Helen Garner Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/helen-garner/ un blog di approfondimento culturale Mon, 10 Mar 2025 08:25:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Helen Garner Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/helen-garner/ 32 32 Leggere e tradurre Helen Garner https://minimaetmoralia.it/interventi/leggere-e-tradurre-helen-garner/ https://minimaetmoralia.it/interventi/leggere-e-tradurre-helen-garner/#respond Wed, 05 Feb 2025 08:39:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54784 Un racconto di esistenze che vengono liberate nell’aria, simili “a manciate di note”: Piccoli preludi di Helen Garner è innanzitutto questo. Le stesse esistenze che Ben Lerner, nella sua prefazione all’edizione inglese, definisce unheard melodies: melodie rimaste inascoltate o ancora troppo indistinte, ma anche rare e imprevedibili e quindi tanto più affascinanti. E pericolose. Siamo […]

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Un racconto di esistenze che vengono liberate nell’aria, simili “a manciate di note”: Piccoli preludi di Helen Garner è innanzitutto questo. Le stesse esistenze che Ben Lerner, nella sua prefazione all’edizione inglese, definisce unheard melodies: melodie rimaste inascoltate o ancora troppo indistinte, ma anche rare e imprevedibili e quindi tanto più affascinanti. E pericolose.

Siamo a metà degli anni Ottanta. Athena e Dexter Fox conducono una vita tranquilla alla periferia di Melbourne insieme al figlio maggiore Arthur e al piccolo Billy, gravemente disabile. A turbare la quotidianità dei Fox ci penserà Elizabeth, una vecchia amica di Dexter che riemerge dal passato portandosi dietro la sorella minore Vicki e lo pseudo-fidanzato Philip, un chitarrista scriteriato che vive insieme alla figlia adolescente Poppy. Il loro arrivo rimetterà in discussione ogni equilibrio preesistente, a partire da quello dei due coniugi.

Garner prende la realtà tremolante dei suoi personaggi e la tagliuzza, la scandaglia affidandosi a un’alternanza instabile e continua dei punti di vista, quasi volesse rischiarare di volta in volta uno stato d’animo, una precisa afflizione o un gesto incoerente con l’intenzione di offrire, e poi sottrarre, a chi legge uno spiraglio su delle scelte mai del tutto consapevoli e sugli inevitabili inciampi. Lasciargli intravedere una singola meschinità o percepire una specifica emozione per poi passare oltre fino a comporre il suo personale preludio di accordi e di stonature, di pause e di silenzi dentro vite inquiete.

L’autrice non concede sconti ai suoi protagonisti: non li osserva con occhio compassionevole, non li giudica ma neanche li protegge. Li fa sbandare e poi li manda a schiantarsi contro la porta di una stanza d’albergo, del cesso di un bar, di una casa fin troppo piena (di abitudini, di premure, di regole) per non svuotarsi di qualcosa. O di qualcuno. Non risparmia nulla, Garner, dando voce persino all’impulso efferato con cui Dexter e Athena immaginano di vedere morto il figlio affetto da disabilità, di liberarsene. È questa la potenza insubordinata dei desideri, specie quando si è cercato a tutti i costi di addomesticarli. Quando si è tentato di ingentilirli, domandoli, ma anche di rinchiuderli nell’orizzonte placido della casa e della famiglia contrapposto a quel sordido “universo sessuale che esiste all’infuori delle famiglie”. La penna di Garner riesce a nominare in un sussurro tutto ciò che rassegnatamente viene taciuto per timore, per stanchezza. Per incapacità di pensarsi altro e altrove. Come Athena, persa nella fantasia di un mondo in cui “era possibile assecondare ogni capriccio, dove le azioni potevano staccarsi di netto da qualsiasi parvenza di ripercussione”. Il graduale intrecciarsi di queste vite spariglia l’ordine costituito, fa germinare nuove consapevolezze e nuove, più abissali solitudini.

L’edificio vacilla. Athena smette di mangiare, ma continua a comprare cibo e a cucinarlo. I vestiti le cascano di dosso, ma quelli del marito e dei figli sono ancora puliti e curati. Prende a passeggiare da sola di notte, quasi non vede l’ora di uscire di casa, loro faticano a catturare la sua attenzione una volta tramontato il sole, il suo sguardo vagola verso la porta aperta e Dexter sa di non essere invitato.

