Herman Hesse Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/herman-hesse/ un blog di approfondimento culturale Mon, 23 Jan 2017 12:59:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Herman Hesse Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/herman-hesse/ 32 32 Bacio della buonanotte per il cancro https://minimaetmoralia.it/libri/bacio-della-buonanotte-cancro/ https://minimaetmoralia.it/libri/bacio-della-buonanotte-cancro/#comments Mon, 23 Jan 2017 14:00:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33434 Questa intervista a Marco Pesatori, astrologo di D di Repubblica e autore del romanzo Il trigono del sole (Feltrinelli) è uscita su Linus di questo mese, che ringraziamo. Le illustrazioni sono di Silvia Marinelli.

Un giorno di metà dicembre, a sole ormai tramontato, mi trovo di fronte a Marco Pesatori, astrologo, nato a Milano nel 1952. È seduto con un iPad al tavolo di un minuscolo bar. Dal 2003 cura con grande successo l’oroscopo di D, inserto del sabato di Repubblica. «Vogliamo parlare di stelle? Cerchiamo Pesatori», mi aveva suggerito Pietro Galeotti, direttore di linus. Ma nessuno dei due era al corrente della recentissima uscita per Feltrinelli de Il trigono del sole, esordio di Pesatori nella narrativa. Ho cominciato a leggere il libro a colazione, il giorno di Sant’Ambrogio, chiuso in un sottotetto dove lo specchio di un armadio riflette i grattacieli di Porta Nuova. Anche nella storia raccolta in questa prosa sorprendente –ruscellante, inesauribile – si torna spesso in un abbaino milanese, ma in un altro tempo: il 1973. Chiudevo il libro, quindi, e vedevo Milano in uno specchio. Lo riaprivo e vedevo un’altra Milano: ragazze pratiche di esoterismo, materassi, albe, gelidi intellettuali situazionisti (il misterioso STS), furti di libri e professori marxisti. Non folklore settantino, ma una vibrante foresta di relazioni corporee, cerebrali, che coprono il romanzo come un’edera.

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Questa intervista a Marco Pesatori, astrologo di D di Repubblica e autore del romanzo Il trigono del sole (Feltrinelli) è uscita su Linus di questo mese, che ringraziamo. Le illustrazioni sono di Silvia Marinelli.

Un giorno di metà dicembre, a sole ormai tramontato, mi trovo di fronte a Marco Pesatori, astrologo, nato a Milano nel 1952. È seduto con un iPad al tavolo di un minuscolo bar. Dal 2003 cura con grande successo l’oroscopo di D, inserto del sabato di Repubblica. «Vogliamo parlare di stelle? Cerchiamo Pesatori», mi aveva suggerito Pietro Galeotti, direttore di linus. Ma nessuno dei due era al corrente della recentissima uscita per Feltrinelli de Il trigono del sole, esordio di Pesatori nella narrativa. Ho cominciato a leggere il libro a colazione, il giorno di Sant’Ambrogio, chiuso in un sottotetto dove lo specchio di un armadio riflette i grattacieli di Porta Nuova. Anche nella storia raccolta in questa prosa sorprendente –ruscellante, inesauribile – si torna spesso in un abbaino milanese, ma in un altro tempo: il 1973. Chiudevo il libro, quindi, e vedevo Milano in uno specchio. Lo riaprivo e vedevo un’altra Milano: ragazze pratiche di esoterismo, materassi, albe, gelidi intellettuali situazionisti (il misterioso STS), furti di libri e professori marxisti. Non folklore settantino, ma una vibrante foresta di relazioni corporee, cerebrali, che coprono il romanzo come un’edera.

La lettura de Il trigono del sole è stata un’esperienza di 48 ore nutriente e vivificante. Come non capitava da tempo. Ora sono pronto a montare tante rampe di scale, così come si sale la torre di un mago, ma Pesatori lo incontro al tavolo di un bar, il Granny. Appena mi vede, dice: «In mezz’oretta finiamo, giusto? Ho avuto una lunga giornata». In effetti è appena tornato da Lugano, per un’intervista con la Radio Svizzera. Mentre ce ne andiamo dal bar e infiliamo il portone di un palazzo, Pesatori ha già cominciato a parlare, e parlare, ripetendo più volte ‘galattico’, con la sua voce chiara e radiofonica, e quando arriviamo nel suo studio mi ha già raccontato un sacco di cose, di cui buona parte è perduta, non avendo acceso il registratore dell’iPhone. Ricordo che alla domanda «Chi è STS?», ha preferito non rispondere, ma solo confermarmi che era «un tipo severissimo, durissimo, un muro, ma a me è servito», e poi: «Il contenuto del romanzo a me non interessa. A me interessa il tempo, il tempo. Una scrittura sciolta, elegante. Il tempo è un tema fondamentale negli scrittori del cancro: Proust, Kafka, Hermann Hesse. Il cancro deve sganciarsi dal tempo, ma ne è sempre risucchiato. Il passato per lui è sempre qualcosa di mitico. Io ho tanto da dire: sul passato, sul presente e sul futuro. Mi sono occupato tanto di astrologia. Adesso voglio scrivere. Questo è il mio primo romanzo». Poi ci sediamo e comincio a registrare:

