Harrison Ford Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/harrison-ford/ un blog di approfondimento culturale Tue, 10 Oct 2017 09:44:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Harrison Ford Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/harrison-ford/ 32 32 Blade Runner 2049: Casa ricordi https://minimaetmoralia.it/cinema/blade-runner-2049-casa-ricordi/ https://minimaetmoralia.it/cinema/blade-runner-2049-casa-ricordi/#respond Tue, 10 Oct 2017 06:00:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35264 di Rosario Sparti

“We look at the world once in childhood.
The restismemory.”
Louise Glück

Piove. Io e mia madre ci stiamo tenendo per mano. Scendiamo una scalinata che porta verso il centro storico di una città dell’ex Jugoslavia; precipitosamente stiamo cercando di tornare al nostro albergo. Un’anziana signora ci osserva affacciata a un balcone, poi tutto di un tratto appare davanti a noi e offre il suo ombrello per ripararci dalla pioggia. Mia madre accetta di buon grado. Sta piovendo intensamente, una pioggia talmente fitta da rendere invisibile ciò che ci circonda. Eppure, scalino dopo scalino, continuiamo a scendere. La scalinata sembra infinita ma siamo contenti: ci guardiamo negli occhi e sorridiamo.

L'articolo Blade Runner 2049: Casa ricordi proviene da Minima et Moralia.

]]>
Blade Runner 2049

di Rosario Sparti

“We look at the world once in childhood.
The restismemory.”
Louise Glück

Piove. Io e mia madre ci stiamo tenendo per mano. Scendiamo una scalinata che porta verso il centro storico di una città dell’ex Jugoslavia; precipitosamente stiamo cercando di tornare al nostro albergo. Un’anziana signora ci osserva affacciata a un balcone, poi tutto di un tratto appare davanti a noi e offre il suo ombrello per ripararci dalla pioggia. Mia madre accetta di buon grado. Sta piovendo intensamente, una pioggia talmente fitta da rendere invisibile ciò che ci circonda. Eppure, scalino dopo scalino, continuiamo a scendere. La scalinata sembra infinita ma siamo contenti: ci guardiamo negli occhi e sorridiamo.

A distanza di tempo questa scena di tanto in tanto mi ritorna in mente. Avrò avuto cinque o sei anni quando ho visitato quei luoghi però solo di recente, spaventato dall’idea che fosse una fantasticheria, ho trovato il coraggio di chiedere ai miei genitori di quel viaggio: non sapevano di quale città stessi parlando, probabilmente Dubrovnick oppure Spalato, invece si ricordavano di una tremenda giornata di pioggia. E se la lunghezza di quella scalinata è stata certamente esagerata dalla prospettiva del bambino, e gli eventi che hanno generato quell’immagine forse sono stati alterati dalla memoria, ormai quell’istante del passato fa parte di me.

Potrebbe essere il ricordo di un ricordo, non importa, contiene una sensazione di conforto che fatico ad allontanare. Siamo fatti della somma dei ricordi che negli anni abbiamo raccontato a noi stessi: ci fanno sentire meno soli, rievocano la sensazione di essere stati amati.

Ma è davvero importante che un ricordo sia stato realmente vissuto? Blade Runner 2049 sembra dirci di no. Anche se non è reale, anche se non appartiene alla nostra esperienza sensoriale, c’è una ragione se un ricordo si trova nella nostra mente. Fa parte integrante della nostra identità. È ciò che ci definisce e rende quel che siamo. Le reminiscenze non sono file salvati in archivi e immutabili nel tempo, sono storie che si scrivono giorno per giorno seguendo la fantasia del Sé narratore, sceneggiature per film da proiettare nella mente.