Il titolo originale della novella (The Children’s Bach) rimanda all’opera di Bach e di fatto tutta la narrazione è scandita dalla musica: dagli spartiti al canto compiaciuto e gaio di Dexter, dal rock chitarristico di Philip ai tentativi maldestri di Athena di padroneggiare il piano; come maldestro e il più delle volte rovinoso è il tentativo di padroneggiare e imbrigliare l’essenza nostra e altrui. Ciò che più colpisce nella scrittura di Garner è l’esattezza, il rigore con cui riesce a racchiudere in frasi essenziali e scarnificate interi universi colmi di desideri taciuti e di verità mai affiorate, mai udite. Allo smarrimento dei pensieri e dei sentimenti si contrappone uno stile cristallino che però non perde mai di tensione lirica e di suggestiva sonorità. Le parole, come le note, sono scelte in virtù di un’economia che ne amplifica il riverbero: con sapienza Garner sa intercettare le correnti telluriche, prima minime e via via sempre più forti, che sconquassano la tranquillità di partenza. Una scrittura gemmea (sempre Lerner la descrive come una combinazione unica di intimità e lontananza) a cui l’autrice approda con un lavoro di cesello, di affilatura allusiva che si manifesta tra analisi microscopiche e illuminazioni fulminee.

Di una narrazione del genere è necessario individuare il passo, il ritmo tanto singolare. Guai ad appiattirla e a livellarla. Guai ad intraprendere facili scorciatoie rischiando così di banalizzare l’armonia vibrante di una prosa che sa essere lapidaria senza distacco, emozionante senza sguaiatezza, essenziale ma non per questo angusta. La scelta di non cedere mai al sentimentalismo, ma neanche a nessun eccesso virtuosistico, veicola con più efficacia le sfaccettature (anche le più detestabili) del panorama interiore dei personaggi e della loro intima melodia.

Alla magnificenza del cielo stellato sopra una città incantevole e sconosciuta Garner oppone l’immagine patetica di un uomo in lacrime, partito alla ricerca di sua moglie:

La notte era calda, l’aria pastosa, la città di una bellezza barbarica. Nugoli di luce, spolverate di luce danzavano lungo velature scure. […]. Dexter camminava e piangeva.

La sfida più grande che da traduttrice posso accogliere è quella di non “disattivare” una prosa del genere, che pare resistere già da sola a ogni rischio di semplificazione. Rileggere, correggere, ricercare gli stessi chiaroscuri e le stesse sospensioni. Eliminare. Prendere un certo andamento e distaccarmene per poi farvi ritorno; e ancora tornare su ogni parola, rispettando (e cercando il più possibile di replicare) la fitta musicalità, la ripetizione di certi suoni, l’intenzionalità di scelte lessicali e accostamenti che spesso possono avere un effetto disorientante. Ed è un bene.

Ne è un buon esempio il momento in cui Dexter, da solo in macchina nel cuore della notte, riconosce l’odore di Athena:

Sentiva l’odore dei suoi figli […] e qualcos’altro anche, più di un odore, una carnosità accennata a conferma che sua moglie era stata lì dentro. La rilevò con la stessa sicurezza di un uccello nidificante che riconosce il grido della sua compagna nella fitta cacofonia di un’isola antartica. Talvolta, se andava al gabinetto subito dopo di lei, era talmente forte che quasi lo disgustava: era l’odore di sua madre, di una viscosità e di un calore nauseabondi, effluvio di membrane interne.

C’è qualcosa di più rassicurante dell’odore della persona amata? Eppure, con un salto vertiginoso, dall’interno dell’abitacolo Garner ci proietta verso un territorio lontano, verso un’altra specie animale a chilometri di distanza. E di nuovo lo stesso movimento fluido ci riporta dentro casa, nel suo ambiente più privato dove quello stesso odore si fa repellente, insopportabile. Come a voler dire che l’orizzonte circoscritto delle cose che sentiamo (e crediamo) più vicine e sicure, quello in cui pensiamo di orientarci con maggiore dimestichezza, può talvolta rivelarsi sia il più disabitato e remoto tra gli orizzonti possibili sia, per assurdo, anche il più soffocante.

 

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Tra ordine e caos: su “Piccoli Preludi” di Helen Garner https://minimaetmoralia.it/libri/tra-ordine-e-caos-su-piccoli-preludi-di-helen-garner/ https://minimaetmoralia.it/libri/tra-ordine-e-caos-su-piccoli-preludi-di-helen-garner/#respond Tue, 14 Jan 2025 08:37:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54727 di Ilaria Padovan Chi vuole se ne va. Ma raramente chi se ne va si merita i sentimenti. Questa è la vibrazione imprevedibile, impossibile e forse persino inconcludente del mondo di Athena e Dexter Fox, una coppia con due figli, tra cui Billy, disabile, che galleggia in una solitudine diventata quotidiana e, per questo, anche […]

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di Ilaria Padovan

Chi vuole se ne va. Ma raramente chi se ne va si merita i sentimenti.

Questa è la vibrazione imprevedibile, impossibile e forse persino inconcludente del mondo di Athena e Dexter Fox, una coppia con due figli, tra cui Billy, disabile, che galleggia in una solitudine diventata quotidiana e, per questo, anche insopportabilmente sopportabile: perché nessuno è più solo di chi sa che lascerà qualcuno che non se n’è ancora reso conto, ma esiste una condizione ancora più incomprensibilmente insanabile: quella del restare. Quella che sceglie il “dovevo farlo”, per quanto profondamente inconciliabile con la sua unica antitesi possibile, il “volevo farlo”. Eccoci, quindi, a Melbourne, negli anni Ottanta: l’arrivo di Elizabeth, la sorella di Dexter, non è un uragano che scompiglia un ordine già fragile, l’arrivo di Elizabeth è l’inevitabile: dovunque, in qualsiasi epoca.

