Henry Kissinger Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/henry-kissinger/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 14:31:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Henry Kissinger Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/henry-kissinger/ 32 32 Quando l’occhio del potere si fa ossessione pop https://minimaetmoralia.it/televisione/quando-locchio-del-potere-si-fa-ossessione-pop/ https://minimaetmoralia.it/televisione/quando-locchio-del-potere-si-fa-ossessione-pop/#respond Tue, 12 Apr 2016 05:45:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30520 Questo articolo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo.

di Marco Cubeddu

Who watches the Watchmen?

Quis custodiet ipsos custodes? «Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?»

La formula, resa celebre dal fumetto (poi film) Watchmen, è di Giovenale, ma il concetto, già alla base delle ironiche riflessioni di Platone sull’assurdità che i custodi avessero a loro volta bisogno di custodi, si è recentemente imposto come tema cruciale anche nella cultura pop, tanto da essere affrontato nell’ultimo 007, Spectre, nel terzo episodio della saga di Batman di Cristopher Nolan, The dark knight rises, passando per il romanzo The Circle di Dave Eggers e il capitolo più recente del videogioco Call of duty.

Nei giorni in cui Apple, con il sostegno di Google, Facebook e Microsoft, lotta contro l’FBI per definire in tribunale i rispettivi diritti e doveri dopo lo scandalo sulla sorveglianza di massa delle comunicazioni da parte della NSA (National Security Agency) e la Cina annuncia lo sviluppo di un software per prevenire atti terroristici (e contestazioni governative?), la sorveglianza informatica diventa colonna portante di alcune tra le più riuscite e sofisticate narrazioni contemporanee: dall’ultimo romanzo di Jonathan Franzen, a serie televisive di grande successo come House of cards, Homeland e Mr.Robot.

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di Marco Cubeddu

Who watches the Watchmen?

Quis custodiet ipsos custodes? «Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?»

La formula, resa celebre dal fumetto (poi film) Watchmen, è di Giovenale, ma il concetto, già alla base delle ironiche riflessioni di Platone sull’assurdità che i custodi avessero a loro volta bisogno di custodi, si è recentemente imposto come tema cruciale anche nella cultura pop, tanto da essere affrontato nell’ultimo 007, Spectre, nel terzo episodio della saga di Batman di Cristopher Nolan, The dark knight rises, passando per il romanzo The Circle di Dave Eggers e il capitolo più recente del videogioco Call of duty.

Nei giorni in cui Apple, con il sostegno di Google, Facebook e Microsoft, lotta contro l’FBI per definire in tribunale i rispettivi diritti e doveri dopo lo scandalo sulla sorveglianza di massa delle comunicazioni da parte della NSA (National Security Agency) e la Cina annuncia lo sviluppo di un software per prevenire atti terroristici (e contestazioni governative?), la sorveglianza informatica diventa colonna portante di alcune tra le più riuscite e sofisticate narrazioni contemporanee: dall’ultimo romanzo di Jonathan Franzen, a serie televisive di grande successo come House of cards, Homeland e Mr.Robot.

Julian Snowden Act

Il 2001 è l’anno spartiacque: con il promulgamento del Patriot Act –la legge statunitense che estende i poteri governativi di spionaggio a “danno” della privacy dei cittadini – l’opinione pubblica internazionale è stata investita da un racconto giornalisticamente e politicamente difficile da sintetizzare: un magma di inchieste, sentenze, scuse, emergenze internazionali, aggiornamenti delle vecchie questioni giuridiche e filosofiche imposti dalle nuove tecnologie, sequenze di pesi e contrappesi che riguardano la divisione dei poteri, l’esercizio e la natura del potere stesso, le forme di governo democratiche contrapposte a quelle totalitarie, e le zone grigie che ci stanno in mezzo.

A confondere le acque, le figure di Julian Assange, australiano paladino della libertà dai capelli bianchi coinvolto in scandali sessuali in Svezia e attualmente “residente” nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, Edward Snowden, ex tecnico informatico della CIA, attualmente “ospite” in una località segreta in Russia, e tutto il contorno di personaggi stravaganti (come Bradley Manning, ora Chelsea, la militare che ha cambiato sesso condannata a 35 anni di carcere per aver passato informazioni riservate a Wikileaks), pubblicazioni di documenti top secret, polemiche, blitz, ingerenze sui governi nazionali, aggiramenti costituzionali, iperboli di megalomania e vanità, che ruotano attorno alle due facce del web: quella di una rete in cui tutto deve essere disponibile “alla luce del sole”, e quella della dittatura dell’immediatezza e dei populismi incendiari a scapito di ogni buonsenso.

Se da un punto di vista giuridico e politico sono questioni difficili, se non impossibili, da sciogliere, da un punto di vista narrativo queste contraddizioni diventano il fertile materiale d’attualità da cui attingono alcuni dei più significativi racconti contemporanei.

Big (Data) Brother

Henry Kissinger, ex segretario di Stato dell’era Nixon, ammonisce dal suo “World Order” sul rapporto tra le nuove tecnologie e le campagne elettorali basate su “una ricerca big data – il trattamento elettronico di enormi quantità d’informazioni sui social network, dati anagrafici pubblici e cartelle cliniche capaci di definire un profilo per ciascun elettore, probabilmente più preciso di quanto gli stessi interessati avrebbero potuto ricostruire sulla base della propria memoria”, che rischia di produrre «candidati ridotti a portavoce di un’operazione di marketing».

Il “realismo politico” di Kissinger, da decenni eminenza grigia della politica estera USA, centra uno dei principali problemi della politica ai tempi di internet, tanto palese in queste primarie americane che si consumano nella realtà, quanto lo è parallelamente in quelle della “realistica finzione” della quarta stagione di House of cards: se il gap tra le qualità richieste per farsi eleggere e quelle necessarie per governare è troppo ampio, «la capacità concettuale e il senso della storia che dovrebbero essere parte della politica estera possono andare perduti», o (ogni riferimento a Obama non sembra puramente casuale) «acquisire queste qualità potrebbe assorbire così tanta parte del primo mandato di un presidente» da paralizzarne l’operato.

Guardata in questa ottica, l’avvincente ultima stagione del politicaldrama più riuscito di sempre sembra la trasposizione drammaturgica delle preoccupazioni di Kissinger: un mondo sconvolto da irrisolte tensioni internazionali pronte a deflagrare,e ad affrontarle, da una parte i candidati, che manipolano la percezione che gli elettori hanno di loro sulla base di quel che gli elettori stessi inconsapevolmente desiderano, dall’altra gli elettori, convinti di scegliere quel che i candidati li convincono a scegliere sulla base delle loro più irrazionali aspirazioni.

Anarchy in the World Wide Web

Un po’ Anonymous, un po’ V per Vendetta, il nuovo eroe anarchico contemporaneo è il protagonista della prima stagione di Mr. Robot, Elliot Alderson, che nonostante sia un sociopatico, depresso e tossicodipendente, uno stalker che tratta gli esseri umani come device da craccare per poterne conoscere il contenuto più intimo, incarna sentimenti decisamente più emotivi che politici.

In bilico tra il desiderio di salvare il mondo e quello di distruggerlo, la figura dell’hackvista anonimo incappucciato in una felpa no-logo, (il cui vago sogno politico è all’incirca “So this is how a revolution looks like: people in expensive clothing running around”), è quella più capace di interpretare i sentimenti post-ideologici di nativi e immigrati digitali.

Siamo lontani anni luce dall’ennesima critica ad una società ingiusta e alienante, piuttosto di fronte al suo ribaltamento celebrativo, un inno a un’era in cui l’informazione è liquida, non filtrata e onnipresente, tanto da far tifare gli spettatori per la versione 2.0 (emo? nerd? hipster?) di un Dottor Stranamore affetto da una crisi di identità alla Fight Club, deciso (?) a “formattare” la società.

Homeland Insecurity

Se narrativamente la quinta è forse la stagione meno riuscita di Homeland, sociologicamente è probabilmente la più puntuale.

Tutto parte da una fuga di notizie/documenti top secret che mischia sapientemente le vicende del “caso” WikiLeaks di Assange a quelle delle rivelazioni di Edward Snowden con la pubblicazione e la denuncia di operazioni di spionaggio non autorizzate tra Servizi alleati, mettendo in scena le contraddizioni della lotta al terrorismo.

La trasferta in Europa – che dopo gli USA e il Medioriente diventa il nuovo teatro dello show – mette in mostra come il tema della fragilità della sicurezza domestica e la sfiducia nell’operato di governi e forze di sicurezza si sia ormai fatto sentimento del tempo.

Non solo con la premonizione (con tanto di disclaimer di “scuse”) degli attacchi dell’Isis in Europa (nella fiction a Berlino, invece che a Parigi e a Bruxelles), quanto con l’intreccio tra la volontà di hacker, organizzati e non, e pseudogiornalisti con manie di protagonismo, di diffondere le informazioni riservate, e quella delle agenzie di spionaggio di aggirare le leggi nazionali per “sorvegliare e punire” i terroristi prima che possano mettere in atto i loro piani.

Se le vicende personali dei protagonisti sembrano meno interessanti che in passato, non lo sono le dinamiche con cui vengono rappresentati gli interessi contrastanti dei vari attori in gioco: dalla potenza globale più direttamente coinvolta nella lotta al terrorismo nei lustri precedenti, gli USA, al loro vecchio e nuovo antagonista, la Russia, si passa per la riluttanza dei paesi europei, incapaci di un piano comune, di farsi carico dell’eredità degli accordi Sykes-Picot, mentre le medie potenze mediorientali lottano per una leadership regionale e il sedicente califfato sfrutta la confusione per ritagliarsi il suo posto all’ombra dei pozzi di petrolio.

A prescindere dalle differenze etniche e religiose, è la sicurezza (non solo informatica) della vita quotidiana della gente comune a essere messa in discussione. A Baghdad, Damasco, Cairo e Tripoli, come a Parigi, Bruxelles e nelle altre capitali occidentali, il mondo è sempre più piccolo e le madrepatrie sempre più insicure.

In tech we trust

Nel nuovo romanzo di Jonathan Franzen, Purity, i segreti sono al centro delle vicende personali della protagonista, Purity “Pip” Tyler – chi è suo padre? Chi è veramente sua madre? Per scoprirlo finirà cooptata nel Sunlight project, organizzazione con lo scopo di pubblicare ogni sorta di leak guidata dal carismatico e donnaiolo Andreas Wolf, “una specie di uomo bambino ossessionato dal rivelare segreti” –, ma insieme a tante altre cose (il rapporto genitori/figli, l’amorevole crudeltà delle relazioni sentimentali, la ricerca di una propria identità nella società liquida), nell’obiettivo di Franzen, quando non impegnato a immortalare per iscritto i suoi adorati uccelli, annoiando tutti i non appassionati di birdwatching, finisce fotografata, ingigantita e studiata con la lente d’ingrandimento della sua maestria letteraria, la nostra fiducia nelle nuove tecnologie.

