro come il bellissimo Gli Incendiati viene in mente mentre si legge l’adorabile sgorbio di _9MOTHER9HORSE9EYES9.

L’ho sentito di persona, Moresco, a uno di quegli incontri col pubblico, dire con occhi ardenti quanto certi romanzieri dell’ottocento (in quella circostanza parlava dell’Uomo che ride di Hugo, io però pensavo a Poe e il suo Gordon Pym) dovessero sentirsi liberi di potere buttare nella loro storia quello che saltava loro in mente e andava a genio. Tutto questo potrebbe essere detto con le parole di David Lynch: “Il film è mio e ci metto tutti i conigli che voglio”.

Per il momento mi fermo qui, se le cose si faranno ancora più interessanti tornerò a farmi vivo. Intanto vi invito a tenere d’occhio questa storia e fare un giro su The Flesh Interface Series e, se non conosceste l’inglese, leggere le parti che un gruppo di utenti italiani ha tradotto, almeno vi fate un’idea.

Grazie a Barbara Setti

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Jeff VanderMeer: intervista sull’Area X https://minimaetmoralia.it/interviste/jeff-vandermeer-intervista-sullarea-x/ https://minimaetmoralia.it/interviste/jeff-vandermeer-intervista-sullarea-x/#comments Tue, 23 Feb 2016 14:00:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30074 Questa intervista è uscita su Repubblica Sera.

È difficile intervistare Jeff VanderMeer, americano, editore, collaboratore di «New York Times», «Guardian» e «Washington Post», pluripremiato scrittore impegnato su molti fronti creativi, dalla fantascienza al fantasy, e soprattutto sempre alle prese con scadenze e consegne. Ma alcune domande erano necessarie per capire meglio i suoi Annientamento, Autorità e Accettazione: tre titoli che incutono timore, tre libri usciti negli Stati Uniti a pochi mesi l’uno dall’altro, tre inquietanti storie che compongono la Trilogia dell’Area X (Southern Reach Trilogy nell’edizione originale), pubblicata in Italia da Einaudi tra maggio e settembre di quest’anno.

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Questa intervista è uscita su Repubblica Sera.

È difficile intervistare Jeff VanderMeer, americano, editore, collaboratore di «New York Times», «Guardian» e «Washington Post», pluripremiato scrittore impegnato su molti fronti creativi, dalla fantascienza al fantasy, e soprattutto sempre alle prese con scadenze e consegne. Ma alcune domande erano necessarie per capire meglio i suoi Annientamento, Autorità e Accettazione: tre titoli che incutono timore, tre libri usciti negli Stati Uniti a pochi mesi l’uno dall’altro, tre inquietanti storie che compongono la Trilogia dell’Area X (Southern Reach Trilogy nell’edizione originale), pubblicata in Italia da Einaudi tra maggio e settembre di quest’anno.

Raccontano di un’area non ben identificata, accanto a una città sulla costa americana, nei nostri giorni, che come cosa viva si espande e sembra impedire la vita dell’uomo e alterare l’ambiente naturale. È un’atmosfera biologicamente mutata?, nasconde una forza aliena?, o arcaica? Quel luogo è vivo, vengono mandate delle missioni di scienziati per capire cosa sia, cosa voglia, e perché tutti ne tornino con pochissime notizie, silenziosi, apatici come larve, e dopo poco muoiano di cancro.

Una storia sospesa tra fantascienza e Lovecraft (anche se VanderMeer non accetta questo paragone, né si vede autore di fantascienza), che si apre con una missione femminile nell’Area X e la scoperta di un pozzo e di un faro che nascondono qualcosa, prosegue nella base dell’agenzia governativa Southern Reach e l’espansione dell’Area, per arrivare a risposte provvisorie attraverso un ritorno nell’Area di una biologa e di un uomo chiamato “Controllo”, già direttore dell’agenzia.

