hiroshima Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/hiroshima/ un blog di approfondimento culturale Tue, 20 Nov 2012 13:15:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg hiroshima Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/hiroshima/ 32 32 Richard Yates e l’America degli anni Cinquanta – Un tentativo di indagine https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/richard-yates-e-lamerica-degli-anni-cinquanta-un-tentativo-di-indagine/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/richard-yates-e-lamerica-degli-anni-cinquanta-un-tentativo-di-indagine/#comments Wed, 28 Mar 2012 13:27:49 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7204 di Marco Mantello

Limitiamoci alla piccola borghesia universale, per favore, lasciamo da parte i poveracci, i clandestini e i pazzi. E ripetiamolo tutti insieme, con convinzione: non è vero che  quando si muore si muore soli.
Se non sei un barbone dickensiano sotto i ponti di Buniago di Maserà, o un vedovo di settant’anni chiuso in casa col telecomando, è molto difficile andarsene senza avere della gente intorno, delle opinioni, finanche azioni od omissioni dirette a gestire in modo più o meno cooperativo il come e il quando morirai.
I reparti di rianimazione degli ospedali sono luoghi affollatissimi.
Nella casa del malato terminale c’è sempre qualcuno, fosse anche solo un’infermiera, una moglie o una colf. Gente che tace, che ha qualcosa da eseguire, gente in visita, amici, preti e animali domestici.

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Questa introduzione alla raccolta di racconti Proprietà privata è anche un tentativo di guardare a distanza un periodo che non smette di farsi indagare.

Un party, il tintinnio dei bicchieri di martini spostati su un carrello, una conversazione a molte voci in cui futilità, pettegolezzi e improvvisi squarci rivelatori stringono i presenti nella cornice di un quadro che altrimenti finirebbe per esplodere. Le atmosfere innaturalmente rilassate degli anni Cinquanta in un paese sospeso tra la bufera appena diradatasi e l’ottimismo di un benessere mai sperimentato prima – con l’apocalisse nucleare come ipotesi quotidiana – rappresentano un vero e proprio topos (narrativo, estetico) della letteratura statunitense appena uscita vincitrice dal secondo conflitto mondiale. O forse, più correttamente, si dovrebbe parlare degli scrittori nord-americani che avevano avuto la ventura di combattere o semplicemente di trovarsi in Europa, nell’epicentro del disastro, e che ora, tornati in patria, cercavano di conciliare l’indicibile sperimentato laggiù con lo swing di un’infinita parentesi conviviale da dopolavoro piccolo o medio borghese; ore e ore trascorse a parlare della carriera quale unica potenza trascendente in grado di sconfiggere la morte e della morte in guerra (sfiorata, evitata per miracolo soltanto pochi anni prima) come di una giocosa palestra preliminare ai successi nel mondo del giornalismo, della pubblicità, delle agenzie immobiliari e assicurative che questa strana, ineffabile pace piombata su tutto il continente sembrava pronta a dischiudere. La pace e l’ottimismo dei primi anni ’50 negli States – l’epoca in cui Bing Crosby non ha ancora ceduto lo scettro a Elvis e al Rat Pack – come un lungo discorso logorroico travestito di frivolezze necessarie a filtrarlo dagli abissi di una mostruosa rimozione: ecco cosa il miglior “realismo” del periodo ci lascia intravedere. Basta leggere del resto tra le righe che descrivono quei party nella più significativa produzione letteraria (e cinematografica) dell’epoca per individuare, sullo smalto degli sorrisi degli astanti, lo scintillio del puro e semplice terrore.

Tra gli scrittori statunitensi scesi nel ventre di balena che fu l’Europa degli anni Quaranta c’è Richard Yates, “uno dei grandi scrittori meno famosi d’America”, lo sfortunato irascibile semialcolizzato (ma quale romanziere americano del periodo ha intrattenuto un discorso ragionevole con l’alcol?) autore di Revolutionary Road, maestro riconosciuto post mortem il cui titolo più noto, prima della riabilitazione, non riuscì a vendere più di 12.000 copie. Arruolato nell’esercito degli Stati Uniti, Yates fu mandato in Francia nel 1944. Dopo la fine della guerra verrà trasferito nella Germania occupata fino al 1946. Tornato in patria, lavorerà per la United Press e come copywriter per la Remington Rand, tenterà la carta di Hollywood come sceneggiatore, terrà corsi universitari, si spingerà a scrivere i discorsi dell’allora ministro della giustizia Robert Kennedy concedendosi di osservare da diverse prospettive quella crudele forma di insuccesso che è il successo mancato di un soffio. Così, se i suoi romanzi più famosi sono tutti sbilanciati sul dopo (gli Stati Uniti in cui il sogno a stelle e strisce arroventa in modo ormai maturo il paesaggio interiore delle grandi masse, rappresentando al contrario, per molta letteratura ispirata, un crudele luminoso occhio di bue dischiuso intorno al circostante fallimento delle vite ordinarie) le sue uncollected stories fotografano molto bene il rito di passaggio: ovvero il momento cruciale in cui il paese guidato da Truman e da Eisenhower, in seguito a una guerra i cui significati più oscuri è forse troppo giovane per metabolizzare, si trova a raccogliere da un’Europa distrutta il testimone della prima potenza d’occidente.