Franzen mette in discussione il nuovo mantra, “nella tecnologia confidiamo” (In Tech we trust is the new In God we trust), il cui ottimismo non tiene conto degli “algoritmi usati da Facebook per monetizzare la privacy dei suoi utenti, e da Twitter per manipolare meme che in apparenza si autogenerano”, e traccia un parallelo tra le nuove utopie della trasparenza e le vecchie utopie del controllo: nella Germania Est “la risposta a ogni domanda, grande o piccola, era il socialismo. Sostituendo socialismo con network si ottiene internet, un sistema fatto di piattaforme rivali accomunate dall’ambizione di definire ogni aspetto dell’esistenza”.

E dalla glasnost digitale, all’ostalgie analogica, il passo è breve.

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Un giorno con Raffaele La Capria https://minimaetmoralia.it/interviste/un-giorno-con-raffaele-la-capria/ https://minimaetmoralia.it/interviste/un-giorno-con-raffaele-la-capria/#respond Sun, 20 Mar 2016 06:30:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30320 Questo pezzo è uscito sul Foglio, che ringraziamo.

di Salvatore Merlo

“Un tempo era più facile capire, c’era la buona letteratura e c’era la cattiva letteratura. Oggi c’è la falsa buona letteratura. Quasi tutti scrivono bene, qualcuno anche benissimo, ma sono senz’anima. Libri costruiti. Goffredo Parise, il Parise del Sillabario, faceva diventare poetico il senso comune, perché solo la poesia rende un libro animato, vivo”. E quando gli si chiede di fare un esempio di libro artificioso, lui è forse quasi sul punto di citare il suo amico appena scomparso, Umberto Eco (ma non lo fa): “Penso ai libri dei personaggi televisivi, libri che loro si promuovono reciprocamente”.

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lacapria1

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di Salvatore Merlo

“Un tempo era più facile capire, c’era la buona letteratura e c’era la cattiva letteratura. Oggi c’è la falsa buona letteratura. Quasi tutti scrivono bene, qualcuno anche benissimo, ma sono senz’anima. Libri costruiti. Goffredo Parise, il Parise del Sillabario, faceva diventare poetico il senso comune, perché solo la poesia rende un libro animato, vivo”. E quando gli si chiede di fare un esempio di libro artificioso, lui è forse quasi sul punto di citare il suo amico appena scomparso, Umberto Eco (ma non lo fa): “Penso ai libri dei personaggi televisivi, libri che loro si promuovono reciprocamente”.

Dunque mette su un tono ironico, accompagnato da quell’inflessione napoletana che lui è capace di modulare, di accendere e di spegnere all’occorrenza, come se pensasse che in talune occasioni non si debbano sfuggire le reminiscenze regionali poiché farlo equivarrebbe a dare alle parole un che di neutro, d’inconsistente. Così quando è ironico, lui è anche napoletano. “In libreria si trovano i libri di cani e porci, i miei non si trovano mai”.

E allora gli si racconta di una visita a casa del vecchio Ettore Bernabei: le pareti dello studio foderate di volumi, iscritte in un rettangolo di carta rilegata e di legno color noce, e su uno scaffale – sorprendentemente incongruo – ecco un libro di Fabio Volo, addirittura annotato, con dei segnalibro che sbucano da ogni parte. E Bernabei che spiegava: “L’ho letto per curiosità, volevo capire cos’è la narrativa contemporanea che vende, quella che fa numeri”.

E cos’è? “È il nulla dell’esistenzialismo. L’espressione di una società che vive il momento, non sa niente del passato e non si pone il problema dell’avvenire”. Così lui, dopo aver ascoltato di Bernabei, ride a questo racconto. “Bernabei è sempre stato un uomo intelligente”, dice. “Quando lavoravo in Rai si raccomandava: ‘Tieni sempre presente che noi dobbiamo fare dei programmi per quelli che scendono dagli alberi’”, come le scimmie, i macachi. E fu Bernabei ad assumerlo in Rai, lui e pure Eco, assieme a molti altri scrittori, intellettuali… Era una forma di mecenatismo. In questo modo Bernabei finanziava la cultura italiana, poi quasi nessuno di loro lavorava troppo alla televisione, in realtà. “Debbo confessare che sono stato un parassita”, dice con uno sguardo quasi da monello. “Ma poi mi dico pure: era meglio fare il bravo impiegato, o scrivere tutti i romanzi che ho scritto in quegli anni? Forse sono stato più utile così alla società”.

Il vecchio, largo ascensore color noce scivola rapido verso l’ultimo piano di Palazzo Doria, spalancato su Piazza Grazioli, con la sua scala monumentale, che ci passerebbe comodamente anche una Jeep o una Land Rover (ma è vero che i Doria Pamphilj affittarono questi appartamenti agli scrittori, perché volevano essere circondati dagli intellettuali, come in una corte del Rinascimento? “Vivo qui dal 1961, ed è vero che hanno tenuto gli affitti sempre un po’ più bassi, rispetto al mercato”). Ed eccolo finalmente, al quinto piano, ecco Raffaele La Capria, che bianco di capelli e piccolo d’ossa, ma con qualcosa di solido e d’affettuoso nel gesto, nello sguardo, sta in piedi come un giunco oscillante sulla soglia di casa e sorride contagiosamente: la giacca a quadretti, un po’ anni Cinquanta, il volto che raggia un’intelligenza vitale. “Io ho novantatré anni”, dice. “Lei quanti anni ha?”. Trentatré. “Eh, chissà se ci capiremo. Sono curioso, venga dentro”.

Il piccolo ingresso, poi una seconda saletta, con un divano e le poltroncine, lascia intravedere una terza stanza, appena in ombra: la scrivania e un solitario telefono, che ogni tanto squilla e strepita, ma invano, trascurato. Pare che questa casa possieda la più bella terrazza della città, imperiosamente aperta sui tetti di Roma, ma non mi sarà mostrata, e nemmeno lo chiedo. Ogni passaggio, da una stanza all’altra, è scandito da una diversa, fitta libreria. I vecchi volumi Einaudi, poi i Meridiani Mondadori, e tra questi ce n’è anche uno con il suo nome sul dorso, ovviamente: La Capria, Opere (“lo guardo, e non so perché mi viene da ridere. ‘Opere’. Non sarà troppo solenne?”). Così, mentre si cala con precauzione sulla poltroncina, alle spalle di un’allegra finestra sui tetti, l’ultimo grande scrittore italiano mi avverte, con spiritosa serietà: “Poiché sono un po’ sordo, ho studiato la disposizione dei posti. Lei si metta qui”, dice, indicando una sedia che lui piazza proprio di fronte a sé, di modo tale che tra le mie gambe e il bracciolo a cui lui si appoggia non c’è quasi soluzione di continuità.

“Ho novantatré anni e la morte non mi fa più paura, ho piuttosto paura dell’eternità”, dice. “Penso che non bisogna superare il senso del limite. E la morte è un limite sacro”. E mentre pronuncia queste parole si capisce che le ha già tutte in testa, gli pulsano come vene. “Poi, però, insorge dentro di me un altro La Capria, che mi avverte: ‘È inconcepibile vivere senza la certezza che i buoni saranno premiati e i cattivi puniti’. E la mia idea della morte oscilla, come il mio segno zodiacale, che è la bilancia”. Crede in Dio? “E come fai a rispondere, dai. Ti sei mai fatto un’idea dell’infinità dell’universo? Figurati se puoi rispondere sull’esistenza di Dio. Non vado in chiesa. Ma suppongo di essere un uomo religioso. Credo nel mistero. Nell’insufficienza dell’uomo”, dice, sporgendo appena dalla poltrona, dove adesso pare seduto un po’ in bilico.

Ma è vero, gli si chiede, che negli anni Novanta lei sceneggiò Nanà, il romanzo di Zola, con Peppino Patroni Griffi, e preparaste così una fiction televisiva di Berlusconi, uno sceneggiato che doveva essere interpretato dalla sua favorita di quei tempi, da Francesca Dellera? “Che fosse la favorita di Berlusconi non lo sapevo, ma quella è davvero una storia irrilevante, me l’ero persino dimenticata. A lei chi lo ha detto?”. Mi sono informato. “D’altra parte viviamo nel mondo dell’irrilevanza”, mormora, quasi fuggevolmente, e senza protervia. D’altra parte lui è soprattutto lo sceneggiatore di Le mani sulla città, altro che fiction. E a proposito d’irrilevanza: dicevamo di Fabio Volo. “Ah, sì, ecco. Io Fabio Volo non l’ho letto, lo metto da parte. In questo caso sono ignorante, la mia è una ignoranza procurata”, sorride. “Ma guardi qua invece”, e indica un volume di oltre milleduecento pagine, l’ultimo romanzo di Edoardo Albinati. “Libri come questo fanno capire che da qualche parte c’è ancora ambizione. Lo presento allo Strega”.

La Capria lo vinse nel 1961, quando lo Strega era ancora lo Strega, all’apogeo del premio: raccontano che dal ’61 in poi lui sia stato fondamentale, determinante nell’attribuzione dei premi successivi. Allora glielo dico, ma forse lui non mi sente, la sua lieve sordità è d’altra parte selettiva: tanto più la domanda è incerta, timida, o appena insidiosa, tanto più si acuisce il difetto d’udito. “Dopo la vittoria tutti i miei amici cominciarono a diffidare del libro”, che era Ferito a Morte, racconta. “Compresa Elsa Morante, che pure lo aveva presentato. Elsa era una donna impulsiva, la sua non era meschinità, semplicemente s’era forse accorta quanto io le fossi in realtà estraneo: il mio partito era quello del senso comune, della logica elementare, dei sentimenti, mentre tutt’intorno, in Italia, spirava una certa idea dell’impegno ideologico, c’era Pasolini… E invece, guardi, tutta la storia della letteratura è composta da una semplice e sublime sostanza: la comunicazione dei sentimenti, delle emozioni. La Storia, quella con la esse maiuscola, ci racconta l’assedio di Troia da parte degli Achei. Ma la letteratura è composta dai sentimenti di Andromaca e di Ettore”.

Lei non ama la televisione, “io la televisione la odio. Sembra fatta per bambinetti di nove anni, e cretini un po’, per giunta”.  E al cinema ci va? “E come potrei? Cammino come un piccione, mi appoggio al bastone, e quando mi guardo mi commisero persino. Sono arrivato a pensare che la vera vita non sia quella che si vive, bensì quella che si scrive. La vita vera è quella contemplativa, perché osservando la vita, e osservando te stesso, capisci”. E chi è lo scrittore italiano più elegante? “Parise”. Sciascia? “A me non piace tanto. Diciamo che la complicazione mafiosa delle sue trame si riflette anche nella sua lingua”. Guido Morselli? “Non l’ho mai letto”. Sto leggendo Federico De Roberto. “La prima parte dei Vicerè è degna di Proust”. A Croce non piaceva, lo considerava un minore. “Anche Omero ogni tanto si addormentava”.