Una trilogia che con Annientamento ha già vinto il Nebula Award 2015, e che presto diventerà un film con Natalie Portman e Julianne Moore, prodotto da Scott Rudin (The Social Network, Grand Budapest Hotel, Non è un paese per vecchi), sceneggiato e diretto da Alex Garland (Non lasciarmi, Sunshine).

Mr. VanderMeer, partiamo dall’Area X: è un’anomalia, un territorio isolato da un confine immateriale in cui “qualcosa” ha aperto almeno un varco. Incombe, affascina, mette in crisi le nostre sicurezze.

Vede, un critico americano ha ipotizzato che l’Area X stia agli esseri umani come noi stiamo agli animali: una forza che impone se stessa in modo apparentemente illogico e random, casuale. Mi piace questa lettura. Ma a dire il vero la contaminazione esiste sempre e comunque nel mondo, che prenda la forma di una qualche Area X in un racconto o che avvenga nella vita reale attraverso microbi, funghi, o altri elementi del regno invisibile.

La mia Area X è, a un primo livello, quel posto dove nessuna nostra scienza o fede sono sufficienti a capire, e c’è pieno di questi luoghi nel mondo reale, anche se non li riconosciamo. La scienza non è abbastanza. La fede, o qualsiasi credenza, nemmeno. Sono entrambi metodi di controllo, ma non ne esiste uno effettivamente efficace perché non c’è possibilità di possedere una conoscenza assoluta del mondo.

Ma cosa attrae nell’Area X, e perché in Annientamento ha scelto una squadra di sole donne per la missione?

Mi avrebbe fatto la stessa domanda se fosse stata una spedizione di soli uomini? Non penso, e già questa reazione prova il valore della mia scelta. La risposta è: è nata così, e così è stata, penso. Ed è comunque più interessante, perché di solito tendiamo a raccontare di uomini in quella specie di iconico “spirito di esplorazione”. Ad ogni modo, una volta presa quella decisione, ho deliberatamente non inserito descrizioni delle donne protagoniste del libro, anche questo per evitare una situazione comune, cioè che le donne vengano giudicate dal loro aspetto esteriore. Di fatto, con una soluzione del genere volevo provocare un preciso effetto: forzare i lettori a prestare attenzione alle parole, ai gesti, ai pensieri.

Veniamo allora al lettore: nella Trilogia può trovare riferimenti a classici della fantascienza, come L’invasione degli ultracorpi, ma anche a Lovecraft. Cos’è però secondo lei che non può vedere?

Difficile pensare a citazioni nascoste. Non credo però si debba parlare di Lovecraft, in parte perché sono arrivato agli elementi inquietanti che racconto non dalla fiction ma dalla biologia e dalle strane forme di vita esistenti sul nostro pianeta. Per l’esattezza, tutti i dettagli del mondo naturale sono riconducibili alla zona North Florida, o scoperti nei miei viaggi in molti altri posti: non c’è un dettaglio di seconda mano.

Forse le citazioni nascoste sono da cercare nel fatto che molte cose del romanzo sono basate sulla mia vita: la piscina della biologa e la stella marina che vede in Annientamento, l’agenzia governativa non proprio ineccepibile in Autorità e tutto ciò che non è perturbante. Ebbene sì: ho lavorato come consulente di agenzie governative, e sono davvero strane.

Quindi per lei Lovecraft non ci sarebbe, e la fantascienza nemmeno?

Non considero la Trilogia fantascienza. Ho sempre pensato a me stesso come a un autore di fiction, a un narratore, e sono gli altri, il mondo esterno, che poi mi danno delle etichette. Sono pubblicato come un autore mainstream e letto come tale, ma anche di “fiction speculativa” o “weird”, la cui tradizione potremmo farla risalire a Kafka. Mi piace pensare a questi libri, ragionando su un livello profondo, come “environmental fiction”, attenta all’ambiente, anche perché nel secondo libro della trilogia, Autorità, si racconta di un uomo che cerca di trovare un senso al sistema ecologico che lo circonda, sistema che è al tempo stesso umano e naturale.

