Hayao Miyazaki Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/hayao-miyazaki/ un blog di approfondimento culturale Mon, 22 Jan 2018 14:46:16 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Hayao Miyazaki Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/hayao-miyazaki/ 32 32 Il giovane robot di Sakumoto Yosuke https://minimaetmoralia.it/letteratura/giovane-robot-sakumoto-yosuke/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/giovane-robot-sakumoto-yosuke/#respond Mon, 22 Jan 2018 14:46:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36013 Preparatevi a un viaggio nel mondo di un giovane robot. Ci riferiamo a quello creato dalla mente di Sakumoto Yosuke, scrittore trentaquattrenne che da più di quindici anni combatte con la schizofrenia e con la profonda sensazione di diversità (nella sua accezione più negativa) che questa malattia ha piantato nella sua anima. Come spesso accade ai ‘diversi’, la lettura prima e la scrittura poi, sono diventati per Sakamoto il luogo della ricerca di un mondo ‘più aperto’ del proprio in cui trovare un posto.

L'articolo Il giovane robot di Sakumoto Yosuke proviene da Minima et Moralia.

]]>
h-heyerlein-199082

Preparatevi a un viaggio nel mondo di un giovane robot. Ci riferiamo a quello creato dalla mente di Sakumoto Yosuke, scrittore trentaquattrenne che da più di quindici anni combatte con la schizofrenia e con la profonda sensazione di diversità (nella sua accezione più negativa) che questa malattia ha piantato nella sua anima. Come spesso accade ai ‘diversi’, la lettura prima e la scrittura poi, sono diventati per Sakamoto il luogo della ricerca di un mondo ‘più aperto’ del proprio in cui trovare un posto.

crunch

Tutto è iniziato con la pubblicazione sul portale CRUNCH MAGAZINE di estratti della storia di un robot dalle fattezze umane così perfette da sembrare un qualsiasi quindicenne e frequentare la terza media in una scuola giapponese (il sistema scolastico nipponico prevede 6 anni di elementari, 3 di medie e 3 di superiori). Tezaki Rei (questo il nome del robot) inizia così a osservare la valanga di pubescenza con cui si trova a convivere e, da bravo robot, raccoglie ogni tipo di informazione per decifrare le regole di quel sistema sociale. Missione tutt’altro che facile e non solo per un robot. L’amicizia, l’amore, la paura, l’irruenza e la caparbietà che scandiscono le giornate di un adolescente ci vengono descritte da Rei come rompicapi che fanno surriscaldare i suoi circuiti, rischiando di farne fallire la missione: solo decodificando questi comportamenti, il professor Mojima Jiro, esperto di robotica, potrà produrre il robot perfetto che servirà al meglio gli esseri umani (Asimov insegna). Andando avanti nella storia, il lettore scoprirà che proprio la necessità di voler soddisfare ogni aspettativa degli esseri umani che ha di fronte, porterà il giovane robot a deluderli. Rei (che in giapponese significa zero) capirà che annullarsi pur di piacere agli altri (perché fin dall’inizio sembra questa la sua missione) può portare solo all’autodistruzione. Il giovane robot entrerà in crisi e inizierà a porsi le domande su se stesso che aveva sempre evitato, rivelando una natura molto più umana delle persone con cui si confronta.

Il giovane robot è un romando di formazione che riesce, fin dalle prime pagine, a far tifare il lettore per il suo protagonista, sfatando molti falsi miti sulla competitività del sistema educativo e sociale giapponese, ma è anche un osservatorio privilegiato sulla società che ci circonda e sul desiderio di piacere che l’attanaglia, desiderio che, se non soddisfatto, porta alla flagellazione (di se stessi o degli altri), risucchiando nel silenzio ogni possibilità di vivere il presente. Solo quando entrerà in scena Sago, ragazza innamorata del giovane robot che si interesserà a lui per quello che nasconde e di cui si vergogna, Rei si riapproprierà della sua vita e il lettore scoprirà che, in perfetto stile pirandelliano, niente è come sembra.