È molto rappresentativo da questo punto di vista “Il Canale”, racconto ambientato nel 1952 a cui solo la triste ironia che accompagna il suo autore consentirà di venire pubblicato sul «New Yorker» ben nove anni dopo la morte di Yates – l’occasione è celebrare la pubblicazione del postumo (e, ironia delle ironie: fortunato) The Collected Stories of Richard Yates. Si tratta della storia di due reduci della II guerra mondiale, i quali, a un party privato, fiancheggiati dalle rispettive mogli, raccontano da diverse prospettive un’operazione bellica a cui hanno partecipato in Europa durante il marzo del ’45. Gli ingredienti e le dinamiche del classico di genere ci sono tutti. Il primo reduce (Tom Brace) è il tipico ragazzone americano dal cuore semplice, gonfio di quel sano cameratesco pragmatismo che non ne farà mai un individuo profondo: in effetti, parla dell’episodio in cui ha rischiato di perdere la vita (la notte durante la quale, tra l’altro, incominciò a tirare bombe a mano sui “crucchi” ritrovandone due “morti stecchiti”) come fosse una partita di football. L’altro, Lew Miller, è il vero protagonista del racconto. Lui, al contrario di Brace, preferirebbe non rammentare l’episodio. Non è stato un gran soldato negli anni della guerra; anzi, era una specie di pasticcione capace di compromettere se stesso e i commilitoni proprio nel corso delle missioni più pericolose. Il disagio della vergogna individuale sembra tuttavia continuamente trapassato da un disagio e una vergogna più vasti. Vergogna per la guerra? per il “genere umano perduto”? vergogna per questa pace innaturale calata sui morti e sui feriti a morte da un trauma troppo vasto per non voltare il capo dall’altra parte, verso il futuro, le carriere, il progresso e le opportunità che la seconda parte del Novecento lascia chiaramente indovinare? Si tratta – la pace come esercizio di amnesia collettiva su ciò che è accaduto prima – di un tema presente in tutta la rielaborazione artistica occidentale dell’immediato dopoguerra (basti pensare, su latitudini e poetiche completamente diverse, a Napoli milionaria! di Eduardo De Filippo) e sono domande che, nel racconto in questione, Richard Yates è tanto saggio e delicato da lasciare in sospeso.

Un altro tocco di bravura consiste nel far sentire il tifo delle mogli dei due reduci quando ancora si trova a livello latente. Travisamenti formali a parte, Tom e Lew stanno pur sempre parlando della notte in cui attraversarono un canale sotto il fuoco di sbarramento dell’esercito nazista (certo, i toni di Bob sono da cronista sportivo e Lew è piuttosto reticente, ma è chiaro che si tratta di due schemi retorici – più coraggioso quello di Lew – per difendersi da un dramma vissuto in prima persona). La signora Miller e la signora Brace sono invece capaci di portare il travisamento a un grado di ben maggiore alienazione. Per le due donne è in corso non tanto la rievocazione di un’esperienza cruciale ma una partita tra mariti, una competizione in cui la guerra è al limite un’eccitante gioco a premi, o forse il momento di singolarità la cui prosecuzione con altri mezzi è ciò che adesso, nel presente, veramente conta: la carriera, la scalata sociale. Alla fine del racconto questo tifo si espliciterà del tutto nella signora Miller, che in privato rimprovera Lew per essersi fatto sopraffare dalla (primitiva, ma solo per noi lettori) brillantezza di Bob, nella quale la donna ravvisa con tutta evidenza una maggiore garanzia di promozione sociale. Insomma, siamo nel 1952 – questo viene suggerito incidentalmente quando i “sette anni” che separano il marzo del ’45 dalla rievocazione durante il party “si dissolsero” davanti a Lew – e il clima di promessa, paranoia e simulata innocenza del periodo pervade magicamente il racconto riga dopo riga, senza che Yates sia costretto a calcare la mano per farcelo capire (un’ineffabile sensazione da orchestrina sul Titanic che – in chiave middle class, sul capo opposto del conflitto mondiale – potrebbe ricordare le splendide feste sature di tragedia raccontate da Francis Scott Fitzgerald, il quale per Yates fu infatti non solo un maestro ma l’autore senza il quale “non credo sarei mai diventato uno scrittore”).