Nel 1957 La Capria fece un viaggio in America, fu invitato per tre mesi dall’Università di Harvard con Giovanni Urbani, il famoso critico d’arte, che da allora divenne uno dei suoi più cari amici. Entrambi partirono accompagnati dalla speranza di poter guarire d’un grande e infelice amore, “le cose tra me e mia moglie”, Fiore Pucci, la nipote di Ernesto Rossi (“vivevamo a Vigna Clara e il suo appartamento era esattamente sotto il nostro”), “non andavano più come prima”. Poi lei sposò Sandro Viola, il grande giornalista, uno dei fondatori di Repubblica, morto qualche anno fa. E allora La Capria racconta, non senza intenzioni scherzose: “Sandro Viola mi ha sollevato da parecchie responsabilità. Alla fine diventammo persino amici, anche se lui aveva cominciato a frequentare mia moglie quando eravamo ancora sposati. Mi ricordo, a questo proposito, una conversazione con mia madre, che era un tipo particolarissimo. Io mi lamentavo, mi struggevo dicendo che ero stato tradito, mentre lei mi rispondeva così: ‘Ma Viola è tanto a modo, tanto simpatico, tanto per bene’, insomma me lo raccomandava. Era un tipo da commedia inglese, mia madre, più che da commedia napoletana. Quando mio padre morì, lei mi telefono, dicendo: ‘Sai, credo che babbo sia morto’. E io: ‘Che vuol dire credo?’. E lei: ‘Credo, credo, perché lo vedo fermo davanti al televisore, gli parlo e non mi risponde’. Era una conversazione assurda, me ne rendo conto. Ma era fatta così”.

Negli Stati Uniti conobbe Kissinger, allora rettore di Harvard, “che era spiritoso, e aveva pure delle amiche belline. Gli traducevo il proverbio napoletano ‘ogni scarafone è bello a mamma sua’, e scandivo: ‘Every bug is beautiful for his mother’, lui si sbellicava dalle risate. Chissà cosa capiva”.

E quella di La Capria è stata un’esistenza costellata di donne più o meno importanti nell’economia della sua vita sentimentale: l’amore, i litigi, l’attrazione erotica, come ripensa oggi a tutte queste cose? “Tutto ciò che piace al mondo è breve segno. Mi capita di ripensare a tutto questo genere d’emozioni vissute come fossero un sogno, come una storia che qualcuno mi sta raccontando”. Ma intanto la mente gli dipana persone, luoghi, cose, tastandovi un ordine, un senso. “Proprio l’altro giorno mi domandavo: le donne mi piacevano o non mi piacevano? Perché devo confessare che non me lo ricordo più il rapporto che avevo con il sesso. Mi ricordo invece la bellezza, questo sì, che è come una corazza, una corazza che l’uomo deve perforare, con fatica, perché tanto più una donna è bella tanto più la corazza è tosta”.

E a quarant’anni, dopo il primo matrimonio, lui sposò una delle donne più ammirate d’Italia, Ilaria Occhini. “Lei mi inibiva”, dice. E allora lo scrittore novantenne si solleva lentamente dalla poltrona, e tira fuori una fotografia in bianco e nero, il volto magnifico di giovane donna, di attrice, di modella corteggiata dall’obiettivo di Vogue. “Devi passare da questo ritratto inaccessibile”, spiega, “a quest’altro”, aggiunge, indicando un’altra foto di donna: ma questa volta accanto alla Bella, in barca, c’è la Bestia, cioè lui. In un suo racconto, evidentemente autobiografico, ma narrato in terza persona, il suo alter ego, Dudù, una notte, a letto, scambia questo genere di battute con la sua bellissima moglie: “La tua bellezza mi distrae”, dice. E lei: “Che faccio, spengo la luce?”.

Di sinistra, eppure mai dentro la chiesa del Partito comunista, non è mai stato quello che un tempo si chiamava intellettuale organico. Eppure La Capria era circondato dai comunisti: è da sempre amico di Giorgio Napolitano, “e di tanti altri che sono morti e di cui tengo scrupolosamente la contabilità, come misura del tempo, il mio conto alla rovescia”: Francesco Rosi, Giuseppe Patroni Griffi, Moravia, Parise, Ghirelli… Erano quasi tutti comunisti i suoi amici, com’è che lei non lo è stato mai? “E se è per questo molti erano pure froci. Ma io non sono mai stato frocio. A me del comunismo non me ne è mai importato nulla, per via di quella che chiamo ‘logica elementare’ che si contrappone alla ‘logica ideologica’”. E a loro tutti, agli amici di una vita, adesso lui ha dedicato un libro, che uscirà a breve, e che ha per titolo una terzina di Dante, “Ai dolci amici addio”.

La Capria ha scritto delle pagine spassosissime, strepitose su Moravia: era tirchio. “Era lapalissiano”. E allora l’anziano scrittore ricostruisce il passato, in immagini secche e brevi, ma vivide. “Una volta eravamo al mare insieme, e io ero arrabbiato con lui, mi infastidiva la facilità con la quale riusciva a scrivere, come un fiume, per tutto il giorno, mentre io invece zoppicavo. Così a cena ero molto di malumore. E quando a un certo punto venne servito del pesce castagna, io dissi, incazzoso, “sembra di mangiare una castagna bollita”. Mentre Moravia, trionfante, col sorriso di Lapalisse: ‘È proprio per questo che viene chiamato pesce castagna’”.

Un po’ assurdo. “Ma era fatto così. Il pesce castagna secondo lui si chiamava così perché aveva il sapore di castagna. Ed era anche un incredibile pessimista, Moravia. Ma a livelli patologici. Un mattino in barca, con un sole che spaccava le pietre, mentre io gli magnificavo il clima della Costiera amalfitana, e la giornata superba, lui, corrugando la fronte, tagliava corto: ‘Adesso viene a piovere’. Era pessimista, ma in realtà era uno che viveva bene, anche con se stesso. Tutto il contrario di Ennio Flaiano, con il quale ci vedevano nella trattoria di via della Croce, un ristorante molto economico frequentato da artisti, scrittori, gente del cinema: c’erano spesso Fellini, Arbasino, Enzo Siciliano, Parise, persino Maccari. Adesso è molto cambiato quel posto, è un luogo qualunque…”.

Ma diceva di Flaiano. “Ah sì, Moravia s’atteggiava a umor nero, ma viveva comodo, stava bene con se stesso. Flaiano invece aveva la battuta spiritosa, l’epigramma lucente, ma soffriva, aveva una figlia nata malata, la sua vita intima non era felice”. In quella trattoria di via della Croce venivano anche Bassani e Soldati. “Li ho frequentati meno. Soldati era un chiacchierone esuberante, vizioso come tutti i cattolici. Aveva saputo estrarre dal suo cattolicesimo le cose migliori, trasmettendole nei suoi scritti, è riuscito a mettere a frutto il senso del peccato”.

Ma a questo punto La Capria s’interrompe, sembra cercare degli argomenti, metterli insieme nella testa, poi però li scaccia con una scrollata di spalle. Forse si è un po’ stancato. Fissa in avanti senza posare davvero lo sguardo. Me ne accorgo, e faccio per congedarmi. “Mi piace incontrare i giovani”, dice, “anche se mi chiedo sempre come si fa a creare una connessione”. E il suo sguardo adesso è un dolce, indulgente interrogativo.

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Culto e potere nel Messico della NarcoGuerra https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/culto-e-potere-nel-messico-della-narcoguerra/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/culto-e-potere-nel-messico-della-narcoguerra/#comments Thu, 04 Jun 2015 14:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27162 di Fabrizio Lorusso

Pubblichiamo un estratto dal libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga di Fabrizio Lorusso.

Henry Kissinger diceva che il potere è un afrodisiaco. GiulioAndreotti, padrino della politica italiana del XX secolo, soleva ripetere che il potere logora chi non cel’ha. E ci sono persone che per averlo e mantenerlo affidano il proprio destino a forze occulte. Soprattutto in Messico, dove stregoni, maghi, guaritori, santi proibiti e rituali esoterici sono sempre stati presenti nelle cronache dei famosi e dei potenti, degli impresari, dei politici, delle stelle dello spettacolo o dei miti della televisione e del grande schermo. La tentazione di trovare favori, miracoli, successo e potere attraverso “lavori speciali”e magie affascina un po’ tutti, ma forse di più i politici.

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santamuerte

di Fabrizio Lorusso

Pubblichiamo un estratto  dal  libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli  della  Droga di Fabrizio Lorusso.

Henry Kissinger diceva che il potere è un afrodisiaco. Giulio Andreotti, padrino della politica italiana del XX secolo, soleva ripetere che il potere logora chi non ce l’ha. E ci sono persone che per averlo e mantenerlo affidano il proprio destino a forze occulte. Soprattutto in Messico, dove stregoni, maghi, guaritori, santi proibiti e rituali esoterici sono sempre stati presenti nelle cronache dei famosi e dei potenti, degli impresari, dei politici, delle stelle dello spettacolo o dei miti della televisione e del grande schermo. La tentazione di trovare favori, miracoli, successo e potere attraverso “lavori speciali”e magie affascina un po’ tutti, ma forse di più i politici.

L’ex governatore dello stato meridionale di Oaxaca, Ulises Ruiz, l’ex leader del sindacato nazionale degli insegnanti, Elba Esther Gordillo, che attualmente è reclusa nel penitenziario di Santa Martha Acatitla per malversazione di fondi, e il ministro della Pubblica Sicurezza del governo Calderón (2006-2012), Genaro García Luna, condividevano senza dubbio un interesse spiccato per l’esoterismo e tutte le credenze legate all’occulto. Il giornalista José GilOlmos, autore in Messico del libro Los brujos del poder (Gli stregoni del potere), ha descritto la passione di UlisesRuiz per la magia nera, la santeria cubana e il culto alla Santa Muerte: ossa, figure caraibiche, talismani e sacerdoti, sempre al suo seguito in qualità di consiglieri, lo circondano. Durante il conflitto e le proteste a oltranza degli insegnanti nel 2006 a Oaxaca, l’apparato repressivo del cinico governatore lasciò un saldo di 25 morti, decine di feriti, 7 desaparecidos, 500 arresti e 380 casi di tortura.

I flussi di speranzosi pellegrini verso la località di Catemaco, terra di stregoni e fattucchiere nell’atlantico stato di Veracruz, sono costanti e rispecchiano il sottofondo di pensiero magico e misticismo che in terra azteca hanno radici solide e profonde.Vari personaggi famosi, secondo cronache locali, avrebbero preso parte a cerimonie e cercato preziosi consigli politici o economici sulle rive della laguna di Catemaco: da Carlos Salinas, presidente dal 1988 al 1994, all’economista e politico Pedro Aspe, da CuauhtémocCárdenas, ex candidato delle sinistre nel 1988, ad Andrés Manuel López Obrador, candidato progressista alla presidenza nel 2006 e 2012, da Marta Sahagún, moglie dell’ex presidente Fox, al conduttore televisivo Raúl Velasco. Tutti interessati a intercettare le vibrazioni cosmiche quanto i consensi delle masse.

Secondo gli stregoni, la magia nera o bianca è in cima alla classifica delle richieste dei governanti. Anche la figura della Santa Muerte, la Parca scheletrica che in Messico è oggetto di culto e venerazione da parte di milioni di devoti, è utilizzata, insieme ad altri santi popolari e altre icone devozionali, per provare a esaudire sogni di gloria e piani politici. Molti santoni eseguono lavori con la Santissima Muerte, anche se in realtà l’essenza del suo culto è un’altra. Infatti, si tratta di una devozione popolare alla morte che da secoli è praticata in Messico clandestinamente e solo dall’inizio del nuovo millennio s’è diffusa esponenzialmente nonostante l’opposizione della Chiesa.