Con uno stile essenziale, che abolisce ogni gioco linguistico, Sakumoto riesce a far percepire in ogni pagina la necessità di raccontare questa storia che nasce sì dalla sua esperienza personale di solitudine, ma diventa ben presto universale, trasformandosi in passione, rivalsa, bisogno di condivisione. Sentimenti che tutti abbiamo provato e combattuto, non solo nell’adolescenza. Il lettore è sempre dalla parte di Rei e per questo è disposto a sopportarne anche le ossessioni, a cominciare da una sfrenata passione per il pingpong, unita alla necessità di descriverne con improvvisa e tenace precisione ogni scambio e ogni regola, a scapito del ritmo della narrazione. Il protagonista del romanzo Il giovane robot (pubblicato in Italia da edizioni e/o – traduzione dal giapponese di Costantino Pes), con la sua abilità di funambolo delle emozioni che cerca di evitare ogni contatto con gli esseri umani riuscendo solo a peggiorare la situazione, e la sua caparbietà nell’esplorare mondi paralleli che solo lui può vedere, sembra uscito fuori dalle pagine di un romanzo di Lewis Carroll o di Diana Wynne Jones ed è quindi perfetto per trasformarsi in un personaggio di un film di Hayao Miyazaki. Chissà che non lo diventi.

L'articolo Il giovane robot di Sakumoto Yosuke proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/giovane-robot-sakumoto-yosuke/feed/ 0
La notte dei Giardini. In margine al libro “Dalla parte di Alice” https://minimaetmoralia.it/cinema/la-notte-dei-giardini-in-margine-al-libro-dalla-parte-di-alice/ https://minimaetmoralia.it/cinema/la-notte-dei-giardini-in-margine-al-libro-dalla-parte-di-alice/#respond Wed, 03 Feb 2016 13:00:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29831 Pubblichiamo una recensione del libro di Paolo Pecere Dalla parte di Alice. La coscienza e l'immaginario (Mimesis), realizzato a partire dalla rubrica ospitata su minima&moralia.

di Niccolò Argentieri*

1. Dalla parte di Alice è insieme un libro filosofico sull'immaginario e un percorso di saggi critici su film e romanzi, collegati da un filo conduttore tematico, che l'autore individua nella storia di Alice di Lewis Carroll. L’intero volume insegue la formulazione, e la soluzione, di un enigma etico/psicologico che impegna sia i capitoli di natura più teoretica e concettuale (l’introduzione e le due appendici storiche e lessicali), sia la parte centrale del libro, più ampia, dedicata all’analisi delle opere che, in modo più esplicito o significativo, si connettono al motivo dominante del lavoro – e che, in quanto variazioni sul tema dell’Alice di Lewis Carroll, costituiscono il percorso fenomenologico costruito da Pecere.

L'articolo La notte dei Giardini. In margine al libro “Dalla parte di Alice” proviene da Minima et Moralia.

]]>
73humpty

Pubblichiamo una recensione del libro  di Paolo Pecere Dalla parte di Alice. La coscienza e l’immaginario (Mimesis), realizzato a partire dalla rubrica ospitata su minima&moralia.

di Niccolò Argentieri*

1. Dalla parte di Alice è insieme un libro filosofico sull’immaginario e un percorso di saggi critici su film e romanzi, collegati da un filo conduttore tematico, che l’autore individua nella storia di Alice di Lewis Carroll. L’intero volume insegue la formulazione, e la soluzione, di un enigma etico/psicologico che impegna sia i capitoli di natura più teoretica e concettuale (l’introduzione e le due appendici storiche e lessicali), sia la parte centrale del libro, più ampia, dedicata all’analisi delle opere che, in modo più esplicito o significativo, si connettono al motivo dominante del lavoro – e che, in quanto variazioni sul tema dell’Alice di Lewis Carroll, costituiscono il percorso fenomenologico costruito da Pecere.

In termini teorici, tale motivo dominante, l’interrogativo che assedia le pagine del volume, ammette una formulazione piuttosto chiara. Essa chiama in causa, quale ambito concettuale di riferimento, la riflessione sul nucleo immaginario della realtà e sulla componente narrativa, finzionale, che interviene nella costruzione dell’identità personale. Di fronte a questa ineliminabile ambivalenza del reale, l’alternativa che si presenta è al tempo stessa nitida e inafferrabile, perché se è vero che la costituzione dell’esperienza implica, come condizione essenziale, un’imprevedibile apertura nei confronti dell’immaginario, è anche vero che l’esperienza «non può mai ridursi ad esso, poiché allora non sarebbe più esperienza, ma fissazione in immagine e patologico smarrimento del senso della realtà» (pag. 19).