E tuttavia, a leggere ancora più in profondità, si ha l’impressione che persino la moglie di Bob e quella di Lew – quando non sono totalmente ipnotizzate dal vuoto scintillio delle proprie stesse voci – parlino continuamente di qualcosa per evitare di parlare d’altro, neanche l’intero party non fosse che un esorcismo mascherato. Ma esorcismo contro cosa?

Prima di tentare di rispondere, non è inutile riflettere sul fatto che se il Richard Yates delle piccole esistenze borghesi ormai definitivamente incanalate nella triste commedia della vita di ogni giorno ha come più degno rivale le short stories di Raymond Carver, il vero concorrente di questo Yates liminale è invece il J.D. Salinger dei Nove Racconti.

Più anziano di sei anni rispetto a Yates, Salinger trascorse un’infanzia più regolare ma non così socialmente sofisticata da farne un aspirante scrittore con un bagaglio culturale più vasto. Al pari di Yates, partì per la II guerra mondiale, nel corso della quale partecipò a scontri terribili come lo sbarco in Normandia (dei 3080 membri del suo reggimento ne sopravvissero 1130) e la battaglia delle Ardenne. Infine, rielaborò letterariamente le tragedie interiori dei reduci usando forme e schemi narrativi non diversi da quelli del collega. In questo modo, non è difficile trovare nel Seymour Glass di Un giorno ideale per i pesci banana un corrispettivo lunatico di Lew Miller (così come Muriel tiene il parallelo con la meno volatile signora Miller – e la piccola protagonista di Proprietà privata, il racconto che dà il titolo a questa raccolta di Yates, non è forse una cugina neanche troppo lontana della salingeriana Esmé?) In entrambi i casi c’è un reduce di guerra che fatica a reinserirsi nella società civile sebbene solo Seymour, a differenza di Lew, sarà destinato a non riuscirci. In entrambi i casi il mondo circostante (mogli comprese) fa di tutto per ignorare il disagio di chi è tornato a casa dall’Europa. Addirittura, in tutti e due i racconti, le boutique newyorkesi di Madison Avenue vengono usate come scintillante contraltare a questo tipo di difficoltà. Sia Yates che Salinger, infine, lasciano la testa di Medusa sullo sfondo, tra le sacche del non detto, dell’intravisto, oltre l’azzurro del cielo. Yates, addirittura, non sente neanche il bisogno di ricorrere a figure retoriche quali quella dei “pesci banana”, per raccontare, senza effetti speciali, una normalità che di normale suggerisce di avere pochissimo.

E qui veniamo al continuo esorcismo che i migliori scrittori borghesi “realisti” del periodo (per non parlare dei cineasti) lasciano intravedere nelle loro prove più significative.
L’America della Guerra Fredda rappresenta uno dei più sorprendenti (e produttivi) casi di dissociazione mentale collettiva della storia recente. Gli Stati Uniti hanno appena vinto il secondo conflitto mondiale contro i nazifascisti, e dunque incarnerebbero perfettamente il ruolo dei buoni. Ma come digerire il fatto che chi si muove “with God on his side” (“Gott mit uns”, recitavano del resto i nemici) sia anche lo stesso attore che, per vincere, si è macchiato di uno dei più mostruosi crimini della storia dell’umanità? chi avrebbe mai previsto, insomma, che non un pazzo qualsiasi ma proprio Henry Truman avrebbe incarnato l’uomo “un po’ più malato degli altri” di sveviana memoria, il quale, al termine della Coscienza di Zeno (romanzo il cui epilogo anticipa di vent’anni i fatti del 6 e del 9 agosto ’45, e di quaranta l’uscita del Dottor stranamore) piazza ipoteticamente nel posto giusto un ordigno in grado di distruggere il pianeta? Come se non bastasse, le magnifiche sorti a cui l’avanguardia d’occidente sembra destinata potrebbero rovesciarsi da un momento all’altro, insieme a quelle dell’intera specie, qualora il confronto muscolare tra Usa e Urss dovesse superare il punto del non ritorno.

