Hereafter Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/hereafter/ un blog di approfondimento culturale Tue, 05 Feb 2013 14:20:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Hereafter Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/hereafter/ 32 32 Here and After https://minimaetmoralia.it/cinema/here-after/ https://minimaetmoralia.it/cinema/here-after/#respond Thu, 13 Oct 2011 08:40:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5380 «Hereafter» significa «aldilà». Ma in inglese la parola composta mantiene nel primo elemento (here) quel rapporto diretto con la realtà terrena che nel termine italiano – tutto sbilanciato nelle regioni impervie dell’escatologia – rimane imprudentemente sottinteso. Mi sembra dunque indovinata la scelta di non tradurre il titolo dell’ultima pellicola di Clint Eastwood, che a ben vedere ha molti più punti di contatto con la vita di quanti non ne abbia con la morte. Le tre storie che vanno a confluire nel finale del film hanno per protagonisti tre personaggi che loro malgrado si ritrovano ad affrontare – da diverse angolazioni – il rapporto morte-vita: Marie, una spigliata e attraente giornalista francese all’apice della sua vita privata e professionale; George, un sensitivo di San Francisco dalle sorprendenti capacità medianiche; e Marcus, un bambino londinese figlio di una madre tossicodipendente e alcolizzata.

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«Hereafter» significa «aldilà». Ma in inglese la parola composta mantiene nel primo elemento (here) quel rapporto diretto con la realtà terrena che nel termine italiano – tutto sbilanciato nelle regioni impervie dell’escatologia – rimane imprudentemente sottinteso. Mi sembra dunque indovinata la scelta di non tradurre il titolo dell’ultima pellicola di Clint Eastwood, che a ben vedere ha molti più punti di contatto con la vita di quanti non ne abbia con la morte. Le tre storie che vanno a confluire nel finale del film hanno per protagonisti tre personaggi che loro malgrado si ritrovano ad affrontare – da diverse angolazioni – il rapporto morte-vita: Marie, una spigliata e attraente giornalista francese all’apice della sua vita privata e professionale; George, un sensitivo di San Francisco dalle sorprendenti capacità medianiche; e Marcus, un bambino londinese figlio di una madre tossicodipendente e alcolizzata.

Marie sopravvive miracolosamente allo tsunami indonesiano del 26 dicembre 2004, compiendo per alcuni minuti una cosiddetta esperienza di pre-morte. Questo seppur breve contatto con una realtà ultraterrena la porta a dedicare a tale tematica tutta la propria attenzione, rinunciando per un periodo di tempo alla ribalta del successo per dedicarsi alla scrittura di una monografia sull’argomento. Durante la redazione del libro, Marie deve scontrarsi con una profonda quanto incomprensibile ostilità. Il tema della morte e, ancor più, quello della vita oltre la vita, si rivela poco attuale, come se l’esperienza della morte fosse un tema destinato a un circoscritto interesse esoterico, o come se dovesse riguardare solamente i credenti anziché l’intera umanità.
Il sensitivo George si ostina a rinunciare ai propri poteri medianici e agli eventuali vantaggi economici che potrebbe ricavarne, in quanto il continuo transito attraverso l’oscura linea di demarcazione che separa la vita dalla morte grava come un’ombra sulle proprie possibilità di vivere in pienezza la propria esistenza terrena. Si iscrive a un corso di cucina italiana, che si configura come un itinerario formativo che lo aiuti a conoscere la propria componente sensoriale nella sua totalità, e che gli consenta di trovare un rapporto pieno e completo con la propria esistenza corporea.
Marcus perde il proprio fratello gemello Jason in un tragico incidente, e si ritrova a dover affrontare da solo il dramma familiare di una madre tenera quanto inadeguata alla gestione di una famiglia socialmente degradata. Il legame tra i due bambini non si interrompe con la morte di Jason, il quale, con la propria occulta vigilanza, fa scampare Marcus dalla morte nell’attentato alla metropolitana di Londra del 7 luglio 2005 (dopo lo tsunami, un secondo fatto di cronaca che aggancia in modo significativo la fiction alla realtà vissuta).
Sia che si creda in una vita ultraterrena, sia che si consideri la morte come termine definitivo dell’esistenza, tra le due dimensioni sussiste indubbiamente una fortissima interdipendenza. Se è vero infatti che la vita consiste in un inarrestabile itinerario verso la morte, è anche vero che il costante spostamento in avanti della linea del tempo relega nella morte una parte progressivamente crescente dell’esistenza, intendendo per morte tutto ciò che assume via via un aspetto immutabile, che non può più essere cambiato. L’hereafter di Clint Eastwood va situato esattamente in quella dimensione intermedia tra morte e vita, in quella zona d’ombra che assume la conformazione dell’una o dell’altra in base a leggere sfasature del punto di vista. Il regista non compie un’esaltazione mistica di un oltretomba separato dalla sfera terrestre e ontologicamente inaccessibile all’uomo; né d’altra parte vuol negare l’indiscutibile esigenza conoscitiva che dai viventi si diparte oltre le soglie dell’essere, stabilendo legami e configurandosi in vere e proprie percezioni. Ma compie una pacata riflessione sulla mortalità, intesa come dimensione pienamente terrena, ma certamente destinata a un futuro ultraterreno. Senza mai dimenticare che il baricentro ontologico dell’esistenza va cercato nel qui e ora, in quell’here che relega l’after nel territorio dell’insondabile, sbilanciando la consistenza dell’umano nella sfera del sensibile, di individui che si incontrano, di barriere che si infrangono.