D’altronde, la memoria è il materiale cinematografico per eccellenza, adatta a essere modellata a piacimento per raccontare una storia nella versione che preferiamo, secondo prospettive che divergono (Rashomon) oppure si sovrappongono (Hiroshima Mon Amour), assemblando frammenti da interpretare (La Jetée) o presentando rivelazioni in grado di sconvolgerci la vita. Così, allo stesso modo di Rosebud per Charles Foster Kane, in Blade Runner 2049 un cavalluccio di legno è il simbolo di un ricordo persistente che diventa un’ossessione per K, un detective cacciatore di replicanti che finisce per interrogarsi dolorosamente sulla propria natura. Perché un dubbio coltivato nell’interiorità all’improvviso si palesa ai suoi occhi come segreto da custodire: l’essenza della sua persona si nasconde nel ricordo di quel che è stato. Poco importa che quel ricordo sia prefabbricato, trapiantato nella sua memoria come accade per ogni replicante. La sua infanzia gli sussurra che potrebbe essere quasi umano. Potrebbe avere un’anima.

bladerunner-ryangosling

Nel cortometraggio Black Out 2022, che ha anticipato l’uscita in sala di Blade Runner 2049, abbiamo assistito al clamoroso blackout che nell’universo del film ha causato la perdita di tutte le informazioni digitali; qualunque dato che era stato salvato su dispositivi elettronici è scomparso o rimasto danneggiato dopo l’arrivo di questa sorta di Millennium Bug. Ogni ricordo dei replicanti è stato compromesso. Tutta la memoria digitale del mondo è stata cancellata, i frammenti rimasti conservati in teche. Pensate se la stessa cosa accadesse nel nostro mondo.

Un ricordo assume valore solo quando possiamo riconoscerlo, raccontarlo a noi stessi o agli altri, andargli incontro nel tentativo di rivivere per l’ennesima volta quell’esperienza; e a quel punto riconoscere noi stessi provando un dolce sollievo. È questo che ci aiuta a sopravvivere. Ed è questo che spinge la dottoressa Ana Stelline, la madre dei ricordi dei replicanti, nella sua faticosa attività creatrice così vicina al lavoro di Dio: confinata dentro una camera sterilizzata a causa di un disturbo del sistema immunitario, costretta a produrre in serie flashback fantastici, da vera narratrice della storia progetta nuovi ricordi per vivere emozioni reali e ricordare a se stessa che è viva.

Pur consapevole dei rischi dell’autoinganno, Ana, per cercare di dare un senso all’esistenza dei replicanti e anche alla propria, utilizza la sua fantasia e i ricordi vissuti da qualcun altro, persino le memorie tormentate di bambini asserviti al lavoro in fabbrica (gli stessi ragazzini che interrogavano moralmente lo sguardo dello spettatore nel prologo di La donna che canta?) . La fuga è impossibile per lei – reclusa nel suo mondo – e per K – succube della sua natura di replicante – ma per entrambi la sopravvivenza proviene dalla nostalgia di un momento che presumibilmente non hanno mai vissuto. Lo sanno bene gli uomini del 2049, che usano quest’arma per ammansire i replicanti e renderli la miglior forza lavoro possibile. Esseri incapaci di sognare una rivoluzione, schiavi dei ricordi di un passato che finisce per renderli schiavi di loro stessi.

“Beh, in quel momento io sono stato felice. E non ho tanto desiderio di tornare nel ventre materno, e tutte quelle storie, no. Però di tornare lì, me bambino, con quelle due borse a tracolla, sì. Certo, per tornare lì devo passare di là.”, affermava inquieto Michele Apicella rievocando la sua sgradita infanzia sportiva in Palombella Rossa. Una forma di regressione che non è semplicemente “nostalgia dell’infanzia”, secondo le parole di Emiliano Morreale, bensì lo “strazio di un presente che si vive senza coscienza e dunque senza memoria”[1]; per questa ragione – al fine di sottrarre i replicanti dall’ansia divorante di una vita senza passato e confondere il loro senso di realtà –che la Tyrell Corporation prima e poi la Wallace Corporation hanno regalato ai Nexus un archivio di memorie irreali.