La domanda coinvolge dunque l’urgenza di un Come fare?, quasi la segreta ricetta di un equilibrio esistenziale: cosa possiamo, o dobbiamo, fare di fronte alla seduzione dell’immaginario, al suo ruolo costitutivo, alla sua funzione di rottura dell’ordine istituzionale rappresentato da ciò che siamo disposti a chiamare realtà – rottura che va a costituire «la radice comune di formazioni patologiche e libere creazioni poetiche» (p. 67)? Esiste una guida, una chiave normativa che possa garantire protezione dai pericoli di una fuga definitiva, distruttiva, nel mondo creato dall’immaginazione e, al tempo stesso, aprire alla parallela necessità di non negarsi al ruolo costitutivo e creativo del passaggio attraverso l’immaginario? Come spiega Pecere nel corso della mirabile e illuminante analisi de La città incantata, capolavoro di Hayao Miyazaki (infaticabile custode del confine e dell’equilibrio tra mondi virtuali e mondi immaginari): «un punto essenziale di questa situazione, che sfugge a ogni riduzione precettistica, è che, se le fantasie possono dare assuefazione, esse sono nondimeno indispensabili: l’apocalisse dell’immaginario, se fosse realizzata fino in fondo, trascinerebbe con sé anche il reale; il mondo reale ha bisogno del mondo immaginario, non può abolirlo, ma può padroneggiarlo» (p. 85; corsivi nel testo).

In definitiva, nei termini psicoanalitici richiamati dal libro, l’interrogativo proposto come motivo dominante dell’indagine di Pecere può essere così formulato: cosa possiamo o dobbiamo fare affinché la funzione salvifica della rielaborazione immaginativa del trauma non scivoli nel suo doppio ossessivo, nella ripetizione coatta che imprigiona l’esistenza in un teatro non più governabile dall’io?

2. Indubbiamente, il senso di un tale dilemma, dunque la chiave di lettura del libro di Pecere, si lega strettamente a questa formulazione teorica dell’interrogativo e, dunque, alla cornice storica e concettuale esposta nel capitolo introduttivo e nei due capitoli conclusivi.

Tuttavia – e in questa contrapposizione risiede probabilmente l’aspetto più importante e avvincente del libro – la sua formulazione più appropriata è quella che Pecere affida alla “favola con due finali” narrata nell’introduzione (pp. 14-17). Si tratta di un breve racconto incentrato sulla vicenda di due fratelli, Giovanni e Nikki, appassionati compagni di giochi nell’infanzia, che il narratore ritrova da adulti come protagonisti di destini molto diversi: fragile, elusivo, reduce da soggiorni in una clinica psichiatrica, Giovanni; felice, consapevole, e ben disposta a parlare del passato, Nikki. Di nuovo, la domanda che la storia ci consegna è formulabile con grande chiarezza: perché?, «perché mai Giovanni finì male, e Nikki finì bene?» (p. 17). È una domanda a cui è difficile sottrarsi, poiché interroga in qualche modo il rischio che sentiamo come compagno segreto delle nostre vite, l’altro che avremmo potuto essere, che forse non siamo e che potremmo diventare in qualsiasi momento, come effetto indeterministico di eventi imprevedibili: «A quali condizioni l’immaginazione è la fonte della massima libertà della nostra esperienza, di una creatività che dona sempre nuovo senso alle cose, e quando, al contrario, risulta essere un possibile luogo di chiusura, costrizione, ripetizione di schemi che girano a vuoto, senza più nessun radicamento nel reale?» (p. 17).