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Hereafter – Un mondo imperfetto https://minimaetmoralia.it/cinema/hereafter-un-mondo-imperfetto/ https://minimaetmoralia.it/cinema/hereafter-un-mondo-imperfetto/#comments Wed, 26 Jan 2011 08:53:37 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3666 di Bruno Fornara

L’aldilà: questo significa la parola hereafter. Ovvero quello che c’è (se c’è) after here, dopo qui. Ma here e after, in sequenza, dicono il contrario, indicano prima il qui e poi il dopo: e va detto subito che Eastwood è molto più interessato al qui che non al dopo. Perché è di questo, della vita e non del dopo vita, che parla il suo ennesimo grande film. Tante vite, spezzate da uno tsunami o da un attentato nel metrò. E tante altre vite, quelle dei sopravvissuti, di chi è stato travolto e risputato fuori dalla valanga d’acqua, di chi non è salito, per via di un cappellino, su quel vagone del metrò, di chi si ritrova a vivere da solo dopo aver perduto una persona cara, un fratello gemello, una moglie o un padre (violento).

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di Bruno Fornara

L’aldilà: questo significa la parola hereafter. Ovvero quello che c’è (se c’è) after here, dopo qui. Ma here e after, in sequenza, dicono il contrario, indicano prima il qui e poi il dopo: e va detto subito che Eastwood è molto più interessato al qui che non al dopo. Perché è di questo, della vita e non del dopo vita, che parla il suo ennesimo grande film.
Tante vite, spezzate da uno tsunami o da un attentato nel metrò. E tante altre vite, quelle dei sopravvissuti, di chi è stato travolto e risputato fuori dalla valanga d’acqua, di chi non è salito, per via di un cappellino, su quel vagone del metrò, di chi si ritrova a vivere da solo dopo aver perduto una persona cara, un fratello gemello, una moglie o un padre (violento). Di chi continua faticosamente a vivere con sul cuore il ricordo e il peso di una persona che se n’è andata. Le vite dei sopravvissuti sono al centro di Hereafter. L’aldilà dei morti c’entra poco: è visto in maniera confusa e soffusa, con ombre inafferrabili e vaganti, sommerse da una luce troppo bianca come in un’Ade accecante, forse pacificato ma individuale, dove ogni ombra non ha rapporti con le altre. L’aldilà che i quasi morti intravedono e che appare come in un lampo a George quando stringe o anche soltanto sfiora le mani di una persona, questo aldilà così incerto, uguale ed eterno (monotono per l’eternità?), non sta al centro del film. Al centro, c’è il dolore per la perdita di qualcuno che si amava, o anche l’impossibilità di dimenticare chi, quand’era in vita, ti ha ferito nel profondo.
Si intrecciano esistenze in Hereafter. Marie, conduttrice televisiva francese, viene sommersa dal mare che si abbatte sulla riva, si avvicina alla soglia di quell’aldilà luminoso e triste, ricomincia a respirare, torna a vivere qui. Due ragazzini gemelli vivono in simbiosi, amano e aiutano la loro madre squinternata e quando uno dei due, Jason, se ne va, l’altro, Marcus, resta silenzioso e chiuso in se stesso, però coraggioso e pronto a tutto pur di ‘ritrovare’ il fratello. Ci sono anche un greco che ha perso la moglie e