Harmony Korine Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/harmony-korine/ un blog di approfondimento culturale Mon, 03 Oct 2016 13:08:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Harmony Korine Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/harmony-korine/ 32 32 Le leggende non muoiono mai – un documentario sui ragazzi di Larry Clark, vent’anni dopo https://minimaetmoralia.it/cinema/i-ragazzi-di-larry-clark-ventanni-dopo/ https://minimaetmoralia.it/cinema/i-ragazzi-di-larry-clark-ventanni-dopo/#comments Fri, 06 Nov 2015 13:30:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29000 (fonte immagine)

Chiedo a Hamilton Harris com'è che si protegge un ricordo, com'è che si racconta la propria storia e lui mi risponde: gira un documentario, alle tue regole.

Hamilton Harris è il ragazzo che in Kids ti insegna come si rolla una canna: oggi ha quasi quarant'anni, vive in Olanda e ha deciso che – passati vent'anni da Kids e ventuno dall'estate in cui venne girato – è finalmente arrivato il tempo di raccontare cosa ne è stato degli skater di Washington Square Park. Me lo spiega anche Peter Bici, uno dei kids, adesso vigile del fuoco e produttore del documentario The Kids, il motivo per cui lo sto intervistando: parla di lasciare andare il passato, girare qualcosa che faccia dire alle persone che altre condividono la loro storia, che state incasinate nello stesso modo. «Alla fine della giornata – conclude – non importa quanta tristezza e quanto dolore tu abbia dovuto attraversare, quello che vuoi è solo crescere e migliorare».

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Chiedo a Hamilton Harris com’è che si protegge un ricordo, com’è che si racconta la propria storia e lui mi risponde: gira un documentario, alle tue regole.

Hamilton Harris è il ragazzo che in Kids ti insegna come si rolla una canna: oggi ha quasi quarant’anni, vive in Olanda e ha deciso che – passati vent’anni da Kids e ventuno dall’estate in cui venne girato – è finalmente arrivato il tempo di raccontare cosa ne è stato degli skater di Washington Square Park. Me lo spiega anche Peter Bici, uno dei kids, adesso vigile del fuoco e produttore del documentario The Kids, il motivo per cui lo sto intervistando: parla di lasciare andare il passato, girare qualcosa che faccia dire alle persone che altre condividono la loro storia, che state incasinate nello stesso modo. «Alla fine della giornata – conclude – non importa quanta tristezza e quanto dolore tu abbia dovuto attraversare, quello che vuoi è solo crescere e migliorare».

Il film del 1995 di Larry Clark è il primo e forse migliore di tutta la sua carriera: al tempo era un fotografo cinquantenne, conosciuto per gli scatti della gioventù sporca e tossica di Tulsa, Oklahoma, città in cui era nato, e per le successive serie di Teenage Lust e A Perfect Childhood; passare dalla macchina fotografica a quella da presa viene naturale, quando incontra un giovanissimo Harmony Korine, un ragazzo che dal Tennessee si era trasferito a New York per studiare sceneggiatura alla Tisch School of Art, ma che aveva abbandonato gli studi dopo solo un semestre. Korine è amico di Harold Hunter – il ragazzo che in Kids ride in piscina – il centro pulsante di tutta la compagnia degli skater; nel giro di tre settimane Korine compone la sceneggiatura che aspettava di scrivere “da tutta la vita”, come dice lui.

Lui e Clark chiamano a fare da attori i ragazzi che gravitano attorno a quei luoghi, come Rosario Dawson, che viene reclutata mentre sedie sui gradini fuori da casa («Sei esattamente quello che sto scrivendo» le dice Korine, e il giorno dopo lei si presenta ai casting sulla bici guidata dal padre). Il fatto è che, però, il loro è un punto di vista esterno e, per quanto la sceneggiatura sia il meno possibile “scritta” e la telecamera non riesca a staccarsi dai corpi dei ragazzi, l’evento attorno a cui si muove il film – la scoperta da parte di Chloë Sevigny di avere l’AIDS, la successiva ricerca di Telly per le strade della città – è fiction, ma è anche la cosa che più si ricorda.

Peter Bici è la stessa persona che si sorprende quando uso la definizione ragazzi perduti: gli chiedo se trovarsi appiccicata una etichetta influenzi quello che accade dopo, perché in fondo di Kids ricordiamo le perdite e le parabole discendenti, forse perché più scenografiche. «Ragazzi perduti? Pensavamo di essere i ragazzi selvaggi. – mi risponde – Al tempo, non ci interessava che fossimo stati etichettati o meno, perché vivevamo liberi, senza nessuna guida se non quella dei nostri compagni. Quello che proveremo a fare con il documentario è mostrare che quanto stavamo passando lo affrontavamo come una comunità. Provenivamo da famiglie disfunzionali e molti di noi hanno scoperto lo skateboarding e quello li ha portati downtown a Manhattan, dove hanno potuto incontrare altri ragazzi come loro».

C’è un lungo articolo su Narratively, scritto da Caroline Rothstein, anche lei produttrice, che cerca di ricostruire la storia e l’eredità dei ragazzi una volta noti come kids: a emergere  è che erano solo ragazzi – una tribù di outsider che provava a diventare adulta. «Prima che il film uscisse, fare skate a New York era tutto tranne che cool. Crescere nelle case popolari, insieme a neri, portoricani e i bianchi poveri, non lo rendeva una cosa fica. Nel nostro giro c’erano bianchi, ispanici, indiani, cinesi, albanesi, musulmani, cristiani, atei, alcolizzati: lo skate era un modo per tenere le persone insieme» ha dichiarato Harris in un’intervista a Vice.

Oggi non prova esattamente risentimento per Larry Clark, ma certamente quel film ha portato la subcultura skate da una nicchia al centro della cultura pop e confrontarsi con una tale risonanza, in una città come New York poi, non è stato semplice per nessuno, ha esasperato gli eccessi. Droga, povertà, mancanza di futuro: Kids è stato un allarme che ha suonato per tutti e che ha reso i propri protagonisti improvvisamente consapevoli di sé e della propria immagine, ma incapaci di gestire le conseguenze della eco di un successo  globale; erano solo ragazzi che provavano a raggiungere l’altra sponda, qualcuno c’è riuscito, qualcuno è annegato.

Ma il documentario The Kids è prima di tutto la storia di una comunità: è questo ad essersi perso, mi dice Peter Bici, «questo non si vede nel film: eravamo una famiglia, eravamo sconsiderati, sì, ma non eravamo cattivi. Molte persone credono all’immagine che Larry Clark ha ritratto, ma quello è solo un film, no? Era bello recitare noi stessi in una storia dai colpi di scena hollywoodiani – questo a Clark e Korine è riuscito davvero bene». Kids rappresenta l’ultimo rantolo di una New York senza regole che stava scomparendo, ma talmente telegenica che anche l’ultimo film di Larry Clark, The smell of us, ne mima l’aspetto, con, al posto di St Mark Place, il Trocadero di Parigi.

Nel film del 1995 c’è una scena che amo particolarmente, con i ragazzi che camminano in mezzo al traffico, come per dire che la strada è loro, anche quando non sembrano poter rivendicarne la proprietà; Bici mi spiega che è stata girata su Houston Street/West Broadway e che oggi è rimasto poco di quella New York iconica – «È un’area gentrificata, molto nuova, il che non è una cosa cattiva di per sé, è solo una nuova New York. Ma quello che è rimasto è l’energia della città, anche quando i luoghi sembrano cambiare. New York è una dei protagonisti del documentario: è il ragazzino sporco e scombinato che è diventato uno splendido ricco adulto». Harris aggiunge che New York, nonostante la gentrificazione e la difficoltà di accedere a un’educazione, a meno che tu non te la possa permettere, mantiene una vibrazione unica, che offre a chi vuole una gamma di esperienze ad alto potenziale energetico.

È dal 2013 che il progetto è in lavorazione, fortemente influenzato dall’uscita del longform della Rothstein, Legends never die: quel titolo non è che il modo in cui viene ricordato Harold Hunter, morto per arresto cardiaco in seguito all’assunzione di sostanze nel 2006: è alla sua memoria, come a quella di Keenan Milton e Justin Pierce – il Casper del film, morto suicida nel 2000 –  che è dedicato il loro lavoro. «L’idea di scrivere Legends never die mi è venuta dal niente – letteralmente» dice Caroline, mentre racconta di come abbia portato avanti le ricerche su quella comunità grazie a Jessica Forsyth della Harold Hunter Foundation, un ente non-profit, nato dopo la scomparsa di Hunter, che aiuta gli skater della città e si promette di far diventare questo un mezzo di emancipazione e arricchimento personale. Caroline è cresciuta nei sobborghi di Chicago «ma, come dice Peter, chiunque può comprendere queste storie di dolore e perdita. Questo documentario riguarda molte più cose di quanto è successo vent’anni fa – parla di come ci rivediamo negli altri».