Ovviamente, la formulazione narrativa dell’interrogativo inseguito dal libro non consiste nella ripetizione extra-testuale, a storia conclusa, della stessa domanda proposta nel contesto e nel linguaggio delle teorie sull’immaginario. La questione è più sottile e sfumata: la domanda non è una domanda teoretica, dunque non è quello della teoria il linguaggio adeguato alla sua formulazione più propria. Qualsiasi tentativo di dire il dilemma che si sta cercando di inquadrare ne rappresenta inevitabilmente una forzatura e un tradimento. In primo luogo, perché il dilemma ci riguarda individualmente, non nella nostra appartenenza di genere: la generalità costitutiva del concetto rende impossibile dire senza residui il mistero essenziale inseguito dall’interrogativo che prova a definire la soglia che separa fisiologia e patologia dell’immaginario. In secondo luogo, perché proprio questa soglia, per definizione luogo dell’ambivalenza e della coesistenza paradossale, sembra rifiutare la logica binaria della parola/concetto: qualsiasi contrapposizione semantica e ontologica tra salvezza e dannazione dell’io chiamerebbe in causa «una netta dicotomia tra immaginario e reale che contiene un elemento di verità, ma non è sufficiente a dar conto del contenuto della nostra esperienza» (p. 287).

Così, sia pure a un livello diverso da quello della caratterizzazione concettuale, la narrazione e la messa in scena si rivelano più adatte a dar conto dei tratti essenziali di un’esperienza profondamente individuale, qual è l’esperienza chiamata in causa dalla relazione con l’immaginario.In definitiva, domanda e risposta, enigma e soluzione, devono essere raccontati, mostrati, messi in immagine. Con scelta terminologica molto felice, Pecere ribadisce un tale ruolo di supporto della narrazione rispetto alla riflessione teorica affermando, in riferimento a The master di Paul Thomas Anderson, che «il film formula – per meglio dire: ci inocula, come solo una narrazione può fare – una domanda» (p. 257).

Percorrendo la trama del racconto, seguendo le immagini del film, affianchiamo al soggetto protagonista della storia della nostra vita, la storia che siamo, un soggetto spettatore che vede nelle storie narrate ciò che la storia vissuta gli nasconde. E questo sdoppiamento sembra consentire uno spazio di comprensione la cui geometria meglio si adatta ad assorbire e riconfigurare in modo efficace e sensato gli aspetti contraddittori o paradossali dell’esperienza quotidiana. Si tratta, in altri termini, di «trovare alcune opere esemplari, capaci di orientare una riflessione sull’esperienza dell’immaginario, portandola via dalle secche di una riflessione astratta» (p. 304).

(D’altra parte, la convivenza, l’osmosi tra la generalità linguistica della filosofia e l’individualità esemplare dell’arte, della narrazione in particolare, caratterizza passaggi fondamentali nella storia del pensiero. Basti pensare ai dialoghi platonici, che affidano a brevi narrazioni mitiche la genesi di parole e immagini strettamente funzionaliall’esposizione teorica; al ruolo di sostegno assunto dalla tragedia nei confronti della filosofia pratica della Grecia classica; e a quello dei grandi romanzi filosofici – Proust, Musil, Mann, Kafka, Woolf – per l’impegno ricostruttivo e decostruttivo del Novecento).

3. Le opere individuate e proposte da Pecere per sostenere, o sostituire, la riflessione astratta sull’immaginario sono molte. Si tratta di romanzi e filmche, secondo modalità diverse e differenti livelli di intenzionalità e consapevolezza, esibiscono i profili del dilemma che determina e accompagna il percorso del libro.

Così, le prime due sezioniincludono l’analisi di opere nelle quali emerge con particolare nettezza il tema della soglia tra reale e immaginario: come soglia compresa e custodita (La città incantata); come soglia varcata per sempre, che racchiude la narrazione di un mondo del tutto fantastico, privo di aperture verso il reale (Lo Hobbit, Il signore degli anelli); come soglia smarrita perché non più riconosciuta, non più in grado di indicare la strada del ritorno alla realtà (Don Chisciotte, Madame Bovary).

Nei romanzi di Nabokov (Lolita, ovviamente, e Fuoco pallido, esaminati nella terza sezione) il rischio dell’immaginario – la seduzione esercitata dalle immagini, la fissazione feticistica per la rappresentazione figurale che si trasforma in prigione – diventa un elemento fondamentale della narrazione. Lolita ci viene incontro come un Alice che, vittima di cinismo e patologie altrui, smarrisce la via del ritorno: «Per tutta la vicenda Dolores è vittima di un tentativo di fare di lei un personaggio, portatore di valori idealizzati della sua giovane bellezza, e in un modo o nell’altro viene violentata in nome di una messa in scena» (p. 153).