Se oltre due millenni di cultura europea sono stati messi a dura prova nella non ancora conclusa rielaborazione di Auschwitz, il poco tempo che separa Ralph Waldo Emerson dall’America degli anni Cinquanta del Novecento non può fare i conti con simili macigni se non rimuovendoli per farli emergere, lentissimamente, nei decenni successivi. Se ad esempio pensiamo a quella che per il Novecento ha rappresentato negli States la forma di autocoscienza popolare più efficace e riuscita, vale a dire il cinema – la cui reattività nel rielaborare i fatti storici fu spesso sorprendente (basti solo pensare che Apocalypse Now è del 1979, appena quattro anni dopo la fine della guerra in Vietnam) –, tre gigantesche omissioni saltano facilmente agli occhi: non è mai stato fatto un vero kolossal su Hiroshima e Nagasaki; non è mai stato fatto un vero kolossal sul genocidio dei nativi; non è mai stato fatto un vero kolossal sulla caduta dell’antica Roma. È come se, a livello di cultura condivisa, gli Stati Uniti (da Moby Dick in giù) non fossero in grado di elaborare le proprie colpe più gravi se non in forma allegorica; e il timore della propria fine (da Aermageddon in su) se non per una via talmente didascalica da rasentare la farsa.

L’Europa ha al contrario ha avuto tempo e modo per vivere (e soprattutto inscenare) talmente tante volte il crollo della propria civiltà e la remissione dei propri imperdonabili peccati da non considerare gli estremi in questione come tabù invalicabili. Così, ad esempio – forte anche delle tante eresie disseminate lungo i secoli del vecchio continente, e della propria origine sottoborghese – uno scrittore come Céline può prendersi la libertà di raccontare la Grande guerra e gli anni immediatamente successivi squarciando la tela della rappresentazione (assai meglio e prima di un altro Miller, Henry), sputando la sua petite musique direttamente in faccia alla Francia, al colonialismo, alle retoriche nazionaliste, giungendo perfino sull’altro capo dell’Atlantico, appena in tempo per brutalizzare a suon di argot il fordismo e la – per lui, medico e rinnegato – bizzarra vena patriottica e salutista che sembra stringere in un sol fascio i prestanti cittadini della più grande democrazia del mondo. Al contrario, per uno scrittore americano degli anni Cinquanta di origini piccolo borghesi qual è Yates, è molto più difficile compiere atti di eresia estetica capaci di sfondare il muro della rappresentazione. Non sarebbe nelle sue corde, e neanche nella sua cultura o formazione.

Yates (e con lui Salinger, per non parlare di Carver) non ha avuto per esempio come istitutrice una Gertrude Stein capace di mediare tra la cultura del Vecchio e quella del Nuovo continente in maniera così intensa da cambiare il punto di vista dei propri talentuosi allievi. I due più grandi poeti americani ancora in vita in quel periodo (Pound e Eliot), imbevuti di cultura europea fin quasi all’ossessione, si sono a propria volta così drammaticamente avvicinati al cuore del problema da risultare come quei santi che, toccati (o forse bruciati?) dalla grazia, fanno capo solo a sé – in quel periodo Pound è rinchiuso nel manicomio criminale di St. Elizabeth; mentre Eliot, che dal ’43 si muove per i suoi lettori nell’iperurano dei Quattro quartetti, pur amato da Yates, gioca su tavoli ormai così distanti da non poter venire considerato un maestro affidabile. Chi prova a dare alle angosce e alle tensioni del periodo una forma “fuori sesto” sono allora gli scrittori di fantascienza (Dick su tutti), oppure quegli autori le cui origini sono talmente aristocratiche e le scelte di vita così lontane dall’ordinarietà (il William Burroughs rampollo di una famiglia miliardaria che diventa tossicomane e si rifugia a Tangeri) oppure dal background così ineludibilmente eretico (Allen Ginsberg figlio di Naomi Ginsberg; vale a dire un giovane omosessuale ebreo con una madre marxista e schizofrenica nell’America del senatore McCarthty) da scaraventarli in una dimensione esistenziale di assoluta marginalità.

Decisamente più tardi, quando il sovvertimento delle tradizionali tecniche narrative (insieme con una certa marginalità) sarà a un passo dalla canonizzazione, un altro nordamericano tornato vivo dall’inferno europeo – anche lui combattente sulle Ardenne –, vale a dire Kurt Vonnegut, troverà nei viaggi spaziotemporali di Mattatoio n.5 un aerografo quasi perfetto per dare forma (e comprensibilità) all’orrore irriducibile del bombardamento di Dresda.

