Henry Thoreau Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/henry-thoreau/ un blog di approfondimento culturale Sun, 09 Apr 2017 21:27:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Henry Thoreau Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/henry-thoreau/ 32 32 Nel paese della natura selvaggia. Su “Eroi della frontiera” di Dave Eggers https://minimaetmoralia.it/letteratura/nel-paese-della-natura-selvaggia-eroi-della-frontiera-dave-eggers/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/nel-paese-della-natura-selvaggia-eroi-della-frontiera-dave-eggers/#comments Mon, 10 Apr 2017 06:00:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34111 C'è una trappola in cui è caduto ogni novello Thoreau di questa terra, ogni sprovveduto che ha pensato che partirsene verso le terre ignote, lasciare casa, lavoro e telefono, potesse significare andarsene solamente incontro a un po' di meritata pace. La trappola è questa: se va tutto bene e non inizia a piovere, non devi sfuggire da un incendio e il vento soffia leggero, andarsene in mezzo al nulla equivale ad alzare il volume dei tuoi pensieri al massimo e, beh, ci sono poche cose peggiori che essere lasciati in compagnia dei propri tormenti, dentro un camper arrugginito, a chilometri dalla forma di vita più vicina.

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alaskalaska

C’è una trappola in cui è caduto ogni novello Thoreau di questa terra, ogni sprovveduto che ha pensato che partirsene verso le terre ignote, lasciare casa, lavoro e telefono, potesse significare andarsene solamente incontro a un po’ di meritata pace. La trappola è questa: se va tutto bene e non inizia a piovere, non devi sfuggire da un incendio e il vento soffia leggero, andarsene in mezzo al nulla equivale ad alzare il volume dei tuoi pensieri al massimo e, beh, ci sono poche cose peggiori che essere lasciati in compagnia dei propri tormenti, dentro un camper arrugginito, a chilometri dalla forma di vita più vicina.

La natura non è una cosa semplice o un luogo dove ritirarsi: già all’inizio dell’800, Alexander Von Humboldt, il grande esploratore,aveva detto che la natura è Naturgemälde, “un vero e proprio organismo vivente, non una risorsa inerte alle azioni dell’uomo” e gli organismi vanno rispettati come tali, perché, se attaccati, possono reagire, espellendo gli invasori.

Di questo, però, Josie si rende conto quanto ormai è troppo tardi, quando è persa da qualche parte in Alaska e deve trovare un posto in cui poter riposare insieme ai suoi due figli, Paul e Ana.

Eroi della Frontiera, il nuovo romanzo di Dave Eggers, inizia a bordo dello Chateau, un camper “scassato e pericoloso per chi si trovava a bordo e per tutti quelli con cui divideva la strada” e col nome che sembra preso da un libro di David Foster Wallace. Josie è arrivata in Alaska dall’Ohio, dove ha chiuso improvvisamente il suo studio dentistico, decisa a trovare la sua felicità della catapecchia, una specie di autarchia, di eremitaggio felice; con sé ha portato i figli, un sacchetto di velluto con tutti i suoi risparmi, qualche vestito e un DVD di Tom y Jerry in spagnolo, un video con cui spera di tenere impegnati i bambini durante i tragitti lungo le strade deserte dello stato meno unito d’America.

Goethe scriveva che l’audacia reca in sé genialità, magia e forza, eppure l’entusiasmo con cui Josie prende ogni decisione sembra solo preludere un crollo nervoso; Goethe consigliava anche di iniziare subito qualsiasi cosa si volesse iniziare: ma allora perché nel tono di voce con cui Josie comunica ai figli che per un po’ quella sarebbe stata la loro scuola c’è tutta quell’inquietudine?

Non fa neanche in tempo a chiedersi perché sia là, che le cose cominciano ad incrinarsi: i tre iniziano a girovagare per l’Alaska senza meta, come fuggitivi senza desiderio di vedere niente o nessuno. Si fermano qualche giorno dalla sorella ad Anchorage, ma certe riunioni di famiglia sono per lo più catalizzatori di crolli nervosi, e così la felicità della catapecchia si trasforma nella “felicità di essere sola e sbronza di vino rosso, sul sedile del passeggero di un camper decrepito parcheggiato chissà dove nel profondo sud dell’Alaska, a fissare uno scarabocchio nero di alberi, con la paura di andare a dormire perché temi che da un momento all’altro qualcuno sfondi la serratura giocattolo della porta del camper e uccida te e i tuoi due figlioletti che dormono su in cuccetta.” 