Hanno ragione. Il 21 ottobre di quest’anno è andato in onda un corto di Greg Hunt su un progetto della Stronghold Society del South Dakota; prodotto da Levi’s, con canzoni di Cat Power e David Pajo, racconta di Pine Ridge Reservation, una riserva di Oglaga Lakota dove la metà della popolazione ha meno di diciannove anni e non sa cosa farsene della giovinezza: con l’aspettativa di vita più bassa di tutti gli Stati Uniti, tassi di dipendenza da droghe e alcool e di suicidi altissimi, chiunque parla di un’emergenza. «C’è sempre un momento nella storia di uno skater, in cui dice che è stato fare skate a salvargli la vita»: dice il fondatore di quell’associazione.

Oggi, qua, nell’ambito di questo progetto, sono state completate un paio di piste, frequentate da un centinaio di ragazzi. «Se qualcosa va male, puoi sempre prendere lo skate. Lui non ti giudica» dichiara una ragazzina in pantaloncini e lividi, prima di tornare ad allenarsi. Quando Hamilton Harris spiega che fare skate è come la terapia, ma sei tu il tuo analista e che il documentario a cui sta lavorando riguarda tutti, penso a questi ragazzi qua: «Questa storia appartiene a una cultura giovanile globale, all’umanità. È la storia di ognuno. Questo documentario è solo un modo per ricordarlo».

Questo settembre si è chiuso il crowfunding per il documentario: la campagna su Kickstarter ha avuto successo, le ricompense per i backer sono in arrivo e non resta che mettere insieme il materiale, costruirne di nuovo, raccontare questa storia. A quanto pare le leggende non muoiono, mai.

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Un libro per riappropriarsi di sé https://minimaetmoralia.it/libri/chloe-sevigny/ https://minimaetmoralia.it/libri/chloe-sevigny/#comments Tue, 04 Aug 2015 08:16:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28023 Questo pezzo è uscito sul Venerdì. (Fonte immagine)

Lei stessa spiega che non è un libro d'arte né uno scrapbook. "È un libro per i fan", dice. Poi si domanda: "Posso fare un libro per i fan di me stessa?" Titolo, autrice e protagonista del libro Chloë Sevigny (Rizzoli International, prefazione di Kim Gordon, postfazione di Natasha Lyonne, pagg. 230, $ 35), l'attrice di recente ha raccontato al New Yorker come l'idea di fare il libro le sia venuta durante un viaggio in Giappone.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì. (Fonte immagine)

Lei stessa spiega che non è un libro d’arte né uno scrapbook. “È un libro per i fan”, dice. Poi si domanda: “Posso fare un libro per i fan di me stessa?” Titolo, autrice e protagonista del libro Chloë Sevigny (Rizzoli International, prefazione di Kim Gordon, postfazione di Natasha Lyonne, pagg. 230, $ 35), l’attrice di recente ha raccontato al New Yorker come l’idea di fare il libro le sia venuta durante un viaggio in Giappone.

Trovandosi tra le mani un libro fotografico su di lei non autorizzato, ha deciso di farsene uno da sé, riempiendolo di ricordi pubblici e privati, di facce di amici, della sua faccia soprattutto, senza alcuna intenzione nostalgica né celebrativa. Più che una celebrazione, si direbbe una riappropriazione.

Un paio di anni fa una foto di Chloë Sevigny scattata da Larry Clark era esposta al New Museum di New York nella mostra curata da Massimiliano Gioni NYC 1993: Experimental Jet Set, Trash and No Star. Insieme a skateboard e copertine di vinili, Sevigny con i suoi capelli rasati a zero faceva da icona non solo di un certo stile (grunge, indie, post-punk), ma di una scena, di un sound, di un’attitudine che univano austerità e sentimento, trasandatezza e assoluta eleganza.

Dal suo esordio a diciassette anni come modella, Sevigny è riuscita a imporsi come una delle creature più seducenti della sua generazione. Nel 1992 appare nel video della canzone Sugar Kane della band post-punk Sonic Youth. Così racconta Kim Gordon nella prefazione al libro: “Chloë aveva diciassette o diciott’anni; aveva appena tagliato i capelli cortissimi e sembrava un ragazzino. Quando le ho chiesto da dove venisse quel suo stile unico ho scoperto che non era cresciuta studiando le riviste di moda. I suoi riferimenti erano state le copertine dei dischi del padre, il suo guardare a cinque anni a occhi spalancati Blondie o Marianne Faithfull”.

Tre anni dopo il video, Sevigny è tra i protagonisti del film scritto da Harmony Korine e diretto da Larry Clark Kids. Seguono ruoli memorabili in film di culto come The Last Days of the Disco di Whit Stillman o The Brown Bunny di Vincent Gallo. La fotografano Mark Borthwick, Terry Richardson e Juergen Teller. Posa per l’artista americana Elizabeth Peyton, celebre per i suoi magnifici ritratti degli eroi della scena musicale di fine novecento. Ancora: la dirigono Lars Von Trier, Woody Allen, Jim Jarmush, Werner Herzog. Appare in una dozzina di serie tv tra cui Big Love, Those Who Killed, The Cosmopolitans. Presto la ritroveremo nel nuovo film di Whit Stillman tratto da Jane Austen Love and Friendship.

A novembre Chloë Sevigny compirà quarantuno anni, e il New Yorker l’ha appena incoronata reginetta pubblicando un articolo dal titolo “Chloë Sevigny a quarant’anni”. Ancora Kim Gordon nel libro, a spiegarne unicità e bellezza: “Semplicemente si rifiuta di essere sexy o graziosa o carina o qualunque altra parola venga usata per dire alle ragazze cosa devono essere”.

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Cosa potrete vedere alla 71a edizione della Mostra del Cinema di Venezia https://minimaetmoralia.it/cinema/cosa-potrete-vedere-alla-71a-edizione-della-mostra-del-cinema-di-venezia/ https://minimaetmoralia.it/cinema/cosa-potrete-vedere-alla-71a-edizione-della-mostra-del-cinema-di-venezia/#comments Thu, 24 Jul 2014 10:07:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22376 di Carlotta Briganti

Mentre sta finendo la conferenza stampa e tutti i film son stati annunciati, vi raccontiamo cosa potrete vedere alla settantunesima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Non parlerò di tutti i film che verranno proiettati al Lido dal 27 agosto al 6 settembre. Per l'elenco ufficiale basta farsi un giro sul sito della Biennale o leggere i quotidiani domani. Provo a fare invece al volo un elenco delle cose più interessanti e/o bizzarre che mi sembrano venute fuori dagli annunci qui all'Hotel St. Regis (luogo della conferenza stampa).

Oltre 3000 tra lunghi e corti arrivati alla commissione. Ed ecco alcuni tra i film scelti dal direttore Alberto Barbera, insieme ai selezionatori Bruno Fornara, Oscar Iarussi, Nicola Lagioia, Mauro Gervasini, Marina Sanna, Giulia d'Agnolo Vallan.

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di Carlotta Briganti

Mentre sta finendo la conferenza stampa e tutti i film son stati annunciati, vi raccontiamo cosa potrete vedere alla settantunesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Non parlerò di tutti i film che verranno proiettati al Lido dal 27 agosto al 6 settembre. Per l’elenco ufficiale basta farsi un giro sul sito della Biennale o leggere i quotidiani domani. Provo a fare invece al volo un elenco delle cose più interessanti e/o bizzarre che mi sembrano venute fuori dagli annunci qui all’Hotel St. Regis (luogo della conferenza stampa).

Oltre 3000 tra lunghi e corti arrivati alla commissione. Ed ecco alcuni tra i film scelti dal direttore Alberto Barbera, insieme ai selezionatori Bruno Fornara, Oscar Iarussi, Nicola Lagioia, Mauro Gervasini, Marina Sanna, Giulia d’Agnolo Vallan.

Manglehorn, di David Gordon Green.

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Nel precdente “Joe” aveva salvato Nicholas Cage dalla caduta libera in cui l’attore stava precipitando restituendolo a un ruolo decente. A un anno di distanza David Gordon Green ci riprova con Al Pacino. Gli mette accanto Holly Hunter, Chris Messina e Harmony Korine (proprio lui, il regista di Spring breakers che molti fece agitare alla Mostra di due anni fa). Manglehorn è la storia di un ex detenuto (Pacino) che cerca di cancellare il passato lavorando come ferramenta in una piccola città. Ovviamente il passato tornerà a cercarlo. David Gordon Green è regista di film robusti e ben piantati sulla terra. 

Pasolini, di Abel Ferrara

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Ed ecco il primo film che solleverà casini alla mostra di quest’anno. Con Willem Defoe nel ruolo di Pasolini, Riccardo Scamarcio in quello di Ninetto Davoli. E poi c’è Maurizio Braucci (il più bravo sceneggiatore italiano, vedi alle voci Gomorra, L’intervallo, Piccola patria, Bellas Mariposas…) arruolato nella banda dell’Esquilino. A preoccupare è però più che altro il pratone della Casilina con la scena possibile delle fellatio seriali di Petrolio. A questo si attaccheranno quelli che vanno al cinema per riempire qualche pagina di cronaca. I filologi duri e puri saranno invece tormentati dal fatto che Defoe recita in inglese. A chi glie l’ha fatto notare, pare che Ferrara abbia risposto anche giustamente: “‘fanculo! Non è un saggio accademico. È un film di Abel Ferrara!”