 Com’è andata alla Radio Svizzera?

 «Bene. Abbiamo fatto uno speciale di un’ora e mezzo sul 2017. Ho chiarito che l’astrologia non è una scienza esatta, è solo qualcosa di vicino al vero, ma poi il giochino delle previsioni lo abbiamo fatto lo stesso e abbiamo riso e scherzato».

Parliamo del libro. Il trigono del sole è anche un romanzo di flânerie, attraversamenti e passeggiate notturne. Ti capita ancora di camminare senza meta per la città?

«No. Il fatto è che noi all’epoca non avevamo una casa. Il confronto generazionale era radicale, spietato. In giro per Milano c’erano centinaia di ragazzini cacciati dalle famiglie. Io avevo rotto con mio padre e dormivo un po’ nell’abbaino di cui parlo nel libro, dove stavamo in quindici di giorno e in quindici di notte, e un po’ nelle comuni, dato che la città era piena di comuni, come quella degli Aktuala (rock band progressiva e pioniera della world music, Nda). Poi c’erano i ‘fioruccini’, che però erano più all’avanguardia, intellettuali, cool, algidi. Noi eravamo selvaggi. Oppure dormivo a casa di mia zia Elsa».

Esiste ancora zia Elsa?

«Certo. Ha 91 anni. Le ho sottolineato le 15 pagine dove parlo di lei».

A questo punto Pesatori prende il telefono e chiama la zia: ‘Ciaooooo!’; è una telefonata in viva voce di qualche minuto. La cornetta passa di mano in mano, fino a quando Elsa non giunge al telefono e si complimenta con ‘Marcolino’ per il libro e per il fatto che ‘scrivi benissimo’, e quando riaggancia Pesatori racconta che zia Elsa avrà un ruolo importante nel suo prossimo libro.

E a casa di zia Elsa, a tarda notte, incontri un gatto..

«Certo, il gatto Fritz. Una sera, tornato a casa sotto l’effetto di un acido, Fritz mi si para di fronte e io mi metto a fissarlo negli occhi e a parlargli (Ride, Nda)».

“Nel 1973, gli anni 60 erano ancora vicinissimi e anche baciarsi in pubblico, stringersi, toccarsi, era abbastanza normale”. L’epoca in cui viviamo mi sembra meno corporea di quella che tu descrivi nel libro.

«Sono d’accordo. Questo fenomeno inizia con l’orrore berlusconiano e con la trasformazione dell’amore in una perversione di massa: i club privè, lo scambio di coppie. Quando noi un giorno arriviamo alle Cinque Terre, e saliamo e scendiamo dai treni tutti nudi, quando caliamo sulla spiaggia di Corniglia e facciamo l’amore, è una cosa magica, limpida, quasi religiosa (la scena è descritta per diverse pagine nella seconda metà del libro, Nda). Nei giardinetti dell’Università Statale era uno strofinamento collettivo, ininterrotto. Altra cosa: il Movimento Studentesco – quelli che cantavano ‘W Marx, W Lenin, W Mao Tze Tung, W il compagno Giuseppe Stalin, terrore dei fascisti, terrore dei padroni’ – erano tolleranti con noi. Non venivano a romperci i coglioni mentre avevamo manifestazioni amorose e cucciolesche, sui tram, ovunque, per quanto quelli dell’MS fossero bacchettoni e pallosissimi».

Nel libro ripeti che all’epoca potevi prenderti un pomeriggio intero per sviscerare 10 righe di Lacan o di Deleuze.

«Facevo fatica. Ero molto ignorante».

Ho pensato: che privilegio tutto questo tempo da dedicare alla lettura. E quanto rispetto per i libri..