Se solo questo fosse un b-movie, si trasformerebbe nel tipico film horror dove l’inesperta mamma fugge dagli orsi e corre nei boschi con un’accetta in mano, ma Eroi della frontiera non è un b-movie e neanche uno di quegli on the road per famiglie come Little Miss Sunshine o Captain Fantastic, in cui il dramma si stempera in un generico e rassicurante desiderio di perdonare i vari membri della famiglia per qualsiasi cosa abbiano fatto. Certo, il nuovo romanzo di Dave Eggers condivide con questo tipo di film l’uso (o abuso) dei bambini intelligenti: costantemente “impegnati in uno dei loro discorsi… in cui Ana faceva domande esistenziali su se stessa e sulla famiglia e Paul rispondeva come meglio poteva”, i due bambini sembrano messi lì apposta per dirci quanto siano maturi e bravi, con la loro “pazienza incredibile” e la loro saggezza in miniatura, in confronto a quell’irresponsabile della madre che li ha presi senza dire niente al suo ex compagno. Alla fine, però, come tutti i bambini cresciuti troppo in fretta, Paul e Ana sono due figure meste, la cui sola presenza acuisce la percezione di quanto soli e quanto tristi bisogna essere per andarsene in un posto che è “per lo più un parco nazionale governato dagli orsi”.

(Ad ogni modo, ogni volta che un bambino recita una battuta troppo brillante per la sua età, torna in mente Charles D’Ambrosio che dice che “leggere la Repubblica a dodici anni non era un presagio, ma un sintomo, non una divinazione favorevole, ma un allarme che più chiaro di così non poteva essere.”)

E “allora, dov’erano gli eroi? Josie sapeva solo che veniva da un posto di vigliacchi”, ed è da questi vigliacchi che prova allontanarsi: da Carl, il suo ex, che ha mollato perché non riusciva a prendere una decisione e non sapeva tenersi un lavoro, e soprattutto da se stessa, una donna che ha accumulato errori e colpe in buona fede e che spera ora di diluirli attraversando il confine, spingendosi così lontana da dimenticarsi, da dimenticare tutto e tutti; dormendo sola con i figli in capanne, baracche e rifugi di fortuna, finché la tempesta non smette di infuriare o i padroni tornano a rivendicare le loro proprietà.

Eroi della Frontiera è un romanzo su una donna che si vorrebbe perdere, che vorrebbe solo che i suoi ricordi e il suo senso di inadeguatezza tacessero per un po’, zittiti dall’alcol o dalla pace di una notte passata affacciata sulle acque di un lago.

Se in I vostri padri dove sono? E i profeti vivono forse per sempre?, il precedente romanzo di Eggers, il trentaquatrenne Thomas rapiva sei persone in una base militare abbandonata, in Eroi della frontiera Josie rapisce – si fa per dire, ma quasi – i figli convinta che questo le rivelerà chissà cosa sul suo destino o, forse, le confermerà l’assioma su cui si fonda tutta la storia americana, cioè che è vero che i confini e le aree vergini sono i posti giusti per cominciare una nuova vita.

È questa l’angoscia sottile e terribile che oggi Eggers sembra interessato a descrivere – e lo fa con alterna fortuna – quella per cui non siamo cattivi, ma veniamo da un posto cattivo; l’angoscia di sapere che gli elettori di Trump sono persone come tante o che, per meglio dire, le persone sono capaci di atti orribili, perché il male è banale e si annida anche nelle magliette di poliestere.

Quelle che oggi scrive Eggers sono commedie che sembrano perennemente sul punto di trasformarsi in tragedie e che forse lo hanno già fatto, come le giornate “lunghe chilometri e senza scopo e né possibilità di pentirsi”; il suo compito sembra quello di stare intorno abbastanza a lungo per vedere come vanno a finire le cose, per sentire Josie – o chiunque dei suoi concittadini, o se stesso addirittura – chiedersi “Cristo santo, perché aveva preso tutte le decisioni sbagliate?”.

Ma perché l’Alaska? La risposta viene dal rinnovato interesse per il nature writing, i libri su quello che succede là fuori, sugli astori e sulle coste selvagge. Questa letteratura dell’antropocene, come nota brillantemente Gianluca Didino, si fonda, però, su “l’assunto fondamentale che quella che chiamiamo natura sia in realtà un concetto complesso e perturbante, … che intrattiene con l’umano un rapporto non pacificato”: si tratta di una letteratura che ha perso, per così dire, lo sguardo ingenuo sul mondo là fuori, sulle piante e alle cascate come altrove possibile per l’umanità.