E il film come racconterà la sua Trilogia?

Mi sento sollevato dal fatto che il film sarà diverso dai libri. Mi auguravo infatti che non fosse una sorta di “doppelganger”, di doppione spettrale del libro, e Alex Gardland è un regista e sceneggiatore brillante e con una visione molto personale. Quindi alla fine sarà in parte come il libro, ma alcuni suoi aspetti saranno affrontati in modo più sintetico e altri invece più esteso, come d’altronde avviene in ogni traduzione o adattamento. So che ci sarà un faro e che il film sarà fenomenale, ma, indipendentemente da come verrà trasformato, il libro resterà sempre tale e quale è ora.

Una realtà da accettare, quindi. E visto che Accettazione è proprio il titolo dell’ultimo libro: cosa l’essere umano deve accettare?

Un anno fa non avrei pensato di dirlo, ma lo ha detto benissimo il Papa nei suoi recenti interventi sul riscaldamento globale. Tutto ciò che ha scritto è cosa dobbiamo accettare se vogliamo sopravvivere. E parte di ciò che dobbiamo accettare è l’idea di umiltà e di trovare un nuovo rapporto con la natura e gli animali. Il che è anche un aspetto della nostra responsabilità etica e morale, con cui dobbiamo fare i conti dopo aver sfruttato il pianeta per così tanto tempo. Le due cose sono alla fine una sola: fare la cosa giusta che ci aiuterà a sopravvivere. Nulla poteva essere più chiaro.

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“Grazie ai fumetti sono diventato uno scrittore”: intervista a Joe R. Lansdale https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-joe-r-lansdale/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-joe-r-lansdale/#comments Wed, 22 Apr 2015 05:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26200 Pubblichiamo la versione integrale di un'intervista di Alberto Sebastiani a Joe R. Lansdale apparsa sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

«Negli anni Cinquanta per molte persone il fumetto era il male. Per fortuna i miei genitori non la pensavano così, se no non sarei mai diventato Joe R. Lansdale». Quindi meglio dire grazie a mamma e papà Lansdale, perché altrimenti non avremmo mai letto la trilogia di Drive-in, o le storie di Hap e Leonard, insomma alcuni dei testi più famosi nel mondo dello scrittore texano. Ma bisogna dire grazie anche ai fumetti, che per Lansdale non sono solo una passione da lettore, ma anche uno degli ambiti narrativi in cui si muove spesso (e a suo agio) da sceneggiatore o seguendo adattamenti di suoi testi, come avviene ora con I Tell You It’s Love, tratto dal racconto omonimo (uscito in Italia per Einaudi nel 2006 col titolo È amore, ve lo dico io nel volume In un tempo freddo e oscuro). È un fumetto di 94 pagine a colori appena pubblicato in Inghilterra dall’editore SST Publications, ed è disegnato da Daniele Serra, cagliaritano, già coautore di Carne con Marcello Fois (Guanda graphic). Lansdale ne è entusiasta, perché di grande qualità, tanto che per la sua pubblicazione in Italia si stanno già muovendo diversi editori.

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Pubblichiamo la versione integrale di un’intervista di Alberto Sebastiani a Joe R. Lansdale apparsa sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

«Negli anni Cinquanta per molte persone il fumetto era il male. Per fortuna i miei genitori non la pensavano così, se no non sarei mai diventato Joe R. Lansdale». Quindi meglio dire grazie a mamma e papà Lansdale, perché altrimenti non avremmo mai letto la trilogia di Drive-in, o le storie di Hap e Leonard, insomma alcuni dei testi più famosi nel mondo dello scrittore texano. Ma bisogna dire grazie anche ai fumetti, che per Lansdale non sono solo una passione da lettore, ma anche uno degli ambiti narrativi in cui si muove spesso (e a suo agio) da sceneggiatore o seguendo adattamenti di suoi testi, come avviene ora con I Tell You It’s Love, tratto dal racconto omonimo (uscito in Italia per Einaudi nel 2006 col titolo È amore, ve lo dico io nel volume In un tempo freddo e oscuro). È un fumetto di 94 pagine a colori appena pubblicato in Inghilterra dall’editore SST Publications, ed è disegnato da Daniele Serra, cagliaritano, già coautore di Carne con Marcello Fois (Guanda graphic). Lansdale ne è entusiasta, perché di grande qualità, tanto che per la sua pubblicazione in Italia si stanno già muovendo diversi editori.