«Devo raccontarti una cosa: Milano era piena di bancarelle del libro usato, dove i titolari compravano al 30% del prezzo. Come scrivo nel romanzo, noi rubavamo moltissimi libri, che poi rivendevamo alle bancarelle. Era un modo di vivacchiare. Per un certo periodo lavorai come commesso di una libreria, dove regolarmente mettevo da parte dei libri, ogni giorno, che poi mi portavo a casa e rivendevo. Golaccia (uno dei personaggi del libro, Nda) era un lettore edonista. Leggeva tantissimo e solo quello che gli piaceva».

Golaccia, nell’abbaino sovraffollato, si leggeva un romanzo Urania al giorno..

«Esatto. Quando poi io incontro STS e gli altri situazionisti, mi rendo conto di essere un asino, di non sapere niente di filosofia e pensiero logico-razionale. STS mi dice di leggere La fenomenologia dello spirito di Hegel e io mi metto a studiarla per sei mesi, pagina dopo pagina, quasi a memoria, davvero, quasi a memoria. Allora non ci capii nulla, ma ora ho impostato dei seminari astrologici basati proprio sulla Fenomenologia».

Pesatori si sposta verso una lavagna. Con un pennarello rosso disegna un’eclittica vuota, senza pianeti, cioè “il tempo senza tempo”, dice. Poi comincia a parlare di ‘karakter’, di ‘Altro’ lacaniano, colpendo la lavagna con la punta del pennarello, e di Plutone e delle energie primarie che travolgono la coscienza nella malattia e nell’innamoramento; Plutone è l’es, quello che mangia, defeca e fotte:  il puro desiderio, come scrive Gilles Deleuze; Nettuno, invece, è la mente, il progetto, la direzione; la Terra ha perso il suo Plutone, dice Pesatori, e cioè i suoi fiumi, i suoi laghi, il suo corpo,il suo desiderio, e lo ha perso perché non c’è più Nettuno che dirige.Plutone è lo scafo della barca, Nettuno la direzione, Urano la barca che va.

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Quando nasce l’interesse per l’astrologia?

«A vent’anni. Come un gioco. Avevo letto un librone blu, il Trattato completo teorico-pratico di Nicola Sementovski Kurilu (oggi arrivato alla nona edizione con Hoepli, Nda). Con un amico, Nicola, mi sedevo su una panchina di Urbania (paesino altomedievale in provincia di Pesaro e uno dei luoghi del romanzo, Nda), guardavamo le ragazze, e dall’aspetto, dalla postura, cercavamo di capire il segno. Guarda Carlotta come cammina, com’è salda sulle gambe: è sicuramente toro. No, ma non vedi com’è aerea di testa? È sicuramente acquario».

Nel libro citi anche nomi della scena artistica dell’epoca, come Gianni Sassi, con cui hai lavorato, e Daniel Spoerri. Un’amica mi ha riferito che Spoerri, nel 1975, organizzò alla galleria Multipla delle cene ‘astro-gastronomiche’..

«La galleria Multipla di Gino Di Maggio (Di Maggio è il protagonista di una scazzottata – contro due malviventi della banda Vallanzasca – raccontata nel libro, Nda)! Alle cene ‘astro-gastronomiche’ invitavano ogni volta dodici persone di un segno, poi dodici di un altro segno e così via. Spoerri poi, che forse anche cucinava, realizzava delle opere incollando gli avanzi della cena. A Gianni Sassi dedicò un’altra opera, dei sassi tondi, bellissimi».

Hai più rivisto Gino Di Maggio?

«No, tutta questa gente di cui parlo nel libro non la vedo da quarant’anni. Nel 1977 mi sono rinchiuso in un monastero zen a Milano e sono uscito sei anni dopo, nel 1983. O meglio: in qualche modo non ne sono ancora uscito».

Esiste ancora questo monastero?

«La risposta esatta sarebbe si».

Pesatori prende di nuovo il telefono e chiama un amico, un fotografo della scena artistica degli anni 70, Fabrizio Garghetti, per chiedergli notizie di Gino Di Maggio. Garghetti gli dice di un bar dove molti di loro si ritrovano ancora verso le sei e mezzo, per l’aperitivo, insieme a Nanni Balestrini.

Tutti dicono che hai inventato un nuovo modo di narrare l’oroscopo..