Anche la natura raccontata da Eggers, con i suoi incendi, le sue crudeltà, funziona come un personaggio della storia, diventa proprio quell’ organismo tutt’intero di cui parlavamo prima, e sembra avere come compito principale non solo quello di ignorarci, ma di ricordarci la nostra vanità, la nostra inadeguatezza.

Josie “era scappata dalla violenza muta della vita in Ohio per portare la sua famiglia nel cuore barbaro del paese” e qua, dove non trova l’armonia, ma persone spaventate come lei, dove si confronta con le proprie ossessioni e le proprie paure, comprende che “non siamo persone civilizzate… Tutte le domande sul carattere, le motivazioni e le aggressioni nazionali troveranno risposta quando riconosceremo questa verità elementare.”

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Elogio della disobbedienza civile https://minimaetmoralia.it/estratti/elogio-della-disobbedienza-civile/ https://minimaetmoralia.it/estratti/elogio-della-disobbedienza-civile/#comments Thu, 07 May 2015 04:00:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26543 Qual è la differenza tra disobbedienza civile e nonviolenza? Quando i cittadini hanno il dovere di opporsi a uno stato ingiusto e come? E come farlo nell'Italia e nel mondo del XXI secolo?

È da poco uscito in libreria, per nottetempo, Elogio della disobbedienza civile di Goffredo Fofi. Dai tempi Thoreau a quelli Gandhi, dal "trentennio berlusconiano" alla nuova età della crisi: una mappa per chi oggi voglia ancora lottare. Riproduciamo qui qualche brano, ringraziamo editore e autore, e vi invitiamo a comprare e leggere questo libro.

Da Elogio della disobbedienza civile di Goffredo Fofi

La cultura

La cultura [...] è diventata la merce fondamentale della distrazione, e chi ne vive accetta molto tranquillamente il proprio stato di sudditanza, contento che lo si lasci scrivere e fare cose inoffensive nella sostanza – le seconde perfino più delle prime, senza rapporto, si direbbe, con le idee dichiarate. Peraltro, si viene eletti e si va al governo grazie alle diverse forme di pubblicità che il potere mette in campo, e di questo noi italiani dovremmo saperne molto, reduci da trent’anni prima craxiani e poi berlusconiani – con la sinistra che è andata assumendo gli stessi modelli e di fatto si è suicidata, divenendo né più né meno che una fiacca variante della destra.

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Qual è la differenza tra disobbedienza civile e nonviolenza? Quando i cittadini hanno il dovere di opporsi a uno stato ingiusto e come? E come farlo nell’Italia e nel mondo del XXI secolo?

È da poco uscito in libreria, per nottetempo, Elogio della disobbedienza civile di Goffredo Fofi. Dai tempi Thoreau a quelli Gandhi, dal “trentennio berlusconiano” alla nuova età della crisi: una mappa per chi oggi voglia ancora lottare. Riproduciamo qui qualche brano, ringraziamo editore e autore, e vi invitiamo a comprare e leggere questo libro.

Da Elogio della disobbedienza civile di Goffredo Fofi

La cultura

La cultura […] è diventata la merce fondamentale della distrazione, e chi ne vive accetta molto tranquillamente il proprio stato di sudditanza, contento che lo si lasci scrivere e fare cose inoffensive nella sostanza – le seconde perfino più delle prime, senza rapporto, si direbbe, con le idee dichiarate. Peraltro, si viene eletti e si va al governo grazie alle diverse forme di pubblicità che il potere mette in campo, e di questo noi italiani dovremmo saperne molto, reduci da trent’anni prima craxiani e poi berlusconiani – con la sinistra che è andata assumendo gli stessi modelli e di fatto si è suicidata, divenendo né più né meno che una fiacca variante della destra.

La cultura, anche quella che si vuole migliore, perfino elitaria, è ridotta a merce, a intrattenimento e a mero consumo […] La sua funzione emancipatrice è da tempo una mera finzione – così come quella della scuola nei suoi vari ordini.