Lansdale, come nasce questo nuovo fumetto?

Via email. All’inizio Daniele Serra mi ha scritto presentandosi. È un ragazzo che disegna copertine e illustrazioni per libri horror e goth inglesi e americani, e abbiamo iniziato a sentirci. Lui mi mandava dei suoi disegni e io, che amo gli impressionisti e i surrealisti, ho trovato nel suo lavoro elementi di entrambi. Questo mi è piaciuto: ho pensato che avremmo realizzato qualcosa di unico, ed ero entusiasta di lavorarci insieme.

I Tell You It’s Love è il racconto di un assassino che prova piacere nel fare violenza. Ed è convinto di non essere diverso dagli altri.

Sì. La violenza è un malessere sociale, ma in un racconto è anche liberatoria per molti lettori. Mi piace usarla realisticamente, senza mascherarla o edulcorarla. Qualcuno non è d’accordo, ma io lo trovo un modo per esprimere l’agitazione che caratterizza, nel profondo ma anche in superficie, la società moderna. Anche nei miei libri su Hap e Leonard, dove di violenza ce n’è eccome, ciò che conta è l’effetto che essa ha sui due personaggi. Hap ad esempio può risultare eroico in un certo momento e subito dopo può essere messo ko, a terra, e questo è un po’ una raffigurazione del conflitto interiore che tutti viviamo. Se però nulla è più appagante di vedere una persona schifosa prendere un pugno in faccia, per alcuni questo può diventare una droga, ad altri dare fastidio. Sono facce della stessa medaglia. La violenza è parte della società, ed è nella maggior parte dei drammi e delle avventure per una ragione: solletica. Ne siamo attratti e allo stesso tempo la repelliamo.

Nei fumetti però la violenza non ha mai avuto vita facile. Molti l’hanno condannata e osteggiata, soprattutto nel dopoguerra. I fumetti stessi erano considerati da alcuni il male, addirittura un’opera del demonio, come crede il padre di Stanley, nel suo romanzo La sottile linea scura (Einaudi 2004).

A dire il vero i fumetti sono sempre stati disprezzati, ma il discorso è complesso e comunque per me sono stati fondamentali. Se guardiamo con attenzione, i primissimi fumetti non erano molto ben scritti, ma avevano il vantaggio di essere pieni di immaginazione, e di essere concepiti proprio per i ragazzi. Col passare degli anni i fumetti sono cambiati, cresciuti, maturati e ora, paradossalmente, ci sono tanti lavori per adulti ma mancano quelli per giovani lettori, che permettano loro di entrare in questo mondo. Una sorta di testi di prima lettura, che faccia capire l’importanza di questo linguaggio, perché i fumetti sono un’esperienza di lettura diversa da tutte le altre. È vero che ora, grazie alle nuove tecnologie, non esistono più cose che possono essere fatte solo a fumetti, impossibili per i film, ma i comics sono ancora una cosa diversa. Io li amo e ne leggo in grande quantità, da sempre. Poi, senza dubbio, negli anni cinquanta, o sessanta, c’erano molte persone che sostenevano che i fumetti fossero il male, come appunto il padre di Stanley. Ma per fortuna i miei genitori non la pensavano così, anzi mi incoraggiavano a leggerne, e me ne compravano ogni volta che potevano. Così facendo, hanno reso la mia infanzia ricca di fantasie, fertile, e ho sempre detto che devo molto a questo, e a loro, se sono diventato uno scrittore.