Near Death Experience, di Gustave Kervern e Michel Houellebecq (interpretato da Michel Houellebecq)

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Questo volto devastato appartiene al Michel Houellebecq di oggi. Che insieme a Gustave Kerven ha dato vita a un film cucito addosso alla poetica (oltre che alla figura) dell’autore di Particelle elementari e Estensione del dominio della lotta. Dopo la il dramma c’è la farsa. Dopo la farsa la tragedia. Ma dopo la tragedia arriva il teatro della peste di Artaud, vale a dire il comico e il disturbante. All’insegna del comico e del disturbante questo NDE (Near Death Experience) in cui lo scrittore francese (o ciò che ne rimane, forse la parte più preziosa) domina la scena vestito da ciclista (come il signor Tirone di Ciprì e Maresco) e cerca di farla finita forse senza successo.

Roy Andersson, A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence

 

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Non conosciuto dal grande pubblico, secondo alcuni, semplicemente, lo svedese Roy Andersson è tra i cinque registi viventi più grandi del mondo. Al pari di Lynch o Cronenberg. Solo che Andersson è un europeo, e dunque si trova molto più a suo agio a spaziare nei territori che furono di Samuel Beckett e soprattutto (per il cinema) di Luis Buñuel. Ci sono anche i Monty Python e il Jacques Tati di Monsieur Hulot nel suo cinema, solo scaraventati in atmosfere molto meno rassicuranti. Candidabile Leone.

Trois coeurs, di Benoît Jacquot

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Con Benoît Poelvoorde, Charlotte Gainsbourg, Chaterine Deneuve, Chiara Mastroianni. In mezzo a tanta sperimentazione, auteurs, aspiranti tali e autori pazzi, un sofisticato melodramma borghese dovrebbe sulla carta andare bene. Storia di tradimenti, coincidenze, palpitazioni all’inseguimento dell’amore negato proprio a chi lo cerca. Per signore di ogni sesso e età.

Nynphomaniac vol.II integrale, di Lars von Trier

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Ecco la Gainsbourg in una posa decisamente diversa rispetto a quella del film di Jaquot. A proposito di registi pazzi, geniali e furbacchioni. Potrete vedere al Lido la seconda parte non censurata di Nynphomaniac. Per la maggior parte del pubblico maschile (rapida indagine tra i miei amici) era più importante (vol. I integrale) capire quanto a fondo si spingeva Stacy Marin nei suoi pompini anziché scandagliare con più dovizia di particolari rispetto alla versione censurata le sevizie inferte alla quasi milf Charlotte nel vol. II. Pare però che proprio in questo II vol. integrale (insieme alle profondità di CG) ci siano perfino inserti con dei Thomas Mann d’annata. A ogni modo per adesso l’ingombro è sempre lui. Lars. Terrorizzato com’è da qualunque mezzo che non sia guidato da egli stesso, raggiungerà il Veneto nel suo camper. Ma come fare a superare le acque? Ha preso il brevetto di volo (elicottero) e nautico proprio per questo. Agli organizzatori della mostra comincia a stare già pesantemente sul capo opposto dell’antipatia. Vale a dire: è simpatico.

Belluscone, una storia siciliana, di Franco Maresco

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Il ritorno di quel genio di Maresco. Con un film pare molto bello. Un film autodichiaratamente postumo, visto che il berlusconismo vive ormai in questa forma. E un film, in cui, una volta ancora (come nel miglior Sciascia) si parla della Sicilia per l’Italia. Non è (vale a dire) un film su Berlusconi, ma sull’Italia analfabeta già berlusconizzata prima ancora che Silvio scendesse in campo, e (sempre berlusconizzata) persino dopo che il suo astro è tramontato. È anche un film da cui dovrebbe capirsi se Forza Italia è stato il partito della Mafia. Tra Maresco e Ciprì a parer mio non c’è partita. È Maresco colui che resterà. Del resto, basta vedere come fa recitare Dell’Utri nella clip di qui sotto per capire che la classe non è acqua. Un sogno: vedere Franco Maresco e Abel Ferrara che bevono insieme un whisky in uno degli orrendi bar del Lido.

Birdman, di Alejandro Gonzàlez Inarritu

Si tratta del filmone con Michael Keaton, Emma Stone, Edward Norton, Naomi Watts che aprirà la Mostra. Inarritu si era fatto molto amare con Amores Perros, aveva raggiunto il successo con 21 grammi, aveva farto storcere la bocca con Biutiful. Birdman è il varco per capire se ha già fatto la fine di Aronofsky o se un compagno che ha volte ha sbagliato.

Fires on the Plain, di Shinya Tsukamoto

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Che gli vuoi dire a Shinya Tsukamoto, il papà di Tetsuo e Tokyo Fist? Niente, perché Tsukamoto è uno dei grandi del cinema mondiale. Qui alle prese con un remake (ma a modo tutto suo) di un classico antimilitarista. Siamo nell’orrenda macelleria del fronte filippino, alla fine della II guerra mondiale, e un soldato senza più bussola né dimora vaga in uno scenario da puro incubo, non così dissimile da ciò che accade ancora oggi nelle parti calde del mondo. Anche qui, sulla carta: possibile Leone. 

La trattativa, di Sabina Guzzanti

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Dovrebbe essere lo speculare del film di Maresco. Dove lì c’è poesia, qui ci sono i documenti. Dove lì l’ambiguità e la complessità etica è il punto di forza, qui dovrebbe esserlo il romanzo delle stragi a tesi. Vale a dire il fatto che la trattativa ci fu, e che in quel periodo assurdo e quasi già dimenticato che l’Italia visse agli inizi degli anni Novanta la nascita di Forza Italia non fu casuale né certo dettata dal pericolo rosso. La Mafia, ovvero una parte dello Stato. Del resto, che il covo di Riina fu perquisito per precisa disposizione delle istituzioni molti giorni dopo la cattura del boss (non trovandoci ovviamente nulla) e che l’agenda rossa di Borsellino sia scomparsa sono fatti che dovrebbero continuare a far riflettere. A ogni modo, anche qui: dopo la proiezione si prevede un gran casino.

Olive Kitteridge, la nuova serie HBO

2002 Toronto Film Festival - "Laurel Canyon" Portraits

Era già successo, succederà ancora. Una serie televisiva a un festival del cinema. In questo caso si fanno le cose in grande. La nuova serie HBO con Frances McDormand al centro della scena, tratto da Olive Kitteridge, romanzo premio Pulitzer di Elizabeth Strout e ormai libro di culto da qualche anno a questa parte. La serie sarà lanciata negli USA nel 2015, e a Venezia sarà trasmessa integralmente. È una mini-serie, quattro puntate, sulla falsariga della formula (una sola serie) dimostratasi vincente con True Detective. I puristi storceranno il naso (“per quanto sofisticate e complesse, le nuove serie tv non sono cinema!”) Per i maniaci del genere, sarà invece una vera e propria manna.

Giovane e favoloso, di Mario Martone martone-leopardi

Martone racconta Giacopo Leopardi, con Elio Germano nel ruolo del poeta di Recanati. Speriamo sia più del buon film che in teoria dovrebbe essere. Anche perché (letterariamente parlando) dovrà vedersela col Pasolini di Ferrara.

Loin des Hommes, di David Oelhoffen

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Tratto da un celebre racconto di Albert Camus. Ambientato durante la guerra d’Algeria. Con Viggo Mortensen nel ruolo dell’insegnante/protagonista che si ritrova in un’avventura inizialmente più grande del suo ruolo. Un western immerso nel fluido magico del pensiero meridiano.

Alix Delaporte, Le Dernier Coup de Marteau

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Attenzione a Alix Delaporte. Grande talento, arriva il secondo film, una storia di marginalità e sentimenti difficili, con al centro una donna e suo figlio adolescente. La regista aveva dato prova di una grande forza narrativa nel precedente Angèle e Tony. Potrebbe essere questo il film che sfonda porte già abilmente prese a calci l’altra volta. Potrebbe essere, vale a dire, la vera rivelazione di questa Mostra del Cinema. Stiamo a vedere.

Hungry Hearts, di Saverio Costanzo

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Con Alba Rohrwacher, Adam Driver e Roberta Maxwell. Adam Driver il bellone di Girls, nuovo mito erotico delle ragazze aggiornate. Girato tutto a New York. Tratto dal Bambino indaco di Marco Franzoso, rigirato a quanto pare come un guanto in chiave polanskiana. Costanzo gira molto bene. “In memoria di me” era un film bello quanto poco visto. Questa è la prova da cui si capirà se Costanzo è in grado di avere la meglio sul proprio talento (e quindi fare un film maiuscolo) o farsi (come a volte ha rischiato) fagocitare in maniera leziosa dalla propria arte non comune.

Anime nere, di Francesco Munzi

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Attenzione a Francesco Munzi. Il suo potrebbe essere (insieme a quello di Maresco) il più bel film italiano presente al Lido. Munzi aveva esordito benissimo con Saimir. Si era un po’ appannato ne Il resto della notte. Ma qui dovrebbe essere arrivato al suo film capolavoro. Così almeno scommette la redazione de “Lo Straniero”, nella quale c’è qualcuno che il film lo ha già visto e giura: “è un capolavoro”. Storia di ‘ndrangheta, girata in chiave nerissima da puro gotico meridionale. Ad alcuni ricorderebbe Fratelli (The Funeral) di Abel Ferrara. 