La cultura non è mai stata super partes, tutt’altro – ci sono sempre state una cultura dei ricchi e una dei poveri, una di destra e una di sinistra, una religiosa e una laica, una maschile e una femminile, una bianca e una nera eccetera –, ma oggi lo è meno che mai, ed esiste una cultura iper-maggioritaria che è di fatto unica e servile, oppressa e negata dalla sua stessa superficiale varietà, dalla sua onnipresenza e, alla prova dei fatti (dei comportamenti di chi la consuma), dalla sua inconcludenza, ché un’idea vale l’altra, ed è ben raro che a un’idea buona consegua una qualche pratica “antagonista”. La cultura universitaria si morde la coda dentro a un suo limbo isolato, tra norme astruse e carriere esecrabili, e tutto fa fuorché emancipare i suoi studenti, anche se qualche professore riesce ancora a rispettarli e a proporre antidoti alla stupidità dilagante – favorita invece da pressoché tutta la cultura giornalistica, che ha finito, seguendo il modello offerto dalla televisione, per non depositare in nessuna coscienza la comprensione della gravità dei tempi e per fare invece di tutto, anche delle nostre paure, spettacolo e merce. E la televisione è, per lo meno in Italia, la fogna della cultura. È almeno dal trentennio in questione che non si vedono differenze sostanziali tra i suoi programmi, né si trovano tra i suoi dirigenti persone rispettabili e di libero pensiero,  né tra i suoi dipendenti qualcuno che sembri rendersi conto delle proprie responsabilità, e tanto meno delle proprie colpe – anche se molti di loro sapevano una volta che uccidere le possibilità di intelligenza e di sensibilità presenti in ognuno non è meno grave che uccidere i corpi. Il giornalismo in genere (quotidiani e settimanali, mensili e riviste specializzate), assumendo gli stessi modelli della comunicazione televisiva, ha proposto al più nuovi divi e divetti della “cultura”, imbonitori del “popolo dei lettori” – e di quello degli spettatori e degli ascoltatori – la cui funzione è sempre di tranquillizzare e mai di inquietare.

Gli inizi

La disobbedienza civile è uno strumento a cui tutti i cittadini possono ricorrere. Nel 1946, Gandhi lesse Thoreau e individuò molto chiaramente quale dev’essere il fulcro di ogni azione di disobbedienza:

“Ogni violazione di una legge comporta una punizione. Una legge non diviene ingiusta semplicemente perché io lo affermo, tuttavia a mio parere essa rimane ingiusta. Lo stato ha il diritto di applicarla finché è contemplata nei codici, io devo resistere a essa in modo nonviolento. E lo faccio violando la legge e sottomettendomi pacificamente all’arresto e all’imprigionamento”.

Come aveva accettato di fare Thoreau nella sua breve esperienza, molti decenni prima.

Il nodo della questione è tutto qui, ieri come oggi. Riguarda sia Thoreau che Gandhi ed è un nodo di civiltà che il ’900 ha voluto disattendere nella duplice convinzione – infine unificata sotto il dominio della seconda – dell’“assoluto dello Stato” e dell’“assoluto del benessere”, secondo la distinzione di Capitini, e che il 2000 sembra semplicemente ignorare, nelle ideologie unificanti e nello stesso sistema “globale” di dominio che caratterizzano i nostri anni, cui si contrappongono soltanto fondamentalismi non meno oppressivi.

È il nodo, in definitiva, del rapporto dell’individuo con lo Stato, che, oltre alla presenza di Stati particolarmente oppressivi, contempla la contemporanea importanza delle ragioni di Antigone e di quelle di Creonte: della irrinunciabilità, contro lo Stato che non li rispettasse, dei diritti-doveri che appartengono alla sfera della morale e dell’umanità e di cui ogni individuo dovrebbe essere partecipe e difensore; e dell’adesione dell’individuo a quelle leggi che, riguardando tutti, permettono nei fatti un’armonica convivenza, nel rispetto di regole comuni stabilite con il concorso delle maggioranze pensanti e non manipolate, per il rispetto e la difesa degli interessi comuni. Anche se una “minoranza di uno” può e deve, se così ritiene, ribellarsi a una legge particolare.

Una soluzione definitiva a questo dilemma non esiste. In uno Stato che si rispetti, il conflitto tra Antigone e Creonte non può che ripetersi all’infinito, ma un modo di avvicinarsi a una soluzione dovrebbe poter stare proprio nel rigore morale con cui Antigone e Creonte assumono i propri ruoli, si assumono le proprie diverse responsabilità.