«Fare l’oroscopo normale è una palla. L’oroscopo è la pagina più letta del giornale. È un mezzo di trasmissione di cultura. È un campo, un territorio. Lo capisci leggendo Stelle su misura di Adorno. Gli oroscopi non fanno altro che riflettere il pensiero dominante, ma al tempo stesso sono un’autostrada dove puoi far passare di tutto. Su D ho persino fatto degli oroscopi dadaisti. Scorpione: gniek, sgnak. Leone: Uaarg! Ariete: anfetek, smeremetak. Una volta ho addirittura scritto una lettera su una rubrica di posta che tenevo. Diceva: ‘Caro Marco Pesatori, non è il caso che questa rubrica la sospendiamo?’. Firmato: Marco Pesatori. E la settimana successiva ho pubblicato la risposta: ‘Sai che sono d’accordo?’. Firmato: Marco Pesatori».

È vero che hai giocato nelle giovanili del Milan?

«Si, è vero. Poi dal Milan mi hanno venduto all’Edilnord, una squadretta di calcio di proprietà di Berlusconi. Nella stessa squadra giocavano Vittorio Zucconi di Repubblica e Massimo Nava del Corriere».

Ti sarebbe piaciuto giocare con Rivera?

«Avrei dato dieci anni di vita. La risposta è si. Anche se sono juventino».

Nel libro c’è una magnifica sequenza di scene a proposito di un interminabile capodanno a Urbania. Hai più rifatto un capodanno a Urbania?

«Certo, perchè lì abita la mia mamma. Il mio prossimo libro sarà un atto d’amore per Urbania».

Devo chiederti un favore: le previsioni per il cancro del 2017 a nome di una persona che me lo ha chiesto…

«I cancrini sono una categoria in via d’estinzione, in quanto polpettine fragili, lagnose. Specie per quanto riguarda il maschio. La donna è una donna molto femminile, magica, sensuale, centrata, dolcissima, ma fiera e sensualissima: una mammina perfetta. L’uomo del cancro è un bambino piccolo, un po’ deficiente. Tu pensa a Proust: la mamma non gli ha dato il bacino della buonanotte e lui ha scritto quattordicimila pagine. Il cancro vuole solo dormire, però come fa a dormire se la mamma non gli dà il bacino? Ma il vero problema è che tra il bacino e il cancrino c’è il papà. Kafka dice: papà, anche quando mi sorridi, tu mi fai terrore. La prima decade va incontro a un anno abbastanza buono; quelli della seconda decade, compreso me, invece, patiranno ancora un po’ di ‘blood, sweat and tears’, come direbbe Churchill. Ma essendo il cancro un segno molto tenace, non deve mollare, perché quando il cielo è molto duro, noi siamo sul limite di una nuova esplorazione dell’inconscio. La cosiddetta opposizione, in realtà, è una splendida ricchezza. L’astrologia è una questione di cultura, non è una cosa per astrologi. E da cosa si capisce se uno è un buon astrologo? Primo, se non fa previsioni; secondo: se non costa più di cento euro. Non faccio previsioni, ma mettiamola così: il cancro, anche se ha dei transiti un po’ impegnativi, può uscire dal 2017 più bello, più dolce e più moz-za-rel-li-fe-ro che mai!».

 

Illustrazione_pesatori_prima-2

Nel libro c’è un episodio molto particolare. Tu e Sun Ra, il grande jazzista, che pranzate soli e in due tavoli diversi, fianco a fianco, in una trattoria di Milano. Ce l’hai ancora l’autografo?

«Taci, taci».

Mi stai dicendo che non esiste più?

«Dovrei ribaltare casa per trovarlo. Avrei pure quello di Charles Mingus, di Cecil Taylor, di Miles Davis, di Jimmy Owens, di Dizzy Gillespie e di tutta l’orchestra di Dizzy Gillespie. Ho cominciato ad andare ai concerti a 14 anni. Nel 1968, al Teatro Lirico, Arrigo Polillo organizzava il Festival del Jazz. Da Urbania arrivavano tutti i miei amici, che tutt’ora hanno un archivio spaventoso, compresi diversi carteggi con musicisti jazz».

Ma Urbania è un posto incredibile, quindi..

«Si, lo è, magico. Comunque, per ritrovare quegli autografi, dovrei ribaltare casa. Può capitare, dopo ventisei traslochi. Da qualche parte ho anche le 270 lettere, una più bella dell’altra, che io e Vera ci siamo scambiati all’epoca in cui ci amavamo. Vuoi sapere una storia?».