Per quali fumetti dobbiamo ringraziare i suoi genitori?

All’inizio forse Woody Woodpecker, o storie divertenti con animali, ma molto presto ho incontrato i supereroi. Batman, Flash, e tutti quelli della DC comics, i miei preferiti, anche se compravo pure quelli della Marvel. Ho letto un sacco di fumetti! Solo i manga non mi hanno mai preso molto, anche se ne ho incontrati alcuni che mi piacciono. Diciamo che non sono nelle mie corde. Oggi poi preferisco comprare selezioni di supereroi (ma non solo), raccolte antologiche, perché così ci metto più tempo a leggere. Se compro gli albi singoli ne divoro uno in dieci minuti e, anche se dopo una prima lettura torno indietro e mi soffermo sull’aspetto artistico, in fondo lo scorro comunque in tempi molto rapidi.

Parliamo di Batman. Ne è stato lettore e sceneggiatore, e ha anche scritto dei racconti e un romanzo su questo personaggio.

Quel che più mi piace di Batman è che Bruce Wayne è un ragazzo normale senza superpoteri, che ha dovuto apprendere tante differenti discipline, dalle arti marziali agli studi scientifici. Sinceramente ci ho provato anch’io, specie per le arti marziali. Non sono sicuro di essere diventato bravo come lui, ma provandoci mi si sono aperti davanti un sacco di mondo diversi e ricchi. Il romanzo che ho scritto su Batman, Captured By the Engines (Warner Books 1991, poi ripreso nel 2007 e edito in Italia da edizioni Bd: La lunga strada della vendetta) è stato però un caso. Mi è stato commissionato. Erano i primissimi anni Novanta, avevo sceneggiato un paio di avventure a fumetti, scritto dei racconti per delle antologie dedicate a Batman curate da Martin H. Greenberg, e se non ricordo male stavo lavorando anche a degli episodi di Batman. The Animated Series (Read My Lips, Showdown e Perchance to Dream). Poi avrei fatto anche un episodio per The New Batman Adventure (Critters), ma intanto c’erano delle storie che avevo già scritto, che erano state lette ed erano piaciute, così un giorno ricevo una telefonata dall’editore: “ci vuoi rimettere mano, fare un romanzo?”, mi hanno chiesto. E io ho detto sì.

A dire il vero, tra fumetti e serie animate, ha “messo mano” anche ad altri personaggi con una lunga tradizione alle spalle, come Superman, i Fantastici 4, Tarzan e Conan. Come si personalizzano?

È vero, sono parte di una tradizione da rispettare, ma provo a metterci anche qualcosa di mio. Coi Fantastici 4 ad esempio si è trattato di un’avventura per giovani lettori, così ho fatto una storia semplice, provando a riprendere le primissime avventure per recuperarne soprattutto il rapporto coi mostri. Era una storia che aveva come protagonista principalmente La Cosa, l’uomo roccia, il mio preferito dei Fantastici 4. E in effetti sono stato un po’ più tradizionale.

Forse intervenire su alcuni di questi personaggi è più difficile. Penso ad esempio a colossi come The Spirit (New adventures, n. 8, 1998) del maestro Will Eisner.

Amo The Spirit e mi è davvero piaciuto scriverne, ma solo Eisner può veramente farlo. Penso di aver fatto una storia divertente, anche se è successo una sorta di pasticcio. Temo che per errore siano state tagliate un paio di frasi da un dialogo, ma ormai è uscito, e amen. E pensare che in realtà io preferisco lasciare poco spazio ai dialoghi quando devo scrivere una scena, dando agli artisti la possibilità di fare il loro lavoro per raccontare la storia. Tim Truman ad esempio è un maestro in questo, e l’ho scoperto lavorandoci insieme per il fumetto western Jonah Hex della DC Comics (uscito in Italia nel 1997 per Magic Press). Ho lavorato anche con altri ottimi artisti che rispetto, come Jack Jackson per Dead in the west, adattamento del mio romanzo La morte ci sfida, o come Nathan Fox per Le ali dell’inferno (uscito in Italia nel 2009 per Edizioni Bd). Ho imparato che ognuno ha il suo stile, e sono stato fortunato a lavorarci assieme. Ma Tim Truman resta il mio favorito.