Si può scegliere la parte di Antigone o la parte di Creonte, a seconda delle proprie più profonde convinzioni morali ma, appunto, esse devono essere davvero morali. E rispettare il diverso punto di vista, la diversa scelta e convinzione. Diceva Guido Calogero richiamandosi a Socrate (su un numero del Mondo del 1960) che si tratta di “scegliere fra il dovere di obbedire e il dovere di insorgere”, e che questa scelta è sempre “grave e perenne”. Non è detto che ciò non sia avvenuto, o non possa avvenire, in un deciso confronto tra le ragioni dell’obbedienza e quelle della rivolta, anche se è certamente difficile, ed e` oggi più difficile che mai, per due opposte constatazioni:

1) la crescente miseria morale dello Stato, sempre più, sia pure con forme diverse, un terreno occupato dai grandi potentati economici. In quasi tutti i paesi e anche nel nostro.

2) la crescente miseria intellettuale e morale dei popoli, trasformati in generici consumatori dai potentati economici e dai loro servitori (la politica e i media).

Gandhi

L’insegnamento politico di Gandhi – metodi di lotta assolutamente limpidi; rispetto per il nemico, secondo una lezione che è stata di tanti, dai cristiani migliori agli anarchici migliori  (si combatte il peccato e non il peccatore, le idee e le pratiche che ne conseguono e non i loro singoli portatori) – è stato di individuare un metodo che mettesse radicalmente in discussione le idee e le pratiche correnti e che, basato su convinzioni etiche o religiose, chiedesse al ribelle e al militante di trasformarsi in persuaso. Fini e mezzi: la stessa cosa. Nelle grandi lotte come nelle piccole, nella vita quotidiana come in quella associativa, nel villaggio come nella grande nazione, come in tutto il pianeta. Solo così, intuisce e afferma Gandhi, e con lui altri profeti, si può cambiare il mondo non accettandone la china discendente, la caduta nella barbarie, la tentazione della fine.

 

 

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L’antenato di Unabomber https://minimaetmoralia.it/interventi/lantenato-di-unabomber/ https://minimaetmoralia.it/interventi/lantenato-di-unabomber/#comments Tue, 22 Mar 2011 09:28:32 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4025 di Tommaso Pincio

Jack London riteneva che, in determinati momenti, antichi e sopiti istinti possono risvegliarsi e spingere un uomo verso la solitudine delle foreste, lontano dalle città rumorose, per uccidere. Espresse questa convinzione nel suo romanzo più famoso, Il richiamo della foresta, senza troppi giri di parole, con il linguaggio diretto e tempestoso tipico di un «realista selvaggio».