Come suggeriva Blade Runner, i ricordi sono il fulcro dell’esistenza: senza memorie, il presente è incomprensibile; ed è questa la giustificazione che fin dall’inizio ha motivato le azioni delle due società, entrambe interessate a trasformare i ricordi in uno strumento di controllo allo scopo di poter governare meglio. Si tratta d’illusioni che procurano un facile appagamento, in grado di placare l’insicurezza e far disinteressare al futuro, una bolla oppiacea che ricorda da vicino la vita di chi nel 2017 si rifugia nel tepore di uno ieri idealizzato.

blade elvis

A differenza del film di Ridley Scott, Blade Runner 2049 difatti non guarda al futuro ma riflette il contemporaneo: un oggi che ha le sembianze di un polveroso, consolante passato. Lo fa attualizzando le tematiche del suo predecessore, senza cadere nel trabocchetto della rievocazione nostalgica di cui invece mette in luce le ombre;la rappresentazione di Las Vegas come città dei ricordi ancorata ai favolosi anni ’60, palcoscenico di sogni spezzati e amori perduti, è la testimonianza dello sguardo disincantato di Villeneuve.

Il film è un lento climax, in cui K cerca se stesso tra le pieghe di un ricordo lontano, che trova il suo apice nel ritrovamento di un uomo apparentemente scomparso,in realtà nascosto tra simulacri e fantasmi del tempo che fu, costretto all’isolamento come Ana Stelline per proteggere se stesso e conservare la speranza di un nuovo domani. Qui sta la differenza tra lui e gli altri: non è schiavo dei ricordi, non gli basta il conforto della voce di Frank Sinatra per lenire il suo dolore, perché conosce la differenza tra uno sguardo sincero e uno privo di anima. Può gridare di sapere cos’è reale e cosa non lo è, ma anche lui sa che per tornare lì deve passare di là.

Nel mondo post-apocalittico descritto dal regista canadese, popolato da individui solitari che vivono rinchiusi nei loro appartamenti, ogni pubblicità assicura gioia e piacere; gli abitanti della Los Angeles del 2049 sono sommersi da promesse di questo genere. In un mondo simile, manovrato dalla menzogna, è dura guardarsi dentro e riuscire a riconoscere che la propria vita è distante da qualsiasi forma di autenticità. “Comunque sei stato fortunato, comunque quella donna fa parte di te, del tuo passato. Pensa se invece ti fosse apparso qualcuno che non avevi mai conosciuto, ma solo pensato, immaginato.”, si diceva in Solaris.

Blade-Runner-2049

E così neanche l’amore di Joi, ologramma “umano più di un umano” programmato per soddisfare tutti i desideri, pare essere sufficiente per placare il tormento esistenziale di K.Sono ormai lontani i baci romantici tra Deckard e Rachel. Ora la pioggia è diventata neve. Tutti i ricordi sono falsi, eppure tutti i ricordi contengono una verità. Ciò che conta è poter percepire al loro interno qualcosa di autentico. “Siamo tutti alla ricerca di qualcosa di reale”, dice il tenente Joshi a K, svelando una fragilità interiore che non conosce distinzioni di alcun tipo,  da quell’istante inizia per il replicante un viaggio verso la ricerca della sua verità. Qualunque essa sia. Non resta dunque che metterci in cammino alla ricerca della nostra verità.

Da qualche giorno ho iniziato a cercare su Google Maps quella scalinata discesa con mia madre. Non l’ho ancora trovata.

[1] Emiliano Morreale, L’invenzione della nostalgia: il vintage nel cinema italiano e dintorni, Donzelli Editore, p.179

L'articolo Blade Runner 2049: Casa ricordi proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cinema/blade-runner-2049-casa-ricordi/feed/ 0
La figlia di Leila. Sulla desolante mancanza di donne in Star Wars Episodio VII https://minimaetmoralia.it/cinema/star-wars-episodio-vii/ https://minimaetmoralia.it/cinema/star-wars-episodio-vii/#comments Sat, 31 May 2014 10:18:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21116 di Francesca Falchi

Il 29 di aprile J.J. Abrams ha annunciato il cast di Star Wars Episodio VII, che uscirà nelle sale il 18 dicembre dell’anno prossimo. Del vecchio cast torneranno Harrison Ford, Carrie Fisher, Mark Hamill, Kenny Baker, Anthony Daniels e Peter Mayhew (cioè Han Solo, Leila, Luke, R2-D2, C-3PO e Chewbacca). Le nuove leve sono John Boyega, Daisy Ridley, Adam Driver, Oscar Isaac, Domhnall Gleeson, Max von Sydow e Andy Serkis, l’uomo del motion capture, quello che dava vita a Gollum ne Il Signore degli Anelli. Dato lo stupore di Abrams di fronte alle critiche, c’è da immaginare che con  un attore nero, un ispanico e ben due donne si sentisse in una botte di ferro.