La complessità delle letture che Pecere propone di altre opere cinematografiche, nella quarta sezione del libro – film di consumo (Twilight, Avatar) e capolavori del cinema d’autore (Herzog, Lynch, Kubrick, Paul Thomas Anderson) – non può evidentemente essere qui restituita. Soprattutto, non può essere restituito il modo in cui, progressivamente, attraverso queste letture, l’enigma del rapporto con l’immaginario si dispiega e acquista complessità. Il percorso fenomenologico proposto da Pecere, al contrario della trattazione teoretica, non può essere sostituito o riassunto; può, e deve, essere replicato, rivissuto, mediante la lettura e il personale confronto interpretativo.

4. Da una tappa di questo percorso, la scena finale della versione cinematografica di Shining, traiamo un ultimo elemento di riflessione, che permetterà di condurre anche queste note alla loro conclusione. Con l’immagine di Jack Torrance congelato nel labirinto che lo ha intrappolato (perché Jack, al contrario di (Danny)/Alice, «la bambina che sa entrare e uscire dal mondo immaginario» (pag. 304), non è riuscito a trovare la strada per riemergere dal mondo della rielaborazione finzionale del reale), si realizza tragicamente il contenuto del contratto che Torrance ha firmato con il direttore dell’albergo: «In questo patto, sottoscritto per garantirsi pace e eternità, Torrance ha accettato di immergersi in un sempre in cui – perseguitato dai fantasmi del passato – di fatto smarrirà la propria individualità e la propria anima» (p. 202).

Di nuovo, siamo posti di fronte alla natura ambivalente, pericolosamente ambivalente, dell’immaginario. (E il corpo ibernato di Jack riporta alla mente La Regina della Neve, la splendida favola di Andersen, che di questa natura ambivalente propone una versione toccante e indimenticabile: l’eternità, il per sempre che definisce il tempo sospeso dell’immaginario,può essere la prigione nella quale la Regina della Neve sequestra il cuore del bambino colpito dalle schegge dello specchio demoniaco, oppure rivelarsi come la parola che, se composta, potrà restituire a quel cuore paralizzato la capacità di amare e giocare).

Il “per sempre” che trasforma l’immaginario in uno scenario immobile e senza tempo risuona anche nell’altro grande capolavoro della letteratura vittoriana per l’infanzia, il Peter Pan di Barrie– non incluso da Pecere tra le opere esemplari e, proprio per questo, particolarmente adatto a chiudere queste note di lettura, perché dimostra con un esempio ulteriore e fondamentale il valore analitico del paradigma proposto nel volume. Mi riferisco, in particolare, alla versione più originaria e inquietante del mito, quella affidata al breve romanzo pubblicato con il titolo di Peter Pan nei Giardini di Kensington. Nella seconda parte del racconto, dopo la narrazione delle vicende che hanno scandito il processo formativo del mito Peter Pan, il punto d’osservazione del narratore si trasferisce all’esterno del territorio che ospiterà – appunto “per sempre”, come annuncia lo stesso Peter deluso dal tradimento affettivo della madre – il bambino/fantasma.

I personaggi che popolano il seguito del racconto di Barrie, e le altre versioni della storia di Peter Pan (in particolare la più nota vicenda di Wendy e della famiglia Darling), saranno dunque descritti nella loro relazione con il nucleo di eternità che abita il tempo dei Giardini, vale a dire come soggetti di un’esperienza che li porta faccia a faccia con la natura ambivalente di questa relazione.

Il primo di questi autentici viaggi nel tempo, la prima narrazione che porta al centro della scena la contaminazione del tempo dell’esistenza con il tempo sospeso e circolare dei Giardini, ha per protagonisti, ed è questo particolare che tocca da vicino il libro di Pecere e la “storia con due finali” da cui il libro prende le mosse, due fratelli: una bambina, Maimie Mannering, e Tony, il suo fratello maggiore.