Le ali dell’inferno è un suo adattamento del racconto di Robert E. Howard. Ha rivisitato per il fumetto anche The Dunwich Horror di H. P. Lovecraft, The Hell-Bound Train di Robert Bloch (usciti in L’orrore e altre storie, Edizioni Bd 2013).

Amo questi autori, ma ti senti sempre un po’ fuori posto lavorando sui loro testi. Sei a un bivio: o imitarli esattamente, cosa che odio (hanno già fatto loro quel che si doveva fare, allora perché dovrei rifarlo io?), o riscriverli, ma non puoi spingerti troppo lontano. Le cose per me ora stanno così: sono me stesso da tanto di quel tempo che è diventata dura per me togliermi di mezzo quando faccio adattamenti. E mi piace pure farne! Anche se non voglio costruire una carriera lavorando su un personaggio altrui.

E com’è essere adattato? In Italia, ad esempio, Way Down There è stato sceneggiato da Luca Crovi e disegnato da Andrea Mutti (Laggiù nel profondo, Edizioni Bd 2007).

Quando fanno un fumetto da un mio racconto scopro sempre i personaggi diversi da come li avevo immaginati. Qualche volta sono comunque ok, altre non proprio, ma fa lo stesso. Questo adattamento italiano era tra quelli ok. Il problema è sempre chi ci lavora, sia che si tratti di fumetti che di cinema. Io poi non sono uno che si arrovella a chiedersi cosa il fumetto possa aggiungere o meno a un testo. Secondo me tutte le storie devono avere il giusto impatto, personaggi e dialoghi interessanti. E a dire il vero il mio problema maggiore con i fumetti è uno solo: lo spazio. Mi piacerebbe averne di più rispetto a quello che un formato standard mi concede.

Daniele Serra realizzerà a fumetti anche il suo racconto Il Dio delle lame, che uscirà nell’autunno 2015 sempre per SST. È un Dio tremendo, ricorrente nei suoi racconti, anche nel suo fumetto Ombre e sangue (con Mark A. Nelson, Rw/Lion, 2013). Perché gli è così affezionato? 

Penso sia un debito con Jack lo Squartatore. Ho anche adattato a fumetti il racconto di Bloch Distinti saluti, Jack lo Squartatore con Kevin Colden (in Italia edito nel 2011 da GP comics), e spesso ricorre nei miei racconti: mi ha sempre affascinato, prima di tutto perché non è mai stato preso. Chi era? Cosa lo spingeva? Ora ci sono tante situazioni analoghe nei notiziari e la sua storia è diventata meno affascinante, ma da bambino non ne sentivo così tante. Aveva ucciso tanto e tanto a lungo, ma al tempo non si pensava ai serial killer. Si pensava a una serie di crimini separati, e la patologia che esprimevano non era capita. Ancora oggi non la è, per quanto se ne possa capire molto più ora che allora. Ma se oggi la curiosità per il caso è forse diminuita, resta ancora qualcosa di affascinante sullo Squartatore. Sarà l’era delle luci a gas…

Vedremo mai Hap e Leonard a fumetti?

Penso succederà. C’è sempre stato l’interesse, ma non ho mai avuto il tempo di mettermici. Vorrei fare una storia originale, ma vorrei anche vedere come rendono gli adattamenti di alcuni dei racconti più brevi, come Una mira perfetta, Le iene, e Bent Twig, uno degli ultimi che ho pubblicato. E se poi volete trovarmi un editore italiano che vuole adattare la mia trilogia di The Drive-in sceneggiata da Christopher Golden, sono a bordo!

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