Oggi i simpatizzanti e i praticanti del culto sono stimati tra i 5 e i 10 milioni in tutto il mondo, e, in effetti, non sono molti i punti di contatto con la stregoneria e la magia. Queste sono pratiche, non culti, e si utilizzano per modificare la realtà esterna, per ottenere effetti desiderati attraverso evocazioni, rituali, formule e con la forza di volontà. La Santa Muerte s’identifica con una divinità o ente, la morte, raffigurata dall’immagine medievale scarnificata che portarono gli spagnoli e le congregazioni cattoliche in America durante la conquista. La spada e la croce. E la Muerte. La Grande Falciatrice ossuta con la roncola e il mondo tra le mani assomiglia alle famose Catrinas del disegnatore messicano José Guadalupe Posadas, ma in realtà è un’altra cosa. Nella sua versione santificata la chiamano Niña Blanca, Bonita o Flaquita.

Lo studioso di religioni Stefano Bigliardi,specializzato nel concetto di miracolo, ha approfondito in Messico la conoscenza del culto della Santissima Muerte e ha sottolineato la differenza tra la categoria dei milagros, cioè eventi di tipo sovrannaturale e straordinario, e quella dei paros, più adatta a descrivere il tipo di favori che concede la Santa Muerte, a detta dei devoti. La Niña Blanca “fa i paros”, ovvero protegge, blocca la mala-vibra e la sfortuna, ti aiuta a trovare lavoro, salute, amore e denaro, a non essere rapinato, a eludere una fine violenta, a sconfiggere i tuoi nemici e a scansare i pericoli e le incertezze. Insomma, paro è un termine colloquiale messicano, riferibile anche all’infarto, cioè al paro cardiaco, ed è una voce del verbo parar che significa “fermare”, per cui la Santa evita, para o ferma il verificarsi di situazioni pericolose e attacchi contro i suoi accoliti, più che manifestarsi al di fuori delle leggi della natura.

Il cantante popolare messicano BetoQuintanilla, el mero león del corrido,cioè il leone del genere musicale dei corridos, diceva nella sua canzone dedicata alla magrolina o Flaquita: 

Sono già in milioni a pregare per Lei, la Chiesa comincia a tremare/ apertamente ormai ci sono preti che la iniziano ad adorare/ mafiosi e uomini della legge se la cominciano a tatuare/ anche politici e dirigenti le fanno l’altare.

In fondo i corridos raccontano la realtà, i bassifondi e la cultura popolare meglio di qualunque altra espressione artistica o giornalistica, e il potere, a volte, unisce il sacro e il profano,lo spirito e la carne.

Ogni culto ha degli aspetti exoterici, esteriori, ma anche esoterici, cioè occulti e misteriosi. Sono exoterici i rosari per la strada dedicati alla Niña Blanca o la venerazione aperta del popolo per altri santi non canonici come il guaritore NiñoFidencio, Pancho Villa o Juan Soldado. Sono esoteriche le formule che uno stregone o un brujomexicano usa per legare eternamente a noi la persona amata o i rituali d’iniziazione di una setta, per esempio. 

Storicamente la politica, nella sua accezione di esercizio del potere, ha mostrato una certa attrazione per l’esoterismo e ciò che è segreto e occulto. La vicinanza della medium personale della moglie di Abraham Lincoln e dell’astrologa di Nancy Reagan, Joan Quigley, con i loro rispettivi mariti presidenti fu emblematica, così come l’ascesa della Skull and Bones, la società segreta più influente d’America, grazie all’adesione di Bush padre e figlio. In Italia, Letizia Moratti, ex ministra dell’Istruzione e sindaco di Milano dal 2006 al 2011, altresì nota come “la Thatcher italiana”, si avvalse dei servizi di un celebre sensitivo che avrebbe addirittura influito sulla formazione del consiglio comunale. Silvio Berlusconi è senza dubbio conosciuto all’estero e in Italia per la sua vita eccentrica. La rivista L’Espresso ha mostrato che la sua villa in Sardegna s’ispira a una simbologia erotico-esoterica, forse perché l’imprenditore e politico appartenne alla loggia massonica Propaganda due o p2, poi dichiarata illegale e sovversiva dal Parlamento nel 1982. Il Venerabile Maestro e fondatore della loggia, Licio Gelli, strinse vincoli importanti col generale argentino Emilio Eduardo Massera, membro di spicco della giunta militare che instaurò un regime dittatoriale, responsabile di centinaia di morti e 30.000desaparecidos tra il 1976 e il 1983, nel Paese sudamericano.

In Argentina, vi furono simbiosi interessanti e inquietanti tra culto e potere. Negli anni Settanta, José López Rega, stregone influente tra i collaboratori storici del presidente Juan Domingo Perón, era il contatto argentino della p2 e arrivò a ricoprire la carica di ministro del Benessere Sociale. Mabel Camera fu la pitonessa del “presidente della crisi finanziaria”, Fernando de la Rúa, mentre negli anni Novanta il capo di stato populista Carlos Menem aveva alla sua corte una chiaroveggente personale. Anche in Africa la stregoneria non è solo un’eredità ancestrale o di tipo tribale, quanto piuttosto un elemento integrante della vita politica e del sistema capitalista, esportato dagli europei all’epoca delle colonizzazioni e in seguito mantenuto senza troppi cambiamenti sostanziali: sono tanti i governanti che si servono della divinazione, della magia o della stregoneria per vincere elezioni e guadagnare potere, per indovinare le mosse giuste in campagna elettorale o durante una crisi interna.

Senza dubbio l’America deve molto al continente nero in termini religiosi, data la presenza molto forte di tradizioni africane come la santeria, il vudù, il candomblé e il palo mayombe, soprattutto nei Caraibi e in Brasile. Queste, così come il culto alla Santa Muerte e la stregoneria, non si relazionano necessariamente alla magia nera o a influssi spirituali negativi, anzi. Ma tutto dipende da chi e come le utilizzano e per quale scopo.

In Messico, all’epoca del presidente conservatore Vicente Fox (2000-2006), Genaro García Luna era a capo dell’oggi soppressa Agenzia Federal de Investigaciones (AFI) e aveva una statua della Flaquita nel suo ufficio. In seguito, il presidente Felipe Calderón (2006-2012) lo nominò ministro della Pubblica Sicurezza. A quanto pare, García Luna a un certo punto sostituì la tipica figura della Santa Muerte, la Parca scheletrica con la falce e il saio da francescano, con quella dell’Angelo della Morte, o Ángel de la Muerte, proprio secondo quanto andava raccomandando ai fedeli l’autonominato arcivescovo della Santa Muerte, padre David Romo. Si tratta di un personaggio controverso, oggi in carcere condannato a dodici anni per frode elettorale e a sessantasei per partecipazione a banda organizzata a scopo di rapimento, furto ed estorsione.

Per anni Romo tentò senza successo di trasformare il culto spontaneo e orizzontale alla Santa Muerte in una specie di religione, dotata di un’istituzione verticale, una dottrina ufficiale, dei sacerdoti, dei diaconi e cerimonie ben definite. Nel 2005 il ministero degli Interni messicani tolse il riconoscimento legale alla sua Chiesa Santa Cattolica Apostolica Tradizionale Messico-StatiUniti o, più brevemente, Iscat Mex-Usa, ma l’attività del padre continuò fino al suo arresto nel 2011. La modella e attrice messicana Carmen Campuzano è anch’essa devota della Santa Muerte, che l’avrebbe aiutata, temporaneamente, a uscire dai suoi gravi problemi di dipendenza dalle droghe. Il giornalista José GilOlmos racconta che anche la mitica attrice dell’era dorata del cinema messicano, MaríaFélix, la venerava. E così pure la cantante e attrice cubano-messicana Niurka Marcos e il suo ex compagno, l’attore di telenovele Boby Larios, i quali nel 2004 si sposarono giurando fedeltà proprio di fronte alla Chiesa di padre Romo.

Comunque sia, la Santa Muerte raccoglie consensi e devoti in paesi lontani dal Messico e“insospettabili”: dalla Germania alla Spagna, dall’Italia alla Danimarca, dal Giappone agli angoli più impensabili dell’America centrale, meridionale e settentrionale, la migrazione, il turismo e internet hanno contribuito alla sua rapida diffusione e massificazione. Le gerarchie ecclesiastiche combattono l’espansione di questa devozione che, malgrado tutto, pare inarrestabile e autonoma rispetto a istituzioni e sacerdoti. Nel mercato di Sonora a Città del Messico, noto per l’immensa varietà dei prodotti esotici, esoterici e curiosi che vi si vendono, il merchandising legato alla Niña Bonita è superato solo da quello della Madonna di Guadalupe, la santa patrona nazionale. Non hanno funzionato in passato i tentativi del Vaticano di “liberare dal diavolo” i devoti della Flaca, né altre strategie contro la Santa Muerte come le minacce di scomunica, la “semina” di altari del santo cattolico rivale, san Giuda Taddeo, o l’assoldamento di esorcisti specializzati nella capitale. Il fatto è che non c’è nessun Satana da estirpare dall’anima dei cosiddetti santamuertistas. Quello che c’è è la crisi della Chiesa in America, endemica come l’emorragia di fedeli di fronte all’avanzata dei pentecostali e dei protestanti o delle multinazionali della fede come l’americana Scientology e la brasiliana Pare de Sufrir (“Smetti di soffrire” o Chiesa universale del Regno di Dio). Ciononostante,il Vaticano resta comunque al vertice di un potere religioso e temporale, globale e millenario.

Tra i potenti, includendo narcos e boss mafiosi, la religiosità è un elemento identitario e fondamentale. La connessione mediatica delinquenza-Santa Muerte è nata in seguito alla cattura nel 1998 del famigerato rapitore seriale Daniel Arizmendi López, El Mochaorejas (“Il Mozzaorecchie”), che nel suo appartamento nascondeva un altare alla Niña Blanca che poi, con il consenso delle autorità carcerarie, poté portare nella sua cella del penitenziario La Palma. Pochi media hanno parlato, però, dell’immagine della santa nazionale messicana, la Madonna di Guadalupe, che, subito dietro all’effigie della morte, occupava un posto d’onore nel suo altare casereccio. Era giocoforza creare il mito della Madonna dei delinquenti.

Nell’aprile 2001 venne arrestato Gilberto García Mena, alias “ElJune”, luogotenente del boss OsielCárdenas, l’allora capo del cartello del Golfo. Nel giardino della sua villa l’esercito trovò un bel santuario della Bambina Bianca, per cui la Santa Muerte cominciò a essere associata anche alla narco-cultura e ai signori della droga. Le operazioni militari della narcoguerra si preoccupano sempre più di distruggere gli “spazi sacri” dedicati alla Santa Muerte, soprattutto nel Nord del Paese, dove la violenza raggiunge picchi intollerabili e si punta sul colpo mediatico pur mostrare risultati.