Il rapporto che lega i due fratelli, e la differenza che dimostrano nell’atteggiamento di fronte alla prospettiva di un incontro con Peter Pan, costituiscono una efficace messa in scena del doppio volto dell’immaginario e del dilemma che si connette a tale ambivalenza. Maimie, spiega Barrie, di giorno è una bambina come tutte le altre, fiera del fratello maggiore e felice delle attenzioni, rare, che Tony le dedica. Però la sera, quando si fa buio, Maimie si trasforma, diventa strana, fa paura, i suoi occhi assumono un’espressione maligna e astuta. L’oggetto del terrore di Tony, oltre che dalla impressionante metamorfosi degli occhi di Maimie, è rappresentato dalla capra giocattolo (una capra finta, in un certo senso, ma evidentemente abbastanza vera, perlomeno dopo il tramonto, da spaventare Tony): un oggetto che sembra subito destinare i fratelli a due diverse modalità di relazione con Peter Pan, perché all’intimità che lega Maimie e l’animale/giocattolo si contrappongono la diffidenza e la paura che caratterizzano la reazione di Tony.

Di giorno, prima dell’orario di chiusura, durante la visita e i giochi ai Giardini, Tony torna spavaldo e sicuro di sé. Tanto che spesso ripete di volere, una volta o l’altra, rimanere nei giardini oltre l’Orario di Chiusura, la soglia temporale e metafisica che separa la realtà quotidiana dalle profondità del mondo immaginario. Maimie è ovviamente orgogliosa del coraggio che il fratello dimostra. Tuttavia, quando chiede a Tony di fissare un giorno per mettere in atto il progetto, le risposte che ottiene sono vaghe e sfuggenti, chiaramente orientate a ritardare l’avventura e a depotenziarne la minaccia.

Un giorno, così freddo che il lago è completamente ghiacciato, si crea finalmente l’occasione giusta: l’orario di chiusura dei Giardini è stato modificato. Tony e Maimie, che sono ancora abbastanza piccoli da conoscere le abitudini delle Fate, colgono immediatamente l’importanza e il significato di quell’avvenimento a prima vista così trascurabile. Ci sarà un ballo, non esiste serata migliore per superare il confine notturno dei Giardini. La consapevolezza che un rinvio non sarebbe più giustificabile è sentita con grande emozione da entrambi i bambini. Maimie si sfila la sciarpa dal collo per darla al fratello e stringe con la manina calda la mano gelata di Tony. Tuttavia, lo stato d’animo con cui i due bambini si avvicinano al momento stabilito per il gesto fatale è molto diverso: mentre il viso di Maimie è raggiante per l’attesa, quello di Tony ha «un’espressione cupa». Si avvicina la sera e il coraggio di Tony perde vigore, la sua volontà si fa incerta: ha paura, cerca motivi per rimandare. Maimie non può accorgersi di queste esitazioni del cuore di Tony perché è totalmente impegnata a prefigurare e perseguire il suo irrinunciabile progetto. Per eludere la vigilanza della bambinaia, propone a Tony di inscenare una finta gara di corsa, così che possano per qualche istante sottrarsi alla vista della governante in modo da permettere a Tony di nascondersi. Ma il piccolo, fragile cuore di quel fratello così ammirato prepara una terribile delusione per Maimie, perché Tony fuggirà di fronte alla prospettiva di quell’appuntamento col mistero della notte ai Giardini. Così, Maimie dovrà vivere da sola quell’esperienza: la paura, l’incontro con Peter, il no opposto alla seduzione esercitata dal tempo eterno e immobile dei Giardini, il ritorno, l’uscita dall’infanzia.

Non sappiamo nulla del destino di Tony, non sappiamo se, come Giovanni, e al contrario di Nikki, si troverà fragile e impaurito ad affrontare le asprezze del reale. Barrie non lo racconta, anche se la sua fuga sembra volerci indicare qualcosa di essenziale – forse la prossimità patologica tra il rifiuto dell’immaginario e l’abbandono definitivo del reale. Però sappiamo che Maimie ce la farà: la ritroveremo in Wendy, nella signora Darling, in Jane, in tutte le protagoniste femminili dell’incessante riscrittura che Barrie farà del mito di Peter Pan. Come Alice, le bambine di Barrie conoscono la chiave per una relazione equilibrata con la soglia dell’immaginario; come Alice, anche Maimie sembra indicarci la strada per «riconoscere la nostra inguaribile passione per l’immaginario e [al tempo stesso] il nostro bisogno di viverla senza perdere memoria della nostra temporanea presenza» (p. 305).