E qui occorre spiegare: Vera è la ragazza che lascia il protagonista de ‘Il trigono del sole’, proprio all’inizio, aprendo unagrande ferita nel personaggio.

«La storia è la seguente. Dopo 37 anni, qualche anno fa, mi arriva una mail: è Vera. Mi scrive per parlarmi della scomparsa di Carlo Patrian, nostro vecchio maestro di yoga. “Vera!”, le dico, “ma sei viva?”. Insomma, dopo 37 anni, finiamo a cena. Lei si presenta con un bloc notes e una parola per pagina. ‘Ti’, ‘Devo’, ‘Dire’, ‘Che’, e così via. Ogni pagina, una parola. Mi mette le cuffie con le musiche che io e lei ascoltavamo e mi dice che sono stato l’unico uomo che ha mai amato. Io ero fidanzatissimo, ma finiremo comunque nel mitologico Motel K di Voghera, dove c’è una camera ga-lat-ti-ca, con un letto a otto piazze e una piscina. Passiamo tutto il giorno lì. Vera è galattica. S’innamora di nuovo. Ma io non posso lanciarmi nella storia. Quindi lei dopo un po’, nel bar qui a fianco, mi lascia i dischi che nel frattempo le avevo prestato e un biglietto: ‘Sei uno stronzo’. Bene, non ti ho detto che la mia fidanzata attuale e dell’epoca, la mia tatina, che vede e sa tutto, aveva intuito che stava succedendo qualcosa. Una sera, infatti, mi aveva guardato negli occhi e mi aveva detto: “vedo una donna alle tue spalle. Vuoi che te la descrivo?”. E così ha fatto. L’ha descritta».

È il momento di una terza telefonata, sempre in viva voce. Al telefono è la tatina, che con una deliziosa ‘r’ moscia, conferma il racconto di Pesatori. Sul click di Vera (mio lapsus: volevo scrivere ‘tatina’) ci salutiamo. Avevamo detto mezz’ora, ma l’intervista, in realtà, è durata un bel po’ di più. Quanto? Un tempo senza tempo.

 

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Venezia o Castalia? La Biennale fa danzare la città https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/venezia-o-castalia-la-biennale-fa-danzare-la-citta/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/venezia-o-castalia-la-biennale-fa-danzare-la-citta/#respond Mon, 27 Jun 2016 13:59:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31408 (foto di Andrea Avezzù)

Mentre sull’Europa soffia un vento di disgregazione con l’uscita del Regno Unito dall’Unione, Venezia grazie alla Biennale Danza torna a trasformarsi in quella città delle arti di taglio internazionale che ambisce ad essere per sottrarsi al destino di svendita a cui il turismo di massa sembra averla destinata. Un’utopia concreta e percorribile, allo stesso tempo affine e diametralmente opposta alla Castalia di Herman Hesse nel suo Giuoco delle perle di vetro, chiusa nel sogno di un’arte isolata dal mondo.

Qui il segno invece è l’apertura: dei palazzi storici, delle performance offerte allo sguardo del pubblico causale che si accalca lungo le calli. Col progetto “college”, che permette ai giovani danzatori di entrare in contatto con il lavoro di coreografi affermati, i campi di Venezia si riempiono di performance di breve durata che la gente si ferma a guardare incuriosita e – quel che più conta e stupisce – in religioso silenzio.

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(foto di Andrea Avezzù)

Mentre sull’Europa soffia un vento di disgregazione con l’uscita del Regno Unito dall’Unione, Venezia grazie alla Biennale Danza torna a trasformarsi in quella città delle arti di taglio internazionale che ambisce ad essere per sottrarsi al destino di svendita a cui il turismo di massa sembra averla destinata. Un’utopia concreta e percorribile, allo stesso tempo affine e diametralmente opposta alla Castalia di Herman Hesse nel suo Giuoco delle perle di vetro, chiusa nel sogno di un’arte isolata dal mondo.

Qui il segno invece è l’apertura: dei palazzi storici, delle performance offerte allo sguardo del pubblico causale che si accalca lungo le calli. Col progetto “college”, che permette ai giovani danzatori di entrare in contatto con il lavoro di coreografi affermati, i campi di Venezia si riempiono di performance di breve durata che la gente si ferma a guardare incuriosita e – quel che più conta e stupisce – in religioso silenzio.