L’urlo e il furore, di James Franco

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È molto pericoloso affrontare cinematograficamente William Faulkner. Più pericoloso di lui c’è solo Cervantes, su cui quasi ogni regista si è rotto già le corna. Con Proust e Joyce (volendo escludere l’ultimo John Huston, che però si limitava con saggezza a The Dead, racconto simbolo dei Dubliners) manco saggiamente ci si prova. James Franco, faulknerianamente parlando, si è già fatto parecchio male con Mentre morivo (al contrario il suo Figlio di Dio da Cormac McCarthy non era malaccio) e adesso ci riprova addirittura con L’urlo e il furore, interpretando tra l’altro (udite udite) Benj Compson, il personaggio più difficile, cioè il fratello ritardato della celebre famiglia. Il pericolo è il mestiere di James Franco e questo è un merito a patto che non sia incoscienza o tracotanza. Vedremo. 

Realité, di Quentin Dupieux

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Aaaattenzione a quello che potrebbe, dovrebbe, deve diventare il film culto di questa Mostra! Quentin Dupieux, chi è costui per il grande pubblico? Forse qualcuno lo conosce come Mr. Oizo, lo scatenato musicista elettronico che ideò il pupazzetto giallo fuori di testa (agitava la testa su e giù convulsivamente a ritmo di musica) che finì anche nella pubblicità della Levi’s. I cinefili non dimenticano Wrong Cops, film assurdo del 2013. Il problema è che Dupieux è un pazzo. E anche un genio. E con Realité si scatena raccontando sì Hollywood (come epicentro e metafora del male e dell’assurdo), e però scaraventandosi nella direzione opposta rispetto a quella verso cui puntava il Lynch di Mullholland Drive o il più recente Cronenberg di Maps to the Stars. Non la tragedia allucinata, insomma, ma l’allucinazione dei fratelli Marx e di Hollywood Party, senza dimenticare che Dupieux è nato in francia, dunque gli appartiene anche Tatie, Quneneau e l’Oulipo. Se i cinefili in cattedra e naftalina avessero più coraggio, eleggerebbero Dupieux a eroe continentale.

Good Kill, di Andrew Niccol

EXCLUSIVE: Ethan Hawke and Zoe Kravitz get into Air Force costumes while filming scenes for 'Good Kill'

Il film che farà vergognare gli Stati Uniti di avere Obama come miglior presidente possibile, e l’Accademia di Svezia (con stanza però a Oslo) di avergli conferito il Nobel per la pace. Si parla infatti di droni. Meglio, del pilota di droni Ethan Hawke che ogni mattina si sveglia, va in ufficio (nel deserto del Nevada, cioè proprio nei pressi di una città come Las Vegas), uccide talebani e civili afghani dallo schermo di un videogioco, poi torna a casa da moglie e figli. E, molto umanamente, comincia a impazzire. Ora, Andrew Niccol per chi non lo ricorda ha sceneggiato Truman Show. A distanza di vent’anni il piano se uno ci pensa bene si è completamente ribaltato. Prima sembrava tutto vero ma era in realtà falso. Adesso sembra falso (lo schermo e il joystick di un pilota di droni) ma è tutto tragicamente vero.

Ulrich Seidl, Im Keller

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Ve lo ricordate Canicola? Allora ricordate anche Ulrich Seidl e la sua fama di regista estremo. Che qui (trattasi se non sbaglio di documentario) scopre che la realtà è più folle di ogni immaginazione. Cosa si nasconde, infatti, nei seminterrati dei paesini austriaci? La cosa più tenue che può capitare di vedere è il sadomaso estremo. Oppure un gruppo di vecchietti vestiti alla tirolese che cantano inni nazisti. A dimostrazione che l’Austria è la degna patria odiata da Thomas Bernhard e parodiata da chiunque realizzi che non a caso si trova al centro dell’Europa.

Una menzione infine per The look of silence di Joshua Oppenheimer (bravo, coraggioso e molto discusso documentarista), Italy in a Day di Gabriele Salvatores (interessante esperimento di taglia e cuci da materiale altrui da cui dovrebbe ricavarsi una giornata tipo in Italia) e Io sto con la sposa, film-domumentario-verità su un gruppo di italiani che ha violato le leggi comunitarie per far sì che un gruppo di profughi siriani raggiungesse la Svezia.

Ecco. Magari i film più belli saranno altri, ma questo è ciò che io ricavo in fretta e furia dalla conferenza stampa. Un grazie a Valentina Aversano per la ricerca delle immagini in tempo reale e il montaggio frenetico di questo pezzo fatto in fretta e furia.

Infine: piccolo momento di orgoglio autocelebrativo. Consentitecelo, visto che questo blog è tanto popolare quanto povero in canna e a qualche soddisfazione dobbiamo pure aggrapparci. minima&moralia e Venezia. L’anno scorso uno degli autori di minima&moralia, Giorgio Vasta, aveva scritto uno dei film in concorso, “Via Castellana Bandiera” di Emma Dante. Quest’anno, come l’anno scorso, altri due autori di minima&moralia, Nicola Lagioia e Oscar Iarussi, sono tra i selezionatori della Mostra. Alcuni autori di cui minima&moralia ha parlato in tempi non sospetti sono in giuria quest’anno (Alice Rohrwacher e Roberto Minervini), così come è in giuria – e ne siamo contenti – la scrittrice Jhumpa Lahiri. Il bravissimo Maurizio Braucci ha collaborato al film di Abel Ferrara. Anche quest’anno, come l’anno scorso, la nostra amata Tiziana Lo Porto seguirà i film della Mostra, e (probabilmente come l’anno scorso) Christian Raimo ne stroncherà due su tre, ma il terzo gli sembrerà un capolavoro. Come vedete non ci facciamo mancare neanche la (chiamiamola così) dialettica interna. Viva minima&moralia, e viva pure Venezia, che è una delle poche cose italiane che all’estero si filano.

Buona visione a fine agosto.

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Nuovo cinema paraculo: la vita e le chiappe di Adèle https://minimaetmoralia.it/cinema/nuovo-cinema-paraculo-la-vita-e-le-chiappe-di-adele/ https://minimaetmoralia.it/cinema/nuovo-cinema-paraculo-la-vita-e-le-chiappe-di-adele/#comments Sat, 02 Nov 2013 19:30:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16240 La palma d'oro Vita di Adele sta al cinema radical-chic francese come Sacro Gra sta al cinema radical-chic italiano. Se il nostro (nostro di aspiranti borghesi, mettiamola così) appetito di realismo, non desiderava altro che un regista italiano ci esimesse - con un documentario non troppo punitivo - dall'ansia di occuparci di quello che succede oltre la cintura urbana, nelle occupazioni, nelle baracche dei migranti, tra chi non ha nel 2013 l'acqua potabile in casa, tra chi lotta per il diritto alla casa (giusto per dire), ecco che la nostra coscienza disfunzionale nelle relazioni sentimentali ma conformista nei suoi consumi sessuali, non cercava altro che un regista francese ci confezionasse un film con una doppia morale perfettamente assortita: vizi pubblici, private virtù (ossia la formuletta che la fine delle ideologie ci assicura da anni come una scelta non troppo gravosa di impegno politico).

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La palma d’oro Vita di Adele sta al cinema radical-chic francese come Sacro Gra sta al cinema radical-chic italiano. Se il nostro (nostro di aspiranti borghesi, mettiamola così) appetito di realismo, non desiderava altro che un regista italiano ci esimesse – con un documentario non troppo punitivo – dall’ansia di occuparci di quello che succede oltre la cintura urbana, nelle occupazioni, nelle baracche dei migranti, tra chi non ha nel 2013 l’acqua potabile in casa, tra chi lotta per il diritto alla casa (giusto per dire), ecco che la nostra coscienza disfunzionale nelle relazioni sentimentali ma conformista nei suoi consumi sessuali, non cercava altro che un regista francese ci confezionasse un film con una doppia morale perfettamente assortita: vizi pubblici, private virtù (ossia la formuletta che la fine delle ideologie ci assicura da anni come una scelta non troppo gravosa di impegno politico). Alla doppia morale, Kechiche applica, con una coerenza poetica di tipo matematico, una doppia estetica: il film è costruito come due film. In uno la cinepresa a mano racconta la vita dei ragazzi con uno stile sporco, semidocumentaristico; nell’altro la cinepresa è attaccata al corpo di Adèle o di Adèle e Emma – le due protagoniste lesbiche – che scopano, con un obiettivo che volendo essere neutro (niente musica, niente parole) risulta semplicemente pornografico. Nel primo film le luci sembrano sempre finto naturali, nel secondo film la luce diventa una specie di alone estatico. Il primo film sarebbe categorizzabile sotto Amateur nei siti porno, il secondo in HD. Il primo film è un’imitazione di Ken Loach o dei Dardenne, il secondo film è un’imitazione di Zeffirelli o della Cavani.