Restando ancorati al decennio precedente, la strategia di Richard Yates è, come si è visto, molto diversa. Apparentemente più prudente, necessita al contrario di uno straordinario talento per mostrare l’abisso dietro l’edificante quadretto di un party tra giovani della classe media senza ricorrere a interzone, androidi, occhi nel cielo e altri correlativi oggettivi dell’epoca. La sapienza sta nel riuscire a tenere tutta la potenza emotiva (e il malessere) nella gabbia di una cornice, nel tendere quest’ultima il tanto che basta a suggerire la tensione invisibile, ma senza rischiare che vada in frantumi. Nel miglior Yates di questi racconti viene spesso rappresentata una scena di vita abbastanza ordinaria – corroborata da una drammaturgia rispettosa della tradizione – ma, tra le impalpabili sgranature del piccolo affresco sociale, si indovina ben altro. Ecco perché parlare di realismo può risultare riduttivo.

A questo si aggiunge il grande senso di umanità (la messa a fuoco sull’innocenza qualche attimo prima che vada in frantumi) che pervade alcuni suoi racconti di soldati, o forse li si dovrebbe chiamare i racconti del sanatorio. Yates soffrì dopo il militare di una lieve forma di tubercolosi. Così, la trasposizione letteraria di narrazioni quali “Un idillio ospedaliero” o “Ladri” potrebbe far pensare sin troppo facilmente a una versione low budget della Montagna incantata, con le battute da caserma e gli agguati alle infermiere in luogo dei raffinati discorsi filosofici tra Castorp, Naphta e Settembrini. In realtà, i malinconici militari che fluttuano nel limbo dei sanatori di Yates appartengono a un tipo d’uomo completamente diverso, e osservarli dal futuro li rende ancora più struggenti. Non sono ancora i padri di famiglia che, trovato un buon posto di lavoro nella società civile, avranno modo di veder crollare le più belle speranze covate nell’immediato dopoguerra ¬– le famiglie esplose sui campi minati delle cause di divorzio, il lavoro trasformato nell’incubo di un’iplacabile carriera o arenato tra le sabbie mobili di velleità e frustrazione. Nel contempo, sono ancora però quegli omaccioni così ingenui, leali e sprovveduti da non capire nemmeno – per dirla col Malaparte de La pelle – quale vergogna sia stata vincere la guerra. Tanto è vero che a metterli nel scacco è sufficiente un’infermiera la cui calligrafia “era un misto di corsivi da scuola elementare, tracciati con una regolarità priva di qualsiasi vigore, e vezzi adolescenziali. In alcune i il puntino era sostituito da un circoletto”.

Allo stesso modo, spingendosi ancora più (narrativamente) a ritroso – dai party ai sanatori, da qui ai giorni della guerra vera e propria – si può trovare un Richard Yates meno incline a quell’assenza di speranza nella quale molti riconoscono un suo marchio di fabbrica. Campane al mattino è un racconto breve in cui si sente la scuola di Hemingway, e prima ancora quella di Tolstoj. Due soldati americani sostano all’alba tra i paesaggi nebbiosi della Ruhr durante l’aprile del ’45. A un certo punto le campane della chiesa di un villaggio vicino iniziano a suonare festosamente. I due, per alcuni minuti, si illudono che la guerra sia finita. I loro volti si riempiono di gioia (“pensi che sia finita la guerra?” “Perdio, Murphy. Perdio, è possibile. È possibilissimo” “Mi venga un colpo se non è possibile” “Che cazzo”). Poi, però, a uno dei due viene in mente che quella appena iniziata è la domenica di Pasqua, per questo le campane suonano a festa. La delusione crolla sul volto di entrambi. E tuttavia, in quello che potrebbe essere il più beffardo degli anticlimax, brilla più di un riflesso di speranza, o addirittura di gioia, perché il lettore sa come andranno a finire le cose: se non oggi, fra qualche settimana la guerra in Europa sarà davvero finita, e se pure i soldati di Yates avranno talmente sfortuna da non poterlo raccontare, milioni di connazionali e di ex nemici vivranno comunque – affratellati per pochi battiti di ciglia – quella gioia incontenibile che per adesso vive nella contagiosa e (alla verifica dei fatti) fittizia affabulazione di uno dei due.