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di Tommaso Pincio

Jack London riteneva che, in determinati momenti, antichi e sopiti istinti possono risvegliarsi e spingere un uomo verso la solitudine delle foreste, lontano dalle città rumorose, per uccidere. Espresse questa convinzione nel suo romanzo più famoso, Il richiamo della foresta, senza troppi giri di parole, con il linguaggio diretto e tempestoso tipico di un «realista selvaggio». Chissà se gli agenti dell’Fbi furono attraversati da pensieri dello stesso tenore quando nell’aprile del 1996 fecero irruzione in una capanna nel Montana e arrestarono Ted Kaczynski con l’accusa di essere l’infame «Unabomber», il terrorista che nel corso di quasi un ventennio spedì plichi esplosivi uccidendo tre persone e ferendone ventinove. La spartana dimora in cui egli si era ritirato per combattere una solitaria battaglia contro la società dell’industria tecnologica avrebbe potuto autorizzare simili paragoni e fu addirittura trasportata a Sacramento, sede del processo, affinché la giuria potesse prenderne visione quale prova inconfutabile che l’uomo era profondamente disturbato. La mitologia sorta intorno a quella capanna fu in buona parte costruita dai mezzi di informazione ma non è uno specchio fedele della realtà. Il luogo in cui era situata non era poi così isolato, tuttavia i giornalisti non esitarono a parlare di «wilderness», un termine che nell’immaginario americano evoca quanto di più distante ci possa essere dall’idea di civiltà. Sorvolando bellamente sul fatto che vivere a quattro miglia da una città è tutt’altro che insolito in uno stato come il Montana, la stampa fece della capanna il simbolo dello stile di vita di un individuo che parlava poco o niente, non portava orologio, non faceva sesso e girava in bicicletta in pieno inverno. «Eccentriche» abitudini che avrebbero dovuto attestare in termini inequivocabili uno stato di irrimediabile alienazione.
Dimostrare che Ted Kaczynski fosse pazzo era però impresa tutt’altro che agevole. Il rapporto psichiatrico con cui al dibattimento si pretese di dimostrare una volta per tutte che egli era malato di mente ruotava in sostanza attorno a due argomenti o, per essere più precisi, due convinzioni dell’imputato. Kazcynski credeva che la sua esistenza fosse controllata dalla tecnologia e che i genitori avessero commesso gravi errori. Ma quante persone pensano cose simili? «C’è un po’ di Unambomber in ognuno di noi» si lesse all’epoca sulle pagine del Times, un’affermazione che non parve affatto stonata, soprattutto se si prendeva in considerazione l’esperienza di coloro che a partire dalla fine degli anni Sessanta scelsero di abbandonare i centri abitati per fare ritorno alla natura. Certo, spedire plichi esplosivi non è da tutti ma a parte ciò, ridotta all’osso, la storia di quest’uomo non era poi così atipica: dopo essersi laureato in matematica a Harvard, nel 1969 Kaczynski lasciò un buon posto di insegnante presso l’università di Berkeley e se ne andò a vivere lontano da tutto come un eremita. Una storia a tal punto simile a quella di tanti hippy e ambientalisti che la destra americana se ne servì per dimostrare come le malsane idee degli ambientalisti e di chiunque osa criticare il progresso tecnologico siano destinate a sfociare in violenza e anarchia. Ci fu anche chi si spinse ben oltre, vedendo in Unabomber una sorta di gemello cattivo di Al Gore, vicepresidente durante l’amministrazione Clinton e autore di Earth in Balance, una riflessione dai toni certamente non estremisti su inquinamento e sfruttamento sconsiderato del pianeta. A rappresentare un problema erano le tesi esposte da Kaczynski nella Società industriale e il suo futuro, il cosiddetto «manifesto» pubblicato da New York Times e Washigton Post nel settembre del 1995 dietro suggerimento dello Fbi nella speranza che qualche lettore potesse riconoscere lo stile della scrittura e fornire elementi utili alla cattura del terrorista. Il nocciolo del prolisso pamphlet era che il progresso tecnologico porta con sé tali e tanti effetti negativi per cui si rende necessario arrestarlo affinché l’umanità possa far ritorno ad abitudini di vita più semplici e in armonia con la natura. Idee che somigliavano tremendamente a quelle degli attivisti di Earth First! e per giunta argomentate in modo razionale.