Nei giorni in cui la visito la Biennale Danza diretta da Virgilio Sieni è a metà della sua programmazione, sono i giorni meno fitti, a cavallo tra i due week-end che ospitano gli appuntamenti più importanti. Ma non mancano nomi di eccezione, come il leone d’oro dello scorso anno Anne Teresa de Keersmaeker, che con il suo «Vortex Temporum», già apprezzato lo scorso autunno al Romaeuropa Festival, segna il punto più alto di questa tranche della Biennale. E indica, con il suo raffinato intreccio di gesto e musica eseguita dal vivo, uno dei fiumi carsici che sembrano scorrere sotto questa edizione 2016 del festival internazionale di danza.

Nello spettacolo di de Keersmaeker, che nasce dall’unione tra il gesto della danza e l’esecuzione della composizione musicale di Gérard Grisey, si raggiunge una fusione di elementi come rare volte si riesce a vedere sul palco scenico. Non un semplice accostamento di musicisti e danzatori; non un affiancamento strumentale della musica al corpo o del corpo alla musica; piuttosto un’orchestrazione per elementi multipli che esulano dai campi della propria disciplina sfumandone i rispettivi confini. De Keersmaeker si interroga non soltanto su come visualizzare la polifonia musicale di Grisey, intrecciando i movimenti di ognuno dei sette danzatori a uno strumento, ma anche come fare di essa il motore dell’attimo corale – il vortice, appunto – in cui noi percepiamo l’intreccio dei corpi e delle note come un unico flusso creativo.

Musica dal vivo e corpo tornano anche nell’interessante performance di Camilla Monga, «13 objects», ma come elementi autonomi per quanto a volte interagenti. Un gruppo di danzatori (la stessa Monga con Jacopo Jenna, Viktor Mar Leifsson e Vedis Kjartansdottir) interagisce con oggetti di uso quotidiano: una palla, una pompa di biciletta, una molla, un imbuto, un piumino per spolverare, uno sturalavandini, un mattarello, un cuscino. I gesti sono quelli di una danza fluida fatta di gesti che partono astratti e a contatto con gli oggetti si innervano di senso quotidiano.

Il tutto smosso da sessioni di batteria con cui Richard Dubelski sembra far accelerare o decelerare l’esecuzione dei danzatori. Ne esce una drammaturgia del gesto quotidiano che si destruttura in momenti di “follia”, quasi a lanciare corpi e oggetti all’aria facendo saltare ogni ordine possibile. Un po’ scontata la soluzione di far corrispondere, quasi a sottolineare, le accelerazioni del gesto e quelle della musica – unico neo di una performance certamente contenuta ma interessante.

Molto bella per l’eleganza dei gesti e delle figure è la performance «Ra-me» di Lara Russo. Ancora interazione con oggetti al centro del pezzo, stavolta tre tubi di rame di differenti lunghezze, maneggiati singolarmente o in modo corale dai tre danzatori in scena (Davide Tagliavini, Andrea Palumbo, Lucas Delfino). Un lavoro di geometrie che ragiona attorno ai concetti di contrapposizione e collaborazione con estrema semplicità, trasformando la relazione tra i corpi in drammaturgia. E introduce una delle figure ritornanti di questo scorcio di biennale, quella del cerchio e della rotazione. Se il tubo di rame diventa perno su cui roteare, punto d’appoggio per saltare al pari dei remi delle barche veneziane, il momento più corale è proprio attorno alla rotazione che si attiva trasformando il tubo in un dispositivo (quasi) inarrestabile, come la macina di un mulino, attorno al quale ogni movimento si deve armonizzare.

La rotazione è dunque al centro della riflessione di molti danzatori, quasi un’ispirazione da derviscio, ma anche semplice suggestione geometrica che ci riporta alla più pura delle forme. La ritroviamo anche in Albert Quesada con «OneTwoThreeOneTwo” e in Yasmine Hugonnet con «La Ronde – Quatuor», anche se i due coreografi hanno temperature e ricerche diversissime. Il primo, in scena con Zoltán Vakulya, indaga in modo sincopato la natura del flamenco, smontandone e rimontandone la forma in un duetto per corpi maschili che fanno evaporare l’identità di genere così marcata nella danza andalusa. Un’esplorazione sull’antico del gesto danzato, poi confluito nella codificazione delle figure del flamenco, che si affaccia già nei volti “iconici” dei due danzatori.