Mostrare attraverso la finzione lo strazio e lo splendore di una grazia occultata tra le pieghe di un futuro ipotetico: non è uno dei vertici concessi alla letteratura?

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I kamikaze non volevano morire https://minimaetmoralia.it/societa/i-kamikaze-non-volevano-morire/ https://minimaetmoralia.it/societa/i-kamikaze-non-volevano-morire/#comments Sun, 07 Aug 2011 18:25:22 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4943 Il 6 e il 9 agosto sono date tragiche per la Storia del XX secolo, visto che il 6 e il 9 agosto del 1945 furono sganciate le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.
Alla follia del nucleare come strumento di morte, si contrapponeva un'altra follia: quella dei kamikaze.
Per ricordare (se mai ce ne fosse bisogno) come il senso dell'umanità e l'amore per la vita non abbiano razza né colore ma all'occorrenza riguardino tutti, abbiamo ripescato questo articolo di Federico Rampini uscito anni fa per "Repubblica".

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kamikaze

Il 6 e il 9 agosto sono date tragiche per la Storia del XX secolo, visto che il 6 e il 9 agosto del 1945 furono sganciate le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.
Alla follia del nucleare come strumento di morte, si contrapponeva un’altra follia: quella dei kamikaze.
Per ricordare (se mai ce ne fosse bisogno) come il senso dell’umanità e l’amore per la vita non abbiano razza né colore ma all’occorrenza riguardino tutti, abbiamo ripescato questo articolo di Federico Rampini uscito anni fa per “Repubblica”.


di Federico Rampini

«L’alba deve ancora nascere. Sono le tre di notte. Non voglio morire! Vorrei cercare di vivere una vita piena. No, non voglio morire. Mi sento solo. Non so perché mi sento così solo». Scrive così nel suo diario Hayashi Tadao, nato a Tokyo nel 1922, formato nella prestigiosa università imperiale di Kyoto, arruolato nel 1943 come pilota militare, morto il 28 luglio 1945 in una missione suicida contro la flotta americana. In un’altra pagina del diario si legge: «Sento che devo accettare il destino della mia generazione di combattere in guerra e di morire. Lo chiamo destino, visto che dobbiamo andare a morire senza poter esprimere le nostre opinioni, senza discutere e criticare i pro e i contro, senza poterci comportare secondo i nostri principi individuali. Morire in guerra, morire su richiesta della nazione: non ho la minima intenzione di elogiare questa fine; è una grande tragedia».

Queste citazioni e molte altre, dai diari personali e dalle lettere spedite dal fronte ai propri familiari, sono una miniera di notizie sulla figura dei piloti kamikaze giapponesi nella Seconda guerra mondiale. Sono documenti straordinari venuti alla luce dopo decenni di ricerche. Li ha ritrovati (spesso battendosi per vincere il pudore dei familiari) una storica e antropologa, Emiko Ohnuki, giapponese che insegna negli Stati Uniti alla University of Wisconsin. Ora ne pubblica una selezione nel libro Kamikaze Diaries, che esce dalla University of Chiacago Press.

La lettura di questi testi è sorprendente. Capovolge l’immagine che avevamo dei kamikaze, ed è tanto più interessante nella nostra epoca che usa correntemente questo termine giapponese per designare anche i terroristi suicidi ispirati dal fondamentalismo islamico: i dirottatori dell’11 settembre 2001, o gli uomini-bomba che ogni giorno seminano stragi in Iraq e in Afghanistan. Naturalmente vi sono differenze immense tra il militarismo nipponico che attaccò l’America a Pearl Harbor e la jihad che insanguina il pianeta nel XXI secolo. Ma l’opportunità di penetrare nella coscienza dei kamikaze offre una lezione universale. È un monito a non prendere per buone le apparenze, le verità ufficiali, i fervori propagandistici di chi ha interesse a trasformare il martirio ideologico in un mito.

Lo stereotipo dei fanatici nazionalisti impregnati di odio che con entusiasmo schiantavano i loro aerei sulle navi americane, immortalato da film come Tora! Tora!, non regge alla lettura delle confessioni più intime. Quella caricatura non fu solo costruita dalla propaganda americana durante la Seconda guerra mondiale o da Hollywood nel dopoguerra. Il primo artefice della leggenda dei kamikaze fu lo stesso regime militarista giapponese, che li trasformò nel simbolo più venerato del martirio volontario per la patria imperiale. I vertici del Giappone imperialista crearono una “estetica” della morte in guerra, paragonando i caduti alle gemme dei fiori di pesco usate nei riti religiosi. «In realtà», sostiene Emiko Ohnuki, «erano essere umani torturati dall’attesa di una morte precoce, a cui li condannava il solo fatto di essere nati in Giappone nel periodo più buio della sua storia».