Quello che riesce a fare la Vita di Adèle è annullare la problematizzazione della questione dell’amore omosessuale. Con l’alibi che oggi l’amore omosessuale non sia un problema, ecco che Kechiche butta con l’acqua della repressione sessuale e del moralismo anche il bambino della politicizzazione delle questioni morali e erotiche. Ci va vedere scene di scopate tra due belle ragazze. A tutti, democraticamente. Se facebook, come dice Zuckerberg, è un diritto dell’umanità, perché youporn no? Ecco che allora non solo l’amore omosessuale non è più un problema, ma nemmeno l’amore in sé lo è. Cosa ci resta da sperare? Pier Paolo Pasolini finiva il suo stranoto documentario-inchiesta Comizi d’amore sull’Italia inibita sessualmente, augurando ai suoi compressi protagonisti di ottenere in futuro non soltanto l’amore, ma anche la consapevolezza di che cosa vuol dire amare, perché “è soprattutto quando è lieta e innocente che la vita non ha pietà”. Adèle e Emma hanno l’amore, ma non hanno nessuna coscienza. Non ne parlano, non ne discutono, non è lì che sorge il loro desiderio, né le loro incomprensioni. Sono corpi che si cercano. Imbabolate, ammiccanti, attonite. Integrate, figlie, vittime? dei loro contesti sociali (uno piccolo borghese e conformista, l’altro artistoide e liberal e presuntamente anticonformista), il loro incontro non le cambierà in nulla. Adèle rimarrà una ragazzina naïf, Emma rimarrà una giovane scafata intellettualoide. È un film impetoso? Forse è un film reazionario. È un film sull’immobilismo sociale? Forse è un film che delinea perfettamente l’estetica di questo conformismo sociale. Cos’è che si salva soltanto in tutto la Vita di Adèle? La gioventù. Un unico valore, idolatrato, coccolato, allisciato in ogni inquadratura: da quelle incredibili dei primi piani sulla bocca semi-aperta di Adèle o sul suo culo quando dorme, alle discussioni presuntamente realistiche tra i ragazzini. Il che pone due domande, almeno. Prima, qual è la giustificazione estetica per quelle inquadrature? Quale è la giustificazione estetica di farmi vedere Adèle quando dorme, quando si sporca di sugo, quando ha la fica bagnata? Secondo, confrontate i ragazzini di Kechiche con quelli di Kids di Larry Clark e Harmony Korine o quelli di Elephant di Gus Van Sant o quelli della Classe di Laurent Cantet o di Sweet sixteeen di Ken Loach o quelli di Nella casa di Froançois Ozon o o o… E vedrete come il presunto realismo della Vita di Adèle sia un gioco facile a creare una bassa identificazione nei confronti di un universo giovanile visto dal mondo degli adulti, una specie di modello nostalgico, o ideologico, di come ci ricordiamo o ci immaginiamo la gioventù. Semplicemente: un’età adulta ma ingoffita, ingiovanilita. Quindi senza speranza. La gioventù per Kechiche è un idolo da venerare in un mondo che da adulti non ha nessuna possibilità di redenzione: i genitori descritti come pallide caricature di educatori, progressisti o conservatori che siano. (Ah, tutti sanno cucinare bene: un tema che torna in tutti i film di Kechiche.)

Come per Sacro Gra si era gridato al Cambiamento!, anche questo film è stato subito sigillato con la ceralacca del capolavoro. Che cos’è che ha spinto in questo senso? Probabilmente la capacità di Kechiche di padroneggiare tecnicamente le varie tecniche estetiche che riproducono effetti di realismo: dalla sfrontatezza di una Nouvelle Vague all’intensità iperemotiva del new cinema americano alla cafonaggine di un Dogma 95, tutto in Kechiche viene neutralizzato dalla non-scelta di tenere una cinepresa attaccata alla faccia di Adèle, pensando in questo modo di aver risolto il problema principale di un autore: darle un personaggio da interpretare. Cassavetes non faceva così? E Louis Malle? E Bruno Dumont? Adèle è un puro oggetto estetico per gran parte del film, noi spettatori siamo dei voyeur autorizzati. Confrontate La vita di Adèle con il lavoro simile di adesione al personaggio che ha fatto Sebastian Lelio con Gloria (è ora al cinema) attraverso il talento gigantesco di Paulina Garcia. Nessuna inquadratura, anche delle scene di nudo, di sesso anti-estetico, sembra aggressiva né per Gloria né per Paulina Garcia, anzi sembra che sia lei a aggredire noi spettatori inermi di fronte alla forza del personaggio e alla bravura della recitazione. Qui Adèle (personaggio) e Adèle Exarchopoulos (l’inteprete) sono due piccole divinità vuote, che possiamo adorare, spiare, o, se fossimo un po’ meno visivamente consumisti, proteggere.

Ma non è solo questo il motivo per cui il film di Kechiche piace. Come ha mostrato Fofi in questa lucidissima recensione, la capacità di questo autore francesce d’adozione forse sta proprio nell’analisi chirurgica, balzachiana, del “nostro tempo, frigido, limitante, modaiolo”. Forse quest’aria che respiriamo per due ore e mezza e stata resa priva d’ossigeno apposta. Rivisto da quest’ottica, La vita di Adèle può sembrare una sottilissima satira su una società francese (leggi pure occidentale) incapace di creare relazioni autentiche e nemmeno sogni di queste relazioni. Ne verrebbe fuori un film sostanzialmente nichilista, intransigente nei confronti del suo pubblico potenziale, un’atto di accusa in fondo, a noi stessi che sembrava blandire. In realtà se questa potrebbe essere una lettura credibile a partire dalle scene delle feste, delle cene, descritti come stanchi riti di una società in declino, stanca di sé, autoparodica; l’impressione opposta si ricava dalle scene di sesso, in cui c’è un’adesione registica tale da rendere lo sguardo di Kechiche quantomeno ambiguo, se non furbo, se non molto irrisolto, se non autocontradditorio. Ci sta dicendo che il mondo fa schifo? E perché allora indugiare così tanto in questa fotografia? Ci sta dicendo che questi intellettuali sono dei parvenu, dei parassiti estetici? Che i piccolo borghesi sono delle formichine operose ma ottuse? E allora perché crogiolarsi insieme ad essi in questa melma? Il solo sguardo persuasivo per raccontare oggi la società francese è uno stile disperato? E allora perché non rendere trasparente questa convinzione? Mi dispiace per Kechiche, ma sarebbe bello che si gridasse al capolavoro non con gli autori che riescono a darci conto di ogni singola lacrima di pianti viziati, ma con quelli che ci mostrano una luce negli occhi dei protagonisti.

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Ri-dimensionare Werner Herzog https://minimaetmoralia.it/cinema/werner-herzog/ https://minimaetmoralia.it/cinema/werner-herzog/#comments Tue, 02 Apr 2013 14:45:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13826 A volte, per capire davvero un regista e la sua opera, bisogna smetterla di fissare i film. Di ingolfare lo sguardo con le immagini, i simboli, i significanti. Di arrovellare la mente coi significati, con le strutture, con le narrazioni. A volte, per capire davvero un regista e la sua opera lo sguardo bisogna voltarlo: cambiare prospettiva, guardare all’uomo e a quello che fa.

La chiave per decifrare il cinema contraddittorio ed enigmatico di Lars von Trier a me, ad esempio, è arrivata con la lettura del nel libro-intervista Il cinema come dogma. Conversazioni con Stig Björkman (Mondadori, Milano 2001). Lì, parlando di altro (e quindi di sé), il danese disvelava come molta della sua pomposità fosse uno sberleffo ludico e sarcastico, e come però le sue provocazioni fossero, al tempo, stesso una commovente autonalisi e una messa in piazza di una fragilità quasi inaudita. In forma diversa, mi è accaduto lo stesso con Werner Herzog.

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A volte, per capire davvero un regista e la sua opera, bisogna smetterla di fissare i film. Di ingolfare lo sguardo con le immagini, i simboli, i significanti. Di arrovellare la mente coi significati, con le strutture, con le narrazioni. A volte, per capire davvero un regista e la sua opera lo sguardo bisogna voltarlo: cambiare prospettiva, guardare all’uomo e a quello che fa.

La chiave per decifrare il cinema contraddittorio ed enigmatico di Lars von Trier a me, ad esempio, è arrivata con la lettura del nel libro-intervista Il cinema come dogma. Conversazioni con Stig Björkman (Mondadori, Milano 2001). Lì, parlando di altro (e quindi di sé), il danese disvelava come molta della sua pomposità fosse uno sberleffo ludico e sarcastico, e come però le sue provocazioni fossero, al tempo, stesso una commovente autonalisi e una messa in piazza di una fragilità quasi inaudita. In forma diversa, mi è accaduto lo stesso con Werner Herzog.

Fino a qualche anno fa, Herzog era un regista che ammiravo, che amavo, ma che mi intimoriva. Il suo titanismo, la straordinaria e selvaggia anedottica fatta di navi issate sulle colline e fucili puntati in faccia a Kinski, il suo cinema placidamente rabbioso e intimamente filosofico mi affascinavano e mi rendevano inquieto allo stesso tempo. Herzog era una sorta di entità superominica nietschiana, un’opera d’arte totale di fronte alla quale sentirsi piccolini piccolini.  Poi, inaspettatamente, è cambiato qualcosa. Anzi, è cambiato tutto.