La seconda propone una ricerca minimale e millimetrica sul movimento, nel contesto di una non-danza che vede in scena un quartetto (Jeanne Colin, Audrey Gaisan Doncel, Killian Madelein assieme alla stessa Hugonnet) intento ad esplorare le implicazioni geometriche del loro “corpo multiplo”. Si passa da una geometria spigolosa e quadrata allo sciogliersi nella rotondità del cerchio nella scena finale, di grande impatto.

È interessante notare come sia Quesada che Hugonnet incarnino, da due estremi opposti, la contraddizione evocata dalla Castalia di Hesse, e che ancora oggi resta sul piatto come interrogativo inevaso: quanto ci si può spingere nello splendido isolamento linguistico dell’arte? Hugonnet propone infatti una coreografia così radicale nel gesto e nella non-danza da rasentare il puro materiale didattico, interessante per chi è dentro la disciplina ma totalmente privo di qualunque grammatica spettacolare. (Considerazione che vale anche per «Unfolding figures», realizzato con la Biennale College al teatrino di Palazzo Grassi).

Nonostante lo scioglimento finale in una figura oggettivamente potente e poetica, a tenere banco durante la prima parte di questo silenziosissimo lavoro è stato soprattutto il “borgborigmo” del pubblico in sofferenza per il caldo, che spostandosi su sedie rumorose, sgranchendosi o tossendo ha creato un controcanto sonoro del tutto imprevisto. Ma, rovesciata la questione, lo stesso interrogativo si ripropone anche nel flamenco di Quesada, accolto dal pubblico con un sonoro applauso. Come a dire: tanto più ci avviciniamo a toccare la forma, una forma conosciuta come quella del flamenco, quella forma ripudiata e scardinata da decenni di danza in ricerca del movimento altro, e tanto più il pubblico, riconoscendola e riconoscendosi, applaude contento. Un applauso che resta lì, aleggiando come limite contraddittorio della destrutturazione operata dalle scene contemporanee.

Torniamo ad addentrarci nella città delle arti, fuoriuscendo dall’Arsenale e dalle sue sale d’armi che sono il cuore pulsante della Biennale. Virgilio Sieni ha intitolato questa edizione 2016 “Senza il mio corpo lo spazio nemmeno esisterebbe”, a ribadire la centralità del corpo non solo nella danza ma nella sfera dell’essere e dell’abitare, cosa che il gesto dei danzatori è in grado di sintetizzare in modo poetico e con estrema efficacia. Ma che lo spazio invaso dal gesto sia il negativo di questo ragionamento è fin troppo evidente. E così, riavvolgendo il nastro al lunedì che precede gli spettacoli di cui abbiamo parlato finora, ci si imbatte – è il caso di dirlo – nelle produzioni “college” sparse in giro per la città. Ovvero, il risultato di questa parte didattica e formativa della Biennale Danza, che nelle giornate “più dormienti” della manifestazione (ma solo apparentemente), quelle a cavallo tra i momenti clou dei week-end, tengono banco.

È il progetto “Agorà”, che Sieni definisce un festival nel festival e che propone brevi creazioni inedite sparse per i “campi” della città – alcuni particolarmente affascinanti e progettati come palcoscenici naturali, come Campo San Trovaso. Venezia è una scenografia naturale, questo è vero, ma nella frizione con i linguaggi del contemporaneo assume un fascino più tagliente, in grado di scuoterla dal torpore da cartolina in cui le sue facciate settecentesche, i suoi ponti e i suoi canali a volte la fanno sprofondare (come berciavano ammiccanti i futuristi già più di un secolo fa). Le interferenze del corpo danzante nel continuum della città creano immediatamente uno squarcio d’attenzione, che la dimensione contenuta delle performance – tutte sui venti minuti – contribuisce a sfruttare pienamente, incollando gli occhi di pubblici attenti ai gesti dei danzatori.

I due lavori in cui mi sono imbattuto io sono «My walking is my dancing» di Sandy Williams e «Venice» di Emanuel Gat. Nel primo il coreografo, fedele al titolo che dà al suo pezzo, indaga le connessioni tra il gesto quotidiano del camminare e il gesto artistico, mettendo in campo sette danzatori (Lucas Bassereau, Georgia Bettens, Michela Cotterchio, Masako Matsushita, Anna Savanelli, Valeria Secchi, Vilte Svarplyte) intenti a camminare su linee parallele. Linee rigide che, ben presto si scompongono, invertendo la direzione, ridisegnando il gesto, rendendo sincopato il movimento. La sua indagine sui confini tra il “movimento banale del quotidiano” e il “movimento virtuoso del danzatore” crea così un disegno di geometrie dapprima ordinate e poi spezzate, che affascina molto il pubblico pur restando – com’è nella natura degli esiti dei workshop aperti al pubblico – nella dimensione dell’abbozzo.