 

*Niccolò Argentieri insegna Matematica e Fisica presso il Liceo Virgilio di Roma e svolge attività di ricerca presso l’Università di Roma Tor Vergata, occupandosi principalmente del rapporto tra indagine filosofica e pensiero scientifico. Tra le sue pubblicazioni: Ci sono elettroni nel mondo della vita? Esperienza, matematica, realtà: una lettura fenomenologica dell’epistemologia di W. Heisenberg (2009) La più grande avventura. Figure del tempo nelle storie di Peter Pan e Harry Potter (2013)

L'articolo La notte dei Giardini. In margine al libro “Dalla parte di Alice” proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cinema/la-notte-dei-giardini-in-margine-al-libro-dalla-parte-di-alice/feed/ 0
Porci con le ali: un cartone animato per tornare antifascisti https://minimaetmoralia.it/cinema/porci-con-le-ali-un-cartone-per-tornare-antifascisti/ https://minimaetmoralia.it/cinema/porci-con-le-ali-un-cartone-per-tornare-antifascisti/#comments Sat, 04 Dec 2010 08:46:23 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3408 TUTTI GLI ANIMALI SONO UGUALI MA ALCUNI ANIMALI SONO PIÙ UGUALI DEGLI ALTRI. È ciò che appare scritto sul muro della fattoria degli animali dove i maiali hanno compiuto la loro rivoluzione totalitaria, nel famoso romanzo omonimo di George Orwell. La più vituperata bestia da allevamento, il porco, assurgeva a simbolo, con quel libro, del […]

L'articolo Porci con le ali: un cartone animato per tornare antifascisti proviene da Minima et Moralia.

]]>

TUTTI GLI ANIMALI SONO UGUALI MA ALCUNI ANIMALI SONO PIÙ UGUALI DEGLI ALTRI.