L'articolo La figlia di Leila. Sulla desolante mancanza di donne in Star Wars Episodio VII proviene da Minima et Moralia.

]]>
NH366b6c_leia

di Francesca Falchi

Il 29 di aprile J.J. Abrams ha annunciato il cast di Star Wars Episodio VII, che uscirà nelle sale il 18 dicembre dell’anno prossimo. Del vecchio cast torneranno Harrison Ford, Carrie Fisher, Mark Hamill, Kenny Baker, Anthony Daniels e Peter Mayhew (cioè Han Solo, Leila, Luke, R2-D2, C-3PO e Chewbacca). Le nuove leve sono John Boyega, Daisy Ridley, Adam Driver, Oscar Isaac, Domhnall Gleeson, Max von Sydow e Andy Serkis, l’uomo del motion capture, quello che dava vita a Gollum ne Il Signore degli Anelli. Dato lo stupore di Abrams di fronte alle critiche, c’è da immaginare che con  un attore nero, un ispanico e ben due donne si sentisse in una botte di ferro.

Dal 2005, anno in cui è uscito “la Vendetta dei Sith”, a oggi il mondo di fantasy e fantascienza è cambiato, la cultura nerd è diventata largamente mainstream e parecchio più inclusiva, e hanno raggiunto la popolarità franchise che riconoscono che una persona su due è una donna: i film di Hunger Games portano al box office più soldi di quelli di Twilight, Game of Thrones genera isteria collettiva in tutto l’Occidente, Saga di Brian K.Vaughan e Fiona Staples è la graphic novel più venduta negli Stati Uniti.

Il remake della serie tv anni ‘80 Battlestar Galactica ha trasformato quell’Han Solo dei poveri che era il tenete Scorpion nell’affascinante e insubordinata tenente Scorpion, e le prime due stagioni sono state un successo di critica e di pubblico. Perfino Peter Jackson ha maldestramente tentato di inserire una donna ne Lo Hobbit. E J.J. Abrams? Dopo essersi appropriatamente scusato per il sessismo nei suoi film di Star Trek, in cui solo due dei coprimari sono donne, ha ingaggiato solo due donne per Star Wars Episodio VII.

Le fan di Star Wars hanno fatto sentire le loro voci indignate, e Abrams ha tentato di arginare le proteste aggiungendo che ha ancora un ruolo femminile da riempire. Questo  spiegherebbe perché il regista nei mesi scorsi abbia approcciato Lupita Nyong’o e Maisie Richardson-Sellers, due attrici di colore che di certo non erano candidate al ruolo di figlia di Leila e Han, che probabilmente sarà ricoperto da Daisy Ridley. Nessuno ha confermato le voci su chi interpreterà la giovane attrice britannica nell’Episodio VII, ma è evidente che ha l’aspetto e l’età giusti per essere la figlia di Carrie Fisher (e nipote di Natalie Portman).

Non che una drastica sottorapresentazione delle donne sia una novità per Star Wars: a entrambe le trilogie di Lucas si applicava perfettamente il Principio di Puffetta, teorizzato nel ’91 da Katha Pollitt sulle pagine del New York Times, secondo il quale un film, libro, serie tv o altro prodotto culturale non indirizzato ad un pubblico esclusivamente femminile, tendenzialmente avrà una sola femmina nel cast.

Sia Leila Organa che Padme Amidala erano le sole donne in un gruppo di uomini, e attiravano l’interesse romantico del protagonista, assicurandoci che, nonostante i vertiginosi livelli di bromance, il nostro eroe non sarebbe passato al lato omo della Forza.
La principessa Leila, con un blaster per mano e la sua pettinatura iconica ispirata al Messico di Pancho Villa, è stata uno degli idoli della mia infanzia.