Nel dicembre 2010, a Nuevo Laredo, in pieno territorio dei narcos Zetas, il sindaco Ramón Garza Barrios proibì ufficialmente la vendita di immagini della Santa Muerte per le strade e richiese al ministero delle Comunicazioni e i Trasporti l’eliminazione da strade e androni dei suoi altari. Nonostante le persecuzioni e le sparate mediatiche, i santi preferiti dai narcos, in realtà, sono molti più di quanto non si creda: la Madonna di Guadalupe e san Giuda sono importantissimi, così come il Robin Hood del Sinaloa Jesús Malverde, oltre alla Santissima. Secondo alcune voci, diffuse dalla stampa messicana, nel 1996 perfino il potentissimo “Señor de los Cielos”, Amado Carrillo Fuentes, capo dell’allora egemonico cartello di Juárez, avrebbe ordinato la costruzione di un piccolo santuario in suo onore, ma è indubbio che i fenomeni dei narco altari e delle narco elemosine, ossia le prebende elargite dai narcos alla Chiesa o a culti “alternativi”, abbiano coinvolto negli anni diversi tipi di istituzioni religiose, di santi e devozioni. La Muerte non è l’unica a ricevere doni e attenzioni.

La studiosa argentina Lía Dansker ha lavorato presso vari istituti correzionali per minorenni di Città del Messico e ha riscontrato come san Giuda sia il più amato tra i giovani reclusi, provenienti in gran parte dai quartieri marginali della capitale, mentre la Santa Muerte, anche se in crescita, resta al secondo posto in classifica. Entrambi i culti si inseriscono comunque su un fondo cattolico comune. Lía s’è guadagnata la fiducia dei giovani reclusi coi suoi aneddoti sul “cugino argentino” della Santa Muerte, il popolare San La Muerte, e su un’altra icona proibita ma celeberrima: il GauchitoGil. In Argentina, come espressione di devozione e lealtà nei loro confronti, non si fanno solo tatuaggi o promesse, ma si arrivano a impiantare le figurine di plastica o di resina dei santi sottopelle con un’operazione chirurgica improvvisata. Se le ferite si infettano o il corpo del fedele rigetta la statuina, il miracolo non sarà concesso; se invece l’operazione funziona, il santo accompagnerà per sempre il suo accolito nelle sue avventure.

Il misticismo e il potere si accoppiarono nella Germania nazista: una corte di maghi, astrologi e occultisti circondava Adolf Hitler. Il Führer li incluse tra le file delle SS. Il capo di quest’organizzazione militare, Heinrich Himmler, soleva ritirarsi nel suo castello di Wewelsburg per effettuare rituali iniziatici ed esoterici, mentre Hitler consultava il suo astrologo personale prima di prendere decisioni importanti. Anche il suo alleato italiano, Benito Mussolini, pare avesse trovato in Giuseppe Cambareri un consigliere esoterico di fiducia. Il misticismo nazi si basava su miti, leggende e visioni politico-religiose che giustificavano la superiorità della razza ariana e i deliri di onnipotenza dei suoi ideatori. Oggi il nazismo esoterico caratterizza, per esempio, un partito politico come Alba Dorata in Grecia e parte del neofascismo italiano. Un nazista esoterico noto in America Latina fu Miguel Serrano, diplomatico e intellettuale cileno, amico del poeta filofascista Ezra Pound e autore di Hitlerismo esoterico Adolf Hitlerl’ultimo Avatara. L’organizzazione Nuova Acropoli, fondata in Argentina dal poeta Jorge Ángel Livraga Rizzi nel 1957 e presente in Messico, Italia e una quarantina di altri paesi, è stata descritta dal Parlamento europeo nel 1984 come «gruppo fascista e paramilitare». Il giornalista argentino Alfredo Villetta ha definito la sua ideologia come un mix di elementi «esoterici, di teosofia, di orientalismo,di alchimia, astrologia e un po’ di filosofia greca». I neonazi sono usi a mischiare e ricreare tradizioni e simboli, siano essi musicali, religiosi o letterari, appropriandosi dei più adeguati alla diffusione della loro ideologia e all’avvicinamento di seguaci verso cause politiche trasformate in culti e dogmi.

Nel barrio di Tepito dicono che la Santa Muerte non «nasconde la gente cogliona, né innalza gli stronzi». È un ragionamento che non fa una piega, soprattutto quando si tratta di culto, potere, ideologia e religiosità, dato che esistono limiti all’ambizione materiale e spirituale che non andrebbero superati. Tepito è un quartiere enclave di artigiani, commercianti e sopravviventi del caos metropolitano in cui la Santissima è la patrona, «più tosta della Madonna», e «fa sgami, paros, non solo miracoli», secondo i suoi seguaci. In fin dei conti, i devoti chiedono una vita e una morte buone. Dalbarrio bravo non si scappa, ma ci si resta per imparare, perché la saggezza di quartiere può essere diretta e tagliente come una lama o star nascosta tra i vicoli e i doppi sensi sottili della parlata locale.

In Messico la Santa Muerte sta avendo un discreto successo anche tra le classi alte, ma molto più radicata è la sua venerazione tra quelle popolari, sempre più escluse dalle attenzioni di Chiesa, stato e istituzioni. Quando la morte si fa presente nella società, il suo culto si fortifica. E quando i diritti umani sfumano, la Santa Muerte prende il posto di chi dovrebbe garantirli. La Flaca è un sostegno spirituale che dà protezione, lavoro, salute, denaro e sicurezza. Nel Messico della narcoguerra sono beni scarsi, soprattutto per quei devoti silenziosi che dal potere fuggono più che cercarlo.

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Youth, la giovinezza di Paolo Sorrentino https://minimaetmoralia.it/cinema/youth-la-giovinezza-di-paolo-sorrentino/ https://minimaetmoralia.it/cinema/youth-la-giovinezza-di-paolo-sorrentino/#comments Wed, 20 May 2015 12:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26801 Questa mattina è stato presentato al Festival del cinema di Cannes “Youth – la giovinezza“, il nuovo film di Paolo Sorrentino. Pubblichiamo l’intervista al regista di Paola Zanuttini, uscita per il Venerdì di Repubblica, ringraziando l’autrice e la testata. Nella foto, una scena del film (fonte immagine). Roma. Quando Harvey Keitel ha finito le riprese di La giovinezza […]

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Questa mattina è stato presentato al Festival del cinema di Cannes “Youth – la giovinezza“, il nuovo film di Paolo Sorrentino. Pubblichiamo l’intervista al regista di Paola Zanuttini, uscita per il Venerdì di Repubblica, ringraziando l’autrice e la testata. Nella foto, una scena del film (fonte immagine).

Roma. Quando Harvey Keitel ha finito le riprese di La giovinezza in un albergo molto Montagna incantata di Davos, c’è stato un momento piuttosto commovente. «Non so quanto vi resterà dentro questo film» ha detto alla troupe, «ma so quanto resterà dentro di me». Sentiti applausi. La parola commozione e i suoi derivati ricorrono molte volte nella sceneggiatura del film. Sostiene Paolo Sorrentino che le sceneggiature ingannano, amplificano i sentimenti per farli capire a cast e troupe. «Nella Grande bellezza c’era scritto almeno quindici volte che Toni piangeva, ma se avrà pianto una è tanto. Le emozioni le decido poi sul set».

La giovinezza racconta di due vecchi amici in un hotel-benessere alpino, di quelli dove ti massaggiano sempre, o ti puliscono l’intestino. Keitel è un famoso regista inglese emigrato a Hollywood che scrive il suo film-testamento con una folta schiera di giovani sceneggiatori; Michael Caine è un riverito compositore e direttore d’orchestra che ha tirato i remi in barca: accetta la vecchiaia e i suoi ozi beccheggiando tra apatia e cinismo. Molto british. Arriva un emissario di Elisabetta II: Sua Maestà vuole festeggiare il compleanno del marito con un concerto e gli chiede di eseguire le sue celeberrime Simple Songs. Non se ne parla: il Maestro non vuol tornare in scena e ha una misteriosa allergia per quelle Songs. Beh, ci sono molti altri fatti, sviluppi e comprimari, compreso un Maradona più bolso dell’originale, ma il nocciolo della storia è questo, cui va aggiunto un dettaglio: i due amici stanno sempre a discutere di Gilda Black, una tipa  che si contendevano da ragazzi. Te la sei portata a letto? La tragedia è che non me lo ricordo.

Sorrentino dice che La giovinezza è una cosa piccola, molto più semplice di La grande bellezza: «È il mio film più intimo, scritto e pensato in poco tempo. Un agosto a Roma con i figli in vacanza e la casa vuota. Invece di ciondolare in mutande, mi sono messo al lavoro». Si può definire piccolo un film opulento di personaggi e divagazioni, con un cast che, oltre ai due protagonisti, include Jane Fonda, Rachel Weisz e Paul Dano? Lui risponde che la misura non si desume dal budget o dalla fama degli attori, ma dall’ambizione che c’è dentro. «E questo non è un film ambizioso».

Da quando era ragazzo, Sorrentino appunta osservazioni, spunti, ritagli, cose che gli hanno raccontato. In questa banca della memoria c’erano due reperti che hanno cominciato a lampeggiare. «Uno era un fatto di cronaca: la regina Elisabetta aveva invitato Riccardo Muti a Buckingham Palace, ma non si erano accordati sul repertorio e lui non andò. La cosa mi colpì, perché da buon provinciale pensavo che alla regina non si potesse dire di no, ma Muti, napoletano come me, evidentemente si era sprovincializzato prima. La seconda era il ricordo di una cena con due uomini anziani che si erano messi a parlare di una ragazza di sessant’anni prima, ognuno voleva sapere se l’altro c’era stato. Non è che litigassero, ma si avvertiva una certa frizione».

La giovinezza è pieno di sogni e di visioni. «Non sono i miei. Non ne faccio di così interessanti o degni di essere filmati. In tutti i miei film ci sono i sogni perché possono avere una grande potenza nel creare una sintesi dello stato psicologico del personaggio».  Si è parlato di Fellini per La grande bellezza e se ne parlerà anche per La giovinezza: in particolare , La città delle donne e forse Ginger e Fred, visto il contesto crepuscolare. Sorrentino dice che il secondo non lo ricorda e che il terzo non l’ha neanche visto. Ma si può affermare il diritto di essere postfelliniani senza essere accusati di plagio? Lui obietta che sarebbe troppo presuntuoso: «Fellini mi piace tantissimo, è uno dei pochi miei autori di riferimento, come Scorsese e Truffaut, ma non ho ambizioni di imitarlo o rinnovarlo. Se alcune mie cose gli somigliano vagamente è del tutto involontario».

Involontaria anche la scena della giraffa della Grande bellezza? Lui risponde di sì. L’unica citazione felliniana consapevole era via Veneto, il confronto tra com’era e com’è. «Ne avevo girata un’altra che ho tagliato: un mendicante che chiede l’elemosina nella Fontana di Trevi. Ma i ricordi si depositano e poi vengono fuori in perfetta anarchia: pensi di fare una cosa originale e invece stava lì. Rivedendo Taxi Diver, ho notato un’inquadratura dell’Aspirina e ho capito da dove avevo copiato un dettaglio dell’Aspirina di Andreotti nel Divo. Certo, con Fellini c’è una comunanza di temi che si vede anche nella Grande bellezza: il disagio esistenziale dell’uomo nella società opulenta era un tema nella Dolce vita come in , a Gambardella manca il terreno sotto i piedi mentre non ci sono ragioni apparenti della sua disperazione: ha soldi, donne, amici. E poi c’è Roma».