Era il 2004 ed ero a Ravenna, ospite di un piccolo ma agguerrito festival di cinema horror. Entrai in sala per vedere un film dal titolo Incident at Loch Ness, di cui non sapevo nulla se non che si trattava di un mockumentary. E, con mia enorme sorpresa, di quel finto documentario era protagonista Werner Herzog. Che ci faceva il Titano in un mockumentary dai risvolti horror?

In estrema sintesi, il film “documentava” come il tedesco fosse stato convinto a dirigere un “vero” documentario sul Mostro di Loch Ness da un produttore cialtrone e ciarlatano, che aveva predisposto tutta una serie di inutili spettacolarizzazioni, di avvistamenti e di indizi fasulli ad uso e consumo dell’ignaro Herzog. Il quale, ovviamente, scopriva rapidamente l’inghippo, per poi trovarsi nel bel mezzo di una di quelle vicende larger than life che gli stanno tanto a cuore quando la vera Nessie faceva irruzione sulla scena.
Incident at Loch Ness, che poi scoprii essere stato co-sceneggiato e co-prodotto da Herzog stesso, è un film che nella sua leggerezza è capace di rivelarsi epifanico.

Vedere il regista di Aguirre e Fitzcarraldo mostrare una quantità insospettabile di autoironia e di senso dell’umorismo, osservarlo mettere alla berlina la sua immagine, le sue modalità epiche, tutte quelle caratteristiche con le quali era solitamente identificato e che suscitavano in me tanto timore reverenziale, non lo ha ridimensionato ai miei occhi, né mi ha spinto ad una rilettura radicale dei suoi film. Al contrario.

La sincerità quasi sconcertante con la quale Herzog metteva pubblicamente in gioco un lato di sé fino a quel momento nascosto ai più, il suo rivelarsi in aspetti non contraddittori del suo carattere, ma paradossalmente coerenti con quello che già conoscevo, mi ha aperto nuove dimensioni di stima e ammirazione. Perché Herzog, e quindi il suo cinema, è un personaggio complesso e multiforme, che riesce a mescolare un’innegabilmente sincera e reale pulsione superominica e ambiziosa ad un’ironia capace di ridimensionare tutto, anche sé stesso. Ridimensionare, non ridurre: dare una nuova dimensione.

Proprio in Incident at Loch Ness, Werner Herzog dice:

“Sono sempre stato interessato alla differenza tra “fatto” e “verità”. E ho sempre sentito che esiste qualcosa come una verità più profonda. Esiste nel cinema, e la chiamerei “verità estatica“. È più o meno come in poesia. Quando leggi una grande poesia, senti immediatamente, nel tuo cuore, nelle tue budella, che c’è una profonda, inerente verità, una verità estatica.”

In quel film, appare la sua, di verità estatica. Quella che poi permette di capire (meglio: di sentire) il senso profondo di scelte spiazzanti: ad esempio, quella di concludere un capolavoro (cinematografico e filosofico) recente come Cave of Forgotten Dreams con la storia inventata di due coccodrilli albini, che fanno il paio con il misterioso iguana che accompagnava Nicolas Cage in un altro grande film degli ultimi herzoghiani, Il cattivo tenente: ultima chiamata New Orleans, remake solo in apparenza sgangherato del seriosissimo, ma non per questo meno bello, film di Abel Ferrara (che l’ha odiato e dichiarato di voler vedere morto il collega).

Grazie all’ironia e al senso dell’umorismo, che rivolge verso sé stesso e verso il mondo, l’indomabile e inarrestabile Werner Herzog è in grado di immergersi nelle profondità più vere dell’Uomo e della Natura, perché è in grado di amarle, di abbracciarle, di provare per esse uno stupore purissimo senza mai farsene sopraffare. Di fronte agli scenari più estremi e affascinanti, ai personaggi più eroici e bizzarri, di fronte alla verità estatica, Herzog prova sterminata ammirazione, profonda empatia emotiva e intellettuale ma non si scompone. Mai.

D’altronde, non si scompone nemmeno quando deve soccorrere Joaquin Phoenix vittima di un incidente d’auto vicino a casa sua (l’attore ha raccontato che c’era qualcosa di “bellissimo e tranquillizzante” nella voce del regista, poi dileguatosi con l’arrivo dell’ambulanza), o quando qualcuno gli spara con un fucile a pallini nel corso di un’intervista con la BBC sulle colline di Hollywood (“It’s not a significant bullet”, disse in quell’occasione, minimizzando). Al contrario, sembra quasi divertirsi, sornione, come quando recita ruoli assurdi e paradossali per Harmony Korine, come quello del prete che getta suore dall’aereo di Mister Lonely.

È questa appassionata imperturbabilità impregnata d’ironia che permette ad Herzog di rimanere in piedi nelle condizioni più avverse, di mantenere una lucidità intellettuale che fa quasi spavento davanti a qualsiasi scenario umano e naturale, di cogliere i dettagli che fanno il tutto. Di non cedere annichilito di fronte ad una realtà che, con pessimismo esistenziale innegabile, Herzog ha sempre percepito e raccontato come “caos, conflitto e morte” (cfr. Grizzly Man, 2005).

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Aspetta primavera, Korine https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-harmony-korine-spring-breakers/ https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-harmony-korine-spring-breakers/#comments Sat, 23 Mar 2013 11:18:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13719 Questa intervista è stata parzialmente pubblicata su D la Repubblica.

Lo spring break sono le vacanze di primavera. Per una settimana gli studenti dei college americani (e non solo) staccano con lo studio e si dedicano agli eccessi. Eccesso di alcool, eccesso di droghe, eccesso di sesso, eccesso di mare, eccesso di tutto. Sono loro gli Spring Breakers del nuovo film del già enfant prodige del cinema indipendente americano Harmony Korine. Presentato a Venezia all’ultima Mostra del cinema, “prodigioso” come i precedenti film del regista, il film è uscito nelle sale italiane il 7 marzo. Protagoniste della storia sono quattro ragazze (impeccabilmente interpretate da Selena Gomez, Vanessa Hudges, Ashley Benson e Rachel Korine, moglie del regista). Quattro studentesse annoiate dall’università che aspettano le vacanze di primavera per divertirsi un po’, e quando si accorgono di essere a corto di soldi e non potersi permettere il viaggio decidono di fare a modo loro. A modo loro significa: facciamo una rapina, rapiniamo il fast food vicino, rapiniamo i clienti, rubiamo tutti i soldi che ci servono per goderci la nostra cazzo di vacanza. Dicono: “Facciamo finta di essere in un cazzo di videogioco”.

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Questa intervista è stata parzialmente pubblicata su D la Repubblica.

Lo spring break sono le vacanze di primavera. Per una settimana gli studenti dei college americani (e non solo) staccano con lo studio e si dedicano agli eccessi. Eccesso di alcool, eccesso di droghe, eccesso di sesso, eccesso di mare, eccesso di tutto. Sono loro gli Spring Breakers del nuovo film del già enfant prodige del cinema indipendente americano Harmony Korine. Presentato a Venezia all’ultima Mostra del cinema, “prodigioso” come i precedenti film del regista, il film è uscito nelle sale italiane il 7 marzo. Protagoniste della storia sono quattro ragazze (impeccabilmente interpretate da Selena Gomez, Vanessa Hudges, Ashley Benson e Rachel Korine, moglie del regista). Quattro studentesse annoiate dall’università che aspettano le vacanze di primavera per divertirsi un po’, e quando si accorgono di essere a corto di soldi e non potersi permettere il viaggio decidono di fare a modo loro. A modo loro significa: facciamo una rapina, rapiniamo il fast food vicino, rapiniamo i clienti, rubiamo tutti i soldi che ci servono per goderci la nostra cazzo di vacanza. Dicono: “Facciamo finta di essere in un cazzo di videogioco”.

Con un mirabile piano sequenza circolare in camera car, assistiamo così dall’auto e dalle vetrine del fast-food all’altrettanto impeccabile rapina. Due delle ragazze, passamontagna in testa e armi in mano, entrano, urlano, sbattono le armi sui tavoli, mettono paura, ottengono tutti i soldi che chiedono, escono, vanno via. E del film è solo l’inizio.

Nel cast anche James Franco, al suo meglio (e quasi irriconoscibile) nel ruolo di Alien, rapper e gangster che a un certo punto della storia fa uscire le ragazze di galera e le fa entrare nel suo mondo. Un mondo che estremizza ulteriormente tutti gli eccessi dello spring break e lo trasforma in qualcosa di più universale, di condiviso, a Miami come a Napoli. Di Korine Franco dice: “Uno dei pochi registi americani che spinge al limite stile e contenuti”.

E “spingere” è una delle parole più ricorrenti nei discorsi di Harmony Korine, che in circa venti minuti di conversazione mi spiega antefatti, making of del film e poetica. Ripete “spingere”, e poi “selvaggio” e “sfrenato” ed “esplosione”. E così via, ricreando dal solo vocabolario una sua idea di cinema che sta prevalentemente nel tendere al massimo estetica, narrazione o percezione della realtà che sia.