È vero che si ritrovava seminuda e attaccata a una catena a fare la velina per un camorrista spaziale a forma di lumaca gigante, e che baciava entrambi i suoi compagni di avventure, serenamente ignara del fatto che uno dei due fosse il suo fratello gemello, però era sveglia e risoluta, sparava come nessun altro, e uccideva lei stessa il lumacone mafioso. In generale, Leila faceva una figura molto migliore della povera Padme Amidala, che era senza dubbio partita come una signorina piena di risorse, per poi restare incastrata in una relazione in cui era perfettamente chiaro chi avesse la spada laser dalla parte del manico, e essere quindi relegata al ruolo di innamorata sofferente di quel frat boy con le turbe che era Darth Vader da giovane.

Io, da piccola nerd che consumava i VHS di Guerre Stellari, non mi sono mai sentita in minoranza, nonostante, stando ai film, il numero di ragazze nello spazio ammontasse a “una per volta”. Questo grazie all’ Universo Espanso. L’Universo Espanso (in breve UE) è costituito da tutti gli spin-off per la tv, i romanzi, i fumetti e i videogiochi ambientati nell’universo di Guerre stellari; storie create da gente a cui Lucas aveva concesso la licenza per utilizzare la sua enorme e multiforme creatura. I sei film erano dettagliatissimi e ricchi di spunti che non venivano sviluppati, pianeti che non venivano esplorati, individui curiosi della cui storia si sapeva poco o niente: l’UE riempiva gli spazi vuoti e, al contrario di quanto succedeva per le altre saghe sci-fi di successo come Star Trek e il Dottor Who, l’Universo Espanso di Guerre Stellari era canonico. Cioè, quello che succedeva nell UE succedeva “veramente” nel mondo di Star Wars, a meno che non confliggesse apertamente con gli avvenimenti dei film.

Le apprendiste jedi tentate dal lato oscuro, le sith in cerca di redenzione, le gelide droidi programmate per uccidere e le scalcagnate cacciatrici di taglie erano cittadine ufficiali della galassia lontana lontana di Lucas, tanto quanto Leila e Luke. Se qualcuna colpiva l’attenzione del regista, che non ha mai disdegnato attingere idee dall’UE, poteva anche fare una breve apparizione in uno dei film, come la maestra jedi Aayla Secura.

Per 35 anni l’UE è stato uno spazio creativo aperto. Poi la Disney ha comprato la Lucasfilm, e lo scorso 25 aprile ha rilasciato un comunicato stampa che proclama che l’UE non è più considerato canonico, e che d’ora in avanti non ci saranno più contributi da autori esterni, ma tutto ciò che circonda Star Wars sarà gestito in prima persona dall’azienda, onde creare da zero una narrazione omogenea.
Dal prossimo anno, la licenza per pubblicare i fumetti di Guerre Stellari passerà dalla Dark Horse Comics (la casa editrice di Sin City e Hellboy) alla Marvel, che la Disney ha comprato nel 2009. La serie animata Clone Wars, che vedeva protagonisti Anakin Skywalker e la sua apprendista padawan Ashoka Tano, e andava in onda su Cartoon Network, è stata cancellata, e a partire da quest’autunno sarà sostituita da “Star  Wars: Rebels” su Disney XD.

Ormai sono ragionevolmente rassegnata al fatto che Topolino comprerà tutto quello che amo e lo renderà un po’ più carino. Anche sull’UE, che era la porta attraverso cui la diversità entrava in Star Wars, si stenderà il pensiero unico Disney.

E la figlia della principessa Leila, Jaina Solo, già conosciuta e amata dalla fanbase dell’Universo Espanso? Anche nei nuovi film sarà un’Arya Stark interstellare, meccanico, apprendista jedi e pilota spericolata? La Jaina dell’EU ha avuto un’insegante pericolosa e carismatica come Mara Jade Skywalker, e compagne leali e avventurose come la compagna d’accademia Tenel Ka e Mirta Gev, degna nipote del famigerato cacciatore di taglie Boba Fett, mentre questa piccola principessa Disney sembra destinata a essere l’ennesima Miss Universo per assenza di concorrenza.

L'articolo La figlia di Leila. Sulla desolante mancanza di donne in Star Wars Episodio VII proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cinema/star-wars-episodio-vii/feed/ 7