Se gli chiedi della sua poetica, dei suoi tanti personaggi sulla china o già caduti e sprofondati, sgrana gli occhi. Ma se addomestichi la domanda parlando di assenza, nostalgia, senso di perdita, ti viene più dietro. «In questo film il tema forte non è la vecchiaia, la devastazione dei corpi spogliati alle terme, ma il rapporto tra genitori anziani e figli. Mi interessa raccontare la vecchiaia in funzione del rapporto con il futuro, quando ne hai poco davanti, e rispetto ai figli. Il fatto che i vecchi si avviliscono perché si disperde il patrimonio delle cose che hanno fatto per loro. Io ricordo cose eclatanti della mia infanzia, ma non la quotidianità. I miei genitori sono morti quando avevo 17 anni, una fuga di gas nella casa di montagna, ne sono passati 27: la memoria dei vecchi e dei figli si dissolve. È atroce che tutta la quantità e la qualità delle cose che hai fatto per stabilire un rapporto svaniscano. Non mi fa paura sparire dalla Terra, ma dagli occhi dei miei figli».

Entra nello studio un bambino. Con tempismo cinematografico. Dice: «Papà, vado a giocare a pallone in piazza». Sorrentino concorda una ragionevole ora di rientrata e riprende: «Anche nelle famiglie dove regna la felicità il rapporto fra genitori e figli è all’insegna del dolore, in particolare tra maschi. Noi due abbiamo un buonissimo rapporto, ci divertiamo molto, ma è come se da un mobile semiaperto dovesse uscire il dolore. C’è una costante preoccupazione reciproca». Quando leggeva La strada, il romanzo post apocalittico di Cormac McCarthy dove un padre e un figlio tentano di sopravvivere tra le macerie del mondo, ha smesso: «Mi piaceva da morire, ma era lancinante».

Poi ci pensa su: non è vero che si è scordato proprio tutto. Da un po’ (pochissimo) combatte la sua pigrizia cronica con la ginnastica, roba dolce, niente di impegnativo: pare che il movimento abbia smosso anche la memoria, qualcosa è riaffiorato, persino dall’infanzia. «Ma il problema non è quello dei ricordi, quanto la sproporzione fra le cose che facciamo e quello che rimane».

Per come vanno le cose oggi, a 44 anni, Sorrentino è entrato un po’ in anticipo nello spleen senile che, infatti, nel suo nuovo film tratteggia con sorprendente competenza. Concorda: «Io sono vecchio dentro. Da una vita. Per certe cose sono in anticipo, per altre, come la cultura, l’essere preparati, il capire le cose, sono in ritardo: faccio film che i miei colleghi hanno girato dieci anni prima, anche se sono abbastanza furbo da far credere che sto avanti. Ma sul lato esistenziale sono dovuto crescere in fretta, per istinto di sopravvivenza. Le tragedie personali mi hanno sviluppato un senso di rivalsa: mi chiedevo con che criterio venivano scelti i destinatari dei dolori. E poi, come tanti adolescenti, mi sentivo inadatto e disistimato, e questo mi ha portato ad applicarmi molto, oltre che ad autocompiacermi nel vittimismo».

Il vittimismo. E qui si apre il capitolo sui rapporti da un po’ non proprio idilliaci con la stampa e la critica italiana che non hanno ecumenicamente apprezzato La grande bellezza. Parlando dei suoi rapporti col mondo, e non necessariamente con i giornalisti, Sorrentino ipotizza: «Molti non si capacitano del salto che c’è fra quello che sono e quello che ottengo. Forse dipende dal fatto che non dico cose brillanti». Passando alla stampa (italiana), ammette che si è disamorato, perché si è accanita troppo, oltre la logica: «Fuori hanno detto tranquillamente “questo è bravo”, ma in Italia hanno risposto che fuori si sbagliavano. Io ribatto che hanno sbagliato loro e si va avanti tranquilli». Si potrebbe sospettare un’insofferenza alle recensioni severe. Smentisce: «Valerio Caprara del Mattino, che stimo, ha criticato molto La grande bellezza, ma argomentando così bene le sue opinioni  da farmi venire il dubbio che avesse ragione».

La critica potrà dire quel che vuole, ma non che Sorrentino sia a disagio nelle produzioni internazionali. Se in Le conseguenze dell’amore si poteva avvertire un afflato da prove tecniche di cinema europeo e in This Must Be The Place una voglia italiana di road movie, in La giovinezza  – anzi, Youth – è definitivamente cittadino del mondo. «È una tendenza che si affermerà sempre di più. Da noi si interpreta il cinema in base ai grandi registi del passato, ma per loro la cultura prevalente era quella cui appartenevano, vivevano il rapporto con l’estero da lontano, mentre le nuove generazioni e anch’io, per il rotto cuffia, hanno un piede qui e uno altrove. Infatti a Cannes due dei tre film italiani, il mio e quello di Garrone, sono girati in inglese. Ho visto il trailer di Matteo e poteva sembrare quello di un film australiano, canadese, americano. In concorso ci sarà anche Yorgos Lanthimos, un giovane  greco che non fa certo film greci per come siamo abituati a conoscerli. Nel cinema non saremo più italiani, tedeschi, francesi, americani». E l’omologazione? Il rischio di un international (o hollywood) style? L’italiano che ha vinto l’Oscar (dopo 15 anni) non se ne preoccupa. «Spero di mantenere il mio sguardo personale. Il problema è tenere insieme il particolare e l’universale, l’Italia e il mondo. Negli ultimi anni il nostro cinema ha faticato su questo fronte, ma c’è anche chi c’è riuscito, per esempio, Bertolucci. Quando ho presentato a Cannes Il divo, che è un film sulla psicologia del potere, Sean Penn, allora presidente della giuria, mi disse che per lui era Kissinger; per un francese, invece, era Giscard d’Estaing».

P.S. The Youth, a suo modo, finisce bene. Volete il messaggio d’autore? «A ottant’anni non si deve per forza rinunciare a un’idea di domani. Col passato non si è liberi perché è andato, col presente lo si è poco, ma il futuro, anche se breve, è la più grande prospettiva di libertà che abbiamo».

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Memorie del reduce Arbasino https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-alberto-arbasino/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-alberto-arbasino/#comments Thu, 26 Sep 2013 09:12:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15584 Arriva oggi in edicola il numero cinquantaquattro di IL, il magazine del Sole 24 Ore. Pubblichiamo un'intervista di Francesco Pacifico a Alberto Arbasino uscita a novembre 2012 ringraziando l'autore e la testata.

La casa: un ultimo piano dietro via Flaminia Vecchia con due grandi A sulle ante della porta. Sul pianerottolo, scaffali di libri. Dentro, un salotto con un divano a L interminabile, comodo, occupato da libri, sovrastato da lampade fungoidali e da un esercito di Adelphi. Ma il pezzo forte è un corridoio: quadri illustri ai lati, Guttuso e Pasolini soprattutto, a lui dedicati, e come soffitto una combinazione di pannelli in vetro colorato, illuminati come un dancefloor Anni 70 rovesciato, in combinazioni cromatiche – viola giallo blu bianco rosa rosso – da grafico hipster. È del '30, è il più grande scrittore italiano vivente.

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Arriva oggi in edicola il numero cinquantaquattro di IL, il magazine del Sole 24 Ore. Pubblichiamo un’intervista di Francesco Pacifico a Alberto Arbasino uscita a novembre 2012 ringraziando l’autore e la testata.

La casa: un ultimo piano dietro via Flaminia Vecchia con due grandi A sulle ante della porta. Sul pianerottolo, scaffali di libri. Dentro, un salotto con un divano a L interminabile, comodo, occupato da libri, sovrastato da lampade fungoidali e da un esercito di Adelphi. Ma il pezzo forte è un corridoio: quadri illustri ai lati, Guttuso e Pasolini soprattutto, a lui dedicati, e come soffitto una combinazione di pannelli in vetro colorato, illuminati come un dancefloor Anni 70 rovesciato, in combinazioni cromatiche – viola giallo blu bianco rosa rosso – da grafico hipster. È del ’30, è il più grande scrittore italiano vivente.

Uno penserebbe a un ego debilitante, invece Arbasino è uno da cui farsi raccontare d’altro, di altri (tanto, per l’agiografia e la completezza abbiamo i ben due Meridiani Mondadori usciti pochi anni fa). Ecco per esempio come ritrae la scena di Nuovi Argomenti, la rivista pensosa e impegnata di Moravia, dove arrivò neanche trentenne, grazie all’esordio proustiano e già Nouvelle Vague di Le piccole vacanze.

Con Moravia che rapporti aveva?

Ottimi, perché erano pessimi con Elsa Morante, perché non so perché lei ce l’aveva con me… con Moravia erano ottimi…

Era anche la donna più antipatica d’Italia, no?

Era molto antipatica… Noi spesso con la buona stagione pranzavamo fuori, la sera, con Moravia e Morante, i due Piovene quando erano a Roma, i due Guttuso che abitavano qui e quindi venivano lì, poi Bassani, Pasolini eccetera e qualche volta Gadda, che se era stanco non veniva, poi il giorno dopo telefonava e diceva «Ha strillato molto la Elsina anche ieri sera?». «Ha strillato la Elsina?», diceva Gadda… E lì effettivamente lei strillava perché arrivava agitando Paese Sera dicendo «Qui bisogna scrivere una protesta, bisogna fare una raccolta di firme»…

E Moravia invece… era credibile il suo ruolo pubblico?

Sì.

Anche utile?

Anche utile, lui poi era sempre imbronciato ma era molto socievole: imbronciato e socievole. Anche con Dacia [Maraini] ci siamo sempre visti abbastanza spesso. Una cosa curiosa era che verso le undici di sera mentre si era ancora lì a tavola c’era Pasolini che cominciava ad agitarsi un po’ e la Elsina gli diceva «Vai, vai pure Pier Paolo perché sennò non aspettano»… allora, quello che ci potremmo chiedere oggi era che, siccome la pedofilia allora non esisteva come concetto oltre che come termine, e allora non ci si pensava alla maggiore o minore età dei ragazzini… il fatto era che siccome i ragazzini non avevano né moto né biciclette né niente, stavano lì sotto casa e Pier Paolo arrivava lì sotto le case loro, come mai i fratelli maggiori, i genitori…

… Non lo andavano a menare?

Appunto, perché ogni tanto, specialmente Pier Paolo si vedeva un po’ percosso ma però ci si domandava come mai i genitori, il padre, i fratelli non andavano a menare Pier Paolo…

Eh però Emanuele Trevi [in Qualcosa di scritto] dice che ogni tanto lo si vedeva un po’… (malconcio, ma non ho finito la frase).