Acclamato dalla critica già dalla sua prima sceneggiatura (Kids di Larry Clark, scritto quando aveva ventun anni) e dalla sua prima regia (Gummo, due anni dopo). Apprezzato da registi come Gus Van Sant, Bernardo Bertolucci e Werner Herzog (che ha interpretato due dei suoi film, Julien Donkey-Boy e Mister Lonely), Harmony Korine, quarant’anni appena compiuti, non è più il regista ragazzino capace di raccontare con schiettezza, irriverenza e assoluto talento la propria generazione e il proprio mondo. Adulto racconta la realtà attraverso mondi metaforici e non per questo meno reali. Usa la realtà per spiegare la realtà. Prende distanza dal cinéma vérité cercando strade più impervie ma più efficaci nel descrivere lo stato delle cose. Perché, dice, “per raccontare la realtà devi allontanarti dalla realtà. Devi girarle intorno”.

E mi spiega come tutto quello che ha di un film prima di girarlo è un’idea. “Lo spring break per esempio mi interessava come fenomeno già da un po’. Ritagliavo foto e le raccoglievo. Foto scattate in Florida, foto di ragazzi e ragazze che in quei pochi giorni di vacanza danno di matto, fanno cose strane, fanno sesso sulla spiaggia, esagerano con droghe e alcool e tutto, vivono il divertimento in modo selvaggio ed esasperato. Di lì m’è venuta l’idea che avrei potuto usare lo spring break come metafora per raccontare qualcos’altro. Sono partito da un’immagine di un gruppo di ragazze in spiaggia in bikini che si diverte e ho iniziato a lavorare d’immaginazione costruendoci sopra una storia”.

Quanto conta l’improvvisazione nel suo cinema?

È importante ma non improvviso mai del tutto. Quando giro una sequenza quello che cerco di fare è mettere in circolo energia tra gli attori, in modo che diventino loro stessi sfrenati e selvaggi. In Spring Breakers la sceneggiatura era minima ma esisteva, così come esistevano i dialoghi. Ho solo spinto agli estremi la mia regia e l’interpretazione che ne hanno fatto gli attori.

Quanto contano gli attori per la riuscita di un film?

Direi che gli attori sono tutto, sono essenziali. E sceglierli bene fa parte del mestiere. C’ho messo un po’ a mettere insieme quel cast lì, e alla fine ha funzionato perfettamente.

Per ambientare il film ha preferito la piccola St. Petersburg, Florida, a Miami. Perché?

Miami mi sembrava troppo grande. E mi piaceva l’aspetto che aveva St. Petersburg di notte, deserta, più provincia americana, un luogo come un altro, non necessariamente e solo Miami, Florida.

Spring Breakers usa molta più finzione degli altri suoi film, per certi versi anche più sperimentale, eppure racconta forse in modo anche più autentico la realtà. 

Parlerei più di iperrealismo. È sempre il mondo reale quello che racconto e che si vede nel film, è solo esasperato, è ancora una volta selvaggio, sfrenato. E sì, sicuramente questo è il più sperimentale dei miei film, in cui ho cercato di ottenere un crescendo di trascendenza, una tensione al limite, per poi far sparire tutto.

Ha iniziato come regista a ventun anni. Ora che ne ha quaranta ha lavorato con un cast di ventenni. Com’è stare dall’altra parte? Essere l’adulto della situazione?

È stranissimo. Sono sempre convinto di avere ventun anni. E non credo di avere cambiato il mio modo di fare cinema. Scrivo le sceneggiatura di gran corsa, e giro immediatamente e in poco tempo. Non credo di essere cambiato molto.

Chi guarda i suoi film tende a guardare più l’arte della realtà. La sua sperimentazione però sembra più una ricerca della realtà che un’esplorazione artistica. A lei cosa sta più a cuore quando gira i suoi film?

Difficile rispondere. Arte e realtà sono due cose collegate. La poesia è più importante del cinéma-vérité. C’è qualcosa che va al di là della realtà e che è legato al sentimento. Ed è quella cosa lì che cerchi facendo cinema. Cerchi una magia. E lo stesso vale per il tuo pubblico. Il pubblico vive nella realtà, conosce la realtà, ha a che farci tutti i giorni. Quando va al cinema vuole vedere un’altra cosa. Vuole vedere qualcosa di più profondo, che va al di là, che sia più trascendente, che appartenga alla dimensione dei sogni.

Però il cinema onirico di Fellini non le piace…

No, non è che non mi piaccia Fellini. Preferisco altri. C’è Pasolini, o anche Rossellini, o Visconti prima di Fellini. Ma non vuol dire che Fellini non sia un gran regista.

Fellini si muoveva tra sogno e realtà, lei sembra ruotare sempre e comunque intorno alla realtà.

Credo si tratti più di un andare e tornare dalla realtà. Di prendere cose diversissime tra loro e però reali, e mescolarle, e metterle in un contesto che non è il loro ma è reale, e a quel punto aspettare l’esplosione.

Una delle scene più belle di Spring Breakers è il lungo piano sequenza circolare della rapina a inizio film. Quello lo aveva già scritto in partenza?

Non ne sono sicuro. C’era nella prima sceneggiatura, ma non credo fosse scritto come un unico piano sequenza circolare. Quantomeno non l’avevo pensato così lungo.

Poi, alla fine, come in un film di Tarantino o di Bertolucci, lei salva le ragazze. Lo sapeva dall’inizio che sarebbe finita così?

Un finale così dava più senso al tutto. È sì un lieto fine ma appartiene comunque alla dimensione dei sogni, non hai nessuna certezza che quello che vedi stia accadendo realmente. Del resto i personaggi di un film esistono in quella dimensione lì, ed esistono al di là del bene o del male. Quello che ho cercato di fare è stato trattarli così, al di là del bene e del male.

E non giudicare.

Sì, non giudicare.

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James Franco in arte Re Mida https://minimaetmoralia.it/libri/james-franco-in-arte-re-mida/ https://minimaetmoralia.it/libri/james-franco-in-arte-re-mida/#comments Fri, 27 Apr 2012 13:07:14 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7635 Pubblichiamo un articolo di Tiziana Lo Porto, uscito su «D - La Repubblica delle donne», su James Franco, da poco in libreria con «In stato di ebbrezza».

Parlando di Truman Capote e delle sue frequentazioni extra-letterarie, qualcuno negli anni Sessanta ebbe a dire: "All writers are starfuckers". Cioè, gli scrittori hanno un debole per le celebrità, o, più alla lettera: non c'è scrittore che non si scoperebbe una star. Lecito dunque domandarsi cosa succeda nel caso in cui lo scrittore sia già una celebrità. James Franco, per esempio. Che succede quando una star del cinema idolo delle teenager si trasforma di colpo in scrittore di racconti? Diventa "fucker "di se stesso? Da traduttrice del suo libro (In stato di ebbrezza, minimum fax, 14 euro, in libreria da pochi giorni), mesi fa ho chiamato James Franco al telefono per chiedergli un paio di cose sui racconti. Superata la parte in cui lui m'ha chiesto se mi fosse piaciuto il suo libro, io gli ho detto che sì, mi era piaciuto moltissimo, lui s'è rallegrato e m'ha detto che se era così mi avrebbe fatto leggere anche il prossimo, io l'ho ringraziato, e così via di convenevoli per una buona decina di minuti, abbiamo speso i successivi venti a parlare solo ed esclusivamente della traduzione.

L'articolo James Franco in arte Re Mida proviene da Minima et Moralia.

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Pubblichiamo un articolo di Tiziana Lo Porto, uscito su «D – La Repubblica delle donne», su James Franco, da poco in libreria con «In stato di ebbrezza».

Parlando di Truman Capote e delle sue frequentazioni extra-letterarie, qualcuno negli anni Sessanta ebbe a dire: “All writers are starfuckers”. Cioè, gli scrittori hanno un debole per le celebrità, o, più alla lettera: non c’è scrittore che non si scoperebbe una star. Lecito dunque domandarsi cosa succeda nel caso in cui lo scrittore sia già una celebrità. James Franco, per esempio. Che succede quando una star del cinema idolo delle teenager si trasforma di colpo in scrittore di racconti? Diventa “fucker “di se stesso? Da traduttrice del suo libro (In stato di ebbrezza, minimum fax, 14 euro, in libreria da pochi giorni), mesi fa ho chiamato James Franco al telefono per chiedergli un paio di cose sui racconti. Superata la parte in cui lui m’ha chiesto se mi fosse piaciuto il suo libro, io gli ho detto che sì, mi era piaciuto moltissimo, lui s’è rallegrato e m’ha detto che se era così mi avrebbe fatto leggere anche il prossimo, io l’ho ringraziato, e così via di convenevoli per una buona decina di minuti, abbiamo speso i successivi venti a parlare solo ed esclusivamente della traduzione.