I kamikaze, più spesso chiamati dai giapponesi tokkotai (“forza speciale d’attacco”), erano un corpo di élite creato sul finire della guerra, quando ormai era imminente l’invasione americana. Fu l’ammiraglio Onishi Takijiro a concepire delle squadre speciali che operavano su aerei, alianti e sottomarini, tutti predisposti fin dall’inizio per non poter ritornare alla base. Gli aerei, per esempio, venivano riforniti di carburante per una missione di sola andata. La motivazione non era, come talvolta si è creduto, quella di risparmiare carburante in un Giappone ormai allo stremo delle risorse. In realtà l’ammiraglio Onishi teorizzava che «l’anima nipponica, dotata di una forza unica per fronteggiare la morte senza esitazione, era l’unico strumento capace di fare un miracolo, di salvare la patria ormai circondata da una flotta americana protetta da radar che la rendevano pressoché inespugnabile». Almeno in questo c’è un’analogia possibile con Al Qaeda e le fazioni violente dell’integralismo islamico: l’idea che l’animo sorretto da una fede assoluta può diventare invincibile, che il proiettile umano è l’arma più letale.

Ma il materiale umano mobilitato per l’operazione tokkotai non era obnubilato dall’odio. La leva di giovani piloti lanciati contro la U.S. Navy apparteneva a una élite sociale formata nelle migliori università del Paese, con una cultura cosmopolita marcatamente filoeuropea, non di rado permeata di idee libertarie e radicali. Diari e carteggi rivelano una generazione che ha studiato il latino, il francese e il te de sco, ha letto in lingua originale Goethe, Marx, Poincarè e Adam Smith. La dimestichezza con i grandi filosofi occidentali è tale che uno dei canti goliardici dell’epoca era intitolato Deshanko, l’abbreviazione delle iniziali in giapponese di Descartes, Kant e Schopenauer. Anche quando in alcuni emerge una visione nichilista, essa è spesso ispirata dall’eredità di autori occidentali come Nietzsche (proprio come in alcuni pensatori estremisti del mondo arabo). Prima di morire il giovane kamikaze Takushima Norimitsu scrive versi d’amore alla sua fidanzata a cui ha dato un soprannome francese, Antoinette. Cita Montaigne: «Il cuore senza amore è vuoto. L’amore insegna la bellezza e ci riempie di vita». Nel diario confessa: «In una notte fredda d’inverno penso a Gauguin, alle sue isole del Sud piene di forti ritmi, di esseri nudi, del mare cristallino, penso a Baudelaire e alla sua visione freudiana dell’amore. Vedo i dipinti di Botticelli come mele splendenti. Da Vinci era capace di rappresentare Dio. Raffaello ha una sensibilità femminile». Noncurante dei rischi della censura e delle sanzioni disciplinari, mette nero su bianco delle opinioni eretiche sulla guerra: «Oh Francia, amica della cultura. Sei stata sconfitta ma io ammiro la grande cultura che nessuna potenza militare può distruggere. Voi francesi siete amati perché siete gli amici dei valori cosmopoliti». Diventa ancora più esplicito e più duro parlando del proprio Paese: «I giapponesi sono sentimentali, è un vantaggio per i dittatori. L’idea che un patriota debba sacrificare la vita è un pensiero per delle masse stupide. È un tipo di follia narcisistica. Odio il nazionalismo. La nazione sta prendendo il sopravvento sugli individui. Lo spirito di destra è come l’alcol. L’eccitazione delle destre è come gli urli degli ubriachi. Oggi i giapponesi non sono capaci di parlare e di criticare. Il popolo giapponese non ha accesso a informazioni sufficienti per giudicare i fatti, l’opinione pubblica è stata soppressa. La demagogia è diventata la forza motrice della nostra società» (30 giugno 1944). Altro che automi addestrati per uccidere.