Sì, perché a lui piaceva farsi picchiare quindi quando poi giravano i film esotici… India, Yemen, così… dicevano i macchinisti che tornava tardissimo insanguinato, picchiato… trovava dovunque, in questi luoghi esotici, trovava delle turbe di ragazzini da cui si faceva picchiare perché è impossibile che lo picchiassero in Yemen, in Arabia, in India…

(Ecco qui un racconto di Arbasino, composto così, di fronte a me, nel suo salotto pieno di libri. Attento a ogni dettaglio, sul tavolino, accanto a un Mallarmé ha il numero di Nuovi Argomenti che contiene un mio saggio su di lui, e anche un mio libro in cui scrivo di lui, e non li menziona mai, solo mi dà a intendere di essere al corrente. Si vede che ha frequentato un genio delle relazioni come Henry Kissinger quando lavorava nella diplomazia internazionale. Ma torniamo ai racconti: comincio a capire come ha fatto a pubblicare tanto: parla esattamente come scrive – ed ecco la parte inevitabile sull’infanzia, il fascismo e la guerra…)

Sono nato nel ’30, quindi ho fatto in tempo a vivere gli ultimi anni del fascismo e poi tutta quanta la guerra perché eravamo sfollati in campagna ed eravamo in difficoltà gravi perché si era in una zona dominata dalle brigate nere e da una Sichereit tedesca… e poi quello che colpiva negli anni dei partigiani e delle brigate nere era con che spontaneità veniva fuori da persone grigie, burocratiche, apparentemente normalissime, una crudeltà sanguinaria tale… Era inimmaginabile perché si son viste delle persone come – ripeto – grigie, burocratiche, funzionariali, che non appena avevano una divisa organizzavano subito le celle della morte… supplizi, delle cose inverosimili da concepire fino a un momento prima, voglio dire… e quindi è diventato abbastanza complicato avere dei rapporti con quel tipo di realtà dove da ragazzini si vedevano degli anziani signori che diventavano improvvisamente sanguinari crudelissimi torturatori… e quello succedeva…

Come si venivano a sapere queste cose?

Si sapevano perché c’erano gli arresti, ne parlavano, se ne parlava moltissimo. C’erano ad esempio i castelli dei dintorni di Voghera, che venivano requisiti dalle brigate nere, dalle Sichereit, da quelle varie formazioni… ed erano poi formazioni abbastanza spontanee, si veniva a sapere perché lì nei paesini si sa tutto – se un castello viene requisito, se una casa viene requisita, occupata. Così per esempio a un certo punto mio padre era stato arrestato da una di queste formazioni fasciste perché facendo il farmacista dava le medicine ai partigiani. Poi era amico di Italo Pietra, che era comandante partigiano della zona quindi ovviamente mio padre gliele dava… e quando veniva arrestato mio padre, dovevano intervenire degli amici di famiglia, degli avvocati, persone che avevano un po’ rapporti con tutti, diciamo, perché poi nei centri piccoli tutti si conoscevano da prima ovviamente e quindi se uno veniva arrestato, se mio padre veniva arrestato… non lo vedevamo tornare e io che avevo quattordici, quindici anni, così, dovevo mettermi a cercare dove lo tenevano e lo vedevo lì in attesa di un interrogatorio…

E poi quanto è rimasto fuori casa?

Qualche giorno, alcuni giorni… ma poi siccome nei centri molto piccoli tutti quanti si conoscono da sempre, lì poi ci sono degli accomodamenti. Uno viene arrestato anche forse per intimidirlo.

E questo quindi tra persone che si conoscevano già prima?

Sì, appunto, per un ragazzino molto giovane… Io poi avevo a scuola, nel primo ginnasio, quindi nel quaranta, quarantuno, come insegnante una delle figlie del preside Provenzal, ebreo… queste figlie erano cattoliche come la madre e andavano anche in chiesa in maniera piuttosto visibile e lui, Dino Provenzal, a un certo punto, succedeva ad alcuni ebrei che abitavano a Voghera e nei dintorni, si diceva «È in Svizzera, è riuscito a espatriare», ma poi era vero o era invece in una camera lì nascosta della villa… in cantina, torretta? Che poi a Voghera non c’è mai stato un ghetto ebraico, però c’erano degli ebrei di posizione: il preside del ginnasio, oppure c’erano degli avvocati, dei commercianti. C’era per esempio, in campagna vicino a noi, era nascosto il professore Della Seta, non solo ebreo come dice il nome, ma era un personaggio molto famoso ai suoi tempi perché aveva diretto la scuola archeologica italiana ad Atene, Alessandro Della Seta, c’è anche sulla Treccani. Siccome aveva sposato una sorella della sciura Marina, che era una signora proprietaria di terreni, allora si era rifugiato lì, ma siccome era scappato con gli abiti che aveva addosso, che erano abiti elegantissimi da città con dei paltoncini blu come usavano, però ogni tanto usciva, verso sera, per fare una passeggiata: ma non aveva né le scarpe né gli indumenti adatti per le vigne fangose dove eravamo sfollati… Lui poi morì lì, prima che finisse la guerra morì lì.

Voi eravate sfollati.

Vicino Casteggio, tra Voghera e Casteggio. Perché si usava che allora tutti i cittadini di un certo rilievo avevano lo studio professionale oppure nel caso di mio padre la farmacia a Voghera e poi c’era, a poca distanza, la casa di campagna dove si passava tutte le estati, perché si stava al mare o in montagna per un mese ma poi, l’estate essendo lunga, prima di cominciare le scuole si stava nelle case in campagna e c’eran tante di queste case di campagna perché era un’usanza…

A voi cosa venne requisito?

A noi niente, perché non avevamo castelli o ville.

Ha iniziato a scrivere già durante la guerra?

No, dopo la guerra. Le piccole vacanze, sono uscite nel cinquantasette, Calvino l’ha pubblicato, è stato il mio primo libro. Però erano racconti scritti da un anno o due circa. Prima avevo scritto un po’ di poesie che sono quelle poi raccolte in Matinée… In verità è successo che volevo, ormai stufo da anni e anni di neorealismo postbellico, esemplato sulle brutte traduzioni degli americani, tutti quei “disse”… allora io nelle Piccole Vacanze, nel primo racconto, si dice che adagio adagio era finita la guerra, e questo adagio adagio è finita la guerra dice proprio il contrario perché non era adagio adagio: era morte, fame… Perché facendo finta di parlare di vacanze, di estati, in realtà si decretava la fine del neorealismo ed è per quello che a molti non è piaciuto quel libro, perché non era engagé, non c’erano i partigiani, non c’erano le SS, e non c’era “Bella ciao”, insomma…

Per questa cosa potrei ridere per un’ora… E Calvino? Rispetto a questa cosa?

Calvino ha avuto un atteggiamento fantastico perché io gli avevo mandato parecchi racconti…

Lo conosceva?

No… si mandavano tranquillamente via posta… e allora Calvino mi disse testualmente – che queste son cose che si ricordano: «Guarda, tu mi hai mandato parecchi racconti, più di cinque non ci conviene pubblicarne perché se il libro è troppo lungo non lo leggono e quindi non lo recensiscono, dobbiamo stare entro un limite modesto di pagine così lo leggono e lo recensiscono», poi però siccome sono tutti col fucile spianato in attesa del secondo, che non è mai all’altezza del primo perché nel primo uno ci ha messo tutte le sue esperienze, le letture, così, il secondo invece va fatto in fretta, dice «Tu non preoccuparti, che il secondo ce l’hai già qui, sono questi altri racconti quindi non stanno lì col fucile spianato che tu ti devi preoccupare, il secondo è qui», e infatti poi Bassani nella sua collana da Feltrinelli, Bassani ha pubblicato anche il secondo, cioè era un integrale dove c’erano gli stessi racconti più parecchi altri e fra l’altro c’era anche L’Anonimo lombardo che essendo di soggetto, diciamo, si direbbe scabroso per allora, oggi non importerebbe niente [si parla di neoavanguardia e omosessuali, ndr], ma siccome capitava in quel momento, è una cosa che io racconto anche per stabilire qual era il clima dell’epoca…

Fine anni Cinquanta erano sotto processo la maggior parte degli scrittori e dei registi, da Pasolini a Testori, Visconti, Antonioni, Fellini, erano tutti denunciati da un pm o da un altro perché nelle opere c’era qualche cosa di contrario alla morale corrente, c’era qualche trasgressione, qualche cosa contro la morale… allora, siccome si diceva normalmente che contrariamente ai film, che ci vuole un paio d’ore per vederli, invece per quanto riguarda i libri i pm non vanno oltre le prime pagine, allora mettendo L’Anonimo lombardo in un librone, una specie di omnibus, un librone grossissimo per allora, non c’era nessuno dei vari pm provinciali disposto a leggerlo… Erano tutti quanti sotto processo… poi Pasolini son continuate le storie anche per via delle vicende personali ma per esempio Visconti, Antonioni, Fellini, Testori: tutti sotto processo.

E di questi registi lei frequentava qualcuno? Come funzionava la vita a Roma?

Mah, io vedevo soprattutto Visconti e Fellini, frequentandoci poco tutto sommato perché per esempio Visconti era molto altero, così, e quindi siccome ero anche abbastanza amico di Testori, proprio in epoca dell’Arialda, allora ogni tanto andavo a mangiare da lui con Testori, così… Oppure con Fellini ci si vedeva abbastanza spesso perché viveva in via Veneto al tempo della dolce vita. Quando è uscito il film, il fenomeno della dolce vita era finito praticamente, perché il film descriveva ma ha segnato la fine di quel periodo dolce vita, e siamo nel Sessanta, Sessantuno… E però c’erano dei fatti molto simpatici perché siccome Fellini viveva in via Veneto, dove c’erano tavolini con Pannunzio, Patti, De Feo, qualche volta venivano Nicola Chiaromonte, Franca Valeri con Vittorio Caprioli, Nora Ricci che era la più elegante di tutti, perché era figlia del famoso Renzo Ricci e di Margherita Bagni ed era una bellissima donna elegante e spiritosa, colta, poi avendo dietro le spalle – il nonno era Zacconi, aveva tutta un’eleganza acquisita, non di primo acchito diciamo… e si stava volentieri con loro, certe volte veniva addirittura Saragata sedersi al tavolino… e c’era Fellini…

Com’era stato l’arrivo a Roma? Quando è arrivato a Roma?

Io sono arrivato subito dopo Le piccole vacanze, fra il Cinquantasette, Cinquantotto. Ero tutore e sono stato a lungo assistente di diritto internazionale… io mi ero trasferito a Roma da Milano con il mio professore di diritto internazionale, Ago, di cui ero assistente… alle Scienze Politiche, quelle dove c’era anche Moro che aveva una cattedra e parecchi altri luminari dell’epoca… allora siccome lui si è trasferito a Roma, anche perché poi aveva molte cariche internazionali a Ginevra, all’Aia, a tribunali vari, allora aveva casa a Roma – fra l’altro era cognato di Noberto Bobbio, avevano sposato due sorelle figlie di un notaio molto…

Sembra che stia parlando di un paesino, sembra che ci siano trecento persone che si conoscono tutte… E dove si abitava? Quali erano i quartieri in cui abitavate?