Più elaborato l’affresco veneziano di Emanuel Gat, che lavora su esplosioni di movimenti e di suoni, disegnando una coreografia che da subito si fa corale, coinvolgendo in un corpo multiplo i suoi otto danzatori (Roberta Ferrara, Giovanfrancesco Giannini, Marta Greco, Nikoleta Koutitsa, Stefano Marletta, Livia Massarelli, Rieko Okada, Laura Toma). Gat non dà altra traccia per questo suo quadro di venti minuti, se non l’intenzione di ragionare sulla coreografia non come “qualcosa che si fa” – dunque che si esegue – ma come “qualcosa che succede”. E certamente la dimensione del progetto “Agorà” fa da solida impalcatura a questo intento – che si traduce in un pezzo molto bene accolto – oppure, volendo rovesciare la lettura, Gat coglie appieno le potenzialità della “scatola” in cui si inserisce.

Chiudono questa mia esplorazione per la “città della danza” un solo di Francesca Foscarini, «Back pack», e il «Collective Jump» di Isabelle Schad e Laurent Goldring. Foscarini si propone come figura buffa e goffa, divertente e suggestiva, intenta a impacchettare e spacchettare uno zaino, a vestirsi e svestirsi di abiti che si stratificano addosso oltre ogni logico utilizzo. La coreografa riflette così, in modo ironico e un po’ scanzonato, sulla dimensione nomade dell’artista, in continuo pellegrinaggio da festival a festival, da laboratorio a laboratorio, in una dimensione in cui il vestirsi e l’abitare (e con essi il rapporto con gli oggetti e con il vestiario) diventano azioni da risemantizzare, cambiandone i confini tradizionali a loro assegnati dalla vita stanziale.

Una riflessione che parte da una condizione personale, ma che si emancipa da essa perché è un tratto comune di almeno un paio di generazioni in cui il concetto di “radici” ha cominciato a diventare rarefatto, coscienti che la vita si costruisce studiando, lavorando, vivendo in un altrove costante che ogni tot anni si perfeziona in un luogo reale. Il “personaggio Foscarini” è gustoso e divertente e potrebbe stare a ben diritto – oltre che in un festival di danza – in una galleria di ritratti contemporanei, a cavallo tra il clownesco e il pierrot, come è spesso la condizione odierna.

Isabelle Schad e Laurent Goldring, infine, sono presenti alla Biennale nel progetto dei “dittici coreografici”, un invito a presentare una creazione realizzata con la propria compagnia (in questo caso «Der bau») e una pensata e realizzata con i danzatori del “college”. Quest’ultima, «Collective jump», chiude il mio attraversamento del festival con una tappa ospitata dal suggestivo Palazzo Grimani, dietro Santa Maria Formosa – altro angolo della città regalato allo sguardo degli spettatori.

L’intento dei due artisti è indagare i temi della collettività e della resistenza. È soprattutto il primo a tenere banco, e si viene a creare dalla fusione di figure danzanti in coppia – come scosse da un’oscillazione ossessiva delle ginocchia – tutte sparse per le varie sale del piano che ospita la performance, che tengono pian piano a coagularsi in gruppi più grandi. Il finale, ospitato nel salone, si scioglie in una visione di grande impatto dove le danzatrici danno vita a un “organismo collettivo” in un’immagine affascinante che raccoglie e fa sfogare tutta l’energia apparentemente compressa delle prime figure. Ma è un “collettivo” vagamente insettiforme che pure in parte inquieta, tornando (forse involontariamente) a porre il quesito mai sciolto che c’è dietro ogni sogno collettivista: quanto l’uomo è in grado di coordinarsi in un unico essere organico? Quanto, invece, la sua anima irrisolta lo riporta invece sui lidi dell’individualità e dell’io?

Non sarà certo questo lavoro a sciogliere il dilemma, ma vale però la pensa ricordare i nomi delle danzatrici che, in modo così suggestivo, ce l’hanno suggerito: Silvia Baronio, Erica Canali, Nicole Chirici, Justine Copette, Francesca Formisano, Elisa Frasson, Claire Leske, Isabella Piazzolla, Aurora Pica, Michela Rosa, Deva Schubert, Caterina Squillacioti, Marjolaine Uscotti.

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