L’altro kamikaze Hayashi Ichizo è chiaro nelle sue ultime parole: «È facile parlare della morte in astratto. È la morte vera quella che mi fa paura, e non so se posso superare questa paura. Ma ho raggiunto il punto di non ritorno. Devo gettarmi su una nave nemica. Per essere onesto non posso dire che il desiderio di morire per l’imperatore sia genuino, che sgorghi dal mio cuore. È stato deciso per me, che io debba morire per l’imperatore». Hayashi si uccide in azione all’età di 23 anni, il l2 aprile 1945, al largo di Okinawa. Lungi dal fervore fanatico, il vero clima che regna la sera prima di morire è quello descritto in una lettera di Kasuga Takeo che descrive il dormitorio dei piloti nella base aerea di Tsuchiura: «Alcuni bevono il saké singhiozzando, altri urlano di rabbia, altri ancora piangono a dirotto. Pensano ai genitori, danno l’addio alle fidanzate. Sono scene di disperazione». Resta il mistero del perché tanti giovani giapponesi si sacrifichino nell’operazione tokkotai.

Risultano rari gli episodi di insubordinazione aperta o di diserzione. Secondo la studiosa Emiko Ohnuki gli stessi diari aprono uno squarcio su quel che accade nelle loro menti durante l’ultimo capitolo della guerra del Pacifico. Anzitutto, la tradizione militare del Sol Levante ha sempre idolatrato il martirio: «I soldati tedeschi venivano addestrati a uccidere, a quelli giapponesi si insegnava prima di tutto a morire». Rifiutarsi di offrire la vita in sacrificio rappresenta «un crimine che si estende per cinque generazioni e va punito fino a cinque gradi di parentela e affinità». Rendendo un’intera famiglia allargata responsabile del comportamento del soldato, si crea su di lui una pressione formidabile: tirarsi indietro vuol dire disonorare i propri cari ed esporli a castighi infamanti. Il regime fu anche abile nel propagare la leggenda che gli americani si scatenavano in torture e stupri di massa nei territori conquistati: la suggestione fu così efficace che, al primo sbarco dei marines, in molte isole dell’arcipelago nipponico ci furono suicidi collettivi (gyokusat), come quello dell’isola di Saipan dove gli abitanti si gettarono in massa da una rupe. L’altro elemento che scatta nei giovani piloti quando si avvicina l’ora della prova suprema, è la solidarietà con i compagni che hanno già affrontato il martirio. Takushima Norimitsu il 15 ottobre 1944 scrive: «La notizia della morte del mio compagno Shoda è un colpo al cuore. Era il più idealista e patriota di noi tutti. Vive ancora fra noi. La sua uniforme e i suoi oggetti personali li tengo nella mia stanza».

Via via che i bombardamenti americani si intensificano e la resa si avvicina, il sacrificio supremo diventa per questi giovani un modo di condividere la stessa tragedia della popolazione civile. Una volta che il territorio della madrepatria sta per essere invaso, anche nei più critici scatta l’accettazione del martirio. Hayashi Tadao scrive in versi: «Abbiamo ricevuto la vita da questo paese /Perché dovremmo esitare a dargli le nostre vite?/ Stupido Giappone / Insensato Giappone / Per quanto io sia impazzito / Noi che ti apparteniamo / Dobbiamo alzarci a difenderti».

A differenza dell’Islam, nessuna delle principali religioni praticate in Giappone promette una vita ultraterrena. Nella versione nipponica del buddismo è scomparsa da tempo la fede nella reincarnazione. Lo shintoismo è una religione che si occupa di questo mondo, non di quello che accade dopo. L’impero del Sol Levante prometteva ai giovani kamikaze che essi si sarebbero trasformati in fiori di pesco nel giardino attorno al sacro tempio nazionale Yasukuni di Tokyo, ma dai loro diari è evidente che nessuno prendeva sul serio quella favola. Pur guardandosi dal tracciare accostamenti azzardati, la storica che ha rivelato queste lettere vorrebbe che ci servissero da lezione. «I manifesti diffusi dai leader dei gruppi terroristi odierni», scrive Emiko Ohnuki, «affermano che coloro che muoiono negli attentati suicidi hanno la certezza di una ricompensa in paradiso. Ma tra gli attuali terroristi suicidi quanti ragazzi sono degli autentici volontari? Quanti sono in realtà assassinati da chi gli ha fatto il lavaggio del cervello? I manifesti ideologici vanno presi con cautela. Nella Seconda guerra mondiale i leader militari giapponesi che mandarono quei ragazzi alla morte (ma non rischiarono le proprie vite), così come gli americani che costruirono la fama del kamikaze come dell’Altro, del diverso assoluto, tutti contribuirono a presentare un ritratto del pilota tokkotai che sembra coerente. Invece non corrisponde affatto con la coscienza che essi avevano di sé, con la comprensione che avevano del senso, o dell’insensatezza, dei loro atti».

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