È ciò che appare scritto sul muro della fattoria degli animali dove i maiali hanno compiuto la loro rivoluzione totalitaria, nel famoso romanzo omonimo di George Orwell. La più vituperata bestia da allevamento, il porco, assurgeva a simbolo, con quel libro, del potere dittatoriale e autoritario, simile allo stalinismo e a tutti gli ismi novecenteschi: i maiali capeggiati da Napoleone-Stalin compievano la mutazione da bestie-popolo a uomini-padroni nel volto e nella postura, trasgredendo il primo e al secondo comandamento dell’alleanza ferina «tutto ciò che va su due gambe è nemico. Tutto ciò che va su quattro gambe o possiede ali è amico».
Ad appena mezzo secolo dall’uscita di La fattoria degli animali, Hayao Miyazaki è riuscito a capovolgere quel simbolo col film d’animazione Porco Rosso, solo ora distribuito nel nostro paese, trasformando un maiale in paradigma d’autarchia, di anarchia e in fondo di libertà.
Il ritardo con cui Porco Rosso è arrivato in Italia è colpevole, perché la storia raccontata da Miyazaki è ambientata sulle nostre sponde del Mare Adriatico e la Milano dei navigli e, soprattutto, durante il periodo tra le due guerre, quindi il fascismo. Dunque storia nostra, ma il luogo e l’epoca sono trasfigurati dall’immaginazione dell’autore giapponese: l’Adriatico è affollato da idrovolanti di tutti i tipi e misure, idrovolanti da turismo, pirati su idrovolanti, flotte dell’esercito italiano composte da idrovolanti e il fascismo sembra un tempo edulcorato. In questo cielo trafficato si aggira anche uno splendido idrovolante rosso, pilotato da Marco Pagot, un ex pilota dell’aviazione italiana, reduce della prima guerra mondiale e trasformato per un maleficio in maiale. Porco Rosso si guadagna da vivere con le taglie sulle teste dei pirati, inviso al regime e lontano dalla mondanità (rappresentata dall’Hotel Adriatico, un bellissimo albergo-isolotto in stile veneziano gestito dall’amata Gina), finché l’equilibrio della sua esistenza e la sua fama sembrano messi in discussione con l’arrivo di Donald Curtis, un asso del cielo americano assoldato dai pirati per sconfiggerlo in una battaglia uno-contro-uno all’ultimo sangue. Eppure l’aiuto di un meccanico milanese e di sua nipote (l’azienda Piccolo a gestione matriarcale) e una sorprendente alleanza anarchica con i pirati chiamati “Mamma mia”, portano a un happy ending comunque aperto sulla vicenda dell’aviatore-maiale: sarà terminato il maleficio? Riuscirà a sposare Gina?
L’unico interrogativo che non rimane aperto è la sopravvivenza al fascismo, alla guerra e alla storia e noi, spettatori, non dubitiamo un secondo che il Porco abbia potuto non osservare il suo antifascismo, la sua continua affermazione di libertà. Due cose dice Porco Rosso che hanno sia forza politica che attualità reale: la prima che “un maiale che non vola è solo un maiale”, cioè sulla necessaria attitudine a puntare in alto partendo dalla mediocrità e dalla nullità di partenza; la seconda che “un maiale non ha né patria, né legge”, un essere schifato e odiato da tutti guadagna dignità solo se afferma la sua indipendenza, la sua non-collaborazione, la sua quotidiana disobbedienza civile al sistema. Con quest’ultima frase è come se Miyazaki tracciasse un filo rosso da Thoreau e da Gahndi fino a noi, perché questo film ci riguarda, oltre a essere un omaggio nostalgico alle nostre regioni e al nostro genius loci (l’idrovolante è un’invenzione italica, tra l’altro). Più di altri periodi, al termine dell’era berlusconiana, del trentennio se includiamo anche quella craxiana, una fine che si auspicano tutte le minoranze, è necessario riaffermare questi concetti base di rifiuto di complicità col sistema in rinnovamento o meno che sia. Se è vero che Berlusconi ha irregimentato gli italiani con i consumi, la televisione e la promessa di ricchezza, meglio che Mussolini con la patria, il manganello e la promessa dell’Impero, l’impressione è che in questi anni di conformismo e complicità molti si siano rifugiati in un territorio simile al Mar Adriatico di Porco Rosso: quel territorio è stata l’intelligenza non sostenuta da un pensiero di posizione forte, ma un’intelligenza che si è bastata a se stessa, che in definitiva non ha dato fastidio a nessuno, che in ultima analisi è stata staccata ma complice, non ha rotto i coglioni. Non c’è stata censura in questi anni, neanche per gli intellettuali che hanno avuto uno sguardo altissimo, hanno praticato una capacità di connessione e una disinvoltura a maneggiare i linguaggi, non dando fastidio al sistema di potere e di ipocrisia. L’intelligenza è stata come avere un velocissimo idrovolante, come quello dell’americano Donald Curtis, e di usarlo solo per narcisiste evoluzioni fine a se stesse. L’intelligenza deve essere invece un mezzo critico per arrivare a qualcosa, deve essere il tratto d’unione tra pensiero e azione, e soprattutto deve partire da una posizione definita. Da dove nasca il fraintendimento che un discorso possa essere non di posizione e non di parte è difficile dirlo: quando si scrive e si parla è come se riaffermassimo continuamente la nostra posizione, altrimenti mistificheremmo. Del resto la non-violenza e la non-collaborazione non sono mai state intese come comportamenti passivi, neanche da Gahndi, ma come attive forme di sabotaggio e di progetto immediato di futuro, forme attive e partigiane insomma. Nel 1946 George Orwell pubblicò un articolo autobiografico sulla rivista Gangrel intitolato Perché scrivo nel quale metteva in fila le sue motivazioni che sono ancora utili e vanno rivendicate: 1) puro e semplice egoismo, 2) entusiasmo estetico, 3) impulso storico, 4) intento politico (usando la parola “politico” nel senso più ampio possibile).
Al maiale è legato anche un’altra immagine, ancora più recente, quella data nel 1976 da Marco Lombardo Radice e Livia Ravera in Porci con le ali: una generazione piuttosto ingabbiata già nel no-future scopriva una sua vitalità sessuale e trovava una forma di liberazione attraverso questa piccola rivoluzione. Ancora quell’immagine può tornarci utile: se in questi anni siamo stati complici col sistema, non diversi dai porci di La fattoria degli animali, è l’ora di impugnare le nostre intelligenze, le nostre ali, e spiccare davvero il volo.

L'articolo Porci con le ali: un cartone animato per tornare antifascisti proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cinema/porci-con-le-ali-un-cartone-per-tornare-antifascisti/feed/ 2