Melanie, incontrata a un corso di cucina italiana (grandi elogi al barbaresco…), che scompare quando George risveglia dal passato di lei un orribile trauma nascosto. Perché questa è la maledizione di George (e questo è il cuore del film): non tanto l’entrare in contatto con il futuro dei morti, quanto piuttosto il ‘vedere’ il loro passato. Vedervi anche ciò che è inconfessabile. Non è l’aldilà che interessa a Eastwood, quanto ciò che del passato pesa sui personaggi e non permette loro di vivere.
George vuole guarire dalla sua maledizione, non vuole più ‘vedere’. Eastwood, umanissimo narratore, glielo concede. Potrà stringere una mano senza venir proiettato dentro le storie di un passato opprimente. Quando George comincerà a voler bene a qualcuno, allora potrà vivere, in pace e qui, una sua storia. Hereafter è un invito a vivere dentro l’adesso, dentro ciò che succede in questo tempo, nel mondo che è il nostro.
Nel film, c’è un filo rosso che unisce i molti momenti in cui ci si rifà a Charles Dickens. Prima di addormentarsi, George si lascia cullare da una voce che legge Dickens, poi va in pellegrinaggio alla casa del grande narratore, quindi incontra alla fiera del libro il signore la cui voce gli ha letto Dickens ogni sera. Lì, tra i libri, le storie di George, Marie e Marcus s’intrecciano in un finale dickensiano in cui si racconta che per vivere la nostra storia è necessario far scivolare via il dolore dalle spalle, togliersi di testa un cappellino, baciarsi, lasciare i morti nella loro luce accecante e vivere noi nella nostra quieta luce di ogni giorno.
È come se Eastwood dicesse, con uno di quei suoi film così semplici, scorrevoli, attraenti e dolcemente umani anche quando parlano di dolore e di morte, che l’importante è vivere di qua e non guardare oltre, ricordare chi ci ha lasciato senza restare aggrappati a lui, senza volerlo trattenere. Avere, ancora e sempre, una storia da vivere, è questo che ci fa vivere davvero. Solo in questa esistenza viviamo delle storie. Nella troppa luce di un aldilà immobile non ci saranno più storie.
Eastwood fa qualcosa di più: fa dell’ironia. Ci dice che molte storie possiamo viverle nei libri; aggiunge che ci sono narratori e scrittori che le storie le sanno raccontare; suggerisce che ci sono altri narratori cui manca questo dono. Dickens è lo scrittore consigliato apertamente. Anche il nome di Rousseau compare nel film: così si chiama una dottoressa che sa ascoltare le storie di chi non ha ancora abbandonato la vita, dottoressa che vive immersa nella natura tra le montagne (forse quelle stesse svizzere di Jean-Jacques). Eastwood aggiunge un terzo nome a questo gioco letterario che si nasconde tra le pieghe del film, quello di Joyce, attribuendolo a una sensitiva fasulla e imbrogliona. Domanda: non è che il classicissimo narratore Clint Eastwood e il suo ottimo sceneggiatore Peter Morgan (The Queen, Frost/Nixon, I due presidenti) hanno voluto dirci che una buona storia alla Dickens e un sereno atteggiamento alla Rousseau sono guide e medicine sagge e utili per vivere qui e adesso (aggiungendo anche, sottovoce, che Dickens funziona meglio di Joyce)?

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