Alla fine degli anni Novanta lo psicoterapista Gary Greenberg intraprese un carteggio con Kaczynski al fine di chiedergli il permesso di scrivere una sua biografia. Il resoconto dello scambio epistolare è poi diventato oggetto di una sorta di racconto pubblicato nella rivista McSweeney’s. Nella prima lettera spedita a Unambomber presso il carcere di massima sicurezza dove era rinchiuso, Greenberg scrive: «Come molti nostri coetanei, ho trascorso qualche anno in una capanna in mezzo ai boschi senza acqua corrente né elettricità, cercando di vivere solo dei prodotti della terra… Non dimenticherò mai come la gente che non riusciva a capire quello che stavo facendo mi considerasse con sospetto se non addirittura con ripugnanza… Non vorrei apparire presuntuoso, ma credo che la sua storia sia in parte anche la mia e nella sua decisione di adottare questo stile di vita riconosco una forma d’integrità per la quale nutro un profondo rispetto». L’intento dello psicoterapeuta era evidentemente quello di blandire. Egli diceva tuttavia qualcosa di molto vero affermando che la «visione del mondo che sottende e rende possibile l’invenzione di macchinari e apparecchiature… non tollera proteste radicali. Essa coopta l’opposizione o la estirpa, uccidendola senza mezzi termini oppure semplicemente screditandola». Bollare Kaczynski come un folle «prodotto degli anni Sessanta» non era infatti solo un modo per puntare l’indice contro hippy e ambientalisti, sottintendeva pure che mettere in discussione i fondamenti della società tecnologica è una eresia intollerabilmente pericolosa. Del resto, non stiamo di certo parlando del primo caso di strumentalizzazione. Si pensi per esempio al tragico massacro avvenuto nel 1969 nei sobborghi di Los Angeles in cui perse la vita la giovane attrice Sharon Tate. L’acceso dibattito che seguì l’arresto di Charles Manson e di alcuni appartenenti della sua comune asserragliata in una zona sperduta e desertica della Death Valley fu in buona parte teso a dimostrare a quali forme di abiezione e violenza potessero condurre le idee del Movimento. Lo stesso presidente di allora dichiarò pubblicamente colpevole Manson prima ancora che il processo fosse iniziato. Infischiandosene della presunzione d’innocenza, principio imprescindibile di uno Stato di diritto, Nixon condannò di fatto un’intera generazione di contestatori del sistema e pose le basi per un sano ritorno all’ordine costituito, a suo avviso di gran lunga preferibile e più sano di qualunque ritorno alla natura. Le ragioni per cui dovremmo accettare l’assunto che una civiltà tecnologicamente avanzata rappresenterebbe quanto di meglio si possa desiderare sono note. Le macchine offrono sicurezza, comodità e soprattutto incrementano la produzione di «cose» da consumare ovvero fanno bene all’economia di mercato, un bene che dovrebbe far passare in secondo piano tanti mali minori quali l’impatto ambientale o la considerazione che l’esistenza non è fatta solo di «cose» ma anche di amore, amicizia e – perché no? – dell’eventuale aspirazione a stili di vita meno utilitaristici e artificiali. Tali ragioni sono note da così tanto tempo che già all’epoca in cui la società industriale era ancora agli inizi uomini come Henry D. Thoreau lamentarono che in un mondo di macchine molta gente è costretta a vivere una vita di quieta disperazione. È una vecchia storia: gli argomenti di critica ai fondamenti del sistema vengono immancabilmente bollati come assurdi malgrado siano spesso più che ragionevoli. Non bisogna essere dei geni per capire che la vera assurdità è il raggiungimento del profitto a qualunque costo, eppure il principio che regola l’economia e condiziona drammaticamente la democrazia rimane comunque lo stesso: espansione, espansione e poi ancora espansione. Com’è possibile tutto ciò? Come si spiega una simile macroscopica contraddizione? Una risposta plausibile potrebbe essere cercata nell’avidità e in una lunga serie di altre e poco edificanti inclinazioni quali egoismo, ignavia e pigrizia. Mettendola in termini espliciti, quella parte di umanità che dispone del potere di cambiare le cose non vuole o non sa rinunciare a vivere nel più completo benessere. È però una spiegazione sufficiente? Senza dubbio dice molto, ma non proprio tutto. C’è infatti anche dell’altro. C’è per esempio la paradossale dinamica in base alla quale funziona l’economia di mercato, il motore che ha determinato il primato della tecnologia. Il sistema occidentale, quello americano in particolare, fa leva sull’individuo, lo esalta, lo colloca al centro di un universo il cui unico senso sembra essere il raggiungimento della felicità personale, e con ciò lo incita a fare di tutto pur di soddisfare i propri desideri. In realtà, nonostante gli sforzi, non tutti gli individui ottengono quel che gli viene promesso. Ma per il sistema una simile inadempienza rappresenta un peccato veniale in quanto il suo vero scopo non è il benessere dei singoli bensì quello del mercato nel suo complesso.
Fu proprio Henry Thoreau il primo a rendere evidente il contrasto tra la piena realizzazione di ogni individuo e una società tecnologicamente organizzata. Thoreau, il precursore di tutti gli americani che prima e dopo l’era hippy hanno fatto ritorno alla natura opponendo un’economia della frugalità al consumismo forsennato. Mezzo secolo prima di Jack London egli avvertì il richiamo della foresta e nella primavera del 1845 si recò sulle rive del lago di Walden, a Concord, nel Massachusetts. Usando un’ascia presa a prestito abbatté alcuni pini bianchi per ricavarne legname con cui costruirsi un’austera dimora nella quale avrebbe vissuto per due anni, due mesi e due giorni. Si insediò stabilmente nella nuova casa il 4 luglio. Non a caso scelse il giorno della Dichiarazione d’Indipendenza, perché