Per l’esattezza, un quarto d’ora l’ho passato cercando di spiegargli che nelle lingue non anglofone la gente ogni tanto si dà del lei (no, non lo sapeva, e io avevo bisogno di capire se la protagonista di uno dei racconti che ha una storia con il suo allenatore gli dà del tu da subito, o solo dopo che iniziano a fare sesso), e nei restanti cinque minuti si è parlato di nomi propri. Io: “Vicky the hickey (Vicky detta il succhiotto, ndr) non lo possiamo tenere così, ché in italiano non c’è con cosa fargli fare rima”. Franco: “Be’, mettiamo un nome italiano, no?”. Io: “No, mica si fa che quando traduci un libro traduci anche i nomi propri”. Franco: “Ah”. Mezzo minuto di silenzio. Poi, io: “Non ti preoccupare, in qualche modo risolvo”. Franco: “Ah, bene, grazie. Se vuoi puoi cambiare anche gli altri nomi. Cambia pure tutti i nomi che vuoi”. Cosa che mi sono ben guardata dal fare, cambiando alla fine solo “Vicky the hickey” in “Sheena la sveltina”. Fine della telefonata. Ciao James Franco. Ciao traduttrice.

In veste di giornalista

Qualche mese dopo (poche settimane fa) ho provato a richiamare James Franco per intervistarlo. Ma lì dove da traduttrice ero riuscita, ho fallito miseramente da giornalista. Il suo manager mi ha detto che sono iniziate le riprese di un nuovo film (Spring Breakers di Harmony Korine, in cui Franco fa il rapper Riff Raff, la rete è già piena di immagini), si è scusato, ma non sapeva se James sarebbe riuscito a trovare il tempo per un’intervista. Comunque ci avrebbe provato. Gli ho detto ok, e come in uno dei racconti migliori di Dorothy Parker, mi sono ritrovata a fissare il computer per giorni sincronizzata col fuso orario di Los Angeles in attesa di un’email che mi dicesse quando e a che numero chiamarlo (ai tempi di Dorothy Parker i computer non c’erano e la protagonista del suo racconto fissava il telefono aspettando direttamente la telefonata, ma il concetto resta lo stesso). Quando ho capito come andava a finire, ho provato a chiedere a Twitter quello che avrei chiesto a Franco. Ecco il risultato.

Per chi parla la mamma

Anche James ha una mamma che va fiera di lui. E dei suoi fratelli. Le soddisfazioni che James nega ai fan che lo seguono sui social network (e coi quali si guarda bene dall’interagire), le dà la madre. È registrata come FrancosMom, perché oltre che di James va fiera dei figli più piccoli Dave e Tom (rispettivamente, attore e artista). Mamma Franco twitta spesso, rispondendo anche a nome della progenie. A volte riesce addirittura ad anticipare le domande dei fan dei figli, e scrive cose tipo: “Per chiunque se lo stia chiedendo, Dave non è su Twitter”. Vi vergognate dei vostri genitori che non fanno che raccontare agli estranei gli affari vostri? Be’, grazie a mamma Franco potrete smettere di farlo.

 Perché James è Figlio di Dio

Sarebbe stato retorico, ma la domanda sullo scrittore vivente preferito l’avrei comunque fatta. E il fondato sospetto è che la risposta sarebbe stata: Cormac McCarthy. Nel 2011 Franco aveva deciso di dirigere un film da Meridiano di sangue di McCarthy. Abbandonato il progetto, è rimasto fedele allo scrittore e ha cambiato romanzo, optando per il più semplice (almeno in termini di produzione) Figlio di Dio. Le riprese sono presto iniziate e già finite, con Scott Haze nei panni di Lester Ballard e una particina anche per lo stesso Franco (Jerry). L’uscita del film è prevista per il 2013, ma in rete si trovano già alcuni filmati del backstage.

Di top in top

Se un solo scrittore non vi dovesse bastare, e voleste sapere gli altri nomi degli autori più amati da Franco, c’è in rete una top 5 dei suoi libri preferiti. Direttamente dal sito di Oprah Winfrey (con relativo tweet), ecco i magnifici cinque: Mentre morivo di William Faulkner, Love & Fame di John Berryman, Perché corre Sammy? di Budd Schulberg, Casa di foglie di Mark Z. Danielewski (vero capolavoro, ma per favore, leggetelo in inglese) e Jesus’ Son di Denis Johnson. Sempre in rete, sul sito del Daily Beast, si rimedia facilmente anche una top 6 dei suoi libri preferiti: escono dalla classifica Berryman, Schulberg e Danielewski, raddoppia Faulkner con il racconto L’orso, ed entrano Ernest Hemingway con I racconti di Nick Adams, Frank Bidart con In the Western Night e Charles Bukowski con Panino al prosciutto. Aggiungiamo all’autorevole gruppo anche il poeta Hart Crane, su cui Franco ha diretto e interpretato (come tesi del master di regia che ha fatto alla NYU) un film biografico uscito a fine marzo in dvd. Si chiama The Broken Tower. L’ho comprato su Amazon e appena visto. Ed è bello come tutto.

Dopo le opere prime arrivano sempre le opere seconde

Qualche giorno fa, Julia25 ha twittato a mamma Franco: “Che dolce la scritta di James “A mio padre” con sotto un cuoricino…”. E mamma Franco: “Dov’è che hai visto la scritta di James che dice “A mio padre”?”. Julia25 ha mandato prontamente un’immagine, che è di una delle prime pagine del secondo libro a firma James Franco. Quest’opera seconda si chiama Dangerous Book Four Boys, è appena uscita negli States per Rizzoli Usa, effettivamente è dedicata al padre ed è un libro d’arte. Curato da Alanna Heiss, il volume monografico contiene immagini e testi dell’omonima personale di James Franco ospitata nel 2010 dalla Clocktower Gallery di New York e nel 2011 dalla Peres Projects di Berlino. La mostra (foto, video e installazioni) è un percorso attraverso la propria infanzia e adolescenza e un’indagine sulla sessualità. Dice Franco a un certo punto del libro: “Uomo e donna sono ideali impossibili… siamo tutti sessualmente incasinati, a metà strada tra i due generi, sospesi come angeli”. Di sicuro sono sessualmente incasinati il Capitano Kirk e Spock di Star Treck che in una delle opere di Franco in mostra (e nel libro) si innamorano l’uno dell’altro e fanno sesso.

Come trasformare una soap opera in opera d’arte

Ammettiamolo, a noi James Franco piace anche perché fa General Hospital. Ha iniziato che era già famoso (è entrato nel cast nel novembre del 2009), ha smesso per un breve periodo, e poi è tornato. Oltre che per l’accettare un ruolo in una soap opera a scapito di molte altre cose che potrebbe e saprebbe fare, lo amiamo perché all’ultimo giro di riprese si è presentato sul set con una piccola troupe. E mentre intorno a lui si girava General Hospital, lui s’è fatto un film tutto suo. Il film si chiama Francophrenia (or: Don’t Kill Me, I Know Where the Baby Is), lo ha codiretto insieme a Ian Olds, ea d è una via di mezzo tra uno psychothriller e un documentario. Le immagini le trovate tra i tweet del Tribeca Film Festival, dov’è stato appena presentato.

Come trasformare se stessi in arte

Grazie al Moca rivedremo James Franco nei panni di James Dean. Aprirà il 15 maggio in un nuovo spazio del Museo d’Arte Contemporanea di Los Angeles (il negozio JF Chen, al 941 di North Highland Avenue) una collettiva ideata dall’attore e ispirata a Gioventù bruciata. Poco più di dieci anni dopo avere interpretato James Dean nel film tv diretto da Mark Rydell, James Franco torna a vestire i panni dell’amato attore nelle foto e nelle opere degli artisti Douglas Gordon, Harmony Korine, Damon McCarthy, Paul McCarthy, Terry Richardson, Ed Ruscha e Aaron Young. Pensata come un omaggio al film di Nicholas Ray più che a Dean, Rebel reinterpreta il film e il suo making of in chiave contemporanea. In mostra vecchi e nuovi video a tema diretti da Franco: da Sal (un omaggio al coprotagonista di Gioventù bruciata Sal Mineo, presentato nel 2011 a Venezia) al recentissimo The Death of Natalie Wood (su Youtube).

Non ci facciamo mancare niente

Vi state chiedendo se Franco sa anche cantare? Fate bene, e anche questa risposta arriva con un tweet. È il fan blog italiano James Franco Italia a farci partecipi della notizia che James ha scritto, cantato e registrato una canzone. La canzone è anche bellina. Parla della madre e del padre, Betsy e Doug, che si sono incontrati e innamorati a Stanford quand’erano studenti. Si chiama Love in the Old Days, Amore ai vecchi tempi.

Diventa “fucker” di te stesso

James Franco è un grande attore, un bravissimo regista, un ottimo scrittore e un artista di successo. In qualunque cosa si cimenti, riesce. E non c’è alcuna ironia in queste parole. Sana invidia piuttosto, come per chiunque sappia fare tutto e bene. James Franco è anche su Twitter, dove è parco di parole e prodigo di immagini. James Franco posta quasi solo foto di stesso, e qualche video. Delle sue amiche o delle vernici a cui ha presenziato. Anche nei social network James Franco ha una sua eleganza. Gli viene bene anche quello. Volete essere come lui? Provate così: smettete di perdere tempo scrivendo inutili parole su Twitter, Fb e simili. Usateli come mezzi per promuovere la vostra immagine. Fotografatevi, postate le foto, e restate in silenzio. Ignorate i commenti degli altri. Soprattutto, non concedete interviste. Mai. E chi ha altre domande si risponda da sé.

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