Helen Garner, in Piccoli preludi (Nottetempo, 2025), riesce a condensare il caos delle relazioni umane in un romanzo breve e spietato, dove ogni parola è selezionata con la cura equa e disgraziata con cui tutti si inciampa, non tutti si va avanti. Non c’è spazio per il superfluo; ogni gesto, ogni dialogo diventa una nota che compone un’armonia precaria, come il libro musicale di Bach che dà il titolo al romanzo. Ma sotto questa musica ordinatamente sostenibile si avverte ancora più assordante il suono di tutte le note che non appartengono allo spartito, delle parole che non risuonano mai tra le mura di quella, di questa casa. C’è qualcosa, in Piccoli preludi, che richiama le atmosfere di Camere separate (Bompiani, 1989) di Pier Vittorio Tondelli: le relazioni si consumano nel non detto, in quel filo impalpabile tra presenza e assenza.

La frammentazione dei legami e la difficoltà di trovare un equilibrio emotivo ricordano i dilemmi di Leo, il protagonista di Tondelli, che si muove tra amore e perdita, tra il desiderio di appartenenza e il bisogno di distacco. Come Garner, anche Tondelli racconta vite che oscillano costantemente tra il caos e il tentativo di ordine, tra il dolore dell’assenza e la ricerca di un senso nelle connessioni umane. Ma anche per Sally Rooney le parole che vengono evitate per scelta e le micro-tensioni relazionali sono centrali, tanto da poter leggere una conversazione attraverso decadi e innovazioni tecnologiche che hanno cambiato tutto, ma non hanno cambiato noi, tra lucide fragilità dove insicurezze e desideri già esistenti vengono solamente catalizzate, dove le relazioni evidenziano ed immortalano, per contrasto, i limiti e ciò che manca, come il negativo di una fotografia.

E, proprio oggi, quando le fotografie non significano più niente, destinate a svanire nel giro di una giornata eppure a non abbandonarci mai, ancora più significativa è l’istantanea presente nell’incipit del romanzo («È lacera e tutta macchiata, foderata da una patina di schizzi di grasso. È lì da tanto ormai. Non fa che sfaldarsi, oscillare sbilenca, penzolare da un angolo. Ma ogni volta, proprio quand’è sul punto di cadere, qualcuno la salva, qualcuno la riattacca») potente nella sua metaforica rappresentazione della nostra scarsa capacità di resistenza – e tuttavia – in bilico tra disfacimento inarrestabile e improbabile riscatto. Come pellicole e rullini siamo noi con la nostra subordinazione animale ai legami, al cambiamento, alle conseguenze dei primi sul secondo e viceversa.

Siamo noi, come Cyrus, il protagonista di Martire! (K. Akbar, La nave di Teseo, 2024) – un inno alla vita e alla ricerca del suo senso di cui persino l’amore può essere ragion sufficiente – che «Da settimane giocava a morire. C’erano giorni in cui ero quello che moriva», che giochiamo a questa crudele e unica possibile rappresentazione della vita che si conclude ogni giorno e per ricominciare, daccapo, il successivo: il segreto delle relazioni è nel saper restare, continuando a perpetrare gesti e silenzi che determinino una resurrezione dopo ciascuna dipartita. Il restare è incompatibile con il definitivo, così come i sentimenti. E, in assenza di risoluzioni immutabili, ogni punto di vista vale specialmente grazie al proprio ruolo oppositivo al precedente. Ecco che Dexter sa fare uso del passato («Ci credeva, se ne sostentava, se ne serviva per intessere un senso nel marasma generale») e che, invece Elizabeth il passato lo detesta, in quanto «carico di imbarazzo». L’onestà di Garner nel raccontarci come la verità, la “parte giusta” che stiamo cercando, in realtà, non esiste, ferisce e, proprio per questo, è necessaria.

La conosciamo la famiglia di Piccoli preludi: è la nostra, è qualsiasi famiglia abbiamo conosciuto. E, come le nostre, si è disfatta e ricomposta sotto i nostri occhi al di là di ogni spiegazione possibile. È l’intimità dolorosa di Marriage Story (2019) di Noah Baumbach, è la tensione trattenuta di Scenes from a Marriage (2021) di Hagai Levi. Piccoli Preludi è un romanzo che si legge in poche ore, ma capace di farci notare che il cielo, adesso, è un po’ più basso per interi anni. Una riflessione sull’equilibrio instabile tra ordine e caos, tra passato e presente. Un libro che, come l’opera di Bach, può sembrare semplice ma è infinitamente complesso, e che ci ricorda, con una grazia spietata, che non saremmo in gradi di apprezzare l’armonia senza la minaccia della tragedia.

 

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