Dunque… io ho abitato per i primi tempi, per un paio d’anni in via Mario dei Fiori all’angolo con via Frattina ed era un ultimo piano dove avevano abitato nei vari periodi Zeffirelli, Bolognini… E allora la cosa che si usava normalmente e tranquillamente era che si pranzava in trattoria prendendo un’hachée, uno spaghetto, qualche cosa così, alla trattoria romana di via Frattina che non esiste più… e invece la sera Cesaretto, via della Croce, dove c’erano appunto Flaiano, Comisso, Giovanni Rodani, Sandro Viola che era il più giovane di tutti e insomma si era in parecchi… io di solito andavo a colazione, cioè pranzo alla romana, con un gruppo tutto di spettacolo perché c’erano appunto Bolognini, Tosi, Zeffirelli, Laura Betti, Adriana Asti… che poi Laura Betti era simpaticissima, non quella strega che viene diffamata da Emanuele Trevi [in Qualcosa di scritto]… Io l’ho conosciuta quando scrivevamo le canzoni per lei… le scrivevano Moravia, Pasolini, Soldati, Calvino, Fortini… che poi sapeva anche trovare degli ottimi compositori… era veramente, ripensandoci, una specie di paesino perché per esempio per il fatto di essere… l’impressione di paesino è inevitabile, perché la mattina l’università, lì fa meno paesino già…

A piazza Aldo Moro?

Sì, piazza Aldo Moro, con Aldo Moro che era ancora vivo e non era ancora piazza Aldo Moro… stava lì a Scienze Politiche…

E con questa abbiamo detto tutto…

Però colazione-pranzo lì con Zeffirelli, Bolognini, Tosi…

Questa è proprio fantascienza, tutti che abitavano lì…

Dunque io prima son stato in questa casetta che è ancora tale e quale… un cinque piani da salire a piedi ma non ci si pensava, via Mario dei Fiori angolo via Frattina… Dopo sono andato invece a stare in via del Consolato che è l’ultima traversa di via Giulia davanti alla Chiesa dei Fiorentini e lì c’è Palazzo Malvezzi dove io stavo… Io avevo un appartamentino nelle scuderie e lì c’era un insieme che era abbastanza interessante perché all’ultimo piano ci stava prima gli Aldobrandini, poi ci son venuti a stare Audrey Hepburn e il marito Dotti… A metà scala c’era Milo Mendez il poeta brasiliano che era anche diplomatico… Poi erano ambienti diversi veramente… perché c’era l’ambiente della trattoria romana di via Frattina era appunto gente di teatro, la Asti, la Betti…

Ma non c’erano altre duecento persone che volevano entrare nel locale?

No…

C’era questa battuta di Vaime: Vaime da Rosati, a piazza del Popolo, con Flaiano, e Flaiano indica un po’ di gente intorno e dice «Guarda, credono di essere noi!». Che fa molto ridere e la collego al discorso della fine della dolce vita…

Poi bisogna pensare anche – per le differenze di epoche e di costume – che quando si andava a teatro poi si andava a cena, quindi si andava a cena che era mezzanotte e mezza dopo di che si andava a via Veneto… Via Veneto si animava dopo l’una, l’una e mezza, erano orari che dicevamo spagnoli. Io mi svegliavo la mattina per andare in università.

Lei quando scriveva? Aveva due lavori.

Quando potevo.

Poi ha smesso la carriera diplomatica?

Ho smesso l’altra cosa perché era tutt’altra faccenda, perché se si pensa per esempio che a Londra oltre ad andare a teatro tutte le sere e a fare le interviste con i grandi maestri io facevo delle ricerche a Chatham House che era il cosiddetto Royal Institute of International Affairs, e io a Milano ero borsista cioè impiegato stipendiato all’Ispi, Istituto studi politica internazionale…

E Fellini come vide questa fine della dolce vita dopo il suo film? Qual era la sua…

Be’, Fellini in realtà aveva fatto ricostruire via Veneto a Cinecittà allora, ed era tale e quale…

Lei la vide? La andò a vedere?

No, l’ho vista dopo, quando è uscito il film, perché un aiuto di Fellini, che era direttore di produzione, che era Guidarino Guidi, invitava spesso i protagonisti della dolce vita, cioè De Feo e gli altri… ad andare, a partecipare al giraggio de La dolce vita a Cinecittà. Naturalmente ci siamo sempre ben guardati dall’andare…

Perché sarebbe stata una caduta di stile?

Era sbagliato apparire.

Poi passiamo a parlare degli anni Sessanta.

Gli anni Sessanta hanno portato l’inizio del Gruppo 63… era una piattaforma generazionale di personaggi diversissimi… Eco, Sanguineti, Manganelli… allora si pensava di utilizzare il boom economico, che sembrava molto più solido e a lunga portata, per cercare di migliorare la qualità letteraria, elevare la qualità perché l’altra strada era approfittare del boom economico per produrre bestseller.

Approfittare dei soldi per fare progetti.

E allora i casi, le prospettive erano fondamentalmente queste due: usare il boom economico per produrre bestseller per il mercato, era quella che si chiamava “letteratura da aeroporti” allora, perché negli aeroporti si facevano le ore lunghe e c’erano i romanzi di Moravia in tutte le lingue… Allora l’altra ipotesi era non produrre bestseller ma, dal momento che avevamo tutti quanti uno status economico abbastanza normale, soddisfacente in qualche caso, allora cercare di elevare la qualità media della letteratura, che poi la qualità media della letteratura…

Concetto pericoloso.

Il Gruppo 63 è entrato in crisi col ’68 perché di fronte all’ipotesi di usare le pubblicazioni del Gruppo 63 per pubblicare integralmente le risoluzioni delle assemblee extraparlamentari, allora si diceva «Se le pubblichino da sé»…

E chi stava dalla parte di pubblicare le risoluzioni?

Mah… Balestrini e altri così… mentre Giuliani e altri…

E Manganelli?

Manganelli ha sempre fatto letteratura…

(Breve parentesi in cui Arbasino invece di raccontare di tutto parla del suo libro più importante, Fratelli d’Italia, che esiste in tre versioni molto diverse fra loro, una del ’63, una del ’67, una del ’91.)

Per me quello che conta non è la fase intermedia, è la prima edizione e l’ultima… tutte e due partivano da uno stesso presupposto in fondo, cioè dare l’impressione di una struttura franante perché fatta di frammenti e di lunghe conversazioni, ma conversazioni dove scompaiono gli interlocutori, non contano molto, e in fondo forse è quella un’idea che veniva da Joyce ma non lo so…

(Ma parliamo piuttosto di epoche, e arrivando agli Anni 70 Arbasino sembra all’improvviso scordare i dettagli.)

È stata un’età un po’ vuota tutto sommato. Infatti facevo libri politici in quegli anni lì.

E non andava più a pranzo con tutti? E l’atmosfera del cinema italiano per esempio com’era?

Crisi… perché ormai erano finiti i maestri…

Soldi ce ne erano ancora?

Non credo molti… cominciava un po’ di certa crisi… comunque però non c’erano più i soldi per fare i film di Visconti o di Fellini come c’erano stati prima, perché se si pensa al costo dei film di Visconti e di Fellini sono cose che fanno paura…

Fellini di che umore era in quel periodo? Lo vedeva ancora o non lo vedeva più?

Lo vedevo tristissimo, e poi era cupo perché non riusciva più a fare film: perché i produttori non lo volevano più.

Nella scena letteraria qual era l’umore?

Non saprei, perché francamente non mi viene in mente… cioè so che io facevo molto giornalismo, facevo dei libri di politica tipo quello sul caso Moro, Questo Stato, Fantasmi Italiani

(Così magicamente si torna indietro, a parlare di anni Cinquanta, e assurdamente di Henry Kissinger).

… Kissinger che dirigeva l’International Seminar… faceva delle bellissime colazioni del sabato… sul pratino, che poi era estate, sul pratino dietro casa… colazioni buffet che ci si andava a servire… come si usa in America insomma… e dove c’erano personaggi anche molto notevoli come per esempio Schlesinger e c’era addirittura… io ho conosciuto Eleanor Roosevelt che viveva ancora: andiamo molto indietro nei decenni. Allora poi siccome alla fine di ogni corso, anzi all’inizio dell’estate la segretaria di Kissinger mandava ai vari ex alunni del seminario nelle varie capitali europee un messaggio dicendo «Il professor Kissinger sarà a Roma», per esempio, oppure Parigi… dal… al… sarebbe felice di incontrarla. Allora a questo punto si cercava di ricambiare in qualche modo la sua ospitalità con personaggi illustri e mi ricordo che per esempio io facevo dei pranzetti con Pannunzio, De Feo, La Malfa, personaggi abbastanza rappresentativi con cui lui si intratteneva molto piacevolmente col suo accento gutturale bavarese che aveva sempre tenuto da tutta la vita e che ha ancora adesso da vecchissimo novantenne. E quindi cosa è successo poi: che quando Kissinger è diventato segretario di Stato, da qualunque parte andasse incontrava delle persone con cui era stato a pranzo poco tempo prima e quindi dal punto di vista dei contatti umani oltre che diplomatici lui era in confidenza perché ci aveva pranzato insieme, nelle diverse capitali…

(Succede qualcosa di strano: anche degli anni Ottanta non ha ricordi. Mi telefona qualche giorno dopo, per dirmi: «Ah sì, negli anni Ottanta sono stato in Parlamento». Ci diamo appuntamento telefonico per l’unico pomeriggio in cui è possibile, prima che parta per Parigi. Gli telefono poco meno di dieci volte, lasciando diversi messaggi in segreteria. Del Parlamento dunque niente, non una parte interessante, quindi? Degli anni Ottanta solo questo aveva ricordato, a casa sua: «A parte la riscrittura dei Fratelli d’Italia che mi ha portato via un bel po’ di tempo e di fatica, ma che cosa ho fatto?». Così gli chiedo, rispetto a quella vita di articoli discussi con il gatto e la volpe Pannunzio e De Feo, da lui continuamente citati…) Quando lei ha iniziato a scrivere sui giornali quello che scriveva immagino veniva poi discusso tra gli amici, alla fine eravate tutti collegati, adesso invece quando scrive su Repubblica che impressione ha, che interesse ha?

Non ho nessuna impressione, in realtà, perché mi dà la sensazione di essere in un certo senso sopravvissuto a una certa epoca, a un certo linguaggio, un certo tipo di interessi: perché, faccio un esempio in concreto, se si pensa che c’era una volta un pubblico di livello che si definiva “liceale” cioè se in una rivista, alla prima con i commendatori in cammello con le mogli ingioiellate alla ultima col pubblico in piedi, standing, in una rivista così, con Totò, c’erano delle citazioni dantesche, Elena di Troia, un po’ di Iliade, Promessi Sposi, Renzo e Lucia, la monaca di Monza… Qualunque pubblico, fino dalle prime a quelli delle ultime, li coglievano al volo. Oggi, mi domando, se ci fosse nelle comiche televisive qualche allusione alla Divina Commedia o ai Promessi Sposi non lo so se sarebbe colta immediatamente come succedeva ai tempi di Totò e della Wanda Osiris…

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