proprio questo è ciò che egli voleva diventare: indipendente. Walden, resoconto del periodo trascorso nei boschi, non è soltanto un libro «con descrizioni di scoiattoli e nevicate». Come giustamente rileva ha Wu Ming 2 introducendo un’edizione di qualche tempo, il lato seducente dei passaggi prettamente naturalistici «non basta a se stesso». Walden è anche un trattato di economia dell’autosufficienza, l’esperimento di un uomo che rifiuta le regole di un sistema concepito per renderci schiavi di noi stessi. «Si parla della divinità dell’uomo!» scrive Thoreau. «Guardate il carrettiere sulla strada, che va al mercato di giorno e di notte; ci può essere una qualche divinità in lui? Il suo più alto dovere è dare foraggio e acqua ai suoi cavalli! Per lui, cosa può contare il proprio destino, paragonato agli interessi di trasporto? Quanto sarà divino, quanto sarà immortale? Vedete come si abbassa e striscia, come passa tutta la giornata vagamente impaurito, senza essere immortale né divino, ma schiavo e prigioniero dell’opinione che ha di se stesso, una fama guadagnata con le proprie azioni. L’opinione pubblica è un tiranno debole, se paragonato con la nostra opinione privata». Walden ha indicato la strada a intere generazioni di giovani ribelli diventando una pietra miliare dell’immaginario libertario americano. Quand’era ancora in vita Thoreau non godette però di un apprezzamento altrettanto unanime. Molti dei suoi contemporanei lo giudicavano una persona un po’ matta che sconvolgeva i valori del vivere comune. Gli agricoltori di Condord lo guardavano con sospetto perché nella sua vita quotidiana metteva in pratica una verità cui essi si abbandonavano soltanto nei giorni di festa. Perfino uno scrittore come Robert Louis Stevenson, che pure doveva molto all’opera di Thoreau, riscontrò in lui la vigliaccheria di chi non vuole prendersi alcuna responsabilità. Non aveva tutti i torti. Malgrado il suo profondo rigore morale e filosofico, sebbene avesse dimostrato di sapere fare anche l’imprenditore contribuendo a risollevare le sorti della fabbrica di matite del padre, Thoreau era un individualista per il quale non esistevano doveri se non quelli riconosciuti da lui stesso. Ma è forse possibile un’autentica pienezza di vita senza una certa dose di quell’egotismo che traspare in controluce anche nelle esperienze di chi, dai beat agli hippy, raccolse la sua eredità? Tornando alla mitologia artificiosamente costruita intorno alla capanna di Unambomber, qualcuno ha riscontrato alcune analogie tra la dimora di Kaczynski e quella di Thoreau. Nemmeno questa è una totale assurdità. Nessuna delle costruzioni era infatti davvero immersa nella wilderness; Thoreau si recava a piedi dal calzolaio per farsi riparare le scarpe. Inoltre, sia Thoreau che Kaczynski usavano il termine «esperimento» per definire le loro radicali scelte di vita. Entrambi erano poi considerati tipi eccentrici dai rispettivi contemporanei. Ovviamente è necessario ribadire che esiste una differenza tra chi uccide e chi, come Thoreau, si limita a rifiutarsi di pagare le tasse. Rimane tuttavia un dato essenziale: l’individuo che si isola dalla comunità per contestarne i valori rappresenta una minaccia e quindi deve essere fatto passare per pazzo.
Henry Miller vedeva in Thoreau «un genuino rappresentante dell’America» ma sosteneva pure che «chi, nel nostro paese osasse assumere l’atteggiamento di Thoreau di fronte a qualche problema cruciale del nostro tempo sarebbe senza dubbio condannato alla prigionia a vita». Questo perché egli «apparteneva a quella categoria di uomini che, se soltanto fossero più numerosi, provocherebbero la caduta naturale di ogni governo». Che dire allora di Manson e Kaczynski? Sono anche loro genuini rappresentanti dell’America? Indignarsi di fronte a una simile affermazione è troppo facile e offre il fianco a quei conservatori che non si fanno scrupolo di usare il percorso di alcuni criminali come strumento per screditare ogni forma di legittimo dissenso. La verità è che usando lo stesso metro logico si potrebbe smascherare l’imbroglio nascosto dietro il tanto decantato diritto della «ricerca della felicità» che sulla carta l’America garantisce a tutti ma nei fatti concede solo a chi è grado di stare nel mercato. Si potrebbe dire, cioè, che è il sistema fondato su un’esasperante individualismo a dar vita al dissenso e alle sue degenerazioni. Così il cerchio si chiuderebbe, ma sarebbe il classico cerchio del serpente che si morde la coda. Per giunta è un cerchio che non gioverebbe a nessuno, perché non possiamo far finta di dimenticare che quel serpente siamo noi e che nostra è quella coda. Ciò non toglie però che Thoreau avesse ragione a dire quel che una volta disse a Emerson. «Cosa ci fai lì dentro?» domandò Emerson che era andato a trovare l’amico in carcere. «E tu cosa ci fai là fuori?» rispose Thoreau che era stato arrestato per non aver voluto pagare una tassa destinata a finanziare una delle tante giuste guerre del governo americano.

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